FINI:IL TERZO INCONGRUO

Pubblicato il 27 gennaio, 2011 in Politica | Nessun commento »

Sul possibile intervento del Quirinale per sciogliere l’anomalia che vede Gianfranco Fini rivestire due ruoli incompatibili come quello di presidente della Camera e di capopartito, la dottrina non ha dubbi: “Il presidente della Repubblica non può certo revocare il mandato a Fini né ad alcun altro parlamentare, perché non ha la disponibilità della presidenza della Camera”, spiega Tommaso Frosini, ordinario di Diritto pubblico comparato all’Università di Napoli. “Il nostro ordinamento non prevede alcun rapporto tra presidenza della Repubblica e presidenza della Camera, al di là della leale collaborazione istituzionale”.

Ma c’è un ma: “Sebbene non possa interferire sul presidente della Camera, il capo dello stato può esercitare la così detta ‘moral suasion’, vale a dire premere su Fini affinché si dimetta dalla carica istituzionale, o si ritiri dal suo ruolo politico”. Napolitano dunque è il solo che potrebbe imporre un aut aut? “Il presidente della Repubblica è l’unico soggetto istituzionale in grado di esercitare una pressione sul presidente della Camera. A fronte di una situazione non più sopportabile, è il solo che possa sollecitarlo a una scelta: abbandonare il ruolo di capopartito per guidare la Camera, o dimettersi dalla presidenza della Camera per fare il leader politico. Non sappiamo come reagirebbe Fini, ma sono la Costituzione e il regolamento della Camera a dettare l’imparzialità; e vederla compromessa è una novità che lascia perplessi in termini di prassi”.

Nessuno chiede certo a Fini di rinunciare alle sue idee, ma a che titolo, nel caso, salirebbe al Quirinale per le consultazioni? Come terza carica dello stato o come rappresentante di un partito che non vuole le elezioni anticipate? “Impossibile ricorrere alla mozione di sfiducia. Fini resterebbe incollato a Montecitorio come fece il presidente della commissione di Vigilanza Riccardo Villari, per rimuovere il quale dovettero dimettersi tutti i membri della commissione. Soluzione impraticabile per tutti i parlamentari”. Fonte: FOGLIO QUOTIDIANO

FRATTINI SBUGIARDA FINI: LA CASA DI MONTECARLO E’ DEL COGNATO. ORA SI DIMETTA.

Pubblicato il 27 gennaio, 2011 in Politica | Nessun commento »

Il documento inviato da Santa Lucia è autentico”. Così il ministro degli Esteri Franco Frattini ha riferito a Palazzo Madama riguardo al caso Montecarlo, che coinvolge il presidente della Camera Gianfranco Fini e l’abitazione del Principato che sarebbe intestata, secondo le carte dell’isola caraibica, a suo cognato Giancarlo Tulliani. “Sul suo contenuto deciderà la procura”, spiega Frattini. Ma la conclusione è chiara: Fini, come promesso, deve dimettersi.
Ad attendere il ‘fatale gesto’ di Fini è anche un suo ex collaboratore, l’ex tesoriere di An Francesco Pontone: “Fu lui a fare questa promessa, no? Chiedete a lui se, nel caso, ha intenzione di mantenerla”, risponde a chi gli chiede delle dimissioni del presidente della Camera. Al Corriere della Sera, poche ore prima della relazione di Frattini, Pontone ricostruisce gli avvenimenti legati alla casa di Montecarlo: “Io firmai la vendita dell’appartamento, avevo solo l’ordine di firmare. Andai lì, trovai il notaio e due emissari della Printemps. Feci il mio lavoro. Poi, chi ci fosse dietro quei due emissari, francamente, non lo sapevo e non lo so”. Tulliani? “Non avevo la più pallida idea di chi fosse”. Riguardo alla vendita, “non decisi mica io il prezzo dell’appartamento, non avevo alcun potere di fare simili valutazioni”. “Noi di An  – spiega Pontone – non eravano un’agenzia immobiliare. Avevamo un patrimonio da gestire. E quello facevamo. Punto. Quella vendita, infatti, fu un caso eccezionale”.

