FERMIANO PUTTANOPOLI: LA MANIFESTAZIONE A MILANO INDETTA DA GIULIANO FERRARA RIUNISCE MIGLIAIA DI PERSONE

Pubblicato il 12 febbraio, 2011 in Politica | Nessun commento »

Milano - Le mutande contro i puritani funzionano. Migliaia di persone hanno aderito all’appello lanciato da Giuliano Ferrara: “In mutande, ma vivi”. Una manifestazione contro la crociata dei neomoralisti, contro la politica e le inchieste che origliano, spiano dai buchi delle serrature e alzano le lenzuola. L’Italia che ha le scatole piene del bunga bunga si è radunata a Milano, al teatro dal Verme, alla corte dell’Elefantino. Sul palco, insieme al fondatore del Foglio, Alessandro Sallusti, direttore del Giornale, Piero Ostellino, editorialista del Corriere della Sera, Iva Zanicchi, eurodeputata, Camillo Langone, scrittore e Pietrangelo Buttafuoco, scrittore e giornalista. In platea, e fuori dal teatro, un popolo diverso, non abituato a riunirsi, composto ma emozionato, e molto indignato. Quando Ferrara tuona dal palco che “Berlusconi deve tornare quello del ‘94″, la platea scatta in piedi e deflagra in un boato. Dal cattolico erotomane Camillo Langone al fascio-islamico Pietrangelo Buttafuoco, passando per il liberali Ostellino, Sallusti e Ferrara, la voce che si è alza è una sola: basta con la politica del giudizio morale sul comportamento altrui, basta con i pruriti moralistici. Berlusconi ha vinto le elezioni – sottolineano tutti gli oratori -, e solo il popolo può mandarlo a casa. Non una Procura della Repubblica.

“Prima Tangentopoli e ora vogliono anche Puttanopoli” Ferrara fa da anfitirione e introduce al pubblico il senso della manifestazione.
Dietro di lui, in fondo al palco, un maxischermo trasmette le immagini del Palasharp: il comizio del tredicenne. Dal pubblico parte una salva di fischi. Inizia lo “spettacolo” delle mutande. “Per noi lo scandalo non è nelle intercettazioni. Ciascuno deve seguire la sua storia più intima. Cosa ne so di cosa ha significato per lui il divorzio e la morte della madre? Chi sono io per giudicare moralmente? Lo scandalo è nelle procedure giudiziarie con cui si inventano i reati per incastrare Berlusconi”. E’ un fiume in piena il direttore del Foglio e lancia le sue accuse contro il puritanesimo, l’accanimento giudiziaro e lo spionaggio dal buco della serratura. “Ma che cosa stiamo facendo del diritto? Della libertà delle persone, della privacy, dei sacri diritti di una democrazia liberale? Persino Violante ha detto di frenare. Come ha detto Ostellino oggi capita a Berlusconi, ma domani può succedere a ciascuno di noi. Io a Buttafuoco dico sempre cose da ergastolo. Ci vuole senso della realtà e dell’ironia. Invece dopo Tangentopoli vogliono Puttanopoli”, ha detto Ferrara.

Il disegno della procura “Siamo tanti gruppi uniti dall’avversione verso un modo disgustoso di combattere il Cavaliere. Siamo a un passaggio molto delicato. Abbattere Berlusconi con ogni mezzo, questa è il loro obiettivo. Per loro il paese è rincretinito e gli italiani non sono degni di esercitare la loro sovranità. Vorrebbero mettersi tutti insieme da Vendola a Fini per mandare a casa il Cavaliere. Ma non ce la fanno. E allora chi può portare avanti questo progetto? La Procura della Repubblica di Milano”.

L’appello al Cavaliere “Presidente, noi la sosteniamo, ma deve ascoltarci. Non riduca le sue giornate alle giornate di un imputato. Lei deve fare il presidente del Consiglio, il capo dell’Italia. Lei è l’uomo più ricco d’Italia…presidente, lei ha tre televisioni, le usi in modo creativo. Basta con queste cose ingessate, vogliamo il vero Berlusconi, quello capace di rilanciare questo Paese”.

Sallusti: “Siamo in mutande, ma non ci vergognamo” Molti applausi e un’accoglienza da padrone di casa anche per il direttore del Giornale, Alessandro Sallusti: “Sono curioso di vedere come Giuliano Ferrara ci tirerà fuori da questo casino. Lui dice che siamo tutti in mutande, ma se ci tolgono anche quelle sono cazzi… Io ritengo di avere dato, perché il 23 dicembre sono andato nel santuario di Arcore per gli auguri… Ero da poco orfano e vedevo di Feltri e il Cavaliere mi disse ‘dimmi di cosa hai bisogno?’ E io gli risposi: ‘Di una cosa; Giuliano Ferrara’. Il presidente era terrorizzato. Berlusconi credo non abbia fatto nulla per non esaudire il mio desiderio, ma il caso ha voluto non solo che ci onorasse con la sua firma, ma anche che tornasse il Ferrara che ci aspettavamo da qualche anno… Iniziavo ad aver paura che gli intellettuali liberali cadessero nel tranello dei Santoro, Che si vergognassero di quello che stava succedendo. Invece mi sbagaliavo e siamo qui, fieri di esserci, siamo in mutande ma non ci vergogniamo”.

