ADDIO ALL’EROE DI VERMICINO

Pubblicato il 13 gennaio, 2011 in Costume, Cronaca | Nessun commento »

Isidoro Mirabella Era il piccolo grande eroe di Mentana anche se lui, Isidoro Mirabella, deceduto sabato scorso a 81 anni, siciliano di nascita, nella cittadina garibaldina s’era trasferito «soltanto» negli anni Settanta. Mingherlino e basso di statura ma con un cuore immenso. Nella notte dell’11 giugno 1981 quando l’Italia seguiva in diretta tv da Vermicino i soccorsi per salvare Alfredino Rampi, 6 anni, caduto in un pozzo profondo 35 metri, Isidoro Mirabella si presentò volontario e vi si calò. Era il secondo giorno di tentativi per estrarre il bimbo ancora vivo e l’ottimismo iniziale cominciava a scemare.

Mirabella, detto l’Uomo Ragno, arrivò intorno alle 21 e un’ora dopo iniziò la sua discesa nel pozzo (le trivellazioni erano state fermate) con un seghetto in mano per rimuovere una tavoletta. Fallì e i vigili del fuoco gli negarono altri tentativi. Ci furono polemiche per questo. Il resto è noto, Alfredino morì nel pozzo. L’Uomo Ragno rientrò a Mentana con un peso sul cuore. «Fu una bella botta per lui – dice ora il sindaco Guido Tabanella – come lo era stata la morte improvvisa di Alfiero Bernardi l’allenatore del Mentana Calcio». Bernardi perì nel lago di Vico dove si era gettato per salvare la vita dei propri figli. Anche lui è un eroe della città di Mentana. Ma che rapporto c’era tra Isidoro e il Mentana Calcio? «Isidoro viveva in simbiosi con la squadra, era considerato la mascotte» ricorda Tabanella.

Isidoro Mirabella è morto in povertà ma «dignitosamente» sottolinea il primo cittadino. «Nell’82 si trasferì in una casetta a Castel Chiodato. Campava con la pensione minima, non ha mai chiesto niente a nessuno. Solo negli ultimi tempi qualcuno lo aiutava nelle faccende domestiche perché era solo. Lui non ha mai dato fastidio, era una persona tranquilla». Doveroso da parte dell’amministrazione comunale onorarne il ricordo, pagando tutte le spese del funerale e trovandogli degna sistemazione al cimitero di Castel Chiodato. «Isidoro ha dato lustro alla nostra città – dice Tabanella – con quel suo atto di eroismo a Vermicino. Al funerale è venuta pure la figlia che abita a Milano». Di che cosa è morto? «Era malato, credo avesse un tumore. Ma, anche nella malattia è rimasto riservato e discreto. Un eroe e anche un gran signore».

.…….Non tutto è perduto nella nostra società se c’è chi, come Mentana e il suo sindaco, sanno rendere omaggio, senza clamore e inutili sbandieramenti pubblicitari, ad un eroe sconosciuto come Isidoro  Mirabella che sotto gli occhi di Pertini tentò, senza riuscirci, di salvare la vita del povero Alfredino. Tutta l’Italia pianse ma più di tutti pianse lui. E commosse gli italiani.


PER TOGLIATTI LA CORTE COSTITUZIONALE ERA UNA “BIZZARRIA”

Pubblicato il 13 gennaio, 2011 in Giustizia, Politica | Nessun commento »

La Corte Costituzionale è già in Camera di Consiglio per deliebrare intorno alla legge ordinaria  sul “legittimo impedimento” varata dal Parlamento in attesa di legiferare con legge costituzionale la materia oggetto della legge. In attesa di conoscee la sentenza della Corte, pubblichiamo una nota che evidenzia come sin dalla discusisone nell’Assemblea Costituente questo organo abbia acceso il dibattito politico, sino ad essere definito dal Togliatti una “bizzarria2, evidentemente molto prima che lo stesso concetto fosse enunciato da Berlusconi. Ecco la nota a firma di Francesco Perfetti.

