MAGISTRATI ALL’ASSALTO PER IMPEDIRE LA RIFORMA DELLA GIUSTIZIA

Pubblicato il 9 marzo, 2011 in Giustizia, Politica | Nessun commento »

Domani il Consiglio dei ministri affronta la ri­forma della giustizia. Dall’opposizione arri­va qualche timido segnale di apertura aldialogo.Non c’è da illudersi, ma meglio del solito no a priori. Sulle barricate resta­no invece i magistrati, o meglio quei magistrati che vogliono continuare a fare politica oltre che gli affari loro. Oggi pubbli­c­hiamo la mailing list dei magi­strati, cioè il sistema di posta elettronica dove le toghe si scambiano pareri e concorda­no iniziative al riparo da orec­chie indiscrete. Quello che po­tete lettere sulle nostre pagine è sconcertante. Dal­lo scambio di email emerge non soltanto un clima d’odio con­tro la maggioran­za politica, il Parla­mento, le toghe più moderate. Ci sono infatti le pro­ve che alcuni ma­­gistrati hanno nel mirino Silvio Ber­l­usconi come per­sona, a prescindere da ipotesi di reato. Questi signori fanno politica, vogliono interferire sul potere legislativo, e per di più in orario di ufficio, come si evince dalle stampate dei mes­saggi che si scambiano.

Fa effetto vedere un giudice chiamare il premier «lo zietto Berlusconi» con tono dispre­giativo e porsi il problema che una volta fatto fuori lui andrà affrontato il problema dei suoi elettori, cioè di dodici milioni di italiani che il vertice della magistratura evidentemente considera degli imbecilli e for­se anche dei pericolosi crimi­nali.

Ma quale indipendenza poli­t­ica: c’è una parte di magistrati che nel segreto della posta elet­tronica getta la maschera e non solo,tanto che più d’uno si dice preoccupato per la fred­dezza di alcuni amici della sini­stra, cioè del socio di maggio­ranza.

Più persone togate, quindi, si stanno mettendo d’accordo riservatamente per intralciare e contrastare la libera attività del Parlamento. Se non fosse­ro magistrati, rischierebbero l’incriminazione per associa­zione segreta e a delinquere da parte di loro colleghi che vedo­no complotti ovunque. Pur­troppo non è una esagerazio­ne, ne sanno qualche cosa quei malcapitati finiti in que­ste ore nella ridicola inchiesta su una fantomatica P4, presun­t­a lobby sovversi­va, per la quale ie­ri sono stati per­quisiti gli uffici del finanziere Francesco Mi­cheli. Ne so qual­che cosa io, che per aver scritto un articolo sulla presidente di Confindustria, Emma Marcega­glia, mi sono ritro­vato inquisito e perquisito.

Sarebbe orribile, ma interes­sante, perquisire case e uffici di quei magistrati così dichiarata­mente schierati contro Berlu­sconi e contro chiunque gravi­ti nell’area del centrodestra. Magari si scoprirebbe che non sono poi così indipendenti co­me sostengono, che hanno per­so i requisiti mini­mi per svolge­re uno dei mestieri su cui si reg­ge una società civile. Cioè quel­l’imparzialità che garantisce ai cittadini il diritto di essere giu­dicati in base a fatti certi, prova­ti al di là di ogni ragionevole dubbio e non sull’onda di teo­remi e pregiudizi politici.

Domani sapremo quali sono le intenzioni del governo. Spe­riamo solo che, a differenza di quanto si è visto in questi 18 an­ni di Seconda Repubblica, que­sta volta agli annunci seguano i fatti. Alessandro Sallusti, Il Giornale, 9 marzo 2011

GLI AFFARI D’ORO DI BOCCHINO E SIGNORA: NOI PAGHIAMO 9 MILIONI ALL’ANNO

Pubblicato il 8 marzo, 2011 in Costume, Politica | Nessun commento »

Sulla 7, qualche sera fa, come fa ovunque incontri un giornalista scomodo, il vice di Fini, lo scudiero Bocchino,  ha aggredito il direttore de Il Giornale, SALLUSTI, definendolo killer al soldo di Berlusconi. Gli ha replicato piccato Sallusti: tu sei un mantenuto pagato con i soldi pubblici. Non è vero, ha a sua volta replicato Bocchino, io guadagno solo 110 mila euro l’anno, cioè lo stipendio di parlamentare. La verità è un pò diversa. Eccola raccontata oggi da Libero in edicola.

