CRISI IN NORDAFRICA: A LAMPEDUSA SBARCANO 1000 PROFUGHI IN 12 ORE

Pubblicato il 7 marzo, 2011 in Cronaca, Politica estera | Nessun commento »

Profughi a bordo di un barcone provenienti dalla Tunisia

Profughi a bordo di un barcone provenienti dalla Tunisia

Un altro barcone, il dodicesimo nel giro di poche ore, è stato avvistato poco fa da un Atr 42 della Guardia di Finanza a poche miglia da Lampedusa. A bordo, secondo una prima stima, vi sarebbero una cinquantina di migranti.

Intanto sono cominciati questa mattina i trasferimenti degli immigrati sbarcati nelle ultime ore a Lampedusa. I primi cento sono partiti con un aereo diretto verso Il Cpt di Crotone, altri 64 sono stati imbarcati sul traghetto di linea “Palladio” diretto a Porto Empedocle. Nel Centro di contrada Imbriacola si trovano ancora un migliaio di profughi, quasi tutti tunisini. Il ponte aereo predisposto dal Viminale dovrebbe proseguire per tutta la giornata, in modo da consentire lo svuotamento della struttura come ha assicurato ieri il ministro dell’Interno Roberto Maroni al sindaco di Lampedusa, Bernardino De Rubeis. Questa mattina, intanto, si è alzato nuovamente in volo l’Atr 42 della Guardia di Finanza, che ieri aveva avvistato gli undici barconi poi approdati a Lampedusa, per una ricognizione nel Canale di Sicilia.

Dopo una notte di fermento e via vai, sono stati tra i 300 e i 400 gli uomini che nelle prime ore del mattino di oggi sono riusciti ad imbarcarsi al porto tunisino di Zarzis e prendere il largo diretti in Italia. Auto e camion pieni di ragazzi pronti a partire sono giunti al porto dove molti di loro hanno acquistato per 2500 dinari (1400 euro, questo l’attuale ‘prezzo di mercato’) il loro ‘biglietto per una vita nuova’. Le ‘adesioni’ si raccolgono al bar dove da giorni si aggirano persone che prendono nomi e compilano liste. A decine i ragazzi arrivano sulla spiaggia al buio a fari spenti in attesa che i controlli dell’esercito si allentino e potersi così imbarcare sulle piccole barche necessarie per raggiungere le quattro più grandi imbarcazioni che aspettano al largo. La traversata fino a Lampedusa dirà tra le 10 e le 12 ore, in particolare adesso che il mare è tornato molto calmo. Con l’alzarsi del sole, al mattino al porto di Zarzis non si vede più quasi nessuno: chi ce l’ha fatta è partito, chi resta aspetta in macchina e conta i soldi.

LA FRANCIA SVOLTA A DESTRA (MA NON DITELO A FINI)

Pubblicato il 7 marzo, 2011 in Politica estera | Nessun commento »

Dunque la Francia ha voglia di destra. Ne ha voglia al punto di essere pronta a votare per lei alle presidenziali; insomma, a mandarla al ballottaggio. Le cifre del sondaggio pubblicato ieri dal quotidiano Le Parisien sono chiare: Marine Le Pen, figlia d’arte e da pochi mesi leader del Fronte nazionale, arriverebbe in testa con il 23% delle preferenze, due punti sopra il presidente Sarkozy e la leader socialista Martine Aubry, fermi entrambi al 21%. Dunque, andrebbe dritta al ballottaggio, come suo padre, Jean-Marie, nel 2002; ma con una differenza sostanziale. Lui ci andò per caso, più per demeriti della sinistra (che arrivò al voto divisa), che per meriti propri. Questa volta, invece, la popolarità di Marine appare consapevole e voluta. Una scelta, non un azzardo, che molti in Francia hanno già iniziato a demonizzare e che, invece, ancor prima di essere criticato, andrebbe capito e analizzato.
Sia chiaro: la destra che apprezziamo è quella moderata e liberale che governa in molti Paesi europei. Formazioni estremiste come il Fronte nazionale non rappresentano, a nostro giudizio, una risposta accettabile ai problemi di oggi, ma se questi partiti emergono con tanta forza (e non solo in Francia), significa che quelli tradizionali sbagliano o perlomeno che non sanno più essere in sintonia con la società.
Oggi un numero crescente di francesi rifiuta l’immigrazione incontrollata e la conseguente imposizione, per inerzia, di una società multietnica. Persino la Francia – le cui radici culturali e nazionali sono da sempre molto profonde – soffre una profonda crisi identitaria. Aggiungete gli effetti della crisi economica, la larvata ma implacabile erosione della sovranità nazionale generata dall’Unione europea, la paura che i recenti sommovimenti nel Nord Africa provochino un’altra ondata migratoria e il quadro appare nitido.
Marine Le Pen è donna e grazie ai suoi 42 anni intercetta un pubblico metropolitano, giovane che suo padre non riusciva a sedurre. È preparata e carismatica. Appare meno estremista, meno «fascista» di Jean-Marie; dunque più accettabile. Nessuno può sapere se nella primavera del 2012, quando si svolgeranno le nuove presidenziali, riuscirà a giungere al ballottaggio; di certo, però, la sua popolarità non è immotivata.
E questo dovrebbe far riflettere Sarkozy, il suo declino nei sondaggi ha molte ragioni; una, però, è evidente: da circa un anno il presidente tende ad accreditarsi come leader centrista e ha notevolmente annacquato le sue posizioni sui temi sociali e identitari. Doveva essere la mossa vincente per spiazzare la sinistra. E invece lo sta danneggiando.
Nel 2007 Sarkoy vinse perché propose un programma innovativo e liberaldemocratico e al contempo molto profilato sull’immigrazione e sulla necessità di preservare i valori della tradizione. Senza mai dichiararlo, «rubò» spazio proprio a Le Pen, dando una rispettabilità a idee che, altrimenti, tendevano al razzismo e all’intolleranza. I francesi, premiando Marine, chiedono che quelle esigenze tornino al centro dell’agenda politica e Sarkozy dovrà prenderne atto. Se vuole restare all’Eliseo deve essere quello di quattro anni fa. Insomma, deve andare a destra e ancora a destra.
E in Italia? Certi umori sono palpabili anche nel nostro elettorato, che quando pensa alla destra francese la ricollega non a Bossi, né a Berlusconi, ma a Gianfranco Fini. Al Fini del Msi, che negli anno Ottanta abbracciava Jean-Marie Le Pen, ma anche al Fini di Alleanza nazionale, che, unico italiano, nel 2008 veniva invitato proprio da Sarkozy a celebrare i suoi allora freschi successi.
Gianfranco Fini, però, non è più quello di 25 anni fa e nemmeno quello di tre anni fa. A onor del vero, non è più nemmeno di destra. Ragiona e agisce come un leader progressista, canta le lodi della globalizzazione e si presenta come alfiere del Terzo Polo. Sogna un’Italia multietnica che fino a qualche tempo aborriva e non vibra più per quei valori patriottici che un tempo lo commuovevano. È convinto che il futuro sia al centro, per ragioni che la maggior parte dei suoi estimatori continua a non capire e lui a non spiegare. Per questo è destinato a perdere. Solo soletto. Fonte: Il Giornale, 7 marzo 2011

