ADESSOIL PD VORREBBE “CHIUDERE” IL GIORNALE di Alessandro Sallusti

Pubblicato il 31 ottobre, 2010 in Politica | Nessun commento »

Il Pd ha scoperto, dopo una seria e approfondita indagine, che questo gior­nale simpatizza per Silvio Berlusconi e sostiene la sua azione di governo. La pro­va? A volte, nei titoli, «lo cita in modo confidenziale col nome di battesimo». Cioè scriviamo Silvio invece che Berlu­sconi. La cosa è grave al punto che i verti­ci del partito hanno deciso di inoltrare un esposto al Garante delle comunica­zioni, chiedendo di aprire un’indagine e adottare le sanzioni conseguenti, non esclusa la chiusura della testata. Il docu­mento, quattro cartelle su carta intesta­ta del Pd, è firmato da un vero democrati­co, l’ex ministro e attuale responsabile dell’informazione, Paolo Gentiloni Sil­veri, già cofondatore negli anni Settanta del Pdup (Partito di unità proletaria), na­to da una scissione del Pci ritenuto all’ epoca poco comunista. Gentiloni non è certo l’unico a essere passato dalle barricate di piazza contro il potere borghese ai lauti stipendi dei governi borghesi.

La sua rivoluzione l’ha baratta­ta con i­quindicimila euro net­ti al mese dello stipendio di de­putato, il doppio cognome l’ha tenuto come vezzo, così come ha diretto una rivista ecologica di sinistra ( La nuo­va ecologia ) ovviamente paga­ta con i contributi pubblici. In sostanza, da buon comunista, non ha quasi mai guadagnato un soldo che venisse dal mer­cato ma si è fatto sempre man­tenere dai contribuenti. Per Gentiloni il fatto che un giornale scriva bene di Berlu­sconi e male della sinistra è inammissibile: «A giudizio del­lo scrivente- si legge nell’espo­sto – la condotta ascrivibile al­la direzione del quotidiano Il Giornale configura in tutta evi­d­enza una fattispecie di soste­gno privilegiato al presidente del Consiglio… il quotidiano ha giocato un ruolo di soste­gno sistematico alle posizioni del premier ma di attacco con­tinuato alle posizioni dei sog­getti politici considerati quali suoi avversari… per tutto que­sto si chiede a codesta autorità di aprire una istruttoria…». Ci avesse telefonato, gli avremmo chiarito direttamen­te il suo sospetto. È vero, soste­niamo, quasi unici nel panora­ma della stampa italiana, Sil­vio Berlusconi e il suo gover­no. Sì, critichiamo anche aspramente la politica di Ber­sani, di Di Pietro e di chi me­glio crediamo. Il perché è sem­plice: ci piace così, siamo libe­ri, crediamo in quello che fac­ciamo, non vogliamo vivere in un Paese dove un Gentiloni qualsiasi, alla pari di qualche pm in malafede e in cerca di gloria, possa tappare la bocca a giornali e giornalisti. Gentiloni Silveri, a nome di Bersani, pensa, e scrive, che noi sosteniamo Berlusconi perché pagati dalla famiglia Berlusconi. Non lo sfiora nep­pure il contrario, per lui non è ammissibile che un gruppo di persone la pensi come Berlu­scon­i e quindi lavori spontane­amente e volentieri negli unici mezzi di informazione dove è possibile sostenere le proprie tesi.

Avanti di questo passo il Pd chiederà l’interdizione dal voto per i tredici milioni di ita­liani che alle ultime elezioni hanno messo la croce sul sim­bolo del Pdl. Per i tre milioni di disgraziati corrotti e prezzola­ti che alle recenti europee han­no osato addirittura scrivere sulla scheda il nome di Silvio Berlusconi come candidato preferito, Bersani farà un espo­sto in tribunale (i pm amici non gli mancano) per chieder­ne l’arresto. La sinistra sogna un mondo dove non si possa parlare be­ne di Berlusconi, male di loro, di Fini, di Di Pietro. In compen­so l’inverso deve essere un di­r­itto garantito dalla Costituzio­ne. Il concetto è simile a quel­lo degli integralisti islamici che ogni tanto ci allietano con aerei e pacchi bomba nelle no­stre città: noi esigiamo mo­schee e diritti in Occidente, voi cristiani se vi becchiamo a pregare Dio dalle nostre parti vi condanniamo direttamen­te a morte. Ma senza scomodare Bin La­den basta fermarsi a Romano Prodi. Sette giorni dopo esse­re stato eletto premier, licen­ziò sui due piedi il direttore del Tg1, Clemente Mimun, per fare posto all’amico Gian­ni Riotta e ai suoi editoriali filo governativi. Gentiloni, allora ministro delle Comunicazio­ni, nulla ebbe da obiettare. An­zi, sembrava pure contento, sia della scelta che degli edito­riali. Oggi invece l’ex ministro grida allo scandalo perché su quella poltrona c’è seduto Au­gusto Minzolini, al quale il Pd vuole negare anche la possibi­lità di dire la sua. Il Garante delle comunica­zioni, per quanto ne sappia­mo, non è intenzionato a pro­cedere sull’esposto targato Pd. Anche lui sarà di parte. Op­pure ha capito che è vero che Silvio Berlusconi ha un enor­me conflitto di interessi, ma nel senso che ha gli stessi inte­ressi del 35 per cento degli ita­liani. Si chiama democrazia e lei, caro Gentiloni Silveri, non può farci nulla. Si rassegni e cerchi almeno di essere un po’ meno ridicolo. Alessandro Sallusti, Il Giornale, 31 ottobre 2010

IL BUNGA BUNGA TECNICO, di Mario Sechi

Pubblicato il 31 ottobre, 2010 in Politica | Nessun commento »

Come uno zombie, il governo tecnico s’è risvegliato. Le gesta amatorie di Berlusconi hanno dato carburante alla fantasia di chi architetta da sedici anni il disarcionamento del latin lover di Arcore. La sua telefonata alla questura di Milano (pessima idea) ha dato un minimo appiglio istituzionale ai tanti che vedono il caso del “Bunga Bunga” come forse l’ultima occasione per sbarazzarsi del Cavaliere. Non potendo chiedere le dimissioni del presidente del Consiglio per violazione dei limiti di velocità sessuale, quella telefonata è il grimaldello per far saltare il governo.

