LA SICILIA DI LOMBARDO ASSUME MIGLIAIA DI PERSONE: SE LI PAGHI DA SOLA!

Pubblicato il 6 gennaio, 2011 in Economia, Politica | Nessun commento »

No, non è razzismo. È amore. È amore per il Sud, per la dignità dei siciliani, per non restare impantanati nei vecchi errori, non vivere di assistenza, statalismo, posti pubblici pre elettorali, clientes e poltrone. Il governo democristofiniano in salsa rossa di Lombardo accusa i quotidiani del Nord di razzismo contro la Sicilia. Parla di campagna di fango. Non è questo. Semmai è il contrario. È salvare il Sud dalle tentazioni clientelari del Mpa. L’assessore alla Sanità della Regione, l’ex magistrato antimafia Massimo Russo, si sbaglia. Non c’è nessun piano politico. Non ci sono «padrini» e «servi sciocchi». Ci sono solo alcune domande e un po’ di cose che non tornano.
L’Italia sta faticando per tenere i conti pubblici sotto controllo. È dura. Ma è l’unica speranza per abbassare le tasse, soprattutto quelle sui salari, e tirarsi fuori da questa crisi melmosa. Il prezzo è alto. La cultura piange. Pompei frana. I poliziotti restano senza benzina. I magistrati si ritrovano con la rete informatica in tilt. I ricercatori dell’università, a torto o a ragione, salgono sui tetti. Gli statali bestemmiano sulla busta paga. Tremonti chiede sacrifici a tutti. Questa non è una scelta, ma una necessità. Poi si guarda in Sicilia e in Calabria e spunta un clima da festa pre elettorale.
Lombardo ha appena pubblicato un bando per 8.400 stagisti da impiegare per un anno, a 500 euro al mese, in enti locali, fondazioni e associazioni no profit. Il costo è di 6,5 milioni di euro. La notizia ha provocato la reazione di Brunetta, sindacati e industriali. Tutti parlano di precarizzazione e spese difficili da giustificare. Ivan Lo Bello, presidente della Confindustria siciliana, ci va giù pesante: «La situazione è drammatica. Qui un giovane su due non lavora. Il problema non si risolve regalando un sussidio a chi ha frequentato le segreterie politiche, danneggiando tutti gli altri giovani. La migliore lotta alla mafia che la politica può portare avanti è abbandonare il sistema assistenziale e puntare sul mercato per creare lavoro stabile. Non servono mance e clientele».

È questo il punto. Uno legge quello che accade in Sicilia, fa i conti con la benzina dei poliziotti, e si chiede se c’è qualcosa che non funziona. Questa storia poi arriva dopo il bando per i 4.000 posti negli ospedali, la riduzione delle tasse e l’allargamento dell’esenzione del ticket. Quanti in Sicilia possono non pagare il ticket? Il 65 per cento. Non è razzismo. È che ti viene da farti certe domande. Chi paga tutto questo? L’assessore Russo si arrabbia e dice che questi nuovi posti sono frutto della gestione sana e virtuosa della sanità siciliana. In meno di due anni sono rientrati dal buco colossale del passato e ora hanno un cospicuo tesoretto da spendere. È vero che mancano infermieri, vero che Russo ha scelto la strada della trasparenza e che da 10 anni non si fa un concorso. Qualche dubbio però resta. Anche in Sicilia.

In redazione arriva la telefonata di un dirigente sanitario. È uno del Pd. Chiede di restare anonimo perché teme ripercussioni sul lavoro. Spiega quello che sta accadendo. «È strano, ma il governo siciliano prima di pubblicare il concorso doveva fare un bando di mobilità. Se ne è dimenticato». Di che si tratta? È un bando per dare la possibilità a chi fa il medico o l’infermiere ad Aosta, Bergamo o Salerno o qualsiasi posto extrasiciliano di chiedere il trasferimento. Prima di assumere giù, chiedete se nel resto d’Italia c’è qualcuno disposto a lavorare in Sicilia. È un modo per far tornare a casa gli emigranti. Il governo Lombardo ha fatto finta di nulla. Questo ha messo in fibrillazione i siciliani della diaspora. Temono che la dimenticanza serva a favorire le clientele. I quattromila posti, sospettano pensando male, sono già assegnati. Ma la lettura può anche essere un’altra. Lombardo sa che il concorso può essere impugnato. La dimenticanza però è un’arma in funzione elettorale. Spieghiamo. Se non c’è ricorso il leader del Mpa fa felici 4.000 persone. Se viene bloccato può dire a tutti i siciliani: vedete? Io volevo darvi il lavoro, il Nord razzista ve lo ha tolto di bocca. Se davvero fosse così sarebbe una miseria. È un dubbio, per carità. Ma una domanda resta: chi pagherà la festa siciliana del governo Lombardo? Questa volta tocca a lui.

……La Sicilia che si appresta a tanto nuovo spreco di denari pubblici è quella ora amministrata da una giunta, la quarta da che si è votato l’ultima volta, presieduta da Lombardo che fa tanto il superman e sorretta da UDC, PD e FLI. Proprio così, i partiti che a Roma stanno all’opposizione e tanto criticano il governo nazionale che non riduce le spese per sostenere l’economia che langue. In Sicilia, invece, mentre la economia va a rotoli, questi stessi partiti assumono a man bassa migliaia di persone destinare a diventare lavoratori precari che naturalmente pretenderanno poi dallo Stato nazionale di essere trasformati in dipendenti fissi. Chissà che ne pensano i siciliani Briguglio e Granata, i  due pasaradan in spe (servizio permanente effettivo) trasformatisi in megafono del Fini moralizzatore a tempo perso. g.

