L’ALTRUISTA CON PROBLEMI DI…CONGIUNTIVITE

Pubblicato il 7 dicembre, 2010 in Gossip, Politica | Nessun commento »

L’ALTRUISTA: Gianfranco Fini :”Berlusconi pensa solo a se stesso”. Lui, invece, pensa pure al cognato e alla suocera.

CONGIUNTIVITE : Fini “Se qualcuno fosse più umile le cose sarebbero state migliori”. Oh, ancora non si è alleato con Di Pietro, ma già massacra la consecutio come Tonino.

LA FIAT CHIEDE I DANNI AD ANNOZERO: MISTIFICATA LA PROVA DELLA MITO

Pubblicato il 7 dicembre, 2010 in Cronaca | Nessun commento »

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Annozero” ha artificialmente usato vecchi filmati montati ad arte per fornire al pubblico affermazioni che hanno gravemente leso l’immagine della Fiat. Lo sostengono i manager del Lingotto che hanno fatto sapere che Fiat Group Automobilies avvierà un’azione giudiziaria contro i responsabili del programma di Michele Santoro e chiederà un risarcimento per i danni subiti da alcuni servizi andati in onda nell’ultima puntata. Le conclusioni tratte sono “fortemente denigratorie e lesive dell’immagine e dell’onorabilità della società, dei suoi prodotti e dei suoi dipendenti fatte a commento di una pseudo-prova comparativa”, hanno spiegato i vertici Fiat assicurando che un eventuale risarcimento sarà interamente versato in beneficenza.

In particolare, il gruppo ha lamentato come “in modo del tutto strumentale ‘Annozero’ abbia illustrato le prestazioni di tre autovetture, fra cui una Alfa Romeo MiTo, impegnate in un test apparentemente eseguito nella stagione autunnale, per concludere, sulla sola base dei dati relativi alla velocità, che i risultati di questa “prova” avrebbero dimostrato una asserita inferiorità tecnica complessiva dell’Alfa Romeo MiTo”. Un risultato opposto, stando alla nota diffusa da Torino, rispetto a quello riportato dai tecnici del mensile Quattroruote che ha condotto il test.

Si trattava, hanno aggiunto i responsabili Fiat, di una ripresa televisiva che “è stata artificialmente collegata ad una prova comparativa condotta nella stagione primaverile, non con le stesse vetture, dal mensile Quattroruote e poi pubblicata nel numero dello scorso mese di giugno di questa rivista”.

…ANSA, 7 DICEMBRE 2010

IL VERO SCANDALO E’ IL PRESIDENTE DELLA CAMERA

Pubblicato il 7 dicembre, 2010 in Politica | Nessun commento »

di Giancarlo Perna

Ogni giorno c’è una polemica scema. Verdini è preso di mira per una parola di troppo, dandogli un’importanza che non ha. Poi, sono gli stretti legami del Cav con Mosca e Putin a indignare gli ex comunisti che idolatravano la Mosca di Stalin. E giù una grulleria via l’altra. Nessuno però si accorge dello scandalo vero sotto gli occhi di tutti: l’indegnità costituzionale, politica e morale di Gianfranco Fini a presiedere la Camera.
La prevaricazione di Gianfry era già evidente nei mesi scorsi con la faccenda della casa, la creazione di un partito antagonista del Pdl nelle cui file era stato eletto, la guerriglia contro il governo. Ha ora raggiunto il culmine con la firma di una mozione di sfiducia che, confluendo in quella dell’opposizione, rischia di affossare la legislatura. Mai il presidente di un ramo del Parlamento si era messo di traverso con chi governa, anche a costo di dissolvere in anticipo la Camera a lui affidata.
Normalmente, uno nel ruolo di Fini è sopra le parti, si estranea dalle beghe politiche, pacifica. Gianfry ha invece sparso zizzania, sfogato gli odi, perseguito le proprie ambizioni personali. Non da semplice politico – cosa che sarebbe stata legittima anche se lo avrebbe comunque reso meschino agli occhi di molti -, ma restando incollato al trono di terza carica dello Stato. Da queste altezze ha fatto l’occhiolino a un’opposizione smarrita, l’ha incoraggiata a rianimarsi, aizzandola contro il governo con la promessa di aiutarla nella comune lotta al berlusconismo. Senza Fini, Bersani sarebbe ancora immerso nell’abulia dell’ultimo anno. Se oggi le sinistre di tutti i colori – comuniste, ex comuniste, giustizialiste – sono ringalluzzite, è grazie all’ex fascista. Questo per capire a quale Paese normale ci stiamo avviando e la bolgia in cui piomberemmo se questa bazzoffia raccogliticcia dovesse prevalere.
Fini fa salsicce della carica. Dopo di lui, la Camera non sarà più la stessa. Pensate se a Renato Schifani, presidente del Senato, venisse l’uzzolo di imitarlo. Gli sta antipatico Bersani? Domattina lo attacca, gli ingiunge di comportarsi come dice lui, dubita della sua sanità mentale, gli consiglia il ricovero nell’ospizio per raggiunti limiti di età. La Costituzione non glielo impedisce, né c’è modo di frenarlo. Tocca inghiottire. Esattamente come ora si è costretti a fare con le mattane di Gianfry.
In passato, solo Fausto Bertinotti nella scorsa legislatura gli si era avvicinato alla lontana. Incattivito contro il premier Prodi, dichiarò al Corriere della Sera che il suo governo aveva «fallito». Tutto qui. Per il resto fu un normale presidente della Camera. Molti notarono però l’infima anomalia, criticandola. Quando fu costretto a dimettersi, Prodi si tolse comunque il sassolino dichiarando che se il governo era caduto la colpa era di chi (Bertinotti, ndr) aveva fatto dichiarazioni «istituzionalmente opinabili». Una chiara accusa di tradimento del ruolo per averne violato la neutralità. Questo nonnulla, imparagonabile agli stracci fatti volare da Fini, è il precedente peggiore.
Prima dell’avvento dei pataccari, i numeri uno della Camera sentivano la dignità della carica. Pertini si dimise dalla presidenza – era il 1969 – solo perché i socialisti unificati (Psu), in rappresentanza dei quali era stato eletto, tornarono a dividersi in Psi e Psdi. «È cambiata la situazione parlamentare – disse il vecchio Sandro -, correttezza vuole che rassegni il mandato». Con questo provocò un dibattito sulla sua persona. Amici e avversari gli confermarono la fiducia e Pertini, confortato, restò al suo posto. Lo immaginate voi, Fini che chiede all’Aula di verificare la stima di cui è circondato? Sarebbe un bel vedere. Ma con tutti gli scheletri che ha in cassaforte, Gianfry si rannicchia, tiene strette le prebende e tira avanti impettito. Delle regole se ne impipa. Ha già annunciato che se gli gira, in caso di elezioni, si dimetterà per dedicarsi alla campagna elettorale. Dunque, lascerà l’Aula senza guida per oltre un mese, creando un altro sconquasso senza precedenti. Conferma adamantina dell’uso ad personam dell’istituzione che sciaguratamente incarna.