Si tratta, ovviamente, di una semplice scusa che non cambia la sostanza del problema: oggi un governo tecnico avrebbe il segno di un esecutivo nato per eccesso d’uso dell’ormai arcinoto “lettone di Putin”. Sarebbe un gabinetto che nasce nel ridicolo e vi lascio immaginare quale legittimazione e autorevolezza potrebbe avere per gli elettori. Il nome è già pronto: “Governo del Bunga Bunga”. Secondo i rumors di Palazzo ci sarebbe già un politico pronto a guidarlo: Beppe Pisanu, ex ministro dell’Interno, oggi presidente della Commissione Antimafia, in rotta con Berlusconi e in ottimi rapporti con Giorgio Napolitano e Gianfranco Fini. Nel Palazzo si fanno già i nomi dei futuri ministri, si gioca al totonomine e si fanno previsioni sulla durata. La panchina delle riserve della Repubblica ha già cominciato il riscaldamento pre-partita e fa giri di campo e soprattutto di Palazzo. Umberto Bossi il papocchio tecnico lo vede all’orizzonte e, da politico dotato di gran fiuto, pensa che non sia affatto una disgrazia, ma la grande opportunità per il centrodestra a doppia trazione Lega-Pdl. Mettersi all’opposizione, bombardare l’esecutivo da distanza ravvicinata e prepararsi a elezioni in ogni caso imminenti. Ecco il piano dell’Umberto. Non so se Berlusconi pensi la stessa cosa, ma vista l’escalation dell’assalto in versione hard-core, al suo posto – a meno che non abbia voglia di salutare tutti e andare a spassarsela a Bermuda – ci farei un pensierino e lascerei tessere agli avversari tutte le trame che credono.

Quando l’establishment si mette in testa un progetto, solitamente finisce gambe all’aria di fronte al voto popolare. È già successo per l’esperimento da piccolo chimico del Pd, finirà così per altre soluzioni alchemiche. Il direttore de Il Tempo pensa che nel giro di sei mesi quel governo si squaglierebbe, per ragioni che appaiono evidenti anche a chi non ha studiato politologia a Princeton. Vi immaginate, cari lettori, quale fonte di autorevolezza avrebbe un governo che ha la sua formidabile fonte di legittimazione su una piattaforma politica che si fa forte di argomenti come «Papi», «il lettone di Putin», «la farfallina», «l’ape regina», «la doccia ghiacciata», «l’igienista», «la nipote di Mubarak» e il «Bunga Bunga»? Guardare dal buco della serratura e sollevare le lenzuola della camera da letto del premier fa certamente guadagnare copie ai giornali – che in fondo fanno il loro mestiere – e dà qualche argomento polemico a un’opposizione a corto di idee buone, ma la storia per i leader e i partiti politici è leggermente diversa. Per guadagnare anche il portone di Palazzo Chigi serve ben altro, magari una cosa che si chiama politica. Il “Bunga Bunga tecnico” sarebbe un regalo fantastico per Berlusconi e la Lega, ma una pessima soluzione per un Paese che ha bisogno di essere governato e rassicurato sul suo futuro. La verità è che la soluzione dell’esecutivo d’emergenza è una chimera senza il consenso del Cavaliere e di Bossi ma in quel caso saremmo di fronte al paradosso di un governo politico (quello attuale) che cede lo scettro a un governo transgenico guidato da un premier telecomandato da altri Palazzi. Francamente, pur avendo fantasia e una certa esperienza di miracoli e miracolati del Palazzo, mi sembra difficile vedere Silvio e Umberto dare la benedizione al proprio becchino. Mario Sechi, Il Tempo, 31 ottobre 2010

IL BUNGA BUNGA DI FINI

Pubblicato il 30 ottobre, 2010 in Politica | Nessun commento »

Adesso Gianfranco Fini deve dimet­tersi. Non perché lo diciamo noi, ma per­ché l’ha detto lui. Ricordate? Videomes­saggio stile Bin Laden del 26 settembre scorso: «Se dovesse emergere con certez­za che Tulliani è il proprietario della casa di Montecarlo, non esiterei a lasciare la presidenza della Camera». Bene: non esi­ti, perché oggi la certezza c’è. E si trova proprio in quelle carte della Procura di Ro­ma che tanto l’avevano rallegrato qual­che giorno fa, quando era stata annuncia­ta la richiesta di archiviare la sua posizio­ne in merito al reato di truffa aggravata. Tra i documenti acquisiti dai pm, infatti, c’è anche il famoso contratto d’affitto tra il «cognato» Giancarlo Tulliani e la seconda società off-shore che ha comprato l’appar­tamento donato dalla contessa Colleoni ad An. E Tulliani quell’atto lo firma due volte: come affittuario e come proprietario del­l’immobile. Nessun dubbio. Lo scrivono gli stessi magistrati capitolini: «Il contratto di locazione intervenuto tra il locatore Tima­ra Ltd, priva della indicazione della perso­na fisica che la rappresentava, e il locatario Giancarlo Tulliani reca sotto le diciture “lo­catore” e “locatario”due firme che appaio­no identiche, così come quelle apposte sul­la clausola integrativa recante la data 24/2/2009, allegata al contratto». Linguag­gio burocratico e un po’ sgrammaticato, ma chiaro: il «cognatino» ha firmato per sé e per la Timara. Dunque l’appartamento è suo e, di conseguenza, Fini è tenuto a slog­giare dalla Camera. La Procura di Roma ha fatto i salti mortali per tutelare l’ex leader di An. Lo ha iscritto nel registro degli indagati solo un minuto prima di chiederne l’archiviazione,evitan­dogli quelle fastidiose fughe di notizie che colpiscono la maggior parte dei politici fini­ti nelle grinfie della giustizia, soprattutto se il loro cognome inizia per B. Ha ridotto al minimo il raggio dell’inchiesta, prenden­do in esame solo la congruità del prezzo di vendita del quartierino e riuscendo nel mezzo miracolo di chiedere al Gip di affos­sarla anche una volta stabilito che il prezzo congruo non era affatto. Ha perfino depista­to i cronisti, quando il Giornale ha pubblica­to la registrazione del contratto d’affitto con le firme identiche, facendo filtrare la notizia che sul contratto vero e proprio le firme invece erano diverse. Di più, onestamente, Fini non poteva chiedere. I documenti, a differenza delle pa­role, non sono manipolabili. Ora tocca al presidente della Camera dimostrare di es­sere un uomo d’onore. Aspettiamo fiducio­si. Ma non troppo.

NON C’E’ NULLA CHE SI SALVI, ANNULLATO IL CONCORSO PER NOTAI: IMBROGLI ANCHE PER QUELLI CHE “GARANTISCONO”

Pubblicato il 30 ottobre, 2010 in Politica | Nessun commento »

