CHIAMATELO GOLPE: LA PORCATA FINALE, di Alessandro Sallusti

Pubblicato il 9 febbraio, 2011 in Giustizia, Politica | Nessun commento »

Messaggini, tele­fonate, confi­denze: il gran­de fratello del­le procure, che ha punta­to il suo orecchio su chiunque avesse a che fa­re con Berlusconi, sforna nuovo materiale appeti­toso per guardoni. La cre­pa aperta dai pm di Mila­n­o sta diventando una vo­ragine e adesso si capisce perché la giustizia non funziona: buona parte dei magistrati italiani è da mesi impegnata a spia­re nella vita privata del premier e dei politici, spe­rando di trovare qualche cosa di piccante, se poi non è reato pazienza per­ché l’obiettivo è scredita­re, infangare. Ogni gior­no ha la sua novità, e le ul­time arrivano dalla Procu­ra di Napoli che non vuo­le rimanere indietro nel­l­a corsa all’ammazza Ber­lusconi. Migliaia di inter­cettazioni stanno per es­sere riversate nelle reda­zioni dei giornali, deliri di ragazze in alcuni casi anche probabilmente, o meglio evidentemente, in stato confusionale. Tutto questo è il segno che ormai siamo allo scontro finale. Tanto che la Procura di Milano ha deciso di forzare la mano al diritto e al buon senso chiedendo il processo im­mediato per Berlusconi non soltanto per l’ipotesi di concussione (la telefo­nata in questura sul caso Ruby) ma anche per lo sfruttamento della prosti­tuzione minorile (caso Ruby). Si dà il caso che il rito immediato si usi quando le prove sono schiaccianti, talmente evidenti da saltare la fase istruttoria del processo. Come si fa a ritenere «cer­ti » due reati nei quali le presunte vittime (il fun­zionario della questura e la ragazza) negano di es­sere tali? Non è questo sufficiente a dimostrare quanto meno un dubbio sulla fondatezza dell’ac­cusa? Lo sarebbe per qualsiasi caso, non lo è se di mezzo c’è Silvio Berlu­sconi. Per il premier la legge non si applica, si interpre­ta, e guarda caso sempre a favore dell’accusa. Co­sì, decaduto il legittimo impedimento, a marzo ri­prenderà anche il proces­so Mills (presunta corru­zione) nonostante la pras­si voglia che s­e il presiden­te della corte viene trasfe­rito ( come nel caso in que­stione) il dibattimento debba riprendere dall’ini­zio. Se la situazione non fos­se tragica, perché in gio­co ci sono le elementari li­bertà personali, il mo­mento si potrebbe defini­re comico. Ieri l’opposi­zione ha chiesto di poter ascoltare in Parlamento la giovane Ruby (forse vo­gliono sapere dettagli sui suoi gusti sessuali), e il sindacato delle prostitu­te ha annunciato che scenderà in piazza dome­nica c­ontro la strumenta­lizzazione che la politica sta facendo della profes­sione. Insomma è tutto un bordello, per di più ge­stito e orchestrato da una manica di moralisti pub­blici dalla dubbia morali­tà privata. Contro i quali Giuliano Ferrara, diretto­re del Foglio, ha chiama­to a raccolta per sabato a Milano il popolo degli uo­mini liberi. L’appunta­mento è al teatro Dal Ver­me al motto di: «In mutan­de ma vivi ». Noi non man­cheremo. Alessandro Sallusti, Il Giornale, 9 febbraio 2011

