FINI COME VELTRONI, aspettando PERUGIA
Pubblicato il 6 novembre, 2010 in Politica | Nessun commento »
Oggi si apre a Perugia la convention del partito personale di Fini. Aspettando il discorso di Fini, Fabrizio Dell’Orefice, per Il Tempo, traccia un ritratto di Fini che appare sempe più “veltronizzato”.
Fini si è veltronizzato. Ormai è affetto anche lui dal morbo che ha paralizzato (politicamente s’intende) l’ex leader del Pd: il maanchismo. Che non è una variante del machismo. No, il ma-anchismo deriva dalla coppia di parole più ripetute da Walter Veltroni nella campagna elettorale di due anni fa: “Ma” e “Anche”. Siamo con i bianchi ma anche con i neri. Siamo con i gialli ma anche con i rossi. Siamo per l’impresa ma anche per i lavoratori. Siamo per gli israeliani ma anche per i palestinesi. Siamo con i giovani ma anche con gli anziani. Ora Fini si trova in una situazione analoga. Finora Futuro e Libertà ha avuto un percorso contrario a quello di Forza Italia. È un movimento nato nel palazzo e che adesso prova a misurarsi con il Paese. Il punto è proprio questo: nel Paese si è creata una grande aspettativa nei confronti della nuova formazione politica e che sarà difficile non deludere. Perché essenzialmente finora Fini non ha ancora avanzato una proposta, non ha messo su tavolo una richiesta precisa, non ha provato a cambiare le priorità o a dettare l’agenda politica. Si è caratterizzato soprattutto come forza di interdizione, nella straordinaria capacità di minare il campo, di avvelenare i pozzi e comunque di bloccare l’iniziativa politica del governo. O meglio, in gran parte l’esecutivo era già fermo per sue responsabilità ma i finiani sono stati straordinari nell’intestarsi questo “merito”. Il successo della prima Forza Italia, a cui Fini in qualche modo si ispira, fu esattamente il contrario: un milione di posti di lavoro, più libertà, più merito.
Oggi a Bastia Umbra Fli presenterà il suo manifesto. Sul quale vige il più stretto riserbo. Ma è chiaro intuirne i contenuti, basta andare a rivedersi le prese di posizioni. Chi vuole rappresentare Fli? Quanti più italiani è possibile. L’Italia degli onesti, quella che si batte contro l’illegalità e la corruzione. L’Italia del merito. L’Italia del senso dello Stato, dell’interesse generale piuttosto del particulare. E vabbè, fin qui siamo al catalanismo, da Catalano, il “filosofo” di Arbore dai pensieri banali. L’unica novità è l’ambientalismo, lo spazio alla risorsa verde. Che d’altro canto è già ampiamente richiamata nel simbolo di Futuro e Libertà che lascia immaginare una destra in stile David Cameron. Come tutto ciò si debba realizzare, concretizzare, materializzare non è dato sapere. Finora l’unica proposta avanza da Fini è stata la privatizzazione della Rai. Non c’è un programma economico, non ci sono progetti per la riforma del fisco per la quale il governo ha appena aperto un tavolo. Tanto per fare un esempio. E non ci sono delle radici culturali, come ha ricordato sul Tempo Gennaro Malgieri. Di questo passo Fini si sta totemizzando. Diventa un totem. Un totem della legalità. Un totem del multiculturalismo. Un totem dei doveri. Un totem e basta. Immobile. E non serve per andare avanti.
Ecco perché ora Fini è chiamato a decidere, a mostrare le carte. Ancora ieri con i suoi fedelissimi si è limitato a dire che aveva le idee chiare e che alla fine del vertice dei futuristi le aveva ancora più chiare. Ma quali sono nessuno l’ha capito. Si sono intuiti i capisaldi. Fini vorrebbe vedere morto (sempre politicamente, s’intende) Berlusconi nel più breve tempo possibile ma professa che resti a governare. Spera cada ma non se la sente di farlo cadere. E per farlo cascare dice in pubblico che deve governare, deve andare avanti ma in realtà si augura che inciampi al primo scalino e si faccia male. Su questa strada, sulla via del tatticismo sfrenato, è molto facile che Fini venga compreso nel Palazzo. Ma fuori? Chi ogni giorno si dimena con una crisi economica devastante, chi se la deve vedere con un Paese bloccato, chi non è tutelato e chi più banalmente è deluso dal Pdl che cosa ne può capire della linea di Fini? Per questo per Gianfranco si sta inesorabilmente avvicinando l’ora delle scelte. Di cominciare a dire chiaramente quale Paese immagina e come pensa di realizzarlo. Quali sono le sue priorità, quali decreti vuole che vengano varati, come pensa di cambiare l’Italia. E soprattutto, al netto dell’antiberlusconismo di destra, qual è l’altra Italia che sogna.
IL TEMPO 6 NOVEMBRE 2010






Dichiarando di preferire la passera delle fanciulle al fallo e al tafanario di qualche Ninetto o Masetto il nostro amatissimo Silvio ha certamente fatto qualcosa che sembra una cavolata non solo e non tanto dal punto di vista della correttezza politica ma anche e soprattutto da quello della pura e semplice prudenza comunicativa e mediatica. Ammesso questo è tuttavia doveroso aggiungere subito che con questa sua ultima esternazione il nostro ineffabile premier non ha fatto altro che aggiungere un ennesimo anello all’interminabile catena delle ragioni per cui il nostro virtuosissimo establishment non può non considerarlo un intollerabile intruso. Le quali ragioni, a ben vedere, non riguardano affatto le cose che il reprobo ha fatto quando quelle che non ha mai fatto, e che messe tutte insieme formano una montagna di assolutamente imperdonabili omissioni. Proviamo a ricordare le principali. Non ha mai cantato né Giovinezza né Faccetta nera. Non ha mai cantato Bandiera rossa, l’Internazionale e Bella ciao. Non ha mai cantato nemmeno Biancofiore.



Se Giovanni Boccaccio fosse tra noi avrebbe materiale per scrivere un nuovo Decamerone. Altro che le cento novelle, le sette donne e i tre uomini che per dieci giorni se la spassano fuori città e ne combinano e raccontano di tutti i colori. Una Noemi di qua, una D’Addario di là, una Ruby di sopra, una Nadia di sotto e via così in un crescendo di «rivelazioni ad personam», gossip e verbalate senza segreto che stanno rendendo la politica italiana uno show per soli adulti e il Cavaliere il capro espiatorio di tutte le nostre debolezze e i nostri conflitti. Boccaccio scrisse il suo libro nel Trecento, un’opera deliziosa in cui la rappresentazione dei vizi e delle virtù diventa l’affresco di un’epoca nella quale l’autore non ha alcun atteggiamento moralistico, racconta la totalità dell’azione di quel mondo e rivendica il diritto di narrare quel che lui considera l’eros naturale, un po’ quello che i sessantottini di ieri (oggi noiosi bacchettoni) avrebbero chiamato «libero amore».
