L’IMPASSE DI BERLUSCONI: FACCIA LA RIFORMA DELLA GIUSTIZIA ALTRIMENTI RISCHIA DI CADERE

Pubblicato il 29 gennaio, 2011 in Giustizia, Politica | Nessun commento »

Da due settimane ci ro­toliamo nella storia di Ruby. Ne ho fin so­pra i capelli. Ormai detesto i Tg, i talk show mi danno l’orticaria, apro malvo­lentieri i giornali. Perché arro­vellarci ancora sui festini di Arcore di cui conosciamo ogni dettaglio? I nemici han­no insultato il Cav in tutte le salse e ora sono a corto di ag­gettivi. Noi abbiamo fatto la nostra parte segnalando l’ipo­crisia delle toghe e i buchi dell’inchiesta fon­d­ata su ciance tele­foniche e confi­denze di ragazze allo sbando. Nulla c’è più da capire ma ci parliamo ad­dosso come se la faccenda fosse an­cora da esplorare. Mi viene da dire che stiamo ruban­do ai lettori il prez­zo del giornale se non fosse che stampa e tv sono solo lo specchio di una fabbri­ca di veleni che sta altrove. La vera colpa dell’impantana­mento è dei politici. Sono lo­ro che rimestano, trasfor­mando il Palazzo in un polla­io. Come in un raduno di beo­ni, si rinfacciano alla rinfusa le escort del Cav, la villa finia­na di Montecarlo, l’orecchi­no di Vendola, le banche di D’Alema, i trans di Marrazzo. Una rissa puerile che suscita pena. Che siano gli odiatori del Cav a razzolare, non meravi­glia. Bersani punta a cacciar­lo; Casini pensa di fare la mo­sca cocchiera d i u n centro destra orfa­no; Fini non pensa ma si uni­sce al coro. La speranza dei tre tordi è meravigliosamen­te riassunta da Rosy Bindi: «Berlusconi vada i n esilio su­bito e tra quindici anni gli chiederemo scusa». Dunque, d a loro, ci si deve aspettare tutto. M a che inve­ce sia il Cav – e dietro di lui i suoi – a rimuginare su Ruby, è una cretinata opposta al suo interesse. Sembra non capire che se non afferra il bandolo e mette fine alla ca­nizza, a rosolare sullo spiedo resta lui. Alla fine – ne sono certo – gli daranno ragione, m a a babbo morto. Così il pre­mier avrà perso l’unico treno che giustifica la sua presen­za a Palazzo Chigi: governa­re. L a smetta, i l Cav, d i rodersi e replicare agli attacchi col­p o s u colpo. Stia dieci gradi­n i più su, come s i conviene a l massimo responsabile del Paese, e s i getti l’inchiesta al­l e spalle, affidandosi agli av­vocati. Convochi oggi stesso – non domani – il Consiglio dei ministri e approvi tante d i quelle riforme d a imbottir­c i l a legislatura. Smaltisca i n una volta l’intero arretrato: riforma della Giustizia, quel­la federale, quella fiscale, il programma dei lavori pubbli­ci ecc. Vedrà che effetto stu­pefacente. Da subito, Ruby scomparirà dalle pagine dei giornali e dai palinsesti tv. E mentre noi c i sentiremo libe­rati, Santoro e Repubblica si precipiteranno a criticare il Consiglio dei ministri, le ri­forme, la miopia del governo e co­stringeranno Bersa­ni & co a inventare nuove invettive per ripetere la vecchia solfa. Ma vivaddio, s i tornerà alla politi­ca, al dibattito, a confrontarsi sulle cose. Sarà finalmen­te il governo a scri­vere lo spartito, non la solita toga astiosa. E stia anche certo il Cavaliere che s e lavora e diri­ge, sarà molto più difficile per i p m imbrigliarlo con in­chieste a capocchia. Un’inge­renza giudiziaria piena di malanimo può attecchire nell’opinione pubblica solo quando il governo batte la fiacca. S e invece è vigoroso e attivo, il magistrato userà cautela per non essere taccia­to di arbitrio. È una legge di natura che vale anche nei rapporti istituzionali: al de­bole v a i l peggio, a l forte l’ap­poggio. Credo di pensare quello che una parte dei lettori pen­sa. Infatti, mi regolo così: se l o provo io, l o sentiranno an­che loro. Non m i illudo però che i l Cav, dall’oggi a l doma­ni, metta fine al battibecco su Ruby soffocando i propri rancori per fare prevalere gli obiettivi che si era prefisso. N é credo, come h o fantastica­to, che convocherà ad horas uno storico Consiglio dei mi­nistri per trasforma­re l’Italia nel Paese liberale che h a pro­messo e dare final­mente a i suoi eletto­ri la soddisfazione attesa da lustri. Facciamo appello al governo e ai parla­mentari del centro­destra e diciamo quello che molti at­tendono: la ricrea­zione è finita, avete solo 3 0 mesi per farvi valere. Detto da altri apparirebbe una sortita polemica, detto da noi ha il suono di una voce che viene dal profondo del corpo elettorale. Siamo considerati «il gior­nale d i famiglia» – come s e gli altri fossero orfani di Cir, Fiat e Della Valle – e destinati perciò, secondo gli idioti, a stare un passo indietro ri­spetto al Cav. Dimostriamo che, quando serve, siamo noi a dare il là. Giancarlo Perna, Il Giornale, 29 gennaio 2011

IPOCRISIE IN TOGA, di Filippo Facci

Pubblicato il 29 gennaio, 2011 in Costume, Giustizia | Nessun commento »

Ieri è stato inaugurato l’anno giudiziario, cerimonia che ogni anno che passa appare sempre di più una specie di rito funebre in memoeria di quella che fu la Giusitizia in Italia. Ieri il PG della Cassazione ha ribadito lo sfascio della giustizia in Italia e però ha ribadito la necessità del riserbo. Ecco il commento di Filippo Facci, opinionista fuori degli schemi.