Il dibattito al Senato è iniziato poco dopo le 10. La seduta è inizata con un momento di silenzio per celebrare la Giornata della memoria. Subito dopo però, il dibattito si è acceso con le parole di Francesco Rutelli (Api), che ha dichiarato di non voler ascoltare la relazione del ministro degli Esteri. Secondo l’ex esponente del Pd, quello di oggi sarebbe infatti un “dibattito inaccettabile”. Le opposizioni hanno infatti sottolineato l’apparente illegittimità dell’interrogazione di oggi. Anna Finocchiaro, capogruppo del Pd, ha infatti detto che bisognerebbe evitare di trasferire un dibattito politico in sedi istituzionali. Giampiero D’Alia dell’Udc ha rincarato la dose, dicendo che la questione di oggi è inammissibile da un punto di vista formale, visto che non coinvolge il Governo per competenza, nè tantomeno il ministro degli Esteri.
Di tutta risposta Luigi Campagna, il senatore del PdL che ha richiesto l’interrogazione di Frattini, ha ribadito che l’interrogazione a Frattini è legittima: “La magistratura non può essere l’unico canale istituzionale”. Anche il presidente del Senato di turno, Rosy Mauro, ha confermato la legittimità della discussione in Aula. Fonte: LIBERO

BERLUSCONI: LA SECONDA ONDATA E LE FINI COINCIDENZE, l’editoriale di Mario Sechi

Pubblicato il 27 gennaio, 2011 in Politica | Nessun commento »

La seconda ondata di intercettazioni è arrivata. Come avevo previsto, tra le nuove carte inviate dalla procura di Milano alla Camera dei deputati, abbondano il gossip, il lessico scosciato, l’amicizia tradita, la varia umanità e disumanità. L’effetto ai fini del processo che verrà mi pare nullo, a una prima lettura non vi sono cose che migliorano o peggiorano il quadro che già conoscevamo. Questo scenario in realtà fa apparire Berlusconi come una vittima del suo gioco hot, piuttosto che un diabolico tessitore di trame e corruttore delle anime belle. Per queste ragioni l’operazione di sputtanamento del premier sta conseguendo un solo risultato presso l’opinione pubblica: alimenta i dubbi sull’azione dei pm e fa crescere nel cittadino l’idea che vedersi piombare in casa propria la Buon Costume non sia una cosa buona e giusta.

Ancora una volta, colpisce la tempistica: le nuove carte arrivano il giorno della convocazione della Giunta per le autorizzazioni e 24 ore prima che a Montecitorio si discuta il dossier sulla casa di An a Montecarlo venduta a due società off-shore e poi affittata al cognato di Gianfranco Fini, Giancarlo Tulliani. La concatenazione di eventi è impressionante. Tutto questo accadeva mentre l’ennesimo assalto delle opposizioni al governo falliva (sfiducia al ministro Bondi respinta) e il partito che dovrebbe essere l’alternativa a Berlusconi, il Pd, si frantumava di fronte alle primarie truccate a Napoli. Ecco, questo è lo scenario reale al quale ci ha condotto l’inchiesta sulle mutande pazze del premier: non c’è alternativa politica, siamo al limite della rottura istituzionale e di fronte a noi c’è solo il caos.  Mario Sechi, Il Tempo, 27 gennaio 2011

.……Questa mattina al Senato il ministro Frattini, rispondendo ad una interrogazione urgente presentata dal sen. Campagna del PDL, ha confermato che il governo dell’Isola di Santa Lucia ha confermato l’autenticità dei documenti che attribuisocno al cognato di Fini la proprietà delle due società a cui Fini autorizzò la vendita della casa di Montecarlo a prezzo stracciato e ha altresì confermamto l’inoltro della documentazione alla Procura di Roma. Prima che Frattini parlasse il “bellguaglione” (secondo la definizione di Prodi) Rutelli ha annunciato che il suo gruppo, cioè lui solo, avrebbe abbandonato l’Aula. Lo hanno seguito anche i senatori del PD, dell’Udc, e dell’IDV secondo i quali sarbbe irrituale la calendarizzazione della interrogazion ein 24 ore. Infatti, per costoro è rituale solo la intromisisone nella vita privata del premier da parte della Procura della Repubblica.

LE PREDICHE DI VENDOLA. MA PUO’ VENDOLA METTERSI A FARE LA MORALE A CHICCHESSIA?

Pubblicato il 26 gennaio, 2011 in Costume, Politica | Nessun commento »

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Noemi era «la pupilla» e Ruby «il culo», Nichi Vendo­la è l’orecchio. A ognuno il suo, nell’atlante anatomico della po­litica italiana.

A latitudini sub-ombelicali si scatena la tempesta mediatica su quanto accade nella residen­za privata di Silvio Berlusconi. E il governatore della Puglia non esita a lanciare i suoi strali: «È una spettacolarizzazione del­l’indecenza, una palude di ridi­colo dal sapore grottesco», tuo­na dal suo pulpito.

Eppure Nichi non lo ricordava­mo con la tonaca. Lo ricordava­mo piuttosto al Gay Pride, come testimonia questa foto, mentre un gentile fan in paglietta e sorri­sino gli avvicina la soffice e ga­gliarda lingua all’orecchio. In pubblico, mica nella tavernetta di casa sua.