Italo Bocchino, deputato di Futuro e Libertà e vice presidente del partito, sostiene di percepire uno stipendio annuo pari a 110mila euro. Uno cifra,  nella media per un parlamentare, ma che non dice tutto sulle entrate del braccio destro di Fini. Bocchino, essendo il marito della signora Gabriella Buontempo, proprietaria della casa di produzione Goodtime Enterprise, che lavora con la Rai, e azionista del quotidiano partenopeo Il Roma, percepisce dalla tv pubblica e dallo Stato un pacco di soldi. Fra tv e carta stampata il «montepremi» annuo si aggira sugli otto milioni di euro. Che pagano i contribuenti, trattandosi di finanziamento pubblico ai giornali e di produzioni televisive vendute alla tv pubblica.
GIORNALE IN CRISI
Partendo dal «figlio minore» dell’impero dei Bocchino, si scopre che il quotidiano partenopeo “Il Roma” – venti giornalisti che non ricevono lo stipendio da due mesi – arriva in edicola grazie al finanziamento pubblico. Nel 2009 i soldi stanziati dal Dipartimento per l’editoria della presidenza del Consiglio sono stati due milioni e 500mila euro, a fronte di un costo del personale stimato attorno ai due milioni di euro. Il mancato incasso della suddetta cifra, come ha denunciato lo stesso Bocchino, sarebbe la causa del ritardato pagamento degli stipendi ai redattori del Roma. Per il deputato finiano poi, il congelamento dei fondi destinati al giornale di famiglia, altro non sarebbe che «una manovra politica». Accusa respinta da Palazzo Chigi, che in una nota nega il «blocco dei contributi» e ribadisce la «dovuta osservanza delle indicazioni dell’Agcom», visto che «non vi è alcuno spazio di discrezionalità» per il Dipartimento.

Già nel 2008 i fondi furono sbloccati dopo una lunga battaglia combattuta a suon di carte bollate. Il quotidiano partenopeo riceve i soldi dallo Stato già da diversi anni, con cifre variabili, ma sufficienti per garantire la confezione del prodotto.
Per l’anno in corso la società che edita il giornale, considerato il rischio connesso ai tagli per l’editoria, ha deciso di far ricorso ai cosiddetti «contratti di solidarietà», che comportano un taglio del 30% degli stipendi, ridotto al 5% grazie al contributo delll’Inpgi.  La famiglia Bocchino, almeno a quanto vanno sostenendo a Napoli gli addetti ai lavori, vorrebbe disfarsi del giornale, non a caso la cooperativa che edita la testata ha chiuso il 2010 con un buco di oltre 300mila euro, azzerato dai soci. Lo stesso gruppo di “volenterosi” ha trovato anche i soldi per chiudere i contenziosi aperti,  circa 80 mila euro, proprio per rendere appetibile la testata. Per ora, però, Bocchino e signora continuano a sperare nei soldi dello stato per risolvere i propri guai.

Decisamente più fluido il rapporto con la Rai. La società della moglie di Bocchino figura fra le aziende che, da tempo, forniscono i propri prodotti alla tv pubblica. L’ultimo “articolo” piazzato a viale Mazzini è una fiction dal valore di sei milioni di euro,  andata in onda fra gennaio e febbraio. Accolti discreti per le sei puntate, interpretate fra gli altri da Ricky Memphis, ma che non hanno certo cambiato le sorti della tv pubblica.  Nelle stagioni precedenti la società della signora Bocchino ha venduto alla Rai varie mini serie televisive, incassando diversi milioni di euro. Ma se la fiction di famiglia viaggia a gonfie vele, nonostante le battaglie affrontate in consiglio di amministrazione della Rai per spuntarla sulle altre case di produzione, in particolare quella di Luca Barbareschi, a battere in testa sono i programmi televisivi, come ha denunciato a La7 lo stesso Bocchino.

MAMMA RAI

«Per la prima volta in 50 anni i telespettatori della Rai», ha affermato il deputato di Fli, intervenendo a in Onda su La7, «non hanno visto Pippo Baudo in Rai.  Mia moglie fa il produttore cinematografico dal 1993, un anno prima di conoscermi. Il contratto che era stato fatto per il programma di Baudo è stato revocato. La ragione è che il produttore di Pippo nel 2010 era mia moglie per contratto». Le cose non stanno esattamente così. Lo  show ideato da Baudo era una cosa a metà tra la fiction e l’intrattenimento e doveva raccontare in quattro puntate di prima serata i grandi fatti della cronaca (dagli amori ai gialli) attraverso delle docufiction. Il programma avrebbe avuto un costo di circa 800mila euro a serata, tanto che la Rai  aveva scelto di produrre internamente lo show (visto che l’azienda è assolutamente in grado di farlo). Alla fine il programma è saltato e Pippo Baudo, dal prossimo mercoledì, torna in prima  serata con Bruno Vespa per celebrare i 150 dell’Unità d’Italia. Senza Bocchino. Enrico Paoli, Libero,08/03/2011

FINI? e’ AFFLITTO DAL VIRUS “B”

Pubblicato il 8 marzo, 2011 in Costume, Politica | Nessun commento »

Smunto e incattivito, Fini sembra malato. Potrebbe essere afflitto dal cosiddetto virus B, morbo che sta consumando lui e la sua gracile creatura politica.

