L’ULTIMA FOLLIA DI FINI: BERLUSCONI SI DIMETTA

Pubblicato il 24 gennaio, 2011 in Politica | Nessun commento »

L’ultima follia di Fini:
Berlusconi si dimetta

Gianfranco Fini Gianfranco Fini chiede le dimissioni di Silvio Berlusconi. Tradotto, vuol dire che il presidente della Camera, eletto con i voti della maggioranza, vuole che il premier, che è anche il leader di quella maggioranza, lasci il suo incarico. Un fatto che non ha precedenti nella storia della Repubblica italiana. Uno sgarbo istituzionale, e politico, che fa capire come ormai il capo di Futuro e Libertà pensi che il Cavaliere sia a un passo dalla caduta.

Per settimane, dopo il voto del 14 dicembre, Fini è infatti rimasto in silenzio a digerire lo smacco subìto alla Camera. Con i suoi si è preparato a una lunga lotta di logoramento nei confronti di Berlusconi. Ma il caso Ruby sembra aver ridato fiato alla sua speranza di una fine anticipata del premier. Così sabato da Reggio Calabria è tornato ad attaccarlo violentemente e ieri ha piazzato l’affondo finale: Berlusconi si deve dimettere. Lo ha fatto con un’intervista al Corriere Adriatico alla vigilia del primo congresso regionale di Futuro e Libertà nelle Marche che si svolgerà ad Ancona. Lei, è la domanda del quotidiano, ha osservato un silenzio istituzionale sul Rubygate, ma gli esponenti di Fli in più occasioni hanno parlato di necessità di dimissioni del premier. Cosa ne pensa? «Ovviamente – è stata la risposta del presidente della Camera – condivido le loro dichiarazioni».

Incurante di tutte le volte che è stato chiesto a lui di dimettersi dopo la vicenda della casa di Montecarlo – invito al quale Fini ha sempre risposto dicendo di non avere alcuna intenzione di lasciare il suo incarico non avendo nulla da doversi rimproverare – il leader di Futuro e Libertà stavolta ha giocato a ribaltare la situazione. Berlusconi, che ha passato il fine settimana ad Arcore, ai suoi ha detto di essere «disgustato» del comportamento del suo ex alleato. E di essere ormai convinto che l’unico obiettivo di Gianfranco è farlo cadere. Alla faccia di qualsiasi responsabilità istituzionale. Contro Fini ieri è sceso in campo tutto il Pdl. «Con questa richiesta – attacca il capogruppo alla Camera Fabrizio Cicchitto – Fini dimostra di non essere affatto super partes. Piuttosto deve essere lui a dimettersi da presidente della Camera per condurre a viso aperto la sua battaglia politica senza godere di una posizione istituzionale che di per sè invece lo pone al di sopra delle parti».

Nella vicenda interviene anche il ministro degli esteri Franco Frattini. «Abbiamo una situazione molto curiosa, di un presidente della Camera che è diventato il capo di una fazione, di un piccolo partito. Quindi semmai la stranezza è questa. Il presidente del Consiglio ha un consenso forte degli italiani, ha il dovere di governare». E contro Fini si è mosso anche il Movimento per l’Italia di Daniela Santanché che ha organizzato per mercoledì davanti alla Camera un sit in dalle quattro di pomeriggio alle otto sera per chiedere che il leader di Fli lascia la sua poltrona.

A difenderlo è rimasto Pier Ferdinando Casini che ha approfittato della polemica per attaccare ancora una volta il Cavaliere: «Quello di Berlusconi è un autogolpe, basta con l’alterazione della realtà. Si è lamentato di un colpo di Stato di Fini ma è stato lui a cacciarlo dal Pdl». E Italo Bocchino, capogruppo di Fli alla Camera si dichiara addirittura scandalizzato che qualcuno possa chiedere al suo Gianfranco e non al Cavaliere di farsi da parte: «Chiedere le dimissioni politiche di Fini mentre la stampa nazionale e internazionale si occupa del Bunga Bunga di Berlusconi, è da incoscienti». Paolo Zappitelli, Il Tempo, 24 gennaio 2011

………Insomma….siamo alle comiche finali, verrebbe voglia di dire. Fini e Casini, gli ultra graziati da Berlusconi, sino a ieri nemici per la pelle l’uno ell’altro, entrambi da sempre in corsa per una eredità, quella di Berlusconi, che, chissà perchè consideano “cosa loro”,  approfittano della gogna mediatica cui è sottoposto il capo del governo per chiederne le dimissioni. L’uno, l’ex fascista tutto d’un pezzo, dimentica che Berlusocni è stato eletto da milioni di cittadini e che lui, invece, è stato eletto presidente della Camera da una parte e solo con i voti della maggioranza di cui ora dice peste e corna. Un altro, che avesse un briciolo di dignità politica, si sarebbe dimesso il giorno dopo perchè incompatibile, moralmente ed eticamente oltre che politicamente, dalla carica in virtù della quale ora gira l’Italia a spese pubbliche ma per fare propaganda privata. Ma Fini non conosce la dignità politica e anzi della politica è sempre stato miracolato. Non gli è da meno Casini che pretende, dall’alto di che non si sa, che Berlusconi si tiri indietro e il PDL, il partito che Berlusocni ha fondato e che di Berlusconi è l’immagine politica, dia appoggio ad un esecutivo del quale, dice Casini “noi potremmo far parte”. Si consoli Casini, perchè non v’è trippa per i gatti, come si dice a Roma, e il governo PDL-LEGA, presieduto da Berlusocni o va avanti oppure va al voto per riaffidare agli elettori il diritto dovere di scegliere chi debba governarli. Di certo non saranno scelti nè lui, nè Fini. g.