Durante la discussione generale sul progetto di Costituzione, Palmiro Togliatti parlò della istituenda Corte Costituzionale  come di una «bizzarria», come di un «organo che non si sa cosa sia e grazie alla istituzione del quale degli illustri cittadini verrebbero a essere collocati al di sopra di tutte le assemblee e di tutto il sistema del parlamento e della democrazia, per essere giudici». Le parole del leader comunista esprimevano la profonda diffidenza sua e del suo partito per un organo, pensato come tecnico e svincolato dalla politica, che essi temevano potesse diventare uno strumento in grado di condizionare o frenare l’operato del Parlamento.
Alla base di questa diffidenza c’era l’idea che si dovessero rafforzare i caratteri «giacobini» della Costituzione. Il che spiega, per esempio, l’opposizione dei comunisti alla proposta di Giovanni Leone di escludere dal diritto di eleggibilità alla Corte quei cittadini che avevano ricoperto o ricoprivano cariche politiche in quanto questa situazione avrebbe potuto limitarne la serenità di giudizio. Proprio uno dei maggiori costituenti comunisti, Renzo Laconi, replicò che sarebbe stato assurdo discriminare gli uomini in due categorie in modo tale che «da una parte siano coloro che militano nella politica e dall’altra coloro che non vi militano». D’altro canto, anche un esponente comunista di rilievo come Fausto Gullo sostenne la necessità che la Corte fosse, persino sotto il profilo della sua composizione, «un organo eminentemente politico» capace di interpretare la temperie e le tensioni politiche presenti nel Paese nella presunzione che la legge non sia affatto qualcosa di «statico e di fisso» ma abbia, «specialmente dal punto di vista politico», una sua vita e un suo dinamismo. Il richiamo alle discussioni che, all’epoca della Costituente, riguardarono il carattere, la composizione e le funzioni della futura Corte Costituzionale è opportuno, oggi, alla vigilia della sua pronuncia sulla legge sul «legittimo impedimento».
È opportuno, questo richiamo, perché quel dibattito fa intendere come il problema della «politicità» della Corte Costituzionale abbia accompagnato la nascita di quest’organo e la sua stessa storia. In fondo, l’istituzione della Corte, avvenuta nella seconda metà degli anni cinquanta, fu il risultato di una scelta tutta «politica»: l’attuazione del dettato costituzionale – il discorso vale, ovviamente, anche per altri istituti come per esempio il Csm – fu infatti lenta, tardiva e incerta. Si realizzò solo dopo che la fine del centrismo degasperiano ebbe portato una modifica degli equilibri politici e avviato la stagione della cosiddetta «partitocrazia». È più che comprensibile il fatto che la Corte Costituzionale sia, in realtà, per la sua composizione, un organo politico le cui decisioni, o sentenze, riflettono gli equilibri politici dei suoi componenti. Le indiscrezioni e i rumors che filtrano dalle ovattate sale della Consulta sul numero e persino sui nomi dei giudici che sarebbero favorevoli o contrari al ricorso sulla costituzionalità della legge sul legittimo impedimento sono una precisa indicazione del peso che la politica militante finisce per avere sulle decisioni della Corte. La quale – lo si ricorda per inciso – sul cosiddetto Lodo Alfano giunse persino (e poco contano di fronte alla realtà dei fatti le causidiche negazioni) a contraddire una sua precedente deliberazione. Non c’è affatto da scandalizzarsi se Berlusconi (o chi per lui) sostiene che la Corte attuale ha una maggioranza di sinistra: è la pura e semplice verità. Anche la sentenza sulla legge relativa al legittimo impedimento che verrà diffusa oggi – quale che sia – è una sentenza «politica».
Lo è non solo e non tanto per le conseguenze che essa potrà determinare sulla politica italiana e per le polemiche che potrà innestare, contribuendo a innalzare o a raffreddare la temperatura politica del Paese. Lo è per il fatto stesso che i giudici costituzionali abbiano accettato di pronunciarsi sulle tre ordinanze trasmesse dal Tribunale di Milano in ordine alla sospensione dei processi Berlusconi-Mills, Mediaset e Mediatrade. Da una lettura attenta delle tre ordinanze, infatti, si nota che tutte chiedono alla Corte Costituzionale di dichiarare l’incostituzionalità della legge per una presunta violazione dell’articolo 138 della Costituzione. Questo articolo di tipo «procedurale», come è noto, individua e disciplina il complesso iter di formazione delle leggi costituzionali. È intuitivo che, prima di poterne invocare la violazione, sarebbe necessario appurare se la legge contestata abbia natura costituzionale, se – in altre parole – essa abbia leso un qualche principio della Costituzione. L’invocazione dell’articolo 138, così come è stata fatta, significa, in una battuta, confondere, la medicina con la malattia perché quell’articolo ha anche, evidentemente, il carattere di sanare un eventuale vizio di costituzionalità. Un vizio che deve però essere riconosciuto. È pur vero che, delle tre ordinanze, una contesta anche la violazione dell’articolo 3 della Costituzione, quello relativo all’uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge, ma lo fa senza addurre motivazioni. Stando così le cose, i ricorsi del Tribunale di Milano avrebbero dovuto essere dichiarati «irricevibili».