B come Berlusconi. Gianfranco ha sognato di distruggerlo ma alla fine Berlusconi sta distruggendo lui. Assieme all’acerrimo amico Silvio, Fini ha fondato il Pdl ma solo obtorto collo, bollando l’operazione come «comica finale». Poi s’è ricreduto pensando ai vantaggi elettorali e in extremis è salito sul predellino incassando parlamentari, sottosegretariati, ministeri, posizioni di potere per la sua An e la presidenza della Camera per sé. Poi ha pensato che Berlusconi fosse al tramonto e, a sangue freddo, ha cominciato a colpire a palle incatenate l’alleato. Controcanto su tutto, stillicidio quotidiano fino a provocare lo strappo definitivo e l’addio al Pdl. Ha studiato a tavolino il momento della spallata definitiva ma alla fine la spalla se l’è slogata Gianfranco. Con la mozione di sfiducia andata a vuoto lo scorso 14 dicembre ha perso battaglia finale, parlamentari, credibilità e pure la faccia.
B come Bossi. Da sempre temuto e odiato, il Senatur è stato uno dei bersagli preferiti di Gianfranco. Quando ancora andava a braccetto con Berlusconi, Fini soffriva del rapporto privilegiato che Silvio aveva con l’Umberto. Roso dall’invidia e geloso dell’intesa che Bossi ha sempre avuto con Tremonti, nel 2004 Gianfranco arrivò perfino a pretendere e ottenere la testa del superministro dell’Economia pur di dare un dispiacere al Senatur. Quella volta Berlusconi cedette. Di recente, tornato al suo posto un Tremonti blindato proprio dalla Lega, Fini è tornato a sparare a mitraglia sul Carroccio. Nel mirino: quote latte, tagli lineari, federalismo, fondi Fas bancomat di Bossi, cultura di zotici a cui non importa nulla di quello che accade a sud del Po. Fini ha picchiato duro su Bossi salvo poi, esigenze di spregiudicatissima tattica, cercare di lisciargli il pelo e di sedurlo con offerte bislacche: «Molla Berlusconi e ti diamo il federalismo e anche il premier. Per noi Maroni va benissimo». Bossi non ha ceduto, l’asse con Berlusconi s’è rinsaldato e Fini ha perso anche su questo fronte.
B come Bindi e Bersani. Pur di disarcionare il Cavaliere, Fini s’è spostato talmente a sinistra da prefigurare una santa alleanza perfino con il Pd. Il famoso governo del «Ttb», tutti contro Berlusconi, capace di affascinare gli alchimisti della Prima Repubblica e i supertifosi dell’esecutivo tecnico, magari benedetto da Napolitano. Peccato che a furia di considerare a torto il Cavaliere in coma e di sognare di staccargli la spina, il Fli s’è spinto su posizioni pericolosamente vicine ai Di Pietro e ai Bersani. Tanti futuristi moderati non hanno digerito l’operazione e hanno cominciato a dire addio al Fli. Adesso Fini cerca di correre ai ripari dicendo che lui no, non è e non vuol essere di sinistra. Ma ormai la sinistra lo insegue. La Bindi lo adula: «Collaboriamo per ricostruire l’Italia». Bersani già lo abbraccia: «Il patto con il terzo polo si farà». E i mal di pancia delle colombe futuriste tornano a farsi sentire.
B come Bocchino. È il suo indiscusso braccio destro: scaltro, furbo, svelto, instancabile organizzatore, collettore di finanziamenti meridionali, devoto e brutale. Bocchino è quello che incarna meglio il suo livore antiberlusconiano ed è per questo che Gianfranco gli ha messo in mano le chiavi del partito. Il guaio è che la mossa gli è costata e gli costerà cara. Lo ammette, candido, Urso: «La linea politica dei falchi ha avuto un prezzo: 4 deputati e 4 senatori in meno». nsomma, il virus B sta massacrando Gianfranco che ora teme di far la fine del suo predecessore a Montecitorio. Nel 2008, a termine del suo mandato come presidente della Camera, il leader della Sinistra arcobaleno non riuscì a mandare in Parlamento nemmeno un uomo. E quel leader si chiamava Bertinotti. Con la B.

I PM VOGLIONI INSTAURARE LO STATO DI POLIZIA

Pubblicato il 8 marzo, 2011 in Giustizia, Politica | Nessun commento »

Per contrastare l’annunciata riforma “epocale” della Giustizia i magistrati “democratici” hanno annunciato lotte e scioperi che hanno sapore di ricatto vero la classe politica. Riucatto orribile perchè messo in atto a “mano armata”

I magistrati imbocca­no la linea dura con­tro l’annunciata ri­forma della giusti­zia, annunciano sciope­ri e quant’altro. È una mi­naccia che sa di ricatto al­la classe politica, un ri­catto orribile perché messo in atto a mano ar­mata. Se un insegnante si oppone alla riforma della scuola, può andare in piazza o salire sui tet­ti. Un magistrato invece può sventolare avvisi di garanzia e far sentire il tintinnare di manette. Può distruggere uomini (alcuni in passato sono fisicamente morti per ac­canimento giudiziario), può stroncare carriere, rovinare famiglie, azzop­pare aziende, cambiare il corso della politica con assoluta discrezio­nalità e impunità anche di fronte a casi clamoro­si di abuso di potere ed errori come abbiamo do­cumentato nell’inchie­sta pubblicata nei giorni scorsi. E tutto sorretto da una stampa complice di una delle battaglie più illiberali e pericolose nella storia della Repub­blica.