CASO CUFFARO: UN ARRESTO. TANTI IPOCRITI.

Pubblicato il 24 gennaio, 2011 in Giustizia | Nessun commento »

Totò Cuffaro La sentenza della Cassazione chiude un processo a Salvatore Cuffaro (che ha un altro procedimento in corso), ma apre un problema politico e istituzionale gigantesco. Siamo arrivati a un tale livello di follia collettiva si sono così intricati i rapporti fra politica e giustizia, che si può assistere allo spettacolo del partito in cui Cuffaro milita, un partito d’opposizione, l’Unione di Centro, assieme al quale si schiera la maggioranza di centro destra, che solidarizzano con il condannato, pur affermando di rispettare la sentenza. Come se il rispetto delle sentenze possa consistere nell’eseguirne il dispositivo e considerarne falso il contenuto. Già, perché se si giudica, come la sentenza fa, Cuffaro un politico che, approfittando della sua posizione, ha favorito la mafia, allora quel giudizio ricade sul suo partito e sui suoi amici, che, oltre tutto, si trovano in Parlamento grazie al determinate contributo dei voti cuffariani. Insomma, la via dell’«umano dispiacere», scelta da Pier Ferdinando Casini e Marco Follini, non sta in piedi.

La solidarietà espressa da Fabrizio Cicchitto e Gaetano Quagliarello non può essere letta se non come un contrasto totale con il merito e il dispositivo della sentenza. Da ieri definitiva. È molto, ma non basta. Perché la via della condanna è stata scelta dalla Corte di cassazione, confermando la sentenza di secondo grado, dopo che il procuratore generale, ovvero colui il quale rappresenta le ragioni della sentenza di merito e, quindi, la pretesa punitiva dello Stato, aveva sostenuto, argomentando nel dettaglio, che l’aggravante mafiosa non era affatto provata. Insomma: è vero che Cuffaro passò delle notizie a Michele Aiello, è vero che aderì ad alcune sue raccomandazioni, ma lo fece pensando di rendere piaceri ad un uomo potente, non di favorire gli interessi della mafia. Che Cuffaro fosse consapevole di questo, secondo il procuratore generale, non era stato accertato dal processo e, quindi, aveva invitato la Corte a rinviare la posizione dell’ex governatore siciliano, ora anche ex senatore.

Ma i giudici, appunto, sono stati di diverso avviso. E qui si apre una questione: è il procuratore generale, Giovanni Galati, ad aver preso lucciole per lanterne, o le due sentenze di merito ad avere indotto la cassazione a non indebolire l’impianto accusatorio? La vedo così: se l’accusatore riconosce alcune ragioni, importanti, dell’accusato è segno che si tratta di un procuratore onesto e coraggioso, ma se la sentenza gli dà torto, affermando che la pena da scontare è superiore a quella da lui richiesta, allora è un incapace. Qualcuno ha sbagliato, ed è bene che si sappia. Il nostro discorso civile si è così corrotto, ci si è così abituati a vedere politici che cercano di evitare il processo e assassini che fanno marameo da lontano, che sembra accettabile esprimere un rispetto formale e un dissenso sostanziale. Invece no, non si può. Io posso ben dire che una sentenza è sbagliata, posso giudicarla malissimo, possono dire che i giudici non ci hanno capito niente, senza per questo far venire meno il rispetto per la giustizia. Qui,

invece, si è ribaltato tutto: quelli che invocano sempre le toghe ti danno del delinquente anche dopo che ti hanno assolto e quelli che sono amici dei condannati si dicono solidali, ma rispettosi. Non ha senso. Gli uni e gli altri testimoniano la morte della giustizia. Gli amici politici di Cuffaro non hanno scelta: o lo rinnegano, oppure affermano, a chiare lettere, che le sentenze (primo e secondo grado più cassazione) sono sbagliate. Chinano il capo davanti alla pena da scontarsi, come saggiamente ha fatto il diretto interessato (con anche un toccante riferimento alla propria cultura e ai figli), ma tengono la testa alta al cospetto di un giudizio che condanna anche loro, contrastandolo. La via scelta, invece, è un codardo sgattaiolare. Che è inguardabile dal punto di vista della stoffa personale, ma anche cieco da quello politico.

