STOP ALLE PALE EOLICHE E PANNELLI SOLARI SUI TETTI,

Pubblicato il 3 marzo, 2011 in Economia | Nessun commento »

Pubblichiamo questo articolo  di Sergio Rizzo, inviato speciale del Corriere della Sera e autore con Giantonio Stella di numerosi libri sugli sprechi e sugli imbrogli all’italiana,  perchè è una finestra -verità  sulle cosiddette emregie rinnovabili su cui speculatori e affaristi hanno fondato recenti e poco chiare fortune. a carico dello Stato e degli stessi utenti. A proposito, in particolare,  delle pale eoliche, spesso su questo sito abbiamo messo in guardia dal facile entusiasmo, denunciando gli affari che vi si nascondevano. Ora ciò trova conferma nell’articolo-denuncia di Rizzo. g.

ROMA – Il conto alla rovescia è cominciato già da qualche settimana, quando è stato chiaro che da un giorno all’altro, improvvisamente, poteva finire la pacchia. Quel giorno si stava pericolosamente avvicinando. Tremavano in migliaia. Tremavano le imprese che avevano costruito autentiche fortune. Tremavano le 20 mila persone che ruotano intorno a quel business. Tremavano perfino le banche, che avevano trovato nei finanziamenti alle fonti rinnovabili una lucrosa alternativa al credito tradizionale, azzannato dalla crisi.

È successo che lo scorso anno si è deciso di mettere un limite agli incentivi concessi per realizzare impianti fotovoltaici. Incentivi che, per dirla con l’Authority, sono fra i «più profittevoli al mondo». Un assaggio: mentre il costo medio dell’energia in Italia si aggira sui 60-70 euro al megawattora, chi produce elettricità con il fotovoltaico intasca ancora oggi fino a 402 euro. Vi chiederete: chi paga? Ovviamente gli utenti. Gli incentivi finiscono per gravare sulla bolletta. E sono così grandi da aver generato una ubriacatura generale, di cui fa le spese l’intero sistema. Basti pensare che negli ultimi quattro anni sono state presentate domande di impianti alternativi per 130 mila Megawatt, a fronte di una potenza elettrica installata, nel corso dell’ultimo secolo, di 105 mila Megawatt. Una quantità assurda, che la nostra rete non potrebbe mai sopportare. Ma nel frattempo gli investitori prenotano le connessioni, anche se poi non produrranno un chilowattora. Tanto non costa nulla. Per scoraggiare i buontemponi l’Autorità per l’energia aveva decretato l’obbligo di fideiussioni bancarie che sarebbero state escusse nel caso di mancata realizzazione degli impianti. Ma il Tar ha sospeso tutto: e ti pareva?

La corsa al pannello è stata così frenetica che quest’anno gli utenti dovranno pagare, fra maggiore costo della bolletta e quant’altro, una sovrattassa di 5,7 miliardi di euro per le energie alternative. Di cui soltanto 3 miliardi per il solo fotovoltaico. Nel solo 2009 se l’elettricità prodotta con fonti rinnovabili è salita del 13% e l’eolico è cresciuto del 35%, gli impianti solari hanno registrato un balzo clamoroso: +418%.

Ecco perché nel 2010 si è stabilito un tetto. Una volta raggiunta la soglia di 8 mila Megawatt di potenza installata, stop. Gli incentivi sarebbero finiti. Il fatto è che per raggiungere quel limite ci sarebbe stato tempo fino al 2020, ma l’accelerazione che si è registrata negli ultimi tempi, legata anche al fatto che gli incentivi decrescono man mano che passa il tempo, ha fatto bruciare le tappe. E sarebbe stata solo questione di mesi. Secondo l’autorità per l’energia sarebbero stati già installati, al 31 dicembre 2010, 6.500 Megawatt. Ma stime di Alessandro Clerici, presidente del gruppo di studio del World Energy Council su «Risorse energetiche e tecnologiche» dicono che dovremmo essere già a 7.400 Megawatt.

Per giunta avrebbe regnato l’incertezza più totale. Nei prossimi giorni dovrebbe essere pronto un nuovo decreto del governo per razionalizzare l’intera materia. E proprio lì c’è la soluzione al problema. Naturalmente al netto delle divergenze di opinioni che già si sono manifestate all’interno dell’esecutivo, perché un punto fermo sarebbe stato già acquisito: quel tetto di 8.000 megawatt non esiste più. Abbiamo scherzato. Per quel che ne sappiamo, inoltre, il provvedimento dovrebbe abolire il meccanismo dei certificati verdi, sistema con il quale sono incentivati anche gli impianti eolici. Di che cosa si tratta? Sono veri e propri titoli che si vendono e si comprano alla borsa elettrica. Mediamente valgono 80 euro a Megawattora, cui si aggiungono i soldi che il produttore incassa per l’energia messa in rete. Il decreto dovrebbe poi prevedere una barriera dimensionale degli impianti fotovoltaici (5 Megawatt), al di sopra della quale per accedere agli incentivi sarebbe necessaria una gara. Più o meno come in Francia. Piccolo particolare, sul livello dei futuri incentivi è buio totale. Quelli dovranno essere stabiliti con successivi decreti dai singoli ministeri: certo ne vedremo delle belle.

Normale, per un Paese dove si passa facilmente da un estremo all’altro. E può davvero accadere di tutto. Il cosiddetto provvedimento Cip 6 del 1992, per esempio. Dopo la vittoria dei Sì al referendum antinucleare del 1987 venne stabilito di incentivare la produzione di energie rinnovabili. Ma al dunque una manina probabilmente indirizzata dai petrolieri aggiunse due paroline «e assimilate» che stravolsero il principio, aprendo la porta dei ricchi incentivi perfino agli scarti inquinantissimi delle raffinerie. Risultato, soltanto dal 2001 al 2010 il Cip 6 è costato agli utenti 22,8 miliardi di euro, per almeno metà finiti a chi produceva con combustibili fossili. Si sperava che la pacchia finisse subito dopo che l’Unione Europea aveva fissato l’obiettivo secondo il quale entro il 2020 il 17% di tutti i consumi energetici dovrebbe essere soddisfatto con fonti rinnovabili. Ma c’erano i vecchi contratti in essere. E a questi si sono aggiunti i nuovi superincentivi necessari, si diceva, per centrare l’obiettivo continentale. Peccato che siano superiori in media anche dell’80% a quelli concessi dagli altri Paesi europei, come ha dimostrato sul Corriere Massimo Mucchetti.