Andate a rileggere che cosa scrisse dei magistra­ti Repubblica quando in­dagarono e arrestarono per tangenti il suo edito­re De Benedetti, che co­sa disse Fini quando ven­­ne intercettata la sua pri­ma moglie Daniela, cosa confidò D’Alema all’epo­ca dell’inchiesta su di lui per la scalata Unipol. Le dichiarazioni di Berlu­sconi, a confronto, sem­brano quelle di un mode­rato. Poi il vento è cam­biato.
Improvvisamen­te, per questi signori, la magistratura è diventa­ta un totem, sacro, intoc­cabile. Come per miraco­lo le inchieste si sono al­lontanate dal loro cer­chio magico, per coinci­denza Fini e D’Alema si sono messi di traverso a qualsiasi progetto di ri­formare la casta delle to­ghe. Ed è iniziata una ma­novra a tenaglia contro Berlusconi e i suoi uomi­ni. I pasdaran che guida­no la rivolta dei magistra­ti non sono più servitori dello Stato, vogliono co­stituire uno Stato nello Stato, quello di polizia che non riconosce il po­tere legislativo e si auto­proclama indipenden­te. Intanto l’Italia conti­nua a scivolare indietro nella classifica dell’effi­cienza della giustizia, un carrozzone che man­gia milioni a intercetta­re, meglio spiare, nelle vite degli altri ma che poi non sa acciuffare in tempi decenti l’assassi­no di una ragazzina usci­ta da una palestra. Ma questo è vietato dirlo, al­trimenti si commette il delitto di lesa maestà e si può finire nei guai per­ché la giustizia non guar­da in faccia a nessuno ma sa bene dove indiriz­zare lo sguardo. Alessandro Sallusti, Il Giornale, 8 marzo 2011

8 MARZO: STRISCIA LA NOTIZIA SMASCHERA I FALSI MORALISTI DI REPUBBLICA CHE SPOGLIA LE DONNE IN PRIMA PAGINA

Pubblicato il 8 marzo, 2011 in Costume | Nessun commento »

Una foto pubblicitaria con il corpo nudo di una donna su Repubblica: moralisti d’accatto.

Sfruttamento del corpo femminile. Donne in tenuta adamitica, natiche coperte da perizomi millimetrici, seni nudi, cosce chilometriche mostrate in tutta la loro maestosità. E’ berluscolandia? No. Non solo, almeno. C’è una battaglia di cui nessuno parla, una crociata contro il perbenismo peloso che non fa clamore. Il guru di questa battaglia è l’uomo che creato il Gabibbo capitan ventosa: Antonio Ricci, un uomo non in odore di berlusconismo. La sua ultima fatica è un documentario che si chiama il Corpo delle donne  (la versione al rovescio dell’opera di Lorella Zanardo, la sacerdotessa della sinistra femminista . Un filmato che è stato integralmente trasmesso da Matrix poche settimane fa. Chi ci sarà nel mirino di un prodotto che difende la dignità femminile? Berlusconi? Il bunga bunga? Qualche drago divoratore di fanciulle? Tenetevi saldi alle vostre sedie, è una novità: il gruppo editoriale l’Espresso. Si parla di loro. Sì, proprio di quelli che un numero sì e l’altro anche attaccano Berlusconi e i suoi amici di fare carne da macello di tutte le donne.

Venti minuti di radiografia dei media dell’intellighentia di sinistra. Quelli che hanno sempre ragione, quelli che sono il buon senso a prescindere da tutto: Repubblica, Repubblica.it e l’Espresso. La tesi del servizio è semplice: voi che accusate tutti di mercificare il corpo delle donne, voi siete i primi a sfruttarlo per i vostri interessi. Che non è una giustificazione, ma è come dire: da che pulpito viene la predica. Il documentario è una radiografia analitica dei media di De Benedetti: donne discinte che ammiccano il lettore-acquirente in posizioni da manuale di kamasutra, articoli chilometrici sull’ultimo trend di impianto di silicone al seno, fotogallery del miglior sorriso al botox di Hollywood e video pruriginoso del backstage del calendario di qualche velina.

Tutto fa vendere, ogni centimetro di carne femminile fa marketing. La stessa velina di cui, magari, nel commento della pagina prima si stigmatizza la frenesia di mettersi in mostra stivalata su qualche rotocalco. E’ sempre lo stesso Stivale, quello dei due pesi e delle due misure. Le veline vanno esibite al pubblico ludibrio della piazza, anche se per gli stessi intellettuali di sinistra il Drive in era un passo lungo nel cammino luminoso della lotta di liberazione dei costumi femminili . Lo stesso Ricci che prima era un alfiere della modernizzazione del paese e della libertà di informazione (non si può dire che Striscia abbia mai riservato un trattamento di favore ai politici della maggioranza) e che collezionava premi di giornalismo per le cronache dissacrati ora diventa n pericoloso collaborazionista. Tutta colpa delle veline.