La caratteristica di Gianfry è la faccia di bronzo. Ieri, a una scolaresca che gli chiedeva le ragioni della crisi di governo, ha risposto in sintesi: «Perché un signore (il Cav, ndr) che doveva fare le cose per tutti ha pensato solo ai fatti suoi». A dirlo è lui! Lo stesso che doveva essere il geloso custode dell’appartamento monegasco ereditato da An e che lo ha invece ceduto al putto dei Tulliani a prezzi da robivecchi. Il medesimo che a furia di arroganti raccomandazioni ha trasformato la suocera casalinga in produttrice di «scemeggiati» Rai. L’identico che, creato il partitino a uso personale, si accinge a spillare quattrini agli italiani per lanciarlo nell’agone elettorale. Proprio costui osa accusare altri di usare le cariche per i propri comodi. Non vede la differenza tra sé e il Cav. Berlusca, alla luce del sole, chiede una legge per governare senza l’angoscia delle procure partigiane, come avviene altrove. Lui, all’ombra dei sotterfugi, sistema per un paio di generazioni la sua sfera privata.
Quello che stupisce, si fa per dire, è che tanti gli tengano bordone. Trascuriamo i compari – Casini, Rutelli, Di Pietro, Bersani e compagni vari – che pur di raccattarne un altro nella guerra al Cav fanno le tre scimmiette. Ma i mammasantissima che fanno? Sconcerta il presidente Napolitano, un genio nel trovare il pelo nell’uovo. Venera la Costituzione come Dante Beatrice, ma non gli esce un fiato sul vulnus di un presidente della Camera che capeggia la rivolta al governo. Idem i costituzionalisti, in genere con l’arma al piè in difesa della Sacra Carta. Quando Cossiga picconava dal Quirinale ci misero in guardia sulla sopravvivenza della Repubblica. Ed erano solo esternazioni beffarde. Ora, però, che Fini dall’alto del seggio azzoppa un governo e manda a ramengo una legislatura, tacciono. Dicono che la norma non lo vieta e fanno spallucce. Per costoro, che un presidente della Camera si comporti come Pertini o come Fini, pari sono. Allora, delle due l’una: o qualcosa non va nella Costituzione o qualcosa non funziona nelle loro teste. E che dire infine dei giudici? L’appropriazione monegasca da parte del cognatino è provata. Ma i pm non ci trovano nulla di strano e chiedono l’assoluzione. Il giudice da più di un mese si macera e non decide. Auguri e figli maschi. Intanto, noi ci dimettiamo da cittadini.

IL GIORNALE 7 DOCEMBRE 2010

FINI SI E’ RIMANGIATO IL RIBALTONE. ENNESIMO CAPRIOLA DEL PIU’ ESPERTO RIBALTAZIONISTA DEL SECONDO DOPOGUERRA.

Pubblicato il 7 dicembre, 2010 in Politica | Nessun commento »