È impensabile che i giudici della Corte Costituzionale non se ne siano resi conto, non abbiano rilevato un fatto del genere. È più probabile che essi, di fronte alle prevedibili reazioni mediatiche di una dichiarazione di «irricevibilità» che suonerebbe come una censura ai magistrati estensori dei ricorsi, abbiano preferito, al pari degli struzzi, mettere la testa sotto la sabbia. O, peggio, abbiano voluto effettuare una scelta interventista ben precisa. In ogni caso, questa vicenda, al di là del caso specifico relativo alla legge sul legittimo impedimento, richiama l’attenzione sulla necessità che nell’agenda delle riforme istituzionali ci sia un posto anche per un ripensamento della natura, delle funzioni, della composizione della Corte Costituzionale. Francesco Perfetti, Il Tempo, 13 gennaio 2011.

LA SINISTRA E’ DIVISA ANCHE SULLA FIAT

Pubblicato il 13 gennaio, 2011 in Economia | Nessun commento »

Alla vigilia del referendum sull’accordo FIAT-SINDACATI, la sinistra italiana riesce a dividersi anche su questo.

Il sindaco di Firenze, il rottamatore Renzi, è esplicito: “Io sono dalla parte di Marchionne”. D’Alema non si sa da che parte sia. Dice di non volere dare consigli (e chi glieli ha chiesti?) ma ribadisce che rispetta gli operai. A proposito di governo Bersani insiste: “Il governo è nelle nebbie”. Ci spieghi il leader del Pd perché l’esecutivo dovrebbe intervenire, visto che la Fiat è azienda privata e da tempo non usufruisce di soldi pubblici.

Nessuno a sinistra che abbia il coraggio di sottolineare che in tempo di crisi internazionale Marchionne vuole investire quando le aziende chiudono, vuole mettere tanti quattrini per agganciare Mirafiori alla locomotiva statunitense, là dove l’accordo coi sindacati è stato siglato in poche ore e senza drammi, scioperi, lacrime e sangue. g.

VENDOLA VA A TORINO E VIENE FISCHIATO DAGLI OPERAI

Pubblicato il 12 gennaio, 2011 in Economia | Nessun commento »

Gli operai della FIAT mostrano il Giornale e contestano Vendola: sei un traditore

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S’infiamma la polemica sul referendum di Mirafiori. A Torino, davanti alla fabbrica della Fiat, si presenta Nichi Vendola. Arriva per incontrare gli operai davanti alla porta 2 dello stabilimento. Vuole solidarizzare con loro esortandoli alla “resistenza”. Li spinge a non mollare e a respingere l’accordo voluto da Marchionne. Si aspetta di ricevere il plauso ma, a sopresa, gli operai e sindacalisti della Fismic lo contestano.  A scatenare la loro reazione è un articolo pubblicato da il Giornale dal titolo “Sopresa, Vendola a Bari fa il Marchionne”. Evidentemente imbarazzato, il governatore della Puglia ha cercato di negare l’evidenza. E naturalmente ha scaricato la colpa sul nostro quotidiano.
Poi non ha perso occasione per attaccare Palazzo Chigi. E nella foga se l’è presa anche con il Pd, accusato di non aver condiviso la sua battaglia scendendo in piazza per dire no al referendum.

I momenti di tensione sono stati documentati dalle telecamere. Ma Vendola nega l’evidenza: “Credo che abbiano litigato con gli altri delegati, non ho avuto alcuna contestazione, non li ho incontrati proprio”. Poi, stizzito, ha continuato: “Poverini, hanno preso l’articolo de Il Giornale della famiglia Berlusconi, ma il Giornale arriva con molto ritardo perché – ha provato a spiegare il governatore – i giornali pugliesi sono pieni dell’accordo strategico tra il presidente della Regione Puglia con Cgil, Cisl e Uil sulle questioni fondamentali del lavoro e dei diritti sociali”.Ma Paolo Bracalini, autore dell’articolo che ha fatto infuriare gli operai, contesta la versione di Vendola: Vendola, dice il giornalista, dovrebbe spiegare come sia riuscito a inimicarsi in Puglia tutto il sindacato, la CISL, la UIL e la stessa CGIL.