Difatti, il successore di Cuffaro alla Presidenza della Regione siciliana, Raffaele Lombardo, è attualmente in carica grazie all’appoggio del Partito Democratico, che alle elezioni lo aveva avversato. Lasciamo perdere i trasformismi. Lombardo provvide, fin dall’inizio, a mettere in giunta magistrati della procura di Palermo (anche colui il quale sostenne l’accusa contro il carabiniere Carmelo Canale, avendo tre volte torto), ma non per questo è riuscito a controllare il fronte giudiziario, tanto che si ritrova indagato per mafia. Posto che Lombardo è innocente, posto che il Pd applica a intermittenza il principio delle dimissioni cautelari, che succede se, per malaugurata ipotesi, fosse condannato? Gli manifestano solidarietà umana, rispettando quelli che ne hanno accertato la mafiosità? Ci arriva un cretino a capire che è assurdo, ma non ci arriva una classe politica che se le fa sotto e non è degna d’essere considerata classe dirigente. Davide Giacalone, Il Tempo, 23 gennaio 2011

……Davide Giacalone, autorevole notista politico de Il Tempo, nell’articolo che pubblichiamo,  ha usato,  ovviamente  meglio di noi, le argomentazioni  da noi esposte a proposito del caso del sen.  Cuffaro nella nota del 22 gennaio intitolata: da Casini a  Fini la fiera  delle ipocrisie.   Ci fa piacere di non essere stati i soli a farvi riferimento.  g.

L’OBIETTIVO DEI GIUDICI E’ IL PROCESSO POLITICO

Pubblicato il 23 gennaio, 2011 in Politica | Nessun commento »

Gianfranco Fini Gianfranco Fini, mescolando ancora una volta i ruoli di presidente della Camera e di capo-fazione, si aggrappa grottescamente alla Procura di Milano per tentare una rivincita politica su Silvio Berlusconi dopo aver fallito il suo assalto politico e parlamentare il 14 dicembre. Egli si è unito ai vari Bersani, Veltroni e Di Pietro per accusare ieri il presidente del Consiglio, in un comizio a Reggio Calabria, di voler tradurre in una inaccettabile «impunità» il suo forte consenso elettorale. E si è vantato di avergli impedito, quando gli era alleato di governo, la riforma del cosiddetto processo breve ed altre modifiche al sistema giudiziario. Fini ha insomma coperto le forzature commesse dalla Procura milanese nell’affare Ruby. Che sono ormai tante e di tale evidenza, avvertite sotto voce anche nella scomposta opposizione, che il processo giudiziario al Cavaliere è seriamente compromesso. Ma il processo in un’aula di giustizia, per quanto lo perseguano con rito addirittura immediato, sembra non essere mai stato il vero obbiettivo degli inquirenti. Ha prevalso e prevale, come dimostra anche l’ultimo intervento di Fini, un altro processo: quello mediatico e politico, che prescinde dai tre gradi di giudizio contemplati nel codice di procedura penale ed è ovviamente di condanna immediata e definitiva. Oltre a danneggiarne l’immagine, più ancora di quanto avessero potuto o voluto fare con gli altri procedimenti intentati contro di lui in un arco di oltre sedici anni, gli inquirenti di Milano hanno riempito d’indebita zavorra l’operazione politica avviata da Berlusconi per allargare la sua maggioranza parlamentare proprio dopo il fallimento dell’assalto di Fini.

Delle varie e non certo casuali forzature compiute dalla Procura di Milano nella offensiva giudiziaria contro il presidente del Consiglo per prostituzione minorile e concussione, e al netto degli errori di comportamento sicuramente commessi dal Cavaliere, mi limito a indicarne una sola con parole né di Berlusconi, né di Niccolò Ghedini e degli altri suoi legali. Voglio ricordare che cosa ha detto in una intervista alla Discussione, una ormai piccola ma storica testata democristiana, Giovanni Pellegrino. Che non è soltanto un noto ed apprezzato avvocato, ma anche un esponente del maggiore partito d’opposizione, già parlamentare e presidente prima della giunta delle elezioni e delle immunità parlamentari del Senato, poi della commissione bicamerale d’inchiesta sulle stragi: un politico insomma che s’intende di leggi, sicuramente più del segretario del suo Pd e dei predecessori. «Personalmente – egli ha osservato parlando della Procura di Milano – non mi sarei andato a ficcare nell’impasse del tribunale dei ministri con la sottile distinzione tra abuso di funzione e abuso di qualità. Avrei rinviato al tribunale dei ministri, che del resto è composto da magistrati».

«A volte la prudenza -ha aggiunto- è la migliore delle astuzie. Non si può offrire a uno come Ghedini un assist del genere». Pellegrino ha inoltre rimproverato al capo della Procura milanese, Edmondo Bruti Liberati, di non aver saputo imporre «il principio gerarchico» ai suoi sottoposti. Che in questo brutto affare gli hanno preso forse la mano, sino a smentire la «regolarità» da lui riconosciuta publicamente alla condotta della Questura di Milano, dopo le telefonate di Berlusconi, per l’affidamento dell’allora minorenne Ruby durante quella dannata notte fra il 27 e il 28 maggio 2010. Della concussione, la Procura non avvertì allora neppure l’ombra. Francesco Damato, Il Tempo, 23 gennaio 2011

PREPARANO LA GHIGLIOTTINA, l’editoriale di Mario sechi

Pubblicato il 23 gennaio, 2011 in Politica | Nessun commento »

Silvio Berlusconi Roma, basilica della Minerva, vicino al Pantheon. Un politico è seduto sui banchi della chiesa, prega di fronte alla Vergine Maria. Esce. Saluta i cronisti. Sale in macchina. Destinazione carcere di Rebibbia. Alle 16.35 di un pomeriggio grigio e piovoso Totò Cuffaro non è più un uomo libero. È una scena carica di dolore, intrisa di pietas.