Gianfranco Fini e Fabio Fazio All’angolo. Con pochi voti, pochi soldi e poche firme per il suo Manifesto per l’Italia. Fini è forse nel momento più difficile da quando ha iniziato la sua personale battaglia contro il Cav. Eppure, adesso, prima Adolfo Urso, poi Italo Bocchino, in due interviste hanno detto che è l’ipotesi che Fli preferisce. Anzi, ieri il capogruppo alla Camera dei futuristi è stato ancora più chiaro: «Se Berlusconi si dimettesse prima, avrebbe la certezza di continuare per tutta la legislatura. La prassi parlamentare prevederebbe infatti il reincarico da parte del Presidente della Repubblica». E anche la frase pronunciata, sempre ieri, dal presidente della Camera durante un incontro con gli studenti romani al liceo classico Orazio va in quella direzione: «Non faremo mai un ribaltone».
Dunque, sembrerebbe, strada sbarrata a un esecutivo tecnico con maggioranze diverse da quella attuale. Ma anche sull’ipotesi Terzo Polo si comincia a frenare. Uno come Silvano Moffa – deputato colomba e votato alla trattativa a oltranza con quella che chiama la parte «ragionevole del Pdl» – spiega che «le alleanze si fanno quando ci sono le elezioni, noi ora siamo e restiamo nel centrodestra». Così in queste ore sono iniziate trattative frenetiche tra Pdl e Futuro e Libertà. Trattative nascoste, sottotraccia, che cesseranno un minuto prima del voto di sfiducia alla Camera. Con l’obiettivo proprio di evitare quella prova di forza che non piace per niente alla parte del partito più moderata. Oltretutto se la «spallata» dovesse fallire per Futuro e Libertà le conseguenze sarebbero disastrose. Perché avrebbe fallito clamorosamente il suo obiettivo e sarebbe di nuovo costretta a una tattica di «guerriglia» in aula contro Berlusconi. Che però stavolta sarebbe difficile da giustificare. Ma anche se si dovesse andare al voto l’orizzonte di Fli non è così roseo. Per i sondaggisti il partito dovrebbe viaggiare attorno all’8 per cento ma è un dato che a molti sembra eccessivo. E che comunque potrebbe non garantire ai finiani posti al Senato. Insomma in questo momento tutto sembra andar male a Futuro e Libertà.

Le casse del partito, ad esempio, sono drammaticamente vuote. Il blocco dell’eredità di Alleanza Nazionale ha sconquassato assai i progetti dei finiani che su quei soldi contavano per organizzare il partito. Invece, a corto di fondi, sono stati costretti a far «traslocare» il partito negli uffici di Farefuturo di via del Seminario. Suscitando i malumori di chi ritiene che in questo modo la Fondazione sia diventata troppo politicizzata. Per trovare finanziamenti Fli ha organizzato la cena di venerdì a villa Miani: ogni posto mille euro. Ma gli ospiti sono stati molto meno del previsto e alla fine, per fare numero, gli organizzatori hanno fatto partecipare tutte le persone dello staff dei deputati. Non va certo meglio per la raccolta di firme a favore del Manifesto per l’Italia che verrà presentato a Milano il 14, 15 e 16 gennaio. Nel week end le sottoscrizioni sono state pochissime, a Roma pare che siano state non più di dieci. Ed è probabilmente per questo che Gianfranco Fini un paio di settimane fa ha lanciato l’appello agli immigrati: firmate anche voi il nostro programma. Un’iniziativa in linea con le ultime «evoluzioni» del leader di Fli, che ha depositato una proposta di legge per concedere il diritto di voto anche ai cittadini stranieri. Ma che non tutti i finiani hanno gradito. E le crepe si allargano. Paolo Zappitelli, IL TEMPO 7 DICEMBRFE 2010

A ROMA ESPLODE L’ORGOGLIO DEGLI EX AN CONTRO FINI IL “TRADITORE”

Pubblicato il 7 dicembre, 2010 in Politica | Nessun commento »

Il Pdl si compatta contro Gianfranco. Il popolo del centrodestra scende in campo a Roma Polverini: “Fini voleva giocare sulla mia testa. Solo Silvio c’ha messo la faccia”.

Da sinistra il ministro Meloni e Gelmini È un attimo. Appena sullo schermo appaiono le immagini di Gianfranco Fini, la platea dell’Auditorium della Conciliazione di Roma esplode. Fischia. Urla. È vero, il titolo della manifestazione organizzata dall’associazione Fratelli d’Italia (promossa da Fabio Rampelli, Marco Marsilio e Marco Scurria) è «Italia, avanti». E gli interventi che si susseguono sul palco cercano soprattutto di spiegare perché questo governo ha lavorato bene e deve proseguire la propria azione. Ma è indubbio che il vero obiettivo è e resta il presidente della Camera. Il «traditore».

Il video sintetizza perfettamente il concetto. C’è il pantheon della Destra italiana: i ragazzi della via Pal e gli emigrati italiani a New York, Trieste liberata, Filippo Tommaso Marinetti e Paolo Borselli, Giovanni Falcone e Giovanni Paolo II. E poi, c’è lui. Gianfranco. Ritratto in tre diversi momenti della sua carriera politica: agli inizi con Giorgio Almirante, poi con Silvio Berlusconi e, oggi, al fianco di Pier Luigi Bersani. Anche la frase che lo introduce non lascia spazio a interpretazioni: «Ho visto gente andare, perdersi e tornare e perdersi ancora». Il copyright è di Francesco De Gregori che, con la sua Sempre e per sempre, fa da filo rosso all’evento. Perché in questa domenica di dicembre, raccolti nell’Auditorium, non ci sono solo le fondazioni, le riviste e le associazioni culturali vicine al Pdl.

Non ci sono solo i big del partito come Giorgia Meloni, Ignazio La Russa, Mariastella Gelmini, Gaetano Quagliariello, Gianni Alemanno e Renata Polverini (Maurizio Gasparri, impossibilitato a partecipare, interviene telefonicamente). Ci sono soprattutto quelli che, come canta De Gregori, «sempre e per sempre, dalla stessa parte mi troverai». La «parte» è, ovviamente, quella di Silvio Berlusconi. Quella che, come ricorda il ministro La Russa (catapultato sul palco appena entrato in platea), è stata scelta da «90 parlamentari ex An. Solo un terzo se ne è andato». Attorno al premier e al suo governo, spiega il coordinatore del Pdl, c’è oggi un «partito mai unito e dinamico». Un partito che non teme il voto del 14 dicembre perché, ne è sicuro, quello sarà «il giorno della chiarezza». Quello in cui nessuno potrà «più barare». «Certo – ammette – sarebbe divertente fare l’opposizione di un esecutivo che ha dentro Fini e Vendola, Di Pietro e Casini, Bersani e Rutelli».