Ovviamente Vendola ha attaccato anche il governo. “Il governo – ha detto Vendola – che avrebbe dovuto svolgere il ruolo di arbitro tra le due squadre, è sceso in campo a gamba tesa dalla parte di Marchionne. Nel momento in cui il governo scende in campo contro i lavoratori è un fatto gravissimo, inaudito perché snatura anche le relazioni industriali”.

Il governatore della Puglia, evidentemente già in campagna elettorale, non ha perso l’occasione per attaccare anche il Pd. Lo ha fatto replicando a Massimo D’Alema, che lo aveva criticato per la sua decisione di presentarsi a Mirafiori: “Qualcuno del Pd è molto più pronto a bacchettare me che gli altri. Non so perché venire davanti ai cancelli di Mirafiori sia così sbagliato, penso che sia più sbagliato non venire qui”.

Da Berlino gli ha indirettamente replicato Berlusconi. “Riteniamo positivo lo sviluppo che sta prendendo la vicenda con la possibilità di un accordo tra le forze sindacali e l’azienda” e suklla Fiat ha precisato che  “la direzione è quella di una maggiore flessibilità nel lavoro”. Sempre sulla Fiat  il premier ha spiegato che in mancanza di un accordo “le imprese e gli imprenditori avrebbero buone motivazioni per spostarsi in altri paesi”.

LA MANCANZA DI ALTERNATIVA, l’editoriale di Mario sechi

Pubblicato il 12 gennaio, 2011 in Politica | Nessun commento »

Silvio Berlusconi e Sergio Marchionne Quando parliamo del futuro dell’Italia tendiamo a farlo dipendere da fattori che non sono in realtà determinanti, diamo importanza a cose che non influenzeranno le nostre vite. Ma non ci sono dubbi che due punti dell’agenda sono invece importanti e produrranno conseguenze tangibili: 1. l’allargamento della maggioranza che sostiene il governo Berlusconi; 2. l’epilogo della trattativa sul futuro degli stabilimenti Fiat in Italia. I due temi sono solo apparentemente slegati, in realtà hanno un minimo comune denominatore: non hanno alternativa. Il governo del Cavaliere non ha alcun credibile ricambio all’orizzonte e il piano di Sergio Marchionne per la casa automobilistica di Torino è l’unico possibile in questo momento. Oltre queste due proposte – una politica e l’altra industriale – c’è una terra di mezzo fatta di incertezza sulla quale è difficile scommettere per il futuro. Mi piacerebbe pensare che esistono altre vie, altri scenari, altri mondi possibili, ma come ben sanno i lettori de Il Tempo, sono un realista al titanio e non nascondo mai i fatti con i desideri. Il nostro sistema politico è questo, oltre Berlusconi c’è il vuoto, non solo nell’opposizione, ma anche nel centrodestra. Oltre la siepe alzata dal numero uno della Fiat non c’è il mondo di Utopia, ma la certezza di un investimento che sfuma, di posti di lavoro che migrano da altre parti. Si dirà che questo per il Paese è un aut-aut inaccettabile, che tutti dobbiamo fare uno sforzo di fantasia e lanciare il cuore oltre l’ostacolo.

Mi dispiace per i grandi pensatori, gli illuministi a contratto e i teorizzatori del meglio il caos che questa situazione, ma la realtà ci presenta questo scenario. E allora meglio dire subito «avanti Berlusconi» perché al suo posto oggi ci sarebbe solo il caos e non possiamo permettercelo. Se il Pd non fosse un partito di inetti, il soft landing per l’avventura politica del Cavaliere sarebbe già una realtà, ma con una classe dirigente simile, incapace di darsi una linea perfino sul futuro della fabbrica italiana per eccellenza, la Fiat, è una fatica di Sisifo immaginare un discorso istituzionale serio. La Cgil ha alzato il ponte levatoio, messo in acqua i coccodrilli e caricato le catapulte. Molto male. Per l’Italia e il futuro degli operai. Noi qui a Il Tempo stiamo con i piedi piantati per terra, sappiamo che c’è una regola elementare, che non c’è lavoro senza impresa. «Avanti Marchionne». Mario Sechi, Il Tempo, 12 gennaio 2011


LE CARTE SEGRETE DI BERLUSCONI

Pubblicato il 11 gennaio, 2011 in Politica | Nessun commento »