Langone e il Vecchio testamento Parla anche Camillo Langone, giornalista e scrittore, autore del ‘Manifesto della destra divina. Intrattiene il pubblico del dal Verme con un’orazione sui testi sacri del cristianesimo. Langone parla di Salomone e del suo amore per i piaceri vita, racconta di Davide e della sua relazione con una donna sposata e poi legge, direttamente dal Vecchio testamento, un lungo albero genealogico di trisavoli, nonni e figli. Tutti frutto del “peccato”. “Io come cristiano non voglio sentire accuse sulla base di attività erotiche – chiosa Langone -. Se Dio ha fatto nascere suo figlio da una catena di re porci, adulteri e omicidi una ragione c’è e devo rispettarla…”

Note a margine di una manifestazione Mentre il pubblico defluisce i giornalisti assaltano gli oratori e i molti politici che sono venuti in teatro. Tra gli altri ci sono Roberto Formigoni, Daniela Santanchè e Ignazio La Russa. Nella calca il ministro La Russa viene raggiunto da Formigli, un giornalista di Annozero, che inizia a tempestarlo di domande sul caso Ruby. La Russa cerca di sottrarsi e dice di non essere interessato alle domande. Formigli lo pressa e poi scoppia il giallo. Il giornalista sostiene di essere stato preso a calci dal ministro, La Russa nega e raggiunge Formigli fuori dal teatro per continuare la discussione. Fonte: Il Giornale, 12 febbraio 2011

L’AVVOLTOIO NON FA PRIMAVERA

Pubblicato il 12 febbraio, 2011 in Politica | Nessun commento »

Il mondo va avanti. Le vecchie democrazie si rinnovano. Avventure politiche come quella dell’Egitto cominciano una nuova era. I movimenti di democratizzazione che avevano subìto una battuta d’arresto dopo i primi anni Novanta sembrano esser ripresi. La Germania ha trovato in Angela Merkel un nuovo architetto dopo Helmut Kohl, i conservatori hanno ripreso vigore e riscoperto il mix di tradizione e innovazione con David Cameron. La Francia ha in Sarkozy l’interprete di un neogollismo che ha realizzato la «rupture», la rottura con una storia ormai consunta e un sistema culturale egemonizzato sempre più ragione dai «bobò» e dagli «intellò» sconfitti dalla storia. Sono tutti leader giovani, alcuni in carica già da anni.

E noi? E quel volgo disperso che nome non ha aveva immaginato la rivoluzione liberale in un Paese che i liberali li aveva emarginati. Diciassette anni dopo, siamo punto e a capo. La ghigliottina mediatico-giudiziaria è di nuovo in funzione, un automa che taglia teste e non si cura dei cervelli. Resterà ben poco in piedi, vedrete. In molti s’affaticano in queste ore per presentarsi come «nuovi», come ancore di salvezza. Si risparmino la fatica. Ci risparmino lo spettacolo. Gli italiani non sono così fessi. Sono tanti gli aspiranti leader, a ognuno di loro daremo una mano a fare i conti con la propria biografia e carta d’identità. Ne cito uno, en passant, non più di qualche riga, perché l’inchiostro è prezioso: Gianfranco Fini. Si è proposto, lui, già segretario del Movimento sociale di Giorgio Almirante, di far sbocciare la primavera italiana. Sì, questo è il nuovo che avanza. Mario Sechi, Il Tempo,  12 febbraio 2011.

……………...No, Fini è il peggio delvecchio. Ha 58 anni, da 28 anni è in Parlamento, è stato nella cabina di regia dal 1994, infilatovi da Berlusconi, ha fatto il vicepresidente del Consiglio e il ministro degli Esteri: può costui dichiararsi nuovo e addirittura proporsi come il vento di una nuova primavera? Andiamo, è solo merce avariata che cavalcando come fanno tutti i mercenari l’asino del moralismo a comando pensa di poter rifarsi il trucco come certe donne  che rincorrono la giovinezza con il bisturi del chirurgo si rifanno il corpo. ma sempre vecchie rimagono. Come Fini, appunto. g.

NASCE IL FLI, UN PARTITO CHE E’ GIA’ MORTO

Pubblicato il 11 febbraio, 2011 in Politica | Nessun commento »

Si è aperta a Milano l’assemblea costituente del FLI, il mini partito personale dell’ex leader di Alleanza Nazionale, Fini. Su questa nascita decco un commento, tra il salace e l’arguto, tra il sarcastico e l’ironico, di Stenio Salinas per il quale il FLI è un partito che è già mporto.

Costruire una destra nuova e moderna è un’impresa titanica, di quelle che entusiasmano gli intellettuali, ma lasciano freddi i politici di professione. I primi lavorano nel campo delle idee, i secondi sul terreno della realtà, e noi non faremo il torto, agli uni e agli altri, di ironizzarci sopra. Viene però da chiedersi se il neonato partito di Futuro e Libertà che, di qui a domenica, vedrà la luce, non sia già nato morto. Vediamo di spiegarci.

Per circa un quindicennio, l’elettorato di quello che era Alleanza nazionale si è mosso nel nome e per conto di un patto con la Lega di Bossi e Forza Italia di Berlusconi, fino a riconoscersi in una fusione con quest’ultima. Che essa fosse forzata, voluta o subita, poco importa: il dato di fatto è che, a distanza di tempo, si è rivelata, a Palazzo Chigi e a Palazzo Madama, infelice, ha provocato una sorta di scissione, la creazione di nuovi gruppi parlamentari minoritari che da coscienza critica e da stimolo della maggioranza si ritrovano ora, con molti mugugni e qualche pezzo perduto, nel campo dell’opposizione. Se domani si andasse a votare, non si capisce bene in nome di cosa e perché il suo già ridotto elettore tradizionale dovrebbe premiare il partito che li rappresenta e quale potrebbe essere il suo appeal per chi, finora, non l’aveva mai votato.

In Futuro e Libertà, lasciando stare i pasticci degli ultimi mesi (appoggio, non appoggio, astensione, non astensione, voto contro eccetera) c’è oggi una tendenza politica che, per comodità, definiremo moderata e che si batte per restare nell’ambito del centrodestra. Non è una posizione facile: se fa perno sul primo elemento, rischia una subalternità con le forze centriste già presenti e più lineari agli occhi del loro elettore tipo; se insiste sulla permanenza del secondo, avvalora l’ipotesi di una scissione più nominalistica e di vertice che altro, più legata a un problema di visibilità appannata e di insopportabilità caratteriale. L’elettore resta insomma perplesso, e se dovrà scegliere è più probabile che premi Berlusconi che non i critici di Berlusconi che però stanno con Berlusconi…

