IL PDL DI TORINO PER IL COMUNE SCEGLIE UN GIOVANE PER SFIDARE IL “VECCHIO” FASSINO

Pubblicato il 5 marzo, 2011 in Politica | Nessun commento »

Il Pdl ha deciso: sarà Michele Coppola il candidato sindaco di Torino del centrodestra. Il giovane assessore regionale alla Cultura del Piemonte sfiderà il candidato del centrosinistra Piero Fassino alle prossime elezioni comunali

Il Pdl torinese ha deciso: sarà Michele Coppola il candidato sindaco di Torino del centrodestra. Dopo un vertice di oltre due ore, è arrivata la fumata bianca. Il giovane assessore regionale sfiderà il candidato del centrosinistra Piero Fassino alle prossime elezioni comunali.

Il Pdl punta davvero  sui giovani al contrario del pd e della sinistra che si affida ai soliti “noti”.  Il centrodestra ha deciso di puntare sui giovani e affidarsi al 37enne assessore regionale alla Cultura nelle elezioni che si terranno in maggio. Sarà Coppola infatti a sfidare il candidato Pd. Sebbene avesse promesso di ritirarsi a sessant’anni, il 61enne Fassino ha finito per accettare l’investitura e di correre al Comune di Torino per il centrosinistra. “Nei prossimi giorni – spiega la nota del coordinatore piemontese e del suo vice, Enzo Ghigo e Agostino Ghiglia – la candidatura verrà proposta agli alleati della coalizione, a cominciare da Lega e La Destra e gli altri partner tradizionali. Lunedì prossimo, inoltre, avrà luogo il coordinamento regionale allargato del Pdl”. “Successivamente – conclude la nota – la candidatura sarà ufficializzata con una conferenza stampa alla presenza degli esponenti della coalizione a cominciare dal presidente della Regione Roberto Cota”. Il Giornale 5 marzo 2011

BERLUSCONI A PROCESSO: NON E’ UNA NOVITA’!

Pubblicato il 5 marzo, 2011 in Politica | Nessun commento »

SILVIO BERLUSCONI COME GHEDDAFI: L’ULTIMA BARZELLETTA di Giuliano Ferrara

Pubblicato il 5 marzo, 2011 in Costume, Politica | Nessun commento »

E’ in corso un tragicomico tentativo di spacciare le mille e una libertà italiane garantite anche negli anni di Silvio Berlusconi, e ampliate a dismisura, per un regime tirannico da abbattere con ogni mezzo. Il gruppetto ribaldo di Micromega, gli editorialisti neopuritani di Repubblica e altri virtuisti incoscienti sparsi qui e là non badano alle parole, iniettano testosterone e altri eccitanti nella folla smarrita dei loro lettori ideologizzati in una corsa che supera perfino o almeno compete con la demenzialità dei talk show.

Quel mattocchio di Gad Lerner s’inventa un bonzo autoincendiario e lo mette nel conto al governo. «Con ogni mezzo» è la parola d’ordine. Vogliono trasformare una legittima maggioranza elettorale e parlamentare, e il difficoltoso e spesso stentato esercizio del potere repubblicano, in un regime da abbattere con la violenza, come la piazza araba con i rais. Per ora la violenza è delle parole, poi si vedrà.
Eppure Berlusconi è la dolcezza di vivere, la volontà di piacere, l’ingenuità moderata del potere («Non voglio disturbare il colonnello» è una frase malaccorta ma autentica che passerà alla storia semantica della politica). Troppa grazia, verrebbe da dire. Ve lo immaginate un Muammar Gheddafi inseguito per anni dai magistrati, dai giornali, dai talk show, e scrutato a mero scopo di vilipendio nel pubblico e nel privato, indagato, pedinato, origliato, violato in ogni sacrale spazio della sua vita personale? Consiglio alle vittime della farsesca e inquietante campagna contro la tirannia berlusconiana di guardarsi il discorso di quell’uomo imbacuccato in preda alla paranoia che è Gheddafi, gaddianamente un Buce, un Truce e un Duce: capiranno in un istante da che tiranno sono governati, per differenza. Tra la danza di morte del beduino e gli aggraziati minuetti del Cav non esiste paragone possibile, i veri tiranni, i veri ossessi del potere sono i più estremisti tra i suoi nemici, coloro che lo assolutizzano.
Nel colonnello libico si riassume la tragedia sconnessa e terribile di un potere in autocombustione psichiatrica, sono lui e Fidel Castro i due despoti di gigantesca e nera levatura della fine di secolo novecentesca; in Berlusconi e nei suoi innocui video si vedono invece la tenacia, ma anche il carattere fatalmente relativo del potere, la saggezza compiacente del sorriso largo. Si capisce che per quell’uomo la politica è un sistema di vita da fuggire nel privato, nella festa, nel canto, una scelta pubblica imposta dalla situazione e poi praticata con un misto di noia e diletto, in un vertiginoso e totale rispetto del consenso popolare, sempre censito anche quando non ci sono le elezioni, sempre al comando attraverso i sondaggi, che sono le mitragliette e l’aviazione incapace di far vittime del nostro dittatore, del nostro rais.
La pericolosa buffonata dell’assimilazione del potere italiano a quello delle dittature arabe vale in sé due soldi, ma appunto è insidiosa, è il frutto di un disturbo mentale usato da scaltri lobbisti per propagare altro disturbo mentale, per diffonderlo nella parte di questo Paese che si considera perdente. È la strategia del rancore, una livida battaglia che porterà abbondanti dosi di male in nome del loro fottutissimo bene.