Tanto varrebbe abolirle, queste pompose cerimonie dense di solenni auspici dei quali i destinatari se ne fregano regolarmente. È tutto l’anno, che è giudiziario: quello politico, istituzionale, mediatico, quello che in realtà viene inaugurato a settembre e dovrebbe essere officiato solennemente da tutti i suoi protagonisti: presenti i magistrati – certo – ma anche i politici, e i ministri, i giornalisti, i conduttori televisivi, insomma tutti gli attori del serial che prosegue da una vita. Berlusconi con la Boccassini, Santoro con Di Pietro, Bocchino con Ghedini: dovrebbero intervenire tutti alla cerimonia tra frizzi e lazzi, strizzando l’occhio al pubblico come per dire: vi faremo divertire anche quest’anno, a però anche quest’anno, ahinoi, scusateci, saremo costretti a rinviare l’ordinaria amministrazione di un Paese, la normalità democratica,  l’equa divisione del poteri, queste cose.
Ormai è surreale che si celebri questa messa mentre attorno scoppiano le granate: sembra l’ora del te chiamata in mezzo a un’orgia cannibalesca. Non c’è da prendersela con Vitaliano Esposito, il procuratore generale della Cassazione cui è toccato aprire la cerimonia e ripetere stancamente sempre le stesse-stesse-stesse cose: che la giustizia è al fallimento, che i tempi della giustizia eccetera, che manca questo e quest’altro, che l’organico bla bla. Ma lui queste cose deve dirle, fa soltanto il suo dovere, no? Ed è per dovere, chiaro, che anche quest’anno ha ripetuto la nenia del «dovuto riserbo» cui le toghe dovrebbero attenersi, e chi non lo fa «non si rende probabilmente conto che una notizia o un giudizio da lui riferita o espresso, data la funzione svolta, assume una rilevanza tutt’affatto diversa da quelli provenienti dalla generalità dei cittadini». E già, il problema è che il magistrato non se ne rende conto: ecco perché «al riserbo», ha detto il procuratore generale, «non sempre i magistrati si attengono». Davvero? Gli risulta questo? Tranquilli, il solito colpo al cerchio precede il solito colpo alla botte: «Questo non vuol significare una limitazione della libertà di manifestazione del pensiero, garantita dall’art. 21 della Costituzione a tutti i cittadini; si vuol solo segnalare la necessità di riserbo, equilibrio e prudenza, ai quali deve essere improntato il comportamento dei magistrati anche fuori dall’esercizio delle funzioni».

Oh, dopo queste parole cambierà certamente tutto. Sono parole identiche a quelle ripetute come mantra a ogni Anno giudiziario, ma chissà, magari è la volta buona. E non dite che stesse riferendosi alla Procura di Milano e allo storico colabrodo che rende superfluo, ormai, separare l’irrilevante dal penalmente rilevante, le inchieste dai processi, i colpevoli dai prosciolti: è chiaro che non parlava di Boccassini e company. Sentite questa, per capirci: «La giustizia non ha bisogno di audience, ma di fiducioso rispetto», perché «desta perplessità» la partecipazione a talk show dove si ricostruiscono delitti alla «ricerca di una verità mediatica diversa da quella processuale». E ancora: «il Diritto non si applica nel dibattito sui media», altrimenti si incorre in «sanzioni disciplinari». Anche queste parole sono state pronunciate all’inaugurazione dell’Anno giudiziario: ma a quello dell’anno scorso. E l’anno scorso, poi, il ritornello fu lo stesso: è chiaro che non ci si riferiva a questo e quello, si parlava in generale. Cioè a nessuno, come quest’anno e come sempre: sono vacue dichiarazioni d’intenti che fotografano soltanto, nelle forme e nei toni,  la sacralità con cui la magistratura ammanta la propria separatezza dalla realtà. È il trionfo delle parole separate dai fatti, com’è sempre accaduto e come pure accadrà anche ’stavolta. I magistrati italiani, negli anni, hanno detto ogni cosa, fatto ogni piazzata, diffuso ogni cartaccia, scaldato ogni platea possibile scatenando le più varie reazioni: e mai una sola volta sono stati seriamente incolpati e puniti. Non lo sono stati per l’azione disciplinare promossa infinite volte dai ministri guardasigilli degli ultimi vent’anni, figurarsi se si è mai mosso seriamente il Csm. Cane non mangia cane, magistrato non punisce magistrato: però, ecco, fanno dei bellissimi discorsi alle aperture degli anni giudiziari.

Di importanti e sterili raccomandazioni pronunciate in occasioni analoghe, andando indietro negli anni, se ne trovano quante ne volete: e tutti ogni volta ad annuire, come no, certo, bravo, ha ragione. Seguiva qualche titolino di giornale. La reprimenda più dura, a proposito di paventati illeciti disciplinari,  forse rimane quella del 1994 a opera del procuratore generale presso la Corte Cassazione Vittorio Sgroj. Sentite un po’: «Ogni giorno», parole sue, «si assiste a una serie di condotte che, se non provenissero da magistrati che vanno spesso sui giornali, potrebbero interessare i titolari dell’azione disciplinare … In Italia esistono magistrati intoccabili che possono aver acquisito una immunità disciplinare per aver acquistato benemerenze. Mi chiedo quanto il titolare dell’azione disciplinare possa ritenersi libero di esercitarla senza essere accusato di ritorsione». Non male, considerando che era il 1994 e che Vittorio Sgroi , dato il suo ruolo, era peraltro il titolare dell’azione disciplinare. I giornali titolarono: «In Italia esistono magistrati intoccabili». E quali? È semplice, dati alla mano: tutti. Se poi sono milanesi, vabbeh. Filippo Facci

29/01/2011

IN GALERA CHI TOGLIE LA SPAZZATURA DA NAPOLI

Pubblicato il 29 gennaio, 2011 in Cronaca, Economia, Giustizia | Nessun commento »

I rifiuti invadono le strade di Napoli I prossimi funzionari pubblici che saranno chiamati a occuparsi della spazzatura napoletana, come d’ogni altro disastro ambientale provocato dall’incuria degli amministratori locali e dagli interessi della criminalità organizzata, saranno fortemente tentati di rifiutare. In alternativa potrebbero chiedere, in via cautelare, una casa all’estero, un conto nei paradisi fiscali e un passaporto diplomatico, in modo da potere scappare nel caso qualche procura decidesse che la colpa del disastro non è di chi lo ha provocato, ma di chi ha tentato di porvi rimedio. Quando la protezione civile fu chiamata a Napoli, cosa si pensava che potesse fare? Credevano che facessero sparire la mondezza per incanto, disintegrandola fuori dall’atmosfera terrestre? Avevano a che fare con discariche chiuse, sotto sequestro della magistratura o sature. Se così non fosse stato non si sarebbe provocata alcuna emergenza, semmai un accumulo, da smaltirsi in fretta e, tutto sommato, in modo semplice. Il problema è strutturale, invece, perché non si sapeva dove metterla.

