BERLUSCONI: GOVERNEREMO PER ALTRI DUE ANNI
Pubblicato il 6 febbraio, 2011 in Politica | Nessun commento »
Il Presidente del Consiglio ha rivolto un nuovo messaggio agli Italiani. Ecco il testo del messaggio.
Il Presidente del Consiglio ha rivolto un nuovo messaggio agli Italiani. Ecco il testo del messaggio.
La sfolgorante carriera “politica” di Fasano: da vicesindaco annusatore di Gagliardi (nella foto la festa dell’Emigrante del 1991) a bizzoso vicesindaco di Geronimo.
Incidente procedurale. “Il federalismo è fatto, le elezioni sono scongiurate, con Napolitano nessun problema”, dice Umberto Bossi affettando tranquillità. Certo in alcuni settori della Lega, che ieri ha riunito i propri vertici a Milano in via Bellerio, c’è apprensione per il futuro della riforma federalista contenuta nel decreto che ieri Giorgio Napolitano ha rimandato alle Camere giudicandolo “irricevibile”. Ma le preoccupazioni dell’ala vicina al ministro dell’Interno Roberto Maroni sono tenute sotto controllo dal leader Bossi che ha spiegato ai propri generali: “Garantisco io. Sia sull’impegno di Berlusconi in tutta la faccenda sia sulla disponibilità del Quirinale”. Difatti è vero che Napolitano ha respinto il decreto sul federalismo, ma si è trattato di un rifiuto ampiamente previsto dal centrodestra. Un evento che Bossi ieri ha spiegato ai propri uomini che non siedono nei banchi del governo: “Napolitano è a favore del federalismo, le sue obiezioni sono state procedurali e in realtà assolutamente incontestabili. Non vuole che si scavalchi il Parlamento”. D’altra parte, nel corso del Cdm straordinario dell’altra notte, Gianni Letta – che per alcune ore aveva tenuto in piedi un canale di comunicazione con il Quirinale – si era espresso senza dubbi: il presidente della Repubblica non lo firmerà. Ed era stato Bossi a insistere affinché il decreto fosse licenziato comunque dal Cdm. Si trattava di ottenere – dal punto di vista della Lega – una positiva resa mediatica, evitare cioè che i quotidiani di opposizione fossero legittimati, il giorno successivo, a titolare su una sconfitta politica del federalismo.
Adesso il decreto sarà portato in Parlamento, fatto oggetto di discussione, e alla fine ritornerà in Consiglio dei ministri. L’ordine di scuderia, che parte da Palazzo Chigi e si estende a tutto il centrodestra è: evitare frizioni con il Quirinale, che nella lettera con la quale ha motivato la mancata firma al decreto definiva “poco corretto” il comportamento del governo. “Non posso sottacere – ha scritto Napolitano – che non giova a un corretto svolgimento dei rapporti istituzionali la convocazione straordinaria di una riunione del governo senza la fissazione dell’ordine del giorno e senza averne preventivamente informato il presidente della Repubblica”. Così ieri nessuno, nel Pdl né tantomeno nella Lega, ha commentato negativamente la decisione del Quirinale. Il dossier è interamente nelle mani di Bossi, che ha avuto una telefonata “lunga e cordiale” con Napolitano. Circostanza che oggi autorizzerà alcuni giornali a descrivere uno stato di tensione diplomatica tra la presidenza della Repubblica e il Cavaliere; e a sostenere che il leader della Lega abbia bypassato Palazzo Chigi allacciando un negoziato diretto con il Quirinale. Cosa non del tutto vera. Berlusconi è in realtà molto grato al proprio alleato (per la sua lealtà), tanto da lasciare il campo interamente alla Lega se questa mossa può tornare utile a Bossi e compagni.