IL CAVALIERE NON “TREMONTA”, l’editoriale di Mario Sechi

Pubblicato il 5 gennaio, 2011 in Politica | Nessun commento »

Silvio Berlusconi Berlusconi è cotto. Non ce la fa. Non ha i voti. Dovrà capitolare e passare la mano. Ho perso il conto delle volte in cui questo scenario è stato dipinto dai suoi amici e nemici. Ogni volta, puntualmente, la forza del Cavaliere viene sottovalutata, la sua presa sul Paese e il suo potere di presidente del Consiglio sottostimato. Prima del 14 dicembre ero uno dei pochi – sulla base di un’analisi realista e non sulle fantasie e i desideri – ad affermare che Berlusconi avrebbe conquistato la fiducia e messo Gianfranco Fini all’angolo. Quando tutto questo si è realizzato, a chi mi guardava stupito per il realizzarsi di quanto andavo raccontando ho risposto: la politica si giudica sui dati di fatto, non sulle pulsioni personali di questo o quel leader o, peggio, dei giornali. Ora ci risiamo.

 

Il primo Cavallo di Troia, Gianfranco Fini, è caduto, ma come si dice a Roma «nun ce vonno sta’» e allora si inventano un secondo kamikaze: Giulio Tremonti. Secondo la vulgata che circola da tempo nel Palazzo e in certi ambienti dell’establishment, Giulio sarebbe pronto a fare le scarpe al Cavaliere con l’appoggio della Lega. Ancora una volta i desideri vengono scambiati per realtà. Conosco il ministro dell’Economia da tanti anni, penso sia una risorsa del Paese, un uomo di rara intelligenza, un politico raffinato, pragmatico, un intellettuale che ha saputo misurarsi con la difficile e spietata arte del governo.

Stimo Tremonti perché nel 2008 ha dato con il suo libro La paura e la speranza una cornice culturale alla campagna elettorale del centrodestra. Giulio ha visto e previsto «l’età del ferro» che stiamo vivendo e si è trovato con l’economista Nouriel Roubini nel club dei pochi che hanno compreso le storture del turbocapitalismo e della globalizzazione. Quelli che danno a Tremonti, anche nel centrodestra, la patente del Bruto della situazione sottovalutano non solo Berlusconi, ma anche il ministro dell’Economia e soprattutto Umberto Bossi, uno dei pochi a poter dare del tu alla politica.

Finché il leader della Lega avrà un rapporto chiuso a doppia mandata con il Cavaliere, ogni ipotesi di cambiamento alla guida del governo, ha il bollino dei marziani. Giulio Tremonti è un ottimo ministro dell’Economia e la sua ragionevole preoccupazione – condivisa con lo stesso Berlusconi, nonostante le differenti posizioni su alcuni punti dell’agenda del governo – è che per portare a termine la legislatura ci vuole una maggioranza autosufficiente.

É questo il punto su cui Tremonti è sensibile. Avendo in mano il portafoglio, non vuole correre alcun rischio. E se voltiamo lo sguardo al passato, è esattamente lo stesso tema dell’agenda di Berlusconi. Qualcuno obietta: questo è il motivo nobile, ma in realtà c’è un altro scenario. Quello per cui andando al voto anticipato, con una centrodestra zoppo (maggioranza certa alla Camera e in minoranza al Senato) alla fine della fiera, il presidente del Consiglio finirebbe per essere non Berlusconi ma Tremonti, ritenuto – a torto o a ragione – capace più del Cavaliere di aggregare altri partiti all’avventura di governo. É uno scenario che non conviene a nessuno, prima di tutto a Tremonti e per questo chi lo dipinge, soprattutto a destra, sbaglia di grosso. Provo a spiegare perché in dieci punti:

1. Tremonti non ha nessuna intenzione di seguire la parabola di Gianfranco Fini, sa benissimo che non si diventa leader contro Berlusconi, ma con Berlusconi;

2. Il ministro dell’Economia è un socialista liberale, non è un nemico del mercato, nè un uomo di sinistra né un centrista che ha preti e cardinali da schierare;

3. Tremonti con il Carroccio e Bossi ha un rapporto speciale, ma la politica per l’Umberto è Machiavelli sciacquato nel Po e non bisogna mai dimenticare che già una volta Tremonti fu costretto a dimettersi e la Lega non fece nulla per evitare la sua capitolazione per mano del subgoverno An-Udc impersonato da Fini e Casini;

4. Tremonti è un punto di riferimento del centrodestra, l’hardware e il software della politica economica, ma non è mai stato testato elettoralmente. Nessuno, nemmeno lui, sa quanto può valere dentro l’urna;

5. Tremonti a differenza di Fini è intelligente;

6. La magistratura è un potere fuori controllo per tutti, Tremonti compreso. E una sua discesa in campo sarebbe un boccone succulento per le toghe militanti che sognano la rivoluzione giudiziaria. Basta ascoltare le cose che raccontano Marco Travaglio e Milena Gabanelli per rendersi conto che il combinato-disposto informazione-pm è in fase di lancio;

7. Tremonti è un uomo con un carattere a tratti spigoloso, ma è leale e l’ha dimostrato;

8. Con Berlusconi e Letta, Tremonti è uno dei lati del triangolo che rappresenta il moderno centrodestra italiano;

9. Il ministro dell’Economia è stimato in patria e all’estero, ha un capitale personale da spendere bene e non ha alcuna intenzione di bruciarlo nel camino di quelli che sognano la caduta di Berlusconi hic et nunc. Tremonti è foderato d’amianto;

10. Tremonti sa che in Italia si governa con i voti e che i voti determinanti non li ha solo Bossi, ma anche e soprattutto Silvio Berlusconi. Chi immagina scenari da senato romano, pugnali sotto le tuniche e dialoghi da alto tradimento può mettersi l’animo in pace. Berlusconi ha il consenso e Bossi ha la consapevolezza che la forza della Lega e il controllo del Nord passano ancora attraverso la figura e i voti del Cavaliere. Questo significa una cosa molto semplice: se ci sono i voti la maggioranza va avanti, lo vuole la logica, lo vuole il Paese, lo comprende Bossi e lo sa benissimo anche Tremonti. Se invece i voti mancheranno, si andrà a votare e, state sicuri, Berlusconi, Bossi e Tremonti saranno, ancora una volta, dalla stessa parte. Per ora, Silvio non tremonta. Mario Sechi, Il Tempo, 05/01/2011

RC TROPPO ALTA, IL MINISTRO ROMANI VUOLE IL TAGLIO

Pubblicato il 5 gennaio, 2011 in Economia, Politica | Nessun commento »

Il ministro: riprenderemo una proposta di legge che giace in Parlamento. Lotta alle frodi.