..….Mentre migliaia di processi restano al palo con imputati e parti civili che attendono da anni e per anni di avere giustizia, mentre il Paese è attraversato da migliaia di criminali e delinquenti di ogni genre, mentre la Lombardia è invasa dalla camorra (lo dice Saviano, il papa esterno che si vorrebbe mettere a capo del centrosinistra che capi non ne ha…), la Procura di Milano trova il tempo di mettere su 782 pagine per chiedere il processo immediato a carico di Berlusconi accusato di concussione e abuso di prostituzione minorile. E’ una evidente forzatura che è stata spiegata dal procuratore capo di Milano ( lo stesso che aveva definito l’affido della famosa Ruby alla consigliere regionale Minetti come avvenuto nel rispetto delle procedure per cui va da sè che se le procedure sono state rispettate e non forzate non vi può essere a monte alcun reato, tanto meno la concussione,visto che peraltro non v’è il concusso….) con azzardati sofismi e richiami filosofici francamente fuori logica. La verità è che la Procura di Milano, una specie di stato nello stato, sfiancata dalle innumerevoli assoluzioni di Berlusconi in tutti i processi che sin qui gli  sono stati intentati e che sono arrivati a conclusione (26 su 29),  si è aggrappata ad un episodio che di per sè appartiene ai comportamenti di chiunque si trovi a dirigere anche solo un condominio. Ci riferiamo alla presunta concussione che come è noto si sarebbe consumata con una telefonata di Berlusconi al capo della Mobile di Milano, telefonata che di per sè non significa alcunchè. Per quanto riguarda la prostituzione minorile  è tutta da provare visto che l’interessata, cioè la vittima, cioè la parte lesa o  parte civile che dir si voglia, testimonia di non essere mai stata toccata da Berlusconi e che l’essere stata a casa del premier non è di per sè prova di nulla. Ma si sa. La Procura di Milano, come Giolitti, le leggi per i nemici, specie se il nemico si chiama Berlusconi, puittosto che applicarle, prima le interpreta – a modo suo – e poi le applica. E’ vero, siamo alla porcata finale o, se si vuole, allo scontro finale tra il diritto – manipolato – e la ragione, tra una magistratura che ebbra del potere conseguito con la stagione di tangentopoli e forte di una immunità che deriva da una autonomia che tracima nello strapotere e la politica che già nel 1993 si rese succube della magistratura abolendo l’art. 68 della Costituzione che i Padri Costituenti avevano voluto per metterla  al riparo dalle incursioni indebite della magistratura politicizzata, e non si sa chi la vincerà. Se la politica, quindi il popolo che attraverso il voto la determina o un gruppo di autoreferenziati dipendenti dello Stato, che vorrebbero far prevalere  alla volontà del popolo, la loro. Se dovesse prevalere il secondo, la colpa, anzi la responsabilità ricadrebbe, ci spiace dirlo, proprio su Berlusconi il quale, sceso in politica per cambiare le regole che avevano consentito lo sfracello della prima repubblica e la fine dei partiti democratici e liberali  che avevano  governato l’Italia nel secondo dopoguerra  guidandola verso la rinascita e il benessere, la prima ed essenziale cosa che avrebbe dovuto fare, cioè la Riforma della giustizia,  non l’ha fatta. Certo, ci sono le responsabilità dei Casini e dei Fini,  per citare i più noti, tra l’altro beneficiari oggi di una manifesta benevolenza da parte degli stessi che inseguono Berlusconi come fosse il peggior mafioso della storia del mondo, ma resta indiscussa la responsabilità di Berlusconi che a sua volta si è lasciato imporre la lgica del rinvio.  Se, come pure fortemente ci auguriamo, personalmente convinti della sua  innocenza penale (quella morale lasciamola nelle sedi più consone) Berlusconi riuscirà a sfuggire alla tagliola di certi procuratori, usando tutte le armi legittime che può,  la prima cosa che deve fare, senza alcun indugio, e senza remore di sorta, e senza lasciarsi intimorire dai belati leonini di certi portavoce, è varare la Riforma della Giustizia che comprenda anche e sopratutto la responsabilità civile dei giudici, unici,  nel nostro Paese, a non rispondere mai dei danni che procurano. g.

“SCUSA FINI, TI VOGLIO LASCIARE….” E IL FLI RIMANE SENZA CERVELLI

Pubblicato il 8 febbraio, 2011 in Politica | Nessun commento »

Se ne è andato anche il “cervello” di Fini. Ieri l’annuncio: Alessandro Campi non parteciperà all’imminente congresso fondativo di Fli. Gianfranco è rimasto solo con i suoi amici del Fatto. Continua l’emorragia tra i finiani, questa volta ad andarsene è un pezzo da novanta dell’intellighentia fillina: l’ala pensante del partito, il consigliori che ha indorato di cultura le svolte del presidente della Camera. Ma non è il primo a lasciare la neonata formazione. Fli è nato da pochi mesi ma la sua biografia è già il racconto di un lungo addio. Prima della “testa” lo avevano già lasciato le “gambe”, i deputati: Catone, Moffa, Siliquini e Polidori. Poi il valzer di Luca Barbareschi, la gita ad Arcore, le dichiarazioni, le smentite e il lancio in tv del film che molti interpretano come autobiografico: Il trasformista.

Ora anche i docenti universitari hanno bocciato il nuovo corso senza possibilità di appello: Alessandro Campi (università di Perugia) è alla porta e Sofia Ventura (università di Bologna) non crede più nel progetto politico. La nascita del Terzo polo e la virata verso un antiberlusconismo con il coltello tra i denti non è stata gradita: “Dopo aver impostato un lavoro in profondità per un’alternativa politico-culturale al berlusconismo ma dall’interno dello stesso campo, si è virato verso un Terzo polo nel quale si rischia una posizione da comprimari”, ha dichiarato Campi in un’intervista al sito l’inkiesta. Aleggia sul partito l’incubo del gregario, il timore di dover sempre portar acqua al mulino altrui. Con la sensibile differenza che il leader, in questo caso, sarebbe Pierferdinando Casini.

Stessa delusione anche per la Ventura, una fillina della prima ora, quella, per intenderci, che due anni fa sollevò dalle colonne della fanzine di Farefuturo lo scandalo veline. “Fini? Insiste nel restare seduto alla poltrona di presidente della Camera – ha dichiarato l’accademica -, ma invece dovrebbe dimettersi perché il partito che nasce è senza traino”. Rimangono solo gli strali lanciati dall’appendice informativa della fondazione presieduta da Fini, FFwebmagazine. Un pensatoio dove ribolle l’antiberlusconismo, dove il premier diventa un drago “subdolo che cerca di assumere sembianze umane” dedito alla “prostituzione fisica e intellettuale”. Sono parole di Filippo Rossi, direttore della rivista on line, e blogger del Fatto quotidiano. Perché persi gli amici a destra Fli cerca di sfondare a sinistra.

