GLI UOMINI DI FINI: IL SEN. STRANO E L’ON. CATONE
Pubblicato il 9 novembre, 2010 in Cronaca, Gossip, Politica | Nessun commento »
Il neo capo del neo partito del FLI, cioè Fini, a Perugia, come a Mirabello, si è riempito la bocca della parola “legalità“, innalzandola a bandiera del nuovo schieramento. E però ciò non gli ha impedito di arrulare nella sua nuova truppa due personaggi che rispondono ai nomi del sen. Nino Strano e dell’on. Giampiero Catone.Chi siano costoro lo apprendiamo dalle colonne del Fatto Quotidiano, giornale di Travaglio, che li descrive nel modo che segue.
NINO STRANO: DALLE INCHIESTE ALLA MORTADELLA…
Giuseppe Lo Bianco per “il Fatto Quotidiano“
Se gli si parla di “bunga bunga” il senatore Nino Strano pensa subito ai bronzi di Riace: “Mi squaglio davanti a una creatura di marmo”. Precisando: “Ma non ho mai avuto un rapporto sessuale con un gay”. In Parlamento lo ricordano con la bocca piena di mortadella celebrare la sconfitta del governo Prodi in un pomeriggio di “bon ton” a palazzo Madama arricchito dall’offesa al collega Nuccio Cusumano, chiamato “checca squallida”.
“A me piace il turpiloquio, mi afferra, mi tira per un braccio” rivelò il senatore che si definisce oggi “esteta fottuto, amico di travestiti, troie e omosessuali”. Chissà se utilizzava lo stesso linguaggio all’inizio della sua carriera politica, negli anni del dopo stragi, quando, sotto l’ombrello della mafia stragista, si candidò, nel ‘94, nel movimento indipendentista Lega Sicilia, fondato da lui stesso e da Nando Platania, quest’ultimo accusato dal pentito Tullio Cannella di cambiare “pizzini” che lo stesso collaboratore avrebbe recapitato a Bagarella.
Una stagione ancora oscura durante la quale il boss corleonese invaghito di separatismo voleva duplicare l’esperimento leghista catanese a Palermo, racconta il pentito, che parla anche della candidatura di Strano alla presidenza della provincia di Catania. L’inchiesta finì in un’archiviazione, lui proseguì l’avventura politica in An: l’anno scorso è stato assessore regionale al Turismo della giunta Lombardo e lanciò tra le polemiche la Sicilia come meta del turismo gay.
Poi tentò la riconferma, ma Lombardo gli negò la qualità di “tecnico”, lasciandolo fuori dalla sua quarta giunta. Si consola con la Film Commission, decidendo di finanziare film in base a criteri turistici, piuttosto che culturali. L’indagine per mafia lo sorprende a Perugia, alla convention di Fli, ma il suo motto ricorda passioni di altri leader: “Frequento con piacere i locali dove ogni desiderio è possibile. Le mie donne sono sempre con me. Vivo dannatamente di contraddizioni”.
2 – GIAMPIERO CATONE: RICICLATO E PLURINDAGATO…
Chiara Paolin per “il Fatto Quotidiano“
Chissà cosa farà nella sua prossima vita l’onorevole Giampiero Catone: già ne ha vissute molte. Napoletano di nascita e abruzzese d’adozione, 54 anni ben portati, uomo Dc devoto a Rocco Buttiglione sin dalla più tenera età, Catone è un virtuoso dello slalom politico-istituzionale.
Mentre la Prima Repubblica cadeva a pezzi, lui riuscì fortunosamente a impossessarsi del simbolo scudocrociato assicurandolo in dote all’amico Rocco, il quale lo premiò nominandolo suo capo di Gabinetto al ministero delle Politiche Comunitarie con delega particolare allo sviluppo economico. Un posto ideale per Catone, ormai approdato a una felice vita Udc: economia, lavoro e relativi fondi lo hanno sempre appassionato moltissimo. Al punto da inventarsi attività inesistenti per cui richiedere lauti finanziamenti al Ministero dell’industria.
Per questo nel 2001 fu arrestato con l’accusa di associazione a delinquere finalizzata alla truffa aggravata, falso, false comunicazioni sociali e bancarotta fraudolenta pluriaggravata. In pratica, due bancarotte da 12 milioni di euro l’una, e 6 milioni di finanziamenti ottenuti a fondo perduto. Dopo una serie di pericolosi rinvii a giudizio, arrivò la manna della prescrizione, ma ancora nel 2003 e nel 2007 la giustizia tornò a occuparsi di lui per bancarotta fraudolenta ed estorsione. Accuse da cui venne assolto, e subito promosso al Pdl: un seggio sicuro in Lombardia, una lussuosa poltrona da deputato che però non gli ha fatto passare la voglia di cambiare ancora.
È infatti entrato in Fli il 24 settembre, nei giorni più caldi del divorzio libertario: in cambio è arrivata la nomina a responsabile del movimento per l’Abruzzo. Ma la base locale ha reagito malissimo, dimissioni a raffica e una domanda: come parlare di legalità con un rappresentante plurindagato? Il 4 novembre il clamoroso dietrofront: Daniele Toto, nipote dell’avioimprenditore (e a sua volta indagato) Carlo, ha scalzato Catone.

Mentre Italo Bocchino affermava che «la crisi ci sarà», dal Quirinale giungevano parole che dovrebbero riportare i marziani di Futuro e Libertà sulla terra. Giorgio Napolitano chiede che la Finanziaria sia approvata senza incertezze, che il ciclo virtuoso che ha tenuto saldi i conti pubblici italiani prosegua e la stabilità di governo in un momento di grande fibrillazione dell’economia mondiale sia garantita. Napolitano frena Fini. Niente crisi, please. Proprio ieri su Il Tempo Francesco Damato e Marlowe hanno spiegato le ragioni per cui un intervento del capo dello Stato era auspicabile e la linea del controllo della spesa della finanza pubblica non è una variabile a disposizione dei finiani, ma un impegno continuo preso dall’Italia nei confronti delle istituzioni internazionali. Pochi giorni fa due agenzie di rating – Standard & Poors e Fitch – hanno confermato la loro valutazione positiva per i conti pubblici dell’Italia, ma entrambe hanno anche lanciato un avvertimento: serve stabilità e una crisi di governo può essere letale per il Paese. Sono certo che l’Ufficio per gli Affari Finanziari della Presidenza della Repubblica ha letto con molta attenzione i documenti delle agenzie di rating. E sono altrettanto certo che Napolitano ha tirato un sospiro di sollievo. L’Italia emette titoli di debito che servono a finanziare l’attività dello Stato, sono il nostro ossigeno quotidiano. E la credibilità delle istituzioni è fondamentale per il collocamento di questi titoli.
Gianfranco Fini vuole distruggere il berlusconismo, ma il suo discorso ieri è riuscito a ridargli vita e un senso. Anni fa scrissi che il berlusconismo come fenomeno sociale e politico era pre-esistente a Berlusconi, faceva (e fa) parte del carattere degli italiani. Lui è stato il leader che l’ha meglio interpretato. Il discorso di Fini invece immagina un popolo e un Paese forgiati e cresciuti da Berlusconi, il grande fabbricatore del golem italiano. Fatto fuori lui, il grande seduttore di Arcore, tutto cambia. È un errore di prospettiva storica e di analisi politica che Fini condivide con la sinistra. E questo spiega due fatti: 1. l’incapacità cronica del presidente della Camera di proporsi come successore ideale del Cavaliere; 2. l’inadeguatezza della sinistra a rappresentare un’alternativa di governo credibile.