Paolo Romani, viceministro alle Comunicazioni I prezzi della Rc Auto sono «inammissibili» e il governo intende agire in fretta per arrivare a una «sensibile riduzione». Parola del ministro dello Sviluppo economico, Paolo Romani, che dopo l’incontro con Ania e Isvap, individua in una proposta di legge che giace in Parlamento il veicolo giusto per centrare l’obiettivo, agendo sopratutto attraverso il contrasto delle frodi. L’incontro con l’associazione che riunisce le compagnie assicuratrici e con l’Autorità di settore era stato sollecitato dallo stesso Romani dopo che l’Isvap, la scorsa settimana, aveva scritto una lettera a Governo e Parlamento proponendo un pacchetto di misure messe a punto per arrivare a una riduzione delle tariffe del 15-18% nel medio periodo. Tra le proposte, il trattamento delle macro e micro lesioni e il contrasto alle frodi, ritenute una vera e propria piaga.
«Il governo – ha spiegato Romani al termine del tavolo – ritiene inammissibile che il costo medio della Rc Auto sia di 400 euro, contro i 200 del resto d’Europa», per questo «sono stati stabiliti alcuni punti su cui lavorare» per una riduzione sensibile che vada nella direzione descritta dall’Isvap. Lo strumento individuato per intervenire con rapidità è una proposta di legge, la 2699-ter, che è il risultato di una serie di accorpamenti di altri progetti di legge (che vedono tra i firmatari anche l’opposizione) e che prevede l’istituzione di un sistema di prevenzione delle frodi nel settore assicurativo. Il governo, ha annunciato Romani, potrebbe «avallarla come governo, in accordo con le opposizioni». Per questo il ministro incontrerà la prossima settimana i parlamentari che lavorano alla proposta. Se non fosse possibile percorrere questa strada, invece, l’esecutivo potrebbe «inserire alcune norme nel ddl concorrenza». Il ministro ha puntato il dito sul «problema gigantesco delle frodi.
«In Italia ci sono oltre 4 milioni di sinistri contro i 2,1 milioni della Francia. È una realtà tipica che dobbiamo affrontare». È stato il presidente dell’Ania, Fabio Cerchiai, a caldeggiare l’istituzione dell’Agenzia antifrode, osservando che «sono i costi dei sinistri a essere inammissibili, e non i prezzi». Il numero uno dell’Isvap Giancarlo Giannini ha comunque ribadito che il calo del 15-18% «è possibile», aggiungendo che è necessario il «potenziamento delle reti delle liquidazioni dei sinistri da parte delle compagnie». Il Tempo, 5 gennaiio 2011

……….Se il Ministro Romani non si rimangerà ciò che ha dichiarato e andrà avanti sulla strada di imporre alla lobby delle Assicurazioni l’obbligo di rivedere – abbassare e di molto -  non solo il costo della RC ma anche la politica di perseguire solo il profitto infischiandosene dei diritti degli automobilisti, fermo restando, ovviamente, la lotta alle frodi e ai malfattori che le praticano, siamo disponibili a perdonare al Ministro la recente decisione di aumentare il canone TV, balzello fra i più ignobili imposti agli italiani che possono scegliere il calzolaio ma non il medico e il canale TV da seguire. g.


IL BRASILE RIAPRE IL CASO BATTISTI

Pubblicato il 5 gennaio, 2011 in Cronaca, Politica, Politica estera | Nessun commento »

    La protesta contro Battisti Qualcosa si muove. Il presidente del Supremo Tribunal Federal, Cezar Peluso, ha ordinato ieri di riaprire il dossier relativo all’estradizione di Cesare Battisti presso l’Alta Corte brasiliana, a seguito della richiesta di scarcerazione dei legali dell’ex terrorista rosso e del ricorso presentato dagli avvocati dell’Italia per bloccare tale richiesta. Lo rende noto un comunicato dell’Stf, rilevando che Peluso ha ordinato di «disarchiviare» il procedimento e di allegare agli atti la richiesta «dell’immediato rilascio» di Battisti presentata ieri dopo il diniego all’estradizione deciso il 31 dicembre dall’ex presidente Lula.

    Sembra, dunque, pagare l’agreament scelto dal governo italiano che ieri si è schierato compatto in civili manifestazioni contro la decisione di Lula. E l’umana grandezza di Silvio Berlusconi era racchiusa ieri pomeriggio (prima delle notizie di altro fuso orario) nello sguardo di chi non ha digerito un’incomprensibile presa di posizione, una smorfia che nascondeva una commozione forte quando il premier si è avvicinato alla sedia a rotelle di Alberto Torregiani, occhi umidi e straordinaria compostezza, in piazza Navona, sotto l’ambasciata del Brasile.

    Fotogrammi di una civile quanto determinata protesta, una risposta di grande stile dinanzi a chi ancora una volta dai banchi sgangherati dell’opposizione, ha trovato modo di speculare persino su una storia così amara. Ma quale assenza del governo nella vicenda? Piuttosto, dove erano i «sinistri» fan dell’estradizione quando il signor Battisti si avvaleva della dottrina Mitterand? «È un vero criminale», ha detto di Cesare Battisti il premier. E il concetto è rimbalzato ieri in tutta Italia nelle manifestazioni organizzate davanti alle sedi diplomatiche brasiliane per protestare contro il «no» all’estradizione. La gente che vi ha partecipato pretende che il criminale Battisti non resti impunito e non esita a definire l’ex presidente brasiliano Lula «un vigliacco», un «complice dei terroristi».