Piuttosto giovedì sera, nel corso di una cena con il gruppo dei “responsabili”, il premier ha rivelato di voler approfittare lui delle contraddizioni, scaturite dal voto in bicamerale sul federalismo, interne al gruppo finiano di Fli. Secondo la versione di Berlusconi, Mario Baldassarri – sostenuto da alcuni senatori finiani – era pronto ad astenersi e soltanto l’intervento “duro e personale” di Gianfranco Fini lo avrebbe costretto a cambiare idea. Così il Cavaliere pensa di potersi incuneare nei problemi interni al nascituro partito di Fli (la settimana prossima il congresso fondativo a Milano) per recuperare pezzi della maggioranza perduta. Ha elencato a Saverio Romano e Silvano Moffa – anime del gruppo dei responsabili – diversi nomi di senatori e deputati finiani, “gente che vive un profondo disagio politico”: Paglia, Patarino, Ronchi, Proietti Cosimi, Rosso, Menardi. Chissà. Non sarebbe la prima volta che Berlusconi si esercita in previsioni che poi non si sono realizzate. © - FOGLIO QUOTIDIANO di Salvatore Merlo, 5 febbraio 2011
In punta di diritto il Quirinale avrà anche ragione, tanto che né Berlusconi né Bossi hanno contestato lo stop. Più probabilmente, sapevano già che sarebbe andata a finire così ma hanno voluto ugualmente ribadire il loro diritto a deciderein un Paese dove governare è impresa disperata a meno che non si voglia sottostare agli ordini di altri poteri, dal capo dello Stato ai magistrati, dai sindacati ai mezzi di informazione.
Poteri che hanno un filo rosso comune: essere ex, neo o post comunisti. Cioè parte di una sinistra che non accetta la prima regola di una democrazia: per cinque anni è legittimato a governare chi vince le elezioni. Questo proprio non gli entra in testa, vogliono comandare anche quando perdono e per farlo sono disposti a tutto, compreso il fatto che leggi e forme devono essere piegate sempre e solo a loro vantaggio.
Se di regole e rispetto delle istituzioni parliamo, perché nessuno di questi signori pone il problema che il presidente della Camera non può usare il potere e i mezzi in dotazione alla carica per fare cadere il primo ministro? Perché non porre il problema che se uno passa all’opposizione deve lasciare libero il posto nelle commissioni parlamentari che occupava in quanto maggioranza? Perché la legge viene applicata con violenza contro i giornalisti che rivelano segreti d’ufficio solo se questi sono del Giornale mentre quelli di Repubblica sono liberi di fare di tutto impunemente? L’elenco dei «perché» sarebbe lungo chilometri.
Ma si può riassumerli in uno: perché Berlusconi e Bossi non avrebbero il diritto di governare? La risposta è una sola: hanno il consenso della gente, e si sa, per la sinistra, insegna la storia, la gente è pericolosa. Se poi chiede più federalismo e meno tasse, cioè più libertà, è addirittura da internare. Cosa già successa in Paesi tanto cari soltanto qualche anno fa a chi oggi ci vuole insegnare la democrazia e le sue regole. Il Giornale, 5 febbraio 2011
Il già nutrito elenco di anomalie della presidenza finiana della Camera si è allungato con un commento incredibile al pareggio con il quale si è conclusa nella cosiddetta bicameralina la votazione per il parere, peraltro obbligatorio ma non vincolante, sul decreto legislativo del federalismo municipale. La natura bicamerale della commissione, composta da deputati e senatori nominati dai presidenti dei due rami del Parlamento, avrebbe dovuto consigliare a Gianfranco Fini di consultarsi con il suo omologo di Palazzo Madama, Renato Schifani, prima di pronunciarsi sul 15 a 15 della partita. Glielo avrebbero dovuto suggerire ragioni, diciamo così, di galateo istituzionale, tanto più a causa dei dubbi sorti sulla stessa legittimità della composizione della commissione, formata su designazione dei gruppi parlamentari ben prima che nascessero quelli che Fini ha voluto creare dopo la rottura intervenuta con il presidente del Consiglio e il Pdl. Sino a quando i gruppi finiani sono rimasti, sia pure polemicamente, nella maggioranza la composizione di quella commissione poteva anche risultare compatibile con il principio della proporzionalità stabilito dalla legge istitutiva. Ma quando i finiani hanno attraversato il Rubicone, prima ritirandosi dal governo, poi reclamando l’apertura di una crisi extraparlamentare con la richiesta delle dimissioni del presidente del Consiglio, infine passando all’opposizione con tanto di mozione di sfiducia alla Camera, i rapporti di forza nella commissione non sono più risultati equilibrati.