Ma l’Italia può permettersi questo? La risposta di chi si alterna sul palco romano è ovviamente negativa. Per questo si fa appello soprattutto al popolo del centrodestra. Il popolo che, all’ingresso dell’Auditorium, fa la fila per firmare la petizione per chiedere che, in caso di caduta del governo, si vada subito ad elezioni. Il popolo che, come ricorda Alemanno, con la grande manifestazione del 2 dicembre 2006 a piazza San Giovanni, fece nascere il Pdl. «Gente – ricorda Meloni – ancora entusiasta e determinata a difendere i valori in cui crede e per i quali il governo negli ultimi due anni e mezzo si è impegnato. Un popolo che non capisce per quale motivo un governo che ha lavorato bene in un periodo di crisi economica, debba andare a casa per essere sostituito da un governo di sconfitti talmente eterogeneo da non poter dare risposte ai problemi». Militanti che, sabato prossimo, al Palazzo dei Congressi di Roma, scenderanno ancora in campo in difesa dell’esecutivo.

Dall’altra parte, invece, ci sono quelli che vogliono «riportare l’Italia indietro» e che non sono in grado di «avanzare proposte alternative» (Alemanno). Ci sono «Qui, Quo, Qua che vogliono consegnare il Paese a Zio Paperone Montezemolo» (Ignazio Abrignani); i professionisti dell’antimafia delle parole; quelli che «temono il voto perché sanno che perderanno» (Marsilio); che salgono sui tetti e poi vanno in Aula a dire che la riforma dell’università «non è male». I «mosconi che sbattono nei vetri perché hanno perso il senso dell’orientamento» (Polverini). Ma soprattutto c’è il presidente della Camera. Lo stesso che, ricorda la governatrice del Lazio, «voleva celebrare sulla mia testa il suo cambiamento» («solo Berlusconi ci ha messo la faccia» urla tra gli applausi). Il leader eletto nel centrodestra che firma una mozione con Francesco Rutelli e Pier Ferdinando Casini che da sempre stanno all’opposizione. C’è Gianfranco. Il «traditore». IL TEMPO, 6 DICEMBRE 2010

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GLI SFASCISTI NON PAGANO MAI, l’editoriale di Mario Sechi

Pubblicato il 5 dicembre, 2010 in Politica | Nessun commento »

Rutelli, Fini e Casini Mancano ancora un bel po’ di giorni alla data del 14 dicembre, spartiacque della politica italiana, giorno della fiducia per Silvio Berlusconi. Confesso: non ne posso più. E sono sicuro che come me la pensano tutti i lettori de Il Tempo. Anche ieri abbiamo assistito a uno scambio di battute polemiche tra il Cavaliere e Fini, sai che novità. Nel frattempo il mondo se ne infischia di questa lite condominiale e va avanti come un treno. A onor del vero, Berlusconi cerca di tenere insieme i cocci del governo e sulla politica estera si dà parecchio da fare, ma lo scenario che viene dal Palazzo è terrificante. Elenco un paio di fatterelli che dovrebbero far riflettere tutti, in particolare i prodi ribaltonisti che allegramente pensano di marciare sul nostro portafogli, incassare l’indennità qualsiasi cosa accada e brindare alla fine del Cavaliere nero senza pagare dazio. Sfascisti che non pagano mai.
1. La Germania secondo la Bundesbank si prepara a mettere a segno un Pil record dalla riunificazione a oggi: +3,6 per cento. Le stime del Fondo monetario per l’Italia sono dell’1 per cento; 2. La Spagna è nel casino più totale. Uno sciopero dei controllori di volo ieri ha fatto impazzire l’Europa. La sua economia è in bambola, Zapatero, l’eroe della sinistra italiana, è un ectoplasma, il Pil iberico è stimato nel 2010 a -0,3 per cento e l’altro ieri il governo ha aumentato le tasse sulle sigarette e sembrava di leggere le cronache della Prima Repubblica italiana; 3. Il Portogallo è ancora in piena ora della siesta e alla fine del 2011 secondo tutte le stime finirà in recessione e il primo ministro Socrates ha varato un «piano di austerità»; 4. L’Europa ha salvato l’Irlanda dal crac, ma secondo il premio nobel dell’Economia Paul Krugman «quel piano fallirà»; 8. I dossier di Wikileaks mostrano come le scelte di politica estera italiana abbiano una ragione precisa: l’indipendenza energetica.