Come risultato, l’Italia si è riempita in pochi anni di impianti fotovoltaici. E non soltanto sui tetti delle case, dove c’è circa metà della potenza installata. I pannelli hanno invaso pure il territorio. Del 295 Megawatt operativi in Puglia, 239 sono prodotti da 497 impianti collocati su 358 ettari di terreni agricoli. Per non parlare delle pale eoliche, diventate l’ossessione degli ambientalisti. Grazie a un sistema assurdo di incentivazione hanno finito per metterle anche dove tira una leggera brezza. Con la scusa poi delle carenze nella trasmissione, è stato previsto una specie di indennizzo di «mancata produzione» dovuta alla impossibilità di immettere l’elettricità nella rete.

Nel 2009 sono stati pagati ai produttori 12,5 milioni. La verità è che le reti sono frequentemente sature non solo per ragioni strutturali, ma anche a causa dell’offerta elevatissima. La dimostrazione sta nella somma enorme che il Gestore dei servizi energetici (la società pubblica a cui fa capo la Borsa elettrica) paga per acquistare i «certificati verdi» invenduti: 940 milioni nel 2010, forse 1,4 miliardi quest’anno.

Va da sé che con tutti questi soldi in ballo l’affare delle energie alternative ha attirato speculatori, faccendieri, e truffatori. Romani ha raccontato in una lettera al Corriere che a dicembre in Puglia un impianto aveva comunicato l’entrata in funzione di 8 Megawatt, ma quando i tecnici del ministero sono andati a fare una verifica, non hanno trovato che pannelli per 40 Kilowatt: 200 volte meno della potenza dichiarata. Per non parlare dell’offensiva delle organizzazioni criminali, dalla Sardegna alla Sicilia alla Puglia, partita dall’eolico e ora approdata all’energia solare. Durante una trasmissione di Radio 24 il magistrato della Procura antimafia Maurizio De Lucia ha azzardato il paragone con il sacco di Palermo. Un caso? Nella sola provincia di Siracusa la Finanza ha sequestrato impianti fotovoltaici mai entrati in funzione e ammessi a incentivi per 10 milioni di euro. Sergio Rizzo, Il Corriere della Sera, 3 marzo 2011


FEDERALISMO MUNICIPALE: LA CAMERA VOTA LA FIDUCIA, 314 SI, 291 NO, 2 ASTENUTI

Pubblicato il 2 marzo, 2011 in Politica | Nessun commento »

Bandiere leghiste alla Camera
Federalismo: da Camera sì a fiducia

ROMA -  La Camera conferma la fiducia al governo approvando la risoluzione di maggioranza relativa al testo sul federalismo fiscale municipale. La risoluzione è passata con 314 sì e 291 no e 2 astenuti. Ad astenersi sono stati i due deputati delle Minoranze linguistiche, Brugger e Zeller. I deputati in missione erano sette, di cui due del Pdl (i presidenti di commissione Gianfranco Conte e Paolo Russo), Salvatore Lombardo e Carmelo Lo Monte dell’Mpa (che pure aveva svolto la dichiarazione di voto per il suo partito), la Liberaldemocratica Daniela Melchiorre, Luca Volonté dell’Udc e Mario Brandolini del Pd. A non partecipare al voto sono stati in 15. Per la maggioranza erano assenti Giancarlo Abelli e Giuseppe Palumbo del Pdl, Daniele Molgora della Lega, Antonio Gaglione e Calogero Mannino del gruppo Misto. Quanto all’opposizione, non hanno risposto alla chiama Andrea Ronchi e Giulia Cosenza di Fli, Roberto Commercio e Ferdinando Latteri dell’Mpa, Sergio Piffari di Idv, Marco Fedi e Maria Paola Merloni del Pd e Anna Teresa Formisano e Luca Volonté dell’Udc. Alla chiama non ha risposto neppure il liberaldemocratico Italo Tanoni. L’unico gruppo presente con il 100% dei suoi deputati è stato Iniziativa Responsabile.

LEGHISTI SVENTOLANO IN AULA BANDIERE DEL NORD – Tutti i deputati della Lega hanno sventolato nell’Aula della Camera le bandiere delle regioni del Nord e con il sole delle Alpi, dopo che il vicepresidente Antonio Leone ha proclamato il risultato della votazione sulla fiducia sul federalismo municipale. Fra i leghisti c’era anche il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi che si e’ unito all’applauso dei deputati del Carroccio. Vedendo la scena, Leone ha chiesto l’intervento dei commessi per rimuovere le bandiere sospendendo brevemente la seduta.

BERLUSCONI IN AULA METTE POCHETTE LEGA – Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi ha messo nell’Aula della Camera al suo taschino un fazzoletto verde della Lega dopo aver votato la fiducia sul federalismo municipale. Dopo aver espresso il voto, Berlusconi ha raggiunto i deputati del Carroccio che seguivano la votazione dai loro banchi: il ministro dell’Interno Roberto Maroni, gli ha passato una pochette verde che Berlusconi, sorridendo, ha messo nel taschino della giacca. Dopo si e’ fermato a ridere e a scherzare con i deputati leghisti che hanno mostrato di apprezzarne le battute. Poco prima, un deputato della Lega aveva dato la pochette verde a Domenico Scilipoti del gruppo Iniziativa responsabile. Anche Scilipoti, come dopo avrebbe fatto il presidente del Consiglio, ha indossato il fazzoletto nel taschino della propria giacca.