RIFORMA DELLA GIUSTIZIA: STAVOLTA NON CI FERMERANNO

Pubblicato il 7 marzo, 2011 in Giustizia, Politica | Nessun commento »

E’ quello che dichiara in un intervista al Tempo il capogruppo alla Camera del PDL, Fabrizio Cicchitto:Ci sono le condizioni.

Il capogruppo del Pdl alla Camera Fabrizio Cicchitto «La riforma della Giustizia non è ancora arrivata in porto perché in questi anni all’interno della maggioranza prima l’Udc e poi Fini hanno bloccato elementi importanti». Lo dice il capogruppo Pdl alla Camera Fabrizio Cicchitto ottimista sulla possibilità di portare a casa comunque il risultato di un cambiamento delle norme che regolano l’organizzazione giudiziaria. «Con l’uscita di Fini dal Pdl, e la maggiore omogenizzazione delle forze che sostengono il governo, può essere la volta buona» aggiunge Cicchitto. E il traguardo è ancora più vicino visto che la riforma «epocale» della giustizia ha incassato il via libera della Lega. «Ci sarà il nostro appoggio» ha annunciato il leader del Carroccio, Umberto Bossi.

Si tratta di un terreno minato da più di 15 anni. È così certo della vittoria? «I tempi sono maturi perché il dato vero è che, dal 1991 in Italia, siamo in una fase nella quale con caratteristiche diverse la giustizia è stata utilizzata a fini politici».

Cosa è cambiato in questi anni? «Nel 1992 la magistratura si è rivolta principalmente contro cinque formazioni politiche salvaguardando la sopravvivenza dell’ex Partito Comunista. Dal ‘94 in poi la stessa operazione è stata fatta con Silvio Berlusconi. Il retroterra culturale della richiesta di riforma è dunque politico».

Questo spiega anche lo scontro tra le diverse forze politiche sul tema. «Esatto. Il terreno nel quale si gioca il futuro della riforma non è neutro ma appunto politico. Ed è questo che ha finora condotto a uno scontro così duro».

Il disegno di legge andrà in porto questa volta? «Le condizioni ci sono. L’uscita di Gianfranco Fini dalla maggioranza ha reso quest’ultima più omogenea sul tema».

Avrete bisogno anche di un sostanziale appoggio dell’opposizione. «Se non ci sarà un’ampia convergenza andremo al referendum costituzionale».

Pensate di trovare sostegno nei banchi della minoranza? «Per ora non capisco l’atteggiamento dell’onorevole Casini. Quanto al Pd ci sono indubbiamente parti alleate con una certa magistratura che non vogliono che la politica metta le mani sulle regole della giustizia. È un settore dell’opposizione che sostiene il partito dei giudici e difficilmente sarà a favore della nostra proposta. Ci sono anche voci a favore ma per ora sono elementi singoli come il senatore Morando e la senatrice Chiaromonte. Il complesso del Pd sta allo stato purtroppo su tutt’altre posizioni».

Quali sono le norme più importanti nel testo che la maggioranza ha predisposto? «Lo sdoppiamento delle carriere e dei Csm. E dall’altra parte un parziale recupero dell’autonomia da parte degli organi di polizia».

L’accusa più ricorrente verso la riforma è che serva a salvare Berlusconi dai suoi guai giudiziari. Cose risponde? «Le vicende giudiziarie di Berlusconi non sono personali ma sono il risvolto dell’anomalia italiana che si chiama uso politico della giustizia».

Non sarà che la tesi del complotto e della persecuzione paga sempre nei confronti dell’opinione pubblica? «Non è esatto. La persecuzione giudiziaria nei confronti di Berlusconi è nei fatti. L’attacco è stato scientifico. Prima ci hanno provato con la corruzione, poi con le inchieste di mafia e le bombe. Non hanno ottenuto nessun risultato così lo hanno attaccato sulla vita privata. Quest’ultimo aspetto non veniva toccato in Italia dal caso Montesi. E anche questo dà l’idea che le stanno provando tutte».

L’anomalia italiana: l’uso politico della giustizia ha una motivazione. Una ragione che possa spiegarla? «Le ragioni sono molteplici. Come il fatto che l’Italia ospitasse il più grande Pci dell’Occidente che non è diventato dopo il muro un vero partito socialdemocratico. Ma anche il fatto che all’interno della magistratura ci sia una componente con forte politicizzazione come Magistratura Democratica che ritiene il diritto lo strumento per la trasformazione rivoluzionaria del sistema». Filippo Caleri, Il Tempo, 7 marzo 2011

METTI…QUATTRO FINIANI AL CINEMA

Pubblicato il 7 marzo, 2011 in Politica | Nessun commento »

Flop a Roma della prima assemblea dei circoli di Fli. Fini a chi ha lasciato: “Ci sono uomini, ominicchi e quaquaraquà“. Poi il solito attacco al Cav: “Lui e la sinistra sono conservatori”.