Come diceva, governatore? Grottesco? Ridicolo? Chi è senza effusione scagli la prima indi­gnazione. E chi ha orecchie per intendere, non le usi per farsi sol­leticare. Fonte: Il Giornale, 26 gennaio 2011

LA CASA DI FINI: ARRIVANO I DOCUMENTI, ORA LA PROCURA NON PUO’ FAR FINTA DI NIENTE

Pubblicato il 26 gennaio, 2011 in Politica | Nessun commento »

Confermato l’arrivo di nuove clamorose prove: il presidente della Camera ha mentito. Le carte in Procura. Il Pdl chiede le sue dimissioni, ma lui vieta il dibattito in Aula. Nei documenti di Saint Lucia le prove che le due società off-shore fanno riferimento a Giancarlo Tulliani

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Il neopartito che si candida a guidare un nuovo centrodestra e il Paese Intero, il Fli, ha un capo furbetto, reticente e forse anche un po’ bugiardo. Gianfranco Fini, infatti, della famosa casa di Montecarlo svenduta al cognato ne sa molto di più di quanto abbia giurato nei drammatici videomessaggi che hanno allietato la scorsa estate. Ricordate? Non è vero niente, è solo una campagna di fango, se fosse vero mi dimetto. Ecco, appunto. È tutto vero. Lo provano, secondo quanto risulta al Giornale, i documenti arrivati al governo italiano e ora custoditi nella cassaforte del ministro degli Esteri, Franco Frattini. Il quale ne ha consegnato una copia alla Procura della Repubblica di Roma che ancora sta indagando, si fa per dire, su quel brutto pasticcio.
È strano come la magistratura sia così efficiente e celere quando si occupa di Berlusconi (in pochi giorni, con grande schieramento di forze e mezzi, sono state ricostruite le frequentazioni di un anno ad Arcore) e sia invece lenta, paralizzata, quando si tratta di fare luce su Gianfranco Fini. Che evidentemente sperava, o forse era stato da qualcuno rassicurato, di poterla fare franca. Nessun pm si era preoccupato non dico di interrogarlo, ma neppure di farci due chiacchiere al bar. Nessun magistrato ha sentito il bisogno di salvare almeno l’apparenza convocando il cognato, Giancarlo Tulliani, tantomeno le decine di testimoni portati a galla dai nostri cronisti. Ovviamente, nessuna intercettazione o fuga di notizie.
Spenti i riflettori, dirottata l’attenzione altrove, brindato al bunga bunga, Fini ha ripreso a fare il paladino della legalità e dell’etica politica a tempo pieno. E con lui i Bocchino, i Granata, i Briguglio. Pensava di farla franca ma, come capita agli arroganti, non ha fatto i conti con l’imprevisto. Che arriva da Santa Lucia e, a quanto pare, è inequivocabile. Non che le prove mostrate la scorsa estate dal Giornale non fossero sufficienti a far concludere che quella casa, transitata per società off-shore e svenduta sottocosto con grave danno ai beni del partito, fosse un affare di famiglia sulla pelle dei militanti di An. Ma ora anche ogni tentativo di negare l’innegabile non starebbe più in piedi.
E forse in quelle carte, che tra poche ore, inevitabilmente, in un modo o nell’altro diventeranno pubbliche, c’è anche di più. Cioè la prova che Fini ha mentito ripetutamente ai suoi colleghi di partito e agli italiani tutti, anche là dove non era necessario, per depistare da una ipotesi di reato. Semplicemente ci ha preso in giro proprio come i bambini sorpresi con le mani nel vasetto di marmellata.
Fini non ha voluto dimettersi mesi fa davanti all’evidenza, smentendo anche le sue parole. Non ha voluto lasciare lo scranno quando è sceso nel ring della politica perdendo anche formalmente il suo ruolo di arbitro e terza carica dello Stato. Potrebbe farlo in queste ore prima di essere definitivamente sbugiardato. Ieri gli è stato chiesto e ha risposto di no. Dovrà farlo tra non molto, quando i nuovi documenti gli faranno perdere anche il sostegno di una opposizione fino ad ora complice. Alessandro Sallusti, Il Giornale 26 gennaio 2011

FINI:NUOVE CARTE “UFFICIALI” ARRIVATE DALL’ISOLA CARAIBICA DI SANTA LUCIA CONFERMEREBBERO CHE LA CASA DI MONTECARLO E’ DI PROPRIETA’ DEL COGNATO.

Pubblicato il 25 gennaio, 2011 in Politica | Nessun commento »

L'appartamento di Boulevard Princesse Charlotte, ereditato da An dalla contessa Anna Maria Colleoni (Ansa)

Nuove carte spedite dal governo di Santa Lucia per dimostrare che l’appartamento di rue Princess Charlotte a Montecarlo è di Giancarlo Tulliani, il cognato del presidente della Camera Gianfranco Fini. L’indiscrezione circola in serata e sembra fornire conferma alle voci che si rincorrono già da qualche giorno. Per via diplomatica sarebbero arrivati alla Farnesina i documenti che attestano come la Timara e la Printemps, le due società off shore titolari della casa nel Principato dopo averla acquistata da Alleanza Nazionale, siano in realtà di proprietà di Tulliani.
Finora questa circostanza è stata sempre negata da Fini e dal suo entourage tanto che il 25 settembre scorso, in un videomessaggio trasmesso da Youtube, lo stesso presidente ha affermato: «Se questo sarà accertato, mi dimetto».