TUTTI GLI ERRORI DEI GIUDICI. PERCHE’ NON PAGANO?

Pubblicato il 5 marzo, 2011 in Giustizia, Politica | Nessun commento »

Un deputato del Pdl, Luigi Vitali, ha presentato un disegno di legge che prevede la prescrizione veloce dei processi per gli imputati che abbiano più di 65 anni e nessun precedente penale. A naso la norma toglierebbe Berlusconi dalle grinfie della magistratura. L’opposizione ha gridato subito allo scandalo senza prima accertarsi di come stavano le cose. E cioè che i vertici del Pdl, Cavaliere in testa, avevano già bocciato senza appello l’iniziativa personale del collega Vitali. A sinistra ci sono rimasti male perché già assaporavano il piacere di scatenare i Travaglio e l’opinione pubblica contro l’ennesimo tentativo di fare approvare una legge ad personam cucita su misura per il premier. Noi invece ci siamo rimasti bene perché vuol dire che si abbandona definitivamente l’ipotesi di rompere l’accerchiamento giudiziario cui è sottoposto Berlusconi non attraverso provvedimenti di emergenza che lasciano il tempo che trovano (come dimostrano i tentativi del passato) ma affrontando il problema alla sua radice. Il che accadrà la prossima settimana, quando in Consiglio dei ministri entrerà la riforma della giustizia. Da quel momento si misurerà, fuori da ogni equivoco e sospetto, la reale intenzione di tutta la classe politica a risolvere una delle grandi emergenze del Paese, quella appunto della giustizia.

I nodi da risolvere sono due. Il primo è quello di ridare alla politica quella autonomia rispetto al potere giudiziario, disgraziatamente buttata via 18 anni fa sull’onda dello choc di tangentopoli. È urgente che ministri, deputati e senatori si riapproprino del diritto all’immunità che era sancito nella costituzione.

Il secondo nodo riguarda invece tutti noi, comuni cittadini prigionieri di una casta, quella dei magistrati, che rifiuta di autoriformarsi per conservare privilegi, potere e una immunità che non ha pari al mondo. Quando un chirurgo sbaglia ad amputare una gamba viene cacciato sui sue piedi. Se un pm o un giudice sbaglia, clamorosamente ed evidentemente, nulla accade. Le loro incapacità e lentezze causano drammi personali e danni ingenti alla nostra economia, tenendo lontano dal mercato investitori stranieri e scoraggiando i nostrani. Negli ultimi sette anni, su 1.010 magistrati finiti sotto processo disciplinare, 812 sono stati assolti, 126 sono stati ammoniti, 38 censurati, 22 multati e soltanto 6 rimossi. Nessun ordine professionale ha una casistica di autointervento sui propri iscritti così blanda.