Il presidente della Camera, Gianfranco Fini, durante il suo intervento alla prima assemblea dei circoli di Futuro e Libertà La parola magica è «deparlamentarizzazione». A pronunciarla, alla prima assemblea dei circoli di Futuro e Libertà, è il deputato Antonio Buonfiglio, che introduce i lavori dell’ennesima «convention» finiana. La sua tesi è molto semplice. Sì, è vero, in Parlamento negli ultimi tempi ci sono state alcune fughe, in pieno stile “si salvi chi può″. Ma quel che conta è il Paese, quello che sta fuori dai Palazzi della politica. «Il Paese». «La base». Sarà. Intanto la scena è questa: è domenica mattina, nella Capitale c’è il sole, Gianfranco Fini – uno che la politica la fa mica da ieri, un leader, un capo popolo – interviene alla prima assemblea dei circoli di un partito appena nato in un cinema in centro, e – ad ascoltarlo – ci sono quattro gatti. «Ma come? – Si dirà – la sala era quasi piena. Appunto. Una sala da 400 posti «quasi piena» per Gianfranco Fini. Quando il presidente della Camera fa il suo glorioso ingresso, sulle note dell’Inno di Mameli, i «buchi» si fanno ancora più evidenti. I cartelloni che sono stati distribuiti, su cui campeggia l’improbabile scritta «Fini presidente», sono pochi e non attirano l’attenzione dei flash. Sono gli stessi finiani, off the record, a mostrare un certo rammarico: «In realtà ci aspettavamo qualcosina in più», ammette qualcuno. Bocchino e compagni si consolano plaudendo alla presenza di Adolfo Urso, dato in partenza per giorni da Fli, e schierato in poltrona accanto a Fini per sottolineare alle telecamere la vicinanza tra i due. È invece assente Andrea Ronchi, ma «per motivi familiari», si affrettano a ripetere gli organizzatori. «Gli italiani», quelli che sono rimasti a casa, in realtà non è che si siano persi granché. L’intento della manifestazione – neanche troppo nascosto – è quello di chiarire, una volta per tutte, l’area politica di riferimento di Fli. «Il vero centrodestra», è lo slogan che campeggia ovunque. Fini ripete quel che recita da settimane. Intanto le defezioni: «Dopo il congresso non si deve dedicare un solo minuto in più a chi c’era e a chi non c’è più. Il problema non è quanti deputati abbiamo, se uno in più o uno in meno, ma conta soltanto avere le idee. Quel che è avvenuto mi ha fatto pensare al romanzo “Il giorno della civetta” (di Leonardo Sciascia, ndr) dove si dice che esistono uomini, ominicchi e quaquaraquà», spiega. Poi il Cav e la Sinistra: quanto a una politica veramente riformatrice e che guardi ai problemi veri del Paese «il centrosinistra è in ritardo quanto Berlusconi». L’essere alternativi all’attuale centrodestra – ribadisce – non significa non essere alternativi a questa sinistra, che in quest’ultimo periodo – Fini ne è sicuro – non è stata in grado di mettere in campo un’idea che appassioni gli italiani». A quanto pare, stando a quel che è accaduto una domenica mattina in un cinema romano (e volendo per un attimo dimenticare quanti lo hanno già abbandonato in Parlamento) non ci è riuscito neanche lui. da Il Tempo, 7 marzo 2011

.……..Sin qui la cronaca della manifestazione di ieri a Roma in un cinema semivuoto di un FLI sempre più in affanno e un Fini sempre più intontito dalle sonore legnate – politiche – che gli stanno cadendo sulla testa. Ed è proprio dinanzi alle poltrone vuote che Fini realizza l’ennesima giravolta di questi ultimi convulsi giorni della sua esistenza politica. Era di destra,  un secolo fa, poi i suoi luogotenenti, da Bocchino a Granata, a Briguglio (il trio più comico del mondo) si dicono pronti, non smetiti da Fini,  a fare la santa alleanza con la sinistra, sino a Vendola, pur di distruggere quello che sino a poco prima era stato anche il loro idolo, cioè Berlusconi. L’operazione non va in porto e dal 14 dicembre in poi non solo il governo non affonda sotto i colpi di machete di questi avventurieri da quattro soldi, ma supera ogni prova parlamentare e si rafforza nei numeri, anche grazie al ritorno alla “casa del padre” di numerosi finiani che non digeriscono la deriva sinistroide di Fini e della sua compagnia. Fini, piccato, dichiara che non è vero che  vuole andare a sinistra e a Milano un mesetto fa riposiziona il suo quasi abortito partitino, dichiarandolo di destra, una destra “moderna, europea, repubblicana” (lasciamo perdere i primi due aggettivi, buoni per tutti gli usi, ma chissà che cosa voglia dire il terzo – repubblicana - dato che in Italia non c’è la monarchia  e non c’è pericolo che essa ritorni). Nion gli crede nessuno, tanto che proprio dopo Milano  si registrano ulteriori defezioni alla Camera e si scioglie il gruppo al Senato, con deputati e senatori che prendono le distanze da Fini e se ne tornano a casa , nel centro destra. Nei confronti di costoro Fini  picchia con la cattiveria che gli è consueta: insinua che siano stati corrotti o che siano affetti da allucinazioni colelttive. Non gli è  passato  per la testa e se ciò accade l’ignora, che deputati e senatori abbiano compreso che il suo progetto nulla ha di politico e molto di personale, per cui non ne hanno più condiviso l’indirizzo, specie quello di contraddire la propria storia personale e avventurarsi in un percorso che è la negazione di ciò che ciascuno di loro avevano sempre professato: la contrapposizione alla sinistra. Ieri, a Roma, Fini, compie l’ennesima giravolta. Infatti si è spostato al centro, da dove ha bacchettato tutti. Destra e sinistra, entrambi definiti conservatori, e perciò incapaci di guardare al …..2020! Peccato che il 2020 sia lontano, e politicamente, lontanissimo, ma fa specie che Fini così facendo si sia spostato, da destra,  al …centro, ignorando che al centro c’è già Casini e che le cose che dice e che ha detto ieri dinanzi alle poltrone vuote del cinema romano, ammesso che abbiano fondamento, le dice da tempo lo stesso Casini, senza molto successo. E basta ciò per aver prova dell’intontimento politico di Fini che, però,  non si è risparmiata una ultima stoccata, suqallida e ignobile,  ai parlamentari che l’hanno lasciato, citando, male, lo Sciascia del ” Il Giorno della Civetta”: mi hanno fatto  capire, ha detto, cosa volesse dire Sciascia allorchè parla di uomini, ominicchi e quaraquaraquà“, ignorando però le altre due categorie in cui Sciascia per bocca del mafioso don Mariano divide gli uomini, cioè i mezzi uomini e i piglianculo. Delle due, l’una: o Fini non ha letto il romanzo che ha citato o che Fini si individua in una delle altre due categorie. g.