E pazienza se gli americani nel loro piccolo s’incazzano. Non conosco un oleodotto o gasdotto che da Washington arriva a Roma. La nostra «politica del tubo» ci ha reso più liberi. Mi fermo a questi scarni ma densissimi punti dell’agenda internazionale per carità di patria, non voglio continuare in questo rosario di fatti che mettono in evidenza da soli, senza bisogno di alcun commento, la nostra ufficiale appartenenza al mondo dei marziani, quelli che fanno l’altra «politica del tubo», quella staccata dalla realtà quotidiana. Tutte le cose che ho elencato hanno un impatto immediato sulla nostra vita ma sono state espunte dal dibattito politico italiano. Il Triciclo di Fini-Casini e Rutelli parla di aria fritta, non sa un fico secco di quel che sta accadendo nel mondo, non ha mai offerto un’analisi seria e approfondita sul da farsi di fronte alla sfida globale. Solo una minoranza dei cittadini italiani è realmente informata e al posto del Pdl nei prossimi giorni batterei il chiodo ogni minuto su questi temi. Lascerei perdere i tricicli, le riforme di leggi elettorali, le alleanze variabili e i discorsi in politichese avariato. Gli italiani stanno per festeggiare il Natale ma rischiano di avere brutte sorprese nel 2011. Qualcuno deve cominciare a dir loro che la crisi è irresponsabile non perché Berlusconi va a casa, ma perché le aziende e le famiglie dovranno pagare un conto salatissimo in termini di punti di interesse sul debito e di tempo perso nella competizione internazionale.
Per questo noi de Il Tempo insisistiamo su questi punti dell’agenda, non abbiamo alcuna intenzione di dare spazio nelle nostre pagine a interventi inutili, chiacchiere senza distintivo e ragionamenti demenziali. Il nostro compito è quello di far cronaca e raccontare la realtà italiana per quel che è, ma penso che sia nostro dovere cercare di spiegare davvero ai nostri fedeli e intelligenti lettori a che cosa stiamo andando incontro con una crisi di governo al buio, scaturita essenzialmente da motivi personali e non da un obiettivo che dovrebbe stare a cuore a tutti: il bene del Paese e dei suoi cittadini. Una serie di articoli all’interno dell’edizione odierna de Il Tempo cercano di far luce su quel che accade intorno a noi. Ugo Bertone ci racconta il miracolo tedesco di Angela Merkel e sarebbe bene che tutti guardassero con attenzione alle mosse della Germania. I tedeschi hanno realizzato un vero miracolo, il loro prodotto interno lordo secondo le stime della Banca Centrale vola (+3,6 per cento) ma proprio per questo non hanno alcuna intenzione di concedere sconti e altro tempo a quei Paesi che non si sono adeguati alla linea del rigore, della serietà, della crescita e della meritocrazia. Berlino non è più disposta a pagare i conti di chi si mette in pigiama alle 14, imbroglia sui conti, evade il Fisco e pensa che tutto va bene madama la marchesa. L’età del Ferro è appena iniziata e noi continuiamo a comportarci come se tutto fosse in ordine, le nostre città fossero meglio di quelle svizzere e il Mezzogiorno meglio della Carinzia. Abbiamo una classe dirigente ridicola, un settore pubblico mostruoso, un sistema scolastico che fa credere agli asini di essere dei geni e addirittura li dipinge come eroi quando scendono in piazza a dire cretinerie a raffica. In mezzo a questo ribollìo di melma, un gruppetto di ribaltonisti decide che il governo deve cadere e il Cavaliere andare in pensione. Ammesso che tutto questo sia legittimo – e dal punto di vista della sovranità popolare non lo è – sarebbe utile capire cosa c’è dopo il patatrac.

Caduto Berlusconi e stappato il prosecco che si fa? Si va con il cappello in mano a chiedere a Tremonti di restare al governo per scongiurare il crac? Si va in processione da Mario Draghi a domandare la grazia di mettersi nella stanza dei bottoni e vedere se riesce a salvarci dalla speculazione? Si va in carovana a Napoli a pregare San Gennaro? O prenotiamo subito i biglietti per Lourdes? Gesù ha resuscitato Lazzaro, non so se abbia voglia di fare altrettanto per gli italiani che da secoli si affidano allo stellone. Basta. È uno spettacolo surreale che non avrei mai pensato di dover mettere nero su bianco. Il muoia Sansone con tutti i filestei per Fini e i suoi alleati è a costo zero: il conto lo pagheranno gli italiani. Mario Sechi, Il Tempo, 5 dicembre 2010

CASINI E IL 118

Pubblicato il 5 dicembre, 2010 in Costume, Politica | Nessun commento »

L’on. Casini è un bel tipo che quando parla, più che dire parole,  sembra emettere sentenze divine o che appiano dettate dall’Alto. Non c’è giorno che non pontifichi (cercando di togliere la scena a Fini) su tutto e sul contrario di tutto. Si è particolarmente specializzato nel ruolo di consigliere esterno e gratuito di Berlusconi. Al quale ogni giorno regala perle della sua saggezza invitandolo ad ascoltarlo, ad ascoltare lui e non  quelli che pur  sono dalla parte dell’interessato. Neppure nella giornata appena trascorsa della domenica (che quelli come lui fanno finta di dedicare alla preghiera e alla meditazione)  si è risparmiato,  prima invitando ancora una volta Berlusconi a dare ascolto a lui e a dimettersi prima del 14 dicembre e poi dichiarando, con la solita aria di chi  concede suo malgrado il suo alato pensiero, che lui parlerà il 15 dicembre quando,  se Berlusconi dovesse aver ottenuto, al più!, una striminzita fiducia alla Camera, lui, Casini, chiamerà il 118. Per la qualcosa vogliamo dare noi un consiglio a Casini, anche questo, per carità, gratuito e disinteressato: prenoti per tempo il 118 per sè, perchè il 15 dicembre potrebbero essere in  molti ad aver bisogjno del 118. E ci dispiacerebbe che proprio lui, Casini, che ne avrebbe più bisogno di altri, ne rimanesse privo. g.