Che un magistrato sia infallibile, sempre in buona fede e comunque in sé, è una leggenda da sfatare. Sono uomini come tutti, con i loro limiti e convinzioni. Da oggi pubblichiamo una serie di storie raccolte dal collega Stefano Zurlo che i giornali gazzette delle Procure si guardano bene dal raccontare. Partiamo con tre casi: quello del giudice che non paga il conto al ristorante e in risposta alle proteste del gestore manda i carabinieri, quello del pm che chiede l’elemosina sotto il tribunale e che pur giudicata incapace di intendere e volere resta al suo posto, e quello del pm che fa ipnotizzare un imputato per saperne di più.
Siamo d’accordo: nessuna legge ad personam, ma per favore una legge sì, e subito. Il Giornale, 5 marzo 2011

FINI SI PREPARA A FARE IL CONDUTTORE TELEVESIVO, PAROLA DI VITTORIO FELTRI

Pubblicato il 4 marzo, 2011 in Politica | Nessun commento »

FINI SI E’ RIDOTTO A DIRE BANALITÀ IN TV – FALLITO IL SUO PROGETTO POLITICO, LA TERZA CARICA STA GIRANDO I PROGRAMMI TELEVISIVI PER PRENDERSELA CON LA MAGGIORANZA. GLI ARGOMENTI? LA QUESTIONE MERIDIONALE, LE DONNE, L’INFLAZIONE. MA TACE SU MONTECARLO
di Vittorio Feltri

Gianfranco Fini si prepara a fare un altro mestiere, visto che con il suo Fli rischia di non andare molto lontano. Probabilmente aspira a diventare conduttore di programmi televisivi. Lo deduciamo dal fatto che egli, da qualche tempo, dimora nelle sedi delle più importanti antenne italiane. Come accendi il teleschermo, lui appare in tutto il suo splendore. Parla e straparla, e lo fa con l’abilità che universalmente gli viene riconosciuta. Fini – e scusate il bisticcio – è un fine dicitore.

Fini

Se si tratta di esprimere concetti banali, non c’è nessuno al mondo che li dica meglio di lui. Ieri sera Gianfranco era a Porta a Porta e, ovviamente senza contraddittorio, ha esternato il suo pensiero indovinate su chi? Silvio Berlusconi. Che sta sulle balle a mezzo mondo, quel mezzo ossessionato dal Cavaliere e animato da un solo proposito: eliminarlo, senza sapere come. Cosa ha rivelato Fini a Bruno Vespa?

Primo. «Il presidente del Consiglio non è Berlusconi, ma Umberto Bossi ». Il quale Bossi, «da quando non ci sono più io a contrastarlo, è diventato il dominus della maggioranza».

Osservazione interessante. Se fosse anche fondata, non si comprenderebbe perché Fini ce l’abbia con Silvio anziché con Umberto. In effetti, se uno ce l’ha con Tizio, logica vorrebbe che se la prendesse con Tizio e non con Caio. Gianfranco invece fa il contrario: picchia la moglie affinché suocera intenda. E lui di suocere si intende.

Fini con i Tulliani boy’s

Secondo. Afferma Fini: «Berlusconi non ha dimestichezza con il dissenso ». E questo è vero. «Se qualcuno lo contraddice gli scatta la sindrome del complotto». Il capo di Fli aggiunge: «Quando tra cent’anni Berlusconi sarà uscito di scena, la destra ci sarà ancora ».

Vero anche questo. La destra ci sarà ancora, ma non sarà rappresentata da Fini dato che ormai lui non è più un camerata bensì un compagno. Ciò dimostra a quale punto di decadenza sia giunta la sinistra, e spiega perché i progressisti non siano in grado di battere il Cavaliere. Se il partito erede del Pci si riduce a confidare in un ex fascista per destituire il premier, vuol dire che è da rottamare, come suggerisce Renzi, sindaco di Firenze.

Terzo. Il presidente della Camera dichiara poi che non voterà sul conflitto di attribuzione (caso Ruby). Capirai che atto eroico. Pur di non mollare la poltrona di Montecitorio, Fini riesce perfino a comportarsi correttamente. Ma ignora che un capopopolo, quale lui ormai è, dovrebbe rinunciare a qualsiasi ruolo istituzionale.

La  Famiglia “Reale”Fini-Tulliani

Quarto. Sulla casa di Montecarlo, ceduta da An al signor cognato, Fini glissa, dimenticandosi di aver sostenuto pubblicamente che si sarebbe dimesso qualora fosse stato accertato che l’immobile è stato sbolognato a Tulliani. Fini ha cambiato idea? Sì. E si è rimangiato la parola.

