PERQUISIZIONI AL GIORNALE:

Pubblicato il 1 febbraio, 2011 in Costume, Cronaca, Il territorio | Nessun commento »

A disporre le perquisizioni il pm di Roma Silvia Sereni. Il reato sarebbe abuso d’ufficio. Ma l’articolo pubblicato (leggi qui) conteneva solo sentenze pubbliche del Csm. Indagato per abuso d’ufficio il consigliere di Palazzo dei Marescialli Brigandì, che commenta: “Non ne so nulla”. Il direttore Sallusti: “La perquisizione non solo è un atto intimidatorio, ma una vera e propria aggressione alla persona e alla libertà di stampa”. Il Cdr denuncia: “Aggressione pervicace e violenta”. Pochi mesi fa le altre perquisizioni per l’affaire Marcegaglia

- L’irruzione dei carabinieri. La normalità sconvolta. La scena è quella abituale, la vittima ancora una giornalista de Il Giornale. Dalle 9 sono in corso alcune perquisizioni nell’abitazione romana della cronista Anna Maria Greco. A disporle il pubblico ministero Silvia Sereni e, a quanto risulta, il provvedimento è stato ordinato per la presunta violazione dell’articolo 323 del codice penale, quello relativo all’abuso d’ufficio. Sotto la lente della magistratura l’articolo pubblicato giovedì 27 gennaio “La doppia morale della Boccassini”. Un nuovo tentativo di mettere il bavaglio alla libertà di informazione e al Giornale in particolare dopo le perquisizioni di pochi mesi fa al direttore, Alessandro Sallusti, al vicedirettore, Nicola Porro, e alla redazione milanese del quotidiano per l’affaire Marcegaglia.

I carabinieri hanno fatto irruzione a casa della giornalista intorno alle 9: hanno sequestrato il computer di Anna Maria Greco e persino quello del figlio della cronista. Perquisizioni sono in corso anche negli uffici della redazione romana del Giornale.

“Per l’ennesima volta la casta dei magistrati mostra il suo volto violento e illiberale” è il primo commento del direttore de Il Giornale, Alessandro Sallusti. “La perquisizione nell’abitazione privata della collega Anna Maria Greco, autrice dell’articolo che conteneva sentenze pubbliche del Csm, non solo è un atto intimidatorio, ma una vera e propria aggressione alla persona e alla libertà di stampa. Stupisce che soltanto le notizie non gradite ai magistrati inneschino una simile repressione quando i magistrati stessi diffondono a giornalisti amici e complici atti giudiziari coperti da segreto al solo scopo di infangare politici non graditi”.

Il Comitato di Redazione de Il Giornale  ha subito stigmatizzato “la pervicace e violenta aggressione della magistratura dispiegatasi, questa volta, attraverso le perquisizioni” nell’abitazione della collega Greco e nella redazione romana del quotidiano. “E’ un’intimidazione sia verso le libertà individuali indisponibili della nostra collega sia verso la libertà di stampa, anch’essa diritto costituzionalmente garantito – scrive il Comitato di redazione – si tratta di un attacco all’indipendenza di questo quotidiano che il Cdc non intende più tollerare”. Nell’esprimere la solidarietà e la vicinanza alla Greco, che non è indagata, e alla sua famiglia, “violate fin nella loro più profonda intimità solo per aver esercitato il diritto-dovere di informare i cittadini”, il Cdr denuncia “l’ennesima ingerenza nell’esercizio della nostra professione”. “E’ un atto intollerabile che deve far riflettere tutti, il mondo dell’informazione in particolare, sulla divisione dei ruoli e delle responsabilità“, conclude la nota del Cdr che condanna “con fermezza lo sfregio arbitrario delle garanzie costituzionali e non verrà meno alla tutela della dignità e della professionalità di tutto il corpo redazionale”.

“Non se ne può più″. Il segretario generale della Fnsi Franco Siddi denuncia duramente le perquisizioni di questa mattina: “Nello scontro politica-magistratura non possono essere chiamati a pagare i giornalisti se danno notizie, ancorch‚ su di esse e sulla loro valenza in termini di interesse pubblico, ciascuno possa avere opinioni diverse“. Siddi ha parlato di un’azione “assolutamente incomprensibile” e “pesantemente invasiva”.

Il consigliere laico del Csm, Matteo Brigandì (in quota Lega) è indagato dalla procura di Roma. Il fascicolo, affidato al pm Sereni e al procuratore aggiunto Pierfilippo Laviani, ha preso le mosse da una segnalazione ufficiale arrivata a piazzale Clodio trasmessa dallo stesso Consiglio superiore della magistratura. L’ipotesi di reato rubricata nel fascicolo è quella di abuso d’ufficio. Brigandì, secondo l’accusa, avrebbe passato documenti interni a Palazzo dei Marescialli alla giornalista che ha poi redatto l’articolo sul procuratore aggiunto di Milano, Ilda Boccassini. “Non ne so nulla, e quindi non ho niente da dire” così Brigandì risponde a chi gli chiede un commento. “Ovviamente non sono stato io – aveva detto la scorsa settimana dopo notizie di stampa che lo accusavano di aver chiesto lui il fascicolo al Csm – e se qualcuno sostiene questa cosa ne risponderà nelle sedi legali possibili. Ho chiesto al Csm una serie di documenti, compreso quel fascicolo, che ho letto per un quarto d’ora e poi ho restituito” aveva precisato Brigandì, che aveva anche annunciato di aver scritto una lettera al vice presidente Michele Vietti per chiedergli di “far luce” sulla vicenda.