    Una condanna consapevole che ha unito le principali città italiane, da Milano a Firenze, da Bari a Napoli, da Torino a Roma, dove però esponenti della maggioranza e dell’opposizione hanno manifestato da «separati in piazza». In campo, oltre ai politici, anche familiari delle vittime del terrorismo, studenti e persino brasiliani. A Roma, una Piazza Navona invasa dalle bancarelle delle festività natalizie ha ospitato il sit-in di protesta più ampio al quale hanno aderito, in varie fasi, un migliaio di persone. Un commosso Alberto Torregiani, figlio del gioielliere vittima dei Proletari armati per il comunismo e vittima a sua volta, si è detto soddisfatto da questo «sit-in popolare» senza bandiere di partito «uniti per una battaglia: ottenere l’estradizione dell’ex terrorista».

    Ma neppure il caso Battisti ha unito maggioranza e opposizione: infatti, gli esponenti del Pdl e quelli del Pd e dell’Idv hanno manifestato in momenti diversi e separatamente. Tra i più decisi il capogruppo del Pdl al Senato, Maurizio Gasparri: «In Parlamento ci saranno iniziative a sostegno dell’azione di governo per chiedere l’estradizione dal Brasile di Cesare Battisti e speriamo che su questo ci sia la condivisione di tutte le forze politiche». «Si tratta di una manifestazione serena – ha sottolineato Gasparri – vogliamo seguire la via del diritto per difendere le ragioni delle vittime». Dal canto suo, il capogruppo del Pdl Fabrizio Cicchitto, con al fianco il ministro della Gioventù Giorgia Meloni, non ha esitato a definire Battisti un «criminale» e a condannare «l’ambiguo» ruolo della Francia. Marino Collacciani, Il Tempo, 5 gennaio 2011

    DILAGA LA PROTESTA CONTRO IL BRASILE PER IL CASO BATTISTI

    Pubblicato il 4 gennaio, 2011 in Cronaca, Politica | Nessun commento »

    Stamattina, al’aeroporto di Milano, il premier Silvio Berlusconi ha incontrato il figlio del gioielliere milanese Vincenzo Torreggiani, una delle vittime del bandito Battisti, che l’ex comunista Lula ha deliberatamente e ignobilmente sottratto alle galere italiane, assicurandogli un comodo rifugio in Brasile. Il figlio del gioelliere è egli stesso una vittima perchè nell’assalto in cui morì il padre, egli fu colpito a sua volta e da allora è rimasto paralizzato e vive su una sedia a rotelle. E questo mentre l’assassino del padre e suo carnefice se la gode da 30 anni a questa parte, prima protetto in Francia dalla cosiddetta teoria Mitterand e poi in Brasile. Pare anzi che tra la Francia e Brasile ci sia stato un minuetto secondo il quale la moglie di Sarkozy, la ex modella e cantante Carla Bruni avrebbe tefonato personalmente all’allora presidente Lula per chiedergli il “favore personale” di non consegnare Battisti all’Italia. Lo ha rivelato oggi in una conferenza stampa il figlio del maresciallo Berardi, altra vittima dell’assassino e pluriomicida Battisti, assumendosi ogni responsabilità di questa rivelazione. Nell’incontro con Torreggiani, Berlusconi lo ha invitato a partecipare a Bruxelles alla riunione che il PPE dedicherà alla vicenda per chiedere all’Unione Europea di promuovere azione di pressing sul Brasile perchè riveda la sua decisione che suona insulto e offesa per la giustizia italiana, Nel frattempo si moltiplicano in Italia iniziative a sostegno della richiesta di estradizione di Battisti,da parte di tutte le forze politiche, ad eccezione di Rifondazione Comunista che ha chiesto di “rispettare” la decisione di Lula. E si moltiplicano la manifestazioni e i sit-ing dinanzi all’ambasciata brasiliana di Roma e ai consolati brasiliani in ongni parte d’Italia da parte dei militanti del Movimento per l’Italia dell’on. Santanchè e la raccolta di firme promosssa da moltissimi siti web contro il Brasile. Anche il nostro sito ha aderito a questa iniziativa ed ha espresso la solidarietà alle famiglie delle vittime che rischiano di essere assassinate di nuovo, moralmente, dalla decisione  di Lula del no alla estradizione di Battisti che confermiamo essere una decisione squallida, vergognosa e ignobile. g.

    A THIENE I FIUNERALI IN FORMA PRIVATA DELL’ALPINO MATTEO MIOTTO

    Pubblicato il 4 gennaio, 2011 in Cronaca | Nessun commento »

    Nella foto a destra il povero Miotto è a bordo di un carrarmato in Afghanistan. La fotografia “ufficiale” vede l’alpino  caduto in Afghanistan mostrare una bandiera italiana, mentre quella originale presenta al centro lo stemma sabaudo. Non è ancora chiaro chi e perché abbia sbianchettato ed eliminato nella foto 2ufficiale”  il simbolo “scomodo”.

    Si sono svolti ieri a Thiene i funerali dell’alpino  Matteo Miotto Caduto in Afghanisgtan.  “Un generoso cuore d’alpino”. Così ha ricordato Matteo Miotto monsignor Livio Destro, vicario del vescovo di Padova, nell’omelia dei funerali per il giovane militare ucciso giovedì in Afghanistan. “Con il suo ottimismo – ha proseguito monsignor Destro – Matteo aveva contagiato i suoi compagni in quella terra ferita. Era il suo stile di vita che aveva ereditato dal nonno”. La cerimonia è al Duomo della cittadina veneta, in cui Miotto era nato 24 anni fa, per le esquie in forma privata, dopo i funerali soleni svoltisi ieri a Roma, presente il capo del governo Silvio Berlusconi. Il ministro della Difesa Ignazio La Russa e quello delle Riforme Umberto Bossi, presenti alle esequie, hanno annunciato la loro presenza alla tumulazione della salma nel cimitero della cittadina vicentina, nell’area dedicata ai caduti in guerra, come aveva chiesto lo stesso Miotto prima di partire per la missione che gli è stata fatale.  A Thiene serrande abbassate in segno di lutto e due maxischermi per permettere ai cittadini di seguire le cerimonie.