Cade l’ultimo baluardo del Paese. Altro che il Bunga Bunga di Berlusconi, ieri è stato sospeso il concorso dei notai. Sì, proprio i notai. Quelli che fanno legge con una firma, quelli che «garantiscono» per antonomasia. Quelli che, spesso, non bastano 10 mila euro per portarsi a casa un pezzo di carta. Ma stavolta niente da fare: il notaio non ha dato garanzie. Tutta colpa di una traccia d’esame già usata durante un’esercitazione e dunque conosciuta da alcuni candidati. Erano 3.300 alla Fiera di Roma per contendersi, alla terza e ultima prova, i 200 posti messi a concorso. La sospensione dell’esame è stata chiesta dagli stessi partecipanti, perché, hanno raccontato alcuni di loro, «la traccia “Mortis Causa”, dettata per la prova, è risultata essere quasi totalmente copiata da un’esercitazione svoltasi circa tre settimane fa nella scuola del Consiglio Notarile di Roma.
La stessa traccia era poi apparsa sul sito ufficiale dei praticanti notai (www.romoloromani.it)». Un sito sospeso subito dopo l’annullamento della prova. Le proteste sono durate otto ore, alla fine il presidente della Commissione ha sospeso l’esame. E pensare che le regole per diventare notai sono rigide. Bisogna superare un concorso pubblico nazionale organizzato dal ministero della Giustizia e gestito da una commissione nominata con decreto ministeriale. La commissione esaminatrice è guidata da un presidente di sezione della Corte di Cassazione e composta da sei magistrati, tre professori universitari e sei notai. Le prove sono tre scritte e una orale su otto materie. Ma anche le certezze sono destinate a crollare. E così i notai perdono la loro proverbiale autorità. Secondo la versione del Consiglio del Notariato la Commissione d’esame ha annullato la prova per motivi di ordine pubblico dopo le proteste e, addirittura, l’occupazione dell’aula da parte dei candidati. Al ministero della Giustizia si attende il verbale della seduta dove saranno indicati precisamente i motivi che hanno portato alla sospensione. Spetterà poi al dicastero di via Arenula valutare se sussistano le condizioni per l’annullamento dell’intero concorso.
Un vero pasticcio che non ha precedenti, l’ultima tegola che cade sul Paese mentre la politica ancora si azzuffa sulle feste del premier. Ovviamente lo sconcerto è stato generale, tanto che è dovuto intervenire anche il ministro della Giustizia Alfano. Il primo a parlare è stato il presidente del Consiglio nazionale del Notariato, Giancarlo Laurini: «Ho appreso con enorme sconcerto e vivissima preoccupazione le notizie riguardanti l’annullamento delle prove scritte del concorso pubblico nazionale, da sempre strumento altamente selettivo fondato sul merito». Mentre l’eurodeputato leghista Mario Borghezio se la prende, come al solito, con la Capitale: «Lo scandalo che sta emergendo circa l’anomalo svolgimento dell’attuale concorso per notai, fa emergere l’esistenza, nota a tutti, di un meccanismo torbido e consolidato nella selezione, oggi per i notai, ieri per i magistrati, dai contorni di una legalità di tipo pulcinellesco. A questo punto la pazienza dei nostri candidati è finita da tempo e si pone l’esigenza morale di dire “basta concorsi centralisti a Roma”». Il Partito democratico non perde tempo e presenta un’interrogazione ad Alfano: «È importante fare immediata chiarezza sulle ragioni che hanno portato all’annullamento del concorso per notai. Si tratta, in primo luogo, di una questione di rispetto nei confronti delle migliaia di ragazzi che hanno studiato anni e speso ingenti quantità di denaro per i corsi di preparazione».
Ora il Pd vuole sapere dal ministro della Giustizia «le ragioni ed eventualmente le disfunzioni organizzative che hanno determinato, per la prima volta, l’annullamento di un concorso per notaio mentre era in corso» conclude il capogruppo del Pd nella commissione Giustizia della Camera, Donatella Ferranti. Alfano non si fa pregare: «Quanto accaduto è molto grave. Resto in attesa di conoscere il contenuto del verbale con il quale la commissione mi spiegherà esattamente cosa è avvenuto. Sarà mia cura accertare con puntualità i fatti al fine di prendere la decisione che mi compete». Soprattutto per fare luce sull’ultima follia che rischia di gettare un’ombra proprio su quelli che (ben pagati) devono certificare la regolarità e legalità di atti e documenti ufficiali.

Il Tempo 30 ottobre 2010

ED ORA FINI SI DIMETTA, LA CASA DI MONTECARLO E’ DI TULLIANI, LO RIVELANO LE CARTE DEI PM ROMANI

Pubblicato il 30 ottobre, 2010 in Politica estera | Nessun commento »

1- IL BUNGA BUNGA DI FINI
Massimo De Manzoni per Il Giornale

Adesso Gianfranco Fini deve dimettersi. Non perché lo diciamo noi, ma perché l’ha detto lui. Ricordate? Videomessaggio stile Bin Laden del 26 settembre scorso: «Se dovesse emergere con certezza che Tulliani è il proprietario della casa di Montecarlo, non esiterei a lasciare la presidenza della Camera».

Bene: non esiti, perché oggi la certezza c’è. E si trova proprio in quelle carte della Procura di Roma che tanto l’avevano rallegrato qualche giorno fa, quando era stata annunciata la richiesta di archiviare la sua posizione in merito al reato di truffa aggravata.

Tra i documenti acquisiti dai pm, infatti, c’è anche il famoso contratto d’affitto tra il «cognato» Giancarlo Tulliani e la seconda società off-shore che ha comprato l’appartamento donato dalla contessa Colleoni ad An. E Tulliani quell’atto lo firma due volte: come affittuario e come proprietario dell’immobile.

Nessun dubbio. Lo scrivono gli stessi magistrati capitolini: «Il contratto di locazione intervenuto tra il locatore Timara Ltd, priva della indicazione della persona fisica che la rappresentava, e il locatario Giancarlo Tulliani reca sotto le diciture “locatore” e “locatario”due firme che appaiono identiche, così come quelle apposte sulla clausola integrativa recante la data 24/2/2009, allegata al contratto».

Linguaggio burocratico e un po’ sgrammaticato, ma chiaro: il «cognatino» ha firmato per sé e per la Timara. Dunque l’appartamento è suo e, di conseguenza, Fini è tenuto a sloggiare dalla Camera. La Procura di Roma ha fatto i salti mortali per tutelare l’ex leader di An. Lo ha iscritto nel registro degli indagati solo un minuto prima di chiederne l’archiviazione, evitandogli quelle fastidiose fughe di notizie che colpiscono la maggior parte dei politici finiti nelle grinfie della giustizia, soprattutto se il loro cognome inizia per B.

Ha ridotto al minimo il raggio dell’inchiesta, prendendo in esame solo la congruità del prezzo di vendita del quartierino e riuscendo nel mezzo miracolo di chiedere al Gip di affossarla anche una volta stabilito che il prezzo congruo non era affatto. Ha perfino depistato i cronisti, quando il Giornale ha pubblicato la registrazione del contratto d’affitto con le firme identiche, facendo filtrare la notizia che sul contratto vero e proprio le firme invece erano diverse.

Di più, onestamente, Fini non poteva chiedere. I documenti, a differenza delle parole, non sono manipolabili. Ora tocca al presidente della Camera dimostrare di essere un uomo d’onore. Aspettiamo fiduciosi. Ma non troppo.

Fini Tulliani Famiglia

2- CASA DI MONTECARLO, LE CARTE DELLA PROCURA
Lavinia Di Gianvito per    Corriere della Sera

La data è la stessa: martedì scorso, 26 ottobre. Quel giorno la Procura ha iscritto Gianfranco Fini nel registro degli indagati e, contemporaneamente, ha chiesto l’archiviazione dell’accusa appena contestata. Il dettaglio è nelle carte depositate in vista dell’opposizione annunciata da Roberto Buonasorte e Marco Di Andrea, gli esponenti de La Destra che hanno denunciato l’affaire della casa di Montecarlo.

