FLI ALLO SBANDO, FINI PERDE LA TRAMONTANA
Pubblicato il 17 febbraio, 2011 in Politica | Nessun commento »
Se va avanti così, la prossima assemblea del FLI, Fini e i suoi la potranno indire in un sottoscala della casa di Montecarlo. La fuga dei parlamentari del FLI da Fini e dal suo partitito sembra assumere caratteri di valanga. Ieri se ne è andato Minardi, senatore, determinando lo scioglimento del gruppo parlamentare al Senato. Oggi hanno annunciato l’uscita Pontone e Saia, anch’essi senatori, mentre l’on. Roberto Rosso, coordinatore regionale del Piemonte, ha ufficializzato il ritorno nel PDL alla Camera. Altri seguiranno nei prossimi giorni. E’ lo stesso Fini ad ammetterlo con un comunicato che domani mattina comparirà sul Secolo d’Italia e che potrà essere letto dai 4 o 5 lettori di quel quotidiano, fondato da Franz Turchi, che un tempo era la bandiera della destra iataliana e che oggi è al più un semiclandestino giornaletto che leggono su RAI 3 a mezzanotte e dintorni. Nel comunicato Fini ammette sostanzialmente la sconfitta ma dà la colpa…a Berlusconi. Accusa Berlusconi di usare il ptere mediatico e finanziario per comprare il passaggio dei parlamentari dal FLI al PDL. Siamo alle comiche finali! L’on. Fini invece di riconoscere che il suo progetto si avvia malinconicamente verso l’ignoto o meglio verso l’annunciato naufragio politico, tenta di addossarne la colpa a chi ne era il principale obiettivo, cioè Berlusconi, e per far ciò non esita a dare del prezzolato a quelli che, presi in giro dall’assicurazione loro fornita dallo stesso Fini che il progetto finiano voleva solo realizzare una “terza gamba” all’interno della maggioranza di centro destra mentre invece si sono trovati proiettati verso una ammucchiata contro natura comprendente da ultimo anche Vendola, si sono resi conto dell’imbroglio e coerentemente con le loro idee politiche, preferisconpo tornare sui propri passi e restare nel centro destra. E non basta. Fini, che accusa il PDL di essere (stata) una caserma e Berlusconi un sergente di giornata, ha trasformato il suo FLI, come già aveva fatto col MSI e con AN, in un campo di concentramento, amministrato da un manipolo di kapò il cui caporale è un certo Bocchino, ex autista di Tatarella e ex portaborse tuttofare. Kapò e caporali sono stati nominati in perfetta solitudine dallo stesso Fini, come al solito infischiandosene delle opinione e delle sensibilità di tutti, ritenendosi una specie di Attila del 21° secolo. E invece di fare mea culpa e riconoscersi la responsabilità del naufragio come sanno fare i capitani onesti e coraggiosi, da una parte si stupisce delle altrui defezioni e per altro verso non sa far di meglio che insultare volgarmente senatori e deputati la cui onorabilità nell’ambito delle scelte politiche, come è stato rilevato negli ambienti del PDL, egli, proprio per la carica che ancora, portoghesamente, ricopre di presidente della Camera aveva ed ha il dovere di tutelare. Ma questo è l’uomo: si considera una specie di profeta (laico) e invece alla prima tormenta perde la tramontana e va in tilt. Meno male che sia accaduto subito, prima che potesse fare altri danni. g.


Esperienza finita. Giochi chiusi. Futuro e Libertà al Senato non c’è più. Gianfranco Fini paga a caro prezzo lo sgarbo fatto domenica a Pasquale Viespoli e ai suoi senatori di aver imposto alla guida del partito Italo Bocchino e di averli esautorati da Fli. Ieri pomeriggio Giuseppe Menardi, che in mattinata aveva votato in dissenso con il gruppo sul decreto Milleproroghe se ne è andato: «La mia esperienza all’interno di Futuro e libertà al Senato è finita – ha spiegato – La santa alleanza del “Tutti contro Berlusconi” non fa per me». E la sua è una decisione pesante – anche se ancora non formalizzata ufficialmente – perché senza di lui i finiani non hanno più il numero sufficiente per costituire un gruppo autonomo.
Quando questa stagione politica sarà finita, dovremo tutti ammettere – compresi i nemici – che Silvio Berlusconi ha cambiato per sempre la politica. I lettori de Il Tempo sanno che al Cavaliere non perdono il fatto di non essere stato un «falco riformatore», sanno che per me porta il peso di non aver trasformato la sua egemonia politica in supremazia culturale nel senso più alto del termine ma, detto questo, solo una forza come Berlusconi poteva reggere a un simile assalto concentrico.
Una democrazia matura di fronte a quel che sta accadendo si preoccuperebbe di salvaguardare le istituzioni. Farebbe cioè prevalere quella che si chiama ragion di Stato per evitare la collisione del sistema politico, cioè di quell’apparato che assicura la convivenza civile tra soggetti portatori dei più vari interessi. Per ottenere questo vitale risultato, la politica dovrebbe pensare a un soft landing, un atterraggio morbido per Silvio Berlusconi e una storia collettiva che dura da diciassette anni.