Saranno, nel palaz­zo, sui giornali e in tv, anche tutti cam­pioni di politica ma a dare le carte sembra esse­re ancora solo lui, il pre­mier. Hanno tentato di far­lo fuori (in Parlamento), hanno ridicolizzato la sua esigua maggioranza appe­sa a Scilipoti, lo stanno aspettando al varco della sentenza sul legittimo im­pedimento, speranzosi di vederlo al gabbio, hanno dato il Pdl per morto. Eppu­re, all’inizio della settima­na decisiva il fronte anti­berlusconiano a tempo pieno segna di nuovo il pas­so, impantanato dai suoi stessi giochetti di palazzo e messo a nudo dalla dram­maticità del caso Fiat- Mar­chionne che per la prima volta vede i partiti a voca­zione operaista completa­mente spiazzati e incapaci di qualsiasi opera di media­zione. Vediamo perché. Sul fronte politico (allarga­mento della maggioranza) due le novità. La prima è la disponibilità di Casini a so­stenere la maggioranza «nell’interesse del Paese». Archiviata l’idea partigia­na di fondare un Comitato nazionale di liberazione da Berlusconi, il leader Udc è pronto a riportare i suoi elettori (come lo si ve­drà) nella loro sede natura­le, cioè il centrodestra. Non solo. Oggi, a sorpresa, Berlusconi incontra il go­vernatore della Sicilia, Raf­faele Lombardo, che in Par­lamento ha un gruppo di sei deputati (l’Mpa)oggi al­l’opposizione ma domani chissà. Entrambi, Casini e Lombardo, sono alleati di Fini che come si vede non solo perde pezzi ma anche ruolo politico. E dire che soltanto un mese fa si cre­deva l’ago della bilancia. Sul versante giudiziario si attende per giovedì la fa­mosa sentenza. Ma oggi si scopre che se anche doves­se essere completamente avversa (cosa difficile) i processi in corso rischiano comunque di finire in pre­scrizione. I giudici che li hanno iniziati, infatti, nel frattempo sono stati trasfe­riti ad altro incarico e quin­di, come prescrive in que­sti casi la legge, i dibatti­menti dovranno ricomin­ciare completamente dal­l’inizio. Per quanto riguar­da il partito è ormai pronta la rivoluzione dentro il Pdl. Ieri è circolata una bozza del nuovo simbolo. Si po­trebbe chiamare «Italia», evocando così le fortunate origini e dovrebbe essere organizzato sul territorio in maniera completamen­te innovativa. Insomma, anche se fosse necessario tornare a votare, il più pron­to pare ancora il centrode­stra a guida Berlusconi. PS: Ieri il presidente Na­politano si è scagliato con­tro il Gio­rnale per un’inter­vista a un famigliare di una vittima di terrorismo che segnalava la scarsa consi­derazione del Quirinale per i loro problemi. Il presi­dente ha sbagliato indiriz­zo. Di solito ce la si prende con chi le cose le dice, non con chi le pubblica. Alme­no che non si voglia censu­rare. Alessandro Sallusti, Il Giornale, 11 gennaio 2011

…………………Sallusti, oltre che essere il direttore  de Il Giornale, quotidiano di proprietà del frarello di Berlusconi, è anche un convinto sostenitore del premier, per cui la sua analisi potrebbe apparire dettata dal ruolo e dall’affeto. Eppure non è così. Nonostante tutto il clamore dei mesi passati, la stella di Berlusocni e del centrodestra cpontinua a brillare. Sarà per questo che Casini, tortuosamente come da scuola democristiana, si è dichiarato pronto a collaborare con il Governo e Lombardo, in grande affanno in Sicilia, potrebbe decidere di vrare una nuova Giunta, la quinta!, buttando a mare il PD e il FLI che sinora lo hanno appoggiato. Naturalmente è tutto da vedere. Una sola cosa pare certa,  l’eclissi di Fini che partito per mari lontani per trascorrere le ferie, sempre più appare lontano dal ruolo che credeva di poter rivestire. Il tempo, come dice un proverbio antico, matura le mele e fa chiarezza degli uomini: Fini era un gregario, furbo e fortnato, ma pur sempre un gregario. Tale  è destinato a ritornare ad essere dopo una stagione da centro del sole che è irrimediabilmente finita.   g.