Ora lascia che sia la magistratura a decidere se quell’appartamento, venduto sottocosto, meriti o no la prosecuzione dell’indagine. Il presidente, in sostanza, finge di ignorare che il problema non è giudiziario, ma di stile. Può un leader agevolare il cognato nell’acquisto di un pied-à-terre di lusso valutato un quarto del suo prezzo?

Quinto. Fini conclude così la intervista rilasciata a Vespa: «Spero che nell’agenda del governo ci siano quanto prima i problemi degli italiani: il Mezzogiorno, cioè la condizione meridionale, un piano di rilancio dell’occupazione giovanile, l’inflazione e il fatto che solo una donna su due ha un lavoro». Però, che idee.

Segnaliamo a Fini che da sessanta anni in qua la questione meridionale, l’occupazione giovanile e femminile eccetera figurano nel programma di qualsiasi governo, ma che nessun governo – compresi quelli di cui lui ha fatto parte – ha mai combinato un tubo, pur avendo sprecato miliardi regolarmente cascati a pioggia nelle tasche delle mafie. Ci voleva Fini a rammentare che il Sud è un’idrovora condannata a crepare di sete. Libero, 4 marzo 2011

LA NUOVA AFFITTOPOLI ROMANA: SALTANO FUORI VISCO E IL PD CON LE SEDI A PREZZI STRACCIATI

Pubblicato il 4 marzo, 2011 in Politica | Nessun commento »

Andrea CuomoMassimo Malpica

Roma – Case in vendita a prezzi stracciati o comunque ben sotto i valori di mercato. Appartamenti e locali in affitto per cifre irrisorie. A chi? A gente comune che beneficia di canoni popolari (per case che popolari non sono) o ha potuto riscattare la casa in cui viveva sacrificando i risparmi di una vita. Ma non solo: negli elenchi degli affittuari e degli acquirenti del patrimonio immobiliare del Comune di Roma spunta anche qualche nome noto che certo indigente non è.
Tra chi anni fa ha acquistato viene fuori il nome di Gabriele Visco, figlio dell’ex ministro di centrosinistra Vincenzo, che grazie ai «saldi» del mattone capitolino ha potuto acquistare con un’offerta successiva a un’asta (andata deserta) un’immobile in via Monte della Farina, alle spalle di largo Argentina, zona molto pregiata della capitale. Un appartamento di 154 metri quadri (più supercantina di 40) per il quale il locatario non ha esercitato il diritto di prelazione. Ed ecco l’offerta di Visco jr, che ha speso per la verità una cifra non indifferente: 910mila euro, pari a 5.900 euro a metro quadro (4.690 se si considera anche la cantina), ben inferiore, comunque, agli 8.300 euro al mq che è la valutazione media dell’Agenzia per il territorio in zona, peraltro generalmente sottodimensionata. Ha messo su casa a Roma anche lo scrittore bosniaco Predrag Matvejevic, già consulente per il Mediterraneo nel Gruppo dei saggi della Commissione europea durante la presidenza Prodi, che insegnando alla Sapienza ha dapprima avuto un appartamento del Campidoglio in affitto in via Andreoli in Prati, altra zona chic, e poi nel 2005 l’ha riscattata. A buon prezzo, non c’è che dire: 305.592 euro per 153 metri quadri. Vale a dire 1997 euro a metro quadro in una zona la cui valutazione media (sempre fonte Agenzia del Territorio) è 5.700. E poi, ospiti morosi del Comune nonostante i minimi canoni, ecco pure le sezioni di partito del Pd e di Sel. E ancora, celebri ristoranti e lussuosi alberghi. Una mappa del privilegio ancora da scoprire, perché è probabile che solo gli accertamenti di inquilini e acquirenti, casa per casa, scoprano i nomi eccellenti.
Le liste dei beni immobili di proprietà del comune di Roma sono arrivate al Campidoglio dalla Romeo, la società napoletana che gestisce il vasto patrimonio immobiliare dell’amministrazione capitolina. Non si tratta di edilizia residenziale pubblica, ma di patrimonio disponibile. Che dovrebbe essere affittato e venduto a prezzi di mercato o giù di lì. E invece, a scorrere gli elenchi, così non è. E forse la Procura di Roma farebbe meglio a dare un’occhiata a questi elenchi: perché se piazzale Clodio ha aperto un’inchiesta sugli affitti e le vendite del patrimonio immobiliare pubblico capitolino a partire dal 2007, gli sprechi e i favoritismi risalgono a prima, molto prima.
Il Comune di Roma ha infatti «svenduto» centinaia di immobili con rogiti firmati tra il 2005 e il 2010, ma soprattutto nei primi due anni di questo lasso di tempo, il 2005 e il 2006. Anni in cui al governo della città c’era Walter Veltroni, il sindaco tutta forma e poca sostanza. Ed era sempre sindaco Uòlter quando fu piantato il seme della dismissione facile del mattone pubblico nella capitale. Quel 20 dicembre 2001 in cui il consiglio comunale a maggioranza centrosinistra – assente lo stesso Veltroni – approvò la delibera 139 che stabiliva criteri e modalità e fissava gli indirizzi per l’«alienazione del patrimonio disponibile residenziale e non residenziale dell’amministrazione comunale». Nella delibera c’era già tutto: diritto di prelazione per i locatari, messa all’asta degli immobili non riscattati, divieto di vendere per dieci anni, tutela per le famiglie meno abbienti. Ma soprattutto c’era in allegato l’elenco delle centinaia di immobili da alienare. Location spesso prestigiose: corso Rinascimento (praticamente piazza Navona), l’affascinante piazza Margana a due passi dal Teatro Marcello, piazza di Trevi, piazza delle Cinque Scole, piazza Navona, piazza San Salvatore in Lauro, piazza Trilussa a Trastevere, via dei Cerchi, via dei Vascellari, via dei Falegnami, via del Colosseo eccetera. Tutte strade in cui possedere un quartierino è un sogno proibito. Chi c’è riuscito, accenda un cero a San Veltroni. Gli altri, si arrabbino pure. Il Giornale, 4 marzo 2011