Il nodo della questione è stato più volte evidenziato: l’appartamento fu lasciato in eredità da Annamaria Colleoni ad Alleanza Nazionale e dunque nel luglio 2008 Fini avrebbe sfruttato il proprio ruolo di leader nel partito consentendo al cognato di acquistarlo a un terzo del suo reale valore: 300 mila euro anziché 900 mila. La procura di Roma ha chiesto l’archiviazione del procedimento per truffa avviato dopo la denuncia presentata da alcuni ex esponenti del partito, tra i quali c’è Francesco Storace. Nelle motivazioni si spiega che c’è stato un danno economico perché all’epoca della vendita, l’appartamento valeva 819 mila euro, dunque il triplo dei 300 mila euro versati dall’acquirente, la società off shore Printemps, ma nessun raggiro e dunque gli eventuali risarcimenti dovranno essere stabiliti in sede civile.

Non è invece entrata nel merito degli assetti proprietari pur sottolineando come in calce alla registrazione del contratto di affitto ci fosse la stessa firma – quella di Tulliani appunto – nella casella riservata al proprietario e quella per l’affittuario. In realtà una lettera nella quale si specificava come Tulliani fosse «il beneficiario reale» delle off shore era già stata mostrata dal ministro della Giustizia dell’isoletta caraibica e adesso il governo locale avrebbe inviato a quello italiano un nuovo e più attendibile certificato. Il Corriere della Sera, 25 gennaio 2011

Chissà se Fini, ove verrà confermato in maniera ufficiale e inequivoca che la casa di Montecarlo, ereditata da A.N. per una “buona battaglia”, risulta essere divenuta proprietà del cognato per la modica cifra di 300 mila euro, cioè un quarto del suo valore reale,manterrà l’impegno assunto solennemente in video messaggio di dimettersi dalla carica. Chissà…..

PDL E LEGA CHIEDONO LE DIMISSIONI DI FINI: E’ DI PARTE

Pubblicato il 25 gennaio, 2011 in Politica | Nessun commento »

Il leader di Futuro e Libertà non può essere anche il presidente della Camera, eletto con i voti di Pdl e Lega. Dopo il caso Ruby la maggioranza si ricompatta e torna a chiedere con forza la testa (o meglio: lo scranno) di Gianfranco Fini. Mentre da Santa Lucia arrivanno nuove prove che inchiodano l’ex An, il centrodestra ha posto in discussione il ruolo del numero uno del Fli alla guida di Montecitorio chiedendo ufficialmente, nel corso della conferenza dei capigruppo, che si apra un dibattito sulla questione. Richiesta che Fini ha prontamente rigettato.

“Non sei super partes”. L’accusa avanzata da Fabrizio Cicchitto è secca, non lascia lo spazio per la discussione. Perché da quando l’ex An si è messo fuori dal Pdl per formare un nuovo partito in netta antitesi al governo e alla maggioranza, ha abbandonato la veste di presidente della Camera per calarsi in quella di leader della nuova formazione politica. Una posizione che ha viziato il ruolo super partes richiesto dal proprio incarico istituzionale. A sollevare ancora una volta il problema è stato il leghista Marco Reguzzoni chiedendo ufficialmente, nel corso della conferenza dei capigruppo, che si aprisse un dibattito sulla questione. Ma il presidente della Camera, nel corso dell’ufficio di presidenza che ha calendarizzato la mozione di sfiducia a Bondi per domani pomeriggio, ha rispedito al mittente la richiesta con le stesse motivazioni che aveva fornito per iscritto al Carroccio dopo la sua lettera formale. “La conferenza dei capigruppo – avrebbe detto Fini – non è la sede deputata per un dibattito sul suo ruolo di presidente, che sarebbe di pertinenza solo della Giunta per i regolamenti della Camera”.

Nel giorno in cui la Farnesina ha ricevuto i documenti dell’indagine aperta dal paradiso fiscale di Santa Lucia dove sono state create le società offshore per la compravendita della casa di Montecarlo, si apre un nuovo fronte per Fini. E si ricompatta quell’asse tra il Pdl e la Lega Nord che alcuni detrattori della maggioranza avevano ipotizzato essere in rotta dopo l’inchiesta dei pm milanesi sul caso Ruby.