Oggi è tutto diverso, di mezzo ci sono Berlusconi e la politica, quindi ogni gamba si trasforma in una leva per scardinare l’esecutivo. L’ultima battaglia è questa che vede contrapposta l’armata di Antonio Ricci e la corazzata di Repubblica. I nipotini di Scalfari alzano il ditino contro il velinismo di Striscia la notizia che decide di fargli le pulci. Il risultato è davanti agli occhi di tutti: il soft porno domina. Ma se è inserito in una cornice berlusconofoba va bene tutto… Oggi è l’8 marzo e va in scena il femminismo, cosa ci riserverà la prossima battaglia di Striscia? Fonte: Il Giornale, 8 marzo 2011

RIFORMA DELLA GIUSTIZIA: INTERVISTA A MAURIZIO GASPARRI, PRESIDENTE DEI SENATORI DEL PDL

Pubblicato il 8 marzo, 2011 in Giustizia, Politica | Nessun commento »

Maurizio Gasparri Nel Consiglio dei ministri straordinario di giovedì gli elementi chiave della riforma «epocale» della Giustizia cominceranno a prendere forma. Maurizio Gasparri, capogruppo del Pdl al Senato, tiene i piedi per terra, ma sembra fiducioso. «Sono anni che ci lavoriamo, vogliamo ridurre la politicizzazione delle correnti della magistratura, mica – come ci accusano – ammazzare i processi».

Senatore perché è necessario riformare la Giustizia? «Questa riforma più che necessaria è urgente. Dobbiamo ristabilire una volta per tutte il rispetto dei ruoli. Oggi nel nostro Paese la separazione dei poteri praticamente non esiste più. La magistratura invade quotidianamente il campo della politica, imponendo ai partiti della sinistra un ruolo subalterno. Una volta era il partito comunista a manovrare Magistratura Democratica. Adesso sono i magistrati comunisti che hanno in mano un partito democratico indeciso e confuso. La separazione delle carriere e la riforma del Csm serviranno a rimettere ogni cosa al proprio posto».

Questa la riforma costituzionale. Poi ci sono le azioni che il governo intende perseguire con legge ordinaria. Quelle che fanno più discutere… «C’è la ridefinizione del rapporto tra magistratura e polizia giudiziaria e quella dei tempi dei procedimenti. Mentre le polemiche si concentrano sul cosiddetto processo breve e tutti pensano ai procedimenti di Silvio Berlusconi, nessuno dice che ogni giorno in Italia vanno in prescrizione circa 500 processi che niente hanno a che fare con il presidente del Consiglio. Questo vuol dire che ogni anno evaporano nel nulla circa 200 mila controversie giudiziarie».

Da cosa dipende? «Nella giustizia italiana non c’è più la certezza dei tempi del giudizio. Tantissimi processi, per intervenuta prescrizione, non arrivano mai a sentenza. E chi decide quali processi far evaporare e quali mettere in calendario? I magistrati. Sono loro che decidono in modo del tutto arbitrario quali dibattimenti dotare di una “corsia preferenziale” e quali lasciar cadere nel dimenticatoio. Dobbiamo limitare questo loro potere e restituire ai cittadini il diritto sacrosanto di avere una sentenza in tempi certi: dagli otto ai quindici anni di tempo per i tre gradi di giudizio, a seconda della gravità dei reati».

I magistrati sono già sul piede di guerra. Hanno annunciato uno sciopero immediato… «I magistrati devono applicare le leggi. Devono capire che non sono loro i legislatori. Uno sciopero delle toghe è un atto ai limiti dell’eversione».

Anche l’opposizione è insorta, Di Pietro parla di «deriva fascista»… «Vogliono far credere all’opinione pubblica che noi siamo nemici della Giustizia, quando i veri nemici sono quei magistrati, come era Di Pietro non molto tempo fa, che hanno smesso di indagare quando non era più conveniente farlo. Quando hanno scoperto che i soldi di Enimont portavano a via delle Botteghe Oscure, ex sede del Pds. È grazie a quei mancati processi che adesso c’è chi ha costruito un partito la cui unica ragione di vita è l’essere contro Berlusconi».

Pier Ferdinando Casini, invece, rimane a guardare. Non accetterà leggi ad personam, ma non sbarra la strada alla riforma. «Qui i provvedimenti ad personam sono stati presi contro Berlusconi, e non a favore. Intanto (nel caso Ruby, ndr) gli è stato negato il giudice naturale, sia per sede territoriale (che sarebbe stato Monza), sia per competenza (che sarebbe stato il tribunale dei ministri). Poi è stato negato alla sua difesa, come è successo solo alcuni giorni fa all’avvocato Ghedini, di far ascoltare dei testimoni. E infine, pur di colpire il presidente del Consiglio, sono stati sovvertiti i tempi della prescrizione del processo Mills, dal momento che la procura di Milano ha iniziato a calcolarli non dal momento in cui Mills avrebbe ricevuto i soldi, ma da quando avrebbe iniziato a spenderli. Ribaltare questo accanimento è un’opera di giustizia».

Al di là delle polemiche, Casini voterà la riforma? «Le polemiche riguardano le leggi ordinarie. La riforma costituzionale è un’altra cosa. Ci lavoreremo a fondo e ci confronteremo con tutte le forze dell’opposizione. Casini alla fine sarà dei nostri, ma spero lo siano tutti».

I futuristi con Briguglio hanno annunciato un «Vietnam parlamentare»… «No, non rispondo a interlocutori minori».