L’altra tendenza è quella che, sempre per comodità, definiremo estremista. In sintesi, sostiene che il Cavaliere non deve più governare, per indegnità morale oltre e più che per incapacità politica. È una tendenza interessante, perché da un lato situa il neopartito fuori dal perimetro politico prima occupato; dall’altro gli apre due possibili scenari. Il primo, più riduttivo, è di far parte di una sorta di Union sacrée, ovvero un nuovo Arco Costituzionale dei Puri che gli garantirebbe sì una ricostruita verginità politica (anche lui ha contribuito ad abbattere il tiranno), ma lo farebbe restare subalterno in un perimetro di fatto di sinistra. Il secondo scenario è quello che gli varrebbe, garante la sinistra, una sorta di legittimità di destra a governare. In sostanza, noi vi aiutiamo a farlo fuori, voi ci aiutate a sostituirlo e insieme dettiamo le regole della nuova stagione del governo e dell’opposizione. È, per la verità e senza offesa, un po’ cervellotica, perché dà per scontato un appeal parlamentare a destra che tale non è. Davvero un Pdl senza Berlusconi accetterebbe una guida Fli o, ipotesi subalterna, un patto di alleanza? Elettoralmente poi, entrambi gli scenari sono discutibili: se va al voto facendo parte dell’Union sacrée, il suo giustizialismo è un po’ fuori tempo massimo, un po’ peloso, difficilmente portatore di consensi altrui e rischia di vedere gli elettori ultras andare su lidi ultras da sempre, e quelli più tiepidi di non seguirlo affatto. Se lo fa in nome del ricambio da destra, oppure di un ipotetico terzo polo, si condanna o a correre da solo o ad annegare nel centrismo.

Poi c’è la questione del leader. Nell’epoca del populismo, la sinistra ha sempre sofferto la mancanza di una leadership forte in grado di incarnarla. Fli, da questo punto di vista, è messa meglio e, per quanto ammaccato da Montecarlo e dintorni e dal balletto un po’ inverecondo che lo vede appeso alla presidenza della Camera, Fini è un leader populista. Il doppio ruolo, tuttavia, premier di un nuovo partito e terza carica istituzionale dello Stato, non può durare in eterno. E però, il risolverlo dimettendosi, lo riconsegna a una condizione di capo partito non esaltante, viste le dimensioni parlamentari di quest’ultimo. Il non risolverlo, lo condanna a un controllo meno diretto del partito stesso e ne appanna la funzione leaderistica. Le elezioni, naturalmente, scioglierebbero il dilemma al suo posto, ma viene da chiedersi, a seconda della campagna elettorale scelta, quanto questo appeal gli varrebbe in partibus infidelium, cioè fra chi non lo ha mai votato e sempre avversato; e quanto risulterebbe carismatica nei confronti del vecchio bacino d’utenza. Elettoralmente, quanto vale, da solo, Fini?

Riassumendo. La politica è anche tattica, ma, si sa, se dietro non c’è una strategia si possono vincere le battaglie, ma si perdono le guerre. Al netto dei proponimenti, delle interviste e delle parole d’ordine, non si capisce bene questa destra nuova e moderna cosa voglia fare, dove voglia situarsi nello scacchiere politico, a quale elettorato intenda rifarsi. Il gioco di essere liberale e insieme statalista, per esempio, poteva anche funzionare nell’ambito della antica Triplice intesa (Berlusconi-Bossi-Fini), ma la defunta Alleanza nazionale era un partito centro-meridionale, garante di ben precisi interessi, e così la più piccola Fli.

Questo fa sì che una destra moderna, nell’accezione liberale e liberista, per intenderci, non è proprio alla sua portata ed è discutibile che una maggiore spregiudicatezza etico-ideologica (embrione, immigrazione, eccetera) sia al centro degli interessi di quello che è sempre stato il cuore del suo elettorato. È una spregiudicatezza, inoltre, che cozza contro l’eventuale scelta morale e moralista anti-Cavaliere e qui ci fermiamo. Giudicherà il lettore se abbiamo descritto un partito nato morto, oppure se l’analisi non lo convince e lo ritiene invece vivo e vispo. C’è anche una terza ipotesi, uno di quegli ossimori che piacciono tanto agli intellettuali futuro-liberisti: un cadavere in buona salute…

……..Non abbiamo granchè d’aggiungere all’analisi di Solinas.Salvo due sole battute.

Una riguarda l’on. Bocchino secondo il quale il FLI intende dar vita ad una “destra moderna, tradizionale, europea che intende  contrapporsi a quella estremista del PDL”. Certo che ne ha fatta di strada Bocchino, visto che usa nei confronti del PDL che,  gli piaccia o no,   incarna il centrodestra italiano,  le stesse accuse – estremista -  che per un quarantennio sono state rivolte dai partiti dell’arco costituzionale, con a capo il PCI oggi chiamato PD,  al MSI di De Marsanich, di Michelini, di Almirante e, colmo del colmo, dello stesso Fini (che vi si trovò a capo senza meriti e solo per conclamato servilismo ad Almirante),  per tenerlo  incostituzionalmente e ingiustificatamente fuori dalla porta della democrazia italiana, che gli si aprì solo nel 1994 grazie all’oggi esacrato Silvio Berlusconi.  Ogni commento ci sembra superfluo, salvo che la storia si prende gioco degli imbecilli.

La seconda riguarda lo stesso Fini. Enfatico e vaniloquente  come sempre, Fini ha aperto  l’assemblea di Milano auspicando una “primavera italiana”. E’ evidente il riferimento  alla  “primavera”  di Praga, alla Cecoslovacchia del  1968, ad Alexander Dubcek che l’impersonò a cui, forse, spocchiosamente Fini si paragona.  Come sempre però Fini dimentica i dettagli. A Praga la primavera si infranse sui carri armati sovietici che la soffocarono nel sangue,  in piazza San Venceslao il giovane Jan Palack si diede fuoco per rivendicare il diritto alla libertà per sè e per tutti gli europei,  Alexander Dubcek fu  ridotto in catene e costretto ad un periodo di “riabilitazione” che lo vide umiliato e trasformato   in spazzino nei parchi pubblici dello stato  cecoslovacco ricondotto alla più rigida ortodossia comunista. Non  ci sembra che la cosiddetta primavera finiana   abbia nulla in comune  con  la “Primavera” praghese. Non  ci sono rivoltosi che scendono in piazza contro i carri armati, non  vediamo all’orizzonte nessuno  che voglia sacrificarsi come  Palack (francamente non riusciamo a capacitarci di un Briguglio o di un Granata che si danno fuoco nella piazza Colonna di Roma). Infine, Fini.  Fini  non   paga alcun prezzo per la sua  “primavera” visto che  rimane incollato alla sedia più alta di Montecitorio sulla quale lo ha issato la maggioranza che egli ha tradito e sulla quale lo mantengono gli epigoni di quelli che soffocarono nel sangue la “primavera” di  di Praga. Dei quali aspira  ad essere il più servile ruffiano. g.