FABIO FAZIO E IL “PLUARSIMO” DI RAI 3

Pubblicato il 6 marzo, 2011 in Costume, Politica | Nessun commento »

Puntata di ‘Che tempo che fa’ su politica e informazione. Ospiti? Di Pietro e Floris. Domenica c’è Saviano…

Il piccolo schermo continua a far discutere. Gli ultimi “campi di battaglia” su cui confrontarsi sono stati la proposta di una “Rai a targhe alterne” (con turnazione settimanale dei conduttori) e le polemiche sul ritorno (e sul compenso) di Giuliano Ferrara nella televisione pubblica. Polemiche sterili per qualcuno, proposte inaccettabili per altri oppure argomenti di legittima discussione. Ed ecco che allora Fabio Fazio dedica una puntata speciale del suo Che tempo che fa al tema “politica e informazione”, in onda ieri sera.


Gli ospiti? Antonio Di Pietro, l’ex magistrato oggi ultrà parlamentare e massimo esponente dell’antiberlusconismo militante che ha pontificato  sulla situazione politica, economica e sociale del Paese, e  sulla decisione presa dal ministro dell’Intero, Roberto Maroni, di non accorpare in un’unica data le prossime elezioni amministrative (fissate per il 15 e 16 maggio) e le tre consultazioni referendarie (su ritorno al nucleare, privatizzazione dell’acqua e legittimo impedimento).

Il secondo ospite è stato  Giovanni Floris, giornalista e scrittore, nonché conduttore di Ballarò, uno dei principali avamposti televisivi nella lotta al Presidente del Consiglio. Floris ha (s)parlato proprio del controverso documento presentato lo scorso 1 marzo in Commissione parlamentare di Vigilanza Rai dal Senatore Pdl Alessio Butti, il cosiddetto “Schema di risoluzione in materia di pluralismo nell’informazione e nei programmi di approfondimento”, il testo che prevede la già citata alternanza settimanale. Terzo ospite, Alberto Angela, il celebre conduttore che ha  presentato la nuova serie del programma Ulisse: il piacere della scoperta, che riprenderà a breve su Rai3. A completare la puntata le analisi climatiche e ambientali di Luca Mercalli, e la rubrica d’attualità curata da Massimo Gramellini, firma di punta de La Stampa, che di certo tenero con Berlusconi non è mai stato. Alla faccia del pluralismo…

Ma non è tutto. Perché nella seconda puntata settimanale, quella di  oggi, domenica, l’ospite unico sarà lo scrittore Roberto Saviano, braccio destro di Fazio nell’ormai celebre trasmissione Vieni via con me. L’autore di Gomorra torna in tv per presentare il libro che riprende il titolo della trasmissione dei monologhi, in libreria dallo scorso 2 marzo. Nel corso della puntata è stato annunciato che Saviano aggiornerà alcune delle vicende trattate sul piccolo schermo, parlando anche della sua esperienza televisiva e del suo rapporto con la politica. A fine puntata ci sarà il solito sbracato appuntamento con Luciana Littizzetto, che commenterà a modo suoi i fatti della settimana.

Per inciso, come Di Pietro la pensi sull’election day lo ha già anticipato venerdì sul suo blog, snocciolando la consueta serie di insulti e improperi. Maroni, secondo il leader Idv, è un ministro che fa “il contrario di quello che dovrebbe” e “brucia 50 milioni di euro”, insomma Maroni assomglia “a un pazzo o a un truffatore. In questo caso”, specifica, a “un truffatore” poiché i soldi “vengono bruciati per fare in modo che i cittadini non esercitino il loro diritto di voto, sancito dalla Costituzione”. Quindi, prosegue Tonino, “il Viminale finanzia, naturalmentea spese nostre, una plateale violazione delal Costituzione effettuata da chi più di ogni altro dovrebbe rispettarla e farla rispettare”. Libero, 6 marzo 2011

DUE PESI E DUE MISURE: QUANDO LA PM MILANESE ILDA BOCCASSINI DIMENTICO’ UN INNOCENTE 9 MESI DIETRO LE SBARRE…E NON LE E’ SUCCESSO NIENTE

Pubblicato il 6 marzo, 2011 in Giustizia | Nessun commento »

Gli scheletri di Ilda la rossa. Agli agenti non arrivò mai l’ordine del magistrato di rilasciare un ragazzo slavo rilasciato per “false generalità“