BERLUSCONI: UN RICATTO PER ELIMINARLO

Pubblicato il 25 gennaio, 2011 in Politica | Nessun commento »

Il premier Silvio Berlusconi Pier Ferdinando Casini ha fatto la sua «offerta» a Silvio Berlusconi: si tolga dai piedi e potremo appoggiare un governo di centro-destra, purché senza di lui. Gianfranco Fini – con molta faccia tosta, senza riflettere sulla propria personale posizione di incompatibilità fra i ruoli ricoperti, di leader di partito e di uomo delle istituzioni – ha invitato il premier a dimettersi, cioè a togliersi dai piedi. Anche Massimo D’Alema si è mosso. Lo ha fatto con più furbizia, rivolgendosi a un altro interlocutore, la Lega, prospettando l’ipotesi di un accordo che preveda la possibilità, ancora una volta, di toglierci Berlusconi dai piedi in cambio dell’approvazione del federalismo. Sembrerebbe una trattativa, ma in realtà – diciamo le cose come stanno – è un ricatto. Un ricatto bell’e buono. Tutte queste proposte ed altre ancora, in ogni caso, hanno in comune qualche cosa: l’odio nei confronti del premier e, soprattutto, il vizio, antico e inveterato, della politica italiana di ordire congiure, predisporre trappole, disegnare scenari, tramare contro il governo. Naturalmente senza preoccuparsi affatto della volontà popolare. Si potrebbe dire. Niente di nuovo sotto il sole. Ma, questa volta non è proprio così. Perché il conflitto non è più soltanto politico, come ai tempi della prima Repubblica. Non si tratta più di rovesciare un governo e sostituirlo con un altro, di abbattere una consorteria per far posto a una nuova cosca. Dopo Tangentopoli e il tracollo della prima Repubblica le cose sono cambiate. Anche se molti attori sono gli stessi, sia pure in ruoli diversi. Sono cambiate, le cose, perché l’alterazione dell’equilibrio fra i poteri dello Stato a tutto vantaggio di uno di questi, quello giudiziario, è un dato di fatto.

Ed è, soprattutto, la variabile nuova della situazione. Quella che può fare la differenza. Il potere giudiziario, infatti, è ormai in grado di svolgere opera di controllo e addirittura di supplenza nel confronti di un potere politico, esecutivo e legislativo, sempre più indebolito. Ma, soprattutto, il potere giudiziario è ulteriormente rafforzato dal fatto che può autotutelarsi e che i suoi eventuali errori non sono né sindacabili né punibili se non, nella migliore delle ipotesi, con un qualche provvedimento amministrativo. È diventato un potere non solo autonomo (com’è giusto che sia), ma anche un potere sovraordinato agli altri (come non è giusto che sia) ed esente dal quel sottile ma complesso gioco di bilanciamenti e controlli reciproci che dovrebbe costituire l’essenza di una democrazia liberale e la garanzia del suo corretto funzionamento. In questa situazione, quando certi oppositori di Berlusconi in servizio permanente effettivo cercano per le loro trame da basso impero appoggio, sostegno o complicità in una magistratura, o in una parte di essa, sempre più politicizzata e incontrollabile mostrano tutta la loro ingenuità. Non si rendono conto che è difficile cavalcare una tigre scatenata. E che si rischia di rimanerne comunque vittime. Plaudire facendo da acritica cassa di risonanza – come mostra di fare l’opposizione – all’offensiva senza quartiere messa in piedi, con uno spiegamento di mezzi e di risorse incredibile, nei confronti del presidente del Consiglio equivale a giocare con il fuoco. Quando la democrazia rappresentativa diventa democrazia giacobina la strada è obbligata: la vittoria dei giacobini o giustizialisti lascia sul terreno nemici e anche amici. Perché la rivoluzione, prima o poi, come insegna la storia, divora sempre i suoi figli. Allo stato attuale, il problema vero della politica italiana non è quello di salvare il premier da accuse, fondate o infondate che siano, ma è invece quello della difesa della democrazia messa a rischio dall’invadenza di uno dei suoi poteri. Gli oppositori di Berlusconi – continuando a giocare la carta dell’eliminazione del premier per via giudiziaria – non si rendono conto di contribuire, sempre più, all’affossamento della politica e all’imbarbarimento del confronto politico oltre che all’alterazione degli equilibri dell’intero sistema istituzionale. Non si sono accorti che il quadro generale di riferimento è cambiato. E perseverano nell’imbastire trame sul modello di quelle che venivano ordite prima del crollo della prima repubblica. Le «offerte» dei Casini, le richieste dei Fini, le «trattative» dei D’Alema appartengono a questa logica. Ma è una logica senza futuro e senza prospettiva. E soprattutto incosciente perché, quand’anche il loro obiettivo riuscisse, si avrebbe un Paese soltanto in apparenza guidato da un governo, quale che sia, ma in realtà sotto tutela dei giudici. E non sarebbe davvero una bella prospettiva. Francesco Perfetti, Il Tempo, 25 gennaio 2011