………….Ecco la doppia morale e la doppia legge applicata dai magistrati italiani a tutela di se stessi. Quale grave colpa avrebbe commesso la giornalista e il giornale per essere oggetto di perquisizioni quasi fossero mafiosi e terroristi. Solo quella di aver rispolverato una vecchia stroia che riguardava  la PM milanese che si occupa del caso Ruby nell’ambito del quale sono stati intercettate e spiate decine di persone ree di frequenìtare la casa del premier.A  costoro, colpevoli o meno,  la  privacy è stata violentata e sputtanata a più non posso su tuti i giornali che hanno ricevuto copia delle intercettazioni prima ancora che fossero a disposizione della Giunta per le autorizzazioni a procedere della Camera. Copione già visto si dirà, certo!, copione già visto,  forma squallida di malcostume che al di là del processo penale, se e quando si farà, per cui persone che secondo la Costituzione sono innocenti in  virtù del principio della presunzione di innocenza che è alla base della nostra ormai vecchia e superata civiltà del diritto, vengono letteralemente stuprate nella loro dignità e nella dignità delle loro famiglie che mai nessuno ripagherà quando dovesse essere acceertata, come spesso è accaduto nel passato, la innocenza o la estraneità. Ricordiamo un caso, La figlia di Alessandro Necci, ex capo delle Ferrovie italiane, finito nel tritacarne della giustizia, fu letteralemtne massacrata dai mass media che pubblicarono le  intercettazioni delle sue telefonate con Pacini Battaglia, altro ormai dimenticato protagonista di tangetepoli. Che c’entrava la figlia di Necci? Nulla, salvo che aveva una storia, del tutto normale anche perchè libera e maggiorenne, con Pacini. Chi ha mai pagato per quelle intercettazioni? Chi è stato chiamato alla sbarra per quelle inutili diffamazioni? Chi ha mai chiesto scusa a quella persona? Nessuno.  Non solo. Chissà perchè nel nostro paese nessuno sa chi abbia diffuso le intercettazioni ch essendo corpo di reato e sottoposte a segreto istruttorio sono affidate, formalmente, al magistrato inquirente. Eppure quando le intercettazioni escono, centinaia, talvolta migliaia di pagine, pare che la cosa avvenga per opera dello Spirito Santo e non di persone, fisiche, che, almeno in teoria, dovrebbero essere facilmente individuabili. Invece accade che la cosa non riguardi nessuno. Non  nel caso invece della giornalista de Il Giornale che ha osato, ecco, osato, pubblicare il resoconto di una azione disciplianre cui fu sottoposta la PM di Milano che si occupa di Ruby. Apriti cielo! Il CSM,  ha immediatamente segnalato la cosa alla Procura di Roma che essendo , come è noto,   priva di attività da svolgere, ha mandato i carabinieri in casa della giornalista de Il Giornale a perquisirle anche la biancheria intima e visto che c’era anche il pc del figlio, e poi li ha mandati a perquisire la sede romana del Giornale per trovare le “prove”. Di che? Della violata privacy del PM di Milano che non è uguale agli altri cittadini. E’ un gradino più su e mentre può rovistare fra le lenzuola di chi le pare, a nessuno è consentito di rovistare fra le sue. Questo è il regime. Il regime dei giudici. Poveri noi. g.

COSI’ CORORNO VERSO LE ELEZIONI, l’editoriale di Mario Sechi

Pubblicato il 1 febbraio, 2011 in Politica | Nessun commento »

Silvio Berlusconi La situazione è grave e per una volta anche seria. L’opposizione ha risposto picche all’offerta del presidente del Consiglio di discutere insieme un programma di riforme economiche. C’era da attenderselo, ma il modo e le argomentazioni sono la prova che né al Pd né tantomeno ai suoi compagni di viaggio interessa il Paese. Ai democratici va bene un’unica soluzione: un governo non più guidato da Berlusconi che non esce dalle urne. In questo scenario si tratta di un’opzione impossibile, ma ai democratici da qualche decennio difetta quell’ingrediente della politica che si chiama realismo. Così la situazione di scontro permanente diventerà sempre più incandescente, fino al punto che le elezioni anticipate resteranno l’unica via d’uscita possibile sul tavolo di un wargame termonucleare che rischia di annientare tutti. Attenzione, Berlusconi non vuole il voto a tutti i costi, non è quella la sua prima scelta. La mossa di inviare una lettera aperta all’opposizione è stata intelligente, ha messo i democratici di fronte alle proprie responsabilità e fatto comparire nel bancone della politica il cocktail ad altissima gradazione composto da una magistratura scatenata nella caccia al premier, da un circuito dell’informazione che gioca euforicamente al tiro al bersaglio e da un Pd incapace di avere una propria linea autonoma dai giudici. Questo è l’intruglio che ci sta portando alle urne. Aprire ora un ciclo elettorale non è auspicabile, ma la parabola impressa dall’azione dei magistrati sembra non lasciare scampo al Cav.

La richiesta di rito abbreviato per Berlusconi arriverà in pochi giorni, le rivelazioni sugli atti della magistratura sono a getto continuo, il circuito mediatico che ruota intorno al girotondo delle toghe funziona da megafono per mobilitare la massa giustizialista. Vedremo presto il risultato di questa gigantesca operazione di delegittimazione. Non c’è un piano per il «dopo», ma un chiarissimo obiettivo per «l’ora e subito»: il disarcionamento del Cavaliere a tutti i costi. Poi si vedrà. Si tratta di un’operazione di puro avventurismo che non ha un padrino unico, ma molti sostenitori dalla visione piccola piccola. Nessuno ha capito che una transizione verso il 2013 non può essere studiata a tavolino contro Berlusconi, ma concordata e messa in campo insieme a Berlusconi. Cinque decenni di cultura politica democristiana e comunista sembrano non aver insegnato niente a nessuno. Così le opposizioni vanno in ordine sparso contro un muro di titanio e il blocco Pdl-Lega si chiude nel fortino, resiste finché ci sono i numeri, poi a un certo punto deciderà di andare al voto per provare a spianare tutto.

La nitroglicerina al confronto è un grappino infiammabile, qui invece siamo di fronte a una Santa Barbara ad altissimo potenziale che rischia di far saltare in aria tutto il sistema politico. Non a caso dietro le parole di Berlusconi c’è una rabbia di fondo che non si contiene perché tra la possibilità di mettere in piedi un progetto di riforme bipartisan e la forca issata in piazza, l’opposizione sceglie di sostenere l’operazione giacobina, senza neppure andare a vedere le carte del Cavaliere. È un bruttissimo segnale. Per tutti. L’exit strategy non c’è perché il clima percepito dal Palazzo, non quello reale nel Paese è viziato dal pregiudizio e dal fatto personale in entrambi gli schieramenti. Quello della politica è un club che si muove in base a riti consolidati e autoreferenziali. I partiti del Comitato di Liberazione Nazionale da Silvio pensano che il bauscia di Arcore sia agli sgoccioli, che il maglio perforante della magistratura stavolta abbia sfondato la carlinga del cacciabombardiere con le insegne del Biscione. Non è così, ma questo allo stato dell’arte ha poca importanza. L’operazione Craxi di cui ho scritto qualche giorno fa, va avanti, è indipendente dalla realtà.