Al presidente della «bicameralina», Enrico La Loggia, appaiono francamente e giustamente «troppi» quattro commissari su trenta di appartenenza al terzo polo, dove Fini ha deciso di accasarsi preferendo passare da numero due di Silvio Berlusconi a numero due di Pier Ferdinando Casini, o numero tre, dopo Francesco Rutelli. Ed è stato proprio il no del senatore finiano Mario Baldassarri a determinare il pareggio nella votazione di ieri dei bicameralini. Se solo egli avesse avvertito l’opportunità di astenersi per lo squilibrio creatosi nella commissione bicamerale dopo il passaggio dei finiani all’opposizione, si sarebbe evitato il pareggio. E con il pareggio si sarebbe evitata la gara subito apertasi sugli specchi dei regolamenti parlamentari per valutarne gli effetti, cioè per sostenere che il parere è stato negativo o è soltanto mancato. È una gara che farà felici gli specialisti della materia, non certo la gente comune. La situazione è «senza precedenti», ha sentenziato Fini con involontario umorismo, dimenticando che senza precedenti è prima di tutto la sua presidenza alla Camera, sopravvissuta al suo cambio di ruolo: da terza carica dello Stato, naturalmente e necessariamente neutra, a capo-fazione, anzi a capo di un partito alla cui gestazione egli partecipa da mesi con viaggi e comizi usando, ma forse sarebbe meglio dire abusando della sua visibilità istituzionale. Senza precedenti è anche la distinzione che Fini ha cercato di fare, sempre commentando il 15 a 15 della commissione bicamerale, tra «voto politico», che sarebbe mancato o sarebbe secondario, e «valutazione di merito», che sarebbe prevalente.
E, secondo lui, dovrebbe forse impedire o sconsigliare al governo di appellarsi alle aule di Montecitorio e del Senato, dove esso gode di una sicura maggioranza. Si può ben dire a questo punto che ciò che ha perso in autorevolezza, questa presidenza della Camera può solo guadagnare in stravaganza. Francesco Damato, 04/02/2011
Cos’è successo ieri in Parlamento? Tutto e niente. Tutto perché sono in corso le grandi manovre per assestare il colpo da ko a Berlusconi, niente perché qualsiasi mossa finora è andata a vuoto. Il piano finiano di aprire il varco tra Bossi e Berlusconi bocciando in commissione il testo sul federalismo ha mostrato la miopia dei tattici: solo uno sprovveduto poteva pensare che bastasse appendersi al voto e alla barba di Mario Baldassarri per metter fine alla legislatura. Il decreto uscito da una bicameralina senza potere, è rientrato in consiglio dei ministri la sera e ora passa al vaglio del Presidente della Repubblica.
Bossi ha condiviso questa procedura solo dopo aver verificato che la maggioranza tiene. Se gli chef della procura di Milano non riescono a cucinare il Cavaliere subito – e stanno aumentando la fiamma sotto il pentolone – il suo consenso parlamentare si allargherà. Alla Camera e al Senato nessuno vuole votare, la poltrona è preziosa, la candidatura incerta e il piano della magistratura è senza veli. E così i pm si sono visti dire no dai deputati. Restano solo due modi per far saltare Berlusconi: o la via giudiziaria o l’eliminazione fisica. La prima è praticata con insuccesso da diciassette anni, la seconda l’hanno già tentata una volta, ma la dentiera del Cav ha resistito. Gli italiani sanno da anni che Silvio – parole sue – «non è un santo», ma Berlusconi prende i voti. Le retate della Buon Costume non sono la politica. All’elettorato non gliene importa un fico secco delle sue prestazioni sopra e sotto le lenzuola. Se ne infischia delle seratone con Ruby, ma vuole dormire senza l’incubo della patrimoniale. Mario Sechi, Il Tempo, 4 febbraio 2011
La verità è nei numeri. E i numeri dicono che questa maggioranza è sempre più stabile, votazione dopo votazione. Ieri, per la prima volta dopo la scissione finiana, è tornata a essere qualificata, cioè a quota 316 (315 voti più Berlusconi che non ha votato),il numero che decreta l’autonomia assoluta dall’opposizione. Il progetto del Fli di essere ago della bilancia insieme con Casini e Rutelli è quindi ufficialmente fallito. Nei prossimi giorni, stando alle indiscrezioni, e analizzando presenti- assenti-astenuti del voto di ieri, il vantaggio dovrebbe aumentare ancora. Se il Parlamento perde tempo rispetto ai problemi del Paese non è quindi colpa di una maggioranza che non c’è,come si vuole lasciare intendere, ma di una opposizione che ingolfa le Camere con tentativi di spallata: ben sei voti di fiducia (tali devono essere considerati anche quelli su Bondi e sul caso Ruby di ieri) che sono stati respinti, tutti meno uno con ampio margine.