Milano – Ci sono detenuti e detenuti. Innocenti o presunti tali costretti a restare in cella per un errore o una dimenticanza. A Milano negli anni Ottanta i detenuti in attesa di giudizio erano abbastanza numerosi. Questa è la storia di due persone, diversissime. Per una singolare coincidenza succede che lo stesso magistrato chieda da un lato la scarcerazione di uno e si «dimentichi» in cella l’altro. Lei è Ilda Boccassini, agli albori di quel decennio già magistrato rampante e super protetta dall’ombrello di Magistratura democratica. Assieme ad altre toghe della sua corrente, Ilda il 17 febbraio del 1981 mette la sua firma sotto una lettera appello, pubblicata dal Manifesto, per chiedere che Mario Dalmaviva, da 36 giorni in sciopero della fame venga trasferito dalle carceri speciali per terroristi a un penitenziario comune. Scrivono i magistrati di Md: «Il regime carcerario speciale è del tutto al di fuori dei principi costituzionali». Dalmaviva, un pubblicitario che giocava in Borsa per finanziare il movimento studentesco, era accusato da due pentiti Br, Fioroni e Sandalo, ed era coinvolto nella famigerata operazione 7 aprile, la maxi inchiesta voluta dall’allora pm di Padova Pietro Calogero, che emise in tutto 22 mandati di cattura contro i leader di Autonomia operaia come Toni Negri, Franco Piperno e Oreste Scalzone, accusati di associazione sovversiva e banda armata. Tutti prosciolti con formula dubitativa nel 1984 in primo grado, poi condannati in appello e in Cassazione. Dalmaviva fu condannato a sette anni di carcere, ridotti poi a quattro e già scontati col carcere preventivo. Lo stesso giorno dell’appello proprio il Manifesto pubblica la notizia dello spostamento di Dalmaviva in una cella comune. E quando il procuratore capo della Repubblica di Milano chiede al Csm la censura per la Boccassini (lei e Francesco Greco vennero sospesi dal «turno esterno») Md insorge: «L’impegno politico non è causa di turbamento nel corretto esercizio delle loro funzioni». Amen.
Pochi mesi dopo, il 13 novembre 1981, finisce a San Vittore un ragazzo di origine slava, Mirsaad Adzimuhovic. E lì resta per nove mesi, fino al 26 luglio. Fermato e portato in caserma per «false generalità», venne interrogato 4 giorni dopo dalla Boccassini. Il fermo, secondo il pm, non fu convalidato, ma all’ufficio matricola del carcere secondo l’agenzia Ansa non arrivò mai. Sempre secondo la Boccassini il verbale di carcerazione venne «smarrito». A marzo Adzimuhovic scrisse una lettera al giudice di sorveglianza e un magistrato dell’ufficio gli rispose due giorni dopo che doveva considerarsi «a disposizione della procura». Passarono altri mesi e il detenuto chiese di parlare col giudice di sorveglianza Francesco Maisto. Fu lui a chiedere al pretore la scarcerazione del detenuto, che scattò solo alcuni giorni dopo che la procura l’aveva a sua volta disposta. Il caso indignò l’opinione pubblica, tanto che alcuni parlamentari chiesero al ministro di Grazia e Giustizia quali provvedimenti avrebbe adottato per «accertare le responsabilità del drammatico episodio» e come sarebbe stato risarcito l’uomo per la «sconcertante negligenza dei pubblici poteri». Il Giornale, 6 marzo 2011

I TRAFFICANTI DI NOTIZIE PADRONI DELLA SINISTRA, di Giuliano Ferrara

Pubblicato il 6 marzo, 2011 in Costume | Nessun commento »

Perché non esiste più una auto­noma politica della sinistra? Perché l’opposizio­ne è governata dall’esterno, da giornalisti che fanno i magistrati e da magistrati che trafficano in noti­zie con i giornalisti?

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Perché non esiste più una auto­noma politica della sinistra italiana? Perché l’opposizio­ne è governata dall’esterno, da giornalisti che fanno i magistrati, gli origliatori, i pornoromanzieri, e da magistrati che trafficano in noti­zie con i giornalisti? Il giornalista di sinistra all’italiana è arrogante, è self­righteous (dal vocabolario: che si considera moralmente superiore, moralistico, bigotto). Non sopporta che qualcuno si metta in posizione di attacco, che lo critichi, che si difen­da su un piano di parità. Non cerca l’interlocutore, non accetta sfide ca­valleresche (vero, Scalfari?). Si sente investito di una missione che perse­gue senza rischi reali ma in modo fa­natico. Pensa di lavorare gratuita­mente per il bene della causa, e per il bene in generale. Non tollera dissen­si che non entrino di forza nel copio­ne di una commedia scritta da lui stesso, con protagonisti e antagoni­sti inventati allo scopo di compiace­re il lettore o lo spettatore, il suo incli­to pubblico di perbenisti. Esistono eccezioni, ma sono molto rare.

L’artista, lo scrittore, il giurista, il professore politicamente corretti so­no varianti di questa figura sociale del giornalista di sinistra all’italiana, e scrivono per lo più nei giornali o so­no (come diceva sorridendo Sergio Saviane) «maestri di gettonanza» te­levisiva. Frequentano voluttuosa­mente i luoghi in cui si realizza ben più che nell’arte o nell’accademia la loro vera identità psicologica, si esprime il loro rancore sociale, una infinita presunzione d’innocenza ol­tre il terzo, il quarto e il quinto grado di giudizio. Il loro idolo inconfessato è il mercato inteso nel senso idolatri­co del termine: le copie vendute, i premi amorosamente corrisposti, lo share of voice, la popolarità a buon prezzo, quella che si conquista dicen­do alla tua gente quel che la tua gente vuole sentirsi dire. Non c’è destrezza in tutto questo, non c’è mai sorpresa, non c’è invenzione. Abilità, inventi­va e imprevedibilità sono considera­te malandrinate, doti ciniche di un temperamento che può essere sì ro­busto, e che può anche incarnarsi in una qualche intelligenza, ma è ine­quivocabilmente votato al male mo­rale, alla doppiezza, a una mefistofe­lica incapacità di grazia.