Gli uomini al servizio dello Stato, un prefetto e il personale della protezione civile, avranno anche sbagliato, ma se fossero stati disponibili luoghi e modalità per fare sparire il tutto, nel rispetto formale e sostanziale della norma, semplicemente si sarebbe dovuto mandare al manicomio quanti non avevano provveduto prima. Hanno agito, quindi, in condizioni d’emergenza. Ricordo una telefonata fra di loro, raccolta dagli inquirenti e prontamente passata ai giornali (è il rito post moderno della malagiustizia medioevale), nel corso del quale uno diceva all’altro che in una tale discarica c’era ancora posto, si poteva usarla. Peccato che, codicilli alla mano, era da considerarsi satura. E allora? dovevano mangiarsela? Decisero di procedere, come avrebbe fatto qualsiasi persona sensata. O, meglio, qualsiasi sconsiderato che crede di adempiere ad un dovere e non ha fatto i conti con l’irresponsabilità di massa. Difatti, ora sono al gabbio. Accusati di reati ambientali, hanno perso la libertà. Di taluni si dice con il «beneficio» degli arresti domiciliari, come se fosse una scelta di bontà e non una modulazione relativa alla pericolosità sociale.

E la minaccia, per la collettività, non sono quanti hanno seppellito Napoli sotto al pattume, ma quanti hanno provato a rimuoverlo. Arrestati, dunque. Pensavano di scappare all’estero? No, erano a casa. Possono inquinare le prove? A parte il triste umorismo, relativo all’inquinamento dell’inquinamento, se la procura ha raccolto le prove non c’è nulla da inquinare. Come, del resto? Mica possono cambiare le carte del depuratore. Possono reiterare il reato? Tanto per fare un esempio, la dottoressa Marta Di Gennaro è in pensione. Al massimo può reiterare buttando qualche cartaccia lontano dai cestini. Però sono detenuti, le loro foto si trovano sui giornali, il loro nome infamato, a qualche anno di distanza da un qualsiasi processo e a imperituro monito di quanti s’azzardino a fare il proprio dovere guardando al risultato anziché alla forma. Serva d’esempio per le forze dell’ordine, cui già s’è portato quello di carabinieri impegnati a perseguire la mafia e processati (poi, molto poi, assolti) per mafia. Quindi, la (im)morale di questa storia è: il burocrate faccia il burocrate, si trinceri dietro la mezza manica e se ne freghi delle conseguenze per gli altri, quel che conta, per lui, è solo il rispetto scrupoloso, maniacale e immobilista di tutte le norme e regolamenti. Si blocca tutto, ma la procura non verrà a svegliarti e ammanettarti. Davide Giacalone, Il Tempo, 29/01/201

SANTORO SCATENATO VERSO IL PARTITO DEI GIUDICI, l’editoriale di Mario Sechi

Pubblicato il 29 gennaio, 2011 in Politica | Nessun commento »

inua a gonfiarsi e prima o poi è destinata a esplodere. Non uso la parola «sgonfiarsi» perché quel che sta accadendo conduce dritti verso una situazione di caos e rottura del Paese. Il cortocircuito innescato dall’esondazione della giustizia nella politica e dall’uso del volano dell’informazione come mezzo per moltiplicarne gli effetti sul Palazzo è una condizione patologica del nostro sistema istituzionale. Dura da diciassette anni, da quando Silvio Berlusconi è entrato nell’arena politica. In questo scenario un ruolo importante, politico, lo svolgono anche i mezzi di informazione, i giornali, le radio e soprattutto la televisione.

Tutti noi che facciamo questo mestiere conosciamo questo scenario. Per questo la scelta di Michele Santoro di scendere in piazza a Milano per manifestare la sua solidarietà ai magistrati della procura non è da classificarsi alla voce «vezzi di una star» ma da prendere e analizzare seriamente. Siamo di fronte al «Santoro scatenato» e invece di urlare, strapparsi le vesti, strillare contro la Rai e mettere in scena le varie ed eventuali reazioni (destinate tutte a fallire per assenza di intelligenza politica) bisogna cercare di capire che cosa sta succedendo nel variopinto mondo dell’opposizione. Metto subito in chiaro un punto: Santoro è un ottimo giornalista, il migliore del suo settore, quello di chi ha un’idea forte, incrocia la spada con l’avversario di turno e cerca di abbatterlo. In questo Santoro ha una sua lucida coerenza. Non condivido quasi niente delle sue idee, ma gli riconosco un’efficacia e una determinazione senza pari. Detto questo, per contrastare un simile fenomeno, non basta solo avere conoscenza della televisione, del giornalismo e delle sue regole. Serve molto di più. Santoro è la punta di un iceberg, l’icona di un gruppo di giornalisti, scrittori e intellettuali che si sta sostituendo alla politica dell’opposizione.

I suoi ospiti in tv non sono soggetti con i quali concorda una linea d’azione. Vedere una cinghia di trasmissione tra Annozero e il centrosinistra, o Fini o altri soggetti che calcano la scena politica è sbagliato. Santoro, Travaglio e la compagnia che fa la spola tra Annozero, il Fatto Quotidiano e Micromega (solo per citarne alcuni) non hanno bisogno di alcuna cinghia di trasmissione politica. Sono essi stessi la politica, la falange che contrasta non solo Silvio Berlusconi, ma una certa idea di Italia. Non a caso tra i bersagli di Santoro c’è anche un Partito democratico che viene considerato nel migliore dei casi come un rammollito che pensa a sopravvivere tra le macerie della sinistra. Se Santoro domani trasformasse il suo programma televisivo in un partito, farebbe un’operazione speculare a quella di Berlusconi. Costruirebbe una forza politica reale partendo dall’immagine, dalla visione, dal virtuale e da quella cosa che nel video acquista una forza esponenziale: il carisma. Non so cosa abbia in testa Santoro, so per certo che le sue azioni e la sua ultima sortita possono condurlo naturalmente, verso la politica e l’assalto al fortino malridotto dell’opposizione. Non ci vuole molto a spazzar via un Bersani in bilico, un D’Alema al tramonto o un Vendola troppo sofisticato per essere compreso da tutti. Santoro, a rigor di logica, non è più neppure di sinistra.