Non importa se Berlusconi ha più del doppio dei voti del Partito socialista di craxiana memoria e non è decisivo il fatto che il Cavaliere per tutti i sondaggi è ancora l’unico leader possibile per un Paese sull’orlo di uno sbrego istituzionale tra Nord e Sud. Ha ragione il ministro Angelino Alfano quando dice «non abbiamo perso il voto dei cattolici». Gli oppositori di Berlusconi dimenticano che il berlusconismo è un fiume carsico della società italiana, che il nostro Paese non è luterano ma cattolico, che i puritani da noi non hanno mai avuto fortuna e i moralisti alle vongole vengono spernacchiati appena girato l’angolo. Paragonare come è avvenuto ieri sera a L’Infedele di Gad Lerner Berlusconi a Erode e accostarlo ai dittatori del Nord Africa e del Medio Oriente non fa muovere alcun passo in avanti verso la soluzione della crisi e il cambio di scenario per il Paese.

Comprendere le ragioni dell’avversario serve a preparare la vittoria futura. Questo nel campo dell’opposizione «bobò», borghese e bohemienne, salottiera e ciarliera, un po’ caviar e tanto traviar, è una rarità. Fare con sprezzo del ridicolo, come ha fatto Italo Bocchino, un parallelo tra un leader democraticamente eletto e l’ormai ex dittatore tunisino Ben Alì, forse regala un titolo di giornale, ma non produce un’analisi credibile agli occhi di chi magari è incerto o in ogni caso vuole capire cosa si apparecchia per il futuro. È questo scenario che non torna nei conti della sinistra postcomunista, dei centristi che non hanno imparato la lezione della Dc e dei finiani ex destri dispersi, è questa la ragione profonda per cui da diciassette anni sbagliano la radiografia del berlusconismo. Lo combattono con la bava alla bocca e la baionetta, ma senza un briciolo di cervello. Certo, la prossima volta rischiano anche di vincere le elezioni per logoramento dell’avversario e martellamento giudiziario sulle mutande ad apertura rapida del Cav, ma in realtà cinque minuti dopo la vittoria hardcore, i nemici di sempre si ritroveranno ancora una volta con i problemi di sempre, che si traducono in una sola parola: ingovernabilità.  Mario Sechi, Il Tempo, 1 febbraio 2011

BERLUSCONI A BERSANI: RILANCIAMO L’ECONOMIA

Pubblicato il 31 gennaio, 2011 in Economia, Politica | Nessun commento »

Con una lettera al Corriere della Sera che il quotidiano di Milano pubblica in prima pagina questa mattina, il premier Silvio Berlusconi indirizza una proposta a Bersani di rilancio bipartisan dell’economia. E’ evidente lo scopo del premier: se tutti si preoccupano del “bene dell’Italia”, vediamo chi davvero ci tiene al bel paese. Ecco la lettera di Berlusconi, che, a quanto rilevano i mass media, ha lasciato spiazzati sia Bersan, sia tutti gli altri “amanti” dell’Italia.

Gentile direttore,
il suo giornale ha meritoriamente rilanciato la discussione sul debito pubblico mostruoso che ci ritroviamo sulle spalle da molti anni, sul suo costo oneroso in termini di interessi annuali a carico dello Stato e sull’ostacolo che questo gravame pone sulla via della crescita economica del Paese. Sono d’accordo con le conclusioni di Dario Di Vico, esposte domenica in un testo analitico molto apprezzabile che parte dalle due proposte di imposta patrimoniale, diversamente articolate, firmate il 22 dicembre e il 26 gennaio da Giuliano Amato e da Pellegrino Capaldo. Vorrei brevemente spiegare perché il no del governo e mio va al di là di una semplice preferenza negativa, «preferirei di no», ed esprime invece una irriducibile avversione strategica a quello strumento fiscale, in senso tecnico-finanziario e in senso politico.

Prima di tutto, se l’alternativa fosse tra un prelievo doloroso e una tantum sulla ricchezza privata e una poco credibile azione antidebito da «formichine», un gradualismo pigro e minimalista nei tagli alla spesa pubblica improduttiva e altri pannicelli caldi, staremmo veramente messi male. Ma non è così. L’alternativa è tra una «botta secca», ingiusta e inefficace sul lungo termine, e perciò deprimente per ogni prospettiva di investimento e di intrapresa privata, e la più grande «frustata» al cavallo dell’economia che la storia italiana ricordi. Il debito è una percentuale sul prodotto interno lordo, sulla nostra capacità di produrre ricchezza. Se questa capacità è asfittica o comunque insufficiente, quella percentuale di debito diventa ingombrante a dismisura. Ma se riusciamo a portare la crescita oltre il tre-quattro per cento in cinque anni, e i mercati capiscono che quella è la strada imboccata dall’Italia, Paese ancora assai forte, Paese esportatore, Paese che ha una grande riserva di energia, di capitali, di intelligenza e di lavoro a partire dal suo Mezzogiorno e non solo nel suo Nord europeo e altamente competitivo, l’aggressione vincente al debito e al suo costo annuale diventa, da subito, l’innesco di un lungo ciclo virtuoso.

Silvio Berlusconi (Ansa)
Silvio Berlusconi (Ansa)

Per fare questo occorre un’economia decisamente più libera, poiché questa è la frustata di cui parlo, in un Paese più stabile, meno rissoso, fiducioso e perfino innamorato di sé e del proprio futuro. La «botta secca» è, nonostante i ragionamenti interessanti e le buone intenzioni del professor Amato e del professor Capaldo, una rinuncia statalista, culturalmente reazionaria, ad andare avanti sulla strada liberale. La Germania lo ha fatto questo balzo liberalizzatore e riformatore, lo ha innescato paradossalmente con le riforme del socialdemocratico Gerhard Schröder, poi con il governo di unità nazionale, infine con la guida sicura e illuminata di Angela Merkel. E i risultati sono sotto gli occhi di tutti: la locomotiva è ripartita. Noi, specialmente dopo il varo dello storico accordo sulle relazioni sociali di Pomigliano e Mirafiori, possiamo fare altrettanto.

Non mi nascondo il problema della particolare aggressività che, per ragioni come sempre esterne alla dialettica sociale e parlamentare, affligge il sistema politico. Ne sono preoccupato come e più del presidente Napolitano. E per questo, dal momento che il segretario del Pd è stato in passato sensibile al tema delle liberalizzazioni e, nonostante qualche sua inappropriata associazione al coro strillato dei moralisti un tanto al chilo, ha la cultura pragmatica di un emiliano, propongo a Bersani di agire insieme in Parlamento, in forme da concordare, per discutere senza pregiudizi ed esclusivismi un grande piano bipartisan per la crescita dell’economia italiana; un piano del governo il cui fulcro è la riforma costituzionale dell’articolo 41, annunciata da mesi dal ministro Tremonti, e misure drastiche di allocazione sul mercato del patrimonio pubblico e di vasta defiscalizzazione a vantaggio delle imprese e dei giovani.

