IL PARTITO DI FINI: GIA’ DIVISO IN SETTE CORRENTI, COME NELLA PEGGIORE MANIERA DELLA PRIMA REPUBBLICA

Pubblicato il 21 ottobre, 2010 in Cronaca, Politica | Nessun commento »

LA NEONATA FLI RISCHIA DI MORIRE IN CULLA DI RAFFREDDORE, CON TUTTE LE CORRENTI IN CUI SI SONO GIÀ DIVISI I FINIANI (GIA’ SE NE  CONTANO  SETTE) -  HANNO PIÙ SPIFFERI DELLA VECCHIA DC: DAI CORTIGIANI AI SOCIALISTI, DAI FEDELISSIMI AGLI ANTICLERICALI – L’ESERCITO DI FINI È DA FARE, MA LE DIVISIONI CI SONO GIÀ TUTTE – E, SORPRESA!, SONO I PIÙ ASSENTEISTI IN AULA (E I PIÙ PRESENTI IN TV)…

Franco Bechis per “Libero

Granata e Fini

Il partito non è ancora nato ufficialmente, ma ha già stabilito un record assoluto per la politica italiana: Futuro e Libertà per l’Italia può contare su un leader, Gianfranco Fini e già su sette correnti. Più di quelle che aveva la vecchia Democrazia cristiana, ma con una differenza non da poco: quelle sette correnti devono spartirsi un patrimonio di consensi che oggi vale circa un decimo di quelli della Balena bianca.

GRANATA

C’è il correntino dell’entourage di Fini, l’unico staff di fedelissimi legati al leader a doppio mandato. Uno sparuto manipolo di corte, ognuno con il suo compito disegnato. Giulia Bongiorno pensa agli affari legali di Futuro e Libertà e anche a quelli personali di Fini.

Donato La Morte pensa al business e ai conti della formazione politica. Alessandro Ruben cura le relazioni internazionali. Francesco Proietti Cosimi è lì, in staff perché questo ha sempre fatto anche se oggi ne capisce poco il motivo. Luca Barbareschi va un po’ per conto suo, ma è anche il portavoce ufficiale del partito. E lì sta.

bocchino H

Nella corrente dell’entourage del leader c’è anche una sottocorrente, che va per conto suo. Quella di Giuseppe Consolo, cui sono affidati gli affari legali della compagna del leader. Anche lui starebbe nella cerchia dei fedelissimi. Ma guai a chiuderlo nella stessa stanza della Bongiorno. Sarebbe come mettere uno di fronte all’altro gli ultimi due Higlander rimasti sulla terra: ne resterebbe solo uno vivo. Il correntino dell’entourage sta nella cerchia più alta, quella vicina al leader. Ha potere. Ma non truppe: nemmeno un soldato a riporto. Non che siano tante, ma quelle spettano tutte ai correntoni.

ITALO BOCCHINO

C’è quello di Generazione Italia, guidato da Italo Bocchino. Con lui i nomi più noti sono Fabio Granata, Carmelo Briguglio, Angela Napoli e Antonio Buonfiglio. Sembra un po’ il correntone di Antonio Gava della vecchia dc, ma scrivendo questo paragone il rischio è che Granata e Briguglio ci inviino cento pm in redazione.

GRANDI E PICCOLI
Altro correntone, quello che forse ha più truppe in giro, si è dato il nome di “Area Nazionale”. Alla guida si possono trovare Silvano Moffa, Pasquale Viespoli e Roberto Menia. Essendo i più lealisti con il governo di Silvio Berlusconi, ne sono soci di diritto anche Andrea Ronchi e Salvatore Valditara.

BRIGUGLIO E BOCCHINO

Terza grande corrente, quella dei pensatori. Sparano idee a raffica, ma non sono dei Rambo nella realizzazione: è la corrente di Fare Futuro. La guida Adolfo Urso, e dentro c’è un po’di tutto: pensatori alla Alessandro Campi, giornalisti bohemien come Filippo Rossi, uomini più attenti alla cassa come Ferruccio Ferranti e Pierluigi Scibetta.

MORONI CHIARA

Da qualche giorno è nata anche la corrente socialista, che non si capisce bene che c’entri lì. Comunque l’ha fondata l’unica appartenente, Chiara Moroni e l’ha chiamata “Socialismo e libertà“. Un po’ l’una e un po’ l’altra cosa, che nella storia hanno fatto un po’a cazzotti. Forse è più azzeccato quel titolo di quello da cui prende le mosse: “Socialismo è libertà“, movimento fondato da Rino Formica nel 2003.