Bersani e soci se ne dovrebbero fare una ragione: Berlusconi al massim o è come la torre di Pisa, pende ma non va giù. Merito suo e della Lega, alleato fedele anche in un momento così delicato. Bossi è sotto ricatto di Fini che ancora ieri gli ha proposto lo scambio indecente: tu mi dai Berlusconi, io ti do il federalismo. Il ricatto è improponibile, e quindi irricevibile, non soltanto per motivi etici. Il federalismo, Fini lo abolirebbe un secondo dopo aver ottenuto lo scalpo del premier consumando così l’ennesimo tradimento della vita dopo quelli del fascismo, del post fascismo, di Casini, Berlusconi, più in generale degli elettori. La Lega sarebbe soltanto l’ennesimo bus sul quale il presidente della Camera salirebbe per farsi trasportare qualche metro e dal quale scenderebbe la fermata successiva.
La vera anomalia è che, grazie a meccanismi obsoleti e ingiusti, nelle commissioni parlamentari (vero motore della legislatura) i finiani sono ancora in carico alla maggioranza. Sono stati messi in quei posti con e per la maggioranza ma votano con l’opposizione.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: governo e parlamento decidono una cosa, le commissioni la bocciano, come è successo ieri per il federalismo. Il problema del Paese è questo, non Ruby, non le notti a d Arcore. Rispetto alle quali c’è da aspettarsi, dopo la bocciatura della Camera alla richiesta dei pm milanesi di perquisire gli uffici politici di Berlusconi, un ultimo, disperato tentativo di colpire il premier per via mediatica. Come? Lo sapremo nei prossim i giorni, forse già nelle prossime ore. È questa l’ultima speranza alla quale si stanno aggrappando i guardoni alla Fini e Bersani. I due non hanno voti in parlamento sufficienti a disarcionare il premier, non hanno voti per sperare di vincere eventuali elezioni. Il loro progetto politico è esibire al mondo una chiacchiera tra due ragazze intercettata da spioni di Stato, una foto scattata col telefonino in una casa privata. Su questo pensano di costruire la loro fortuna politica e personale. Un po’ poco per candidarsi a guidare il Paese. Il Giornale, 4 febbraio 2011
“Ogni volta che provano a dare una spallata sbattono al muro e si fanno pure male”, dice il ministro della Difesa e coordinatore del Pdl Ignazio La Russa. Che poi aggiunge: “Eravamo 316 (315 più Berlusconi assente, ndr) più un astenuto, Luca Barbareschi che continua ad astenersi perché io non lo voglio”. «Sia chiaro che io ho votato con Fli, è agli atti, basta guardare i resoconti stenografici». Luca Barbareschi ci tiene a chiarire alla agenzie che «il problema della sua apparente astensione è dovuto solo a un contatto elettrico nel pulsante di voto». E quindi, «mi raccomando – dice – andate a guardarvi lo stenografico». Il ’giallò di Barbareschi e del suo tormentato rapporto con Futuro e libertà insomma, almeno per stasera, è chiuso.
I numeri in aula alla Camera con il sì alla richiesta della giunta di rinvio degli atti alla procura di Milano nell’ambito dell’inchiesta Ruby “sono buoni”, dunque per ora il governo “va avanti”. Ha commentato così il leader della Lega e ministro delle Riforme, Umberto Bossi, interpellato al termine della seduta di Montecitorio.
Intanto l’inchiesta si sta sgonfiando. Le prove che avrebbero dovuto far cadere il governo non ci sono. Il procuratore milanese Edmondo Bruti Liberati smentisce le voci sull’esistenza di nuove fotografie hard sulle cene ad Arcore. L’indagine sembra, infatti, impantanarsi in una fase difficile. La soluzione verrà trovata solo all’inizio di settimana prossima, ma si fa sempre più difficile il rinvio a giudizio immediato.
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