GHEDDAFI RESISTE E NOI PAGHIAMO, l’editoriale di Mario Sechi

Pubblicato il 8 marzo, 2011 in Politica estera | Nessun commento »

Il leader libico Gheddafi La situazione in Libia si sta maledettamente incartando e gli effetti cominciano ad essere tangibili anche per noi. I belli spiriti che non vogliono far niente, sperano che tutto torni a posto senza muovere un dito o con il minimo sforzo (degli altri) si stanno svegliando. Gheddafi ha scelto la via più atroce: la guerra civile. Gli analisti che assicuravano un impatto zero della crisi sul prezzo del petrolio e della benzina prendano l’auto e facciano sosta alla pompa. Il carburante è al prezzo record. E salirà ancora se l’Arabia Saudita si sveglia col piede sbagliato. L’Occidente sta a guardare, Gheddafi resta e il conto lo paghiamo noi. Gli americani hanno capito che l’attesa non può durare in eterno, ogni giorno che passa è il Gerovital per Gheddafi e la morte certa per centinaia di libici. Il presidente Obama ha ribadito che l’intervento militare è possibile. Può darsi che la sortita della Casa Bianca faccia parte per ora solo di una strategia di show of force, mostrare i muscoli per indurre il dittatore a cedere. Ma proprio per questo, non bisogna indebolire l’azione di Obama invitando gli Usa «a darsi una calmata». L’Italia esca dal reality della politica interna, il governo parli con una voce sola e la sinistra (come ieri D’Alema) la smetta di fare paragoni indecenti tra il dramma libico e quello che accade nel nostro Parlamento. Capisco che i partitanti non riescano a volare alto, ma almeno si diano da fare per non far volare più i caccia di Gheddafi. Mario Sechi, Il Tempo, 8 marzo 2011

BOCCHINO INSULTA IN TV IL DIRETTORE DE IL GIORNALE, SALLUSTI, REO DI AVER RICORDSATO CHE CI FU UN TEMPO IN CUI FINI STAVA CON SADDAM, E NON SOLO…

Pubblicato il 7 marzo, 2011 in Cronaca, Politica | Nessun commento »

Bocchino, il fedele scudiero di Fini che lo ha promosso sul campo “vicepresidente del nulla”, cioè del FLI

“Sei un killer”. Italo Bocchino va all’attacco del direttore del Giornale Alessandro Sallusti. L’occasione è la puntata di ieri sera di In Onda, il programma di La 7 condotto da Luca Telese e Luisella Costamagna. Si parla di politica estera e Sallusti ricorda a Bocchino un fatto di cronaca. Nel novembre del 1990, poco prima che scoppiasse la prima guerra del Golfo, l’allora europarlamentare ed ex segretario del Msi Gianfranco Fini andò in visita da Saddam Hussein con una delegazione capitanata dal leader dell’ultradestra francese Jean Marie Le Pen. L’obiettivo era riportare in Europa un’ottantina di ostaggi. Un approccio “dialogante” alla questione araba, molto diverso da quello che Fini avrà negli anni successivi, anche durante il suo periodo alla Farnesina. Una delle prime acrobazie della sua lunga carriera politica.

Il direttore del Giornale ricorda i fatti così: “Fini andò in ginocchio, a braccetto con il camerata Le Pen, a baciare l’anello di Saddam Hussein. Avrà rimosso anche questo…”. Irrompe il vicepresidente di Futuro e Libertà: “Non sai quello che dici”. Sallusti ribatte: “E’ un fatto storico”. Bocchino, di fronte ai fatti, si spazientisce: “Andò da parlamentare europeo con una delegazione di cui faceva parte anche Formigoni…”. E poi, non potendo negare l’evidenza, passa agli insulti. Sempre gli stessi: “Tu sei pagato da Berlusconi, lui ti paga lo stipendio. Berlusconi ti ha scelto come killer”. Secca la replica del direttore del nostro quotidiano: “Il tuo stipendio lo pago io, lo pagano tutti gli italiani. Mangi sui soldi pubblici, sei un mantenuto”.

Poi Bocchino sputa il rospo e svela il motivo dell’imboscata tesa a Sallusti. Questioni politica estera? No, roba interna: questioni familiari. “I telespettatori devono sapere che per la prima volta in 50 anni non hanno visto Pippo Baudo in Rai. Mia moglie fa il produttore cinematografico dal 1993, un anno prima di conoscermi, avrebbe quindi diritto a fare il proprio lavoro. Quest’anno a causa della campagna di diffamazione di Sallusti, il contratto che era stato fatto per il programma di Pippo Baudo è stato revocato. La ragione è che il produttore di Pippo Baudo nel 2010 era mia moglie per contratto. Evidentemente dopo la campagna denigratoria de Il Giornale era opportuno bloccare il programma”.

La visita di Fini provocò già allora molti malumori nella politica italiana e internazionale. A quel tempo Fini, momentaneamente spodestato dalla segreteria della Fiamma da Pino Rauti, cavalcava le istanze anti atlantiche e filo arabe del partito. Basta dare un’occhiata a un’intervista dell’epoca per rendersene conto. Il delfino di Almirante commenta così la decisione dei vertici Rai di non trasmettere un’intervista del TgUno al Raìs: “Questa censura è una delle pagine più stupidamente vergognose della storia della nostra informazione. E’ l’ultimo atto della censura sistematicamente attuata contro le tesi e le posizioni iracheneche in Italia sono conosciute per sentito dire e mai in modo realmente autentico”. E poi va oltre: “Si tratta di una linea ottusa che risponde solo all’intransigenza guerrafondaia dei circoli mondialisti”. Ma le frequentazioni scomode di Fini non si fermano al rais iraqeno. Nel 1991, il 2 agosto, Fini insieme a Mirko Tremaglia (oggi di Fli) e Roberto Menia (oggi di Fli) parte per Belgrado. Ad attenderlo c’è il leader comunista Slobodan Milosevic. Lo scopo della missione è tentare il recupero dell’Istria e della Dalmazia e sostenere il governo serbo per le questioni umanitarie. Sembra l’agenda di Toni Negri invece era quello Gianfranco Fini, prima di una delle sue innumerovoli giravolte. Nel 1999, poco prima dell’intervento militare contro la Serbia, aveva già cambiato radicalmente idea: ”Purtroppo Milosevic era, ed e’, sordo a qualsiasi linguaggio che non sia quello della fermezza militare” . E le acrobazie continuano…