IL BORDELLO DEI PURITANI, l’editoriale di Mario Sechi

Pubblicato il 11 febbraio, 2011 in Politica | Nessun commento »

|

Silvio Berlusconi Siamo ai materassi. Ma nonostante lo scontro sia di quelli che restano per sempre nel taccuino del cronista parlamentare, c’è ancora spazio per la politica. Ho scritto in tempi non sospetti che di fronte a un assalto mediatico-giudiziario che si propone di levare di mezzo con armi non convenzionali «l’anomalia Berlusconi» dallo scenario italiano, la risposta possibile è solo una: mettere in campo proposte politiche e far tornare i grandi temi dei moderati al centro del dibattito. La stagione degli Azzeccagarbugli è chiusa. Tardi, ma è finita. Qualcuno ha chiamato tutto questo «ritorno alle origini», per me è solo il recupero di un po’ di fosforo, unico ingrediente efficace per contrastare quella che è sempre stata una battaglia culturale, la collisione di due mondi: quello libertario, conservatore e rivoluzionario del berlusconismo; e quello dello Stato etico, moralisteggiante, ipocritamente neopuritano di un’opposizione da CLS (Comitato di Liberazione da Silvio) che va dal casinismo al vendolismo, dalla devozione alla rimozione, dalla famiglia sacra alla famiglia terzista.

Quando Silvio Berlusconi evoca il film «Le vite degli altri» sul sistema spionistico della Germania Est ai tempi del Muro, i giovani e vecchi parrucconi del casting istituzionale strepitano perché sanno di doversi calare su un terreno nel quale nessuno di loro può scagliare la prima pietra. Può darsi che stiano scorrendo i titoli di coda sull’avventura politica di Berlusconi, è certo che ha commesso non pochi errori, ma è matematico che prima di levarlo di mezzo tutti gli attori del «Golpe Puritano» (il nostro titolo di ieri) dovranno guardarsi allo specchio e chiedersi se hanno le carte in regola per plaudire alla Buon Costume, imbastire processi, fare liste di proscrizione, issare la ghigliottina, far scorrere il sangue sulla pubblica piazza e non rischiare di fare poi la stessa fine nel girare l’angolo della storia. Siamo in un bordello istituzionale, ma il caso del Signor B. non si risolverà in questo modo mignottesco, con buona pace dei rivoluzionari in carrozza. L’epilogo di questa storia italiana ci sarà e avrà nuovi volti, nuove parole, nuove idee tutte originate da un vecchio inizio: le elezioni. Mario Sechi, Il Tempo, 11 febbraio 2011

.

INTERVISTA DI BERLUSCONI AL FOGLIO: ECCO PERCHE’ ATTACCO I PM

Pubblicato il 10 febbraio, 2011 in Politica | Nessun commento »

Intervista al presidente Berlusconi. “C’è un piano antidemocratico, gestito da procure spioniste e con giacobini al seguito, per liberarsi di me evitando il voto. Ma io non cedo, e al Quirinale c’è un galantuomo”

Pubblichiamo alcuni stralci dell’intervista al premier, Silvio Berlusconi, in edicola domani nel Foglio.

“Dalle cronache di questi giorni si capisce che i pubblici ministeri e i giornali o i talk show della lobby antiberlusconiana, che trascina con sé un’opposizione senza identità propria, si muovono di concerto: si passano le carte, non si comprende in base a quale norma, come nell’inchiesta inaccettabile di Napoli; oppure, come è avvenuto a Milano, scelgono insieme i tempi e i modi per trasformare in scandalo internazionale inchieste farsesche e degne della caccia spionistica alle ‘vite degli altri’ che si faceva nella Germania comunista”.

Quale scopo? “Lo hanno scritto su tutti i giornali il professor Zagrebelsky, la signora Spinelli, il professor Asor Rosa e tanti altri: bisogna liberarsi di Berlusconi evitando il voto degli italiani, tutti rincretiniti secondo queste élites boriose e antidemocratiche, e ci vuole dunque una iniziativa, cito letteralmente, ‘extraparlamentare’ che punti sull’emergenza morale per distruggere la sovranità politica che il popolo italiano non è degno di esercitare”.

“Stavolta c’è una coscienza pubblica diffusa

“Non ce la faranno, però, intanto perché c’è un giudice a Berlino, e io ho fiducia di trovarlo, e poi perché in una democrazia il giudice di ultima istanza, quando si tratta di decidere chi governa, è il popolo elettore e con esso il Parlamento, che sono i soli titolari della sovranità politica”.

“I padri costituenti avevano stabilito saggiamente che prima di procedere contro un parlamentare si dovesse essere certi, attraverso un voto della sua Camera di appartenenza, che si era liberi dal sospetto di accanimento o persecuzione politica. Era un filtro tra i poteri autonomi dell’ordine giudiziario e la sovranità e autonomia della politica. Io ho già affrontato vittoriosamente decine di processi e affronterei serenamente qualsiasi altro processo. Da cittadino privato me la caverei senza problemi, con accuse così ridicole. Ma io resisto perché, come sempre nella mia storia, l’attacco al mio privato è in realtà un attacco al ruolo pubblico che svolgo, alla mia testimonianza democratica”.

“Chi, come voi dite, predica una Repubblica della virtù, con toni puritani e giacobini, ha in mente una democrazia autoritaria, il contrario di un sistema fondato sulla libertà, sulla tolleranza, su una vera coscienza morale pubblica e privata. Io, qualche volta, sono come tutti anche un peccatore, ma la giustizia moraleggiante che viene agitata contro di me è fatta per ‘andare oltre’ me, come ha detto il professor Zagrebelsky al Palasharp. E’ fatta per mandare al potere attraverso un uso antigiuridico del diritto e della legalità, l’idea di cultura, di civiltà e di vita, di una élite che si crede senza peccato, il che è semplicemente scandaloso, è illiberalità allo stato puro”. dell’intollerabilità costituzionale e civile di un siffatto modo di procedere, il famoso golpe bianco, anche perché abbiamo un presidente che è un galantuomo, e allora ricorrono a quello che lei, caro direttore, ha chiamato ‘golpe morale’. E’ per questo che nel documento del Popolo della Libertà si parla di eversione politica. E’ un giudizio tecnico, non uno sfogo irresponsabile”.

