BERLUSCONI:CON QUESTI PM INDISPENSABILE IL LODO ALFANO

Pubblicato il 26 ottobre, 2010 in Politica | Nessun commento »

berlusconi cdm 280

Il lodo Alfano a tutela delle alte cariche è opportuno e “assolutamente indispensabile” con gli attuali magistrati. Lo ha confermato il premier Silvio Berlusconi, dopo che nei giorni scorsi aveva ipotizzato un ritiro del testo. Il presidente del Consiglio ha anche annunciato che a breve sarà aperta una commissione d’inchiesta sulla magistratura denunciando un “uso politico della giustizia per denigrarmi”.

“Ritengo che una legge che sospenda i processi delle più alte cariche dello Stato mentre adempiono alle loro funzioni istituzionali sia opportuna ed anzi, vista la magistratura con cui abbiamo a che fare, assolutamente indispensabile ha dichiarato Berlusconi a Vespa nel lungo colloquio avuto la scorsa settimana per il libro “Il cuore e la spada”.

Il Pdl chiederà a breve una commissione d’inchiesta sulla giustizia e la magistratura, ha aggiunto Berlusconi: “Soltanto con la serenità e la forza d’animo che derivano o dalla consapevolezza di non aver commesso alcun reato – ha detto il premier -  sono riuscito a disinteressarmi dei tanti, troppi procedimenti che mi sono stati addossati e che ogni giorno vengono amplificati da giornali e televisioni. Proprio a causa di questi comportamenti dei magistrati politicizzati i nostri parlamentari sono in procinto di chiedere una commissione parlamentare d’inchiesta. Penso che questa iniziativa sia largamente condivisa e debba far luce su una infinità di processi clamorosi, come quelli, tra i tanti, contro Calogero Mannino, contro il generale Ganzer e l’ex capo della Polizia De Gennaro. E’ un’iniziativa a difesa dei cittadini, ma anche delle migliaia di giudici per bene che lavorano seriamente e che per colpa di pochi vedono diminuire la fiducia degli italiani anche nei loro confronti”.

“Sono amareggiato soprattutto per Pier Silvio – ha aggiunto Berlusconi – che in Mediaset non si è mai occupato e non si occupa di questioni fiscali.  Viene contestata un’evasione inferiore a un milione di euro, quando quell’anno, il 2004, il mio gruppo versò all’erario imposte per 448 milioni. Ci si aspetterebbe il
conferimento di una medaglia d’oro in premio. In un contesto siffatto nessuna persona sana di mente rischierebbe di evadere un quattrocento ottantesimo delle imposte pagate” – ha spiegato – Mi lasci dire che ancora una volta è scattato l’uso politico della giustizia per cercare di denigrare il presidente del Consiglio”.

TRE SCENARI E UN FINALE: IL VOTO, di Mario Sechi

Pubblicato il 26 ottobre, 2010 in Politica | Nessun commento »

Parlamento Le parabole politiche non sono mai prevedibili e la storia insegna che i leader cadono solitamente in tre casi: 1. vengono sconfitti alle elezioni in maniera netta; 2. sono oggetto di uno scandalo che li porta alle dimissioni; 3. perdono lo scettro per una rivolta popolare o una manovra di palazzo. Cosa sta succedendo in Italia? Breve premessa. La maggioranza è da un anno immersa in una strisciante crisi politica che non si concretizza nei numeri (per ora) ma è più che mai presente in Parlamento. Uno dei cofondatori del Pdl, Gianfranco Fini, ha dato vita a un altro gruppo, lavora per un futuro partito, è presidente della Camera e fa politica attiva sul territorio contrapponendosi al leader della coalizione, Silvio Berlusconi. Quest’ultimo ha vinto tutte le ultime tornate elettorali, ma la stabilità del governo è in discussione al punto che Fini può dire che “sulla giustizia si rischia la crisi”. Occhio a questa parola, “crisi”, perché la logica conseguenza di una caduta del governo dovrebbe essere non la “crisi” ma il “voto”. Quando si fanno scenari finali, si usano parole coerenti con le conseguenze, il fatto di evitare accuratamente la parola «elezioni» è un segnale chiaro. E veniamo così ai tre scenari.
Le elezioni
In caso di voto, il partito di Berlusconi continuerà ad essere quello che guida la corsa. Su questo ci sono pochi dubbi da parte dei sondaggisti. Può perdere qualche seggio, lasciare spazio alla Lega al Nord, soffrire un po’ di più al Sud, ma il Pdl prenderebbe ancora tantissimi voti. Berlusconi sul terreno elettorale è sempre quello da battere e il voto continuerebbe a far di lui un protagonista della vita politica.

Gli scandali
Sul presidente del Consiglio è stato detto, fatto e scritto di tutto. Questo non ha prodotto alcuna oscillazione significativa nel gradimento del Cavaliere. Non sono le storie di letto e lenzuola o le furbate di qualcuno dei suoi collaboratori a mettere in crisi l’immagine di Berlusconi. L’elettorato di centrodestra ha una corazza temprata da sedici anni di guerra psicologica condotta prima dall’ex Pci, poi da una parte della magistratura militante e della stampa di sinistra. Il clima d’assedio ha rafforzato le convinzioni di questo blocco sociale nel votare Berlusconi. Ecco perché anche su questa via non sembra esserci trippa per gatti.
Il colpo di mano
Quello popolare ronza dentro le teste calde. Nel Paese ci sono forti tensioni, brutti episodi e di sicuro qualcuno sta pensando di usare la polvere da sparo, ma la presa della Bastiglia resta uno dei tanti sogni dei radical chic. È invece altamente possibile la manovra di Palazzo. Le mosse di Fini la mettono continuamente in luce. È un’opzione sulla scrivania di chi vuol far saltare il banco del Cavaliere. Quando Fini dice che un governo tecnico non è uno scandalo, quando afferma che la crisi sulla giustizia è possibile, quando fa il leader politico pur essendo la terza carica dello Stato e quando arriva di fatto a sostenere le tute blu della Fiom contro Marchionne, il capo di Futuro e Libertà mostra le sue reali intenzioni. E fa tutto questo da molto tempo, non avendo gran riguardo per il governo in cui siedono ministri che fanno parte del suo gruppo e dunque si suppone condividano le decisioni prese in consiglio dei ministri. Vedremo cosa ne penseranno gli elettori. Perché alla fine, anche dopo una crisi e un governo tecnico, dopo mille papocchi e tante esternazioni da statisti di carta, il Monopoli della politica torna a una casella dove tutti si giocano tutto. Prima o poi, si vota. E lo scettro tornerà nelle mani di chi ha i voti.  Mario SECHI