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Stesso giorno, stesso pomeriggio piovoso, stesso penitenziario dove sono rinchiusi essere umani. Un’entità di uomini e donne che si fa chiamare «popolo viola» festeggia l’ingresso in carcere di Cuffaro offrendo cannoli. Niente dolore. Niente pietas.

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Stesso giorno, stesso pomeriggio, altra metropoli. Genova, università degli Studi. Roberto Saviano riceve una laurea honoris causa in giurisprudenza. Ringrazia. E nel momento solenne della celebrazione dedica il riconoscimento ai magistrati della procura di Milano che indagano contro Berlusconi. Nessun umanissimo dubbio su dove sia il torto e il diritto. Niente pietas.

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Altra città, le tenebre si sono fatte avanti, è sera, è l’ora degli sciacalli. Reggio Calabria, parla Gianfranco Fini: «Il giustizialismo è un male, ma non può esserci giustizialismo quando si ribadisce che la presunzione di innocenza non possa essere confusa con la presunzione di impunità». Immagino sia lo stesso Fini che quando l’ex moglie fu indagata disse: «Le gogne mediatiche non fanno onore a chi le mette in campo». Niente pietas.

Una serie di fatti distinti, storie in apparenza lontane l’una dall’altra, ma in realtà con un terribile tratto comune: il rumore sordo della cavalcata dei mozzaorecchi, il rullo dei tamburi degli squadroni che portano i ceppi, il digrignare di denti e la bava alla bocca di chi urla «nessuna pietà». Ha ragione la tostissima Marina Berlusconi quando dice che le parole di Saviano le fanno «orrore», ma vorrei ricordarle che quella cultura talebana, intollerante, giustizialista, illiberale, a senso unico, è ben veicolata proprio dalla Mondadori, la sua casa editrice che, en passant, pubblica Saviano e molti altri paladini della libertà. Faccia uno sforzo, lasci perdere i guru del marketing di Segrate e scorra con attenzione le collane di libri, saggi, romanzi e tutto il resto della paccottiglia da libreria da rive gauche che sfornano quelli del laghetto. Scoprirà che il pluralismo culturale è ben diverso dalla narrazione di una società a una dimensione costruita con i soldi del Cavaliere Nero. Voglio esser chiaro, a costo di scartavetrare le parole. A Berlusconi non è stato risparmiato nulla, ma anche lui non si è risparmiato nulla. Doveva essere un falco, è rimasto una colomba. La sua avventura politica resta incompiuta proprio perché non ha fatto le riforme più dure e coraggiose.

Serviva una dose massiccia di reaganismo e thatcherismo per smantellare il sistema che impedisce all’Italia di crescere come potrebbe. Abbiamo atteso invano. È dovuto arrivare sedici anni dopo un signore che si chiama Sergio Marchionne per far saltare il sistema corporativo. Silvio invece ha perso tempo a mediare, a occuparsi di cose che non servivano a niente, a vedere improbabili amici e aspiranti cortigiani che gli hanno procurato solo guai e rotture di scatole. Doveva usare il napalm per defoliare la giungla dello Stato parassita ed entrare nel pantheon dei riformatori al titanio, rischiamo di vederlo ricordato solo per le evoluzioni arcoriane con quella sventolona della Nicole Minetti. Eppure, se si lasciano perdere i cani rabbiosi che abbaiano e mostrano le zanne, la vista dei suoi accusatori fa riflettere. I tifosi dei tribunali del popolo sono antropologicamente contrari all’idea di democrazia. Sono una massa informe che se ti vede per strada ti sputa addosso perché la pensi diversamente, perché sostieni che le ipotesi di reato restano ipotesi finché non c’è una sentenza definitiva; perché ricordi loro che tutti sono presunti innocenti fino al terzo grado di giudizio; perché fai presente che la presunzione di colpevolezza non si è mai trasformata in voti vincenti; perché en passant fai notare che tutte le accuse vanno provate; perché in punta di diritto il pm è una parte, quella dell’accusa, e non il giudice terzo; perché spieghi sommessamente che i governi cadono per mano degli elettori non delle procure che selezionano i bersagli politici; perché dici che è una barbarie pubblicare online il numero di telefonino del presidente del Consiglio o di qualsiasi altro cittadino per poi procedere a un insultificio elettronico; perché fino a prova contraria in casa propria ognuno di noi fa quel che crede finché non limita la libertà di un altro. Il problema è che sta saltando tutto e forse è davvero troppo tardi. Nei Paesi decenti sono abituati a mettere a posto anche l’indecenza con una soluzione a presa rapida che si chiama «ragion di Stato».