Sono disposti alle più furbe mani­polazioni, ma sempre e solo nel qua­dro di questa strana teologia: la sal­vezza è amministrata dall’opinione pubblica, un corpo mistico e giudi­cante superiore all’elettorato, al po­polo, alle miserie quotidiane dell’uo­mo medio. Guardate i diari di Monta­nelli: era uno di noi, un principe del­l’ambivalenza, un uomo integral­mente inserito nel Palazzo della poli­tica, un qualunquista di talento, un gran pettegolo, un bel conservatore pieno di autoironia e di vanità dichia­­rata, un anticomunista e un italiano purissimo rassegnato amorevolmen­te a dannare e ad amare, con la riser­va dell’ironia e dell’intelligenza, il ca­rattere suo e dei suoi compatrioti. Ne hanno fatto un feticcio ideologico, in vecchiaia. Montanelli era il profeta dell’uomo comune, e faceva opinio­ne in questa veste; i suoi adoratori sa­crileghi schiacciano invece l’uomo medio sotto il peso di un’opinione che lo forgia, lo sovrasta, lo guida co­me una marionetta. I liberal america­ni, anche quando furono travolti da una variante eccentrica e molto im­probabile di comunismo a stelle e strisce, come avvenne al musicista dell’età di Roosevelt Aaron Copland, dedicarono al common man inni e fanfare con orchestre squillanti di ot­toni. I nostri guru di sinistra invece lo disprezzano, lo considerano la schiu­ma della terra, lo vogliono ridotto al silenzio. L’opinion,creatura dell’illu­minismo radicale nato in Francia, re­alizza l’utopia di un eroismo colletti­vo, arrembante, canterino, in cui non c’è spazio per il mito democrati­co anglosassone temperato da una autentica cultura liberale, per l’indi­viduo e per il cittadino. La classe dirigente di sinistra, quel­la che si conquista la nobile pagnotta della politica facendosi eleggere in Parlamento, praticando lo scambio e il negoziato, facendo esperienza e imparando tra gli errori l’arte di uni­re le forze in vista di obiettivi possibi­li, realistici,è soverchiata dall’opinio­ne e dai suoi padroni. I padroni del­l’opinione sono diventati i padroni della politica. Sono i nuovi padroni del vapore, per dirla con la formula del vecchio azionista e radicale Erne­sto Rossi. La loro offerta pubblica d’acquisto,una perfetta compraven­dita di influenza e prestigio, altro che le transumanze di quelli che varcano la linea in su e in giù, si dispiega a prezzi stracciati: inventano un lea­der al giorno, dettano condizioni im­pietose, misurano gli spazi vitali del­l­’informazione secondo le loro classi­fiche di rispettabilità e di ossequio ai dante causa. La destra si è scelto un padrone, un outsider, uno che si muove come un elefante nel negozio di cristalleria dell’Italia parruccona, corporativa, e del suo establishment fragile e insicuro. I padroni dell’opi­nione si sono scelti la sinistra, e la ten­gono ben stretta tra le loro mani. Giuliano Ferrara, Il Giornale, 6 marzo 2011

IL PROCESSO DEL LUNEDI’, l’editoriale di Mario Sechi

Pubblicato il 6 marzo, 2011 in Politica | Nessun commento »

Per la prima volta il Cavaliere decide che la sua strategia è quella di difendersi nel processo e non solo dal processo. Siamo sempre al muro contro muro ma qualcosa nella strategia del confronto con la magistratura è cambiato.

Il premier Silvio Berlusconi Sono tre i fatti di politica interna della settimana che meritano un’analisi. Riguardano tutti la figura di Silvio Berlusconi. 1) Per la prima volta il presidente del Consiglio tratta con la Procura di Milano; 2) Per la prima volta il Cavaliere decide che la sua strategia è quella di difendersi nel processo e non solo dal processo; 3) Per la prima volta, in maniera seria e determinata, il governo ha intenzione – e siamo per ora a questo, ma è già qualcosa – di presentare una riforma della giustizia vera. In passato non era mai accaduto, se non per isolati episodi e in maniera disordinata. Ma questa volta siamo di fronte a una svolta: il processo del lunedì.