TERRORISTI ROSSI: POLEMICA NAPOLITANO– SALLUSTI

Pubblicato il 10 gennaio, 2011 in Politica | Nessun commento »

Il Quirinale attacca il Giornale;  Sallusti: bersaglio errato

“Il Giornale ha pubblicato oggi una intervista al signor Potito Perruggini che ha offerto lo spunto per una titolazione assurdamente polemica col Presidente della Repubblica a proposito delle vittime delle BR”. È quanto si legge in una nota diffusa dal Colle. “Il Presidente Napolitano si è notoriamente impegnato per favorire l’adozione della legge con cui si è istituita il Giorno della Memoria per le Vittime del Terrorismo; ha per la prima volta promosso in Quirinale incontri con i famigliari delle vittime – incontri ai quali nel 2008, nel 2009 e nel 2010 sono stati garantiti la massima ampiezza e il massimo rilievo, e nel corso dei quali egli ha pronunciato impegnativi discorsi e naturalmente stretto le mani di numerosissimi partecipanti. Non si giustifica perciò in alcun modo il tono aggressivo e di scandalo che Il Giornale ha inteso far suo, nè si comprende in che cosa sarebbe consistita l’ambiguità attribuita alle dichiarazioni del Capo dello Stato su “l’impegno del governo” volto ad ottenere l’estradizione di Battisti, per cui egli si è personalmente – com’è noto e documentato – pronunciato e adoperato con la massima fermezza.

Alessandro Sallusti risponde a stretto giro di posta alla nota del Quirinale sull’intervista a Potito Perruggini: “Il Colle ha sbagliato destinatario forse”. “Noi abbiamo dato voce a un parente di una vittima del terrorismo. Non credo che menta – continua -. Domani daremo ovviamente conto delle affermazioni del Quirinale, domani. Ma non siamo parte in causa. Abbiamo fatto solo da tramite”. Nel merito della nota del Quirinale, che sostiene che “Il Giornale ha pubblicato oggi una intervista al signor Potito Perruggini, che ha offerto lo spunto per una titolazione assurdamente polemica col Presidente della Repubblica a proposito delle vittime delle BR”, Sallusti replica: “Il titolo era un virgolettato e le domande, che sto riguardando adesso, non erano affatto aggressive”.

FINI CI RIPROVA: CITTADINANZA AI FIGLI DEGLI STRANIERI

Pubblicato il 10 gennaio, 2011 in Politica | Nessun commento »

- Cittadinanza agli immigrati di seconda generazione. I figli degli stranieri nati in Italia. Un’idea storica della sinistra italiana che Gianfranco Fini ha scelto di “sposare” in diverse uscite pubbliche e che, ora, diventa la linea ufficiale di Futuro e Libertà per l’Italia, il nuovo partito del presidente della Camera. Dopo aver lasciato la maggioranza per l’opposizione Fli rilancia anche una proposta politica totalmente alternativa all’asse Pdl-Lega e alla stessa legge sull’immigrazione, curiosamente firmata a quattro mani solo otto anni fa da Umberto Bossi e proprio da Fini.

“Se la legislatura va avanti, bisogna dare cittadinanza ai giovani di seconda generazione. Quasi un milione di giovani nati in Italia da stranieri regolarmente residenti attendono una legge che li renda cittadini: in parlamento esiste un ampia maggioranza che può sostenere la legge Sarubbi/Granata” spiega Fabio Granata, parlamentare del Fli. Che aggiunge: “Nel 150esimo anniversario dell’unità d’Italia, sarebbe un segnale storico per l’Italia e per chi la ama”.

“La cittadinanza non è un regalo, ma il risultato di un processo di reale integrazione e di adesione ai valori fondanti della nostra società, che non può essere garantito dal solo fatto di nascere in Italia. Per questo ribadiamo il no all’introduzione dello ius soli e alle scorciatoie temporali, proposte dai rappresentanti del Fli, per il riconoscimento della cittadinanza italiana agli stranieri che vivono nel nostro Paese” dice Isabella Bertolini, della direzione del Popolo della Libertà. “Utilizzare l’anniversario dell’Unità d’Italia, per riproporre questo dibattito, conferma che la compagine finiana condivide sempre di più le tesi del centro sinistra ed è ormai lontana anni luce dal Pdl e dai suoi alleati. Gli Italiani, però, hanno votato il governo Berlusconi non certo per concedere la cittadinanza ‘facile’ agli immigrati. Questo rimarrà un sogno di. Granata e della sinistra”.

…..Non v’è chi non intuisce che dietro quest’ultima  uscita del pasaradan finiano Granata v’è tutta la disperazione di Fini e dei finiani: visto che i sondaggi sono impietosamente deludenti per i finiani sul voto degli italiani in caso di elezioni,  anticipate o meno, tentano di sostituire i voti degli italiani veri con quelli degli immigrati che al momento sono voti finti. g.