Il Tempo, 26 ottobre 2010

…..Noi siamo per il voto, subito e comunque e riteniamo che ogni indugio sia un errore per Berlusconi, per il PDL, per il centrodestra, sopratutto per l’Italia. Ma siamo d’accordo con Sechi che come sempre ha una visione chiara della realtà e la analizza con grande lucidità. Alla fine, comunque, al di là di tutti i giochi del mondo, compresi quelli dell’on. Fini la cui ambizione è pari alla sua spregiudicatezza morale, etica e politica, alla fine di tutti i giochi il pallino torna  nelle mani degli elettori, e gli elettori sapranno indicare con il loro voto  da che parte sta la ragione e da che parte stanno i tanti quaquaraquà che stanno mandando in fumo il grande sogno dei moderati: l’unità del centrodestra.  E confidiamo che il capo riconosciuto di costoro si ritrovi dopo il voto  ai giardinetti, passando il tempo  a rileggersi le tante banalità che va spargendo da due anni a questa parte. g.

QUELLA DEL GOVERNO TECNICO E’ UNA TENTATA TRUFFA DEI VINTI

Pubblicato il 25 ottobre, 2010 in Politica | Nessun commento »

Fini, Casini e D’Alema vogliono rovesciare Berlusconi con qualsiasi mezzo perché sanno che andando al voto sarebbero sconfitti. Un attacco alla democrazia popolare: il loro vero obiettivo resta spartirsi potere e poltrone
Clicca per ingrandire

La democrazia qui in Italia sta per essere truffata, svenduta e stuprata davvero, ma il protagonista di questo scempio non è, come va sostenendo in giro Di Pietro, Silvio Berlusconi, ma altri soggetti che Tonino conosce bene, tutta gente che finirà per infi­nocchiare pure lui. Chi sono? Basta ascoltarli. Sono quelli che in questi mesi si affannano per chiudere la trappola attorno al premier, ribaltando il verdet­to delle elezioni di due anni fa, e che sperano di far cadere il governo, sostituendolo con un una consorteria di poteri e interessi senza legittimità popolare. Sono quelli che sono stati sconfitti o che si ingegnano a ripudiare il partito che li ha fatti sedere in Parlamento. Sono i D’Alema, i Bersani, i Casini, i Fini che tuttora litigano su tutto, ma su una cosa fanno combutta: bisogna far cadere Berlusconi in qualsiasi modo e con qualsiasi mezzo. Ci stanno provando da tempo, ora si sentono abbastanza sicuri da giocare quasi a volto scoperto. Soprattutto uno, quel Gianfranco Fini che ormai non finge neppure più di essere stato un alleato fedele. Ma non ci sono solo loro. L’attacco alla democrazia si nutre, ogni giorno che passa, di una banda di ignavi, di mezze calzette, di peones imbarbariti dalla nullafacenza, di ambiziosi che venderebbero la madre per una poltrona da sottosegretario, da cacicchi che sperano di contrattare i loro quattro voti locali con un altro signore, di volti seduti in panchina di cui neppure gli elettori si ricordano il nome. Sono loro il grasso ventre del ribaltone, la carne da macello del governo tecnico, di transizione, istituzionale, riformatore, chiamatelo come volete, tanto persegue un solo scopo, prendere il posto di Berlusconi senza passare dal voto. Il rischio sarebbe troppo grande, c’è la possibilità che il Cavaliere vinca di nuovo, e poi come lo vai a spiegare in tv che siamo in un regime se ogni volta che si va alle elezioni vince l’unico che la casta ha deciso che non deve vincere? Allora niente urne. Nessuna volontà popolare. Niente democrazia, perché la democrazia è un valore solo se vince uno della parrocchia, non l’outsider che da sedici anni sta rovinando i piani a tutti i potentati politici, economici e culturali. L’obiettivo è dichiarato: far cadere il governo contando sull’appoggio di una parte del Pdl che spera di ottenere una poltrona governativa grazie al rimescolamento delle carte. E giocando anche sulla paura di questi onorevoli e senatori che temono di non essere rieletti, pronti a cambiare maggioranza pur di preservare titolo, stipendio e vitalizio pubblico. Dite che lo fanno per coscienza o per seguire un ideale politico? Allora non li conoscete. Si fanno in quattro per restare nel Palazzo ad abbuffarsi di onori e denari. Insomma, altro che governo tecnico: al massimo sarà un governo composto dai vari Granata e Bocchino che abitano la grande ammucchiata di liberazione. I problemi vengono dopo. Questa banda di leader antidemocratici non ha ancora portato a termine il colpo e già si accapiglia per chi deve comandare. Fini pensa di raddoppiare le aliquote sulle rendite finanziarie, un fuoco d’artificio propagandistico che non tiene conto delle conseguenze economiche e espone l’Italia alle aggressioni degli speculatori internazionali. Casini non perde occasione per bacchettare il suo presunto alleato, facendogli notare che uno non può svegliarsi la mattina e dare fiato alle prime sciocchezze che gli saltano in testa. Fini – dice Casini – non si rende conto delle conseguenze di quello che dice. Di fatto gli dà dell’irresponsabile. E questi due dovrebbero governare insieme? Fino a quando si trattava di indebolire il premier andavano d’amore e d’accordo, ora che hanno la bottega sulla stessa strada si scannano. Bersani dice che questo governo tecnico deve durare poco, il tempo di rifare una legge elettorale che aiuti la sinistra a vincere. D’Alema, che dovrebbe essere il suo azionista di maggioranza, subito lo smentisce. Serve un governo che porti a termine la legislatura con il compito di contrastare la crisi economica. Un governo di salute pubblica, e non fa nulla che il nome evochi il terrore giacobino. La sinistra extraparlamentare, Vendola e i suoi fratelli, ribatte con sarcasmo all’eterno D’Alema: «L’ipotesi di un governo tecnico che metta mano alle riforme economiche è una truffa gigantesca». Di Pietro, una volta caduto il governo, vorrebbe andare alle elezioni per capitalizzare il suo antiberlusconismo rozzo e diretto. Teme che con le tattiche dei furbetti amici suoi lui si ritrovi periferico. Insomma, è questo il quadro che rischia di trovarsi dinanzi Napolitano. Un governo senza voto elettorale con tutti i «congiurati» pronti a far scintillare i coltelli e regolare i conti di una vita. Non è facile per il presidente, anche perché una cosa la sa. Il governo tecnico fa comodo ai politicanti, ma non agli italiani.
IL GIORNALE 25 OTTOBRE 2010