BOSSI SODDISFATTO, ASSE CON BERLUSCONI? E’ L’UNICO CHE CI HA DATO VOTI – “Berlusconi è stato l’unico a darci i voti per il federalismo”. Umberto Bossi risponde così a chi gli chiede se l’asse con il premier sia solido. “Gli altri – aggiunge – mi hanno detto ‘Fai saltare il miliardario e domani ti votiamo il federalismo’, ma Berlusconi i voti in Bicamerale me li dava subito. Non ci possono chiedere di mettere a repentaglio un risultato acquisito”. “Se uno accetta di far pace – spiega – vota a favore, poi può essere che si aprono degli spazi…”.

CALDEROLI, PROVVEDIMENTO STORICO PER IL PAESE – “E’ stato approvato un provvedimento importante e storico per il Paese e c’é anche la solennità dell’Aula a certificarlo”. Così Roberto Calderoli esprime soddisfazione dopo l’approvazione definitiva del federalismo municipale con il voto della Camera. “Sono aumentati anche i sostenitori, coloro che hanno votato a favore. E’ un dato di cui si deve tener conto”, spiega il ministro della Semplificazione legislativa che con il leader della Lega Nord, Umberto Bossi, è indicato come uno dei padri della riforma federalista. “La maggioranza sta crescendo – aggiunge Calderoli – Bisogna tener conto di chi era assente per malattia e in missione. E’ bene averla certificata in un punto nodale della legislatura”. Fonte: ANSA, 2 marzo 2011

MISTER SE, ALIAS FINI, SUPER CAMPIONE DI PROMESSE MANCATE

Pubblicato il 2 marzo, 2011 in Politica | Nessun commento »

Gianfranco Fini sono due. Uno dichiara, l’altro smentisce. Uno promette, l’altro non mantiene. Come nel romanzo   di Robert Louis Stevenson, Lo strano caso del Dottor Jekyll e Mister Hyde,  siamo di fronte a un personaggio con  personalità ambivalente. Da una parte c’è il Dottor Fini, cioè l’ex delfino di Almirante poi ex delfino di Berlusconi e attualmente aspirante delfino del primo che passi (sia Casini o Vendola). È lui  che ha sciolto il Movimento Sociale in Alleanza Nazionale poi ha sciolto An nel Popolo della Libertà, quindi ha sciolto l’alleanza col PdL per fondare Futuro e Libertà e adesso Fli si scioglie come neve al sole e non c’è verso di rimediare. All’improvviso, però, si manifesta il lato oscuro di Gianfranco, cioè Mister Se. Si tratta di un’entità del tutto imprevedibile, capace di  assumere posizioni stupefacenti, le quali vengono puntualmente contraddette non appena il Dottor Fini riprende pieno possesso della sua identità.
VOLTI DISTINTI
Come si fa a distinguere le due facce del medesimo gagliardetto? È abbastanza semplice, dipende tutto dal linguaggio. Mister Se, infatti, si esprime esclusivamente utilizzando il condizionale.  Facciamo qualche esempio. Verso la fine di settembre, Mister Se prende il sopravvento e, alle spalle del Dottor Fini, registra un video: vuole dimostrare che esiste, lasciare una testimonianza. L’argomento è la famigerata casa di Montecarlo finita chissà come nella disponibilità dell’illustre cognato Giancarlo Tulliani.
Dice Mister Se: «Se dovesse emergere con certezza che Tulliani è il proprietario e che la mia buona fede è stata tradita, non esiterei a lasciare la Presidenza della Camera». Affermazione incredibile, seguono brividi e raccapriccio.

Poi arrivano lettere dall’isola di Saint Lucia, si accumulano le prove sul Tulliani. Ma il presidente della Camera rimane al suo posto. Come è possibile?, si sono chiesti in molti. Beh, ora lo sappiamo: il Dottor Fini aveva assunto di nuovo il controllo, in tempo per fare il contrario di quanto Mister Se aveva detto. Poiché però nessuno sapeva  dell’esistenza di due personalità differenti,  Gianfranco ha fatto la figura di quello che parla al vento e dice bugie.

Stessa cosa è accaduta tempo dopo, intorno al 13  febbraio. Mister Se ha di nuovo rotto gli indugi. Risentito per essere stato sbugiardato nelle precedenti occasioni, si è manifestato con l’atteggiamento stizzito tipico del bambino che fa i capricci. Battendo il piedino ha affermato: «Mi dimetto solo se lo fa anche Berlusconi».

MACCHE’ ADDIO
E qui smentirsi era impossibile: il Cavaliere non aveva nessuna intenzione di dimettersi, anche perché non ce n’era motivo, vista la fiducia incassata e il rientro all’ovile del PdL di vari esponenti farefuturisti. Gianfranco, invece, di ragioni per mollare la carica a Montecitorio ne avrebbe avute a iosa, dalla vicenda Montecarlo in giù. Ma niente, è rimasto dov’era senza fare una piega mentre il suo partito perdeva i pezzi. E ancora una volta ha rimediato una magra figura.  Mister Se dev’essersi infuriato, tanto da riapparire a breve distanza, solo due giorni fa, durante la trasmissione di Lilli Gruber. L’intervista del leader di Fli a Ottoemezzo è stata una mitragliata di condizionali: se, se, se, se. «Se Berlusconi fosse uno studente di diritto, sarebbe bocciato»; «Se ci ritirassimo ora dall’Afghanistan sarebbe una diserzione».

Ma si stava solo scaldando. La sparata vera è arrivata repentina, così grossa da meritarsi un titolone sul Corriere della Sera: «Se fallisce il progetto di Futuro e Libertà lascio la politica». Questa è clamorosa. Chissà che farà il Dottor Fini appena riprenderà il pieno dominio su di sé. A rigor di logica, sarebbe costretto ad andarsene seduta stante: Fli ha perso per strada metà dei rappresentanti, crolla nei sondaggi, conta poco più di niente, il terzo polo la snobba, è ridotta ad aggrapparsi ai tour televisivi. Il fallimento è più che  evidente. Siamo certi, però,  che Gianfranco anche stavolta ci regalerà acrobazie strabilianti: non mollerà la politica nemmeno a pagarlo.