Chi rimane allora alla corte di Gianfranco? Gli antiberlusconiani tout court. Perché ora la destra finiana corre verso il suo vero scopo: essere sdoganata a sinistra. Nel 1993 ci pensò il Cavaliere e oggi la patente di circolazione intellettuale per questo viaggio dall’estrema destra alla sinistra lo danno i vari Saviano, Santoro e Travaglio. Una voglia di sinistra populista e giustizialista che traspare ovunque: dal manifesto d’Ottobre con cui è stata inaugurata la rivoluzione finiana, ai compulsivi riferimenti culturali di area progressista. Persino il Secolo d’Italia, lo storico quotidiano fondato negli anni 50 da Franz Turchi, è diventato una copia carbone del Fatto Quotidiano. Fonte. Il Giornale, 8 febbraio 2011

.………….Mentre gli intellettuali  se ne vanno dal FLI, a Fini rimane pur sempre il trio comico dell’anno: Bocchino, Granata e Briguglio. Ciascuno ha quel che merita e quel che vale.

MENTRE FINI SLITTA ANCORA A SINISTRA, BERLUSCONI APRE LE PORTE DEL GOVERNO

Pubblicato il 8 febbraio, 2011 in Politica | Nessun commento »

Silvio Berlusconi Lo chiamano «allargamento variabile». Sarà forse l’ultima bizzarra formula partorita dalla politica italiana. Dopo le maggioranze variabili, l’allargamento a seconda dei provvedimenti e delle condizioni. Silvio Berlusconi è tranquillo sui numeri della Camera. In settimana dovrebbe essere ufficializzato il passaggio di Aurelio Misiti nel gruppo dei Responsabili. Si attende l’arrivo anche dei due liberaldemocratici Melchiorre e Tanoni. E per il momento non ci saranno altri ingressi. Gli uomini del Cavaliere aspetteranno il fine settimana, il congresso di Fli per la precisione, convinti come sono che segnerà un ulteriore slittamento a sinistra. I vertici del Pdl sono certi che Fini risponderà positivamente all’ipotesi di accordo lanciata da Massimo D’Alema, ovvero la «santa alleanza»: tutti assieme contro il Cavaliere. Forse da qui a domenica il presidente della Camera potrebbe scegliere formule più soft, tipo «stare assieme ma solo per archiviare Berlusconi e per varare riforme condivise, poi ognuno per la sua strada». Se così sarà Fli abbandonerà i lidi del centrodestra. Chi lo ha capito bene è il direttore di FareFuturo, Alessandro Campi, che ieri ha fatto sapere che non andrà a Milano: «Non sono un uomo per tutte le stagioni. Siamo passati dalla critica a Berlusconi all’invettiva, e mentre sulla critica lo abbiamo messo in difficoltà, con l’insulto sposiamo tesi su cui la sinistra perde da quindici anni», ha dichiarato al sito linkiesta.it.

Al di là delle parole che Fini userà (negli artifici dialettici è un maestro), lo spostamento a sinistra è già nei fatti in alcune realtà fondamentali. A Benevento, il capogruppo al Senato Pasquale Viespoli si appresta a lanciare come candidato a sindaco Carmine Nardone, ex deputato Ds. A Torino si prepara un appoggio soft a Piero Fassino, ipotesi che sta mandando su tutte le furie Roberto Rosso che aveva mollato il Pdl per i futuristi. Discorso diverso per Napoli dove Silvio Berlusconi ha appena ricevuto un sondaggio che darebbe vincente alla grande Mara Carfagna, ben oltre il 50% dei consensi. Ma il Cav non vuole bruciarla per una partita così dura e complessa come il governo di quella polveriera che è il capoluogo partenopeo. Se fosse lei Fli non avrebbe problemi a sostenerla. In alternativa Berlusconi potrebbe calare l’industriale Gianni Lettieri, che pure piace ai finiani.

Piccole partite che hanno un peso nello scacchiere nazionale. Perché se effettivamente il fine settimana consegnerà un Fini nelle braccia di D’Alema (sabato hanno pronunciato le stese parole sul decoro delle istituzioni e l’identica difesa del Quirinale) altri all’interno di Futuro e Libertà avrebbero serie difficoltà a rimanere dentro. I nomi sono sempre quelli anche se lo strappo più dirompente potrebbe arrivare al Senato, dove il gruppo dei finiani ha giusto dieci membri, la soglia minima per avere una propria formazione. Basta che Pontone, Digilio, Menardi o qualcun altro decida di uscire e Fli si scioglie al Senato.

Berlusconi per ora sta a guardare. Tira dritto. Domani il consiglio dei ministri varerà la scossa economica (in attesa che arrivi quella giudiziaria). E già quella servirà in Parlamento a provare l’allargamento variabile. Ovvero a trovare numeri oltre l’attuale maggioranza. Con i Radicali o con i finiani che non se la sentono ancora di uscire dal loro partito. Anche se con Pannella Berlusconi vorrebbe fare un discorso più ampio nella partita più complessa della Giustizia. Spera che magari non direttamente, viste le resistenze pesanti di Emma Bonino, ma indicando un suo uomo capace di mettere mano alla riforma della Giustizia.