LA GRAVE ANOMALIA DI FINI, LEADER DI UN PARTITO E INSIEME PRESIDENTE DELLA CAMERA

Pubblicato il 24 ottobre, 2010 in Politica | Nessun commento »

E’ una “grave anomalia” che Gianfranco Fini incarni insieme il ruolo di leader di un partito che “vuole cambiare le priorità della maggioranza” e la “delicata funzione istituzionale” di presidente della Camera: lo dice Sandro Bondi, coordinatore del Pdl. “Per me – premette il ministro dei Beni culturali – la politica è essenzialmente confronto delle idee, al servizio del bene comune. Tutte le volte che posso, pur non rinunciando alle mie idee, cerco di unire piuttosto che dividere, anche sul piano personale. Ritengo addirittura che, come ha ricordato il Presidente Berlusconi nel suo discorso alle Camere sulla fiducia, la difesa del bipolarismo possa avvenire attraverso il riconoscimento di una pluralità di forze politiche autonome all’interno del centrodestra, disposte a definire una nuova alleanza politica e di governo”. “Ciò che tuttavia non posso non continuare a considerare una grave anomalia, che passa generalmente sotto silenzio per l’insopprimibile opportunismo della sinistra, è l’opportunità – conclude – di dichiararsi esponente di ‘un neo partito che vuole cambiare le priorita’ della maggioranzà e svolgere la delicata funzione istituzionale di Presidente di uno dei rami del Parlamento”.
Sandro Bondi ha finalmente rotto il silenzio sin qui  osservato  dai vertici ufficiali del  PDL intorno a questa assurda doppiezza di Fini. Onore al merito, dunque, a Sandro Bondi. Ma non basta. Ci sembra che sia il caso che il PDL, tutto il PDL, i suoi vertici e non solo, rompano il silenzio e chiedano anche con una  mozione parlamentare   al presidente della Camera che gira l’Italia con l’abito di presidente della Camera e che, come un prestigiatore, si trasforma in capo di partito che va in giro a fare propaganda e fare proselitismo per il suo partito, di dimettersi da presidente della Camera.
Molti giornali “amici” del centrodestra, quello autentico, non quello abborracciato alla meglio dai vari Bocchino e compagni, da tempo denunziano questa doppiezza di Fini e nello stesso tempo stigmatizzano il silenzio del PDL e dello stesso Berlusconi e a loro volta hanno più volte sottolineato questa anomalia che è assolutamente inaccettabile.
Fini è presidente della Camera perchè eletto dalla maggioranza che ha vinto le elezioni del 2008 con una lista che recava nel logo il nome di Berlusconi presidente. E’ stato eletto all’interno della maggioranza e dalla sola maggioranza, mentre la minoranza dei deputati non lo ha votato. Egli dunque non può dirsi espressione di tutti i deputati ma solo di una parte, cioè, appunto,  la maggioranza di centrodestra. Nel momento in cui Fini non è più parte di quella maggioranza ed anzi se ne è chiamato fuori, prima con le sbandierate diversità e differenziazioni su quasi tutte le inizaitive di governo, poi fondando un altro partito che si dice pronto a promuovere maggioranze diverse per fare una nuova legge elettorale e che frappone ostacoli ad ogni iniziativa parlamentare della maggioranza, non v’è dubbio alcuno che è venuto meno il rapporto fiducario in virtù del quale Fini è stato eletto dalla maggioranza politica ed elettorale di centrodestra presidente della Camera.
Sappiamo bene che da questo orecchio Fini, sempre pronto a sputare sentenze su tutto e su tutti (leggi sopratutto Berlusconi) non ci sente e stranamente finge di ignorare che,  per esempio, la da lui sempre citata Nancy Pelosi, speaker democratica della Camera dei Rappresentanti degli USA, se il suo partito dovesse perdere la maggioranza il prossimo 2 novembre, dovrà sgombrare il posto senza perdere un istante e altrettanto avverebbe se per esempio la stessa Pelosi dovesse cambiare partito.
In USA e ovunque la democrazia non è all’italiana, cioè fatta in casa e ad uso e consumo di chi su di essa sproloquia, Fini sarebbe un abusivo e verrebbe spenacchiato da tutta la stampa e da tutti i media che lo indicherebbero per quello che è, cioè, appunto un abusivo.
In Italia dove di demcorazia tutti parlano ma pochi la praticano Fini può permettersi di ignorare una regola che in democrazia è, o dovrebbe essere, aurea: cioè si rimane in una poltrona sinchè se ne è elettoralmente degni. Questa regola che Fini anche l’altro ieri si è preoccupato di invocare per Berlusconi, non vale per lui. Ecco il punto. Così come Fini e i suoi non perdono occasione per rimettere in discussione le intese e gli accordi, per esempio quello sulle intercettazioni qualche mese fa, o quello sulla giustizia poche ore fa, è il caso che il PDL metta fuori la lingua e le regole anche per la presidenza della Camera chiedendo a Fini di lasciare libera la poltrona che ormai occupa abusivamente. E se non se ne va, una ragione di più per rompere gli indugi e andare al voto.
Pensiamo che qualche settimana fa avessero ragione Bossi, e Maroni e tanti altri a ritenere improbabile per la legislatura andare avanti e quindi opportuno andare al voto. Anzi, Bossi e Maroni chiedevano a Berlusconi di andare al voto a novembre. Berlusconi si è fatto convincere a respingere le pressioni della Lega ed ha tentato di continaure a governare. Le risposte le abbiamo viste in queste ultime ore con l’acuirsi della prosopopea e l’arroganza di Fini, che ormai, con il supporto  dei media di sinistra che lo hanno eletto a loro “utile idiota”, non perde occasione per assumere atteggiamenti e comportamenti di evidente ricatto nei confronti di Berlusconi, sino a dichiarare, mentre il compagno D’Alema gli strizza l’occhio, che un governo diverso da quello eletto dal popolo, cioè un governo degli sconfitti mentre quelli che hanno vinto vanno in panchina “non sarebbe un colpo di stato”.
E’ evidente che  Fini, ad ogni ritirata del PDL e del suo leader, s’imbaldanzisce e sempre più si considera una specie di generale Custer. E allora facciamogli fare la fine di Custer. Intrappoliamolo all’interno di una little big horn elettorale e stritoliamolo prima che riesca a distruggere per sempre il grande sogno dei moderati italiani: un grande centrodestra unito e forte che metta alla porta per sempre la sinistra dei D’Alema, dei Di Pietro, dei Vendola,   di Anno Zero, di Ballarò, di Repubblica e del Secolo d’Italia. g.