É il centravanti di sfondamento della squadra giustizialista che vanta un regista di provata tecnica e visione di gioco come Travaglio. Il centrodestra si confronta con questo fenomeno con un atteggiamento che fa cascare le braccia. Per miopia ha fatto in modo che in Rai non crescessero talenti di segno opposto. La più grande azienda culturale del Paese è stata trattata come un feudo, senza pensare che non è il controllo ma la stimolazione delle idee il vero fine della politica. Così, nell’assenza totale di una strategia, Santoro ha potuto crescere e moltiplicarsi. A questo punto, il richiamo alle regole dell’Agcom non serve a niente. Santoro, da abile giocoliere dell’informazione e della notizia – sfrutta la telefonata di Mauro Masi in diretta ad Annozero, per dire che la democrazia è in pericolo e lui sta con la magistratura che vuole processare Berlusconi. La scelta della piazza supera la dimensione giornalistica e il problema non è più quello di come riequilibrare Annozero o fare un palinsesto Rai che abbia un senso e garantisca il pluralismo. Queste sono tutte pensate che non risolvono niente e accrescono la forza e il potere di Santoro. Anzi, gli danno una ragione in più per continuare nella sua opera. Ha tra le mani un movimento d’opinione e gli basta lo schiocco di un dito per trasformarlo in qualcosa di più, il tassello che manca per completare la rivoluzione delle procure: il partito dei giudici. Mario Sechi. Il Tempo, 29 gennaio 2011

…………….Ci spiace, ma non possiamo disconoscere la piena condivisione di quanto scrive oggi sul Tempo il suo direttore, Mario Sechi. Sopratutto lì dove sottolinea l’assoluta mancanza da parte del centrodestra di una politica all’intenro della RAI di riequilibrio culturale rispetto a Santoro  e non solo a lui. Non basta partecipare e talvolta riuscire a tallonare i conduttori RAI in servizio permanente effettivo contro Berlusconi e il centro destra, anzi contro il blocco sociale, per usare una immagine cara a Sechi, che si riconosce intorno a Berlusconi e al PDL oggi, come ieri introno a Forza Italia e ai suoi partiti satelliti. E’ mancata la capacità di contrapporre ai vari Santoro una diversa modello culturale  e altrattanta capacità di farne forza propulsiva e trainante da destra. Ora se ne avvertono le conseguenze che, come teme Sechi, e speriamo che i suoi timori, comunque non abbiano a divenire realtà, si va davvero verso un partito dei giudici che dopo aver per ormai 20 anni alterato le regole del gioco, ora si considerino in grado di scriverne altre. Le proprie. Sarebbe la fine del sistema della demcorazia come lo abbiamo conosciuto, come è conosciuto in tutte le democrazie moderne e parlamentari. g.

L’ITALIA IN PROCURA, SI SALVI CHI PUO’

Pubblicato il 29 gennaio, 2011 in Giustizia, Politica | Nessun commento »

Ripartono i processi al premier L’Italia è un tribunale all’aperto. Un’inchiesta in corso perenne. Politici, imprenditori, dipendenti pubblici, showgirl. Non si salva nessuno. Da Milano a Trani, passando per Firenze, Roma e Napoli: uno scandalo senza fine. L’ultima (ieri) è l’inchiesta sui rifiuti aperta dalla Procura di Napoli. Un terremoto giudiziario: 14 arresti e 38 indagati. Tra gli «eccellenti» finiti in manette l’ex prefetto Corrado Catenacci, l’ex braccio destro dell’ex sottosegretario alla Protezione Civile Guido Bertolaso, Marta Di Gennaro, e l’ex direttore generale del ministero dell’Ambiente Gianfranco Mascazzini, ora commissario in Abruzzo. Tra gli indagati l’ex presidente della Campania Antonio Bassolino. Nel corso delle indagini è stata accertata l’esistenza di un accordo illecito tra pubblici funzionari e gestori di impianti di depurazione campani che ha consentito, per anni, lo sversamento in mare del «percolato» (un rifiuto liquido pericoloso prodotto dalle discariche di rifiuti solidi urbani), in violazione delle norme a tutela dell’ambiente. Ma è solo l’ultima. Al tribunale di Santa Maria Capua Vetere c’è il processo al coordinatore del Pdl campano Nicola Cosentino, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa. Mentre a Firenze, a Perugia, a L’Aquila e a Roma è in scena l’inchiesta sui Grandi eventi. A processo il coordinatore nazionale del Pdl Denis Verdini, l’ex presidente del Consiglio superiore dei lavori pubblici Angelo Balducci, l’ex provveditore alle opere pubbliche della Toscana Fabio De Santis e gli imprenditori Francesco Maria De Vito Piscicelli e Riccardi Fusi. Coinvolto anche l’ex capo della Protezione civile Guido Bertolaso. Poi c’è l’indagine «Casa di Montecarlo». Protagonisti il presidente di Montecitorio, Gianfranco Fini, e il cognato Giancarlo Tulliani. Il 2 febbraio ci sarà la camera di consiglio che dovrà decidere sulla richiesta di archiviazione per l’ex leader di An e il senatore Francesco Pontone, accusati di truffa aggravata.

Il tesoriere del partito e il presidente della Camera erano stati tirati in ballo per la casa lasciata in eredità ad An da una militante. L’immobile era stato poi venduto ad una società off shore che, a sua volta, l’aveva rivenduto a un’altra società. Il «passaggio» sarebbe avvenuto ad un prezzo più basso rispetto ai valori di mercato e a beneficiare di ciò sarebbe stato Giancarlo Tulliani, misterioso inquilino (e proprietario) di quell’abitazione. A quanto sembra, però, finirà tutto in una bolla di sapone. Il contenuto degli atti inviati dal governo di Santa Lucia sulla titolarità delle società che si sono succedute nella proprietà dell’immobile «appare del tutto irrilevante circa il thema decidendum» sostiene la Procura di Roma. Poi ci sono i processi del premier. Attendono Berlusconi sia la richiesta di giudizio immediato per il caso Ruby sia la ripresa di altri tre procedimenti. L’intenzione della Procura di Milano, è di chiedere in tempi brevissimi, «presto, prestissimo», il processo per il Cavaliere in relazione alle accuse di concussione di funzionari della Polizia e prostituzione minorile, nell’ambito dell’inchiesta sulle feste ad Arcore che vede indagati anche il giornalista Emilio Fede, Lele Mora e la consigliera regionale lombarda Nicole Minetti. A metà febbraio i pubblici ministeri Boccassini, Forno e Sangermano potrebbero notificargli i capi d’imputazione riassuntivi del quadro di indizi e prove raccolti negli ultimi mesi e meritevoli, a loro avviso, di essere approfonditi in un processo col rito immediato.