TEDESCO SFIDA VENDOLA:”PERCHE’ IO IN CELLA? LUI E’ UN PRIVILEGIATO

Pubblicato il 4 marzo, 2011 in Giustizia, Il territorio, Politica | Nessun commento »

Lo sfogo dell’ex assessore Pd che rischia l’arresto per la sanitopoli pugliese. “Sulle nomine Asl hanno accusato me di concussione, lui no”

E chi deve capire, capisca: «La fattispecie del reato era pressoché identica e i fatti contestati erano sovrapponibili al 90 per cento.Evidentemente c’è un atteggiamen­to diverso da parte dei procuratori, e fran­camente non riesco a capire perché». Le parole dell’ex assessore Alberto Tedesco, diventato senatore del Pd dopo le sue di­missioni dalla giunta Vendola, alle prime avvisaglie di un epilogo devastante dell’in­chiesta sulla malasanità pugliese, sono in­dirizzate proprio al governatore. Un mes­saggio diretto al «presidente Vendola», al­l’ «amico» Nichi, al «mio candidato» che, ribadisce il senatore sotto richiesta d’arre­sto da parte del gip di Bari, personalmente ha appoggiato in due distinte occasioni elettorali. Riuscendo persino, alle ultime consultazioni, nel 2009, a convincere lo scettico D’Alema che non era affatto con­vinto di voler concedere il bis al leader di Sinistra e Libertà.

L’atto d’accusa di Tedesco colpisce ovvia­mente la magistratura barese che a suo di­re (ma lo scrive anche il gip De Benedictis, proprio nell’ordinanza con cui chiede l’au­torizzazione per l’arresto dell’ex assesso­re) avrebbe valutato in modi diversi episo­di praticamente identici evidenziati dalle informative dei carabinieri. La vicenda esa­m­inata riguardava una rimozione e una no­mina nella Asl di Lecce. E i pm avevano ini­zialmente contestato a Tedesco la concus­sione, mentre su Vendola, che a quei «mo­vimenti » diede il suo assenso, non imputa­no che un legittimo, seppur criticabile, spoil system . Poi cambiano i reati, viene contestato l’abuso d’ufficio e non la con­cussione. Ma quasi in contemporanea per quell’episodio nella Asl salentina Vendola viene archiviato dal gip Di Paola, mentre un altro gip, De Benedictis, appunto, ritie­ne sussistenti i gravi indizi di colpevolezza. I dubbi, dunque, non sono solo di Tede­sco. Che ora, sulla graticola, si mostra più che mai insofferente per le prese di distan­za dei suoi «ex» amici. Non solo Vendola, appunto, ma anche Michele Emiliano, sin­daco di Bari e, secondo quanto disse Ven­dola nel suo interrogatorio con i pm, gran­de sponsor e «blindatore» di Tedesco come responsabile della Sanità pugliese, alla fac­cia del conflitto d’interesse (i figli del sena­tore sono, da sempre, molto attivi nel busi­ness delle protesi).