Tiriamo le somme di questa coabitazione di personalità nel corpo del presidente  della Camera: il Dottor Fini si contraddice, nega l’evidenza, non si schioda dalla poltrona. Mister Se, invece parla di dimissioni, di fallimento di Fli, della casa di Montecarlo… Questo Mister Se ci fa sorgere un dubbio: e se dei due quello buono fosse lui? di Francesco Borgonovo, Libero,02/03/2011

MORTADELLONE PRODI RIFIUTA LA PENSIONE E SOGNA DI TORNARE….

Pubblicato il 2 marzo, 2011 in Politica | Nessun commento »

Il Professore a Famiglia cristiana: “Non posso girare per strada: mi riconoscono, mi osannano e mi vogliono”

Ma sarà vero? Noi ci permettiamo di dubitarne. Lui dice che è così. Giudicate voi. Intervista a Famiglia Cristiana di Romano Prodi, il professore Riciccia (o Rieccolo) del Pd. Racconta Prodi: «Ormai non posso nemmeno scendere per strada. La gente mi riconosce e mi dice: torna, torna».
Sembra il famoso sketch di Corrado Guzzanti. Prodi è alla stazione di Bologna, impalato sulla banchina. Spiega: «Passa il treno, ne passa un altro, ne passano dieci e io non mi muovo, aspetto». La gente è preoccupata. «Ma professore, – dice – sta bene?». Sta benissimo, il Professore. Benissimo e immobile. Passano, oltre ai treni, anche gli uccelli che gli cacano in testa. E lui sempre fermo. Trascorrono i giorni e i mesi. Arriva l’estate, il sole brucia. Sempre fermo. Arriva anche l’autunno. Il capostazione gli porta una coperta. Armato di rasoio, gli fa la barba. Prodi è sempre fermo. Torna Natale, la neve. Lui immobile. Il tempo passa, pure Franceschini invecchia. Prodi no. «Io sono sempre uguale, sono l’unico leader europeo senza metabolismo, perché sto fermo. Questo è il senso dell’Ulivo. L’Ulivo è un albero, mica va a spasso. E arriverà il momento in cui verranno da me». In ginocchio, naturalmente. Perché Prodi non dimentica le offese ricevute, le imboscate parlamentari, le cacciate (plurime cacciate) da Palazzo Chigi. Verranno e gli chiederanno scusa per averlo mandato via due volte. Gli diranno: «Non porterai mica rancore?». Ma no, quale rancore. Prodi non porta mai rancore. Si genufletteranno, i compagni in cerca finalmente di un leader. E lui zac. Come Karate Kid, sferrerà il colpo mortale e fonderà l’Ulivo 3.

ASPETTA E SPERA - Ma il momento, a quanto pare, non è venuto. Prodi ha aspettato. Gli uccelli hanno fatto i loro bisogni. Bersani è diventato segretario. Vendola ha guadagnato punti e consensi. Persino Piero Fassino è riemerso dal dimenticatoio. E forse il capostazione-barbiere è andato in pensione. Lui niente. Sempre immobile ad aspettare invano. A fargli visita, ormai, andavano solo gli uccelli. Nessun treno per Roma e nessun compagno inginocchiato. E così, considerato che anche gli uomini senza metabolismo prima o poi invecchiano, il Professore è stato costretto a rompere gli indugi. Il rischio era l’immobilità eterna.
Si è scrollato di dosso gli uccelli, Prodi. Si è concesso a Famiglia Cristiana, ha spiegato che fu lui, al tempo in cui presiedeva la Commissione europea, a sdoganare Gheddafi (ma «senza accettare umiliazioni»), ha lanciato un po’ di accuse a Berlusconi (tanto per non perdere l’abitudine) e ha raccontato: «Lunedì ero a Mantova e sono andato alla messa del mattino, per evitare di essere avvicinato. Ma un gruppo di fedeli anziani mi ha circondato e mi ha chiesto di tornare a guidare questo Paese». Non risulta che gli anziani fedeli lo abbiamo portato in processione. Mai dire mai, però: in una prossima intervista, il Professore potrebbe anche svelare nuovi particolari sulle folle osannanti. Nell’attesa, ritorniamo a Mantova, fine della messa mattutina, con i fedeli che circondano Prodi, lo accarezzano, lo supplicano, gli chiedono un ciuffetto di capelli, un triangolino di camicia o di giacca, gli baciano la mano. Lui ansima, sorride, bofonchia e non fa zac. Per il momento, niente Karate Kid. Prodi non è vendicativo. E poi Veltroni non era tra i fedeli.

PUNTO DI PARTENZA
– Tutti lo cercano, tutti lo vogliono. E a questo punto, visto che Romano Prodi non racconta bugie, bisogna sciogliere solo un dubbio: il Pd è talmente malmesso che persino Prodi ha la possibilità di tornare oppure è Prodi ad essere talmente conciato male da pensare di poter tornare e riconquistare Palazzo Chigi?
Amletici dubbi a sinistra. Con una sola certezza: dopo sedici anni, due defenestrazioni, infinite polemiche e insuccessi, la sinistra o centrosinistra che dir si voglia è ancora al punto di partenza. O di nuovo al punto di partenza. All’inizio, dopo la meteora Occhetto, fu Prodi. Oggi, dopo Bersani, potrebbe essere sempre Prodi che vorrebbe vestire i panni di Karate Kid per combattere contro Berlusconi e anche per far fuori i compagni che lo tradirono e lo mandarono alla stazione di Bologna con tutti quegli uccelli che gli volavano in testa. Zac, un colpo a Veltroni. Zac, un altro colpo a Bersani. E uno pure a D’Alema. E il Professore si siede al vertice del Pd, alleato non più di Bertinotti ma di Vendola e con Casini forse nei panni di Mastella, Arturo Parisi gran consigliere e Rosy Bindi accanita sostenitrice.