Lo scopo indiretto ma importantissimo di un piano per la crescita fondato su una frustata al cavallo di un’economia finalmente libera è di portare all’emersione della ricchezza privata nascosta, che è parte di un patrimonio di risparmio e di operosità alla luce del quale, anche secondo le stime di Bruxelles, la nostra situazione debitoria è malignamente rappresentata da quella vistosa percentuale del 118 per cento sul Pil. Prima di mettere sui ceti medi un’imposta patrimoniale che impaurisce e paralizza, un’imposta che peraltro sotto il mio governo non si farà mai, pensiamo a uno scambio virtuoso, maggiore libertà e incentivo fiscale all’investimento contro aumento della base impositiva oggi nascosta. Se a questo aggiungiamo gli effetti positivi, di autonomia e libertà, della grande riforma federalista, si può dire che gli atteggiamenti faziosi, ma anche quelli soltanto malmostosi e scettici, possono essere sconfitti, e l’Italia può dare una scossa ai fattori negativi che gravano sul suo presente, costruendosi un pezzo di futuro. Silvio BERLUSCONI,
presidente del Consiglio

L’AMMUCCHIATISSIMA, l’editoriale di Mario Sechi

Pubblicato il 31 gennaio, 2011 in Politica | Nessun commento »

Silvio Berlusconi Dal Bunga Bunga di Berlusconi all’ammucchiatissima di D’Alema. La politica italiana ogni giorno offre nuove soluzioni al caos. C’è solo un dettaglio: sono tutte pensate che non risolvono il problema, ma lo incasinano sempre più. Prendete D’Alema, un uomo intelligente, che però s’è perso il treno del governo per sempre. Non governa neppure il partito che pretende di dominare, ma si alambicca tutti i giorni cercando la formula magica per levarsi di torno il Cavaliere Nero. Così ecco D’Alema riproporre l’idea non nuova del Comitato di Liberazione Nazionale da Silvio, un cartellone elettorale che comincia il cammino con i trozkisti, passa per Vendola, attraversa Montenero in Di Pietro, fa benzina in area democratica, entra nell’autogrill futurista di Fini e visto che è in viaggio verso la Grande Speranza fa due preghierine nella sacrestia dell’Udc casiniana. Al gioco di tre palle un soldo è una formula perfetta, poi però bisogna spiegare che le coalizioni pensate per far secco l’avversario nell’urna non si trasformano mai in proposta politica.
D’Alema fa passare la sua trovata come quel che ci vuole in momenti di grave crisi. Mi permetto di dire che proprio di fronte a una situazione più che eccezionale – con un premier un po’ smutandato, una parte della magistratura idrofoba, l’opposizione in sedute di autocoscienza e le istituzioni che si scrutano come cecchini su due trincee – la proposta dalemiana ha il suono di una moneta falsa. È il solito giochino tattico che non fa uscire nessuno dalle sabbie mobili. Non parlo di Fini, il quale ormai è tutto e il suo contrario, ma perché Casini dovrebbe accettare di saltare a piè pari nel lettone dell’ammucchiatissima? La verità è che nessuno ha voglia di caricarsi sulle spalle il peso della exit strategy dal pantano bellico italiano. Né la maggioranza né l’opposizione né la presidenza della Repubblica hanno il coraggio di dirsi in faccia che serve la tregua e la magistratura va ricondotta a dare la caccia alla criminalità e non all’avversario politico di turno.
Tutto questo mentre il circuito mediatico-giudiziario e le sue icone – da Santoro a Travaglio – sta plasmando con furiosa allegria il Golem del partito della magistratura, un Forza Giudici di conio “anti” ma di nascita berlusconiana. Non hanno bisogno di corpi intermedi, dei partiti e del metodo democratico: parlano direttamente a una massa urlante che non si ciba di politica e cultura di governo. Anche l’ammucchiatissima per loro è solo ottima carne da cannone. Mario Sechi, Il Tempo, 31 gennaio 2011

D’ALEMA PROPONE UNA AMMUCCHIATA CONTRO BERLUSCONI. CASINI CI PENSA, I FINIANI: PERCHE’ NO?

Pubblicato il 30 gennaio, 2011 in Il territorio, Politica | Nessun commento »

di Andrea Indini

Il post-fascista Fini e il post-comunista D’Alema insieme contro Berlusconi: la rivincita degli sconfitti

La parola d’ordine per l’opposizione è far saltare Berlusconi. Con ogni mezzo. Vanno benne anche le elezioni anticipate. E, soprattutto, vale anche un’alleanza su larga scala che prenda dentro i centristi anti Cav. La proposta è stata affidata dal piddì Massimo D’Alema alle colonne di Repubblica: “Il Paese attraversa una crisi democratica gravissima. Se Berlusconi non si dimette, l’unico modo di evitare l’impasse e il caos politico-istituzionale è andare alle elezioni anticipate”. Una proposta che spacca in due i finiani e che sembra trovare terreno più fertile nell’Udc. Proprio Casini crede che vada raccolta con una “valutazione seria”.

Non importa se il nuovo cln sarà un’accozzaglia più simile all’armata Brancaleone che a una seria compagni di governo. Di questo D’Alema non si cura. Così, per mettere insieme un governo di responsabilità nazionale, l’esponente del Pd lancia un appello alle forze politiche. Il motto: “Uniamoci, tutti insieme, per superare il berlusconismo”. La ricetta di D’Alema per superare la “crisi” del Paese sta proprio nell’amalgamare tutte le opposizioni mettendo da “parte politicismi e interessi personali”. per il momento, D’Alema non indica un candidato premier (“non spetta a me questa indicazione”), ma indica i tre obiettivi del “governo costituente”. Il primo: “sciogliere il nodo della forma politico-istituzionale del bipolarismo italiano”. Il secondo: un grande patto sociale per la crescita” come fu “con l’euro”. Il terzo: il funzionamento dello Stato attraverso “una vera riforma della pubblica amministrazione”.