    Nelle scorse ore la salma del ragazzo era stata trasferita da Roma  alla camera ardente allestita nel Comune veneto. In mattinata è stato un flusso ininterrotto di commilitoni e gente comune, sopratutto ex alpini, che hanno sfilato commossi  davanti alla bara del militare avvolta nel tricolore.

    IL FULGIDO ESEMPIO DEI DOPPIOPESISTI, editoriale di Mario Sechi

    Pubblicato il 4 gennaio, 2011 in Costume, Politica | Nessun commento »

    L’Aquila: la Caritas rivela: hanno detto no a 34 milioni per i terremotati. Palermo: inchiesta sull’appalto al marito della Finocchiaro, arcigna presidente dei senatori del PD.  Questi due casi sono emblematici perché si prestano ad esser rovesciati e a mostrare il doppiopesismo che ha distrutto la politica italiana.

    Il sindaco de L'Aquila Massimo Cialente Premessa: qui a Il Tempo non ci piace la magistratura d’assalto, ricordiamo sempre che il simbolo della legge è la bilancia, ci fanno orrore le sentenze preventive. Per queste semplici ragioni non mi bevo come nettare miracoloso i verbali delle procure e osservo che troppo spesso le inchieste iniziano con presunti colpevoli e finiscono con certissimi innocenti. E per questo credo che il signor Finocchiaro, il marito di Anna, capogruppo del Pd al Senato, sia al massimo un ingenuo. E sempre per queste ragioni penso che le accuse della Caritas alla giunta comunale dell’Aquila – e al suo sindaco Massimo Cialente – siano da pesare. In ogni caso, questi due casi sono emblematici perché si prestano ad esser rovesciati e a mostrare il doppiopesismo che ha distrutto la politica italiana e, in particolare, la sinistra nel suo complesso. Se al posto del marito della Finocchiaro ci fosse stato, che ne so, il marito di Maria Stella Gelmini e se al posto del sindaco Cialente ci fosse stato, così tanto per gradire, Gianni Alemanno, secondo voi, cari lettori, cosa sarebbe successo? Immagino la scena: dichiarazioni sdegnate della Finocchiaro in Parlamento che chiedeva le dimissioni del ministro; interrogazioni e interpellanze dei democratici contro il primo cittadino della Capitale; titoloni cubitali dei giornaloni, servizi televisivi dove venivano intervistati gli studenti universitari che esprimevano il loro sdegno per la ministra tagliabilanci; marce di intellettuali e Ong sotto il Campidoglio e articolesse grondanti di vibrante protesta e severa indignazione. Due pesi, due misure. Questo è il fulgido esempio che viene dai sinistrati del Belpaese.

    A Palermo, a Catania e all’Aquila, dove il Progresso perde sistematicamente le elezioni ma riempie le piazze di minoranze rumorose, si consuma una nemesi dell’opposizione. Quella che in Sicilia teorizza il Pdl come partito-mafia e in Abruzzo scarriola contro un governo che ce l’ha messa tutta per dare una casa ai terremotati e affrontare un’immane tragedia. Non mi interessano le contese giudiziarie, le lasciamo ai magistrati e speriamo vivamente che si chiudano nel migliore dei modi, ma siamo invece molto attenti al costume politico, ai suoi tic, alle sue ipocrisie e mancanze. Uno dei motivi per cui il sistema politico italiano è bloccato alla contesa tra berlusconiani e antiberlusconiani è proprio questa incapacità di fare autocritica da parte della sinistra, l’assoluta impermeabilità alla civiltà del dibattito e al rispetto dell’avversario. Forti della barzelletta della presunta superiorità morale, hanno raccontato al Paese per decenni di essere «diversi» e se qualcuno veniva beccato con le mani nella marmellata (o sulla pistola) erano solo e soltanto «compagni che sbagliano». Mi dispiace, ma non è così. Noi quella favoletta non ce la sorbiamo. La sinistra non ha niente di superiore, semmai ha un passato imbarazzante (ricordate il comunismo?) e un presente da raccontare nel bene e anche nel male. Non sto dicendo che i partiti sono tutti uguali, non cado nel qualunquismo del «magna magna» e sciocchezze simili. A destra e a sinistra ci sono fior di galantuomini. Ma nella gestione del potere emergono debolezze, fatti privati e pubblici, comportamenti disinvolti e arroganti che non sono esclusiva di un partito, sottoprodotto di un gruppo di persone. La rappresentazione che la sinistra ha voluto sciaguratamente dare del Paese e della sua storia contemporanea è un boomerang che a ondate si abbatte contro i postcomunisti.