ECCO PERCHE’ GLI ITALIANI NON SI FIDANO PIU’ DELLA GIUSTIZIA

Pubblicato il 24 gennaio, 2011 in Costume, Giustizia | Nessun commento »

“Fu nelle notti insonni,
vegliate al lume del rancore
che preparai gli esami
diventai procuratore”
per imboccar la strada
che dalle panche d’una cattedrale
porta alla sacrestia
quindi alla cattedra d’un tribunale
giudice finalmente
arbitro in terra del bene e del male

E allora la mia statura
non dispensò più buonumore
a chi alla sbarra in piedi
mi diceva Vostro Onore
e di affidarli al boia
fu un piacere del tutto mio
prima di genuflettermi
nell’ora dell’addio
non conoscendo affatto
la statura di Dio”

Fabrizio De André, in “Un giudice” del 1971, cantava di un nano che, da tutti deriso, studia e diventa magistrato. E diventa carogna, perché è nel timore che incute agli imputati che trova vendetta, cioè la cura al suo disagio. Trovarsi davanti una persona del genere in un contenzioso non renderebbe certo tranquilli, e, anche se questo è solo un caso limite e di fantasia, un certo riscontro con la realtà lo si può intravedere.

L’Eurobarometro, il consorzio interuniversitario della Commissione europea, riporta che solo il 37 per cento degli italiani ha fiducia nella giustizia del nostro paese e che negli ultimi dieci anni il valore ha oscillato tra il 31 per cento il 47 per cento. Ma non ci si stupisca, il dato anche in Europa è lo stesso: 43 per cento in media. In paesi come Francia, Inghilterra e Spagna, il numero delle persone che confidano nella giustizia si attesta attorno al 39 per cento, al 48 per cento e al 40 per cento. Solo la Germania, tra i grandi, è sopra la metà: il 58 tedeschi si fida dei giudici.

AnalisiPolitica ha realizzato diversi sondaggi sull’argomento ed è possibile approfondire la prospettiva con cui gli italiani guardano i propri magistrati. I temi sono molti e sono anche oggetto di proposte politiche recenti o meno recenti. Per esempio, il tema della responsabilità civile dei magistrati fu una grande battaglia vinta dai Radicali nel 1987 con un referendum che portò all’approvazione della legge Vassalli, da molti tutt’ora ritenuta eludente. L’86 per cento degli italiani è d’accordo sul fatto che “un magistrato che sbagli, deve essere responsabile della propria azione”. O come quello della riforma del Csm: per il 68 per cento degli intervistati “i giudici dovrebbero essere controllati da un organo indipendente, non composto da altri magistrati come loro”. Non è un dato trascurabile, soprattutto quando il 56 per cento cioè la maggioranza, pensa che “sovente i magistrati agiscano con fini politici” e infatti per due cittadini su tre “spesso, in Italia, la magistratura non è imparziale come dovrebbe essere”.

Anche questioni più vicine al cittadino.
Per l’85 per cento degli italiani, “se i condannati scontassero sempre la pena per intero, ci sarebbero molti meno reati” e “spesso le forze dell’ordine catturano i criminali, ma la magistratura li rilascia con troppa facilità” (62 per cento). In qualche modo viene pure invocata una riforma della legge Gozzini: per i tre quarti delle persone “spesso i permessi e gli sconti di pena ai carcerati, vengono dati senza che essi se lo meritino veramente”, rendendosi necessario un cambiamento di tale prassi (76 per cento).

Nell’opinione pubblica, neanche il sistema giudiziario è immune alla corruzione. Il 39 per cento degli italiani ritiene che vi sia diffusa la pratica delle tangenti. E se il 17 per cento afferma che nell’ultimo anno gli sia stato richiesta la bustarella, un quarto di essi dice che quelle pressioni venivano proprio dell’apparato della giustizia.

Concludendo, è fuor di dubbio che l’istituto della magistratura sia e debba essere uno dei capisaldi di qualsiasi sistema democratico, ma è altrettanto chiaro che in Italia la maggior parte della gente pensa che ci sia più di un ambito da riformare. Quel che sottolineava De André e che probabilmente in molti altri pensano, è che un giudice sia pur sempre un uomo e che come tutti gli uomini possa sbagliare. Fonte: Il Foglio, 24 gennaio 2011

BERLUSCONI:OPERAZIONE CRAXI. l’editoriale di Mario Sechi

Pubblicato il 24 gennaio, 2011 in Il territorio | Nessun commento »

Bettino Craxi Qualche anno fa Fedele Confalonieri, presidente di Mediaset, pronunciò una frase che a qualcuno sembrò iperbolica: «Stanno preparando la nostra piazzale Loreto». Quella del Fidel era una voce dal sen fuggita, un timore che veniva dal profondo, un dettato del sesto senso di un uomo colto, forgiato dalla praticaccia della vita.