Sedici anni (l’Ulivo fu fondato nel 1995, mese di febbraio). E la tentazione della grande ammucchiata è sempre lì, immobile alla stazione in attesa del treno. In carrozza. Guida (forse) Romano Prodi, il leader senza metabolismo alla testa di un partito col futuro dietro le spalle. E gli uccelli continuano a fare i loro voli e tutto il resto. di Mattias Mainiero, Libero,02/03/2011

RIAPPARE GHEDDAFI. CHE SUCCEDE SE RIMANE AL POTERE?

Pubblicato il 2 marzo, 2011 in Politica estera | Nessun commento »

“Dal 1977 ho dato il potere al popolo e da allora non ho più poteri nel paese né di tipo politico né amministrativo”. E’ quanto ha affermato Muammar Gheddafi parlando ai suoi sostenitori a Tripoli, in occasione del  trentaquattresimo anniversario della nascita dei Comitati popolari in Libia. “Saluto e faccio gli auguri al popolo libico per questa ricorrenza – ha affermato –  dal 3 marzo del 1977 abbiamo passato il potere al popolo e voglio ricordare al mondo che da allora ho dato il potere al popolo. Abbiamo vinto l’occuopazione italiana e americana e il popolo gestisce il petrolio e i suoi proventi”. Poi il rais ha letto il documento fondativo della Jamahiriya redatto nel 1977, spiegando che: “La repubblica libica è in mano al popolo, che comanda – ha affermato – senza delegare, senza governo, senza presidente. Questa è la nostra democrazia”.

La risata con cui Muammar Gheddafi ha risposto al giornalista della Bbc che gli chiedeva se fosse disposto ad accettare l’esilio conferma le peggiori previsioni. Il colonnello non ha intenzione di trattare per una via di fuga, controlla saldamente Tripoli e Sirte ed è anche in grado di tenere sotto assedio la strategica al Zawiya, terminal di un importante oleodotto, Zenten e Misurata. Proprio a Misurata, le truppe speciali di Khamis Gheddafi hanno ucciso ieri tre dimostranti, hanno catturato decine di giovani e li hanno mostrati alla televisione pubblica, indicandoli come “drogati” e “responsabili dei disordini”.

Così, in Libia, si apre uno scenario completamente diverso rispetto a quello prospettato dalla maggior parte della stampa italiana, che ha assicurato per giorni la fine certa e rapida del colonnello. Venerdì, il Corriere della Sera ha titolato in prima pagina “Tripoli alla battaglia finale”, mentre la Stampa ha scritto “I ribelli puntano su Tripoli”. L’annuncio del quotidiano torinese risulta sobrio rispetto a quello scelto da Repubblica, che ha lanciato: “I ribelli marciano su Tripoli”. Quella marcia deve ancora avvenire, e Gheddafi non ha intenzione di cedere in fretta. Gli oppositori sono forti, soprattutto nella parte orientale del paese, hanno le armi e l’appoggio della popolazione. In più, ora cercano di organizzarsi anche sotto il profilo militare.

Uno degli ufficiali che hanno lasciato l’esercito, Faris Zwei, ha detto ieri che i ribelli hanno costituito un consiglio unitario e che preparano attacchi coordinati contro i lealisti. “Pianificheremo gli assalti alle unità di sicurezza di Gheddafi, alle sue milizie e ai suoi mercenari – ha dichiarato – Vogliamo che ogni città abbia l’onore di liberarsi da sé. Se ci saranno ritardi, interverremo noi”.

Ma il rais segue la strategia dell’arrocco e gli analisti più avvertiti cominciano a pensare che potrebbe anche avere ragione dei ribelli. Ha la calma che serve per incontrare i giornalisti, per mandare un nuovo ambasciatore negli Stati Uniti e per mettere uno dei suoi fedelissimi alla guida delle trattative con i ribelli. I suoi uomini stanno preparando in queste ore un attacco alla città di Nalut. FOGLIO QUOTIDIANO, 2 MARZO 2011

DIMISSIONI? BERLUSCONI SE LA RIDE FORTE DEI SONDAGGI: SETTE ITALIANI SU 10 STANNO CON LUI

Pubblicato il 2 marzo, 2011 in Politica | Nessun commento »

Secondo un sondaggio di Mannheimer il 70% non vuole che Berlusconi faccia il passo indietro chiesto dall’opposizione. E’ una risposta ai ripetuti annunci del Pd, sicuro di raggiungere entro l’8 marzo dieci milioni di firme per chiedere le dimissioni del premier. Intanto Il Cav prepara il rimpasto di governo

«Una percentuale compresa tra il 60 e il 70% degli italiani non vuole le dimissioni del presidente del Consiglio». Silvio Berlusconi accoglie con il sorriso complice di chi non è affatto sorpreso la rilevazione effettuata in esclusiva per Affaritaliani.it dal presidente dell’Ispo, Renato Mannheimer. Una risposta sonante ai ripetuti annunci di Maurizio Migliavacca, responsabile organizzativo del Pd, sicuro di raggiungere entro l’8 marzo dieci milioni di firme sotto la petizione per le dimissioni del premier. E uno schiaffo a chi cerca di accreditare l’immagine di un politico appannato e incapace di intercettare l’umore profondo degli italiani.

Chi ha incontrato Berlusconi lo ha trovato tonico, di buon umore e pronto a impegnarsi in prima linea e in prima persona nella campagna per le amministrative, a cominciare dalle comunali di Milano. Un’attenzione crescente, quella per le prossime consultazioni locali, che tocca anche Napoli, città a lui particolarmente cara e per la quale ha commissionato ripetuti sondaggi sul gradimento dei potenziali candidati. Il premier ha anche accolto con soddisfazione i dati Istat, con il miglioramento del rapporto deficit/pil e il Pil in crescita rispetto alle previsioni. Una schiarita che il premier confida possa consolidarsi nei prossimi mesi.