In piena coerenza con il retroterra di chiara matrice comunista, la proposta di d’Alema affonda le proprie radici nel Cln attuato contro il fascismo. Oggi, come sostiene Micromega, il corrispettivo del fascismo è il berlusconismo. Allora anche in questo caso D’Alema ha la formula giusta: propone un Cln dai post-fascisti di Fini agli ex comunisti, dagli ex democristiani del Pd ai cattolici di Casini, fino alla sinistra radicale di Vendola. “Una bella compagnia – ironizza Fabrizio Cicchitto, capogruppo del Pdl alla Camera – molto compatta ed omogenea”. In realtà, per fare le elezioni occorre che il governo in carica non abbia più la maggioranza. Secondo la Costituzione, infatti, il parlamento non può essere sciolto nel caso che ci sia una maggioranza che sostiene il governo. “Per andare alle elezioni non basta una intervista di D’Alema”, sottolinea lo stesso Cicchitto.

Sembra non avere alcun futuro la chiamata alle armi di D’Alema. Secondo Cicchitto, “se si mette insieme una armata Brancaleone di questo tipo, siamo proprio curiosi di vedere cosa farà l’elettorato di centro e di destra che sta nel terzo polo”. D’altra parte anche il leader Idv Antonio Di Pietro non convide la ricetta dell’esponente democratico. Per l’ex pm, infatti, “l’alleanza costituente” è “un accoppiamento contro natura”, una coalizione “senza un programma” perché troppo diversa e quindi “non convincente”. Per andare al voto anticipato, osserva Di Pietro, “non vi è dubbio che bisogna passare prima attraverso la forca caudina di 316 parlamentari da trovare in aula. Questo può avvenire solo se una parte della maggioranza e tutta l’opposizone unita danno vita a un fronte di liberazione parlamantare”.

La proposta del numero uno del Copasir divide invece il neonato terzo polo. Se infatti i finiani si dimostrano meno compatti nel rispondere alla chiamata del presidente del Copasir, l’Udc sembra più possibilista. Il leader centrista Pier Ferdinando Casini è infatti fermamente convinto che l’idea non possa essere “liquidata con una battuta” ma che debba essere valutata con “una seria riflessione”. “Se dovessimo andare ad elezioni sulla battaglia privata di Berlusconi verso i giudici con la politica degli insulti che chi governa il paese dovrebbe mettere alla gogna – sottolineato Casini – la riflessione di D’Alema dovrebbe essere presa in considerazione. Ma in questo caso bisognerebbe fare un discorso chiaro e franco: vorrebbe dire che siamo in una situazione di emergenza”. E l’augurio dell’ex presidente della Camera è che questa situazione di emergenza non ci sia.

Adolfo Urso boccia la “logica del tutti contro Berlusconi” e l’idea di trasformare le elezioni “in un plebiscito” attorno al Cavaliere. Per l’esponente del Fli, piuttosto, va costruita “un’alternativa credibile soprattutto sul piano di quelle riforme liberali”. In realtà proprio dal direttore del think tank FareFuturo, Filippo Rossi, arrivara la proposta di fare una “grande alleanza per battere Berlusconi”. Sul blog del Fatto, infatti, Rossi sembra ricalcare D’Alema nel cercare una soluzione per “uscire dalla melma berlusconiana di questi ultimi mesi, di questi anni”. “Solo il voto potrà azzittire le trombe della propaganda di Arcore che, nonostante l’evidenza, continuano a raccontare un consenso plebiscitario nei confronti di Re Silvio – scrive l’ideatore di FareFuturo – tutte le opposizioni dovrebbero scendere nelle piazze per chiedere di andare a votare. Tutte, e tutte insieme”.

Più in linea con FareFuturo il capogruppo Fli alla Camera, Italo Bocchino, che torna a chiedere a gran voce le elezioni per “uscire dalla palude” in cui il premier “sta costringendo l’Italia”. Sebbene preferisca un “passo indietro del presidente del Consiglio”, l’esponente di Futuro e Libertà non chiude alla proposta di D’Alema. Anzi. “Se al voto Berlusconi darà ancora una volta vita a un referendum sulla sua persona – ipotizza Bocchino – potrebbero emergere quelle condizioni d’emergenza democratica di cui parla D’Alema e sulle quali deve essere chiamato a esprimersi quel 60% degli italiani che oggi vuole mandare in pensione Berlusconi”. Insomma, dalla sinistra più radicale ai centristi, il diktat resta uno solo: fare cadere il governo. Non si parla di programmi né di leader alternativi. Il solo interesse dell’opposizione è – appunto – quella di annientare il Cavaliere e ribaltare il risultato elettorale.

LA MAGISTRATURA ITALIANA E’ INTOCCABILE NONOSTANTE I SUOI ERRORI COSTINO 400 MILIONI ALLE TASCHE DEI CITTADINI

Pubblicato il 30 gennaio, 2011 in Economia, Giustizia | Nessun commento »