Il nome non se l’è ancora dato, ma in Futuro e Libertà è già pronta anche una correntina democristiana. La guiderebbero Giampiero Catone e Potito Salatto, e potrebbe farne parte anche Maria Grazia Siliquini. Sembra niente, però ha un suo peso quando si discute di giustizia. Conoscendo a fondo magistrati e tribunali, da queste parti del gruppo si è meno giustizialisti che altrove.

FLAVIA PERINA

Siamo arrivati a sei correnti. Ma c’è anche la settima, un po’ più trasversale. La chiamano “corrente dei secolari”, e il nome ha un doppio senso. Il primo richiama al Secolo d’Italia, perché da lì provengono i primi due aderenti, Enzo Raisi e Flavia Perina. Il secondo senso è più letterale: “secolari”come contrapposizione a “spirituali”. È il gruppo degli anticlericali e laicisti, che sposa in pieno questo primo antico passo della differenziazione di Fini dal resto della compagnia. Ne fa parte a pieno diritto Benedetto Della Vedova, e avrebbe potuto entrare anche la Moroni, che così però non si sentiva abbastanza importante e ha preferito fondare più che una corrente, uno spiffero tutto suo.

DELLA VEDOVA

Altro che colonnelli, con tanta abbondanza qui Fini rischia di essere circondato da capitani e sottotenenti convinti di comandare ognuno a casa sua. Se ne vedranno gli effetti già domani con la nomina dei coordinatori regionali, un altro modo di dare galloni all’esercito che così rischia di restare senza truppe.

DELLA VEDOVA

ASSENTEISTI
Tanta divisione per il momento ha trovato piccolo specchio in Parlamento. Sulle questioni spinose – specie sulla giustizia – il gruppo di Futuro e Libertà marcia unito per colpire diviso. Lo fa quando da meno nell’occhio, ma lo fa. Qualcuno ha preso posizioni apertamente polemiche nei confronti del governo. Altri hanno scelto una tecnica più furba: al voto non vanno.

È accaduto quando si è trattato di concedere o meno le autorizzazioni a procedere nei confronti di Berlusconi per le querele di Antonio Di Pietro (su 34 a marcare visita sono stati ben 12 finiani). Ma accade in tutte le occasioni. Da quando è nato il gruppo finiano ha pensato più alla tv che alle aule parlamentari: è il gruppo con più assenteismo alle votazioni parlamentari.

ENZO RAISI

Luca Barbareschi

SARANNO GLI ELETTORI A DECIDERE IL DOPO BERLUSCONI

Pubblicato il 20 ottobre, 2010 in Politica | Nessun commento »

È incredibile come, da quasi un ventennio, l’attenzione di certi editorialisti politici sia concentrata su un solo tema: la presunta debolezza strutturale del movimento politico creato da Berlusconi, il suo sempre annunciato disfacimento, nonché l’uscita di scena del Cavaliere. Tutto ciò è incredibile, stucchevole e, a dir poco, surreale. Non saranno certo le elucubrazioni (o le speranze) di alcuni giornalisti o di alcuni potenziali competitori per il ruolo di leadership nel Pdl o della guida del governo ad avviare il problema della successione di Berlusconi. Questo, infatti, si porrà soltanto nel momento nel quale Berlusconi non risulterà più funzionale all’attuale sistema politico che è in gran parte frutto della sua discesa in campo. Il sistema politico attuale, infatti, è profondamente diverso, nel bene o nel male, da quello che lo ha preceduto e che ha caratterizzato la storia del secondo dopoguerra fino alla metà degli anni novanta: un sistema politico, fondato sul multipartitismo estremo e sul correntismo esasperato per via di una legge elettorale di tipo proporzionale puro che favoriva la frammentazione politica e obbligava a governi di coalizione i cui programmi, necessariamente formulati dopo le elezioni, non potevano mai coincidere con quelli presentati dalle singole forze politiche al corpo elettorale.