Qui non esiste né lo Stato né tantomeno la ragione, perché i nuovi giacobini sono impegnati a issare la ghigliottina virtuale e ne sono fieri. Nei prossimi giorni usciranno altri verbali, altre intercettazioni e foto sul Cavaliere a luci rosse. Poi passeranno alla fase delle monetine in piazza e al giudizio sommario, è solo una questione di tempo. Ho già visto montare questo clima durante Mani Pulite. Ne ho un ricordo vivissimo. Arresti in massa. Manette. Suicidi. Fughe. Esili. Vigliaccate. E un’opinione pubblica che chiedeva la testa dei segretari politici del Caf (Craxi, Andreotti e Forlani) in nome di una rivoluzione che in poco tempo si rivelò falsa e strumentale. La differenza tra ieri e oggi è che ieri la caccia al «Cinghialone» (Craxi) avveniva in presenza di uno scollamento fortissimo tra l’opinione pubblica e i leader di partito, mentre oggi la caccia al Cavaliere e alla politica tout court (non si illudano le altre sagome del Palazzo, la stessa furia colpirà anche loro) si svolge in uno scenario in cui gli elettori sostengono le proprie fazioni e i consensi di Berlusconi per ora sono solidi. Per questo una caduta rovinosa del Cavaliere oggi sarebbe un evento traumatico come pochi, un problema istituzionale che non si risolverebbe voltando pagina e facendo finta di niente.

Avanti così, senza una soluzione e un soft landing per il premier, sarà un disastro assicurato. Mi viene in mente uno straordinario testo teatrale di Georg Buchner, «La morte di Danton». Qui si racconta come Robespierre decida di decapitare Georges Jacques Danton, uno dei protagonisti della Rivoluzione francese. Viene fatto tutto in fretta e furia, non c’è bisogno di prova e processo, perché «la rivoluzione sociale non è ancora finita, chi fa una rivoluzione a metà si scava da sé la propria fossa. La buona società non è ancora morta, la sana forza popolare si deve mettere al posto di questa classe rovinata in ogni senso. Il vizio dev’essere punito, la virtù deve dominare per mezzo del terrore». Buona fortuna, Italia. Mario Sechi, Il Tempo, 23 gennaio 2011

………..l’analisi del direttore de Il Tempo è come sempre lucida e stringente, altrettanto lo scenario che descrive. Come “azzeccati”, sebbene non esaustivi, i riferimenti a Cuffaro, a Saviano, a Fini e alla di lui ex moglie, indagata nell’ambito della sanità laziale, per cui Fini, val la pena di riepterlo, dichiarò che “le gogne mediatiche non fanno onore a chi le mette in campo”. Lasciata la moglie per una più giovane e più alla  moda, ora per Fini le gogne mediatiche fanno onore a chi le mette in campo e disonore per chi ne è vittima, e poco importa se le gogne siano o meno veritiere e/o fondate. Questo è lo scenario che è sotto gli occhi di tutti che sgomenti si chiedono, come fa Sechi fra le riga del suo editoriale, cosa ne ricaveranno, dopo!, quelli  che ora si compiacciono del disdoro che ricade sull’Italia a causa  di questo indegno e scomposto scavare nelle cose private della gente. Forse non ne ricaveranno nulla, forse si brucieranno le dita e non solo, ma a costoro, squallidi epigoni di un  massimalismo fuori della storia,  importa solo “avere ragione” e dopo 17 anni riprendere da dove erano stati interrotti per via della discesa in campo di Berlusconi: dalla potente macchina da guerra di Occhetto, trasformata, ora, in una potente macchina di fango. Davvero, buona fortuna Italia! g.


MARINA BERLUSCONI DIFENDE IL PADRE: L’ORGOGLIO DI UNA FIGLIA PER LA QUALE LA DIGNITA’ VALE PIU’ DELLA DIPLOMAZIA

Pubblicato il 23 gennaio, 2011 in Costume, Cronaca | Nessun commento »

«Provo orrore». La sintassi è priva di fronzoli, scorticata da morbidi giri di parole. Ha l’urgenza di una che ha altre urgenze. Perciò poco importa se il commento di Marina Berlusconi (presidente di Fininvest e Mondadori) sulle esternazioni di Roberto Saviano (che in occasione della sua laurea honoris causa, ha osannato i giudici di Milano che stanno indagando sul Cavaliere) potranno far desistere lo stesso Saviano dal continuare la collaborazione con la casa editrice guidata dalla primogenita del premier.

Poco importa se Saviano ha guadagnato moltissimi soldi con il colosso di Segrate e il colosso di Segrate ha guadagnato molti soldi con Saviano. E poco importa persino che Marina Berlusconi sia l’unica italiana nella top-50 di «Forbes» (al dodicesimo posto) delle donne manager più potenti al mondo, piedistallo che di norma ci si guadagna (e si mantiene) con una buona dose di cinismo e di inclemente senso pratico.