    La loro ipocrisia ha dipinto una realtà che non esiste, un mondo spaccato in due, hanno fornito una versione manichea della vita sociale che gli si sta rivoltando contro. É dai tempi di Berlinguer che vanno avanti con il mito della «diversità» e della superiorità antropologica e culturale. Solo che Berlinguer era comunista, lo era fieramente e non ripudiò neppure per un minuto la sua ideologia. I suoi eredi invece, «i ragazzi di Berlinguer» hanno sciolto il Pci e si sono scoperti post-tutto, post-muro e post-qualcosa pretendendo di essere «diversi» e migliori. E a forza di ripeterselo ci hanno creduto. E il risultato di questo mantra è sotto gli occhi di tutti. Dal governo centrale a quello locale, i postcomunisti hanno deluso, lasciato macerie e mai fatto un passo avanti verso quell’Italia moderata, di centro-destra, che merita più attenzione e rispetto. Chi vota per il centrodestra non ha l’anello al naso, non è un lobotomizzato del Biscione, non parla solo del Milan e delle veline di Striscia la notizia. All’Aquila abbiamo assistito a una ignobile campagna di carriolanti che hanno strumentalizzato un evento come il terremoto a fini esclusivamente politici. Per mesi e mesi è stato narrato un mondo dove il governo Berlusconi se ne infischiava dei terremotati, degli aiuti, della zona rossa, della ricostruzione. Era come se a Palazzo Chigi ci fosse un’orda di barbari impegnati a banchettare sul tavolo mentre sotto le tende dell’Aquila si soffriva e pregava per il ritorno del Pd alla guida del Paese. Uno spettacolo misero che i terremotati per primi non avrebbero meritato. Poi leggiamo che la Caritas aveva milioni di euro di buoni progetti e al Comune hanno pensato bene di respingerli al mittente. Avranno avuto le loro ragioni, non ne dubito, ma in onore di quella trasparenza che hanno sempre invocato, per rispetto dei tanti italiani che hanno messo i soldini e spedito un aiuto, avrebbero potuto spiegare bene il per come e il perché di certe scelte.

    A Gianni Chiodi, governatore dell’Abruzzo, non si perdona niente e tutti sanno che disastro sta affrontando: ha ereditato un bilancio regionale a pezzi e in Abruzzo prima non governavano i marziani ma la sinistra illuminata e sindacalista. A Palermo e a Catania si è parlato a ogni piè sospinto di corruzione, collusione con la mafia, nepotismi e favoritismi a senso unico. E ora scopriamo che il signor Finocchiaro aveva un suo appaltino di cui a noi non importa un fico secco se non fosse che la moglie Anna tutti i giorni fa il predicozzo al governo e lo dipinge come un manipolo di conquistadores che stanno massacrando gli italiani a colpi d’ascia. La macelleria sociale di cui parlano con enfasi i signori e le signore dell’opposizione è quella che dimentica la realtà e la deforma, la porta verso un dibattito pubblico che è un pozzo avvelenato e poi quell’acqua putrida viene data da bere a tutti i cittadini. A giudicare dai risultati elettorali degli ultimi anni, non hanno grande successo, ma stendono un mantello plumbeo sul dibattito politico, quel minimo che era rimasto, e fanno suonare a morto le campane del Parlamento. Mario Sechi, Il Tempo,04/01/2011

    IL DISCORSO DI FINE ANNO: UN NAPOLITANO BUONO PER TUTTI

    Pubblicato il 2 gennaio, 2011 in Politica | Nessun commento »

    Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano Un Napolitano buono per tutti. Dai giovani ai politici. Di maggioranza o di opposizione. Il discorso del Capo dello Stato non scontenta nessuno: promuove gli investimenti, ma non dimentica il debito pubblico. Rilancia l’intervento dello Stato, pur sottolineando i dettami di rigore imposti dall’Unione Europea. Prima di tutto, in ogni caso, i giovani. Dopo aver ricevuto al Quirinale una delegazione di studenti e ricercatori in lotta contro la riforma dell’università, il presidente della Repubblica dedica quasi interamente a loro il suo discorso di fine anno. E dopo averne «deluso» alcuni per aver firmato il disegno di legge, tenta di riconquistarli. Il Capo dello Stato si dice «preoccupato» dal loro «malessere» e chiede alla politica e alla società civile di prendere in considerazione i problemi che i ragazzi manifestano perché sono i problemi di tutti. «Se non apriamo a questi ragazzi nuove possibilità di occupazione e di vita dignitosa, nuove opportunità di affermazione sociale – dice – la partita del futuro è persa non solo per loro, ma per tutti, per l’Italia: ed è in scacco la democrazia».

    Napolitano dice il vero. Ma le sue parole sono suscettibili delle interpretazioni più disparate. Il Capo dello Stato, oltre alla chiacchierata con gli studenti nei giorni della contestazione, negli ultimi tempi ha ricevuto numerose lettere di giovani e di genitori che si immedesimano nel malessere dei figli. Ne è rimasto colpito, e da qui è nato il taglio del suo discorso che contiene richiami crudi, realistici, un invito a guardare la realtà per trovare in essa la molla per reagire. Solo che quando si chiede ai giovani di reagire, di partecipare alla vita politica del Paese, il rischio è che loro tornino in piazza «a fare la rivoluzione», a urlare i soliti slogan senza tornare tra i banchi, e che – per di più – si sentano legittimati a farlo. Il presidente della Repubblica, poi, riserva un’altra «punzecchiata» alla riforma.

    «Una legge – spiega “cogliendo l’occasione per dirlo a coloro che l’hanno contestata” – il cui processo attuativo consentirà ulteriori confronti in vista di più condivise soluzioni specifiche». I ragazzi, insomma, possono ancora sperare. E non solo loro: «Si debbono o no, ad esempio, fare salve risorse adeguate, a partire dai prossimi anni, per la cultura, per la ricerca e la formazione, per l’università?», si domanda il Capo dello Stato, strizzando un occhio a tutto il mondo della cultura che per mesi ha protestato contro i tagli del ministro Tremonti. Il capo dello Stato non tralascia, alla fine, di parlare delle spine della politica quotidiana. Dopo aver acceso le speranze di tutti, ricorda al governo che bisogna «trovare la via per abbattere il debito pubblico accumulato nei decenni», che occorre individuare «priorità» della spesa pubblica, avere una strategia finalizzata ad una crescita economica e sociale «più sostenuta», senza la quale rischiamo «il declino» anche in seno all’Unione Europea. Poi rilancia la riforma fiscale e conclude il suo discorso dedicando un pensiero alla sua città: «Anche a Napoli ognuno faccia la sua parte, nello spirito di un impegno comune, senza cedere al fatalismo e senza tirarsi indietro». Nadia Pietrafitta, Il Tempo, 2 gennaio 2011