Sullo sfondo continuano sottotraccia le grandi manovre per l’allargamento della squadra di governo. Il pressing da parte del gruppo dei Responsabili sta salendo. Non a caso Pippo Gianni, parlamentare dei Popolari per l’Italia di Domani, dice con chiarezza che «non si può più aspettare. Dobbiamo dare risposte al territorio e al Centro Sud, isole comprese. A questo punto serve un riconoscimento politico del nostro ruolo». Gli esponenti del Pid, Saverio Romano in testa, avrebbero spiegato a Berlusconi che soltanto mantenendo le promesse si può continuare ad essere credibili e attrattivi sul territorio. La richiesta dei vari gruppi è quella di affrontare la questione già nel prossimo Consiglio dei ministri di domani mattina. Berlusconi, però, vorrebbe attendere ancora alcuni giorni per evitare il sorgere di tensioni e scongiurare il malcontento degli eventuali esclusi.

Il Risiko delle nomine, inoltre, non è ancora completato. Romano, in pole position per il dicastero dell’Agricoltura, deve vincere le resistenze della Lega che vorrebbe al ministero ora di Galan – l’ex governatore del Veneto potrebbe spostarsi alle Politiche europee – un proprio candidato. Per Paolo Bonaiuti potrebbe arrivare finalmente la promozione a ministro, con la sostituzione di Sandro Bondi ai Beni culturali. Restano in stand-by anche le nomine di Francesco Pionati, Anna Maria Bernini, Massimo Calearo, Nello Musumeci, Francesco Nucara, Aurelio Misiti ed Elena Polidori. Il premier appare intenzionato ad aumentare il numero dei membri del governo che oggi sono 65. Non a caso Berlusconi ha ricordato che il governo Prodi ne aveva più di 100. La sua intenzione è quella di allargare la squadra con 12-15 nuovi innesti, probabilmente con un disegno di legge ad hoc. Il premier, quindi, continua a puntare su un rinnovato assetto dell’esecutivo capace di blindare la maggioranza senza bisogno di nuovi e più rischiosi ingressi. Una mossa che, negli auspici di Palazzo Grazioli, allontanerebbe le elezioni forse fino al 2013.

BERLUSCONI NELLE GRINFIE DI FINI, di Nicola Porro

Pubblicato il 2 marzo, 2011 in Politica | Nessun commento »

La maggioranza chiede alla camera di trasferire il processo di Milano al tribunale dei ministri. Ma il leader Fli potrebbe fare ostruzionismo impedendo all’assemblea di Montecitorio di votare la decisione.

Strumenti utili

Gianfranco Fini e il suo ufficio di presi­denza hanno il pal­lino in mano sulla questione Ruby. Si tratta di questioni procedurali di grande importanza: deci­dere se aprire o no un con­flitto di attribuzioni con i magistrati di Milano. Più o meno in concomitanza al Senato la giunta delle im­munità parlamentari do­vrà pronunciarsi sulla ri­chiesta di arresto nei con­fronti del senatore del Pd, Alberto Tedesco. Su que­ste due storie si gioca un pezzo importante del rap­porto tra politica e giusti­zia.

La vicenda Tedesco, per i lettori del Giornale , è no­ta. L’ex assessore alla Sani­tà della giunta Vendola è coinvolto in un giro di ma­­laffare nella sanità puglie­se. La procura di Bari ha proceduto a vari arresti, ma si è dovuta fermare di fronte all’immunità di Te­desco subentrato di fretta e furia al Senato grazie a un compagno di partito che si dimise. Abbiamo da­to ampiamente conto del­la vicenda. Raccontando quegli intrecci perversi nel­la sanità pugliese (circa il 70 per cento del bilancio della Regione) che hanno riguardato la giunta di Ven­dola e il Pd. Così come non abbiamo potuto fare a me­no di mettere in evidenza la furbata di farsi «nomina­re » in parlamento grazie a una provvidenziale dimis­sione. La procura di Bari chiede l’arresto poiché ri­tiene possibile la reitera­zione del reato, nonostan­te egli non sia più assesso­re da due anni. Questi so­no i fatti.

Ebbene, sarebbe assur­do che la giunta del Senato concedesse gli arresti per il senatore del Pd. Per chi scrive, e lo testimoniano i nostri numerosi pezzi, Te­desco e la sua cricca do­vranno rispondere della pessima gestione della Sa­nità. Non molleremo l’os­so. E si ci sono reati dovran­no evidentemente pagare. Ma non è accettabile che i processi si celebrino in car­cere. Non è accettabile che Silvio Scaglia e Mario Ros­setti, il suo cfo nel caso Fa­stweb, siano stati rinchiusi per un anno senza senten­za. In un paese civile non si può e non si deve tollerare l’abuso della carcerazione preventiva per il ricco e po­tente, come per l’invisibi­le. Per Tedesco non può es­sere un aggravante il fatto di essere senatore della Re­pubblica.

Il Pd deve avere il corag­gio di difenderlo in Giun­ta. Non è uno schiaffo alla «gente comune». È un im­peg­no perché la presunzio­ne di innocenza resti un ca­posaldo del nostro siste­ma e perché il carcere ci sia, ma solo a sentenza defi­nitiva. Abdicare a questo principio per il Pd sarebbe una follia. Si potrà cullare del fatto che in Giunta al Se­nato la maggioranza del Pdl voterà, come ha sem­pre fatto, contro l’arresto. Ma sarebbe un arrendersi ai suggerimenti forcaioli di quattro intellettuali scal­manati che gradirebbero vedere la fine di Berlusco­ni per ragioni giudiziarie più che politiche. E che confondono il tintinnio delle manette con il suono della politica. È la rinuncia al proprio ruolo. E lo dicia­mo con maggiore difficol­tà, proprio pensando a quella commistione affari e sinistra, che con forza ab­biamo denunciato. Ma per sconfiggerla è necessa­ria­la politica e non la carce­razione preventiva. Un se­gno forte di garantismo da parte sia di Fini sia del Pd, contribuirebbe ad affossa­re quel bipolarismo mar­cio che imperversa in Ita­lia: da una parte i giudici dall’altra la politica.