di Anna Maria Greco

La Casta, com’è stata chiamata quella dei magistrati, difende se stessa con la giustizia «domestica» e corporativa. Quella del Csm, dove si celebrano i processi promossi dai titolari dell’azione disciplinare: il ministro della Giustizia e il Procuratore generale della Cassazione.
Nell’ultimo decennio in Italia la media dei magistrati colpiti dalla rimozione dall’ordine giudiziario per gravi illeciti disciplinari, è di 1,3 ogni anno. Tra il 2000 e il 2007 la sanzione più grave è stata applicata 6 volte, nel triennio 2008-2010 ha riguardato 7 toghe. Nel 2008 le sanzioni disciplinari di vario grado hanno colpito meno dello 0,5 per cento dei magistrati.
Per il Pg della Suprema Corte Vitaliano Esposito, che ne ha parlato all’inaugurazione dell’anno giudiziario, qualcosa sta cambiando. Ma rimane il fatto che l’altissimo numero degli esposti di privati cittadini, dice l’alto magistrato, «è la testimonianza più evidente dell’insoddisfazione, largamente diffusa, per il “servizio giustizia”». Delle 1.382 denunce arrivate lo scorso anno alla Procura generale ne risultano 573 di privati, anche se per Esposito in realtà sono molti di più per un errore di classificazione.
Le cause intentate dai cittadini vittime di ingiusta detenzione o errori giudiziari, negli ultimi 10 anni sono costate allo Stato italiano circa 400 milioni di euro.
A questa insoddisfazione dei cittadini, secondo il Pg, «non si può sempre ovviare con lo strumento disciplinare, concepito dal legislatore come rimedio specifico per reprimere situazioni di grave patologia comportamentale dei magistrati». Esposito sottolinea che ci sono «altri strumenti» nell’ordinamento per contrastare i comportamenti colpevoli dei magistrati.
Il problema è che leggi come quella sulla responsabilità civile delle toghe, rimangono lettera morta. E i dati della Commissione europea per l’efficacia della giustizia dicono che nella classifica della severità delle sanzioni applicate ai suoi membri, la magistratura italiana si trova al sesto posto fra i Paesi del Consiglio d’Europa.
Spesso non solo giudici e pm non pagano per inchieste basate sul nulla, violazioni dei criteri di competenza, dispendiose e spettacolari azioni che portano dopo anni ad archiviazioni, ma neppure questo ha riflessi sulla loro carriera politica, come dimostrano tanti casi di promozioni e normale scalata nella carriera malgrado curricula fortemente macchiati.
Nella recente riforma dell’ordinamento giudiziario si pone fine all’automatismo e si introducono le valutazioni periodiche di professionalità e produttività, ma il sistema è ben lontano dall’essere a regime. Ci vorrebbero, tra l’altro, gli standard di produttività delle toghe previste dalla legge. Per il settore civile, però, è partita in grave ritardo questo mese solo la prima sperimentazione in tre città (Bologna, Firenze e Caltanissetta), mentre per il penale siamo in alto mare.
Il Pg della Cassazione spiega che da due anni trasmette al Csm fascicoli da archiviare perché non sono stati individuati comportamenti illeciti, che però evidenziano «vistose cadute di professionalità, non solo tecnica», perché se ne tenga conto nella progressione di carriera e per l’attribuzione di incarichi direttivi. Ma è il Csm a decidere e la forza delle correnti a Palazzo de’ Marescialli è sempre forte.

Quello dei ritardi nel deposito delle sentenze è un problema enorme. Ed Esposito denuncia: «Non siamo più in grado neanche di pagare gli indennizzi dovuti per la violazione dei canoni di un giusto e celere processo (legge Pinto, ndr.». La Corte europea di Strasburgo ci ha condannato per 475 casi di ritardi nel pagamento dei risarcimenti: si è passati da quasi 4 milioni di euro del 2002 agli 81 del 2008, di cui ben 36,5 non ancora pagati. Esposito richiama i capi degli uffici giudiziari, chiede controlli maggiori per velocizzare i tempi della giustizia e smaltire l’arretrato che soffoca i tribunali. Ma sono richiami che sentiamo ogni anno e quasi sempre rimangono inascoltati. Fonte: Il Giornale, 30 gennaio 2011

SENZA BERLUSCONI? SI PUO’ VIVERE, MA NON PROVIAMOCI

Pubblicato il 30 gennaio, 2011 in Politica | Nessun commento »

di Giuliano Ferrara

La destra può fare a meno di Berlusconi. Per quanto amico della nipote, il Cav non è Mubarak. Mi spiego. I nemici più accaniti del Cav godono, e si capisce perché, nel diffondere l’idea che dopo di lui sarà il diluvio, tutto si sfascerà, di questi anni non resterà pietra su pietra. È vero, come dice Luciano Violante, che mentre Craxi era figlio del sistema dei partiti firmatario della Costituzione del 1948, Berlusconi è il padre del sistema maggioritario nato nel 1994, del suo concreto modo di funzionare, della nuova Costituzione materiale in base alla quale oggi in Italia gli elettori scelgono il governo e chi lo guida, e hanno un rapporto diretto di mandato con i loro capi.
Però questo non vuol dire che il giocoliere galante di Arcore sia un caudillo sudamericano nelle mani di una plebe adorante e vociante, uno incapace di formare una classe dirigente se non di plastica. Le rancorose oligarchie di un certo giro mondano puntano su questa rappresentazione della realtà perché, se Berlusconi fosse soltanto un simbolo irrazionale, un idolo, invece che un uomo di Stato un po’ particolare, abbatterlo alla fine sarebbe più facile, specie con l’aiuto delle Procure militanti e dei media d’assalto. Una volta eliminato il simbolo, il nuovo potere ingrasserebbe nella desertificazione della destra italiana. Parlo di una destra riformatrice, antifiscale, antistatalista, popolare e liberale, ché la destra immobilista e illiberale è ben radicata nella foresta pietrificata della sinistra.
Tolto Berlusconi, in un modo o nell’altro, Letta, Tremonti, Alfano, la Gelmini, Maroni, e molti altri potrebbero benissimo formare una squadra, guidare un governo, formulare un programma, tenere insieme una coalizione politica, rappresentare il Paese. Non mancano esperienze collaudate, talenti, rigore e intelligenza, insieme a tanti e vistosi difetti, nell’armata civile messa insieme dall’imprenditore fattosi politico. Perfino la canzoncina pidiellina in stile nordcoreano, se non sbaglio, recita «meno male che Silvio c’è» e non «se Silvio non ci fosse tutti a casa».
Perché dico queste cose? Perché penso che Berlusconi è agli sgoccioli o perché auspico che si ritiri a vita privata? No. Siamo tutti un po’ in mutande, ma il presidente del Consiglio ha ancora risorse politiche, la principale delle quali è quella che scarseggia tra i suoi numerosi e agguerriti nemici: il consenso dei cittadini. Bisogna riconoscere, certo, che ci sono stati momenti più spensierati di questo. E allora? Deve imbarcarsi per Antigua? No, proprio no. Credo, al contrario, che debba impegnarsi fino in fondo anche in questa complicata battaglia, mostrando anche al suo popolo di sapere che una leadership carismatica non è un totem intorno a cui danzano orde selvagge. La brutale esposizione della vita privata del Cav da parte di un circo di guardoni travestiti da moralisti ha ferito lui e chiunque lo sostiene senza fanatismi devozionali. Ma alla fine quello è e resta un circo di guardoni, e il tipaccio che ha rivoluzionato venti o trent’anni della nostra storia democratica invece è, e deve dimostrare di essere, non il padrone solitario di una tifoseria ma l’espressione di un’altra Italia, di un’altra idea di società e di politica incarnata in una band of brothers senza complessi di inferiorità («We few, we happy few, we band of brothers», dall’Enrico V di William Shakespeare).