MARINA BERLUSCONI REPLICA A SAVIANO E LO ZITTISCE: “IO NON CENSURO, CRITICO”

Pubblicato il 7 marzo, 2011 in Costume, Cultura | Nessun commento »

Domenica sera durante la trasmissione di RAI 3 di Fazio, Saviano, come al solito senza contradditorio, ha accusato la figlia di Berlusconi di averlo censurato e di non saper fare l’editrice. A Saviano, che evidentemente ha solo cercato di giustificare il cambio di editore dopo le estermazioni su Berlusconi, ha replicato duramente Marina Berlusconi. Ecco come.

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“Di quale paura sta parlando Saviano? E di quale contraddizione? Non ho e non ho mai avuto paura di esprimere le mie opinioni, anche estremamente critiche: nei confronti di Saviano e non solo nei suoi”. Il presidente della Fininvest e della Mondadori, Marina Berlusconi, risponde alle accuse lanciate dall’autore di Gomorra, ospite ieri sera di Fazio a Che tempo che fa. “Il fatto è che Saviano continua a non distinguere, o a far finta di non distinguere – continua Marina Berlusconi – tra le mie opinioni personali e le scelte della casa editrice che presiedo”.

Marina Berlusconi replica a Saviano Quanto detto ieri sera da Saviano costringe Marina Berlusconi a intervenire in quella che ritiene “una polemica ormai stucchevole”. Ma non può tacere di fronte alle accuse avanzate ieri dal giornalista: “Avrei dimostrato ‘paura politica’ perché mi sarebbe mancato il ‘coraggio di dire chiaramente’ che non sopporto più le parole di Saviano, sarei protagonista di una ‘contraddizione pesante’ in quanto sedicente ‘editore libero che poi, quando qualcosa non va, mi dà addosso’”. “La libertà di pensiero e di espressione è un diritto universale che a nessuno, e sottolineo nessuno – ribatte la numero uno della Mondadori – può essere negato: tutti hanno il diritto di criticare e tutti possono essere criticati. Ma criticare non vuol dire censurare”.

Opinioni personali e scelte editoriali “Le mie opinioni personali – continua Marina Berlusconi – nulla hanno a che vedere con le scelte della casa editrice che presiedo. Scelte che erano e restano totalmente libere e pluraliste: e questo, sia ben chiaro, non ‘nonostante’ la famiglia Berlusconi come azionista di riferimento, ma ‘anche grazie’ a noi e al modo autenticamente liberale di interpretare il nostro ruolo di editori”. Marina Berlusconi spiega, poi, che “ci sono i vent’anni della nostra presenza in Mondadori a dimostrare che questi non sono proclami retorici ma fatti incontestabili”. “Del resto Saviano può lamentare una censura? Una minor attenzione da parte della Mondadori nei suoi confronti? – si chiede il presidente della Mondadori – la tutela della più assoluta libertà di espressione degli autori,a cominciare da Saviano, è e resterà al centro del nostro essere editori”. In tutto questo, Marina Berlusconi non vede “la minima contraddizione”. “La contraddizione mi sembra piuttosto quella di chi rivendica giustamente per sè la sacrosanta libertà di parola e di critica che poi però pare non riconoscere ad altri – spiega – ma al diritto di avere delle idee e di esprimerle non ho alcuna intenzione di rinunciare”. “Se tutto questo a Saviano non sta bene, francamente non è certo un problema mio, ma solo e soltanto suo – conclude Marina Berlusconi – per quanto mi riguarda, posso solo aggiungere, e concludere, che continuare a giocare sull’equivoco, a voler confondere la legittima manifestazione di un’opinione con le scelte editoriali, mi pare strumentale e provocatorio oltre che decisamente ripetitivo”.

DISPERSA E SENZA LEADER: LA DIASPORA DELLA DESTRA ITALIANA

Pubblicato il 7 marzo, 2011 in Cultura, Politica | Nessun commento »


Mattia Feltri per “La Stampa

D’ improvviso, mentre la Seconda Repubblica volge a sera, la destra non c’è più. Se ne raccattano i pezzi, gli storaciani nel loro semi-ghetto, i berlusconiani aggrappati al governo, i finiani vaganti altrove. Ci sono pure gli apolidi, Domenico Fisichella a casa, i Silvano Moffa e i Pasquale Viespoli perduti nei gruppi misti parlamentari. Il fascismo fu archiviato con tutto il Novecento in sbrigativi congressi o addirittura in isolate e apodittiche sentenze ma, quando sarà conclusa la galoppata di Silvio Berlusconi, è la destra che rischia di svaporare senza un lamento.