Prima di allora però c’è un’altra data importante per Berlusconi: martedì, quando la Minetti, accusata di favoreggiamento della prostituzione, si presenterà davanti ai magistrati. Passiamo a Mediaset. Sarà celebrato dai vecchi giudici il processo sui diritti tv in cui Berlusconi risponde di frode fiscale. Il Csm, su richiesta del presidente del tribunale di Milano Livia Pomodoro, ha riapplicato per sei mesi rinnovabili i giudici che erano stati trasferiti ad altri incarichi, il presidente del collegio Davossa che è presidente del tribunale di La Spezia, e i giudici a latere Guadagnino e Lupo andati nel frattempo in altre sezioni del tribunale. Il processo riprenderà il 28 febbraio. Poi ripartiranno anche gli altri due procedimenti che riguardano il Cavaliere: quello che ha coinvolto l’avvocato Mills, dove Berlusconi risponde di corruzione in atti giudiziari, e quello Mediatrade, in cui tra gli imputati c’è anche Pier Silvio Berlusconi. Non si salverà nemmeno il ministro Franco Frattini, denunciato, sempre per la vicenda Montecarlo, da un militante di Fli per abuso d’ufficio. Insomma, una grande Procura. A misura di Italia. Alberto Di Majo, Il Tempo, 29 gennaio 2011

FINI VERGOGNATI ( E ORA VATTENE), di Alessandro Sallusti

Pubblicato il 29 gennaio, 2011 in Il territorio | Nessun commento »

S

Spazzatura, avevano sentenziato Fini e i suoi fan la scorsa estate quando que­sto giornale iniziò a occupar­si della casa di Montecarlo che il presidente della Came­ra aveva svenduto al cogna­to, sottraendola al patrimo­nio di An. Oggi due governi sovrani, quello di Santa Lu­cia e il nostro, certificano uffi­cialmente che avevamo ra­gione noi. Non ci aspettia­mo le scuse dei maestrini di giornalismo e siamo certi che la casta alla quale appar­teniamo non premierà la bravura e il rigore di Gian­marco Chiocci e Massimo Malpica, i due colleghi che insieme a tanti altri hanno condotto un’inchiesta esem­plare senza l’aiuto di magi­st­rati che ti passano carte sot­tobanco, come avviene con i pennivendoli tromboni del­­l’antiberlusconismo. A noi le procure di solito ci indaga­no, perquisiscono, intercet­tano, insultano. È successo anche ieri per il caso Boccas­sini. «Fango», hanno defini­to il procuratore capo di Mi­lano, Bruti Liberati,e l’Asso­ciazione Magistrati, le carte che abbiamo pubblicato e che raccontano come Ilda Boccassini finì sotto inchie­sta del Csm per i suoi amo­re­ggiamenti in luogo pubbli­co con giornalisti di sinistra. Ma come fango? Sono atti giudiziari, hanno lo stesso valore e dignità di quelli che riguardano l’inchiesta Ruby-Berlusconi. Le obiezioni sono ridico­le. La prima: è roba vecchia, Anni Ottanta. Certo, ma i giornali pubblicano pagina­te su inchi­este che riguarda­no gli Anni Ottanta di Berlu­sconi. La seconda: la Boccas­sini fu assolta. A parte che venne trasferita d’ufficio, di Berlusconi invece si può scri­vere anche nel caso di asso­luzione, addirittura in man­canza di un semplice rinvio a giudizio, come accade in questi giorni. La terza: è una interferenza nella vita priva­ta. Già, soltanto la vita ses­suale dei politici può essere messa in piazza, quella dei pm moralisti deve rimanere segreta, come la stessa Boc­cassini invocò all’epoca del fattaccio. Bruti Liberati e la Boccassi­ni non ci spaventano. Noi scriveremo di loro quando e come vorremo, le loro mi­nacce di arresto (se non fisi­co, della nostra libertà di espressione) sono la prova del delirio di onnipotenza della magistratura. Parlano di delegittimazione ma non hanno smentito una sola ri­ga di ciò che abbiamo scrit­to, e questa è l’unica cosa che conta. La verità è un’altra. Chi scrive cose fastidiose per Gianfranco Fini e i magistra­ti è bollato come diffamato­re, mentre sono i fatti che li diffamano e non noi. Chie­dere oggi le dimissioni di Fi­ni è una campagna di fango o di verità, avendo lui stesso giurato che avrebbe lasciato la carica nel caso fosse stato accertato che la casa di Mon­tecarlo era del cognato? Fini si vergogni di aver mentito agli italiani, Bruti Liberati di aver intimidito un giornale. Il giornalismo che piace a lo­ro è quello che scrive di un’altra minorenne che avrebbe incontrato Berlu­sconi ad Arcore anche se, nelle due serate indicate, il premier era la prima in ospe­dale e la seconda in Arabia Saudita. La verità che piace a loro non è quella certifica­ta da due Stati sul caso Mon­tecarlo, né quella che rac­conta Panorama oggi in edi­cola sui soldi pubblici fatti avere a familiari e amici di Bocchino, Briguglio e Grana­ta. L’unica campagna di fan­go in corso ha due mandanti precisi: Gianfranco Fini e procure politicizzate. Il Giornale, 28 gennaio 2011

BERLUSCONI: IO VADO AVANTI

Pubblicato il 28 gennaio, 2011 in Politica | Nessun commento »

Il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi ha indirizzato un nuovo messaggio agli italiani e in particolare ai militanti del PDL. Ecco il testo integrale del messaggio.