Intanto va avanti sul processo breve. Altro capitolo è quello del biotestamento che sta per riprendere il suo cammino alla Camera. E su quel provvedimento è possibile che Pdl e Lega vadano oltre i loro confini abituali aprendosi anche a spezzoni di cattolici che sono nell’Udc o nel Pd. Silvio dunque prova a giocare su più tavoli, e proprio per questo il rimpastino lo varerà in più tempi. Prima Saverio Romano ministro (al posto di Ronchi) e Massimo Calearo viceministro (al posto di Urso) e qualche sottosegretario come Nunzia De Girolamo all’Agricoltura (al posto di Buonfiglio). Poi il resto. Fabrizio dell’Orefice, Il Tempo, 8 febbraio 2011

ANCHE OCCUPARE UNA SCUOLA PER I PM POLITICIZZATI NON E’ REATO

Pubblicato il 8 febbraio, 2011 in Cronaca, Giustizia | Nessun commento »

Agli studenti del liceo artistico Caravaggio che nel novembre scorso occuparono la scuola la giustizia mostra la sua faccia meno scontata: quella che sa capire e giustificare, adilà delle asprezze del codice, anche le ragioni degli inquisiti. Denunciati dalla loro preside per avere invaso i locali della scuola e avervi pernottato senza autorizzazione, i quaranta liceali vedono riconoscere la loro innocenza da due pubblici ministeri noti per la loro severità come Grazia Pradella e Ferdinando Pomarici, che chiedono l’archiviazione dell’indagine. Secondo la Procura, mancano i requisiti «soggettivi e oggettivi» del reato contestato ai ragazzi del Caravaggio, ovvero l’occupazione abusiva di edificio pubblico.

Fuori dal gergo giuridico, la decisione della Procura si basa su due elementi. Il primo è un dato di fatto: essendo durata una sola notte (la mattina arrivò la Celere e mandò tutti quanti a prendere un tè caldo) l’occupazione non ha interrotto le lezioni del liceo di via Prinetti, e non ha causato danni alla struttura nè agli arredi. Il secondo elemento è meno scontato, ed è una valutazione che riconosce la liceità del comportamento degli occupanti alla luce di alcune delle sentenze degli anni Settanta, quando manifestazioni di questo genere erano assai frequenti. Secondo tali sentenze (confermate anche dalla Cassazione), gli studenti non sono semplici «utenti» della scuola ma suoi protagonisti: la scuola, insomma, appartiene anche a loro. E se decidono di pernottarvi per rivendicare i loro diritti non invadono un bene altrui.

La decisione della Procura, che ora dovrà passare al vaglio del giudice preliminare, sconfessa la linea dura seguita da Ada Mora, preside del Caravaggio, e dagli altri presidi di scuole medie superiori che nello scorso autunno decisero il pugno di ferro nei confronti degli occupanti. Al Caravaggio le prime denunce erano partite già all’inizio di novembre, quando la Mora aveva indicato ai poliziotti del commissariato di zona i nomi di tre studenti responsabili dell’occupazione del liceo. Dopo la metà del mese, in contemporanea con altre scuole milanesi, gli allievi del Caravaggio avevano deciso una nuova occupazione. A quel punto la preside non ci aveva pensato due volte e aveva chiamato la Celere. La mattina di buon’ora una ventina di studenti erano stati svegliati, identificati e sgomberati dalla polizia. Per tutti era scattata la denuncia, e nei giorni successivi l’elenco degli inquisiti si era arricchito di altri venti nomi. Fonte: Il Giornale, 8 febbraio 2011

ARRIVA IL BOMBA BOMBA, l’editoriale di Mario Sechi

Pubblicato il 8 febbraio, 2011 in Politica | Nessun commento »

Non credevo ai miei occhi. Ho letto il lancio dell’agenzia Ansa un paio di volte. È tutto vero, o meglio, queste parole sono reali: «Matteo Messina Denaro potrebbe essere tentato da un nuovo progetto stragista. Non voglio fare la Cassandra ma siamo in una fase molto delicata, di difficoltà politico-istituzionale, alla vigilia di quella che può essere una terza repubblica ed è questo il momento in cui in genere il potere mafioso cerca di far sentire la sua voce ed incidere in qualche modo». Queste parole affiorano dalle labbra del procuratore aggiunto di Palermo Antonio Ingroia. Un magistrato. Dove ha pronunciato questa frase? In commissione parlamentare Antimafia? Durante un vertice tra investigatori della Cupola? No, a Radio24, emittente che irradia di notizie la nazione. Bene, a questo punto un cittadino si chiede: Ingroia ha elementi seri sui quali poggiare il suo allarme? Sta indagando su qualcosa? E perché mai dovrebbe rivelare un simile scenario senza ricorrere al principio di precauzione? Cari lettori de Il Tempo, sono stupito come voi e non trovo una risposta, spero solo che Ingroia sia un po’ meno Cassandra e un po’ più servitore dello Stato rigoroso e discreto. Attendiamo delucidazioni in merito, magari di fronte al Parlamento.