QUANDO LO BOLLAVANO COSI’: FASCISTA

Pubblicato il 10 gennaio, 2011 in Economia, Il territorio, Politica | Nessun commento »

Sui muri della FIAT di Torino, alla vigilia del referendum sull’accordo Fiat-Sindacati non sottoscritto dalla Fiom-CGIL, sono apparse stelle a cinque punte, quelle della Brigate Rosse, contro Marchionne. E’ la riprova che Marchionne viene individuato come un secondo pericolo pubblico dopo Berlusconi. Ecco l’opinione del direttiore de Il Tempo, Mario Sechi.

La prima pagina de il Manifesto Nell’assordante silenzio dei benpensanti e dell’intellighentsia ho più volte scritto che le frasi contro Marchionne sono benzina sul fuoco. Mi era chiarissimo da molto tempo che il numero uno della Fiat era diventato il nemico pubblico numero due, appena un gradino sotto Berlusconi, il bersaglio di chi ancora sogna la rivoluzione. Oggi i sepolcri imbiancati si svegliano perché a Torino su un manifesto è comparsa una stella a cinque punte a corollario di una scritta eloquente: «Marchionne fottiti!». Verrebbe da scrivere a questi automi dell’indignazione a comando, «benvenuti a bordo», ma in realtà la loro voce suona in falsetto, è un coro di vampiri che oggi ti dà la solidarietà e un minuto dopo te la toglie perché non fa parte del disegno opportunista sul quale basa la propria esistenza di sanguisuga di regime. Quando un manager – le cui scelte si possono civilmente discutere – viene indicato come l’uomo da abbattere, allora non si può poi vedere la frittata sul pavimento e dire «ah, perbacco, no, così non va». Quando si arriva a dipingere un capitano d’impresa come un «fascista», quando stelle nascenti della sinistra giungono a conclusioni che invitano ad ambigui «gesti radicali», non si può strillare, agitare le mani e far finta di non essere partecipi della roulette russa. Marchionne va difeso da tutto questo, l’industria italiana va salvata dai nuovi cattivi maestri e da chi pensa – anche in buonafede ma con pericolosa ingenuità – che le parole siano innocue.

Ho criticato la prima pagina de Il Manifesto di qualche giorno fa, il titolo era un calembour e nelle intenzioni della redazione del giornale comunista solo quello voleva essere, ma in un momento in cui le bombe vengono spedite sul serio e le minacce sono una cosa reale, piazzare il titolo «Pacco bomba» su una foto di Marchionne non è una trovata intelligente ma infelice. Le polemiche giornalistiche sono niente rispetto alla insipienza della politica, alla sua incapacità di prevedere quel che accade, alla sua ignoranza. È un discorso che riguarda purtroppo la sinistra, la qualità dell’opposizione, ma non risparmia settori del centrodestra. Ci sono amplissime fasce della politica e dell’establishmnent che non hanno compreso il legame nuovo tra globalizzazione e lavoro, tra fabbrica e innovazione, qualità e produzione. La classe dirigente deve studiare, leggere, comprendere che affrontare i processi di cambiamento del capitalismo con le categorie del Novecento è pura follia. Oggi questo tema riguarda la Fiat – azienda che ha spostato il suo baricentro negli Stati Uniti e si muove nel mercato globale – ma domani toccherà tutti i principali gruppi industriali del Paese. Se l’Italia vuole competere a livello internazionale – e sopravvivere alla sfida lanciata da nuove realtà produttive, da Paesi che non sono più emergenti ma titani ampiamente emersi sul mercato – deve ripensare tutto il suo modo di porsi al cospetto di questi temi. Invece no.

La reazione pavloviana è quella della conservazione da una parte, dell’opposizione estremista dall’altra, dell’adulazione della rivolta, degli appelli in puro stile anni Settanta, del birignao chic applicato alla catena di montaggio, una realtà dove Marx non vale più e Adam Smith s’è trasferito a Pechino. In tutto questo chi ha moltissimo da perdere è la Cgil guidata da Susanna Camusso. Il sindacato del quadrato rosso è in bilico. Finché gli accordi del 1993 tenevano, la sua supremazia nella rappresentanza del lavoro aveva ampia copertura, ma prima o poi capita che «contra facta non valet argumentum», di fronte alle iperveloci dinamiche del mercato della produzione e del lavoro le posizioni, l’ideologia, le visioni del mondo della Cgil sono maledettamente invecchiate e in moltissimi casi prive di senso. La Fiom, ala durissima del sindacato dei metalmeccanici, rischia di essere la zavorra che porterà a fondo la Cgil. Scrivo queste cose essendo convinto della necessità di avere un sindacato – di sinistra – autorevole, forte, un interlocutore intelligente.