Care amiche e cari amici,

ormai sta diventando un appuntamento fisso questo nostro incontro settimanale che ci dà l’opportunità di fare il punto sulla situazione politica e di Governo. Vi devo confessare che guardando certi giornali mi viene da pensare che io sia Presidente del Consiglio ad opera di chissà chi e quasi per caso, come se fossi il beneficiario di un sorteggio e non perché il Popolo della Libertà da me guidato ha vinto nettamente le elezioni. Anzi, è giusto ricordare che io, il mio Governo, il mio partito e la mia maggioranza oltre ad avere vinto le elezioni politiche del 2008, abbiamo vinto anche nelle elezioni Europee, e poi nelle Regionali e nelle amministrative. Abbiamo avuto una continua legittimazione popolare e continuiamo quindi a governare con l’impegno di sempre, forti del sostegno solido e chiaro degli italiani che ancora oggi danno più del 45% alla nostra coalizione nei sondaggi. Non siamo noi ad aver tradito chi ci ha eletto. Noi portiamo avanti coerentemente il programma di governo concordato con gli Italiani. Non siamo noi ad aver stracciato il contratto col popolo, che ci aveva conferito un mandato talmente ampio da poter configurare questa come una legislatura costituente. Non siamo noi ad aver sabotato il cammino delle riforme facendo ripiombare il Paese nei teatrini della vecchia politica, delle verifiche e dei voti di fiducia a ripetizione. La verità è che contro di noi si è coalizzata tutta la vecchia politica che da sempre si frappone al rinnovamento, anzi quella politica che porta la responsabilità della crisi dello Stato, dell’economia e della società italiana, quelli che nella Prima Repubblica erano fra loro nemici, si sono messi tutti insieme contro di noi, contro il Governo espressione della maggioranza degli italiani nella vana speranza di mandarci a casa. Non hanno in comune alcun valore, l’unica cosa che li unisce è conquistare il potere e far fuori Berlusconi con il soccorso rosso delle toghe politicizzate, pronte a intervenire ogni qual volta la situazione lo richieda. Ebbene, ancora una volta questa offensiva è stata e sarà respinta.

Noi abbiamo la forza del popolo e la forza dei numeri: le opposizioni riunite ci hanno imposto, dal 29 settembre ad oggi, ben sette verifiche parlamentari sulla tenuta del governo, e noi abbiamo sempre vinto: 7 a zero su questioni cruciali come ben due voti di fiducia (il 29 settembre ed il 14 dicembre), contro due sfiducie individuali ai ministri Calderoli e Bondi (22 dicembre e 26 gennaio), con l’approvazione della riforma dell’Università del ministro Gelmini (23 dicembre), con il decreto per Napoli convertito in legge e con la relazione sullo stato della Giustizia del ministro Alfano (il 29 gennaio). Il Governo non si è mai fermato, neanche per un momento. Anche questa mattina il Consiglio dei Ministri ha lavorato per risolvere decine di problemi con vero spirito di squadra e con grande unità.

Di fronte alla politica di palazzo noi abbiamo risposto con cinque obiettivi concreti: Federalismo, Fisco, Sud, Giustizia, Sicurezza. Noi abbiamo approvato tutti questi provvedimenti in successivi consigli dei ministri, ad eccezione della riforma tributaria alla quale stiamo lavorando con le forze sociali e della riforma della Giustizia, che è stata bloccata da Fini e dai suoi. Ma da oggi in poi queste riforme, già concordate con gli elettori, saranno in testa all’agenda del governo, insieme al federalismo. Noi, negli ultimi due mesi, abbiamo approvato in via definitiva la riforma dell’Università che completa l’intero ciclo della rifondazione della scuola, la prima che viene attuata nel dopoguerra. È stata approvata e diviene operativa la Banca del Sud. È già operativo il finanziamento della Cassa depositi e prestiti alle piccole e medie imprese. Noi abbiamo attuato una riforma della previdenza che nel pubblico impiego allinea l’età della pensione per uomini e donne, e che per tutti dispone l’aggancio tra pensioni e aspettativa di vita: un meccanismo all’avanguardia in Europa. Il tutto senza un’ora di protesta, un’ora di scioperi. Noi abbiamo rinnovato il finanziamento per la detassazione degli straordinari, fondamentale per rilanciare la competitività delle imprese. Insomma, dopo aver difeso gli interessi italiani nelle sedi europee, ottenendo la riclassificazione del debito pubblico in base a criteri di sostenibilità, dopo aver varato una legge di stabilità finanziaria che è stata approvata dall’Europa senza alcuna richiesta di manovra aggiuntiva, cioè di altri tagli che avrebbero depresso e forse compromesso la ripresa economica; dopo aver messo al riparo l’Italia dalla speculazione internazionale e dopo aver garantito la coesione sociale del Paese stendendo una rete di ammortizzatori sociali di ben 32 miliardi di euro, ora siamo impegnati a condurre in porto il federalismo, realizzando così una riforma storica, che ridisegnerà il volto dello Stato nel 150.mo anniversario dell’Unità d’Italia. Sono dunque orgoglioso di quanto abbiamo fatto finora, nella convinzione che il centrodestra resti l’unica coalizione in grado di assicurare l’unità d’Italia e l’unica garanzia di governabilità, a fronte di un’opposizione debole, divisa e frammentata, senza leader, senza idee, senza programmi, che sa solo proporre nuove tasse, come, ad esempio, la patrimoniale che penalizzerebbe tutte le famiglie italiane, che deprimerebbe gli investimenti, metterebbe in fuga i capitali e riaprirebbe la corsa alla spesa improduttiva. Finché ci sarò io, proposte come queste non passeranno mai: gli italiani lo sanno e possono stare tranquilli la patrimoniale non passerà mai.

Cari amici,

come ormai tutti sapete, le tempeste non mi spaventano, e più grandi sono, più mi convinco che è necessario reagire nell’interesse di tutti i cittadini, nell’interesse del nostro Paese. In diciassette anni ne ho viste tante: hanno cercato con ogni mezzo di cancellarmi dalla politica e dalla storia, lo hanno fatto anche colpendomi fisicamente, ma mai, dico mai, i nostri avversari avevano raggiunto vette così vergognose di irresponsabilità, di cinismo e di illiberalità, violando le norme più elementari del diritto e usando illegittimamente l’arma dell’indagine giudiziaria a fini di lotta politica. Perché da troppo tempo una parte della magistratura persegue con ogni mezzo il sovvertimento della volontà popolare, e per far questo non si ferma davanti a nulla. Quando in un Paese democratico – e questo accade solo in Italia – si arriva a violare il domicilio del presidente del Consiglio, e a considerare possibile indiziato di reato chiunque vi entri – significa che il livello di guardia è stato ampiamente superato. Non è un Paese libero quello in cui quando si alza il telefono non si è sicuri della inviolabilità delle proprie conversazioni. Non è un Paese libero quello in cui un cittadino può trovare sui giornali delle proprie conversazioni che fanno parte del proprio privato e che non hanno nessun contenuto penalmente rilevante. Non è un Paese libero quello in cui una casta di privilegiati può commettere ogni abuso a danno di altri cittadini senza mai doverne rendere conto. E’ giunto il momento di ristabilire una reale separazione e un corretto equilibrio fra i poteri e gli ordini dello Stato. Sia chiaro che io non ho alcun timore di farmi giudicare. Davanti ai magistrati non sono mai fuggito, e la montagna di fango delle accuse più grottesche e inverosimili in 17 anni di persecuzione giudiziaria non ha partorito nemmeno un topolino: i mille magistrati che si sono occupati ossessivamente di me e della mia vita non hanno trovato uno straccio di prova che abbia retto all’esame dei tribunali. Ma io ho diritto, come ogni altro cittadino, di presentarmi di fronte al mio giudice naturale, che non è la Procura di Milano ma il giudice assegnatomi dalla Costituzione cioè il Tribunale dei Ministri che non è un tribunale speciale fatto apposta per me, ma è composto da giudici scelti per sorteggio. E avendo la coscienza totalmente tranquilla, lo farò appena sarà stata ristabilita una situazione di correttezza giudiziaria.