Detto questo, il dibattito pubblico del Paese sta facendo un grande salto di qualità dialettico: stiamo passando dal Bunga Bunga al Bomba Bomba. E il problema serio e grave per noi poveri cittadini è che non c’è niente da ridere. Ieri il Presidente Giorgio Napolitano – per noi in questo caos è un punto di riferimento – ha detto che la manifestazione di Arcore è un cattivo esempio per il Paese: manifestare senza violenza questa è la rotta. Il Quirinale ha certificato quel che scriviamo da mesi: c’è chi sorseggia champagne in salotto, sogna la rivoluzione e soffia sul fuoco della piazza. Occhio, cari rivoluzionari in carrozza, qui rischia davvero di bruciarsi l’Italia.  Mario Sechi, Il Tempo, 8 febbraio 2011

A MONZA LIBERATI I GUERRIGLIERI ANTIBERLUSCONI

Pubblicato il 7 febbraio, 2011 in Giustizia, Politica | Nessun commento »

L’esultanza dei rivoltosi dopo la sentenza beffa di Monza

Ha rumore di pernacchia la decisione del giudice di Monza che ha prontamente liberato i due guerriglieri che ieri hanno aggredito le forze dell’ordine nei pressi della casa privata del premier. Non suoni vilipendio ma quella pernacchia sembra avere un preciso indirizzo: il Quirinale. Era stato il Capo dello Stato ha stigmatizzare con forza, anzi con inusitata e più che giustificata veemenza la guerriglia contro la abitazione privata del premier ed era sato il ministro dell’interno, Maroni, ad auspicare una ferma e dura condanna nei confronti dei facinorosi che tracimano la lotta politica nella guerriglia urbana. Il Capo dello Stato e il Ministro dell’Interno sono serviti. Il giudice di Monza ha stabilito che i due non debbano rimanere in galera perchè il loro comportamento durante i disordini “non è stato connotato da pariticolare gravità“. Chissà perchè allora la polizia che ha dovuto respingere l’assalto in assetto antiguerriglia li ha arestati. Poverini, i due mangiavano un panino o bevevano una coca e quindi non erano particolarmente violenti. E quindi…e quindi va da sè che la polizia ha compiuto un abuso, ha arrestato due poveri figli di mamma che stavano lì ad Arcore per i fatti loro. La verità è quella che a tutti balza agli occhi: contro Berlusconi tutto si può e chi tenta di  assaltare la sua residenza privata, pochi facinorosi eccitati dalle violenza verbali che maneggioni di professione gli scagliano addosso dalla mattina alla sera, la fanno franca grazie ad una Magistratura che è tutta intenta a spiare come fanno i guardoni  cosa fa Belrlusconi in casa sua dal buco della serratura e non si accorge di quel che accade alla luce del sole e sotto gli occhi di tutti. Può ancora qualcuno dubitare del fatto che la legge è uguale per tutti meno che per Berlusconi? g.

P.S- Ci auguriamo di non dover leggere dichiarazioni ipocrite e false da parte di soliti Fini e Casini come quelle che abbiamo letto stamani di condanna della guerriglia. Se dichiarazioni debbono fare siano di condanna per la decisione della Magistratura che ha mandato liberi gli aggressori, fornendo una specie di passaporto “morale” ai futuri aggressori del premier a casa sua. Ma anche questa suonerbebe falsa e ipocrita. Ce le risparmino! g.

NUOVA GIRAVOLTA DI BARBARESCHI: “RESTO CON FINI”, MA FINI LO GELA: “CI SONO ATTORI E PAGLIACCI. I PAGLIACCI NON FANNO SEMPRE RIDERE, TALVOLTA FANNO PIANGERE”

Pubblicato il 7 febbraio, 2011 in Politica | Nessun commento »

Ha stupito tutti coi suoi cambiamenti repentini. Ora Luca Barbareschi, deputato del Fli, torna ad allinearsi coi finiani. E, a chi gli chiede conto delle sue mosse, risponde con tono un po’ infastidito: “Resto in Futuro e Libertà, non ne sono mai uscito. Questa settimana ho messo in atto la più grande e più bella provocazione mediatica: senza aver detto nulla, perché non esiste alcuna mia dichiarazione in cui dico che lascio il Fli”. Così il politico-attore ad Agorà su Rai Tre, è intervenuto sulle polemiche dei giorni scorsi in merito al suo rientro nel Pdl. Rientro che poi, almeno sino ad ora, non c’è stato. “Se la politica diventa gossip o spettacolo, la politica non esiste più. Era una grande provocazione – ha aggiunto Barbareschi – non sono mai uscito dal Fli, l’unico momento di ambiguità me lo sono giocato giovedì col voto, astenendomi sull’autorizzazione a procedere per il caso Ruby”.

“Io non vorrei mai appartenere – prosegue Barbareschi – nel centrodestra a un gruppo di moralisti che pensano di vincere politicamente con le censure morali. Non sono giustizialista, ma garantista e sono una voce libera. Anche per questo però sono offeso per quello che mi ha detto Fini, perché pagliaccio non me lo dice nessuno. E quindi vorrei le sue scuse”.