FINI E CASINI: GLI UTILI IDIOTI

Pubblicato il 5 dicembre, 2010 in Politica | Nessun commento »

Il presidente della Repubblica Gior­gio Napolitano s i è irritato perché il coordinatore del Pdl Denis Verdini avrebbe messo in dubbio l e sue prero­gative di arbitro del­la crisi. A parte che Verdini non ha detto esattamente così, va­l e l a pena d i ricorda­r e che s e Napolitano fosse coerente non dovrebbe considera­r e sacra e inviolabile l a figura del capo del­l o Stato. Nel 1991 in­fatti il suo partito, il Pci (fresco del nuo­v o nome Pds) e lui in prima persona furo­no protagonisti di un feroce attacco all’allora presidente Cossiga che sfociò nella clamorosa ri­chiesta di messa sot­to accusa per tradi­mento della Costitu­zione. Per Napolita­no l’inviolabilità del Colle non era un pro­blema anche anni prima, quando una falsa campagna stampa della sini­stra guidata da Euge­nio Scalfari costrin­se alle dimissioni il presidente Leone, poi risultato comple­tamente innocente. In realtà chi sta ti­rando per la giac­chetta Napolitano sono Fini e Casini. Non c’è infatti gior­no che i due non dia­n o per fatto e appro­vato u n dopo Berlu­sconi che esiste solo nella loro testa. E cioè: la maggioran­za non c’è più ma non si andrà a votare perché ne abbiamo pronta un’altra, i f a­mosi 317. Le cose stanno diversamen­te. Fini, Casini e i l o­ro uomini stanno semplicemente fa­cendo la parte degli utili idioti di chi, a si­nistra, d a sedici anni cerca inutilmente di disarcionare il cen­trodestra e vendicar­si dello scippo subi­to da Berlusconi nel 1994 di un potere che sembrava loro a portata di mano. Ci hanno provato con le Procure, poi col gossip, hanno oc­cupato la Rai: niente da fare. Si sono detti: vuoi vedere che due nostri nemici stori­ci, un fascista e un cattolico, possono portarci diritti sull’ obiettivo? Detto fat­to: i due hanno ab­boccato, accecati dall’invidia per il Ca­valiere. Tanto d a an­nunciare già vitto­ria: siamo maggio­ranza, siamo in 317. I n realtà i due hanno 70 deputati, gli altri 247 sono comunisti, ex comunisti, man­giapreti, dipietristi, tutta gente che il giorno dopo una eventuale vittoria del Fli e dell’Udc fa­rebbe polpette. A ben vedere, i 317 non c i sono neppure sulla carta, tra defe­zioni certe e annun­ciate. E poi nessun governo, vecchio o nuovo, può governa­re con 317 deputati (solo 5 in più dell’op­posizione). Fini e Ca­sini stanno quindi parlando di un non senso numerico e po­litico. Stanno parlan­do di un grande im­broglio fondato sul tradimento degli elettori e aggravato da un patto col nemi­co. Per capirlo non c’è neppure bisogno d i scomodare Napo­litano.

IL PASTICCIO CHE AIUTA BERLUSCONI, l’editoriale di Mario Sechi

Pubblicato il 4 dicembre, 2010 in Politica | Nessun commento »

Silvio Berlusconi Quando Gianfranco Fini decise di mollare gli ormeggi e costituire il gruppo di Futuro e Libertà non immaginava esattamente quale sarebbe stata la parabola della sua scelta. Ancora oggi l’ex presidente della Camera (uso «ex» perché ormai lo è solo dal punto di vista formale) non ha una visione totale dell’orizzonte politico. Ha aperto una crisi al buio e comincia a intravvederne le ombre e i limiti, piano piano si sta risvegliando da un lungo sonno, ma non ancora al punto da coglierne in toto il pericolo non dico per il Paese – non penso ne sia davvero preoccupato – ma per il suo futuro politico.
L’altro ieri con Pier Ferdinando Casini e Francesco Rutelli ha giocato una carta puramente tattica lanciando la santa alleanza contro il Cavaliere, ma contemporaneamente cercando la via per una trattativa prima del voto del 14 dicembre. Quello che doveva essere un atto di show of force, mostrare i muscoli all’avversario, in realtà era l’ammissione di una debolezza: il Terzo Polo non ha tutte le tessere del mosaico a posto. Forse ha i numeri per mandare sotto Berlusconi alla Camera, ma non ne è sicuro. E certamente non sa che cosa può succedere dopo il voto di fiducia. L’incertezza e la paura sono i sentimenti che dominano la scena politica. Ventiquattr’ore dopo la presentazione del Triciclo anti-Cavaliere, a Fini è scappata la frizione e ha fatto una dichiarazione avventata, imprudente, che suona qualcosa di inconfessabile: «Dopo il 14 niente urne ma le cose cambieranno perché il capo dello Stato sa cosa fare».
Leggete bene: il capo dello Stato sa cosa fare. A questo punto un umile cronista, uno che il Palazzo lo conosce abbastanza da non essere proprio un gonzo, si chiede: cosa sa Fini? Cosa gli avrebbe anticipato Napolitano? Ha già in tasca lo schema con le prossime mosse della Presidenza della Repubblica? Concerta qualcosa con il Quirinale? Perché esprime queste certezze? Di che natura sono i suoi colloqui con il Colle? E a che titolo parla? È il presidente della Camera, il leader di Futuro e Libertà o un consigliere del Quirinale?
Le parole di Fini sono gravi. Disegnano uno scenario ribaltonista precostituito, preordinato, premeditato. In un altro contesto qualcuno direbbe che è un golpe istituzionale, ma siccome non siamo un Paese serio, possiamo solo dire che tradiscono un disegno che è un desiderio. Bene ha fatto Giorgio Napolitano ieri a intervenire subito e chiarire che i suoi poteri – parliamo di quello di scioglimento delle Camere – non sono plasmabili da nessuna parte politica. Né da Berlusconi né da Fini né da un fantomatico Pd né da Casini o altri. La presidenza della Repubblica ha usato parole dure e ferme. Di fronte alle dichiarazioni di Fini il capo dello Stato aveva il dovere di intervenire con rapidità. Tuttavia, a noi poveri mortali resta il dubbio che quella di Fini sia una voce dal sen fuggita e contenga qualche elemento di inquietante verità.
Sarò chiaro: dal punto di vista istituzionale anche Berlusconi commette un errore quando parla di elezioni dopo il voto di fiducia, ma a differenza di Fini, il Cavaliere non ha mai detto so che cosa farà il Presidente della Repubblica e dunque muovo il passo sicuro verso un certo obiettivo. Dalla parte del Pdl regna l’incertezza su quali saranno le mosse di Napolitano. Non così è sembrato per Fini, la sua sicurezza nel disegnare quel che accadrà dalle parti del Quirinale è sconcertante per chiunque abbia un po’ di dimestichezza con la materia. Stiamo vivendo un passaggio delicatissimo della vita politica e la confusione istituzionale è totale. L’invasione di campo è diventata una consuetudine e nessuno sembra aver capito bene che cosa sta accadendo.
Tra quelli che non hanno capito nulla c’è Denis Verdini, uno dei tre coordinatori del Pdl. Mi dispiace per lui, è un gran simpaticone, ma liquidare le prerogative del capo dello Stato con un «ce ne freghiamo» mette in luce una capacità di analisi dello scenario politico pari a zero. Mentre il suo partito mette a segno un punto essenziale per giocare la partita della fiducia, lui invece mette la firma su un fiasco colossale. Tira fuori «le prerogative dei partiti» e non coglie il senso di quanto sta accadendo. Avrebbe bisogno di un piccolo Machiavelli portatile, ma dubito che possa riuscire a capirne il significato.
Riepilogo del pasticciaccio:
1. Fini fa correre la lingua e svela un plot politico al di là dell’immaginabile;