Ed ecco dunque Tedesco partire all’attac­co, intervistato dal Tg1. «Quanto a Nichi Vendola- scandisce il politico appena auto­sospeso dal Pd- i miei rapporti si sono inter­ro­tti improvvisamente il giorno dopo la rie­lezione di Vendola a governatore della Pu­glia, dopo che ho fatto per la seconda volta la campagna elettorale per lui, esprimen­domi a suo favore, anche interloquendo di­rettamente con il presidente D’Alema che non era convinto di questa ricandidatura». La storia è nota:il Pd non vorrebbe accredi­­tare l’ascesa politica di Vendola, spinto dal­la base nonostante i disastri sanitari del suo primo quadriennio da governatore. Te­desco, che a febbraio s’era fatto da parte do­po aver saputo che era indagato, dice di es­sersi speso per il «suo» presidente. Che og­gi gli volta le spalle. Come pure Emiliano. I due? Per Tedesco «Sono due facce della stessa medaglia. Ti blandiscono, ti inseguo­no quando puoi essere utile a una causa, e naturalmente poi ti scaricano immediata­mente ». Ogni riferimento ai distinguo del­l’ultim’ora, e all’atteggiamento ondivago del Pd sulla posizione da prendere per l’ar­­resto, non sono nient’affatto casuali. Invece di difendersi dalle accuse di aver costruito un sistema di malaffare nel settore di riferimento del suo assessorato, Tedesco sfrutta le telecamere del telegiornale di Min­zolini per togliersi i proverbiali sassolini dal­le scarpe, e per lanciarli contro gli ex alleati. Un messaggio, forse, diretto anche ai vertici del Pd (e più precisamente a D’Alema) che appaiono in imbarazzo sulla posizione da prendere sulla richiesta d’arresto per il sena­tore. Baffino, finora, sulla scottante storia pugliese ha solo cercato di salvare se stesso, prendendo le distanze dall’imprenditore Tarantini, quello che portava escort al vice di Vendola, Frisullo, e a palazzo Grazioli (ri­cordate la D’Addario?). E tacendo su Tede­sco, che pure era un suo fedelissimo. Ora, sull’onda giustizialista di Ruby,il partito de­mocratico sembra essere tornato quello dei tempi dell’ex governatore Ottaviano Del Turco, ammanettato e scaricato politica­mente prim’ancora che quell’inchiesta sul­la malasanità abruzzese evidenziasse ag­ghiaccianti anomalie. Sull’arresto del suo senatore il Pd non sa davvero che pesci pren­dere. E quel «messaggio» in codice al Tg1 complica maledettamente le cose. Fonte: Il Giornale, 4 marzo 2011

NASCE “RIVOLTA IDEALE” , LA DESTRA SENZA FINI

Pubblicato il 3 marzo, 2011 in Politica | Nessun commento »