Non so se decisiva e soprattutto definitiva, certamente qualcosa nella mente e nella strategia del confronto con la magistratura è cambiato. Intendiamoci, siamo sempre al muro contro muro e allo scenario della guerra termonucleare, ma penso che il Cavaliere se segue questa strada non sbaglia. Provo a spiegare perché ai miei pazienti e intelligenti lettori. Berlusconi fino a ieri ha sempre usato una strategia di difesa dal processo. Non la giudico né buona né cattiva, seguo sempre la scuola del realismo e gli insegnamenti del Machiavelli: in uno scontro politico – e quello tra Berlusconi e i pm lo è all’ennesima potenza – ogni attore in campo usa le sue armi. Il Cav ha usato di volta in volta anche le leggi ad personam. Lo ha fatto per difendere il principio sacrosanto che il governo ha il diritto di governare e il corpo elettorale è sovrano e non può essere truffato da manovre mediatico-giudiziarie. Berlusconi aveva il preciso dovere di difendersi da un assalto e ha usato ogni mezzo lecito – perché val la pena di ricordare che tutto ciò illecito non è – per evitare di essere disarcionato con armi non convenzionali. Dobbiamo ricordare che Berlusconi ha sempre accettato la sconfitta politica, quella nelle urne. Perfino di fronte a un sostanziale pareggio nel 2008 con Prodi, Berlusconi alla fine si rese conto che il voto seppur in maniera rocambolesca, imbrogliato all’estero, al fotofinish gli aveva dato torto. Ma il Cav non ha mai voluto riconoscere alla magistratura il potere e il diritto di far cadere i governi, promuoverne altri più o meno amici, o arrivare a selezionare la classe dirigente a seconda della svegliata mattutina di un pm.
A Berlusconi questo va riconosciuto: ha sempre difeso il primato della politica rispetto agli altri poteri, in ogni caso non ha mai ceduto al dispotismo dell’ordine giudiziario che vuole farsi contropotere di tutto e infine potere unico sulla scena. Ah, immagino lo sguardo accigliato dei parrucconi dei quartierini alti. Non ce ne curiamo, se non per osservarne divertiti il brigantaggio intellettuale. Qui abbiamo letto i libri nascosti dalla scuola, conosciamo le istituzioni e la legge della giungla. Si confrontino su questo terreno e troveranno chi incrocia la spada. Andiamo avanti. La sola idea che Berlusconi abbia deciso di presentarsi di fronte a un tribunale – un collegio di donne e un’accusatrice donna – e preparare una strategia difensiva nel dibattimento è qualcosa di estremamente interessante. Ho sempre spiegato che non siamo di fronte a un imputato e a un processo (Ruby) qualsiasi. In questo scenario la sentenza ha un’importanza relativa. È un puzzle mediatico. Conta solo la scena, la rappresentazione, il plot narrativo, la sequenza dei caratteri, dei personaggi, il dialogo, la voce narrante, l’abito, la luce, la messa a fuoco, il dialogo diretto, indiretto, il fuori scena. È sceneggiatura. Cinema. Televisione. Fiction. Il processo al Cav per una storia di mutande pazze rischia di trasformarsi in uno show da record. E se il Cav – come ho auspicato e spero faccia – si presenta in aula ogni lunedì, avremo il record assoluto degli ascolti nella storia della televisione italiana. Gli avversari di Berlusconi questo scenario non l’hanno ancora compreso a fondo. Essendo proni all’accusa, ignorando le armi della difesa, la qualità complessiva dei testimoni, sottovalutando da diciassette anni le capacità istrioniche di Berlusconi, pensano che il processo spianerà come un bulldozer il Regno del Cavaliere.
Sono molto vicini al cento per cento di errore. Se il Signor B. decide davvero di giocare la sua partita dentro il processo, la cooperativa tipografica Travaglioni e Davanzoni scoprirà che le paginate di verbali sono niente di fronte al doppiopetto del Cav che si materializza in aula. È il corpo del Monarca nella tana del Nemico. Berlusconi non è uno che si fa digerire in un boccone e se è vero che è un Caimano, allora il suo stomaco è capace di sminuzzare tutto. L’altro ieri ho guardato sul web per mio assoluto diletto una riunione di redazione di Repubblica. Il tostissimo Ezio Mauro faceva la messa cantata e annotava – quasi rassegnato – come il Paese avesse una “capacità di assorbimento” enorme degli ultimi fatti e misfatti della storia berlusconiana. Sarebbe stato utile sentire una logica analisi seguente a questa premessa, ma ovviamente a Repubblica questo costerebbe ammettere che il suo spazio politico di manovra – legittimo e assolutamente ben interpretato – in realtà è di minoranza del Paese. È un’opposizione che si considera figlia dei Lumi, ma per ora non ha abbastanza energia per far scoccare la scintilla che fulmina una volta per tutte Berlusconi. Quest’ultimo ha nella procura di Milano le vere insidie e i nemici più temibili. Il processo Ruby è esemplare: non c’è una denuncia di parte contro Berlusconi, non c’è un concusso dichiarato né una minore che accusa. Non ci sono vittime che chiedono giustizia. C’è solo l’accusa, plateale, pronta a colpire, affamata. Berlusconi è nella veste di imputato, presunto colpevole in attesa di certa condanna. Ma ha la sublime occasione di mettere davanti agli occhi degli italiani questo buco nero che pretende di fagocitare tutta la politica per poi risputarla fuori in una versione che dal titanico Hegel degrada all’elementare Saviano. Dalla tesi-antitesi-sintesi del filosofo tedesco, all’elenco di Fabio Fazio e i suoi fratelli. No, dopo il Cav del Drive In non può esserci il cineforum dei milionari. Mario Sechi, Il Tempo, 6 marzo 2011


IL LUNGO VIAGGIO DI FINI DA MONTEVERDE (RIONE ROMANO) A MONTECARLO, di Marcello Veneziani

Pubblicato il 5 marzo, 2011 in Costume, Politica | Nessun commento »

Mi ha impressionato vedere Fini col viso pallido e provato e due orec­chie rosse. Di un rosso fuoco, come se lo avessero appeso per le orecchie. O come se la vergogna si fosse rifugiata nelle orec­chie. Fini sta tentando di riaccreditarsi a destra. Io non gli ho mai rinfacciato di aver tradito Berlusconi, ma di aver di­strutto proprio la destra, di aver tradito i suoi elettori e reso ingovernabile l’Italia. E di aver consegnato il governo nelle ma­ni della Lega, che non seppe controbilan­ciare. Fini è stato un magnifico sabotato­re di tutti i partiti che ha guidato. Liquidò il Msi (che oggi riaffiora in Rivolta Idea­le), cancellò la destra nazionale, abortì l’Elefantino, chiuse An e ora sfascia il neo­nato Fli: prima sbanda a sinistra, poi sgomma al centro, ora testacoda a de­stra. La trovata più geniale per cancella­re la fiamma fu l’invenzione della cocci­nella come simbolo del partito; nello spot l’insetto con i suoi escrementi trac­ciava la sigla An. Un partito nato dalla diarrea di un insetto non è destinato a grandi cose. Straordinario anche il suo fiuto sugli uomini. C’era un giudizio una­nime in giro: Bocchino non si sopporta. Ma che si crede d’essere, ma da dove è uscito, ma a che titolo minaccia. Il più detestato. E lui ha scelto proprio Bocchi­no alla guida del suo partitino, sacrifican­do pure i suoi fedeli giapponesi che si era­no dimessi per lui dal governo. Di strate­ghi come lui ne nasce uno al secolo. Si è fatto prendere dal livore: verso Berlusco­ni in primis, poi verso i colonnelli, verso i giornali di destra, verso i suoi stessi vo­tanti. Si era convinto che potesse fare a meno di tutti, alla fine pure dei marescial­l­i che lo hanno seguito nella missione sui­cida. E ora li considera allucinati o vendu­ti. Non dirò la stessa cosa di chi lo segue ancora: tra loro c’è pure gente rispettabi­le e in buona fede. Ora tenta di ricominciare da capo. Ma­gari andrà a rivedersi Berretti verdi con John Wayne, come fece a sedici anni, e poi si iscriverà al Fronte della gioventù, sezione pensionati. Ma sarà credibile quando lascerà Montecitorio e Monte­carlo e tornerà a Monteverde, da cui par­tì ragazzo. Fini che sorgi libero e giocon­do. Marcello Veneziani

HA PILOTATO AEREI SENZA BREVETTO. SCOPERTO PER CASO. UNA STORIA VERA CHE DIVERTE E RABBRIVIDISCE

Pubblicato il 5 marzo, 2011 in Cronaca | Nessun commento »