DIECI MOTIVI PER SNOBBARE SAVIANO

Pubblicato il 24 ottobre, 2010 in Costume, Cultura | Nessun commento »

di Massimiliano Parente

Il “Corriere della Sera” accusa la destra di aver perso una grande occasione regalando un “eroe” civile alla sinistra Ma lo scrittore vip ormai è un membro della Casta: demonizza il libero mercato e poi chiede 200mila euro alla Rai. Vietato parlarne male: chi osa criticarlo tacciato d’invidia. E Dispensa consigli per “aprire gli occhi agli elettori

È davvero formidabile la capacità della destra italiana di moltiplicare i suoi nemici». Formidabile, e di cosa stiamo parlando? Dunque, secondo Pierluigi Battista, che in genere leggo sempre volentieri, «la destra» ha «uno straordinario impulso masochista nel regalare alla sinistra Roberto Saviano, che di sinistra non è». Così ieri, per infiocchettare il regalo, Battista ha regalato alla destra una bella torta con ciliegina molto istruttiva e che vorrei ricambiare con dieci candeline.
1) Sono costretto a precisare che, per quanto mi riguarda, da scrittore né di destra né di sinistra (faccio bellissimi disegnini porno sulle schede elettorali da anni), ogni mia critica motivata a Saviano mi ha portato centinaia di insulti che se Battista vuole gli giro via mail, tra i quali il classico, che io lo attacco «per invidia». Se la destra usasse lo stesso argomento in sede politica si potrebbe disinnescare ogni critica a Berlusconi dicendo che chi la muove è invidioso dei suoi soldi, a cominciare dalla Gabanelli, perché vorrebbe le ville a Antigua anche lei.
2) Mi sarebbe piaciuto che Battista avesse fatto dei nomi, e non solo quello di Roberto Saviano rapportato a un’entità generica: la destra. Chi? Può fare qualche nome? Il bello è che quelli come Battista parlano sempre da un pulpito super partes, gli altri sono la destra, la sinistra. Intanto ricordo a Battista i saggisti o gli scrittori che hanno criticato Saviano nel merito del suo unico romanzo (sebbene, intervistato a Annozero, l’autore nomini pomposamente «i miei libri», e continua a sfuggirmi l’opera di Saviano, il cui valore poggia su meriti esclusivamente extraletterari). Per esempio Aldo Busi, non certo uno scrittore di destra, ha definito Gomorra «un romanzo di cassetta», e nessuno ha fiatato, mentre le critiche del sociologo di sinistra Alessandro Dal Lago, identiche alle mie ma con due anni di ritardo, sono state riprese dal Corriere della Sera, dove lo stesso Battista commentava elegantemente che criticare Saviano deve essere legittimo e non un tabù.
3) Saviano non è di sinistra, è vero, lo ha dichiarato proprio Saviano da Michele Santoro: «Io parlo anche agli elettori di destra, per aprirgli gli occhi quando vanno a votare». Sono gli elettori di destra imbecilli che votano a occhi chiusi senza sapere cosa votano, aspettano l’illuminazione di Saviano pagato con i loro soldi sul servizio pubblico. Dovendosene oltretutto, il telespettatore di destra o di sinistra, sentirsene rassicurato, perché «essere pagati è la garanzia di poter fare bene il proprio lavoro», e con meno di duecentomila euro effettivamente si lavora male per la causa comune, ecco perché anche un operaio paga il canone Rai.
4) Che poi Saviano sia di destra o di sinistra non capisco cosa cambi, anzi per me potrebbe anche essere fascista, vista la criminalizzazione che Saviano fa del libero mercato, al quale rende contigua, consequenziale e consustanziale l’esistenza della camorra, basta leggere Gomorra o i suoi articoli su Repubblica. Con Mussolini, in effetti, la mafia se la passava male.
5) Secondo Battista la destra non sa che Saviano è stato «fatto oggetto dei peggiori insulti sui siti e sui blog anti-imperialisti» per aver espresso solidarietà a Israele, dando quindi per scontato che la sinistra sia anti-israeliana, pur elogiando i viaggi di Fini in Israele come una conversione post fascista.

6) Secondo Battista la destra «è una curva che vede comunisti dappertutto» e Saviano non sarebbe di sinistra perché è riuscito a convincere i lettori «ad acquistare I racconti della Kolyma di Varlam Salamov, uno dei più sconvolgenti capi d’accusa contro i Gulag e “le atrocità del comunismo” (parole di Saviano) su cui “è calato il silenzio da troppo tempo” (parole di Saviano)». Quindi secondo Battista la sinistra italiana, oltre a essere antisemita, ha bisogno di essere convinta perfino per leggere Salamov, in altri termini la sinistra è ancora sovietica (parola di Battista, non di Berlusconi).
7) A proposito di libero mercato, scrive Battista, Saviano viene considerato «un avversario così spregevole da pretendere addirittura di essere pagato per una trasmissione televisiva (ma come, non si era detto che il mercato non doveva essere demonizzato?)». Appunto, ma chi lo demonizza? Io? La destra? O Saviano?
8) Secondo Battista «gli scrittori non sopportano che un loro collega vada troppo in televisione, perché andare troppo in televisione fa troppo “berlusconiano”». Anche qui, se non fa i nomi, parli per sé, per quanto mi riguarda nell’ultimo mese non ho fatto che rifiutare inviti televisivi perché sono troppo occupato a scrivere, e oltretutto, al contrario di quanto crede Battista, uno scrittore non ha colleghi, e se li ha non è uno scrittore ma un impiegato.
9) Il sottoscritto, è noto, ha attaccato negli ultimi anni, su Libero e sul Giornale, in nome della letteratura e in opposizione alla logica delle classifiche di vendita e del mercato quando si tratta di valore artistico, molti colleghi di Saviano, da Niccolò Ammaniti a Wu Ming a Alessandro Piperno, quest’ultimo non certo un’icona della sinistra, piuttosto un’icona del Corriere della Sera, secondo il quale sarebbe «il Proust italiano». Poiché sono autori Mondadori, l’anno scorso dopo essere stato accolto con grandi onori a Segrate, sono stato messo gentilmente alla porta «per quello che hai scritto su Saviano», con la motivazione che Saviano è una grossa fetta del fatturato di Segrate e il mio nome avrebbe messo i dirigenti in difficoltà. Se Battista vuole, anche qui, gli fornisco privatamente i dettagli, quando ho raccontato l’episodio su Dagospia non mi pare gliene fregasse granché, la libertà di stampa vale solo per chi già ce l’ha. Al dirigente ho detto «Capisco», ho preso armi e bagagli e me ne sono andato alla Newton Compton, e questo mentre Saviano, su Repubblica, firmava appelli sulla libertà di stampa, copyright Agenzia Santachiara, in prima pagina sopra la pubblicità di Gomorra, copyright Mondadori, e tra poco su Rai Tre, copyright Endemol.
10) È curioso perché a difesa dei duecentomila euro chiesti da Saviano, demonizzatore del libero mercato, sono arrivate perfino Norma Rangieri, direttrice del Manifesto, e Concita De Gregorio, direttrice de l’Unità, proprio in nome del libero mercato, perché l’audience, l’ascolto, il successo commerciale, sono diventati un criterio perfino sul servizio pubblico. Concita ha anche concitatamente puntualizzato che «è come per i calciatori», e a Gianluigi Paragone è stato detto che mille euro a puntata per lui sono già troppi. Se il principio è questo basterebbe mettere L’isola dei famosi contro Annozero e vedere chi vale di più, e bisognerebbe anche chiedersi quanto ascolto fanno, tradotto in copie vendute, l’Unità e Il Manifesto, e anche quanto ascolto fa l’eterno lupus in fabula, Silvio Berlusconi, tradotto in voti.