2. il capo dello Stato è messo in una situazione di gravissimo imbarazzo e fa rapidamente una nota in cui ribadisce la sua indipendenza e i suoi poteri;

3. questo mette il Pdl in una posizione perfetta per dispiegare la sua strategia prima e soprattutto dopo il voto di fiducia;

4. Verdini fa quello che esce dall’osteria ed entra in una cristalleria politica, non capisce che ha intorno a sé merce piuttosto delicata, sbuffa, bofonchia e rompe piatti e bicchieri con gran frastuono e risate generali degli avversari che fino a qualche minuto prima avevano il terrore disegnato in volto.

5.Verdini cerca di metterci una toppa e fa una nota per puntualizzare, si fa per dire, il suo pensiero.
Il patatrac non si cancella, ma neppure le parole di Fini che hanno ben altro spessore politico rispetto a quelle di Verdini. La sortita del leader di Futuro e Libertà infatti resta nitroglicerina e avrà conseguenze serissime sul dibattito parlamentare e le mosse di tutti gli attori in campo. Tutte le manovre dei protagonisti della crisi sono sul filo di lana. Berlusconi spera di avere la fiducia, ma sa benissimo che rischia alla Camera e può dunque ritrovarsi a gestire una crisi al buio, le consultazioni con il Quirinale e rischiare di ritrovarsi un altro governo con un altro presidente del Consiglio.

Fini è alle prese con un gruppo rissoso, diviso, incerto a tutto. Fatica a tenerlo insieme. Ha un’alleanza con Casini basata solamente sulla caduta e fine del Cavaliere. Per il resto corre in autostrada senza fari e con i freni ormai consumati. Non può permettersi le elezioni e se Berlusconi sopravvive politicamente a tutto questo per lui poi sarà difficile sottrarsi al destino del comprimario. Casini scommette sulla caduta di Silvio, ma questo pasticcio lo pone nella condizione di quello che se partecipa al ribaltone entra nella dimensione del traditore, cosa che tra l’altro lui non è, visto che nel 2008 ha deciso di stare all’opposizione. Napolitano a questo punto ha davanti a sé un terreno di gioco pieno di buche, un pantano su cui diluvia. Il campo così è davvero impraticabile. Un arbitro interrompe la partita e ne fa giocare un’altra. Con le stesse squadre, senza cambi di casacca e giocatori. Mario Sechi, Il Tempo,04/12/2010

VERDINI: PAROLE AUTOLESIONISTICHE

Pubblicato il 4 dicembre, 2010 in Politica | Nessun commento »