Un sistema, ancora, che presupponeva l’esistenza di partiti politici strutturati di tipo ottocentesco. Se non si coglie e non si fissa questo dato di fatto, si rischia di discutere sul nulla. E il dibattito sull’uscita di scena di Berlusconi, sulla sua successione e sul futuro del Pdl equivale a pestare acqua in un mortaio. Esso dimostra, fra le altre cose, che alla maggior parte dei commentatori, abituati a ragionare secondo la logica complessa e bizantina della prima repubblica, sfugge il senso della realtà. Come, invero, accade, sempre o quasi, alla maggior parte dei parlamentari, isolati nelle ovattate stanze del potere o del sottopotere, di perdere ogni contatto con i cittadini e con i loro problemi al punto di non saperne più cogliere le “istanze politiche”, così, allo stesso modo, a molti editorialisti capita di essere troppo dipendenti dal “piccolo mondo antico” dei palazzi della politica e di non riuscire ad afferrare il senso delle trasformazioni in atto nella società e nella stessa politica. La realtà è che, ormai, è stato creato in Italia un sistema bipolare, certamente perfettibile, ma che è entrato, piaccia o non piaccia, a far parte del comune sentire. La transizione da un sistema all’altro non è stata ancora completata, ma è difficile (e, certo, non è auspicabile) tornare indietro.
Del resto i fatti dimostrano come una profonda crisi strutturale e propositiva, oltre che di identità, abbia colpito soprattutto le forze politiche del centrosinistra troppo legate a schemi organizzativi del passato e a categorie concettuali non più coerenti con una realtà post-ideologica, che non è più solo italiana. E non è, neppure, un caso che, all’interno del centro-destra, si sia consumata una scissione, quella di Futuro e Libertà, che, al di là delle parole, nasconde ripicche personali e nostalgia di pratiche inciuciste da Prima Repubblica. Chi pone, oggi come ieri, il problema della successione a Berlusconi e del futuro del Pdl è condizionato da un antico pregiudizio che non gli consente di cogliere la novità rappresentata da Berlusconi, dal berlusconismo, dal “polo moderato”. Quando questi decise di scendere in politica, Galli Della Loggia lo liquidò sostenendo che le sue idee erano “luoghi comuni semplificati e conditi da un sondaggio o da un grafico” e aggiunse che la sua avventura politica non emanava “alcun calore” perché priva di anima. Il consenso dato a Berlusconi dal corpo elettorale significa, quanto meno, che quelle proposte avevano e hanno proprio quel “calore” che non gli si vuole riconoscere. Piacevano e piacciono alla parte produttiva del Paese, al ceto medio, estraneo ai salotti e alle conventicole culturali o pseudo-culturali convinte che politica e gestione del governo debbano essere riservate a pochi illuminati. Per Galli Della Loggia il problema del centro-destra era quello di riprodurre “l’incultura politica del suo elettorato” fatto di ceti medi produttivi, nonché “la sua compiaciuta estraneità alla politica e allo Stato”. Ma questo elettorato, malgrado il giudizio offensivo, ha dimostrato di voler essere tutt’altro che estraneo alla politica e allo Stato. E sarà proprio l’elettorato a decidere sulla successione di Berlusconi e sul futuro del Pdf.

FRANCESCO PERFETTI – IL TEMPO 20 OTTOBRE 2010

IL NUOVO FINI? COME SCALFARO (OSCAR)

Pubblicato il 20 ottobre, 2010 in Politica | Nessun commento »