    .….Ha ragione la giornalista de Il Tempo, il discorso di Napolitano,  mentre il 2010 ci lasciava,  era buono per tutti i gusti e perciò è risultato per un verso barboso, per altro verso banale, e per altro verso ancora un pò lugubre. Voleva essere, forse, nelle intenzioni di Napolitano, innovativo, ma ha finito coll’apparire ed essere assolutamente ripetitivo. E, peggio ancora, retorico. Sopratutto la parte dedicata ai giovani.  Chi ha memoria storica di certo  ricorderà il “largo ai giovani” che  fu lo slogan meglio riuscito del fascismo mussoliniano che ai giovani dedicò attenzioni e preoccupazioni, risorse e istituzioni come i “littoriali” che avevano il compito di premiare i migliori in ogni attività, dalla cultura allo sport,  cosa che in effetti avvenne, tant’è che gran parte della classe dirigente del secondo dopoguerra aveva nel proprio curriculum la partecipazione, talvolta l’alloro, conquistato nelle grandi kermesse fasciste; e chi ha memoria storica, anche recente, sa che non v’è stato nessun capo di partito, dirigente politico, candidato alla più modesta carica pubblica che non abbia fatto del “largo ai giovani”  o, giusto per non ricalcare lo slogan di Mussolini, l’impegno per i giovani la principale delle sue promesse elettorali. Ed infatti, come si fa a non preoccuparsi dei giovani. E chi può dire che sbagli se dici che il futuro è nelle mani dei giovani (oltre che nel grembo di Giove)? E così, senza timore di sbagliare, ha fatto Napolitano che nel suo discorso ha citato una ventina di volte il problema generazionale, condivisibile, ci mancherebbe, ma che appunto per questo è apparso banale,  e teso, ci è sembrato, a cogliere il consenso dei giovani che però, secondo alcune TV, tra cui la7, non sarebbero stati in molti a seguire il messaggio di Napolitano, impegnati, come pure è giusto, a organizzare una notte magica che alla loro età è forse il massimo delle aspirazioni. Anche perchè la giovinezza è una,  e il tempo passa e se la porta via…..g.

    ALL’ALBA DEL 2011: GLI OTTIMISTI, I PESSIMISTI E GLI SCOMODI REALISTI, l’editoriale di Mario Sechi

    Pubblicato il 2 gennaio, 2011 in Politica | Nessun commento »

    La Camera dei deputati All’inizio di un nuovo anno tutti facciamo dei progetti e cerchiamo di capire quale sarà il tragitto dei prossimi dodici mesi e proviamo a vedere il futuro. In questa occasione gli italiani si dividono in due scuole di pensiero: gli ottimisti e i pessimisti. Manca al nostro popolo una terza corrente, quella che per me è la più importante, la vera bussola dell’esistenza, la scuola dei realisti. Ottimismo e pessimismo sono echeggiati in queste ore in due discorsi di una certa importanza: quello di fine anno del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e quello del cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Cei, nell’occasione del «Te Deum». Entrambi i discorsi sono stati salutati con approvazione generale di tutti o quasi. È il primo segnale che qualcosa non va. Dal Quirinale è giunto un invito all’Italia «a dirsi la verità» e cercare un futuro per i giovani, mentre dalla voce dei vescovi s’è levato l’invito a non cadere «nella tentazione della sfiducia» e non dar retta a chi vede lo sfascio ovunque. L’intervento di Napolitano era un «andiamoci piano con l’ottimismo». Quello di Bagnasco un «basta con il pessimismo». Tra Cesare e Dio la divisione c’è e non è di quelle che non si notano. Come vedete, cari lettori, siamo nel pieno della cronaca e del pubblico dibattito istituzionale. Cercherò in questo articolo di disegnare i tratti delle prime due scuole (ottimisti e pessimisti) e spiegare perché l’assenza della terza, quella dei realisti sia il vero problema dell’Italia. La mia modesta opinione è che né gli ottimisti né i realisti sono granché utili alle cause di un Paese che quest’anno celebra i 150 anni della sua unità. Cercherò in queste righe di fare una fotografia delle due scuole che dominano la politica italiana, di ricordare che cosa sono i realisti e perché la loro sostanziale assenza dalla scena è un problema non solo per lo Stato ma anche per la qualità del dibattito pubblico, la libera circolazione delle idee e la ricchezza intellettuale della classe dirigente di oggi e del futuro.

    Gli ottimisti Vedono un mondo in continua crescita ed evoluzione, un’Italia in ogni caso destinata a cavarsela sempre bene, grazie al genio innato, all’arte di arrangiarsi, al cosiddetto stellone e all’innegabile e singolare ricchezza delle famiglie italiane nel loro complesso. Vedono la realtà con lenti deformate. Gli ottimisti non scorgono alcun grave pericolo all’orizzonte. Quando lanciano un monito, lo fanno per mettere in guardia la fazione opposta, raramente fanno autocritica. Il progresso è sempre dietro l’angolo e per loro coglierlo è semplice. I sacrifici, che pure non negano, sono sempre marginali rispetto ai guadagni attesi. È una visione del mondo che accomuna sia la destra che la sinistra italiana. I primi pensano che non ci può essere governo migliore, i secondi vivono nella convinzione di essere più bravi a prescindere. L’ottimista non ha dubbi. Va sempre avanti. Non si volta mai indietro, non ascolta e se per caso ti dà udienza, un minuto dopo averti dato ragione prosegue dritto per la sua strada, anche e soprattutto quando è palese che è sbagliata. L’ottimista di destra ha fede in se stesso e basta. È un invididualista con il turbo. L’ottimista di sinistra crede nell’Idea. È un astrattista del collettivo. Ottimisti e pessimisti partono da premesse diverse, giungono a conclusioni opposte, ma gli esiti finali della loro azione sono comuni: un raccolto gigantesco di errori e omissioni.