Perché il turbocapitalismo non guarda in faccia nessuno, ha regole spietate e proprio per tali ragioni ha bisogno di un bilanciamento, di trovare soluzioni equilibrate. Tutto questo finora è stato assente e in luogo della libera e franca discussione si è avuto un dibattito pubblico lacerato, cattivo, un linguaggio che ha dipinto Marchionne come un dittatore che vuole ridurre gli operai in schiavitù e via così in un crescendo di idiozie e sparate frutto di un pensiero debole pericolosissimo. Questo Paese ha una insanguinata tradizione di violenza politica che non è mai sparita. La memoria cattiva tende a cancellare il micidiale fatto che in Italia negli anni Ottanta si moriva per terrorismo. Si è rimosso in gran fretta l’assassinio di Marco Biagi sotto casa sua a Bologna nel vicinissimo 2002, si sono archiviate come banali episodi le indagini delle nuove Br su altri esponenti delle istituzioni. Ora la stella a cinque punte è tornata e brilla come una sinistra aureola sulla testa di Marchionne. Quasi tutti faranno spallucce o manderanno alle agenzie la vibrante protesta, ottima per lavarsi la cattiva coscienza. A me vengono i brividi. Mario Sechi, Il Tempo, 10 gennaio 2011.

LE LUNGHE VACANZE CHE NON CI POSSIAMO PERMETTERE

Pubblicato il 10 gennaio, 2011 in Costume, Economia | Nessun commento »

Sono cosciente che con quest’articolo non mi attirerò molti consensi, ma è lecito oppure no chiedersi se un Paese come il nostro possa permettersi una sosta così lunga tra dicembre e gennaio?
Oggi è lunedì 10 e si prevede che tutte le attività produttive e di servizio riaprano finalmente i battenti, dopo un intervallo che è durato la bellezza di 17 giorni scanditi dalle festività del Santo Natale, di Santo Stefano, di Capodanno e dell’Epifania. Quattro giorni in tutto che però hanno avuto il potere di quadruplicare l’effetto-interruzione. Chi conosce da dentro le organizzazioni, pubbliche o private che siano, sa anche che i tempi di ripartenza non sono mai automatici e che di conseguenza prima che si ritorni a regime passerà ancora qualche giorno. Mettiamo in conto dunque una ventina di giorni di mancata continuità. Aggiungo che la capitale economica del Paese, Milano, nella prima parte del mese di dicembre era stata interessata da un lungo ponte – in totale 5 giorni – giustificato dalle festività del Santo Patrono e dell’Immacolata Concezione. E ne traggo la conseguenza che almeno per Milano dicembre è stato un mese che chiamare «zoppo» è un eufemismo.

Fatte queste considerazioni ora ripeto la domanda: un Paese che stenta a crescere a un ritmo decente per assicurare lavoro e tutele ai suoi cittadini e sul quale grava il terzo debito pubblico del mondo può consentirsi il lusso di una soluzione di continuità così lunga? La mia risposta è no. E con ciò non intendo sottrarre a nessuno i diritti acquisiti in termini di giornate di riposo, mi chiedo solo se non si possa organizzare la sosta invernale in una maniera che sia meno dispendiosa per il sistema-Paese, quindi per tutti. Già in estate l’Italia dimostra ampiamente di non saper programmare a scorrimento le proprie ferie (i nostri partner lo fanno senza che ciò inneschi rivolte sociali), con tutto quello che ne consegue in termini di lungo stop, intasamento delle vie di trasporto, crescita anomala dei prezzi nelle località turistiche e stress vari. C’è bisogno di replicare il copione anche in inverno? Potrei sostenere la mia tesi con parole che suonano come flessibilità, produttività, concorrenza, liberalizzazioni, mi limito invece a fare appello a un solo e prezioso criterio: il buon senso. Dario Di Vico, Il Corriere della Sera, 10 gennaio 2011

…..Ha ragione Di Vico. Peccato che tra gli esempi non abbia fatto quello dei Magistrati che costano allo Stato un miliardo di euro l’anno in stipendi e benefit e lavorano meno di tutti. Infatti, a parte la polemica sugli orari personalizzati dei Magistrati, c’è la lunga sosta estiva, dal 1° luglio al 15 settembre, durante la quale la macchina della Giustizia si ferma per legge con tutti i danni che essa produce al sistema dei diritti dei cittadini. g.