Berlusconi non ha bisogno della vita pubblica, d’altra parte. Non finirà mai in galera, quale che sia la sua posizione in futuro, se queste sono le risibili accuse che lo riguardano. I capi di imputazione rimbombano e sembrano materia esplosiva perché l’indagato o imputato è il conquistatore del Paese, l’ingombro da rimuovere per i sepolcri imbiancati dell’establishment, il sorridente e surreale decano del G20 con abitudini da produttore di Hollywood. Ma se fosse il cittadino Berlusconi, di quelle accuse riderebbe chiunque. Quel mattocchio liberale che i piacioni amano odiare la sua parabola l’ha già compiuta, e nei prossimi cinquant’anni leggende e libri di storia parleranno variamente di lui, non delle figure tremule che lo contrastano istericamente. Berlusconi deve resistere per impedire la vittoria del partito della patrimoniale e della restaurazione, che è insidiosamente trasversale; e anche per eleganza (non si può darla vinta ai guardoni, non è decente), ma non per rabbia, non per tigna, non per ritorsione. È la politica che sembrerebbe ancora aver bisogno di lui, non lui della politica.
P.S. Scalfari sull’Espresso civetta un po’ con me e poi mi dice che devo provare vergogna. Mi sono sforzato ma non ci riesco, mi spiace. Se però lui o il suo Peppe D’Avanzo volessero farsi una bella chiacchierata in televisione con me, evitando naturalmente postriboli televisivi e fumerie d’oppio, sono disponibile. Vediamo chi arrossisce e, se mi è permessa una innocente guasconata, glielo do io il bunga bunga. Giuliano Ferrara, Il Foglio, 30 gennaio 2011

INTERVISTA A SILVANO MOFFA: ALTRI DEPUTATI ADERIRANNO AL GRUPPO DEI RESPONSABILI

Pubblicato il 30 gennaio, 2011 in Politica | Nessun commento »

Silvano Moffa Onorevole Silvano Moffa, nelle ultime settimane l’allargamento del gruppo dei responsabili ha subìto uno stop. Eppure Berlusconi ha assicurato che il governo reggerà e conquisterà deputati. Lei che dice? «Il nostro gruppo è costituito da 21 deputati ma l’area di responsabilità è più ampia. Basta considerare i voti con cui è stata approvata la relazione sulla giustizia del ministro Alfano o bocciata la sfiducia a Bondi. In questi casi la forbice tra maggioranza e opposizione si è allargata».

Sì ma anche a causa delle assenze nell’Udc e nel Pd… «È vero ma, diciamo così, le assenze non sono sempre certificate».

Qual è l’obiettivo dei Responsabili? «Intanto pensiamo che per l’interesse del Paese non sia opportuno andare alle elezioni. Poi dobbiamo ragionare su come rafforzare il governo in questa seconda fase della legislatura. Io credo che sia necessario puntare su imprese, sviluppo e lavoro».

È vero che lei farà il ministro? «L’ho letto sui giornali e mi fa piacere ma non c’è nulla di stabilito. Sono presidente della Commissione lavoro e cerco di farlo bene soprattutto in questo momento difficile in cui la disoccupazione e la precarietà aumentano. Non faccio questioni di poltrone, piuttosto serve un nuovo spirito riformatore».

Dicono che sono 5 o 6 i deputati pronti a passare con voi. Un paio dell’Italia dei Valori e altri di Udc e Pd. È vero? «Sfuggo alla logica del mercato dei deputati. È un fatto di coscienza. Posso dire, però, che anche all’opposizione ci sono parlamentari che nutrono il nostro stesso sentimento di responsabilità. Ma gli strappi vanno evitati».

Dunque qualcuno dell’opposizione fa il tifo per lei e il governo Berlusconi… «È così. Parlo con molti deputati e c’è un’attenzione particolare alla costruzione dell’area di responsabilità che vuole ricostruire il centrodestra, rafforzare il bipolarismo e trovare una piattaforma comune. La nostra non è semplicemente una testimonianza passeggera».

E il terzo polo dei suoi ex colleghi di Fli? «È un progetto velleitario, fuori dalle corde degli italiani».

A proposito, ora che rapporto ha con i futuristi di Fini? «Con molti di loro i miei rapporti sono rimasti intatti. Con altri meno. Vede, Fli è nato con l’idea di rimanere nel centrodestra e di mostrare lealtà verso il governo, rispettando il mandato degli elettori. Poi il treno ha deragliato, anzi è andato proprio in un’altra stazione». Fini dovrebbe dimettersi? «Deve deciderlo la sua coscienza».

Va bene, ma se lei fosse Fini si dimetterebbe da presidente della Camera? «Probabilmente sì».

Ma niente elezioni… «Sarebbero un errore anche perché, vedrete, la maggioranza crescerà e non ha mai smesso di lavorare. Inoltre sarebbe drammatico se le urne fossero dettate dai tribunali, dall’uso politico della giustizia. La politica deve tornare ad avere la preminenza, diversamente si rischia di ribaltare il concetto di democrazia e di equilibrio tra poteri».


l’editoriale di Mario Sechi: ANNOAZZERAMENTO DELLA POLITICA

Pubblicato il 30 gennaio, 2011 in Politica | Nessun commento »

Silvio Berlusconi La crisi galoppa verso la rottura istituzionale e nessuno finora ha fatto qualcosa per fermarla. Serve non un passo indietro, ma un passo avanti di tutti per evitare il crash non di un uomo – Silvio Berlusconi – non di un partito – il Pdl – non di un blocco parlamentare – quello del centrodestra – ma dell’intero sistema che regge un già fragile patto di solidarietà nazionale, quello che tiene i cittadini ancora legati all’entità dello Stato. In questo scenario, il cambio di regime può essere di due tipi: rapido e traumatico, lento e naturale. Ma ci può anche essere una via intermedia, quella che prevede una soluzione della crisi che non passa per un regolamento di conti, una guerra così cruenta da risultare letale per tutti: bisogna seguire le regole della realpolitik e della ragion di Stato, immaginare un soft landing, un «atterraggio morbido» per la legislatura e un cambio di scenario per il 2013. Se in Italia vi fosse un’opposizione degna di questo nome, l’idea sarebbe già in piena fase di realizzazione, ma in realtà non c’è nessun leader a sinistra in grado di andare dal presidente del Consiglio (previo passaggio al Quirinale), proporre un negoziato politico serio e rigoroso per portare a casa non una exit strategy per il Cavaliere, ma una victory strategy per il sistema politico italiano e la sinistra in particolare. Certo, non mi sfugge che ci vorrebbe anche un Berlusconi in grado di dialogare, un premier pronto ad accettare il fatto che a questo punto c’è da interrogarsi su alcune scelte compiute nei mesi scorsi, un leader conscio del fatto che il 2013 non è il 1994.