A un certo punto, su tutto il resto, evidentemente vince la dignità di figlia. Perché Berlusconi, per quanto in questi giorni la cosa possa essere oggetto di facili ironie, ha una famiglia. E quando «arrivano i nemici», sono poche le persone sulle quali puoi contare per mettere «i carri in cerchio». Ieri Marina lo ha fatto. Con una frase priva di calcolo, di diplomazia, di convenienza. Era per suo padre «quell’orrore» verso Saviano. E come le è arrivato in gola, l’ha risputato fuori. A costo di inciampare, e di perdere un gradino, nella classifica di «Forbes».

DOPO PRIAPO CI ASPETTANO SOLO LE “MEZZEPIPPE”

Pubblicato il 23 gennaio, 2011 in Costume | Nessun commento »

Quando Berlusconi mollerà, tirerò un sospiro di sollievo perché il sesso non sarà più organo di Stato, non andrà più in viva voce nel pianeta, non servirà più per abbattere i governi e far scattare allarmi costituzionali, ma riguarderà so­lo intimi piaceri e vite private. Quando Berlusconi mollerà, tirerò un sospiro di sollievo perché i magistrati mammasan­tissima non avranno più alibi per deci­dere sui governi, la tv, la vita e il voto de­gli italiani. Dovranno occuparsi di giusti­zia e non origliare sesso, dovranno far funzionare i tribunali e non sfasciare i governi.

Quando Berlusconi mollerà, sarò feli­ce perché Di Pietro, l’Italia dei livori, i media e gli altri dovranno trovarsi un mestiere, avendo perso la loro unica ra­gione pubblica d’esistere. E in tv non ve­dremo più Porca a Porca. Quando Berlu­sconi mollerà, sarò felice perché la sini­stra non potrà più campare sulle erezio­ni del premier satiro. Quando Berlusco­ni mollerà, sarò felice perché le Tre Gra­zie Gian Pier Fran, indossatori del Nul­la, dovranno dire da che parte stanno e non potranno più gufare sugli errori e sulle zoccole altrui. La satiriasi è una ma­­lattia ma non vale una crisi al buio che inguaia l’Italia intera. Se Berlusconi è il male, i suddetti sono nell’ordine il Peg­gio, il Vuoto e il Nulla. Il Peggio è il Paese che odia, il Vuoto è la sinistra che man­ca, il Nulla è il terzismo che affumica.

Dicono in coro che ci vuole decoro. Giusto. Ma il decoro è una categoria eti­ca, in parte politica, per nulla giudizia­ria. Non sono i giudici a sanzionarlo. Mi­sura il contegno, non la fedina penale. Se è in gioco la morale si esprimano con­danne morali, non penali né politiche. Perfino Kant diceva «la legge morale dentro di me», mica invocava magistra­ti, gendarmi e parlamento. Il priapismo è un male antico del potere e non è tra i più gravi. E il decoro dei politici non ri­guarda solo i peccati di sesso, ma il ri­spetto dei ruoli e del popolo sovrano, l’uso e l’abuso delle risorse pubbliche, la lealtà. Quando resteranno i decorosi, i decorati, i decoratori, capiremo cosa ci siamo risparmiati in questi anni. Dopo Priapo verranno le mezzeseghe. Il Giornale, 23 gennaio 2011

L’EDITORIALE “BERLUSCONI E’ MORTO MA I PORNO PM NO”, di Alessandro Sallusti

Pubblicato il 23 gennaio, 2011 in Politica | Nessun commento »

È morto Silvio Berlusconi. Morto davvero, scivolando in un dirupo sulle montagne del Comasco. Fini e Bersani hanno però dovuto stroz­zare in gola l’urlo di gioia. Non era lui, so­lo un omonimo. Riposti i calici, i due sono tornati a concentrarsi sull’altra notizia del giorno. Che è questa. I pm avrebbero trovato immagini definite interessanti nei computer sequestrati alle ragazze che sono transitate anche una sola volta nella villa di Arcore. Siamo anche noi ansiosi di sapere, soprattutto vedere. L’Italia è col fiato sospeso. Chiediamo ai giudici qual­che piccola anticipazione. Tipo: si tratta di scatti di nudo integrale o parziale? Ci sono posizioni spinte o solite cose viste e riviste? E ancora. Quale è stato il grado di eccitazione di pm e poliziotti, quali i loro commenti. Ne hanno fatto copie per pa­renti e amici?

Ormai siamo alla barbarie di Stato. Uno stato di polizia violento e guardone che si permette di entrare non solo nella vita, ma pure nell’intimo dei suoi sudditi. Tra persone adulte e consenzienti l’erotismo non è regolato da leggi ma da ormoni. La Procura di Milano sta violentando giova­ni ragazze molto più di quanto qualsiasi protettore possa fare con qualsiasi escort. E lo fa spendendo i nostri soldi, gli stessi che la giustizia dovrebbe usare per dare la caccia ai rapinatori che entrano nelle nostre case, agli spacciatori che offrono droga ai nostri figli fuori da scuola. Se vo­gliono vedere una donna nuda, che vada­no (cosa che sicuramente già fanno) in un sexy-shop e paghino con i loro di euro.