CASA DI MONTECARLO: IL GIP NON HA ARCHVIATO L’INCHIESTA

Pubblicato il 2 marzo, 2011 in Giustizia, Politica | Nessun commento »

Il gip Figliolia prende tempo: si è riservato se accettare la richiesta della procura, che vuole l’archiviazione per il presidente della Camera e l’ex tesoriere Pontone, oppure accogliere il ricorso degli esponenti della Destra che chiedono il rinvio a giudizio per truffa aggravata. La decisione entro 15 giorni. Ma i querelanti annunciano già un ricorso in sede civile

Roma – La vicenda Montecarlo non è chiusa. Su Gianfranco Fini pende ancora il giudizio del tribunale di Roma che potrebbe rinviarlo a giudizio per truffa aggravata insieme all’ex tesoriere di An Francesco Pontone. Il gip del tribunale di Roma, Carlo Figliolia, ha scelto di non archiviare immediatamente ma sì è riservato di decidere sulla vendita della casa di Alleanza nazionale a Montecarlo.

Il procuratore aggiunto Pier Filippo Laviani ha sollecitato ancora la posizione della procura. L’avvocato Mara Ebano, che assiste i due esponenti della Destra che con la loro denuncia hanno dato il via all’inchiesta, il consigliere regionale Roberto Buonasorte e Marco Di Andrea, ha spiegato: “La decisione arriverà entro le prossime settimane”. Nell’inchiesta sono indagati sia il presidente della Camera sia l’ex tesoriere di An. All’attenzione del giudice, nella scorsa udienza del 2 febbraio, è stata depositata una videoregistrazione dell’intervista rilasciata al Tg1 e trasmessa il 28 gennaio scorso, dall’immobiliarista residente a Montecarlo Luciano Garzelli. “Ma sono tante le testimonianze e le carte che spiegano cosa è successo e perché” ha detto Buonasorte.

i Giancarlo Tulliani e sua sorella Elisabetta, la compagna di Fini, si sono interessati direttamente della ristrutturazione dell’immobile di Boulevard Princesse Charlotte. Il penalista Giuseppe Consolo, che insieme con Francesco Compagna, difende Fini, ha spiegato: “Il rappresentante della procura ha spiegato le ragioni per cui questa vicenda va archiviata”.

L’avvocato Di Andrea ha invece sottolineato: “Il nostro impegno andrà avanti comunque. Lo stesso procuratore Laviani ha detto oggi, secondo noi, che c’è spazio per iniziative al tribunale civile”. Buonasorte ha poi spiegato: “Tulliani andava almeno ascoltato. E invece è tutto rimasto nel dubbio a nostro parere. Il dato certo è che Fini pensava di risolvere la cosa in 24 ore e invece siamo ancora qui a discutere di questa vicenda”. Fonte Il Giornale, 2 marzo 2011

PERCHE’ PIU’ POTERI AL PREMIER. FIRMATO PD

Pubblicato il 1 marzo, 2011 in Politica | Nessun commento »

Quando divenne l’inquilino pro tempore di Palazzo Chigi, D’Alema si espresse per un rafforzamento dei poteri del premier a scapito degli organi di contrappeso, fra i quali c’è ovviamente il Quirinale. E Fini, prima della sua conversione terzopolista, è sempre stato un fautore del presidenzialismo, cioè di quella riforma che prevede l’elezione diretta di un presidente della Repubblica che abbia funzioni di governo.

Ora hanno cambiato entrambi idea solo perché a Palazzo Chigi c’è Berlusconi, ma l’esigenza di rafforzare i poteri del premier per mettere l’Italia in una situazione decisionale simile a quella degli altri Paesi occidentali resta sacrosanta.

Non deve dunque meravigliare che Berlusconi, avendo i numeri per governare a dispetto di tutto e di tutti, abbia deciso di mettere i puntini sulle “i”, denunciando la sostanziale messa in mora del governo da parte di altri organi costituzionali come la Presidenza della Repubblica e la Corte Costituzionale. Attenzione: il premier, prima ancora di puntare il dito sul “come” vengano esercitati i poteri di controllo previsti dalla Costituzione, indica la strada di come uscire dall’impasse, ossia quella di una profonda riforma costituzionale che metta davvero i governi in condizione di governare. Un esempio? La legge Bossi-Fini sui clandestini, varata due legislature fa per dare una risposta all’immigrazione incontrollata che si stava riversando sulle nostre coste, è stata praticamente disapplicata a causa della raffica di ricorsi alla Consulta da parte di magistrati ideologicamente contrari ad ogni norma restrittiva sull’immigrazione. E’ un esempio di scuola, questo, di come una legge del Parlamento, espressione della volontà popolare – i princìpi della Bossi-Fini erano scritti nel programma di governo – possa essere neutralizzata da contropoteri che, da garanti della Costituzione, si sono trasformati nel tempo in terza Camera legislativa. Oggi Berlusconi ha superato praticamente indenne una tempesta politica, e deve affrontarne un’altra giudiziaria, ma avendo allargato la base parlamentare che lo sostiene ha il diritto e il dovere di governare, anzi, di garantire al Paese una piena governabilità nei due anni restanti di legislatura, e per questo non ci sta a farsi imbrigliare dai paletti che in questo momento vede come ostacoli lungo il cammino della maggioranza nella realizzazione del programma elettorale.