Domenico Gramazio Portare via a Fini qualunque sigla abbia avuto a che fare con la destra. Via tutto. Non lasciargli più nulla. Gli ex An rimasti nel Pdl lanciano l’attacco finale. Ieri mattina è stata presentata la fondazione Rivolta Ideale, che prende il nome dalla famosa rivista che accompagnò la nascita del Msi nel 1946. L’iniziativa, voluta dal senatore Domenico Gramazio, punta a riunire tutte le “bandiere” storiche della destra. Hanno aderito infatti dall’associazione “Amici del Fuan” a quella degli “Amici della Giovane Italia”, dal quella del “Centro iniziative sociali” a quella delle “Donne per la Fiamma Tricolore”, passando per l’associazione “Fronte della Gioventù″ a quella per il “Raggruppamento giovanile studenti e lavoratori”, sino ai “Volontari Nazionali” e la “Laut, per la difesa del consumatore”. In arrivo, come ha raccontato Ajmone Finestra, il novantenne ex sindaco di Latina, anche l’associazione dei “Combattenti e reduci della Rsi” che affiancherà la fondazione. Ha spiegato Gramazio nella conferenza stampa di ieri mattina al Senato: «Era necessario ricordare la storia politica della destra, che non parte dal 1995 con la fondazione di Alleanza nazionale, ma c’è una storia antica che parte dal 1946 ed è questa la ragione per cui abbiamo ripreso una testata giornalistica del ‘46, “Rivolta ideale”, per riunire tutti gli ex esponenti della politica dell’Msi degli anni 50, 60 e 70. Nel Pdl – ha sostenuto Gramazio – c’è sicuramente spazio per tutto ciò che ha rappresentato la destra. Qui ci sono insieme gli uomini che fecero il Movimento sociale italiano e quelli che fecero nel 1976 Democrazia nazionale. Cioè la vera storia della destra politica italiana».

Non poteva mancare un riferimento a Gianfranco Fini stigmatizzato per aver fondato Fli: «Non ci appartiene, tutti gli uomini che sono qui sono contrari alla linea politica di Gianfranco Fini» ha giurato colui che è stato uno dei dirigenti romani più famosi dell’allora Msi. Le frecciate all’ex presidente di An sono affiorate nei discorsi ma mai esplicitamente. Tutt’al più evocato. Una riunione di nostalgici? Non proprio visto che Silvio Berlusconi ha mandato un messaggio (ne riferiamo a parte) attualizzandolo alla situazione e parlando di quelli di Fli come «pochi transughi». Alla conferenza ha partecipato anche il capogruppo del Pdl, Maurizio Gasparri: «”Rivolta ideale” è la volontà di recuperare storia e memoria di una destra politica italiana – ha spiegato – che aveva sempre cercato di dare legittimità ad un polo ingiustamente escluso, che ha dato un contributo alla democrazia italiana». «La famiglia, la nazione, i valori autentici del lavoro hanno sempre caratterizzato l’impegno politico della destra» ha affermato Gasparri che ha definito “Rivolta Ideale”, «una fondazione che senza nostalgie raccoglie energie e patrimoni ideali per inserirli nel dibattito dell’Italia del 2011». E che l’iniziativa abbia creato qualche fastidio nelle file del Pdl lo si evinto anche da come è salutata dal Secolo che accusava: «C’è ansia identitaria nel Pdl». Ha replicato il ministro della Gioventù, Giorgia Meloni, anche lei al Senato: «Nessuna ansia identitaria ma la consapevolezza di un’identità di cui siamo orgogliosi» Oggi riunione del cda del Secolo. sarà ascoltato il direttore responsabile Luciano Lanna e i giornalisti. Poi si lavorerà al piano industriale, dopo si sceglierà un direttore adatto per metterlo in pratica. Fabrizio dell’Orefice, Il Tempo, 03/03/2011

IL PARADOSSO DEL GOVERNO, l’editoriale di Mario Sechi

Pubblicato il 3 marzo, 2011 in Politica | Nessun commento »

Silvio Berlusconi Il voto sul federalismo conferma il paradosso del governo: si rafforza in Parlamento, ma è sempre in bilico e rischia la caduta ad opera di forze esterne – la magistratura, la tecnocrazia e un pezzo di establishment economico-finanziario – che sono per natura la negazione stessa della sovranità popolare. Ho dedicato molti editoriali a questo tema perché penso che l’Italia non possa permettersi una nuova rottura traumatica del patto che lega alle istituzioni il blocco sociale che ha votato Berlusconi. È questo il nocciolo del «caso Italia». La caccia al Cavaliere e un suo disarcionamento manu militari non saranno – come pensano anche gli oppositori più attrezzati sul piano intellettuale – l’inizio di una stagione illuminata, ma il tragico incipit di una nuova frattura del nostro tessuto sociale. L’era Berlusconi è cominciata nelle urne e deve finire nelle urne, l’idea di cancellarla attraverso l’uso di armi non convenzionali è da contrastare perché mina il patto di solidarietà tra il cittadino e quel che resta dello Stato.
Non è un delitto pensare che Berlusconi possa essere sconfitto e mandato a casa, ma è un errore e un orrore per la democrazia orchestrare un can can mediatico-giudiziario e scaraventare un’esperienza politica così profonda nel frullatore del gossip a luci rosse. Berlusconi ha commesso degli errori e va contrastato sul piano politico con credibilità e autorevolezza. I suoi oppositori in Parlamento finora hanno sempre perso. Cercando pericolose scorciatoie togate otterranno un solo risultato: allungheranno la vita al berlusconismo e accorceranno la vita più che incerta dell’alternativa di governo. Un paradosso nel paradosso. Mario Sechi, Il Tempo, 3 marzo 2011