di Giancarlo Perna

Con felice intuizione, Ernesto Galli della Loggia ha paragonato Gianfranco Fini, 58 anni, al novantaduenne Oscar Luigi Scalfaro. Due giorni fa, il politologo del Corsera aveva osservato nell’editoriale che Fini era «ancora e sempre immerso nel vecchio scenario (…)
(…) della morente Prima Repubblica». Piccato per non essere salutato come grande innovatore, il presidente della Camera ha replicato con 300 righe, pubblicate ieri sul Corriere. Nel papiello, Gianfry elenca le proprie virtù e rivendica il passaggio dal neo fascismo al culto per la democrazia, la legalità, le regole, eccetera. Nella controreplica, Galli della Loggia spiega in due parole perché lo consideri «vecchio»: «Se avesse continuato a predicare la necessità del presidenzialismo con l’insistenza con cui l’ha fatto per tanto tempo, a nessuno oggi verrebbe in mente di collocarlo tra i custodi delle regole, i tic, i tabù della Prima Repubblica». Invece, ha annacquato le sue posizioni «con ammonimenti di inamidato buonismo e precetti politicamente corretti». Tutto ciò, conclude il professore, «la sta rendendo degno – se lo lasci dire – del miglior Scalfaro d’annata».
Il parallelo tra il vecchio e il «giovane» è azzeccatissimo per la comune retorica, l’inguaribile vanità, il vizio di additare la pagliuzza nell’occhio altrui ignorando la trave che campeggia nel proprio. È davvero miracoloso come il nuovo Fini, rigenerato nel democraticismo antifascista in voga da sessant’anni, somigli adesso all’augusta cariatide dell’ex capo dello Stato. Separati da due generazioni – classe 1918, Oscar Luigi, 1952, Gianfry – lanciano i medesimi anatemi, hanno le identiche antipatie e un uguale odio per l’usurpatore di Arcore. Un’unica cosa a ben vedere – e solo perché io sono pignolo – li differenzia: Oscar Luigi è stato a lungo un uomo spiritoso, Gianfry è una lapide dalla nascita.
Do qualche esempio per tenerci su. Avrete notato che in un qualsiasi discorso, Fini per attenuare il tono tronfio con cui enuncia i propri meriti usa la perifrasi «lo dico con orgoglio e umiltà». Se invece è Scalfaro a reprimere il proprio ego, dice: «Sono un broccolo». E aggiunge con autoironia da inveterato baciapile: «Ma è meglio essere un broccolo nel campo del Signore che un fiore piantato fuori dal campo». Uno è muffoso e poco credibile, l’altro più simpatico e sorridente. L’antenato batte l’emulo dieci a zero. Da quando dirige la Camera, Gianfry – di fronte a tafferugli e disordini – ha sempre reagito in modo secco e antipatico. In analoghe circostanze, Oscar Luigi è stato invece strepitoso. Durante la sua stessa elezione a capo dello Stato nel 1992, Scalfaro guidava l’Aula dalla poltrona di presidente (era stato eletto un mese prima al vertice di Montecitorio). «Il regolamento non mi obbliga a stare seduto», gridava durante la gazzarra della prima seduta il missino Carlo Tassi (tragicamente scomparso in un incidente qualche mese dopo). «Onorevole – replicò soavemente Oscar Luigi – nessuno la obbliga nemmeno a ragionare. È facoltativo». A Fini una battuta del genere non uscirà mai di bocca perché neanche gli si avvicina nei paraggi del cervello.
Bene. Dato a Scalfaro quel che è di Scalfaro, per il resto sono due gocce d’acqua. Da quando è entrato in scena il Cav, l’ex capo dello Stato ha perso il buon umore, Fini la bussola. Entrambi si sono ingrugniti e straparlano di regole e legalità col sottinteso di esserne i campioni mentre l’altro le calpesta. Si abbarbicano alla Costituzione e considerano eretica qualsiasi modifica. In questo, Gianfry è arrivato buon ultimo ma ha riguadagnato a tappe forzate il terreno perduto.