CONGRESSO DEL FLI: FINI SI ELEGGERA’ E POI SI AUTOSOSPENDERA’

Pubblicato il 10 febbraio, 2011 in Politica | Nessun commento »

Gianfranco Fini Fini sarà eletto presidente, salirà sul palco e annuncerà l’autosospensione. È l’ultima soluzione che hanno inventato quelli di Futuro e Libertà. Che poi è il sintomo reale dell’incartamento a cui è arrivato un partito che ufficialmente deve ancora nascere e già lotta per non essere un abortito: eleggeranno un capo che per ora non può fare il capo, ma non cede lo scettro.

Alt, non s’è capito nulla? Normale quando si tratta dei finiani. Ricapitoliamo. Fini vuole essere eletto leader del suo partito. Avrebbe potuto lasciare la casella vuota, ma non sarebbe stato un bel segnale interno. Oppure avrebbe potuto far eleggere qualche sua derivazione, tipo Adolfo Urso. Ipotesi scartata. E questo è segno di quanto  Fini (non) si fidi dei suoi uomini di fiducia.

Allora, sia eletto presidente lui. Lui, Gianfranco Fini. Anche se una soluzione del genere il presidente della Repubblica la considera a dir poco indigesta. E si capisce. Quando lui, Giorgio Napolitano, venne eletto presidente della Camera sciolse proprio la sua componente (che poi venne ricostituita da altri). Ora si assiste al processo inverso. Diciotto anni dopo un suo successore fonda un partito e se ne mette alla guida. Si sarebbe voluto dimettere lunedì, lo farà domenica stessa.

Sono stati in vari in questi giorni a cercare di far desistere l’ex cofondatore del Pdl ad avventurarsi su una strada così complicata e istituzionalmente indifendibile. E così, come prima decisione è sparito il nome «Fini» dal simbolo che campeggerà durante la tre giorni meneghina: tornerà dopo. Politicamente il congresso dovrebbe consegnare un Fli pendente a sinistra. Tanto per avere un’idea basti pensare agli inviti speciali che sono stati immaginati. Flavia Perina ha annunciato che uno voleva recapitarlo a Fiorella Mannoia, la cantante di sinistra (a dicembre scorso era sul palco della manifestazione del Pd e voleva dare il premio Nobel a Gino Strada) che a ottobre 2009 aveva scritto una lettera aperta a Fini chiedendogli di mettersi alla guida di una «destra moderna». Un altro sembrava destinato alla regista Cristina Comencini, anche lei non certo di simpatie berlusconiane. Difficile che si presentino ma il fatto che siano entrate nella lista dei possibili invitati dimostra come il partito finiano stia diventando una sorta di satellite del Pd. L’ala destra del mondo dalemiano.

L’organigramma del congresso è la fotografia dei rapporti di forza interni alla formazione. E immortalano come l’ala moderata sia stata sempre più messa da parte. Alla presidenza tanto contesa della commissione Cultura ci andrà Umberto Croppi, l’ex assessore capitolino fatto fuori da Alemanno e che ha cominciato a togliersi qualche sassolino dalla scarpa: archiviato Luca Barbareschi. Alla commissione Legalità andrà Fabio Granata, a quella Welfare Benedetto Della Vedova, a quella Innovazione Enzo Raisi. Al leader dell’ex Area nazionale Roberto Menia andrà la commissione Ambiente visto che di quel settore è stato sottosegretario. Al finiano critico tendenza borbottìo Donato Lamorte la commissione Statuto. Alla commissione Programma invece andrà Mario Ciampi, direttore di Fare Futuro. Quello scientifico, Alessandro Campi, invece non ci sarà. E non ci sarà anche un’altra farefuturista come Sofia Ventura. Entrambi sono comunque già stati archiviati da Granata: «Premesso che non ci servono intellettuali organici, ritengo che un forza politica debba misurarsi sulle politiche culturali portate avanti in Parlamento e sul territorio».

Addio moderatismo, addio anche riferimenti alla destra visto che Campi comunque proviene da quel mondo. Si naviga verso sinistra. Senza ammetterlo, senza confessarlo, smentendolo in pubblico e praticandolo in privato. E le alleanze alle prossime amministrative saranno il primo, evidente banco di prova. Fli guarda sempre con maggiore interesse alle intese locali con il centrosinistra. E anche questo è il segno evidente di un fallimento. I futuristi si erano proposti come coloro che avrebbero portato in politica quelle personalità civili che avevano trovato ostruiti gli spazi, soprattutto nel Pdl, dalle Minetti di turno. A Milano, come candidato a sindaco, s’era pensato a Gabriele Albertini ma è arrivato un no. Poi a Umberto Ambrosoli, figlio di Giorgio: altro rifiuto. In pista non c’è ancora nessuno. E finora non si è visto un nome nuovo. Altro tema è i soldi. O meglio, la sua mancanza. Stasera festa riservata organizzata da Bocchino con venticinque finanziatori. Un po’ pochini per cominciare. Fabrizio dell’Orefice, 10/02/2011

I VERI ANTIDEMOCRATICI? I NEMICI DI BERLUSCONI, intevista a PIERO OSTELLINO

Pubblicato il 10 febbraio, 2011 in Politica | Nessun commento »

«Non sono un berlusconiano, non l’ho mai votato e non lo voterò. Sono trent’anni che non voto, lo può anche scrivere. Io sono solo un vecchio liberale che non si identifica. E tanto meno vuole essere coinvolto nel canaio di questi ultimi mesi». Piero Ostellino è stato tra i primi a aderire alla manifestazione pro-Berlusconi di sabato prossimo al Teatro Dal Verme di Milano lanciata sul Foglio da Giuliano Ferrara per anticipare quella promossa per domenica dalle donne al grido «Se non ora quando?».