RAGIONATO ELOGIO DEL FISCO RIVOLUZIONARIO CHE INVESTIRA’ I NOSTRI COMUNI

Pubblicato il 3 marzo, 2011 in Economia | Nessun commento »

Sull’approvazione del federalismo municipale ieri non sono mancate le polemiche. In particolare l’Associazione nazionale dei comuni italiani, l’Anci, ha ventilato un rischio di aumento degli affitti per un milione di famiglie a causa della cedolare secca (uno dei temi centrali del decreto sul federalismo municipale approvato ieri alla Camera con la fiducia posta dal governo) mentre gli artigiani hanno attaccato gli effetti dell’Imu, la nuova imposta unica comunale.

Ma Luca Antonini, professore di Diritto costituzionale all’Università di Padova e presidente della commissione tecnica paritetica sul Federalismo fiscale, quindi uno dei massimi esperti del processo di devoluzione in atto, in una conversazione con il Foglio confuta allarmi e luoghi comuni. Partiamo dalla cedolare secca: secondo l’Anci, un milione di famiglie rischiano di pagare di più dovendo passare dal “canale concordato degli affitti al mercato libero”. Secondo Antonini sono “affermazioni inspiegabili, perché l’effetto della cedolare semmai sarà proprio quello di far risparmiare sia i proprietari che gli inquilini. I primi beneficeranno di un’aliquota che scenderà dal 40 per cento (per i redditi più alti) al 21 per cento. I secondi del blocco dell’adeguamento Istat”. Il proprietario che opterà per la cedolare (che, ricorda Antonini, è un regime facoltativo), “si impegna a non aumentare l’affitto per tutta la durata del contratto, mentre oggi è possibile adeguare anno per anno il canone al costo della vita”. Altro vantaggio per gli inquilini è la norma che in caso di denuncia del padrone di casa evasore prevede un extra periodo di contratto di quattro anni a canone ridotto. Infatti la cedolare andrebbe a colpire l’altissima evasione degli affitti in nero in Italia”.

Altra critica ricorrente è quella di un aumento delle tasse. Ieri il sindaco di Firenze, Matteo Renzi, ha concesso un’apertura al federalismo (“provvedimento metodologicamente ben impostato”, ha detto), ma ha messo in guardia da un aumento indiscriminato delle tasse. Allo stesso modo la Cgia di Mestre ha allertato su un incremento delle imposte che con l’Imu andrebbero a colpire le imprese, per le quali si prospetta un maggior carico stimato in 410 euro all’anno. A queste critiche Antonini ribatte che “sarà automatico, semmai, che il federalismo abbasserà le imposte, introducendo il concetto di fabbisogno standard. Un sistema che arriva dopo 35 anni di spesa storica, sistema che ha incrementato sprechi e inefficienze”.

Antonini ricorda come in base al criterio della spesa storica si spendano ogni anno 100 miliardi e che vedrà i sindaci in prima linea a dar conto ai cittadini del rapporto spese-servizi: “Inoltre – dice il costituzionalista – nel decreto sul federalismo municipale c’è una norma precisa che permette agli stessi sindaci di ridurre le imposte sugli immobili. Per esempio un sindaco potrebbe ridurre l’Imu dallo 0,76 allo 0,38 per cento (la cifra oggi stabilita per gli immobili commerciali) privilegiando così l’azienda residente rispetto alle seconde case”. I numeri degli artigiani di Mestre, secondo Antonini, “mi sembrano buoni solo da giocare al lotto. Se volevamo aumentare le tasse, non avremmo avuto necessità di otto decreti, bastava una legge di una riga”. Michele Masneri, – FOGLIO QUOTIDIANO, 3 marzo 2011