Come ricorda Galli della Loggia, Fini è stato un alfiere del presidenzialismo gaullista ma oggi non ne parla più. Si limita a dire, come ha scritto nella replica al Corriere, che vuole «un efficace equilibrio dei poteri». Testualmente: «Un Parlamento efficace e un governo forte e capace». Ossia, un colpo al cerchio e uno alla botte, secondo la formula veltroniana del «ma anche», «questo sì, quello pure», «ora, ma non subito». Insomma, l’immobilismo puro.
Vi sfido a indovinare chi dei due ha detto: «La Costituzione è garanzia di democrazia». E chi invece: «La Costituzione è di tutti»; «La Carta serve per unire, non per dividere». O anche: «Chi dice che la Costituzione è nata da una filosofia comunista lo fa perché questo è frutto di ignoranza». Non scioglierò il rebus ma vi avverto che tra i virgolettati ce n’è anche uno farina del mio sacco. Insomma, banalità da salotto di cui chiunque può essere l’autore. Nessuna però capace di riportare il Paese al passo con la storia. Parlo di quella presente, senza neanche azzardare al futuro di cui il finianismo si riempie la bocca.
Prendiamo la riforma della giustizia. Scalfaro, che sostiene di indossare la toga da oltre settant’anni, non vuole neanche sentirne parlare. Fini invece – traggo dal suo papiello di due giorni fa – la affronta così: «Non deve essere punitiva per chi opera al suo interno (i magistrati, ndr) ma nemmeno essere oggetto di veti punitivi (da parte dei medesimi magistrati, ndr)». Si può essere più vuoti di così? Qual è la sua idea sulla separazione delle carriere, sull’abuso delle intercettazioni, sui pm alla Woodcock? Vattelapesca. È tutto così. Un inamidato buonismo e un’orgia di politicamente corretto per parafrasare la beffarda tirata d’orecchie di Galli della Loggia.
Ma poi sentite da che pulpito fanno le prediche i due campioni, identici in questo come nel resto. Tempo fa, Oscar Luigi rimproverò al Cav di «non voler superare il complesso dell’imputato» consigliandogli amorevolmente di farsi processare. Ma che fece lui quando fu accusato di malversazione dei fondi riservati all’epoca in cui era al Viminale? Andò in tv a reti unificate e disse: «Non ci sto». Col piffero che si abbandonò nelle mani dei magistrati aspettando serenamente il loro sapiente verdetto. Mise invece in campo tutta la sua forza e ottenne – è documentato nel libro di un testimone oculare, il pm Francesco Misiani – che la Procura di Roma insabbiasse il procedimento. Insomma, lui non ci sta ma il Cav ci deve stare. E Fini, che parla accorato di rispetto delle regole che nell’Italia berlusconiana – la stessa in cui Gianfry ha fatto bingo – «è considerato un’opzione e non un dovere»? Bè, lui e i Tulliani, loro sì che se ne intendono: chiedere in Rai e dalle parti di Boulevard Princesse Charlotte. Ma fateci il piacere.

BUONE NOTIZIE

Pubblicato il 19 ottobre, 2010 in Cronaca | Nessun commento »

1. Il Consiglio di Stato ha accolto il ricorso presentato dal presidente del Piemonte avverso la decisione del TAR del Piemonte che aveva disposto il riconteggio delle schede elettorali delle scorse regionali, dando ragione al presidente uscente, la pdieddina Bresso. Il Consiglio di Stato accogliendo il ricorso di Cota ha sospeso il riconteggio delle schede chiesto dalla Bresso nel presupposto che fossero invalide due liste elettorali che invece erano state dichiarate legittime dalla Corte d’Appelo di Torino. Il ribaltone giudiziario, almeno in Piemonte non è riuscito o, almeno, è rimandato.

2. La Commisisone Affari Costituzionali del Senato ha approvato con i voti del PDL, della Lega e deunico finano iun emendamento al disegno di legge costituzionale noto come Lodo Alfano con il quale è ammessa la sospensione dei processi alle due masime cariche dello Stato anche per i processi iniziati prima del mandato elettorale. Dura reazione dell’opposizione, non tanto per il merito, quanto per il voto favorevole del commissario finiano che evidenzia che al momento l’accordo parlamentare all’intenro della maggioranza regge.

3. Pare che il cosiddetto comico Roberto Benigni si sarebbe dichiarato disponibile ad una comparsata televisiva a RAI 3 senza compenso. Nessuno ci crede ma per il momento tutti esultano. Anche l’interessato che sa bene che alla fine le sue tasche rigonfieranno del vil danaro che come è noto “non olet”.

PM CONTRO I GIORNALI SCOMODI: TOCCA A PANORAMA

Pubblicato il 19 ottobre, 2010 in Politica | Nessun commento »

di Gabriele Villa

L’ultima è arrivata puntuale ieri, men­tre, nelle edicole, Panorama fa bella mo­stra con la sua copertina dedicata ad un servizio esclusivo. Che svela, già lo abbia­mo ampiamente anticipato su queste stesse colonne, come e qualmente Rinal­do Arpisella, l’uomo di fiducia (ora ex uo­mo di fiducia) di Emma Marcegaglia avesse, un anno fa, usato toni minacciosi nei confronti di un collega del settimana­le, Giacomo Amadori, a proposito di un’inchiesta che questi stava svolgendo e in cui veniva chiamata in causa l’azien­da della presidente di Confindustria. Amadori, evidentemente, si è sentito in dovere di scrivere questo pezzo (docu­mentato peraltro dalle registrazioni del­le telefonate avute con Arpisella) anche per dimostrare come il gran polverone, le polemiche e le accuse di dossieraggio sollevate dallo stesso Arpisella e dalla Marcegaglia contro il Giornale ,per l’ora­mai arcinota telefonata di cazzeggio del vicedirettore Porro, erano e restano leg­germente fuori posto.