Nel corso di una riunione del comitato promotore dell’assemblea costituente del Fli, nei giorni scorsi, sono volate parole grosse. Fini ha chiesto conto Barbareschi delle sue ultime dichiarazioni pubblichee, in particolare, del suo incontro ad Arcore con Berlusconi. Pare che gli abbia detto: “Sei poco serio, come ti viene in mente, che stai facendo?”. Barbareschi avrebbe risposto negando ogni accusa e rivendicando la presidenza della commissione Cultura dell’assemblea costituente del Fli. Il presidente della Camera ha risposto picche e la discussione è andata avanti, con toni molto accesi. A quel punto Fini ha gelato il suo compagno di partito con questa frase: “Ti dico qui, davanti a tutti, quello che ti avevo già detto in privato. Ci sono attori e pagliacci. I pagliacci non fanno sempre ridere, a volte fanno anche piangere”. Ora che la pace tra i due pare tornata, manca solo un dettaglio. Barbareschi vuole le scuse di Fini. Arriveranno? Lo sapremo solo alla prossima puntata…Fonte: Il Giornale, 7 febbraio 2011

………….Per una volta, una sola, siamo completamente d’accordo con Fini: ci sono attori e pagliacci e questi non sempre fanno ridere, talvolta fanno piangere”. E’ un vero e proprio epitaffio per Barbareschi che si considera un grande  attore che ora resta nel FLI e pretende le scuse di Fini. Son cose loro,  solo  ci chiadiamo se a Fini passa per la testa che di Barbareschi in casa sua, cioè nel FLI, ce ne sono tanti e forse sono a sua stessa immagine e somiglianza. Perchè anche lui, come Barbareschi, non scherza in materia di giravolte e capriole. Sino al 14 dicembre sosteneva che le elezioni anticipate erano un male assoluto, ora , dopo la batosta inflittaglia dall’Aula, forse ritornata ad essere  mussolinianamente “sorda e grigia”, afferma che le elezioni s’hanno da fare. Che differenza c’è fra lui e Barbareschi? Che Barbareschi è andato ad Arcore e lui no? Barbareschi ci è andato una sola volta ed è diventato “pagliaccio” e lui che ci è andato per 15 anni come si autodefinisce? g.

DEBENEDETTI AMILANO, COMPARSATA DA 800 MILIONI, di Alessandro Sallusti

Pubblicato il 7 febbraio, 2011 in Politica | Nessun commento »

Più che fare paura, l’assalto di ieri ad Arcore suscita com­passione. Un pu­gno di ragazzotti e signori patetici mai cresciuti che giocano per un paio d’ore all’intifada. Quale diritto avrebbe violato Silvio Berlu­sconi, quale sopruso avreb­be compiuto nei confronti del popolo sovrano? Nessu­no, e in effetti tra le tante pa­role d’odio riversate nei suoi confronti non una de­nuncia, un abuso, un solo centesimo di euro sottratto alla comunità. Questi fru­strati in cerca di emozioni forti non hanno nulla a che fare con i rivoluzionari ai quali si ispirano. Sono mol­t­o più simili agli ultrà del cal­cio, quelli che intonano i co­ri razzisti contro Balotelli per vedere l’effetto che fa, che sfasciano tutto e mena­n­o tutti a fine partita soltan­to perché la squadra del cuore le ha buscate.

Gli scontri di ieri hanno mandanti precisi che si guardano bene dallo spor­carsi le mani o rischiare in piazza una manganellata. Sono i signori che sabato hanno aizzato la piazza con­tro Berlusconi al caldo del Palasharp di Milano e che hanno assistito alle cariche nelle loro case lussuose, sor­seggiando champagne ser­vito da filippini sottopagati e in molti casi in nero. Tra questi c’è sicuramen­te Carlo De Benedetti, l’edi­tore di Repubblica, che sa­bato ha tenuto a battesimo il nuovo movimento-parti­to di Saviano e soci. In molti si sono chiesti come mai De Benedetti, uno che ha am­messo di aver pagato tan­genti e commesso falso in bilancio, fosse in prima fila ad applaudire i giustiziali­sti. Le risposte possibili so­no due. La prima: era gratis, cosa non ininfluente per chi lo conosce. La seconda: tra pochi giorni il Tribunale di Milano dovrà decidere se confermare o no il risarci­mento di 800 milioni di eu­ro che un giudice, quello con i calzini azzurri per in­tenderci, gli ha concesso nella causa da lui intentata contro la famiglia Berlusco­ni sulla vicenda del passag­gio di proprietà della Mon­dadori. Va da sé che farsi ve­dere pubblicamente come sponsor del duo Boccassini-Saviano può agevolare la benevolenza della corte.