Il Giornale 24 ottobre 2010

FINI VUOLE AUMENTARE LE TASSE, di Alessandro Sallusti

Pubblicato il 24 ottobre, 2010 in Politica | Nessun commento »

Gianfranco Fini ha aperto la campa­gna del Nord. Ieri era ad Asolo, cuore del Nord Est leghista, doma­ni sarà a Milano. Il suo gi­gantesco conflitto di inte­ressi non colpisce com­mentatori e opposizioni, che in questo Paese sono più o meno la stessa cosa. Si muove come terza carica dello Stato, utilizza il suo ruolo istituzionale per fare pura propaganda politica, si comporta da leader di un partito di opposizione ma nessuno pone seriamente sul tappeto l’idea di chie­dergli ufficialmente di di­mettersi da presidente del­la Camera. Uscita dopo uscita, il pro­gramma politico del na­scente Fli si va delineando. Della cittadinanza breve agli immigrati già si sapeva, della linea morbida sui clandestini pure, così co­me sono note le aperture per le unioni omosessuali. Ieri si è aggiunta una novi­tà: aumentare le tasse. Si do­vrebbe partire – sono paro­le sue- da quelle sulle rendi­te finanziarie che oggi sono al 12 per cento e che Fini propone di portare al 25. Si tratta dei risparmi (già tas­sati alla fonte) che gli italia­ni hanno investito in Borsa: Azioni e titoli che costitui­scono gran parte di quel te­soretto che sta permetten­do al Paese di sopravvivere alla crisi finanziaria. Den­tr­o il calderone ci sono i mi­lioni dei ricchi, ma anche le decine di migliaia, a volte solo migliaia di euro delle famiglie a reddito medio basso. Bene, Fini vuole met­tere loro le mani in tasca e rubargli parte del gruzzolo. Questo il Fli propone al Nord Italia. Non tagliare gli sprechi, non ridurre il co­sto dei dipendenti pubbli­ci, non aumentare efficien­za degli apparati statali e aiutare lo sviluppo delle media e piccola impresa. La parola magica è: tassare. E siccome ha detto tutto questo con seduto al fianco Massimo D’Alema (ma guarda la coincidenza) che lo ha applaudito, è ovvio che Fini ha già in mente con quali alleati portare avanti il suo programma. Non a caso ha detto anche che se il governo dovesse cadere non sarà un dram­ma. Anzi, potrà essere l’oc­casione per formarne un al­tro in corsa, senza che que­sto significhi fare un golpe. Riepiloghiamo. Due an­ni fa Fini ha vinto le elezioni promettendo che mai si sa­rebbero alzate le tasse. Og­gi dice il contrario. Vinse fa­cendo una campagna elet­torale c­ontro la sinistra e og­gi si dice disposto ad allear­si con lei contro i suoi eletto­ri. Non male per uno che vo­l­eva, e vuole, prendere il po­sto di Berlusconi alla guida dei moderati del centrode­stra. Non so quanti al Nord lo seguiranno. Certo, qual­cuno raccatterà. Come il ca­s­o del presidente del Consi­glio comunale di Milano, Palmeri, che ieri ha annun­ciato il suo passaggio da Forza Italia al Fli. Io non cre­do che Palmeri sia convin­to che i suoi elettori della Milano bene siano per la tassazione della rendita fi­nanziaria. Penso invece che si tratti di una ripicca per non essere stato messo nel listino alle ultime elezio­ni regionali, perché dentro il Pdl non si parla di lui co­me futuro onorevole o coor­dinatore. Insomma, di fru­strati o falliti pronti a tradi­re Berlusconi ed elettori ce ne sarà anche più d’uno. Ma non parliamo di pro­grammi, valori, principi. Come al solito si tratta di meschine questioni perso­nali: poltrone, sottopoteri, piccole vendette maturate e compiute nel sottobosco della politica. Di gente così credo che la maggioranza potrà fare a meno. IL GIORNALE 24 OTTOBRE 2010

IL SOLO MODO PER ESSERE GIORNALISTI RISPETTATI? VOTARE A SINISTRA, di Vittorio Feltri

Pubblicato il 23 ottobre, 2010 in Politica | Nessun commento »

La libertà di stampa non è un bene democraticamente divisibile: qualcuno ce l’ha e altri no. Non importa se la Costituzione, adorata da chi pretende sia applicata solo per sé, consente a tutti i cittadini di esprimersi con ogni mezzo. La discriminante è l’opinione politica: se fai parte del club antiberlusconiano hai diritto di dire e di scrivere ciò che ti pare; se, invece, sei schierato sull’altra sponda ogni tuo pensiero è indegno, quindi da condannare, quantomeno disprezzare. È così da molti anni, ma oggi la situazione è peggiorata e rischia di precipitare. Quando morì Giovanni Guareschi, autore fra i più amati dal pubblico non soltanto italiano, L’Unità – organo ufficiale del Partito comunista più potente del mondo occidentale – fece un titolo grazioso. Questo il nobile concetto: «È morto uno scrittore mai nato». Perché un giudizio tanto severo e definitivo? Guareschi, nonostante fosse antifascista, era anche anticomunista; motivo sufficiente a renderlo inaccettabile ai compagni. Giovannino fu messo all’indice, deriso e insultato per oltre un quarto di secolo. Poi l’apparato pseudoculturale della sinistra lo rivalutò, dedicandogli alcuni articoli elogiativi.
I progressisti usano rinnegare se stessi. Lo fanno senza pudore e con disinvoltura. Un altro caso interessante è quello di Indro Montanelli. Quando il principe delle penne fu licenziato dal Corriere della sera per incompatibilità ideologica, venne spernacchiato in coro dalla massa comunista e dai gruppi extraparlamentari tollerati, anzi coccolati da Botteghe Oscure. Il corsivista più incisivo dell’Unità, l’ex democristiano Fortebraccio, fu lapidario: «Indro scrive per le portinaie». La gambizzazione di Montanelli a opera delle Brigate rosse fu liquidata dal Corriere della sera nel seguente modo: «Gambizzato un giornalista». Alla vittima – per dire in quale considerazione il fondatore del Giornale era tenuto dalla nouvelle vague dominante in via Solferino – venne negata addirittura l’identità. Venti anni più tardi Montanelli fu cooptato nel pantheon della sinistra per meriti speciali.