Amici cari,

io vado avanti nell’interesse del Paese che mi ha scelto come Capo del governo e che non ha mai rinnegato questa scelta, e lo farò fino a quando sentirò la fiducia degli elettori e della maggioranza del Parlamento, che sono gli unici capisaldi di ogni vera democrazia. Noi governiamo, e continueremo a governare, il fango ricadrà su chi cerca di usarlo contro di noi. Un saluto affettuoso a tutti Voi. Silvio Berlusconi


LA CASA DI MONTECARLO: I GIUDICI DIFENDONO FINI

Pubblicato il 28 gennaio, 2011 in Costume, Politica | Nessun commento »

di Andrea Indini

Dopo la tempesta il silenzio. Non una parola. Da Santa Lucia sono arrivate le carte che provano che Giancarlo Tulliani è il proprietario della casa di Montecarlo. Ma dal presidente della Camera, Giancarlo Fini, neanche un cenno di risposta. D’altra parte non ce n’è bisogno. A rispondere ci ha pensato la procura di Roma che si è schierata in difesa del leader Fli proprio quando anche il Corriere della Sera ha rotto ogni indugio e ha chiesto nel fondo di Sergio Romano le dimissioni dalla presidenza di Montecitorio. I pm romani hanno infatti definito “irrilevati” i documenti di Santa Lucia. In realtà, il problema non cambia. Gli italiani si aspettano ancora che Fini mantenga fede alla promessa fatta il 25 settembre: “Se dovesse emergere che la casa di Montecarlo è di Tulliani, allora mi dimetterò″.

Al tempo il Giornale era stato accusato di dossieraggio. Al tempo si diceva che l’affaire monegasco altro non fosse che una montatura. Al tempo si accusava il nostro quotidiano di inseguire fantasmi in estate, quando le notizie scarseggiano. I colonnelli del Fli avevano addirittura puntato l’indice accusandoci di una macchinazione creata per demolire Fini. I fatti ora dimostrano il contrario. Da Santa Lucia sono arrivate le carte (autentiche) che provano che “le società off shore coinvolte nella compravendita della casa monegasca sono di Giancarlo Tulliani”. Ora è tutto nero su bianco. L’inchiesta è chiusa. Avendo fatto parte di Alleanza nazionale, politici come Maurizio Gasparri sono così costretti a prendere atto che “quel patrimonio non è stato sempre utilizzato nella maniera appropriata”. Ad accorgersene c’è pure Romano che sul Corsera si interroga sul ruolo del presidente della Camera partendo da quel 25 settembre 2010 in cui proprio Fini “disse che se la casa, venduta dal suo partito, fosse risultata appartenere al fratello della sua compagna, non avrebbe esitato a dimettersi”. Ma le dimissioni tardano ad arrivare.

Il video parla chiaro. E ora che le prove ci sono il leader di Futuro e Libertà difficilmente potrà evitare di farci i conti. Secondo Romano, infatti, “corriamo il rischio di impelagarci in una situazione in cui le sorti di una delle maggiori cariche istituzionali italiane dipendono da fattori estranei alle esigenze della vita politica nazionale”. In realtà, non corriamo il rischio. E’ già così. Un problema che da alcuni mesi a questa parte i parlamentari di Pdl e Lega chiedono allo stesso presidente Fini di affrontare in un dibattito aperto in Transatlantico. Dibattito che l’ex An ha sempre censurato. Da quando Fini si è messo fuori dal partito e dal governo, infatti, il suo ruolo è divenuto incompatibile con le sue funzioni istituzionali. “Certi sdoppiamenti sono da evitare – si legge sul Corriere – ma i regolamenti parlamentari  non permettevano di obbligarlo alle dimissioni e la prova di una promessa dipende, dopo tutti, dal modo in cui è mantenuta”. Uno sdoppiamento a cui il capogruppo del Fli, Italo Bocchino, non crede: “Fini è membro del Parlamento e come tutti ha il diritto di chiedere le dimissioni del premier. E’ invece assurdo che il capo del governo chieda le dimissioni di chi presiede un istituzione che difende l’operato del Parlamento”.

Il silenzio di Fini è giustificato. Non ha bisogno di difendersi. Ci pensa la procura di Roma a “stracciare” le carte inviate da Santa Lucia. Nelle deduzioni che hanno accompagnato la trasmissione degli atti al gip che dovrà pronunciarsi sull’opposizione alla richiesta di archiviazione delle posizioni di Gianfranco Fini e di Vincenzo Pontone, i pm romani fanno sapere che il contenuto degli atti inviati dal governo di Santa Lucia circa la titolarità delle società off shore che si sono succedute nella proprietà dell’immobile di Montercarlo ereditato da An nel 1999 “appare del tutto irrilevante circa il thema decidendum“. Non importa se nelle tre pagine arrivate dal paese caraibico emergerebbe che Tulliani è il titolare delle società Printemps Ltd, Timara Ld e Jaman directors Ltd. Nelle deduzioni inviate al presidente dei gip Carlo Figliolia, che il 2 febbraio esaminerà l’opposizione alla richiesta di archiviazione, la procura di Roma ribadisce “la richiesta di archiviazione” dal momento che mancano “elementi costitutivi dell’ipotizzato delitto di truffa”.