Dunque, la strada maestra è quella riforma costituzionale che la sinistra appoggiò ai tempi della Bicamerale D’Alema, ma che poi ha ripudiato per motivi puramente tattici. Eppure nella Bicamerale la proposta del premierato forte fu presentata nella cosiddetta “bozza Salvi”, dal nome del senatore Cesare Salvi, diessino, che l’aveva redatta. Essa prevedeva l’elezione diretta del primo ministro, il suo rapporto di fiducia con la sola Camera dei deputati e lo scioglimento della Camera stessa in caso di approvazione di una mozione di sfiducia. Il primo ministro, inoltre, avrebbe avuto il potere di nomina e revoca dei ministri, anche se ufficialmente spettante al presidente della Repubblica, e avrebbe potuto proporre a quest’ultimo lo scioglimento delle Camere. Ma se oggi una simile proposta arrivasse dal Pdl, si parlerebbe di tentato golpe.

FINI, IL PERIPATETICO DALLE FALSE PROMESSE

Pubblicato il 1 marzo, 2011 in Politica | Nessun commento »

L’on. Fini, presidente della Camera grazie a Berlusconi e leader del minipartito FLI per tradimento consumato, da qualche giorno, ripresosi un pò dallo scoramento provocatogli dalla scomparsa del gruppo parlamentare al Senato e dalla decimazione di quello alla Camera, si è messo a rubare il mestiere alle passeggiatrici che “ornano” le nostre città e le strade del nostro bel Paese. Lo steso Fini che alla campagna elettorale per le regionali del 2010, non un secolo fa, nemmeno un anno fa, ostentatamente si rifiutò di prendervi parte invocando il suo ruolo “terzo” di terza carica dello Stato, ma che  in realtà  ne disertò la battaglia sperando in un tracollo del centrodestra e in una sconfitta di Berlusconi, ora ha messo da parte la sua “terzietà” e si è messo a girare i talkshow e le redazioni giornalistiche tutte di sinistra per attaccare Berlusocni e il governo della maggioranza che lo aveva eletto al ruolo di “terzo” Si è fatto intervistare da Santoro, poi dall’Espresso, e ieri sera da Lilli Gruber, ex parlamentare postcomunsita, sulla 7. Il tema centrale delle sue intemerate naturalmente il centrodestra e  Berlusconi,  il tutto condito dal suo esasperato narcisismo. Borioso come al solito, indisponente e altezzosamente issato sul trono dei tronfi, Fini nelle sue uscite televisive e giornalistiche,  ha detto di tutto e di più, autoincensandosi come depositario di tutte le verità,  anzi della Verità, tout court. E’ evidente, però,  e traspare tra le riga e tra  le stesse parole di Fini la sua disperazione per aver dovuto constatare che tra lui e Berlusconi, nonostante quest’ultimo ce la metta tutta per dargli ampi vantaggi, l’elettorato di centrodestra non ha dubbi, continua a scegliere Berlusconi visto che i sondaggi, gli ultimi, danno il PDL al 30,6% e il suo FLI al 3,1%, destinata questa percentuale a ulteriormente dissolversi allorchè si incomincerà a sparare  (elettoralmente) sul serio. Ma sin qui si è nella normalità della politica. Dove invece si entra nel campo di quella che fuori della politica si potrebbe definire “truffa in commercio” è l’ultima  “promessa” fatta proprio dinanzi ai microfoni della Gruber: se il progetto del FLI fallisse, lascio la politica. Proprio così ha detto, ovviamente vaporosamente pomposo Fini,  ripetendo un copione già letto. Nel recente passato, a proposito della casa di Montecarlo, giurò che se si fosse accertato che quella casa era del cognato lui si sarebbe dimesso da presidente della Camera…infatti accertato oltre ogni ragionevole dubbnio che quella casa è di proprietà del cognato, Fini si è guardato bene dal mantenere la promessa, anzi si è scordata dall’averla fatta.  Per quanto riguarda il FLI, il progetto è già fallito, tanto che  per arginare la dissolvenza del gruppo alla Camera ha dovuto far ricorso alla mozione degli affetti per trattenere (ma non per molto…) gli onorevoli  Urso e Ronchi, profondamente delusi e maramaldeggiati da Fini al momento di “nominare” gli organigrammi del partito, affidati ai pretoriani di Bocchino. Per cui Fini   fa una promessa  che già non ha mantenuto. E pretende di dare lezioni a tutti, ma è lui che dovrebbe andare a lezione. Di moralità politica. g.

A PROPOSITO DI FINI, HANNO DETTO

Bondi: dopo Fini sarà difficile ridare sobrietà alla presidenza della Camera

“Dopo che Fini avrà lasciato il suo attuale incarico istituzionale sara’ difficile restituire alla presidenza della Camera il suo ruolo di imparzialità di indipendenza e di sobrieta’ istituzionale”. Lo ha affermato il una nota il ministro Sandro Bondi, coordinatore nazionale del Pdl, commentando l’intervista del presidente della Camera Gianfranco Fini a Otto e mezzo.

Biotestamento/Quagliariello: Fini almeno legga il testo

“Alla Camera sta per aprirsi la discussione sul testamento biologico. Ci limitiamo ad augurarci che il presidente Fini si prenda almeno il disturbo di leggere il testo del disegno di legge prima che arrivi nell’Aula che presiede, cosi’ la prossima volta si evitera’ la brutta figura di andare in televisione a declamare il Catechismo per contestare il ddl Calabro’ senza accorgersi che il ddl Calabro’ e il Catechismo sull’accanimento terapeutico dicono la stessa identica cosa: lo vietano”. Lo ha detto Gaetano Quagliariello, vicecapogruppo Vicario del PdL al Senato, durante la presentazione del libro “Ri-Animazione” di Alberto Zangrillo.

Gasparri: Fli come An? Una grande bugia

”Fli come An dice Fini? Una grande bugia. An non si e’ mai trasformata in una stampella per la sinistra. E non avrebbe mai votato la sfiducia a un governo di centrodestra insieme a D’alema. Non si confondano le confusioni personali con la storia della destra”. E’ quanto afferma il presidente dei senatori del Pdl, Maurizio Gasparri, commentando le dichiarazioni di Gianfranco Fini a Otto e mezzo.