Il toscanaccio, infatti, pur avendo a lungo goduto dei miliardi di Publitalia, buoni per ripianare i passivi mostruosi accumulati dal suo quotidiano, litigò con Silvio Berlusconi dopo averlo sempre coperto di elogi sperticati: il miglior editore del mondo, per citarne uno moderato. Bastò un gesto di ribellione. Indro diventò l’idolo degli antiberlusconiani, ai quali fornì argomenti e invenzioni lessicali per attaccare il Cavaliere: squadrista, despota, manganellatore mediatico eccetera. Montanelli da quel momento non scrisse più per le portinaie, ma per l’élite degli intellettuali.
Lo stile della sinistra non è cambiato. La Repubblica, quando si accanisce su personaggi del centrodestra, Berlusconi in particolare, fa il suo mestiere forte della libertà di stampa, ed è sostenuta dagli applausi dei compagni e della maggioranza degli scribi. Se, invece, la stessa attività è svolta dal Giornale, da Panorama, dal Tempo e da Libero, allora i cronisti sono bastonatori, killer e fanno dossieraggio mirato a distruggere gli avversari del premier. E i direttori sono servi del padrone. Non solo. Scattano per i reprobi procedimenti giudiziari e disciplinari finalizzati a zittirli, delegittimarli, buttarli fuori dalla professione in maniera che non possano più nuocere. E la libertà di stampa? Bisogna sapersela guadagnare. Come? Pentirsi, abiurare, gridare che Berlusconi e la metà degli italiani che lo eleggono sono il Male assoluto. A quel punto, forse, gli «spretati» avranno il perdono e saranno liberi. Liberi di dire che il Cavaliere è un essere spregevole.

NON C’E’ RIMEDIO: QUESTA RAI VA CHIUSA SUBITO

Pubblicato il 22 ottobre, 2010 in Politica | Nessun commento »

di Marcello Veneziani

Sciogliete la Rai. Non c’è altra soluzione. Lo dice uno che credeva al servizio pubblico e, pensate, perfino al ruolo educativo della tv. Ma l’Italia, il governo e il Parlamento non possono occuparsi ogni giorno delle parole di Santoro, dei contratti di Benigni, degli ultimatum di Fazio e degli arrangiamenti di Masi. Un Paese non può dividersi sui contratti agli artisti e sugli insulti ai direttori. Meglio chiudere baracca e burattini e lasciare campo al libero mercato. Le tre reti principali lasciatele ai migliori offerenti, con diritto di prelazione a cooperative di dipendenti, amatori e ispiratori della rete. Chi ama Raitre si paghi il canone per farsene carico; chi ama il suo rovescio faccia altrettanto con un’altra rete, per esempio Raidue, che non esiste più da quando finì l’era craxiana. O paghi un canone per Raiuno chi pretende un’informazione più ufficiale, meno schierata, tendenzialmente governativa a prescindere dai governi in carica. Non sono un seguace entusiasta del federalismo fiscale, ma in questo caso ci starebbe bene: ognuno paga la rete che vuole e la rete spende i soldi che i suoi utenti versano a lei. Più quello che ciascuna rete raccoglie di pubblicità sul mercato. È la fine del servizio pubblico, direte, è l’apoteosi della lottizzazione al suo stadio più esplicito e brutale. Sono d’accordo e mi dispiace un sacco. Ma non si può sopportare questo scempio quotidiano, questa porcata giornaliera, e questa impossibilità di venirne fuori. Ci sono censure vere che passano sotto silenzio perché fanno comodo un po’ a tutti i dignitari politici della Rai: spariscono dal video o non vi approdano gli irregolari che non appartengono ai blocchi di potere e ai partiti dominanti, compresi i partiti editoriali che ci sono in Italia. Non trovano spazio gli incontrollabili che, pur avendo un’identità precisa, non vanno in quota partiti e non prendono ordini dai poteri. Ci sono invece mezze censure, o censure presunte, che diventano oggetto di guerra, di vertenza e di teatro. La Rai fa molto più spettacolo fuori dai suoi schermi che dentro. Se la Rai è in trattativa con un divo «de sinistra» ed entrambi tirano sul prezzo, la trattativa viene presentata come una lotta per la libertà contro il fascismo e un’eroica resistenza contro un tentativo di censura. L’azienda non può cercare di contenere i costi, inguaiata com’è; se lo fa, vuol dire che usa a pretesto i soldi per censurare i programmi. Dammi centomila o ti sputtano come dittatore: questo in sintesi il «raicatto» della malavita organizzata in sinistra televisiva. E non c’è giorno che non emetta ultimatum come se fosse una potenza straniera pronta alla dichiarazione di guerra e all’attacco armato: dacci carta bianca o ti facciamo a pezzi. Un giorno o l’altro recapiterà a Berlusconi un orecchio, un testicolo e un baffo di Masi.
No, non si può andare avanti a discutere se bisogna lasciar fare per non farsi accusare che si è tiranni o se censurare, fregandosene bellamente degli attacchi. Ancora più grottesche le mezze misure, le tiratine d’orecchi e le sospensioni con ampia facoltà di esternazione in video, che amplificano il martirio senza fermare l’abuso. Non è meglio, a questo punto, rompere le righe e affidarsi alla libera iniziativa? Lo dico da cittadino e da utente, ma anche da ex-consigliere e collaboratore della Rai. Se la Rai non fosse ingessata dai padroni di fuori e dai vigliacchi di dentro, se la Rai non fosse eterodiretta e succuba di troppi poteri, non giocherebbe sempre in difesa, ma andrebbe all’attacco. Smetterebbe di studiare come frenare Santoro, il predicozzo di Benigni o il «dossieraggio» di Report (lo chiamo così come loro chiamano le inchieste giornalistiche mirate, come quelle che riguardano Fini o Berlusconi). Lascerebbe loro libero campo, magari convogliandoli nella stessa rete per coerenza editoriale e garanzia dell’utente; ma poi andrebbe all’attacco. Il miglior modo per rilanciare la Rai e bilanciare le presenze moleste è rompere gli equilibri, svecchiare, innovare. Per esempio, una Raidue vivace si sarebbe accaparrata un Antonello Piroso, indipendentemente dalle sue opinioni politiche, dopo che è stato ingiustamente accantonato da La7 per far posto ad un altro bravo come Mentana. Dico ai lottizzatori cretini: la bravura fa più fatturato politico di un programma allineato che non vede nessuno. Una Raiuno vivace non lascerebbe il monopolio all’ottimo Vespa, che è sì la sua colonna principale, ma neanche San Pietro regge su una sola colonna, bensì su un colonnato: e allora magari avrebbe puntato al suo interno su Minoli, che ha il difetto di essere in quota se stesso; avrebbe cercato di portarsi il meglio che offre la concorrenza (facendo scouting nelle private). Avrebbe corteggiato spietatamente un Giuliano Ferrara, che si chiama fuori dal video. Avrebbe sperimentato in reti secondarie e in fasce orario marginali nuovi talenti interni, magari di diversa opinione; immetterebbe come editorialisti di rete o di testata firme giornalistiche mordaci della carta stampata. Invece il nulla. Lo so per esperienza personale, avendo vanamente proposto, quando ero in consiglio, non pochi innesti e perfino una rete ad hoc per testare emergenti promesse. Ma ai politici queste cose non interessavano: l’importante è vedere come sono trattati loro dalla Rai e i loro famigli, suocere incluse. Al partito Rai nemmeno: guai a toccare la mummia, se sposti un cameraman metti a rischio la democrazia.