Molto tempo dopo, siamo al redde rationem, alla battaglia finale tra Silvio Berlusconi e la magistratura e la «piazzale Loreto psichedelica» di cui parlava Confalonieri si sta materializzando in un processo mediatico-giudiziario che prevede un solo finale: l’impiccagione del Cavaliere.

Ci sono dei segnali che vanno colti per comprendere il clima che si sta creando e il tragitto che prenderà questa storia. Uno l’ho ricordato ieri: un gruppo di sostenitori del «popolo viola» che si riunisce di fronte al carcere di Rebibbia, a Roma, per festeggiare con i cannoli siciliani l’ingresso in carcere dell’ex governatore della Sicilia Totò Cuffaro. Un altro episodio significativo è la gazzarra con lancio di monetine scatenata a Lissone da alcuni manifestanti che protestavano contro l’intitolazione di una piazza a Bettino Craxi. Sono due schegge incandescenti del magma anti-berlusconiano, un intruglio di qualunquismo e giustizialismo senza cultura.

Le monetine. Craxi. Proprio nei giorni in cui si commemora la morte dell’ex segretario del Psi, dobbiamo tornare a quel 30 aprile 1993. Bettino esce dall’Hotel Raphael, vicino a Piazza Navona. I manifestanti lo sommergono di fischi e lanci di lirette sonanti. È la metafora della fine della Prima Repubblica che, paradossalmente, apre le porte all’era Berlusconi.

«L’operazione Craxi» è in corso, i pezzi sulla scacchiera sono in rapido movimento. A Repubblica, unico soggetto davvero intelligente e con una reale forza nel mondo della sinistra, l’hanno capito e cercano – giustamente, dal loro punto di vista – di liquidare il grigio e inetto Pierluigi Bersani per tornare, via benedizione di Eugenio Scalfari, a una leadership spendibile, quella di Walter Veltroni. Riusciranno nell’impresa di far fare a Silvio la fine che fu di Bettino? Certo è il fatto che la sfilata di maschere che oggi chiede al Cavaliere di andarsene con ignominia è la stessa che chiedeva al «Cinghialone» di dimettersi, di andare dai magistrati e finire i suoi giorni ai ceppi.

Il flash back è una carrellata impressionante, molto istruttiva, su ciò che accadde ieri e quel che sarà il nostro domani.

 

Gianfranco Fini

Il presidente della Camera ha deliziato la sua destra immaginaria con questa frase: «Il buon nome dell’Italia da qualche tempo a questa parte viene sottoposto a dure critiche per comportamenti di chi l’Italia la rappresenta». Sbaglia Fabrizio Cicchitto a commentare così la sortita del capo di Fli: «Credevamo che fosse una dichiarazione di Di Pietro, invece è una dichiarazione di Ganfranco Fini». In realtà non vi è nessuna stranezza, Fini il 22 gennaio del 2011 è tornato a vestire i panni di quel che era il 30 aprile del 1993: un forcaiolo. Mentre Craxi usciva dal Raphael, Fini allora erede di Almirante e segretario del Movimento Sociale Italiano, in quelle ore teneva una conferenza stampa per dire che non si poteva tenere più in vita quel Parlamento. Stava esattamente dove si ritrova oggi: con Di Pietro. Il retroterra culturale – parola grossa – di Fini è questo, non a caso oggi si ritrova in squadra un Granata qualunque e non prova alcun imbarazzo. Come ricorda Edoardo Crisafulli nello splendido volume “Le ceneri di Craxi” (Rubettino Editore) «c’è una perfetta congenialità tra giustizialismo e post-fascismo».

Antonio Di Pietro

Tonino è il motore di tutto. Di ieri, oggi e anche di domani. Non è al volante, ma la cinghia di trasmissione, l’iniezione e i pistoni sono roba made in Montenero di Bisaccia. Fu la sua azione quando era sostituto procuratore a Milano ad avviare la stagione di Mani Pulite. Fu lui a dare più credibilità politica a un pool di Mani Pulite (non scioperò mentre gli altri magistrati stavano a casa) con la trazione integrale a sinistra. Fu lui a liquidare Craxi. Fu lui a dimettersi dalla magistratura per continuare la guerra giudiziaria con altri mezzi, cioè quelli della politica.

Di Pietro è un personaggio complesso, non lo si può dipingere in modo manicheo, è piuttosto lo snodo di molti eventi, un uomo per niente banale, può litigare con la sintassi ma è capace di mettere insieme pezzi di un puzzle molto complesso. Ha demolito il sistema e su quelle ceneri ha costruito non un semplice soggetto politico, ma un mondo parallelo che sta tritando quel che resta dei partiti.