Perché adesso? Perché nel lampo di pochi anni? «Perché tutto è finito», dice Pietrangelo Buttafuoco, il più affascinante fra gli intellettuali usciti dal Movimento sociale. L’arrivo della stagione del potere, spiega, ha dato l’occasione a ognuno «di farsi i fatti propri».

Alessandro Giuli (vicedirettore del Foglio di Giuliano Ferrara e autore del Passo delle oche, bel saggio edito da Einaudi che quattro anni fa analizzava la sterile identità postfascista e i guai che ne sarebbero derivati) condivide e la spiega così: «Il Movimento sociale era programmato per rispettare una leadership carismatica, magari contendibile ma non contestabile. Fosse Romualdi o Almirante non importava, ci si divideva in correnti, ma davanti a un leader indiscusso».

C’era naturalmente l’istinto di sopravvivenza del branco, dice Giuli. C’era l’arco costituzionale, i fascisti erano i topi di fogna, «e magari nelle sezioni ci si prendeva a cazzotti, ma fuori i comunisti ci davano la caccia. Fuori si rimaneva una falange», dice Giuli.

Quando non è più una questione di sopravvivenza, quando arrivano Berlusconi e il potere, «il gruppo dimostra di non avere tenuta. Già nella legislatura 2001-2006, Gianni Alemanno coltivava relazioni col mondo cattolico, Ignazio La Russa e Maurizio Gasparri erano detti berluscones e restavano con Fini per un rapporto personale alla lunga insufficiente», osserva Giuli.

E Buttafuoco rincara: «Una destra al potere la si penserebbe capace di dare una struttura all’establishment, di avere legami stretti con la scuola, con l’università, con la magistratura, con l’esercito. Non è successo niente di tutto ciò. Pure alla Rai, che è l’industria culturale, ci si è limitati a piazzare qualche parente e qualche famiglio». Buttafuoco aggiunge che non è stata formata una leadership, e in effetti le facce sono le stesse da anni.

Insomma, è una destra che non resiste a Berlusconi e alla prova del potere. Ma qui Luciano Lanna (firma del Secolo di Flavia Perina e autore del Fascista libertario , un manifesto culturale del neofuturismo appena uscito con Sperling & Kupfer) devia un poco: «Non credo che nella diaspora attuale c’entri la conquista del potere. Penso si tratti di una scomposizione e ridefinizione post-ideologica.

La Prima Repubblica ha tenuto sulla barricata missina persone profondamente diverse fra di loro, e le ha tenute insieme provocando grossi equivoci. C’erano i nostalgici, c’erano i conservatori, ma c’erano quelli come me che di destra non erano, che leggevano Junger e Pavese, che già allora si sentivano più vicini ai radicali, ai socialisti, al giovane Francesco Rutelli che a Storace».

La ratifica è di Buttafuoco: «Soltanto per ignoranza ci si stupisce che alcuni fra i finiani dicano cose di sinistra. Ma le dicevano ai tempi dell’Msi… Quello era un partito all’avanguardia, che si permetteva libertà sconosciute ad An o al Pdl e al Fli. Nel Msi c’era dibattito, spazio per tutte le idee, fermento, persino lacerazione. Questo improvviso e recente incendio, questo prevalere delle tensioni culturali, lo trovo molto interessante».

Lo sarà, soprattutto, se contribuirà a un passo ulteriore. Ne dubita Giuli, che considera quelli come Lanna «la cosa più genuina prodotta da Fli». Ma nel loro portentoso ecumenismo culturale, Giuli vede «una danza infinita sopra l’immaginario, da Evola ai Beatles (cita un capitolo del Fascista libertario , ndr)… un clamoroso complesso di inferiorità».

Non sarà da lì, dice Giuli, che uscirà una destra nuova. «Il fallimento attuale è figlio della liquidazione del fascismo senza l’elaborazione del lutto, soltanto perché un giorno Pinuccio Tatarella ci disse di levarci i calzoni neri e di indossare la grisaglia. Non si diventa grandi così. Forse una destra nuova, interessante, sorgerà soltanto al collasso della Repubblica antifascista», è la conseguenza che trae Giuli.

E sul punto non è lontano Lanna: «Io non faccio politica dal 1991. Non ho mai votato An ma voterò Fli. E spero che davvero sia arrivato il momento di buttare a mare destra e sinistra. Mi immagino un’alleanza della politica contro l’antipolitica, e soltanto dopo si riuscirà, spero, a cogliere quella fantastica occasione mancata con la Bicamerale del ‘97, quando ex fascisti ed ex comunisti stavano riscrivendo la Costituzione e cambiando la storia».

Un refolo di ottimismo che a Buttafuoco non muove un capello: «Temo che la destra sia legata inevitabilmente a dei blocchi sociali o delle stagioni, e che non sia capace di radicarsi, come dimostra la lunga stagione berlusconiana durante la quale non si è costruito nulla. Osservo. In particolare non mi piace nessuno. Dedico le mie simpatie a Casa Pound, l’unico luogo dove ancora si fronteggia il pregiudizio».