Cosa non si fa per ottene­re ingiustamente e con l’aiuto dei giudici 800 milio­ni. Come non capirlo. Che se poi, seguendo il suo esempio, fuori da Arcore ci fosse scappato il morto du­rante gli scontri, pazienza. Sicuramente i parenti non avrebbero visto neppure un euro di solidarietà. Ma Repubblica avrebbe dato dei fascisti a Berlusconi e al­la Polizia. Fonte: Il Giornale, 7 febbraio 2011

RIVOLUZIONE ALLE VONGOLE, l’editoriale di Mario Sechi

Pubblicato il 7 febbraio, 2011 in Politica | Nessun commento »

Antonio Di Pietro Dopo Gad Lerner in tv e Umberto Eco sul palco, anche Eugenio Scalfari ha cantato il ritornello «Berlusconi come Mubarak». Posso comprendere le esigenze di spettacolarizzazione del piccolo schermo, il bisogno impellente di accendere la massa durante un comizio, ma sulla nobile carta su cui si elevano le colonne di Repubblica il Fondatore aveva la possibilità di staccarsi dagli slogan e volare un po’ più alto per cercare di spiegare come finisce un regime. Invece no, Scalfari s’è unito al coretto dei rivoluzionari in carrozza, svolgendo un compitino che per un grande giornalista come lui è un’autoriduzione a strofa sanremese delle sue capacità di analisi politica.
Proviamo lo stesso a prendere sul serio Scalfari? Massì, così vediamo dove ci conduce questo ragionamento che EuGenio ha lasciato in sospeso, accontentandosi di giocherellare con le metafore senza riempirle di una sostanza che a lui non è mai mancata: il fosforo.
La parabola di Berlusconi è certamente nella sua fase calante, ma questo non ha nulla a che vedere con l’Egitto, piuttosto ha molto a che fare con il letale cortocircuito tra politica e giustizia, con la disinvoltura del Cavaliere nel ricoprire un ruolo istituzionale che gli imporrebbe più sobrietà e con la carta d’identità del Presidente del Consiglio.

Berlusconi ha 73 anni, è chiaro che il dato anagrafico ha un suo significato. Se sposiamo quest’ultimo elemento all’età media del Parlamento italiano e dei presunti aspiranti leader del prossimo futuro, non possiamo non vedere che prima o poi l’elettorato – sottolineo, l’elettorato – si porrà il problema di come cambiare un regime gerontocratico. A destra, al centro e a sinistra. Berlusconi non ha perso il suo consenso, piuttosto ha consumato parte del suo smalto, ma come sa bene lo stesso Scalfari, l’uomo seppur colpito e ammaccato, ha ancora una capacità di reazione enorme. Sottovalutarlo è un gravissimo errore che già in passato ha sottoposto i suoi oppositori alla dura legge della sconfitta.
Anche questo non ha niente a che fare con l’Egitto, dove Mubarak sta resistendo nel palazzo presidenziale contro tutta l’opinione pubblica. Il presidente egiziano ha altissime probabilità di finire deposto dalla folla in mezzo ai tumulti. Qui a piazza Colonna, mentre scrivo, non si sente il fischio dei proiettili, non s’ode un coro che urla al regime di levare le tende, non c’è una folla che schiuma rabbia, c’è il solito via vai domenicale di turisti e famiglie che vanno a mangiare il gelato da Giolitti e fare shopping da Cenci. Se è l’inizio di una fase rivoluzionaria, illuminista e democratica, allora è griffata e ha il sapore di vaniglia.
Nonostante il dato generale sia questo, nell’opposizione colta e vagamente letteraria si sta diffondendo l’idea che Berlusconi sia pronto per l’esilio in un’isola caraibica. In quota periscopica ci sono forze che questo scenario non solo lo auspicano, lo sognano, lo desiderano ardentemente, ma in qualche maniera lo cercano. La carnevalata organizzata di fronte alla villa di Berlusconi ad Arcore fa parte di questo scenario da prova di forza. E siccome accanto a chi manifesta pacificamente c’è anche un po’ di marmaglia a cui piace menare, ecco il primo «incidente». Ne seguiranno altri. Vedrete. Bastava leggere ieri una dichiarazione di Antonio Di Pietro per capire che qualcuno sta facendo bollire un pentolone di magma: «La maggioranza politica non esiste più, Berlusconi se ne faccia una ragione e si dimetta. Se non lo farà lui ci penseremo noi a mandarlo a casa. Continueremo a protestare in piazza, insieme ai cittadini, e ci sarà una nuova presa della Bastiglia per riappropriarci della democrazia».
Tonino prima di pronunciare una frase del genere in realtà dovrebbe prendere una pastiglia. Ora a Di Pietro rinfreschiamo la memoria: la presa della Bastiglia avvenne il 14 luglio del 1789 a Parigi, agli insorti serviva la polvere da sparo per caricare i 28 mila fucili di cui disponevano. Lo scontro con le guardie fu violento, alcuni soldati vennero decapitati e le loro teste infilzate su pali appuntiti. Fu l’inizio della rivoluzione francese. Mi fermo qui. Penso sia sufficiente per comprendere che quando si usano le parole, occorre sapere che cosa significano e dove conducono. Vale anche per Di Pietro che, en passant, fa parte di un Parlamento democraticamente eletto. Ma torniamo all’Egitto evocato da Scalfari. Ripassate quanto detto da Di Pietro e leggete ora quanto affermava ieri uno dei leader della rivolta del Cairo, Mohammed el Baradei: «Più Hosni Mubarak continua a rimanere al potere, più l’Egitto rischia di esplodere in quella che potrebbe diventare una guerra civile».
Ecco, basta la parola, e si materializza in tutta la sua straordinaria dimensione storica e filosofica lo scenario evocato da Scalfari e compagni di salotto e caminetto: l’Egitto alle vongole, il premio nobel El Baradei come Di Pietro. Mario Sechi, Il Tempo, 7 febbraio 2011


PM COLPEVOLI PERCHE’ NON INCASTRANO BERLUSCONI

Pubblicato il 6 febbraio, 2011 in Costume, Giustizia, Il territorio, Politica | Nessun commento »

L’intervista di Emiliano, sindaco di Bari, alle Invasioni Barbariche commentata sul filo dell’ironia e del sarcasmo da Filippo FACCI sulle pegine di LIBERO.