Questi magistrati guardoni hanno la co­pertura di politici e giornalisti che si defi­niscono liberali e garantisti. Godono a sguazzare nel pornofango della Boccassi­ni. Ma sono gli stessi che avevano definito «campagna di fango» la pubblicazione su il Giornale della foto della cucina Sca­volini nella famosa casa di Montecarlo che Fini ha svenduto al cognato. Il corpo del reato (la cucina) li fa inorridire, so­prattutto se inguaia Fini. Il corpo nudo li fa godere, soprattutto se scagliato contro Berlusconi. Alessandro Sallusti, Il Giornale, 23 gennaio 2011

DA CASINI A FINI LA FIERA DELLA IPOCRISIA

Pubblicato il 22 gennaio, 2011 in Politica | Nessun commento »

I due, da sempre in lizza e in competizione fra loro, per divenire  ciascuno “l’erede” di Berlusconi, oggi hanno dato fiato alle loro trombe e si sono esibiti come clown nel circo della ipocrisia quale è ormai la politica italiana.

Ha iniziato Casini, questa mattina, appena si è appresa la notizia che la Cassazione aveva respinto il ricorso dei legali dell’ex presidente della Sicilia, Totò Cuffaro, confermando e rendendo esecutiva la sentenza a 7 anni  di carcere per favoreggiamento aggravato alla mafia.  Cuffaro, ora senatore ex  udc, dopo la sentenza si è presentato  spontaneamente a Rebibbia e si è costituito. Subito dopo,  Casini, insieme a Follini, ha diramato un comunicato nel quale entrambi hanno espresso il convincimento che Cuffaro è innocente aggiungendo però che le sentenze si rispettano. Ora, delle due, l’una. O Cuffaro è innocente, come i due ex gemelli della covata forlaniana e democristiana si sono  dichiarati certi,  e allora la sentenza è sbagliata e non si capisce perchè debba essere rispettata, oppure la sentenza va rispettata perchè è giusta e quindi Cuffaro è colpevole. Siamo, come è evidente, alla saga della ipocrisia, al solito metodo del barcamenarsi tra l’incudine e il martello, alla solito tentativo di salvare capre e cavoli che nel caso di Cuffaro è solo il tentativo di giustificare  la lunghissima alleanza politica che ha legato entrambi, Casini e Follini, a Cuffaro,  ai cui voti essi devono la loro soppravvivenza politica ed elettorale. Noi non sappiamo se Cuffaro è innocente ma prendiamo per buona la dichiarazione di Casini (di Follini non val la pena di parlare) circa la innocenza di Cuffaro: se così è, lo ribadiamo, va da sè che la sentenza è sbagliata e se lo è vuol dire che qualcosa non funziona nella giustizia italiana, la stessa che da 17 anni tiene sotto scacco la politica italiana e la costringe ad essere subalterna del potere giudiziario che da Tangentopoli in poi si è arrogato il diritto di dettare la linea della politica. E se così fosse, Casini è responsabile anche della sentenza ingiusta che colpisce il suo (ex) amico Cuffaro perchè ha impedito al centrodestra, durante il quinquennio nel quale egli, Casini, fu presidente della Camera, di varare una riforma della giustizia che riequilibrasse i poteri e sottraesse la politica ai condizionamenti della magistratura, ripristinando, intanto, l’art. 68 della Costituzione che vollero i padri costituenti, che proprio sprovveduti non erano,  nel 1948, proprio per preservare la politica dalle intromissioni della magistratura. Così non è stato fatto, in quel quinquennio, principalmente per colpa di Casini che ora non può, a conforto di Cuffaro che stanotte dormirà in cella, e vi rimarrà a lungo,  forse innocente,  stando a ciò che dice Casini, uscirsene con la certezza che lo stesso Cuffaro è innocente e non è mafioso, anzi non è mafioso anche se potrebbe essere colpevole, ma senza l’aggravante della consapevolezza come aveva sostenuto ieri lo stesso magistrato d’accusa che pur aveva “letto le carte”.