Ma se non si riesce a stare sul mercato, a essere agili e innovativi, in sintonia con i propri tempi, se non si ha la possibilità sovrana di decidere, meglio tagliare la testa al toro e sciogliere la Rai. Questo braccio di ferro su quanto spazio concedere e fino a che punto sopportare il Nemico o l’Invasore, è tristemente ridicolo ed è pure noioso. Cambiate programma, per favore.

IL GIORNALE 22 OTTOBRE 2010

BERLUSCONI, L’ANOMALIA (Il Tempo – 21 ottobre 2010)

Pubblicato il 21 ottobre, 2010 in Politica | Nessun commento »

Berlusconi alla festa del Pdl Diciamo la verità, Berlusconi rischia di essere una piacevole anomalia. Forse lo è stata, purtroppo, perché temiamo ci siano tutti i sintomi di un lento, inesorabile, declino. L’uomo è forte, come mai nessuno è riuscito ad esserlo in Italia. Ma una goccia, giorno dopo giorno, perfora la roccia. E nello stesso modo le forze coalizzate contro Berlusconi stanno riuscendo a perforare l’uomo politico. Le anomalie di solito danno fastidio, perché deviano le aspirazioni dai binari tracciati, sovvertono i disegni prestabiliti, squassano le rendite di posizione. Berlusconi è stata la summa di tutte le anomalie. Perché è un leader come pochi ne sono esistiti nel nostro Paese. Ha carisma, ha la capacità di cementare gli sforzi e le forze, sa come perseguire i sogni. E dietro un grande sogno, quello di un Paese moderno e normale, ha trascinato le masse e restituito l’orgoglio di contare. Ma un uomo forte dà fastidio, dentro e fuori i nostri confini. E un Paese forte è insopportabile, soprattutto fuori i nostri confini. Ecco perché presto ritorneremo a convivere con la solita Italia spaccata, in balìa di fazioni e correnti, preda del disordine e delle non scelte, dei clientelismi e delle furbizie.
Ci arrovelleremo intorno ai nostri sgangherati conti in rosso, alle solite riforme annunciate e mai cominciate. Ci presenteremo nei consessi internazionali con leader privi di leadership, ci arrampicheremo con orgoglio sui piccoli strapuntini (i soli che ci verranno riservati), e sapremo anche mantenerci su quell’equilibrio precario, ringraziando, sì ringraziando, per essere ammessi e sopportati al tavolo dei Grandi. Mentre dai ricchi vassoi che sfrecciano sopra le nostre teste cadranno poche briciole, quel tanto che basta per tenerci buoni, silenziosi, appagati. L’anormalità rientrerà nei canoni già stabiliti dell’ordine (che per noi è un dis-ordine) e il corso delle cose potrà riprendere il suo regolare tran-tran.
Così ci hanno disegnato negli ultimi 150 anni e così siamo costretti ad apparire e ad essere: un’Italia a canone inverso, fragile, facile preda degli appetiti stranieri, malinconico burattino manovrato da altri interessi, Paese dilaniato da infinite guerre intestine e fratricide. La nostra divisione è la forza degli altri, la nostra incapacità di governare è il nostro cappio da schiavo. Il Medioevo della nostra pubblica amministrazione è la riserva di caccia dei nostri vicini. Berlusconi per un attimo ha cercato di spezzare queste catene. Ha provato a restituire dignità al Paese, ha tessuto accordi commerciali importanti, ha imposto il suo peso sui tavoli internazionali, ha speso il suo carisma per allacciare rapporti prima impensabili. Ha lavorato per il bene dell’Italia senza troppi calcoli e senza inchinarsi ad antiche salmodiate liturgie. Ha combattuto con forza e determinazione finanche le mafie. Alla fine, forse fin da subito, ha toccato troppi fili scoperti. Il suo attivismo ha dato fastidio, i suoi successi sono stati manciate di sale nelle ferite dei concorrenti, e a poco a poco è diventato un’insopportabile anomalia. Un’Italia coesa, ben governata, moderna, libera dai lacci che imbrigliano la sua sfrenata fantasia e la sua innata capacità di adattamento è una miscela esplosiva sui mercati. Un concorrente che tutti temono. È così che si è messa in moto la macchina stritolatrice della propaganda e del fango.
Così si sono coalizzate le forze interne ed esterne per riportare l’ordine stabilito delle cose. Che è poi quello dell’Italietta sgangherata, a sovranità limitata, abituata a nascondere sotto i tappeti del tempo le tante verità impresentabili alla storia. Oggi il rischio è quello di ieri: restare avvinghiati nella palude dell’immobilismo, ritornare a spintoni e ammaccati nel retrobottega dell’economia globale. Il percorso è già tracciato. A meno che. A meno che Berlusconi non rompa ancora una volta il fuoco dell’accerchiamento, vinca la stanchezza delle tante battaglie combattute e riconquisti il Paese con un’operazione verità che frantumi gli schemi, sveli i giochi opachi, renda cosciente il rischio di un ritorno al passato, spiazzi, infine, per l’ennesima volta gli avversari.
E la politica italiana.