L’ex magistrato Michele Emiliano è il sindaco di Bari e viene descritto come un uomo savio e addirittura filo-berlusconiano, uno che peraltro tende a rifuggire le interviste. Diciamo pure che possiamo smentire tutto quanto, vista l’intervista che ha rilasciato venerdì sera alle Invasioni Barbariche di Daria Bignardi, su La7. È durata venti minuti, ma a noi interessa soltanto un passaggio. Vediamolo. A un certo punto la conduttrice gli chiede se la magistratura in Italia non abbia qualche colpa, ed eventualmente, accennando a Berlusconi, di fare un’autocritica togata. Ecco la sua risposta testuale: «Credo che tutti i magistrati che fanno molti processi e non arrivano a una condanna vera, alla fine, rischiano di consumare il potere che devono amministrare, nel senso che la reiterazione impotente dell’azione penale nei confronti di Berlusconi ora viene utilizzata da Berlusconi come un’arma contro la magistratura stessa».


L’USCITA DELL’EX PM

E fin qui potrebbe non fare una piega. Ha detto che la magistratura, se indaga per 17 anni su un singolo cittadino e alla fine non cava un ragno dal buco, finisce per delegittimarsi da sola e per offrire ottimi pretesti alle reazioni di questo cittadino. Oddio, nel fatto che Berlusconi  «utilizzi» gli errori della magistratura «come un’arma» il sindaco Emiliano tradisce quasi un fastidio, come se la reazione pubblica di un uomo pubblico fosse un’opzione che si potrebbe anche non esercitare, standosene buoni per 17 anni ad aspettare che le toghe di tutto un Paese finiscano di fare i loro comodi. Ma non sottilizziamo. Prosegue Emiliano: «Ricordo i tempi in cui questo accadeva per la mafia; noi facevamo i processi [...] e poi c’era sempre qualcuno, qualche avvocato, qualche politico che riusciva a infilarsi in meccanismi che portavano a drammi. Ieri abbiamo intestato una strada a Bari ad Antonino Scopelliti, il procuratore generale che doveva reggere l’accusa in Cassazione contro per il maxiprocesso di Palermo: quest’uomo fu ucciso perché in quella sezione della Cassazione ne succedevano di tutti i colori». Ecco, qui il ragionamento comincia a farne parecchie, di pieghe. Emiliano, per farsi capire meglio, paragona Berlusconi alla mafia: perché pure con la mafia  si tentarono processi che poi non arrivarono in fondo. Cioè: Berlusconi non è un cittadino innocente sino a prova contraria, peraltro incensurato a dispetto di un numero impressionante di procedimenti: è un colpevole non ancora scoperto, e comunque è sicuramente un male, tipo Cosa Nostra, di cui è difettata la cura. Mentalità molto interessante, quella di Emiliano, considerata la sua precedente professione.  Dopodiché il sindaco di Bari passa a fare l’esempio del magistrato Antonino Scopelliti che fu trucidato con un calibro 12 caricato a pallettoni, fa cioè una presuntissima analogia con ciò che per 17 anni è sempre riuscito a scongiurare le condanne di Berlusconi, tipo, chessò, il suo diritto di difesa. Ma vediamo la conclusione di Emiliano: «Quindi», dice, «se una critica io ho da fare alla magistratura, è quella di non essere stata sempre compatta – in passato per i magistrati per bene è stata dura, durissima – e soprattutto di non avere considerato che, nel reiterare qualche volta anche in maniera a volte un po’ troppo isterica le azioni penali nei confronti di Berlusconi, in definitiva finivano per favorirlo.

LA VECCHIA REGOLA

Questa è una vecchissima regola: quando fai un processo a qualcuno devi essere in grado di arrivare alla fine, sennò il tuo avversario esce rafforzato dal tuo fallimento».  Cioè: il problema è che la magistratura anti-berlusconiana – che è per bene – non è stata sufficientemente unita e compatta, non che ciascuno degli innumerevoli procedimenti a carico del Cavaliere – peraltro concentrati, spesso, in procure che erano sempre le stesse e che erano compattissime – evidentemente non stavano in piedi. Il problema insomma è che Berlusconi ha resistito, lo hanno lasciato respirare e riprendersi, non che talvolta potesse aver ragione. È come per un muro che non si è riusciti a sfondare, perché le forze non erano concentrate, concordi: ecco, Berlusconi era quel muro, se non lo butti giù rischi solo che qualche mattone ti precipiti sul cranio. Servono commenti? No, resta solo un dilemma: se sia più disperante che un uomo come Michele Emiliano sia diventato un politico o se sia più rinfrancante che non sia più un magistrato. Filippo Facci, Libero, 6 febbraio 2011

……………..Forse sarebbe stato meglio che non avesse fatto nè l’uno nè l’altro.