La rapidità con cui è stata vagliata la posizione del presidente della Camera rischia di ridestare le polemiche, anche perché, finora, era emerso che Fini era stato iscritto quando il Principato di Monaco aveva inviato i documenti della rogatoria-bis, il 13 ottobre.

È di oltre 900 pagine la documentazione raccolta dai magistrati nel corso dell’inchiesta. Agli atti, tra l’altro, ci sono gli interrogatori dei testimoni, a partire da quello del 14 settembre del senatore Francesco Pontone, ex segretario amministrativo di An. «Tra la fine di giugno e luglio 2008 – riferisce Pontone – il presidente Fini mi contattò per dirmi che l’appartamento di Montecarlo si vendeva e che il prezzo era di 300 mila euro. Mi precisò che la signora Rita Marino, sua segretaria particolare, mi avrebbe comunicato il giorno in cui mi sarei dovuto recare a sottoscrivere l’atto di compravendita. Io, fino al momento della stipula del contratto, non ho saputo chi fosse l’acquirente».

In passato, tra il 2000 e il 2001, spiega poi Pontone, da Montecarlo erano arrivate «richieste di informazioni generiche» sulla disponibilità del partito a vendere l’immobile. «Nel corso delle telefonate – precisa il senatore (che ha seguito Fini in Fli) – non furono mai indicate cifre concrete». Due giorni dopo, il 16 settembre, il collega Antonino Caruso (rimasto invece nel Pdl) dà un’altra versione: «Ricordo che ricevetti una telefonata da una persona (il notaio Paul Louis Aureglia o lo studio Dotta Immobilier, che amministrail condominio; ndr) che mi rappresentò che era intenzionata ad acquistare l’appartamento o a fare da intermediario. Mi disse che l’offerta era attorno ai sei milioni di franchi francesi». Cioè 914 mila euro, il triplo del prezzo a cui la casa è stata ceduta nel 2008. «Il senatore Pontone – aggiunge Caruso – mi disse che in quel momento An non era intenzionata vendere».

Anche sulla quotazione di 300 mila euro al momento della cessione alla Printemps emerge una contraddizione. «L’onorevole Donato Lamorte – riferisce ancora Pontone il 14 settembre – mi disse che era stato richiesto dal presidente Fini di un parere sul valore dell’immobile, in quanto Lamorte era esperto in materia perché geometra e, in passato, immobiliarista».

Ma il deputato, interrogato il giorno successivo, alla domanda: «Lei ha esperienza nella valutazione degli immobili?», dà una risposta forse inattesa. «Certamente no – assicura -. Ho espletato la mia attività professionale, in qualità di geometra, alla Società generale immobiliare di utilità pubblica e agricola con sede in Roma per 32 anni circa.

I miei compiti furono, nel tempo, prima di topografo, addetto al rilievo dei terreni e alle lottizzazioni; successivamente fui addetto al catasto per fornire i dati e le documentazioni necessarie alle vendite degli immobili». Lamorte e la Marino avevano visitato l’immobile a iprimi di novembre 2002 e l’avevano trovato fatiscente. Solo per questo, spiega il deputato, a richiesta di Fini «conclusi che l’offerta di 300 mila euro poteva pure andare»

Anche se l’inchiesta non ha tenuto conto del ruolo di Gianfranco Tulliani, «cognato» di Fini e inquilino dell’appartamento, nella richiesta di archiviazione si precisa che, sotto il contratto d’affitto, le firme del locatore e del locatario «appaiono identiche». E le carte sembrano confermare il dubbio che Tulliani sia in realtà il proprietario, visto che ha pagato contemporaneamente il canone (1.600 euro al mese) e le spese di ristrutturazione.

.Sia il Giornale (berlusconiano) che il Corriere della Sera (antiberlusconiano) commentano allo stesso modo le carte dei PM romani sull’affare di Montecarlo, ormai divenute di dominio publico dopo che i PM hanno chiesto al GIP l’archiviazione contro la quale ha annunciato opposizione la Destra di Storace. Nelle carte ora rese pubbliche,  gli stessi PM rilevano che sotto il contratto di fitto tra la seconda società offshore e il cognato di Fini, il fratellino della compagna, le firme “appaiono identiche” per cui  al di là di ogni altro indizio e/o prova, il cognato di Fini è il proprietario dell’immobile,  svenduto da Fini, che lo ha affittato a stesso ad un prezzo con cui  aRoma non si fitta nemmeno un monolocale fuori del centro storico. Tanto basta perchè l’on. Fini, se è “uomo” dice Il Giornale, si dimetta immediatamente dalla carica di presidente della Camera come aveva dichiarato nel suo video messaggio: “se si accerta che mio cognato è il proprietario mi dimetto imemdiatamente”. Lo faccia, senza prendere tempo e senza aspettarsi altri aiuti dalla Magistratura oltre quelli che già ha ricevuto, come la iscrizione nel registro degli indagati lo stesso giorno in cui è stata richiesta l’archiviazione della faccenda, almeno dal punto di vista  penale, il che dimostra, oltre ogni ragionevole dubbio, che in Italia “la legge  è uguale per tutti, salvo che per Fini”. g.

DUE O TRE COSE DA RICORDARE, di Mario Sechi

Pubblicato il 29 ottobre, 2010 in Politica | Nessun commento »

Per sedici anni si è cercato di far cadere Berlusconi con le inchieste sulla corruzione, la mafia e le ipotesi di reato più varie. Il risultato è stato quello di rafforzarne la leadership. Poi, due anni fa, c’è stato un salto di qualità nell’opposizione al Cav: andare a caccia dello scandalo a luci rosse.

Silvio Berlusconi Qualche giorno fa scrivevo che la storia ci consegna tre casi in cui un leader politico cade: 1. quando perde le elezioni; 2. quando finisce in uno scandalo che ne deturpa l’immagine; 3. quando viene cacciato da una rivolta popolare o estromesso da un golpe. Il primo e il terzo caso sono difficilmente applicabili a Berlusconi, resta in piedi l’arma dello scandalo.
Per sedici anni lo si è cercato con le inchieste sulla corruzione, la mafia e le ipotesi di reato più varie. Il risultato è stato quello di rafforzarne la leadership. Poi, due anni fa, c’è stato un salto di qualità nell’opposizione al Cav: andare a caccia dello scandalo a luci rosse. Il letto e il sesso, confini invalicabili del dibattito italiano, sono diventati nitroglicerina. Così sono nati la storia delle vallette in Rai e il caso Saccà, poi la telenovela di Noemi Letizia e oggi il «Bunga Bunga» svelato da una ragazza straniera che si chiama Ruby. Il caso Saccà è stato archiviato, quello di Noemi ha fatto flop e di quest’ultimo sappiamo – lo scrive Repubblica – che è «contradditorio» e «provvisorio». Una nebulosa dalla quale emergono però un paio di cose chiare.
1. Berlusconi ha sempre detto di «non essere un santo», ma proprio per questo è un bersaglio vulnerabile e – non avendo la forma mentis di un politico – ignaro delle conseguenze che ha sulla sua vita privata il fatto di essere il premier. Un capo di Stato deve avere una rete di sicurezza istituzionale capace di proteggerlo anche dai suoi potenziali errori e desideri. Così non è. 2. Si racconta di una telefonata partita da Palazzo Chigi per far rilasciare la ragazza fermata dalla questura di Milano con l’accusa di furto. Se è vero, è un fatto spiacevole, una forzatura da evitare. 3. La lotta politica si svolge su un piano mediatico, conta solo quel che si pubblica in tempo reale, non i fatti e la nobile verità postuma. Berlusconi sembra ignorarlo. 4. La storia del «Bunga Bunga» è esemplare: l’obiettivo è quello di mettere Berlusconi nel cono di luce sinistra dell’uomo senza qualità, corroso dai vizi e privo di virtù. La vicenda è torbida, fa acqua da tutte le parti, ma non si esita a usarla contro il capo del governo, al punto che l’opposizione chiede le dimissioni senza curarsi dei fatti. Questo è il segnale: siamo alla partita finale contro il Cavaliere. É il Paese del «Bunga Bunga». Mario Sechi, Il Tempo, 29 ottobre 2010