Anche De Gaulle pensava che il gollismo sarebbe finito con lui. Poi invece la storia si è incaricata di dargli torto e un futuro. Berlusconi deve decidere solo se partecipare alla costruzione di questo futuro, o se il suo destino è quello di uscire prima o poi di scena ma senza aver costruito un’eredità politica per il blocco sociale moderato. Non c’è molto tempo da perdere a filosofare. È ora che i protagonisti escano dal bunker, dai palazzi e dal castello. E dicano che cosa vogliono fare. La realtà pressa tutti, le pietre stanno rotolando a valle e nessuno – a destra e a sinistra – può permettersi di scherzare con quel che sta accadendo. Il partito dei magistrati non è mai esistito in forma organizzata, ma – come raccontiamo anche oggi sul nostro giornale – sta cominciando a prendere forma. Sarebbe la negazione totale della politica, la sostituzione del diritto con i Sacerdoti del Diritto, un golpe canonizzato dai tribunali e perciò indiscutibile e temibile, sì, sarebbe quella cosa che state pensando: l’annoazzeramento della politica. Mario Sechi, Il Tempo,30/01/2011

DA NAPOLITANO SERVE CHIAREZZA. NON UN MONITO.

Pubblicato il 30 gennaio, 2011 in Giustizia, Politica | Nessun commento »

Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano Occhio al Quirinale. Dove il presidente della Repubblica, giustamente preoccupato per un marasma che non è più soltanto politico ma anche istituzionale, ha maturato la decisione di «dire e fare qualcosa», come hanno riferito ai giornali quanti lo frequentano abitualmente. Qualcuno si è anche avventurato ad anticipare date o circostanze dell’intervento del capo dello Stato incorrendo in una smentita: quella, per esempio, opposta ieri ad un quotidiano che aveva preannunciato per martedì prossimo una convocazione sul Colle dei presidenti dei due rami del Parlamento. Fra i quali peraltro si è appena consumato, sia pure a distanza, cioè per interposte persone, uno scontro durissimo per il maledetto affare finiano della casa di Montecarlo. Che nei giorni scorsi è approdato nell’aula di Palazzo Madama con una interrogazione parlamentare, assai scomoda per il presidente della Camera Gianfranco Fini, alla quale le opposizioni sostengono che il presidente del Senato Renato Schifani avesse concesso maliziosamente una corsia preferenziale non dovuta, con la complicità del ministro degli Esteri Franco Frattini. Ma, per non stare a ripetere cose ancora fresche di stampa, torniamo al Quirinale. Per fortuna Giorgio Napolitano era calvo già prima della sua elezione a capo dello Stato, il 10 maggio 2006. Sennò, i capelli gli sarebbero caduti in queste settimane per lo spavento procuratogli dalle cronache politiche e giudiziarie, che non risparmiano ormai niente e nessuno sull’accidentato terreno delle istituzioni.

Dove è comparsa la sigla internazionale che il direttore de Il Tempo Mario Sechi ha con ragione riproposto ai lettori mutuandola dal linguaggio termonucleare dei militari: Mad, che in italiano significa mutua distruzione assicurata. Abbiamo, fra l’altro, un presidente del Consiglio braccato contemporaneamente dal presidente della Camera, che ne reclama pubblicamente le dimissioni; dalle opposizioni parlamentari, che infornano mozioni di sfiducia come pane nel forno senza riuscire però a sfornarlo; dalla loro stampa fiancheggiatrice; da canali televisivi privati e pubblici, a dispetto della favola che gliene attribuisce un odioso controllo, e da una magistratura impegnata da anni a rivoltarne le aziende, gli affari e ora anche le lenzuola e le mutande. Abbiamo una Corte Costituzionale che prima accetta il ricorso ad una legge ordinaria, pur bocciandone il contenuto, per fornire al capo del governo ed altre fra le maggiori autorità dello Stato uno scudo giudiziario adatto non a cancellare ma a rinviare i processi a loro carico al momento in cui cesseranno dai loro incarichi, e poi boccia lo strumento della legge ordinaria quando le viene a tiro in un nuovo testo. Che il presidente della Repubblica non ha esitato a promulgare ritenendolo conforme, nei contenuti, alle indicazioni precedentemente espresse dagli stessi giudici costituzionali. Abbiamo un Consiglio Superiore della Magistratura, peraltro presieduto per norma costituzionale dallo stesso capo dello Stato, che con le cosiddette pratiche a tutela processa praticamente i politici che si permettono di criticare i magistrati ma non i magistrati che attaccano i politici, ne contestano le iniziative parlamentari e disattendono, con una interpretazione a dir poco fantasiosa, le leggi che il Parlamento osa approvare senza il consenso del sindacato delle toghe.

Abbiamo magistrati -sempre loro- che dovrebbero rispondere civilmente, cioè economicamente, dei loro errori per volontà espressa a stragrande maggioranza dal popolo in un referendum, ma che poi sono stati praticamente messi al riparo da una legge della quale non si può neppure ipotizzare, e tanto meno chiedere, una modifica senza essere tacciati di «eversione». Che è anche l’accusa mossa in questi giorni al presidente del Consiglio per avere contestato, come pure la legge gli consente, la competenza funzionale o territoriale, o entrambe, degli inquirenti milanesi che lo accusano di concussione, peraltro senza che vi sia un concusso dichiarato, e di prostituzione minorile, pur trattandosi di una minorenne, ora maggiorenne, che nega di aver fatto sesso con lui. A questo punto un intervento del capo dello Stato occorre veramente, e finalmente. Ma che non sia, per carità, l’ennesimo monito più o meno generico, che ormai non servirebbe più neppure a placare la sua coscienza. Ci vuole un intervento preciso, in cui si capisca chiaramente chi ha più torto o ragione.

«I conflitti di attribuzione tra i poteri dello Stato» hanno certamente il loro giudice nella Corte Costituzionale, come dice l’articolo 134 della Carta della Repubblica, ma il loro arbitro politico nel capo dello Stato. Che si trova nella singolare situazione di gestire un capitolo forse ancora più drammatico e confuso di quello vissuto come presidente della Camera fra il 1992 e il 1994. Allora la magistratura -sempre lei- ghigliottinò la Prima Repubblica, non immaginando uno sbocco elettorale vinto da un incomodo chiamato Berlusconi: proprio lui, il Cavaliere. Francesco Damato, Il Tempo,30/01/2