Si prepara un fine settimana infuocato, ma lei ha già scelto da che parte stare…
«Se, come leggo e sento dire, ogni mezzo è lecito per cacciare Berlusconi, per un liberale come me il problema non è difendere Berlusconi, ma la democrazia. La democrazia, ha detto Karl Popper, è il solo sistema dove si possono cacciare i governanti senza fare ricorso alla violenza. Per cambiare i governanti la nostra Costituzione prevede la sfiducia in Parlamento, il ricorso a elezioni anticipate e l’accusa di attentato alla Costituzione da istruire nei confronti dei governanti stessi. Dunque, se Berlusconi è un pericolo per la democrazia i mezzi per cacciarlo ci sono e sono democratici. Ma quando si dice che ogni mezzo sarebbe lecito, si è fuori dalla Costituzione. È stupefacente che coloro i quali si dichiarano democratici duri e puri siano pronti a contraddire la democrazia pur di far fuori Berlusconi. Alla sua difesa dalle accuse della magistratura provvederanno gli avvocati. Ma se si attenta alla democrazia penso sia un mio dovere di liberale intervenire».

Più che il puritanesimo di coloro che inalberano il primato della virtù, la turba la volontà di cacciare il premier con ogni mezzo?
«Mi turba l’idea che dei rivoluzionari integerrimi – a parole – pensino che il voto popolare non conti e che gli italiani che hanno votato centrodestra non sappiano qual è il loro bene, ma spetti a una minoranza vociante stabilire quale esso sia».

Analisi perfetta se non ci fossero ipotesi di reato, tutte da provare, e comportamenti discutibili.
«Non voglio neppure entrare nelle ipotesi accusatorie della magistratura. Di fronte alla prospettiva di cacciare con ogni mezzo un presidente del Consiglio eletto democraticamente direi le stesse cose anche se si trattasse di un capo di governo di centrosinistra. Ora di fronte a questa degenerazione dell’opposizione è venuto il momento di difendere le istituzioni, non le persone che le presiedono».

Ora però lo scontro è molto personalizzato…
«Suggerirei a tutti di ripassare un antico proverbio inglese: i gentiluomini parlano di principi, la servitù di persone. Sarebbe opportuno abbandonare lo schema berlusconiani e antiberlusconiani, e cominciare a parlare dei principi che riguardano la gestione delle istituzioni e i problemi del Paese. A riguardo conviene richiamare la Teoria dei distinti di Benedetto Croce in base alla quale i comportamenti del presidente del Consiglio riguardano la sfera della politica, mentre solo i comportamenti del capo del governo che violasse la Costituzione o le leggi ordinarie dovrebbero riguardare la sfera del diritto. Non facciamo confusioni – sempre rifacendoci a Croce – fra Etica, Politica, Diritto».

Tutti buoni motivi per vederla sabato «in mutande ma vivo», secondo lo slogan ferrariano…

«Certo, io parteciperò e non ho esitato un istante a dare il mio consenso all’iniziativa di Giuliano Ferrara. Penso che una manifestazione sui principi debba essere un segno forte che ogni spirito libero e indipendente debba dare al Paese. Per la stessa e opposta ragione non mi piace la manifestazione del giorno successivo in quanto trovo scandaloso che si usi la donna per ragioni politiche – abbattere l’attuale governo – dopo averne esaltato giustamente l’autonomia e l’indipendenza soggettive proclamando “il corpo è mio e lo gestisco io”».Ricorda altri momenti in cui il Paese è stato così frontalmente spaccato?
«No, non lo ricordo. Ma ho certezza di questo: che se io allora avessi avuto l’età non avrei esitato ad armarmi, a salire in montagna e a combattere, anche a costo della vita, il nazifascismo. Sarà colpa mia, ma non avverto la stessa necessità di fronte alla denuncia di coloro i quali sostengono che oggi noi vivremmo in uno stato analogo di dittatura».

Dal Palasharp al Dal Verme, si fronteggiano libertari e azionisti, realisti e moralisti. Non c’è un clima da scontro finale?
«Credo che siamo ad una svolta. Anche se non nei termini drammatici di allora, questa situazione mi ricorda quella vissuta dall’Italia nel 1922. A seguito dei disordini che turbavano il Paese molti si illusero che rinunciando temporaneamente alle garanzie democratiche, il fascismo potesse rappresentare un fattore di stabilizzazione esauritosi il quale sarebbe stato possibile ripristinare lo Stato di diritto. Fu un errore. Anche nell’illusione che si tratti di una rinuncia temporanea, non c’è ragione che possa giustificare l’abdicazione allo Stato di diritto. L’Italia si tenne il Duce per vent’anni. Oggi, ancorché in assenza di un potenziale Mussolini, rischiamo di sfasciare le nostre istituzioni e di degradare la nostra Repubblica. Ha ragione il presidente Napolitano a raccomandare a tutti di abbassare i toni perché teme gli effetti che una contrapposizione così frontale può avere sulla stabilità del Paese».

Che cosa ne conclude: per il ruolo istituzionale che ricopre Berlusconi è immune da responsabilità?
«Se Berlusconi ha commesso dei reati spetterà alla pubblica accusa accertarli e al libero dibattimento nella sede di un tribunale pervenire ad una sentenza. Ma Berlusconi non è solo il Cavalier Silvio Berlusconi. È anche il capo del governo italiano, che ha il dovere di mantenere un comportamento consono innanzitutto al ruolo istituzionale che ricopre e in secondo luogo nei confronti di tutti gli italiani che rappresenta dal momento in cui è stato eletto. Una volta che si fosse concretamente provato che tale comportamento è stato non solo disinvolto ma disdicevole, il giudizio non potrebbe che essere estremamente severo. E si tratterebbe di un giudizio non solo morale ma anche politico, al quale anche coloro che lo hanno votato sarebbe bene si attenessero». Fonte: Il Giornale, 10 febbraio 2011

ASSALTO A BERLUSCONI: PARLI IL QUIRINALE

Pubblicato il 10 febbraio, 2011 in Politica | Nessun commento »