Ha trasportato un milione di passeggeri, lavorato per le più grandi compagnie, guidato Boeing per 11mila ore di volo. Poi una “soffiata” lo ha riportato a terra e oggi, a quarantadue anni, si è reinventato fotografo

La fine del viaggio arriva giusto un anno fa all’aeroporto di Amsterdam. Il boeing 737 della Corendon Airlines è pronto per Ankara. La polizia è appena salita in cabina di pilotaggio. Vogliono controllare la licenza di volo del comandante svedese Thomas Salme. Il cuore gli batte fortissimo, un lungo sospiro prima di prendere i documenti. È la fine di viaggio durato tredici anni. E lui lo sa. Il brevetto è un maledettissimo falso. «Ho bluffato, non ho mai preso il brevetto, andiamo, ho una lunga storia da raccontarvi». Il comandante si toglie i gradi e li lascia sul tavolo della commissariato. Thomas, 42 anni, ha mentito per tredici ed è stanco. Mai messo piede in una scuola di volo, mai fatto una lezione, la licenza lui, se l’è inventata una sera tardi, copiando quelle vere. «Quando ho letto che l’Air One cercava piloti ci ho provato. Ho mandato il curriculum; quando mi hanno chiesto le esperienze precedenti, ho pensato ai cartoni animati e ho scritto Aladin Airlines. Pensavo che mi avrebbero scoperto. Invece mi hanno chiamato». Era il 1996, e quel giorno Thomas ha iniziato a volare alto. Tredici anni in cielo, come il titolo del suo libro che uscirà a fine anno per Norstedts, casa editrice svedese. Undicimila ore di volo, un milione di passeggeri. Mai un problema. Thomas aveva istinto e talento. I voli più pericolosi sono affidati a lui. Lampedusa e Reggio Calabria fanno paura quasi a tutti, a lui no. Thomas è un falso ma nessuno lo scopre fino all’anno scorso. Thomas cade e si rialza, oggi fa il fotografo e racconta con il sorriso, consapevole di averla scampata. «Ho osato e mi è andata bene. Sono la prova che anche uno senza possibilità può farcela».

Come hanno fatto a mascherarla?
«Una soffiata. Forse un impiegato che si è insospettito dalla mia licenza senza timbro. Dopo 13 anni qualcuno si è posto qualche domanda».

Ma come è possibile che mai nessuno se ne sia accorto?
«Fortuna. Non me lo spiego neppure io. Si sono fidati, forse non pensavano che uno avesse il coraggio di mentire su questo».

Mai un errore?
«Sì a dire il vero uno sì. Era l’inizio. Ero ancora secondo pilota. Volo Milano-Roma, gente serissima, a bordo politici e uomini d’affari. Il comandante mi dà la possibilità di fare l’annuncio ai passeggeri. Un onore. Saluto e dico: arriveremo con dieci minuti d’anticipo perché abbiamo il vento in culo. Gelo. Il comandante sbianca. Nessuno mi aveva spiegato che in italiano si dice vento in coda. Esco dalla cabina e mi scuso. Mi hanno applaudito».

È stato condannato?
«Duemila euro di multa e due settimane di carcere. E la licenza ritirata».

Ma lei non l’ha mai avuta.
«Appunto, sono stato fortunato anche in questo. Se mi avessero arrestato ad Ankara mi sarebbe andata peggio».

Mai pensato di fare la scuola come gli altri?
«Non avevo le possibilità economiche. La mia famiglia non era ricca. Mi sono dovuto arrangiare».

E lo ha fatto benissimo.
«Non voglio sembrare presuntuoso, ma io ero davvero un pilota eccezionale. Ho fatto tutto da solo, studiavo di nascosto, sentivo di avere un talento per il volo. Mai un problema, ai miei passeggeri non ho mai fatto correre il minimo rischio, per questo il procuratore non ha infierito».

uando ha deciso che avrebbe fatto il pilota?
«La passione per gli aerei è una cosa strana. Ti prende quasi all’improvviso e non ti lascia più. A me è arrivata a otto anni. Seguivo mio padre fotografo. Un giorno mi ha portato in aeroporto. Mi si è aperto un mondo. Ho visto tutta quella gente che partiva, che arrivava. È così che ho iniziato a voler volare».Come ha imparato a pilotare un aereo?
«Ho iniziato da casa, con i programmi di Microsoft, che simulavano il volo. A Stoccolma, vicino a casa mia, c’era la scuola della Sas, la compagnia di bandiera. Un giorno ho telefonato, ho detto di essere un pilota disoccupato. Mi hanno fatto fare un volo sul simulatore di volo che usano i piloti per tenersi in allenamento. Non capivo niente, mille bottoni. Ma sentivo che era il mio destino».

Tutto così facile?
«Ho fatto amicizia con un tecnico. Mi faceva entrare di notte, quando il simulatore non serviva a nessuno. Le prime ore di volo le ho fatte lì. Fingendo».

Poi il salto di qualità. La chiama Air One. Come ha fatto?
«Non mi sono mai posto limiti. Ho letto che cercavano piloti. Mi sono buttato. Quando mi hanno chiamato per fare una prova sul simulatore è andata benissimo. Il mio esaminatore mi ha stretto la mano e mi ha detto: “congratulazioni Thomas, benvenuto a bordo“. Tre mesi dopo volavo».

Errori veri?
«Mai. Nemmeno quel giorno che a Lampedusa sono atterrato con un motore in avaria perché era entrata un’aquila».

Rimpianti?
«Non lo so. Se ci pensi queste cose non le fai. Allora ero un ragazzo di vent’anni. Mi hanno preso. Ho tanti fan, il capo della polizia è venuto a trovarmi in cella per un autografo, ma ai ragazzini ripeto di non fare come me, che poi queste cose si pagano. Le bugie ti pesano. Sono come una maledizione. Ogni volta che suona il telefono tremi, hai una moglie e figli che ti credono un altro. Dalla coscienza non scappi, torna sempre a presentarti il conto. Anche se vai a 700 chilometri orari».