Sin qui Casini. Dopo Casini, gli stessi ruoli, dal 2008,  li ha ricoperti Fini, sia quello di presidente della Camera, sia quello di ostacolo alla riforma della giustizia. Stamattina Berlusconi, per la prima volta dopo mesi, ha pubblicamente accusato Fini di essere responsabile di aver impedito la riforma della giustizia, anzi tutte le riforme e di aver ispirato un tentativo eversivo per ribaltare il voto del 2008 e poi tutti gli altri  che dal 2008 sino al 2010 hanno confermato a Berlusconi e al centrodestra   il consenso maggioritario degli elettori italiani. Accuse alle quali Fini ha replicato con i soliti sofismi a cui fa ricorso quando, come spesso gli capita, non argomenti seri da esporre che non siano i vaniloqui di sempre,   ma  non spiegando perchè ha impedito che andasse in porto la legge sulle intercettazioni che violano così pesantemente la vita privata dei cittadini e perchè ha impegnato i suoi pasaradan nell’azione di disturbo nella maggioranza per impedirle di portare avanti il programma di riforme, prima cfra tutte quella della giustizia,  che aveva ricevuto il voto degli elettori, ma facendo il verso, sino a giungere ad una squallida  e calcoalta scissione nel centro destra,  ai peggiori giustizialisti della sinistra, come ha osservato giustamente l’on. Cicchitto,  ossessivamente impegnata a perseguitare Berlusconi contando sull’aiuto della magistratura politicizzata.  Quella stessa che nei desideri di Fini doveva e deve aprirgli la strada alla successione di Berlusconi alla guida di un  centrodestra  che, a sentire lui, deve essere  diverso da quello berlusconiano che è solo “una caricatura”, dice Fini,  del centro destra. E’ vero,  deve essere diverso, perchè non  sarebbe il suo un  centrodestra ma al più   sarebbe la caricatura neppure del centrosinistra ma della sinistra estrema e massimalista, atea e laicista, ossessivamente giustizialista (solo per gli altri, non per chi fa avere contratti milionari in RAI alle suocere casalinghe o svende beni di partito a cognati nullafacenti  e anche un pò papponi) che ha  nella FIOM il suo portabandiera, in attesa che a prenderne il posto sia proprio Fini. Ma solo fisicamente, come portabastone. g.


MARINA BERLUSCONI: SAVIANO MI FA ORRORE

Pubblicato il 22 gennaio, 2011 in Costume | Nessun commento »


Saviano, lo abbiamo scritto, ha dedicato la laurea honoris causa conferitagli dall’Università di Genova ai pm del pool di Milano perchè “stanno vivendo momenti difficili per aver fatto il loro mestiere”. Lo scrittore ha fatto i nomi: Sangermano, Boccassini e Forno. Sono i tre magistrati che hanno aperto il fascicolo su Ruby e le ragazze invitate alle feste del premier, le tre toghe che hanno chiesto il giudizio immediato per Silvio Berlusconi per concussione e prostituzione minorile. Marina Berlusconi, presidente di Mondadori ed editore dello scrittore napoletano, commenta con parole durissime: “Mi fa letteralmente orrore che una persona come Roberto Saviano, che ha sempre dichiarato di voler dedicare ogni sua energia alla battaglia per il rispetto della libertà, della dignità delle persone e della legalità, sia arrivata a calpestare e di conseguenza a rinnegare tutto quello per cui ha sempre proclamato di battersi. Il ‘mestiere di giustizia’, come lo chiama Saviano e coloro che sono chiamati a esercitarlo non dovrebbero avere nulla a che vedere con la persecuzione personale e il fondamentalismo politico che questa vicenda mette invece tristemente, e con spudorata evidenza, sotto gli occhi di tutti”. Le parole di Marina Berluscono non hanno bisogno di alcun commento…forse solo ricordare ancora una volta che Saviano, come tutti gli ipocriti, predica bene e razzola male.

ANCHE IL PROSSIMO FARA’ LA STESSA FINE, di Mario Sechi

Pubblicato il 22 gennaio, 2011 in Politica | Nessun commento »

Silvio Berlusconi La sabbia nella clessidra sta scorrendo, i mozzaorecchi avanzano e nel Paese si aprirà uno sbrego tra le istituzioni e il blocco sociale che ha votato Berlusconi. Il Cavaliere ha commesso molti errori, ha peccato di ingenuità e imprudenza, ha mischiato allegramente la vita privata con quella istituzionale, ha sbagliato con chi accompagnarsi e s’è fidato di qualche amico più che maldestro, ma gli errori che considero gravi sono due soli: non ha fatto la riforma della giustizia (veniva prima di tutto) e non ha mai governato gli apparati che dovevano proteggere la sua figura istituzionale.
Gli scandali a luci rosse non sono una novità della Seconda Repubblica, le feste scosciate non sono un’esclusiva di Berlusconi, la storia del nostro Paese ne è zeppa. Altro che Bunga Bunga. La differenza con il passato è che la Democrazia Cristiana aveva solidi legami con la magistratura, i servizi segreti, la polizia e i carabinieri, una rete che serviva – nei momenti essenziali – a far prevalere la ragion di Stato su qualsiasi altro tipo di pulsione o tentazione deviante, personale o di gruppo organizzato. Questo sistema ha consentito al Paese di cavarsela in periodi terribili, di mantenere la stabilità e assicurare la sovranità del Parlamento, tenendo a freno il naturale dispotismo della magistratura e dello stesso governo.

Nel caso di Berlusconi – ma anche di Prodi – tutto questo è saltato. La sua abitazione è stata sottoposta per mesi a un monitoraggio costante da parte della magistratura, ma nessun apparato della sicurezza vicino a Palazzo Chigi ha tutelato l’istituzione. Prima, durante e dopo l’inchiesta di Milano. È un dato di fatto su cui riflettere per l’oggi, ma soprattutto per il domani che attende l’Italia. Chiunque andrà al posto di Berlusconi, farà la stessa fine.Mario Sechi, Il Tempo, 22 gennaio 2011