FINI, L’ORACOLO DEL 2000, E LA RIFORMA DELLA GIUSTIZIA

Pubblicato il 29 ottobre, 2010 in Politica | Nessun commento »

Non si deve sottomettere il pm al governo perchè altrimenti si torna al fascismo” E’ più o meno quello che ha detto questa mattina a Bari l’on. Fini partecipando ai lavori del simposio sulla giustizia promosso dal capo della Procura di Bari dr. Luadati. Se lo avesse detto un altro, chiunque altro, non ci avrebbe meravigliato più di tanto, rientrando la frase in quelle che da un cinquantennio caratterizzano i discorsi di circostanza che politici di ogni specie pronunciano nelle occasioni più svariate. Ma detta da Fini, non ci meraviglia, ci sconcerta. Per due ragioni. Intanto perchè lui è lo stesso che non più tardi di un decennio fa  si impadronì, letteralmente,  di un partito, anzi di una comunità di uomini e donne inneggiando al fascismo che oggi disprezza e al suo “capo” che egli, e non altri, definiva “il più grande statista del ventesimo secolo”. Per carità! Noi saremo gli ultimi a dimenticare che al suo “capo” viene attribuita la paternità del detto secondo il quale “solo i parafanchi non cambiano opionione” e poichè pur non avendo in alcuna stima l’on. Fini riconosciamo che egli non ha le sembianze di un parafanco, gli riconosciamo  il diritto di cambiare opinione. Ma, come dicevano i latini, “modus in rebus”: che bisogno c’è di scomodare il fascismo per affermare un principio che trova fondamenti in ben altre e più giuridiche e dotte argomentazioni? Forse il bisogno di ulteriori accrediti dalle parti degli eredi dei protagonisti delle “radiose giornate” del 1945  che,  si scopre, ora, grazie  anche al revisionismo intellettuale e storico di Gianpaolo Pansa, usarano ben altri sistemi e strumenti per evitare il “ritorno al fascismo”, cioè massacrando e uccidendo quanti potevano esserne gli eredi? Ma Fini non va tanto per il sottile e  scomoda un facile antifascismo,  piuttosto tardivo per non essere sospetto,  per adagiarsi sulle tesi di chi intedende mantenere lo statu quo dei PM che vanno a ruota libera come quelli che hanno  arrestato un loro collega, un GUP  di Bari, che ha solo commessso un “reato” di distrazione o come quelli che arrestarono Vittorio Emanuele di Savoia con motivazioni che una sentenza ha dichiarato insussistenti in termini penali. La seconda ragione invece investe le conoscenze di Fini, che si atteggia ad oracolo anche grazie a interessati “laudatores”, in materia di giustizia negli altri paesi di antica democrazia. Dove, ed è ben noto, i PM non sono assoggettati all’esecutivo ma dall’esecutivo ricevono le direttive lungo le quali sviluppare la loro attività. La stessa cosa che si intende fare in Italia, nell’ambito della riforma generale della Giustizia che attende dall’epoca del primo esecutivo Berlusconi di andare in Aula per traformarsi in legge a garanzia dei cittadini che della malagiustizia come della malasanità, sono vittime ogni giorno, ad un ritmo molto più incalzante che non nella sanità, pur disastrata. E poi ci sono gli Stati Uniti d’America dove anche di recente l’on. Fini è stato ospite di quella grande e indiscussa democrazia a 50 stelle. In America, sia quella di Bush che quella di Obama, i procuratori sono eletti dal popolo e la giustizia cammina con una velocità supersonica e, sopratutto, senza sconti per nessuno e favoritismi per alcuni, potenti o no. Ci piacerebbe quella giustizia ma in mancanza del meglio ci accontenteremmo anche di qualcosa che gli assomigliasse e che evitasse il ripetersi dei fatti che ha narrato Vittorio Sgarbi nell’articolo pubblicato oggi sul Giornale a proposito dei servitori dello Stato diventati in martiri per via di magistrati che trasformano gli eroi in galeotti e i galeotti in eroi. O di magistrati che cercano la gloria perdendo il loro tempo. Come qualche ora fa a Montelepre, sperduto paese della provincia di Trapani, balzato agli onori della cronaca alla fine della guerra per aver dato i natali al bandito Giuliano che fu ucciso dai carabinieri in un conflitto a fuoco e il cui cadavere fu esposto a tutti, compresa la amdre che, riconoscendolo al di là di ogni dubbio,  lo pianse  come ogni madre piange il proprio figlio. A distanza di una sessantina d’anni, la Procura di Palermo, evidentemente a corto di procedimenti penali da seguire e risolvere, ha dedicato il suo tempo, e i quattrini dei contribuenti, a riesumare il cadavere di Giuliano per accertare se quel cadavere è proprio di Giuliano o di un suo sosia come qualche buontempone ha ipotizzato. E dopo averlo dissotterato si teme, da parte dello stesso magistrato che ne ha disposto la riesumazione,   che comunque non potrebbe essere possibile accertalo perchè non può confrontarsi il DNA.  Non è il caso di andare avanti. E’ questa la  giustizia che abbisogna di essere riformata, non solo attraverso la separazione delle carriere tra PM e giudicanti, ma anche attraverso le regole che disciplinano l’azione investigativa. Berlusconi ha annunciato un suo discorso chiaro e duro in Parlamento, se la riforma non dovesse trovare accordo tra il governo e i fliani. Non perda tempo con questi ultimi, che sono lo stampo di Fini.  Vada in Parlamento a prescindere, direbbe Totò, e dica la verità agli italiani su una giustizia sempre più autoreferenziale e se il Parlamento lo boccia ritorni agli elettori senza attendere che Fini scopra qualche altra verità da retrobottega per ritornare ai riti e alle messe della prima repubblica. Gli italiani gliene saranno grati e riconoscenti. E lo premieranno. g.

