MAGISTRATI ALL’ASSALTO PER IMPEDIRE LA RIFORMA DELLA GIUSTIZIA
Pubblicato il 9 marzo, 2011 in Giustizia, Politica | Nessun commento »
Domani il Consiglio dei ministri affronta la riforma della giustizia. Dall’opposizione arriva qualche timido segnale di apertura aldialogo.Non c’è da illudersi, ma meglio del solito no a priori. Sulle barricate restano invece i magistrati, o meglio quei magistrati che vogliono continuare a fare politica oltre che gli affari loro. Oggi pubblichiamo la mailing list dei magistrati, cioè il sistema di posta elettronica dove le toghe si scambiano pareri e concordano iniziative al riparo da orecchie indiscrete. Quello che potete lettere sulle nostre pagine è sconcertante. Dallo scambio di email emerge non soltanto un clima d’odio contro la maggioranza politica, il Parlamento, le toghe più moderate. Ci sono infatti le prove che alcuni magistrati hanno nel mirino Silvio Berlusconi come persona, a prescindere da ipotesi di reato. Questi signori fanno politica, vogliono interferire sul potere legislativo, e per di più in orario di ufficio, come si evince dalle stampate dei messaggi che si scambiano.
Fa effetto vedere un giudice chiamare il premier «lo zietto Berlusconi» con tono dispregiativo e porsi il problema che una volta fatto fuori lui andrà affrontato il problema dei suoi elettori, cioè di dodici milioni di italiani che il vertice della magistratura evidentemente considera degli imbecilli e forse anche dei pericolosi criminali.
Ma quale indipendenza politica: c’è una parte di magistrati che nel segreto della posta elettronica getta la maschera e non solo,tanto che più d’uno si dice preoccupato per la freddezza di alcuni amici della sinistra, cioè del socio di maggioranza.
Più persone togate, quindi, si stanno mettendo d’accordo riservatamente per intralciare e contrastare la libera attività del Parlamento. Se non fossero magistrati, rischierebbero l’incriminazione per associazione segreta e a delinquere da parte di loro colleghi che vedono complotti ovunque. Purtroppo non è una esagerazione, ne sanno qualche cosa quei malcapitati finiti in queste ore nella ridicola inchiesta su una fantomatica P4, presunta lobby sovversiva, per la quale ieri sono stati perquisiti gli uffici del finanziere Francesco Micheli. Ne so qualche cosa io, che per aver scritto un articolo sulla presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, mi sono ritrovato inquisito e perquisito.
Sarebbe orribile, ma interessante, perquisire case e uffici di quei magistrati così dichiaratamente schierati contro Berlusconi e contro chiunque graviti nell’area del centrodestra. Magari si scoprirebbe che non sono poi così indipendenti come sostengono, che hanno perso i requisiti minimi per svolgere uno dei mestieri su cui si regge una società civile. Cioè quell’imparzialità che garantisce ai cittadini il diritto di essere giudicati in base a fatti certi, provati al di là di ogni ragionevole dubbio e non sull’onda di teoremi e pregiudizi politici.
Domani sapremo quali sono le intenzioni del governo. Speriamo solo che, a differenza di quanto si è visto in questi 18 anni di Seconda Repubblica, questa volta agli annunci seguano i fatti. Alessandro Sallusti, Il Giornale, 9 marzo 2011




Nel Consiglio dei ministri straordinario di giovedì gli elementi chiave della riforma «epocale» della Giustizia cominceranno a prendere forma. Maurizio Gasparri, capogruppo del Pdl al Senato, tiene i piedi per terra, ma sembra fiducioso. «Sono anni che ci lavoriamo, vogliamo ridurre la politicizzazione delle correnti della magistratura, mica – come ci accusano – ammazzare i processi».
La situazione in Libia si sta maledettamente incartando e gli effetti cominciano ad essere tangibili anche per noi. I belli spiriti che non vogliono far niente, sperano che tutto torni a posto senza muovere un dito o con il minimo sforzo (degli altri) si stanno svegliando. Gheddafi ha scelto la via più atroce: la guerra civile. Gli analisti che assicuravano un impatto zero della crisi sul prezzo del petrolio e della benzina prendano l’auto e facciano sosta alla pompa. Il carburante è al prezzo record. E salirà ancora se l’Arabia Saudita si sveglia col piede sbagliato. L’Occidente sta a guardare, Gheddafi resta e il conto lo paghiamo noi. Gli americani hanno capito che l’attesa non può durare in eterno, ogni giorno che passa è il Gerovital per Gheddafi e la morte certa per centinaia di libici. Il presidente Obama ha ribadito che l’intervento militare è possibile. Può darsi che la sortita della Casa Bianca faccia parte per ora solo di una strategia di show of force, mostrare i muscoli per indurre il dittatore a cedere. Ma proprio per questo, non bisogna indebolire l’azione di Obama invitando gli Usa «a darsi una calmata». L’Italia esca dal reality della politica interna, il governo parli con una voce sola e la sinistra (come ieri D’Alema) la smetta di fare paragoni indecenti tra il dramma libico e quello che accade nel nostro Parlamento. Capisco che i partitanti non riescano a volare alto, ma almeno si diano da fare per non far volare più i caccia di Gheddafi. Mario Sechi, Il Tempo, 8 marzo 2011