E alla fine il D-Day è arrivato davvero. Perché dopo aver letto e riletto l’ultimo girotondo d’intercettazioni – quello su Sara Tommasi arrivato come al solito on demand da Napoli – Silvio Berlusconi è letteralmente fuori di sé. E se in pubblico il Cavaliere è senza freni, i commenti che affida ai suoi interlocutori nelle conversazioni private sono irripetibili.
Il premier, infatti, è convinto che il filone napoletano non faccia che certificare un deciso «salto di qualità» in quello che è ormai «un tentativo dichiarato di golpe». Il segnale, secondo Berlusconi, sta nel fatto che «la magistratura ha perso ogni inibizione al punto di non provare neanche più a dare una parvenza di legittimità giuridica a tutto questo schifo». L’inchiesta di Napoli ne è la conferma visto che «i magistrati consegnano ai giornali» intercettazioni che coinvolgono persone non indagate né interrogate che servono solo a gettare fango su terzi. «Sulla mia famiglia – affonda Berlusconi – perché l’obiettivo non è distruggere solo me ma anche i miei figli». Deliberatamente, aggiunge, visto che «nessuna persona sana di mente può dare credito a chi manda sms del tenore della Tommasi» (ma, fatalità, i tantissimi messaggi deliranti non finiscono nel fascicolo ad uso e consumo della stampa).
Basta, dunque. Con buona pace dei pontieri che si erano messi in moto negli ultimi giorni invitando il Cavaliere a rilanciare sull’azione di governo. Questi, attacca, non sono magistrati ma «banditi», «golpisti», «irresponsabili che porteranno il Paese alle macerie». Guerra totale e senza eccezioni. Nella quale Berlusconi è deciso a coinvolgere anche il Quirinale. Perché si è «andati oltre ogni immaginazione» ed è arrivato il momento che Giorgio Napolitano «si faccia carico di quanto sta accadendo». D’altra parte, ripete il premier in privato, «è lui il presidente del Consiglio superiore della magistratura». Ed è questo il senso dell’annuncio che il premier fa durante l’ufficio di presidenza del Pdl a Palazzo Grazioli. Domani – oggi per chi legge – incontrerò Napolitano, dice il premier. E poco importa che dal Colle arrivi una secca smentita del faccia a faccia perché il punto è tutto politico: il Quirinale non più stare a guardare altrimenti si farebbe complice di «un nuovo ’94». Piuttosto scontato che qualcuno evochi lo spettro di Oscar Luigi Scalfaro.
Una controffensiva che Berlusconi prepara a 360 gradi. Sul fronte politico, con una presa di posizione ufficiale del Pdl che è senza precedenti. E che nei prossimi giorni la maggioranza potrebbe anche decidere di portare ai voti in Parlamento per darle una veste istituzionale. «La procura di Milano – si legge nel documento finale approvato dall’ufficio di presidenza – appare una sorta di avanguardia politica rivoluzionaria. I magistrati calibrano la tempistica delle iniziative in base al potenziale mediatico o alla dirompenza istituzionale». E per questo si è deciso di «avviare tutte le iniziative politiche per difendere il diritto di tutti i cittadini a una giustizia giusta e di intraprendere tutte le opportune iniziative parlamentari per scongiurare un nuovo 1994». E tra queste non c’è solo la ricalendarizzazione alla Camera del cosiddetto processo breve ma anche l’idea di mettere mano alla materia delle intercettazioni per decreto. Provvedimenti che in verità rischiano di incontrare non qualche difficoltà visto il deciso «no» di tutte le opposizione e le ben note perplessità della Lega.

Ma la partita rischia di giocarsi anche in piazza, visto che Berlusconi considera la situazione ormai arrivata a un punto di non ritorno e non esclude, dunque, di rispondere con la stessa moneta alle manifestazioni anti Cavaliere in programma nei prossimi giorni.
Mai, dunque, la tensione è stata a livelli così alti. Tanto che il premier è seriamente intenzionato a denunciare i magistrati per «attentato agli organi costituzionali». I pm, spiega in conferenza stampa, «hanno una finalità eversiva», è «una vergogna, uno schifo». E ancora: «Alla fine nessuno pagherà, alla fine come al solito pagherà lo Stato. Farò una causa allo Stato visto che non c’è responsabilità dei giudici». Un Berlusconi senza freni e che davanti a taccuini e telecamere arriva a un passo dall’affondare ancora di più i colpi. Eloquente il «vi basta?» che rivolge ai giornalisti. Perché «posso continuare anche molto di più». Fonte: Il Giornale, 10 febbraio 2011

IL GOLPE PURITANO, l’editoriale di Mario Sechi

Pubblicato il 10 febbraio, 2011 in Giustizia, Politica | Nessun commento »

Silvio Berlusconi Una giornata terribile. Mi ricorda i tempi di Mani Pulite. Ne ho una viva immagine: le voci dalla procura, gli arresti preventivi, gli avvisi di garanzia a mezzo stampa, il disfacimento di un sistema e un futuro appeso al nulla. Il contesto è diverso, ma una forza, la magistratura, è rimasta uguale a se stessa: potentissima, intangibile, irresponsabile, amministrata da un Csm militarizzato.

Dall’altra parte c’è una politica debole, una destra spezzata, una sinistra codarda, un Parlamento senza schiena dritta, incapace di recuperare il primato della politica, sotto ricatto giudiziario. In questo scenario la procura di Milano ha sferrato l’attacco finale al suo nemico, all’uomo che diciassette anni fa impedì a un manipolo di magistrati di mettere il Paese in amministrazione controllata. Per questo Berlusconi va fatto fuori: ha evitato che i postcomunisti andassero al potere proprio quando piovevano le macerie del Muro di Berlino.

Siamo sempre al capitolo iniziale, quello del 1992: intercettazioni fuori controllo e messaggi sms pubblicati sui giornali come prova tonante del nulla scosciato o dello scollato gioco erotico. Un governo che cade per le mutande pazze. Eroica impresa della magistratura. Viviamo in un Paese che ha smarrito la ragion di Stato e il senso di pietas. Ma cadranno al suolo anche gli avvoltoi che sperano di cibarsi delle carogne.