GLI UOMINI DI STATO DIVENTATI MARTIRI DELLO STATO

Pubblicato il 29 ottobre, 2010 in Politica | Nessun commento »

di Vittorio Sgarbi

Invece di perseguitare i delinquenti, la magistratura mette sotto processo i servitori delle istituzioni. Da Lombardo a Contrada, da Ganzer a Mori. L’ultima vittima è Pollari, alla sbarra per il sequestro dell’imam Abu Omar, gli vogliono dare 12 anni

È una storia lunga e vergognosa. Comincio con le accuse, naturalmente da Santoro,  di Leoluca Orlando nei confronti del maresciallo Lombardo, accusato di essere colluso con la mafia. Il maresciallo Lombardo era il comandante dei Carabinieri di Terrasini. Infamato, senza fondamento e senza prove, si uccise. Analoghe accuse furono fatte dal procuratore Caselli al tenente dei Carabinieri Canale, uomo capace, che godeva l’assoluta fiducia di Borsellino. Ucciso Borsellino, anche Canale fu ritenuto colluso con la mafia. Forte e coraggioso, ha resistito, per anni, difendendosi nei tribunali. Qualche mese fa, dopo essere stato mortificato e umiliato per anni, è stato riconosciuto innocente. Destino diverso è toccato a Bruno Contrada, condannato senza prove e difeso strenuamente da un avvocato «coraggioso e radicale» come Pietro Millio. Non si è mai capito che cosa abbia fatto Contrada, in che modo abbia favorito la mafia. Si sa soltanto che investigava in epoche e con metodi in cui non c’erano pentiti à gogo e intercettazioni ambientali capillari; e occorreva utilizzare i confidenti, garantendo loro favori e parziali impunità. Per la stessa ragione fu arrestato l’allora colonnello (poi promosso generale) Conforti, comandante dei Carabinieri del Nucleo Tutela del Patrimonio artistico. Cosa aveva fatto Conforti? Aveva, con grande abilità, ritrovato la reliquia della mandibola di Sant’Antonio da Padova sottratta al tesoro del santo dalla cosiddetta mafia del Brenta, per volontà di Felice Maniero detto «Faccia d’Angelo».
Naturalmente Conforti ottenne lo straordinario risultato attraverso confidenti avvicinati con l’abilità di non farsi riconoscere e con gli espedienti del mestiere di ogni buon investigatore. Operazione non corretta. Dopo averlo difeso in televisione con grande veemenza, lo andai a trovare nel carcere militare di Peschiera dove stava in una cella stretta e profonda, come Silvio Pellico. Lo vidi in maniche di camicia, desolato, ma non umiliato, sconcertato ma non pentito, e lontano dall’idea di avere compiuto un qualsivoglia delitto. Era in carcere per aver compiuto il suo dovere. Sull’aereo che mi portava a Verona, il destino mi fece sedere a fianco di un ragazzotto dall’aria furba e tranquilla: era lo stesso Felice Maniero, pentito e quindi libero, autore del furto per cui il colonnello era in galera. Un rovesciamento tipico della giustizia malata. Avendomi riconosciuto, e conoscendo il mio temperamento, Maniero cercò di farsi piccolo nel suo sedile, forse temendo che io lo aggredissi. Ero più che indignato. Andavo a trovare un uomo onesto in galera, mentre il delinquente era libero e impunito. Dopo qualche tempo, a forza di urlare, Conforti fu liberato. Inutile dire che l’accusa era senza fondamento e che dopo qualche tempo fu completamente prosciolto (e, appunto, promosso). Erano comunque tempi difficili. Un uomo da tutti riconosciuto onesto e capace, e un valoroso magistrato, Luigi Lombardini, si convinse, al di là delle sue competenze dirette, a occuparsi del rapimento di Silvia Melis. La situazione appariva drammatica, perché non c’erano precedenti di rapiti in Sardegna che fossero stati liberati senza pagare il riscatto. Ci fu dunque una trattativa e Lombardini fece la sua parte, trattando e forse incontrando i rapitori. Nichi Grauso, con la tipica valentia dei veri sardi, mise la somma necessaria e andò direttamente a consegnarla. La Melis fu così liberata trovando il modo di far credere che fosse scappata. Indagati tutti, per non aver lasciato morire l’ostaggio e, in particolare, incriminato Lombardini per essersi messo in mezzo e aver tentato una trattativa. Fu così messo sotto inchiesta dalla Procura di Palermo, ancora una volta Caselli con quattro sostituti procuratori. Appena usciti dalla sua stanza i «colleghi» di Palermo, che erano ancora vicini, e in attesa di essere perquisito e magari arrestato, prese una pistola dal cassetto della sua scrivania e si sparò.

La causa scatenante del gesto non mi pare dubbia; ma il Csm che si occupò della vicenda non osservò l’anomalia dell’irruzione e dello scioccante interrogatorio, ma concluse che tutto era stato regolare, che nessuno aveva commesso abusi, e che l’interrogatorio era stato formalmente corretto. Insomma, Lombardini si era ucciso perché era troppo sensibile. Cazzi suoi.
In tempi più recenti abbiamo assistito a l’incriminazione e alla condanna di un altro generale, il generale Ganzer, che io ho anche incontrato e che, essendo stato tutta la vita diligente corretto e operoso nel combattere i trafficanti di droga, improvvisamente ha deciso di farsi complice dei suoi nemici e collaborare con loro a spacciare la droga. Un esempio di pentitismo alla rovescia. Si è pentito di essere onesto, ottenendo grandi risultati, nella zona grigia delle inchieste tra collaboratori e confidenti creandosi con ciò non imprevedibili nemici, è stato condannato a 14 anni di carcere, dunque dire che ha scelto di fare il carabiniere non perché credeva nella giustizia e nell’onestà ma perché non vedeva l’ora di avere l’occasione di diventare un criminale. Non diversamente aveva lavorato nei servizi segreti (da noi sempre sospettati delle peggiori infamie e, per così dire, fisiologicamente deviati) il generale Pollari, cercando di contrastare il terrorismo, non potendo pensare di farlo convertendo fanatici kamikaze islamici. Anche lui un genio del male, per di più servile nei confronti del governo. Perché non chiedere, per Pollari, 12 anni di carcere? Insomma, i criminali vanno cercati tra le forze dell’ordine. L’esempio più luminoso è il generale Mori. Torturato per anni, trascinandolo sotto processo per favoreggiamento aggravato in relazione alla mancata cattura di Bernando Provenzano, oggi viene incriminato per concorso esterno in associazione mafiosa. Naturalmente, a concorrere a questa attività criminosa, non poteva mancare anche un altro carabiniere, il colonnello Giuseppe De Donno, e anche il capitano Antonello Angeli. Insomma, tre carabinieri che avendo il compito di combattere la mafia, hanno pensato di favorirla. Per favorirla meglio, il generale Mario Mori ha catturato Totò Riina. E per farsi perdonare non ha perquisito bene il suo covo, così come il capitano Angeli non ha aperto la cassaforte di Massimo Ciancimino dove era custodito il «papello» con le richieste di Totò Riina allo Stato. Gente strana questi carabinieri: mettono in galera i mafiosi e non aprono le casseforti. Insomma il figlio e collaboratore del padre Vito Ciancimino mafioso, e il generale Mori, in questa insalata russa hanno le stesse responsabilità nel concorrere a sostenere la mafia. Ma di Ciancimino si capiscono le ragioni. Di Mori, di De Donno, e di Angeli restano misteriose. Inutile pensare alla missione compiuta. Occorre sputtanarli confondendo le carte in una assoluta mancanza di rispetto e di rigore morale per chi ha deciso da che parte del campo stare. Ma, inseguendo i criminali, si è fatto loro simile. Continuo a guardare con indignazione i professionisti dell’Antimafia e credo che la verità l’abbia intuita il colonnello De Caprio, il capitano «Ultimo», che, riconoscendo «le più raffinate manovre Corleonesi» parla di «un attacco da parte di forze oscure che dall’interno di Cosa nostra vogliono distruggere il valoroso generale Mori». Non sarà che Riina si vendica del generale Mori attraverso i magistrati che lo hanno incriminato? VITTORIO SGARBI, IL GIORNALE 29 OTTOBRE 2010