Walter Veltroni

Ai tempi di Mani Pulite era il direttore dell’Unità. Muoveva già i fili e studiava da affabulatore e leader del centrosinistra. Il suo giornale martellava Bettino e lavorava per spandere in lungo e in largo il verbo delle procure della Repubblica. Su Veltroni ha ragione Scalfari: «Possiede un “in più″ che nessuno degli altri ha: è capace di evocare un sogno». In questo Walter è il più berlusconiano di tutti, ma anche (ops!) l’unico capace di affermare che «si poteva stare nel Pci senza essere comunisti. Era possibile, è stato così». Uno che può stare in un partito che crede nel socialismo reale, vota per quello ma pensa ad altro. Dirigeva il giornale che voleva la fine di Bettino ma poi affermò: «Craxi interpretò meglio di ogni altro uomo politico come la società italiana stava cambiando». Commovente. Farà il narratore pubblico di Utopia ma sarà costretto a lanciare un altro nome per Palazzo Chigi.

Eugenio Scalfari

Un fuoriclasse. Ieri su Repubblica ha dato il la al prossimo concertone della sinistra. Ha affondato Bersani e baciato in fronte Veltroni. Solitamene queste operazioni con il suo placet finiscono male, ma non ci sono dubbi che Eugenio resti il padre nobile delle manovre più affascinanti. È sopravvissuto a tutto, ha visto morire Bettino, naufragare Andreotti, finire nel dimenticatoio De Mita, evaporare uno ad uno tutti i suoi miti (fascisti, radicali, liberali, repubblicani, socialisti, democristiani, democratici). Lui resta, sempre. La caduta di Berlusconi sarà il compimento dell’opera omnia.

Massimo D’Alema

Era capogruppo del Pds ai tempi delle monetine contro Craxi. Partecipò alla demolizione del leader del Psi poi, magnanimo, qualche anno dopo disse che visto che era in fin di vita, che lui «non aveva nulla in contrario a un ricovero in Italia». Come tante delle cose dalemiane, le sue parole furono un rintocco a morto. Vuole il presidente del Consiglio al Copasir per parlare del lettone di Putin. Anche nel caso di Berlusconi, dirà qualcosa di riformista quando non servirà più a nessuno. Nemmeno a lui.

Giorgio Napolitano

Era presidente della Camera ai tempi di Mani Pulite. Sotto il suo sguardo fu demolito l’articolo 68 della Costituzione, quello che i padri della Carta fondamentale avevano previsto per evitare il dispotismo della magistratura nei confronti della politica. Terza carica dello Stato allora, oggi è la prima. Dalla presidenza della Repubblica fa quello che faceva ieri: osserva quel che accade.

Ce la farà Berlusconi a superare tutto questo? Quel che oggi è chiaro è lo scenario: il 14 dicembre scorso Fini scatenò la fanteria per far cadere il Cavaliere. Ha dovuto battere in ritirata. Fallito l’assalto dei fanti, è partito quello della cavalleria corazzata. Bisogna solo vedere se la potenza di fuoco contro il premier è tutta qui o nella Santa Barbara c’è davvero un’arma mediatica capace di portare al successo «l’operazione Craxi». Mario sechi, Il Tempo, 24 gennaio 2011.

Che una “operazione Craxi” sia in corso non v’è dubbio. Come è altrettanto chiaro che a portarla avanti siano le stesse identiche persone di 17 anni fa, con le stresse modalità e le stesse armi: da una parte la magistratura politicante e dall’altra la stampa. Ma dubitiamo che il risultato possa essere uguale. Craxi, che come Leone e lo stesso Cossiga, aggredito in vita, abbia ricevuto in morte riabilitaizoni se non giudiziarie sicuramente politiche, non era in grado di  contrapporre alcunchè ai nemici, di destra e di sinistra, quelli di destra  (leggi MSI) che avevano beneficiato del primo sdoganamento proprio  grazie a lui, e quelli di sinistra che non gli perdonavano di averli abilitati a livello europea tra i partiti democratici. E per di più, molti dello stesso partito di Craxi, si diedero alla fuga, gambe in spalle, per salvare se stessi e non essere travolti e qualcuno pure ci riuscì, come Amato, ancor oggi “sempre presente” e molti altri, proprio fra gli amici  e collaboratori più vicini a Craxi.  Craxi fu, in un certo senso, causa del suo male. Diverso è lo scenario  di oggi. Se è pur vero che alcuni dei beneficiati di Bberlusconi sono in prima fila ad attendere che egli spri l’ultimo respiro politico, è anche vero che tutto il PDL fa quadrato intorno a Berluscni, il quale, a sua volta, nè fugge nè si arrende. Sarà una dura battaglia ma alla fine  non vi sarà una seconda edizione del caso  Craxi. g.