    I pessimisti Non sono vestiti da jettatori, ma li riconosci comunque subito. Se l’ottimista ti racconta che tutto va bene, il pessimista non manca ogni cinque minuti di dirti che va tutto male. Sono i nuovi declinisti, quelli che per distruggere l’avversario costi quel che costi, demoliscono anche tutto quel che di buono c’è intorno. Il pessimista ha il potere enorme di annichilire chiunque abbia un’idea nuova, un sogno. La loro missione quando si alzano dal letto è quella di spegnere sul nascere ogni iniziativa effervescente. Se hai una buona idea e la spiattelli in faccia al pessimista, puoi star certo che dopo cinque minuti chiedi un tranquillante. I pessimisti sono un movimento trasversale che prospera a destra e a sinistra. Costruiscono la loro fortuna predicando sfortuna, miseria al posto della prosperità e punizione in luogo del perdono. Non hanno né paura né speranza perché per assolvere la funzione di cui si sentono investiti, devono obbedire ciecamente alla legge del «va tutto peggio e meglio non deve andare». I pessimisti hanno una rendita di pozione mostruosa: predicando sventura diventano catastrofisti a contratto. Scrivono libri. Non azzeccano mai una previsione, ma il loro reddito migliora e lo si vede perché gli abiti che portano in tv sono cuciti meglio dell’ultima volta.

    I realisti Sono una minoranza e sono circondati come Custer a Little Big Horn. Non osano neppure scambiarsi gli auguri al telefono per non incorrere in pericolose congetture dei pessimisti e degli ottimisti a loro danno. Partecipano al dibattito pubblico con interventi che cercano di riportare tutti sulla terra, ma non avendo l’audience riservata ai due correntoni, non riescono a influire sulle scelte finali. La scuola realista, rarità del Belpaese, si ispira a pensatori pericolosi, mai citati in un salotto à la page: Hobbes, Morgenthau, Carr e l’italianissimo Niccolò Machiavelli che all’estero viene studiato con devozione e ammirazione, ma nel Belpaese suscita la riprovazione dei boudoir ottimisti e salotti pessimisti. Il realista è un po’ come il mister Wolf di Pulp Fiction: risolve problemi. Pessimisti e ottimisti invece girano intorno ai problemi, ne discutono molto e spesso li complicano. Non a caso i realisti sono stati efficaci in politica estera ma ostracizzati quando si tratta di prendere decisioni che riguardano la politica interna. Se italiana, figuriamoci. Rende molto di più in termini di consenso elettorale iscriversi tra le fila dei pessimisti o degli ottimisti. L’assenza di realismo nella politica italiana provoca degli effetti collaterali molto interessanti durante le più varie celebrazioni in cui si esibiscono sempre gli stessi oratori. I discorsi di fine anno sono il lampo del cortocircuito. Tutti, invariabilmente, spiegano con tono grave che le riforme sono necessarie, poi vai a vedere la loro biografia e toh! scopri che avrebbero dovuto farle proprio loro, gli ottimisti e i pessimisti. Quelli capaci di dire di tutto e fare il contrario di tutto. Siamo realisti: l’anno è cominciato male. Mario Sechi,Il Tempo, 2 gennaio 2011

    LE REAZIONI ALLA DECISIONE VERGOGNOSA DEL BRASILIANO LULA. NAPOLITANO: AMAREZZA. BERLUSCONI:RAMMARICO. LARUSSA:E’ UN AFFRONTO.

    Pubblicato il 31 dicembre, 2010 in Cronaca, Giustizia, Politica estera | Nessun commento »

    Il presidente della Repubblica Napolitano ha espresso “amarezza e contrarietà” per la decisione del capo di Stato brasiliano uscente Lula da Silva di non estradare Cesare Battisti. Napolitano ha parlato anche di una scelta “incomprensibile e infondata”. Intanto il ministro degli Esteri Franco Frattini “ha deciso di richiamare a Roma l’ambasciatore” in Brasile Gherardo La Francesca. “Esprimo profonda amarezza e rammarico per la decisione del presidente Lula di negare l’estradizione del pluriomicida Cesare Battisti nonostante le insistenti richieste e sollecitazioni a ogni livello da parte italiana. Si tratta di una scelta contraria al più elementare senso di giustizia”, ha affermato il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. “Esprimo ai familiari delle vittime tutta la mia solidarietà, la mia vicinanza e l’impegno a proseguire la battaglia perché Battisti venga consegnato alla giustizia italiana – ha aggiunto il premier -. Considero la vicenda tutt’altro che chiusa: l’Italia non si arrende e farà valere i propri diritti in tutte le sedi”. Il presidente brasiliano uscente Luiz Inacio Lula da Silva ha deciso di non concedere l’estradizione per l’ex terrorista condannato a quattro ergastoli. Immediata la reazione del governo italiano: la decisione di Lula “è un affronto” e “una vergogna” ha detto La Russa aggiungendo che non passerà “senza conseguenze”. Il parere che nega l’estradizione afferma che la decisione di Lula non rappresenta un affronto a un altro stato, “dal momento che situazioni particolari possono generare rischi per la persona, malgrado il carattere democratico dei due Stati”. Il governo brasiliano ha inoltre espresso il suo “profondo stupore” per la protesta degli italiani, “in particolare con riferimenti personali non pertinenti” a Lula. Battisti è rinchiuso nel penitenziario di Papuda, a Brasilia. In Italia l’ex militante dei Proletari armati per il comunismo deve scontare quattro ergastoli per altrettanti omicidi, commessi a fine anni Settanta e per i quali è stato riconosciuto colpevole. Arrestato, Battisti è riuscito a evadere ed è scappato prima in Francia e poi in America Latina. Fonte ANSA.