IL LEADER VUOTO, PERFETTO DA RIEMPIRE

Pubblicato il 28 ottobre, 2010 in Politica | Nessun commento »

di Marcello Veneziani

Non sottovalutate Fini, ha un’arma micidiale che non avete preso in seria considerazione. Fini non ha un progetto politico o addirittura culturale, non ha una strategia, non ha spazi politici, non ha voglia di lavorare, non ha idee, non ha consistenza. Ma proprio quella è la sua arma micidiale: Fini attira perché (…)
(…) è vuoto. Non è una battuta, è una valutazione politica che ha forti implicazioni. Fini è un recipiente vuoto e trasparente che ciascuno riempie come vuole. E può dunque diventare un punto di raccolta indifferenziata, una buca delle lettere o un cassonetto, se preferite, di notevole capienza. Fini può raccogliere tutti coloro i quali sono rimasti delusi per aspettative personali, carriere frustrate, dissensi politici, perfino divergenze ideali e filosofiche, perché è un medium freddo, inodore, insapore.
Se fate un viaggio tra coloro che si stanno avvicinando al suo partito trovate le motivazioni più disparate, in cui la stima e la fiducia verso Fini è una quota assai piccina. Fini diventa la discarica o il collettore di tutti i malesseri che si annidano nel centrodestra, di coloro che temono l’anagrafe di Berlusconi o di quanti non sopportano qualche colonnello. In più, mancando di qualunque contenuto, è un ottimo marsupio per depositare le proprie idee: c’è chi sogna con lui di rifare la destra e chi sogna di uscirne definitivamente, per alcuni è la promessa di tornare al passato e per altri è il futurista, c’è chi ritrova nella sua rottura con il premier l’indole d’opposizione del vecchio Msi e chi lo vede invece come una specie di ardito cercatore di terze vie, di incroci inediti con la sinistra, di trasgressioni politiche e culturali. C’è chi vede tramite lui la possibilità di essere finalmente legittimati a sinistra e chi vede nel suo partito una candidatura in un collegio già occupato da altri del Pdl. La sua vacuità è oggi la sua vera risorsa. Ma questo non vale solo in ambito interno. Fini attira i poteri forti, grandi e piccini, opachi e perfino occulti, perché non è portatore di un suo progetto, non ha punti fermi e non negoziabili, non ha un nucleo di pensieri suoi e di proposte forti; è la confezione ideale per essere riempita, veicolata e magari scagliata contro qualcuno (Berlusconi). Fini muta col mutare dei suoi utenti, assorbe le parole dell’ultimo che gli parla, è una specie di tassista della politica; la corsa e la destinazione la decidono i clienti. Studiava da duce, poi finì da conducente.
Fini è pure un buon involucro per avvolgere la sinistra, il centro e tutte le forme di antiberlusconismo, perché non portando nulla di suo, essendo un portatore sano e provvisorio di idee altrui, è utile alleato per qualsivoglia proposito. Fini non dispiace nemmeno a piccoli cenacoli intellettuali che non trovano collocazione nel presente quadro, vecchie nuove destre e vecchie nuove sinistre che da anni cercano spazi e visibilità e non la trovano: ora hanno trovato l’icona giusta su cui cliccare per accedere alla visibilità, hanno trovato il gadget politico per i loro discorsi e progetti; e sapendo che si tratta di un contenitore neutro e asettico, di un conduttore atermico, possono usarlo come credono. Quando si dice che Fini è il nulla in cravatta non si esprime disprezzo ma una rigorosa valutazione politica.

Di questa utile vacuità si accorse per primo Tatarella quando lo lanciò come erede di Almirante nell’87. Perché Fini consentiva per ragioni anagrafiche di saltare la generazione dei fascisti e dei colonnelli più anziani; ma soprattutto, Pinuccio confidava agli amici, Fini è multiuso, può essere usato per rifare il vecchio neofascismo, per tentare alleanze con la Dc o, aggiungeva preveggente, perfino per tentare intese con la sinistra. Perché non è portatore di sue idee, lui parla, dopo aver orecchiato; deve avere una chiavetta tra le scapole per caricarlo al punto giusto. Un carillon da piazza e da tv, una scatola vuota.
Se provate ad esaminare il suo linguaggio vi accorgete che la fonte principale delle sue riflessioni politiche e del suo successo mediatico sono i proverbi o comunque le frasi fatte. Dice con tono erudito «chi la fa l’aspetti» e la stampa lo esalta scrivendo: che statista. Poi dice come se stesse rivelando una verità nascosta: «La legge è uguale per tutti» e tutti lì a incensare il suo coraggio e la sua lucidità. Poi prosegue in tono scientifico: «Meglio soli che male accompagnati», e gli analisti osservano l’acume strategico delle sue scelte. Un giorno dirà: «Il lupo perde il pelo ma non il vizio» e inebriati dalla sottile allusione, gli osservatori diranno: abbiamo finalmente un vero leader per la destra europea e democratica del futuro.
Il lessico finiano è attinto non dalle scuole di politologia ma dalle scuole elementari, ramo maestre del primo biennio, come vogliono del resto i suoi studi scolastici e universitari; nel triennio seguente già sarebbe inadeguato. Ma l’ovvietà rassicura, fa sentire anche i cretini persone intelligenti che capiscono la politica, e soprattutto conferma la sua promettente vacuità: ognuno inserisce dentro Fini quel che lui crede, pensa o preferisce. Non sottovalutate la sua vacuità, è il suo punto di forza e di consenso. Anche perché rispecchia il più generale vuoto della politica, di cui è l’indossatore perfetto.

il giornale 28 ottobre 2010

LA CASA DI MONTECARLO: DIECI DOMANDE ALLA PROCURA DELLA REPUBBLICA DI ROMA

Pubblicato il 28 ottobre, 2010 in Politica | Nessun commento »

Come è noto la Procura della Repubblica di Roma ha chiesto l’archiviazione dell’inchiesta sulla casa di AN svenduta a Montecarlo e in cui erano indagati per truffa Fini e il sen.  Pontone,  quest’ultimo l’unico ad essere sentito dalla Procura a differenza di Fini che benché indagato e  responsabile dell’incarico a Pontone di vendere l’appartamento non èstato sentito e della cui iscrizione nel registro degli indagati nulla si è saputo a differenza di mille altri casi, specie quelli che hanno per protagonista Berlusconi. La procura ha chiesto l’archiviazione sostenendo non esserci il reato di truffa e ritenendo che la differenza di prezzo è argomento di cui deve occuparsi il giudice civile. I giornalisti del Giornale che hanno scoperto la vendita dell’appartamento a una società off-shore da parte del noto  campione della legalità on. Fini e che hanno condotto una accurata inchiesta giornalistica rilevano una lunga serie di anomalie e omissioni di cui chiedono conto alla Procura della Repubblica di Roma con dieci domande elencate nell’articolo che oggi Il Giornale pubblica in prima pagina. Nel frattempo la Destra di Storace annuncia che si opporrà all’archiviazione e che chiederà al GIP di respingerla. La storia non è finita. g.