Lo scontro tra il governo e i suoi affossatori ha fatto registrare ieri un episodio che non esitiamo a deplorare. Uno dei coordinatori del PDL, Denis Verdini, forse  (e sarebbe l’unica sua scusante) provocato dalla arrogante dichiarazione di Fini che dopo aver sostenuto la “fine del governo” si è anche avventurato a dichiarare con la spocchia che lo contraddistingue che comunque “non si  vota perchè il Capo dello Stato sa quel che deve fare”. Una dichiarazione che forse (e, ripetiamo, sarebbe unica scusante ) Verdini  ha letto come una sorta di intesa già sottoscritta tra Napolitano e Fini per cui il Quirinale in virtù delle sue prerogative costituzionali si avvierebbe a favorire un governo affidato ai “traditori e ai perdenti”.  Non è così ed infatti il Capo dello Stato ha diffuso una nota con cui rivendica le sue prerogative ma chiaramente si sottrae ad una sorta di “padrinato” che Fini pare voglia esercitare su di lui. Prima che il comunicato del Qurinale fosse noto Vedini ha manifestato una insofferenza rispetto alla ipotesi di un accordo sottobanco di Napolitano con Fini e l’ha esplicitata con frasi francamente sopra le righe la cui gravità non è venuta meno dopo la frettolosa retromarcia dello stesso Verdini.  Peccato. In queste ore bisogna mantenere la calma ed evitare che traditori e perdenti possano ritrovarsi nel loro arco frecce offerte dallo stesso asse governativo, raccogliendo le provocazioni di chi sta usando l’attacco per difendersi. Lo scrive oggi sul Corriere della Sera uno dei più lucidi commentatori della politica italiana, Massimo Franco, in nota che pubblichiamo di seguito. Comunque,  occorre calma e sangue freddo. g.

L’articolo di Massimo FRANCO

L’episodio di ieri sera lascia intravedere quali pressioni è destinato a subire il Quirinale, fino al rischio di scontro.

E’ stupefacente il modo rozzo e autolesionistico col quale uno dei coordinatori del Pdl ha ritenuto di rivolgersi al Quirinale. Una frase da comizio, che aveva preceduto una nota con la quale Giorgio Napolitano si era limitato a far sapere ufficiosamente che «nessuna presa di posizione di qualsiasi parte» poteva oscurare le sue prerogative: poche parole interpretate come un altolà a chi dà per scontato il voto anticipato; ma anche a Fini, che ieri ha attribuito al capo dello Stato l’intenzione di formare un altro governo se cade quello di Berlusconi. Lo stentoreo «ce ne freghiamo delle prerogative» del Quirinale, gridato ieri sera da Denis Verdini, non è soltanto un atto di volgarità istituzionale: è un autogol politico per il governo, che sembra Berlusconi abbia subìto, perché si dice non ne sapesse nulla. Il coordinatore del Pdl ha trasformato un possibile vantaggio rispetto a Fini in un danno, insultando un Napolitano che ha sempre mostrato rare doti di equilibrio. Ed ha rivelato la tentazione di una parte del Pdl di arrivare anche allo scontro col Quirinale pur di avere le elezioni. Per un «terzo polo» che procede verso la resa dei conti contro Berlusconi quasi a tappe forzate, si tratta di un aiuto insperato. Gianfranco Fini e Pier Ferdinando Casini sono decisi a picconare il presidente del Consiglio nella speranza vana di indurlo alle dimissioni prima del 14 dicembre. La mozione di sfiducia con 85 firme, depositata ieri, dovrebbe preannunciare la crisi di governo.

Ma l’episodio di ieri sera lascia intravedere quali pressioni è destinato a subire il Quirinale. Fini ieri ha sostenuto che «il capo dello Stato sa cosa deve fare nel rispetto della Costituzione». Ed ha escluso il voto anticipato, facendo insorgere il resto del centrodestra e creando malumori anche al Quirinale. Per il Pdl era una scorrettezza istituzionale che richiedeva l’intervento di Napolitano. Il problema è che quando il Colle si è mosso, qualcuno nel Pdl già aveva reagito attaccandolo: quasi un’anticipazione dello sfondo di veleni sul quale Napolitano sarà presto chiamato a svolgere il suo ruolo cruciale di arbitro.

Il «terzo polo» e il centrosinistra insistono sulla possibilità di allargare la maggioranza dopo la crisi. Il fronte berlusconiano contempla le urne. Fra questi due estremi c’è una terra di nessuno che il capo dello Stato sarà costretto a percorrere armato solo della bussola della Costituzione. Il problema è che ognuno la vuole piegare ai propri obiettivi. E, se li manca, rischia di cedere alla tentazione di scaricare il proprio fallimento sul Quirinale. Berlusconi cerca di esorcizzare la seduta del Parlamento del 14 dicembre, definendo la mozione di Udc, Fli e Api «una bufala»; e i 317 voti teorici contro il governo una massa destinata a frantumarsi. Casini gli risponde con durezza, invitandolo a «prendersela con se stesso per avere dilapidato la più grande maggioranza del dopoguerra».

Ma perfino l’ideologo di Farefuturo, Alessandro Campi, avverte che «una maggioranza parlamentare antiberlusconiana ed un governo tecnico sarebbero un regalo al premier ed un obbrobrio politico-istituzionale». Sono segnali di perplessità, che, almeno in apparenza, non affiorano nell’«asse del Nord»: almeno non ancora. Casini e Fini si rendono conto che l’idea di essere usati dalla sinistra per abbattere il governo può danneggiarli. E replicano di volere solo «un vero centrodestra. La premessa comune è che l’era berlusconiana si è esaurita. E dietro le loro manovre ed i loro ultimatum si indovina un calcolo azzardato: sperano che se si dovesse aprire davvero la crisi, il Pdl si squagli e la Lega si smarchi. Per il momento gli indizi sono a dir poco labili, sotto traccia: al punto da fare apparire l’offensiva una corazza che nasconde molte inquietudini. Probabilmente una fase è finita davvero, ma la fretta di archiviarla può in realtà prolungarla in maniera imprevedibile: nonostante il contributo maldestro di alcuni berlusconiani. Massimo FRANCO, Il Corriere della Sera, 4 dicembre 2010