Tuttavia anche Romano invita Fini a “chiedersi se le circostanze gli consentano di esercitare questa funzione nel miglior modo possibile”. Secondo il governo e la maggioranza la risposta è “no”. Lo dimostra l’impasse che si è venuta a creare nel Copasir, dove con un colpo di mano Fini è riuscito a dare la maggioranza all’opposizione. Lo dimostrano le secche e ripetute minacce al presidente del Consiglio Silvio Berlusconi a “dimettersi” dopo il fango del caso Ruby. “Ogni sua decisione istituzionale – avverte anche Romano – nelle prossime settimane, potrebbe diventare ragione o pretesto di sospetti e accuse”. Il calendario dei lavori, la durata dei dibattiti e il diritto di parola di un deputato. E ancora: i tempi di una singola interrogazione.”Tutto ciò che rappresenta il lavoro quotidiano di un presidente della Camera – chiarisce Romano nel suo editoriale – portrebbe trasformarsi in materia di contestazione e complicare ulteriormente la situazione politica”.

La promessa fatta con tutti gli italiani non lascia più spazio a tentennamenti. Le prossime mosse del presidente della Camera e leader di uno dei partiti d’opposizione non sono però scontate. Fini potrebbe infatti fare finta che le carte di Santa Lucia non esistano e andare avanti a fare politica dallo scranno più alto di Montecitorio. Oppure potrebbe decidere di dimettersi e tenere fede alla parola data ai cittadini il 25 settembre scorso. Nel frattempo, però, Montecitorio resta nelle sue mani. E i lavoro parlamentari rischiano di essere viziati. Il leader leghista Umberto Bossi invita ad “abbassare i toni” e “fare meno casino”. Ma, intanto, l’anomali resta. E, per dirla con le parole di Romano: “Il vero problema è se la casa Italia, in queste condizioni, possa essere decorosamente amministrata nell’interesse di coloro che la abitano”. Fonte: Il Giornale, 28 gennaio 2011

……………….Certo che la tesi della Procura di Roma lascia interdetti, ancor più oggi, visto che il Procuratore Generale della Corte di Cassazione, inaugurando l’anno giudiziario, ha detto che la giustizia è allo sfascio e la sua credibilità fra i cittadini è in paurosa discesa. E come potrebbe essere  diversamente visto proprio il caso di Fini e della casa di Montecarlo? Di fronte alle “carte” giunte da Santa Lucia, la procura di Roma le definisce “irrilevanti” rispetto al “tema giudicandi”. Cioè, il fatto che Fini, amministratore di A.N.  abbia disposto la vendita della casa di Montecarlo al cognato, come sembra ormai acclarato, ad un prezzo di almeno due terzi inferiore a quello di mercato, peraltro attraverso due società off shore  alla scopo evidente di sviare l’attenzione dal cognato, non costituisce “prova” della volontà di raggirare, quanto meno, chiunque avesse potuto avere interesse alla vendita e all’acquisto? Invece, no! Per la Procura di Roma è tutto regolare, per cui ha confermato la richiesta di archiviazione del procedimento per il quale Fini, come è noto fu iscritto nel registro degli indagati il giorno stesso della richiesta di archviazione. EH, già, Fini non è mica Berlusconi la cui iscrizione per qualsiasi cosa (pare che ci siano PM che si sono messi in contatto con  gli spiriti del passato per verificare se per caso Berlusconi non sia in qualche modo coinvolto nell’assassinio di Caino da parte di Abele mentre si fondava Roma per assicurarsene il dominio venti secoli dopo….) avviene a tambur battente e le relative carte finiscono immediatamente sui giornali alla faccia della riservatezza e del rispetto della privacy che come è noto vale solo per i PM. Insomma, per dirla con Fini, siamo alle comiche finali per cui Fini poteva disfarsi del patrimonio di A.N. svendendolo ai suoi cari senza che ciò costituisca reato. E poi ci si domanda perchè mai la fiducia nella giustizia ce l’hanno solo i magistrati! g.

PIU’ PROCURA PER TUTTI, l’editoriale di Mario Sechi

Pubblicato il 28 gennaio, 2011 in Politica | Nessun commento »

Casa Tulliani è di Tulliani. Fli denuncia Frattini. E le carte della procura di Milano sul Ruby-gate arrivano a ondate. Siamo al caos istituzionale. È una guerra in cui non ci sarà vincitore, l’epilogo sarà quello del deserto radioattivo della politica.

Il presidente della Camera Gianfranco Fini Nella strategia militare c’è una sigla che quando compare fa venire i brividi: MAD. Significa Mutual Assured Destruction, cioè mutua distruzione assicurata. È lo scenario della guerra termonucleare: le armi sono letali per tutti, non esiste armistizio né pace. C’è solo la distruzione totale. Cari lettori de Il Tempo, mi pare che le istituzioni della nostra Repubblica stiano correndo questo rischio. La giornata di ieri è esemplare: il ministro Franco Frattini risponde in Parlamento a un’interrogazione sul caso Fini-Montecarlo, i parlamentari di Futuro e Libertà denunciano Frattini alla magistratura e chiedono le dimissioni del presidente del Senato.

Nel frattempo le carte della procura di Milano sul Ruby-gate arrivano a ondate, un’operazione che punta a tritare mediaticamente Silvio Berlusconi. Il quale a sua volta risponde a questo assalto con altrettanta veemenza. È una guerra senza confini che si proietta sui giornali e sulle televisioni, in particolare sulla Rai, dove la falange di Annozero compie la sua missione antiberlusconiana del giovedì sfornando un programma dal quale il direttore generale di Viale Mazzini, si dissocia telefonando in studio. Caos e più procura per tutti. È una guerra in cui non ci sarà vincitore, l’epilogo sarà quello del deserto radioattivo della politica. La caccia a Citizen Berlusconi va oltre ogni limite istituzionale, ormai sconfina nell’odio personale e di fazione. Quando la pioggia e la cenere radioattiva si poseranno, in uno scenario lunare, vedremo avanzare nel Paese una sola armata: quella della magistratura. Mario Sechi, Il Tempo, 28 gennaio 2011

TRITT’ STREETS, “PRIMA E DOPO” AL PICCOLO TEATRO SAN GIUSEPPE DI TORITTO

Pubblicato il 27 gennaio, 2011 in Cultura, Il territorio, Spettacolo | Nessun commento »

Domenica 30 Gennaio, alle 20:30, presso il Piccolo Teatro San Giuseppe, via E.  Medi, in occasione del 35° anniversario,

la band Tritt’ Streets

presenta lo spettacolo

“Prima e Dopo”.

Ingresso gratuito.

Domenica 30 Gennaio,  Ore 20:30
Piccolo Teatro San Giuseppe, via E. Medi,
Toritto (BA)
Ingresso gratuito