Montecarlo, cosa non torna nell’inchiesta-lampo. Omissioni, insulti e credibilità: Fini non esulti. DIECI DOMANDE ALLA PROCURA DELLA REPUBBLICA DI ROMA

Gian Marco Chiocci e Massimo Malpica per Il Giornale 28 ottobre 2010

Signor procuratore di Roma, Giovanni Ferrara. Non ce ne voglia, ma ci sono svariate cose che proprio non tornano. La richiesta d’archiviazione a sua firma, e a firma del procuratore aggiunto Pierfilippo Laviani, nonché la vostra nota diramata martedì ai cronisti e alle agenzie di stampa, sollevano interrogativi che non possono essere lasciati cadere. Ci siamo permessi di sottoporle alcune domande scaturite delle tantissime mail e telefonate ricevute da lettori increduli per le modalità con le quali il suo ufficio ha portato avanti e concluso una delle inchieste più veloci di sempre.

A Signor procuratore, come mai lei e il suo vice avete sostenuto che l’inchiesta per truffa ruotava essenzialmente intorno alla congruità del prezzo di vendita dell’appartamento (vedi agenzia Ansa del 20 settembre 2010) tanto da inoltrare un supplemento di rogatoria ai competenti uffici di Montecarlo, e poi quando questi stessi uffici (la Chambre Immobiliére Monegasque) vi hanno dimostrato che il prezzo di vendita dell’appartamento in Boulevard Princesse Charlotte, 14 non era congruo manco per niente (essendo circa tre volte inferiore ai prezzi di mercato del 2008, anno dell’alienazione da An alla società Printemps) non avete più ritenuto importante questo dettaglio ritenuto «fondamentale» fino al giorno prima, e avete ripiegato sulla vostra «non competenza» penale a indagare perché si trattava di roba da codice civile?

B Signor procuratore, se lei e il suo ufficio sapevate dall’inizio che il problema era civile e non penale, perché ha condotto ben due rogatorie a Montecarlo e ha interrogato testimoni per capire se il prezzo della vendita della casa abitata dal cognato del presidente della Camera era «congruo»?

C Signor procuratore, perché sulla congruità del prezzo di vendita dell’immobile monegasco, lei e il suo ufficio avete disposto due perquisizioni-acquisizioni nella sede di An di via della Scrofa quando il problema, già all’epoca, era penale e non ancora civile, mentre oggi si sostiene il contrario?

D Signor procuratore, perché ai giornalisti che chiedevano chiarimenti a lei o al suo ufficio sul sollecito d’archiviazione, ha confermato che vi furono altre offerte d’acquisto al partito quando, anche questo dettaglio, viene considerato dai vostri uffici un dato ininfluente ai fini del rilievo penale?

E Signor procuratore, perché nel suo comunicato fa riferimento allo stato fatiscente dell’appartamento al momento della vendita prendendo per buone le dichiarazioni delle sole persone vicine a Gianfranco Fini, senza invece prendere a verbale tutte quelle altre persone che – rintracciate dal Giornale – in quell’appartamento hanno lavorato o vi sono entrate in tempi non sospetti?

F Signor procuratore, lei o il suo ufficio, per quanto se ne sa, avete convocato e interrogato solo il senatore Francesco Pontone, e non anche l’ex presidente di An, Gianfranco Fini. Essendo entrambi indagati per il medesimo reato, perché avete ascoltato esclusivamente il primo e non il secondo?

G Signor procuratore, come mai in un’inchiesta per truffa non ha sentito il bisogno di interrogare Giancarlo Tulliani, vero «dominus» dell’operazione immobiliare, «dominus» perché convince Fini a vendere l’immobile che nessuno sapeva essere in vendita, «dominus» perché in contatto con la prima società off-shore di Saint Lucia (Printemps), «dominus» perché lui stesso va poi ad abitare in affitto dalla seconda off-shore (Timara) nell’immobile che fece vendere a Fini, «dominus» perché secondo il governo di Saint Lucia proprio Tulliani starebbe dietro le società proprietarie dell’immobile di Montecarlo?

H Signor procuratore, se il problema era civile e non penale, e soprattutto se Tulliani non ha meritato una convocazione in procura nemmeno come persona (certamente) informata sui fatti, perché lei o il suo ufficio avete spedito la Guardia di Finanza (lo ha scritto ieri il Corriere della sera, senza ricevere smentite) a controllare il conto corrente del cognato di Fini a Montecarlo (conto che Il Giornale ha reso noto pubblicando i riferimenti bancari impressi sulla bolletta della luce della casa di Montecarlo)?

I Signor procuratore, facendo seguito alla domanda precedente, perché vi interessava sapere se i versamenti del giovane Tulliani erano congrui con le spese sostenute per il pagamento dell’affitto posto che proprio l’affitto, e la titolarità della proprietà dell’appartamento, sono temi che a vostro avviso interessano un’eventuale azione civile e non penale? E già che avete chiesto quest’informazione alla Gdf, avete anche indagato sulla doppia firma identica sulla trascrizione sul registro pubblico dello stesso contratto d’affitto?

J Signor procuratore, come si spiega che per la prima volta negli ultimi anni la notizia dell’iscrizione sul registro degli indagati di un politico importante come Gianfranco Fini non è trapelata a differenza di quella riguardante tantissimi altri politici, essenzialmente di centrodestra, finiti immediatamente sulla stampa (vedi l’inchiesta sulla cosiddetta P3, quella su Finmeccanica, oppure la «cricca di Bertolaso&Co» solo per citare i primi che vengono a mente)? Lei in più occasioni ha fatto presente che il ruolo di Fini era assolutamente marginale, estraneo, all’inchiesta di Montecarlo. E invece era indagato, proprio come Silvio Berlusconi e il figlio Piersilvio nello stralcio dell’inchiesta sui diritti Mediaset, il cui invito a comparire (che porta la sua firma e quella del suo aggiunto Laviani) è stata sbandierata ai quattro venti. Come spiega la fuga di notizie nel secondo caso, e il giusto riserbo nel primo?