quelli che imprecano contro il regime ma prendono soldi da Berlusconi

Pubblicato il 21 ottobre, 2010 in Costume, Politica | Nessun commento »

di Tony Damascelli

In principio c’era Sant-oro,poi vennero gli altri mar­tiri a pagamento, i messaggeri della libertà del sette e quaranta, i depositari dell’informazione dura e pura, i soli a difendere il Paese dal regime «demo plutocratico» che lo opprime e lo comprime, lentamente, inesorabil­mente. «Vieni via con me» è il leit motiv di una dolce canzone dell’avvocato Paolo Conte ed è iltitolo dell’ulti­ma trasmissione boicottata dalla Rai, la barricata dietro la quale Fazio-Saviano-Benigni, i rivoluzionari del bru­maio italiano, rischiano di non poter agire, parlare, di non potere sventolare la bandiera della libertà, dopo aver ripiegato l’assegno bancario, vogliono spiegare al pubblico che non esiste soltanto il Grande Fratello (in onda su Canale 5 in contem­poranea con lo show censurato su Rai 1) ma anche un Paese fuori dalla Casa, il Paese che rifiuta Ber­lusconi, il popolo che non accet­ta la sua politica, il suo essere, il suo esistere anche.

«Vieni via con me» è prodotto anche da Endemol una cui fetta, almeno per il momento, è di pro­pr­ietà del succitato Cavaliere dit­tatore. Come direbbe Veltroni «ma anche»Il Grande Fratello ha la stessa fabbrica produttrice alle spalle, dunque il conflitto di sha­re, non soltanto di interessi, è pa­­lese, fastidioso, volgare. Il budget di «Vieni via con me» si presta, con la p minuscola, a vari com­menti critici: la Rai avrebbe offer­to a Benigni 250mila euro, 100mi­la in meno di quanto l’Oscar del cinema aveva incassato per la performance al festival di Sanre­mo. Benigni ha fatto sapere, attra­verso il suo Procuratore, con la P maiuscola, di essere disposto e di­sponibile a lavorare gratis, a con­dizione però di avere ampia facol­tà di dire e di fare su qualunque tema. Cosa che avviene, mi sem­bra, dalla fondazione dell’impe­ro televisivo, su qualunque cana­le ma non su qualunque tema, semmai su un tema unico, Berlu­sconi e la sua orchestra però ge­nerosa alla voce Medusa, distri­butore di Pinocchio, film del 2002, del regista attore toscano. Roberto Saviano, altro protagoni­sta d­i questa vicenda sofferta e an­tidemocratica, non si sente sicu­ro, avverte l’aria pesante attorno alla trasmissione, «ci hanno mes­so in condizioni terribili» ha det­to lo scrittore che ha visto aumen­tare, raddoppiare, moltiplicare gli introiti propri e della casa edi­trice Mondadori, anche questa, mannaggia, di proprietà dello stesso Berlusconi di cui sopra. «Vieni via con me»andrà comun­que in onda, ci saranno Paolo Rossi e Antonio Albanese, altri dissidenti, in manifesta opposi­zione al regime ma, ogni tanto, a braccetto dello stesso, quando è ora di sottoscrivere un contratto e di ritirare il dovuto dal despota e dai suoi gerarchi. Il dilemma eti­co ha sconvolto intelligenze illu­stri, alla voce Mancuso che ha an­nunciato la fuga, ma lo stesso struggente dubbio ha poi ritrova­to la luce, come i minatori cileni, nelle persone di Odifreddi, uno che sa quanto valgono i numeri, quelli di vario tipo, e ancora, in Za­grebelsky Gustavo e le sue opere di legge per Einaudi, tormentato ancora dalla perplessità morale ma non da quella contabile e di pubblicità garantita; ma lo stesso dilemma è stato sconfitto soprat­tutto dalla De Gregorio Concita che per Mondadori ha scritto e di cose profonde. Mi auguro che la casa di Segrate non sia il Malamo­re da cui il titolo di uno dei suoi testi. Si potrebbe aggiungere di Scalfari di cui è manifesto il con­flitto, di idee, non di interessi.

Nelle ultime ore al corteo si è ag­giunta anche Raffaella Carrà il cui programma, previsto per gen­naio, in cinque puntate, sempre su Rai 1, è rinviato a data da desti­narsi. Il contrattempo ha costret­to il regista e autore Sergio Japino a denunciare che «in Rai non c’è serenità».

È un momentaccio, i mantenu­ti­di Silvio non sopportano la sud­ditanza, quella psicologica si in­tende, mentre quella contabile garba loro moltissimo; non ce la fanno ad andare avanti tra lacci e lacciuoli, si sono santorizzati tut­ti, padroni del microfono, sciolti dalla rete (Rai), liberi di pensare, ci mancherebbe, di dire e di male­dire, di lanciare appelli, di racco­gliere firme, di sensibilizzare il po­polo cloroformizzato ma, strana­mente, improvvisamente,reatti­vo quando è chiamato all’aduna­ta.

È il bello della diretta e della re­g­istrata, è il bello dei nostri dissi­denti che altrove, nei cosiddetti regimi democratici dei líder mas­simi e del potere del popolo, fini­scono in galera mentre dalle no­s­tre parti finiscono in prima sera­ta. È la parte gioiosa della dittatu­ra berlus­coniana che serve per ti­rare sino a fine mese, a fine anno e oltre, ma resta maledetta, da battere e da abbattere. La popola­rità e il benessere conquistati per meriti propri e per intuizione al­trui, sono valori prosaici, la televi­sio­ne è malvagia anche se è servi­ta a farsi conoscere, a farsi una fa­miglia, a farsi un conto in banca, il denaro non olet e non dolet, non puzza e non fa male mentre il pagatore è infame. La Rai ci ha messo del suo, più realista del re, vecchia nelle teste dei dirigenti e giovane soltanto nelle gambe del­le ballerine, pronta a complicare storie semplici, a trasformare gli asterischi in scoop, a creare vitti­me, prima, eroi, dopo.

«Vieni via con me, entra e fatti un bagno caldo,c’è un accappa­toio azzurro, fuori piove un mon­do freddo, it’s Wonderful».Musi­ca e parole di Paolo Conte, l’avvo­cato. Trattasi di una canzone. Fi­no al prossimo otto di novembre.

Poi, prego, presentarsi alla cassa.

IL GIORNALE 21 OTTOBRE 2010