Berlusconi ha commesso molti errori – li ho elencati tante volte sul nostro giornale – ma è l’unico che ha avuto il coraggio e la sincera sfrontatezza di mettere in campo il suo conflitto di interessi. Gli altri no, hanno preteso di continuare a fare le locuste senza mostrare i denti aguzzi. Per questo la caccia all’uomo, il caterpillar giudiziario scagliato contro la sua famiglia, l’uso spregiudicato del tritacarne mediatico, sono una tortura medievale.

I nuovi puritani isseranno la forca, avranno il golpe e piazzale Loreto. In preda a una pazza euforia otterranno un solo risultato: impiccheranno l’Italia. Mario Sechi, Il Tempo, 10 febbraio 2011

………….Noi non possiamo che essere lealmente accanto al presidente Berlusconi, proprio per le ragioni che espone Sechi in questo editoriale che non è un epitaffio, è, al contrario, un atto di grande sostegno e solidarietà a Berlusconi. Berlusconi, esponendosi alla delirante guerriglia giudiziaria, ci ha salvato nel 1994 dalla  conquista del potere da parte di chi, sconfitto dalla storia, appena 5 anni prima, si accingeva a conquistarlo,  grazie alla strategia giudiziaria ben esposta da Sechi. Per questo noi, inguaribilmente ed orgogliosamente anticomunisti, non possiamo non essere con Berlusconi. g.

IL PDL COMPATTO CON BERLUSCONI:”PM AVANGUARDIA RIVOLUZIONARIA”

Pubblicato il 9 febbraio, 2011 in Giustizia, Politica | Nessun commento »

Continua l’assalto giudiziario nei confronti di Silvio Berlusconi. I pm che indagano sul caso Ruby hanno inoltrato al gip la richiesta di giudizio immediato per il premier ritenendo “sussistere l’evidenza della prova”, come si legge in un comunicato firmato dal procuratore di Milano Edmondo Bruti Liberati. Ma poi lo stesso Bruti ammette: “Le telefonate del premier sono inconsistenti”. Come previsto è stata depositata la richiesta del processo immediato per concussione e prostituzione minorile da parte della procura di Milano. Davanti al tribunale meneghino stanno manifestando un centinaio di supporters del Pdl con cartelli con scritto: “Silvio resisti”.

“Sono dei processi farsa, accuse infondatissime”. E ancora: “Queste pratiche violano la legge, vanno contro il Parlamento, la procura di Milano non ha competenza territoriale nè funzionale. La concussione non c’è, è risibile, non esiste. Sono cose pretestuose, a me spiace che queste cose abbiano offeso la dignità del Paese e hanno portato fango all’Italia”, Silvio Berlusconi risponde a stretto giro di posta ai magistrati di Milano. I pm “hanno una finalità eversiva”, ha detto il Cavaliere. “È una vergogna, uno schifo”, dice il premier. “Alla fine nessuno pagherà, alla fine come al solito pagherà lo Stato. Farò una causa allo Stato visto che non c’è responsabilità dei giudici”, ha aggiunto il presidente del Consiglio. Le indagini dei giudici milanesi “hanno solo una finalità di disinformazione mediatica. Io non sono preoccupato per me, sono un ricco signore che può passare la sua vita a fare ospedali per i bambini del mondo…”, ha concluso Berlusconi.

“La procura di Milano appare ormai come una sorta di avanguardia politica rivoluzionaria, in sfregio al popolo sovrano e ai tanti magistrati che ogni giorno servono lo Stato senza clamori e spesso con grandi sacrifici. Essa agisce come un vero e proprio partito politico calibrando la tempistica delle sue iniziative in base al potenziale mediatico”. È quanto si legge nel documento finale approvato dall’Ufficio di presidenza del Pdl. Tra le ipotesi discusse c’è anche quella di un decreto sulle intercettazioni. “È il caso – si legge nel documento del Pdl – della richiesta di giudizio immediato in concomitanza con l’annunciato Consiglio dei ministri per il rilancio dell’economia, o alla dirompenza istituzionale, come il caso dell’invito a comparire notificato all’indomani di una sentenza della Corte Costituzionale che avrebbe potuto contribuire al ripristino di un equilibrio fra poteri dello Stato”.“L’ufficio di presidenza del Pdl esprime pieno sostegno al premier Berlusconi, vittima da 17 anni di una persecuzione che non ha precedenti nella storia dell’Occidente. Stabilisce inoltre di avviare tutte le iniziative politiche necessarie per difendere il diritto di tutti i cittadini a una giustizia giusta e di intraprendere tutte le opportune iniziative parlamentari per scongiurare un nuovo 1994 o, ancor peggio, che a determinare le sorti dell’Italia sia una sentenza giudiziaria e non il libero voto dei cittadini”. “Il venir meno dei contrappesi – prosegue il documento – nei rapporti tra poteri dello Stato, l’applicazione arbitraria di principi astratti come l’obbligatorietà dell’azione penale e l’affermarsi della giurisprudenza creativa rispetto alla stessa legge hanno infatti dilatato a dismisura la sacrosanta autonomia della magistratura trasformando di fatto l’ordine giudiziario da ordine autonomo in potere irresponsabile e privando i cittadini e la stessa democrazia di tutele rispetto a possibili azioni spregiudicate dal carattere eversivo”. Il Pdl condanna anche il “bombardamento mediatico” compiuto attraverso “la diffusione illegale, arbitraria e rateizzata di atti unilaterali e privi di qualsiasi rilevanza penale”. Una circostanza, prosegue il testo, “che mette a repentaglio il diritto dei cittadini alla riservatezza che nessuna facoltà di indagine e nessun diritto di cronaca, pur sacrosanti, potrà mai comprimere del tutto fino ad annullarlo”.

Bossi: “Si va verso la guerra totale” Una “guerra totale” dei magistrati nei confronti del Parlamento, che si è già espresso “a maggioranza assoluta” sul caso Ruby.. “Pare che i pm di Milano non rispondano più a niente e nessuno”. Il leader della Lega ricorda che “la Camera si è espressa a maggioranza assoluta sul caso Ruby”, ma la procura di Milano sta comunque procedendo, con la richiesta di rito immediati: “Andare avanti significare scegliere di andare alla guerra tutti contro tutti”.