L’antefatto era doveroso, visto e consi­derato che l’ultima coincidenza è la se­guente: un militare della Guardia di Fi­nanza, l’appuntato Fabio Diani, in servi­zio a Pavia è stato arrestato e messo ai domiciliari su ordine della magistratura di Milano, per una serie di accessi, non autorizzati, agli archivi informatici delle Fiamme gialle. Il finanziere, secondo l’accusa,avrebbe fornito informazioni ri­servate a un giornalista su una serie di noti personaggi.

Indovinate chi è il giornalista che ha, o, meglio, avrebbe utilizzato sistematica­mente queste informazioni uscite per vie irregolari? Giacomo Amadori. Quel­lo stesso Giacomo Amadori che firma il pezzo-clou di Panorama di questa setti­mana. Guarda, a volte, i casi della vita. E guarda che lodevole efficienza a cor­rente alternata ( un anno dopo i fatti con­testati e giusto nella settimana in cui Amadori è uscito con il suo scoop) nel correre a far pulizia e a punire con l’arre­sto il militare spifferatore quando le Pro­cure, tutte le Procure d’Italia, somiglia­no a enormi forme di gruviera, dai cui bu­chi escono, da sempre, faldoni, verbali di interrogatori, e, naturalmente, anche intercettazioni, prim’ancora che gli in­tercettati lo sappiano.

Detto questo, secondo quanto emerge dall’inchiesta del Pm Elio Ramondini, e dal procuratore aggiunto Alberto Nobili, il finanziere avrebbe effettuato, nel perio­do gennaio 2008- ottobre 2009,un miglia­i­o di accessi all’anagrafe tributaria e a tut­ta una serie di banche dati della Guardia di Finanza.Per questo motivo all’appun­­tato, sposato e padre di due figli, che ha lavorato a lungo alla sala operativa, ma ora fa il piantone in caserma a Pavia, vie­ne contestato, oltre al reato di accesso abusivo al sistema informatico (che pre­vede una pena tra i 3 e gli 8 anni di reclu­sione), in concorso con il giornalista del settimanale di Mondadori, anche l’ag­gravante di aver agito da pubblico ufficia­le e di essere entrato nelle banche dati di apparati di interesse pubblico e militare. Fra i personaggi sui quali l’appuntato Fabio Diani avrebbe fornito notizie ad Amadori, figurano alcuni componenti della famiglia Agnelli, Gioacchino Gen­chi (già consulente in vari procedimenti penali alcuni dei quali diretti dall’ex Pm De Magistris) Antonio Di Pietro, Luigi De Magistris, il giudice Raimondo Mesia­no, Beppe Grillo, Marco Travaglio e la escort Patrizia D’Addario.

Gli inquirenti avrebbero accertato che agli accessi abu­sivi, effettuati dal militare, corrisponde­va, poco dopo, la pubblicazione di noti­zie da parte del giornalista, che si basava­no pro­prio su informazioni riservate con­tenute nelle banche dati. Amadori, inter­pellato al telefono dall’agenzia Ansa si è limitato a un: «No comment», mentre il suo direttore, Giorgio Mulè, ha dichiara­to: «Il nostro giornalista ha fatto solo il suo lavoro, come riconosciuto anche dal magistrato, nella massima trasparenza, per dovere nei confronti del collega e an­che a scanso di equivoci e di chi si voglia mettere a pensare a dossieraggi o kille­raggi. Ci tengo a sottolineare- ha precisa­to il direttore – che il collega ha usato le informazioni ricevute solo per scrivere gli articoli.

Erano dati utilizzabili e non, come si dice, sensibili o coperti da pri­vacy. Amadori ha chiesto solo i dati delle dichiarazioni dei redditi che sono noti. Il Pm che ha poi allegato tutti gli articoli scritti in un paio di anni – ha concluso Mulè – osserva che le informazioni sono state utilizzate con l’unico fine di scriver­li ». Ma, nell’Italia delle coincidenze, dove il «pensiero unico» punta il dito solo con­tro i giornali e i giornalisti che non attac­cano il premier, Emanuele Fiano, re­sponsabile Sicurezza del Pd, giudica quanto sarebbe accaduto «una notizia gravissima». Quindi abbiamo il diritto di preoccuparci.

19 OTTOBRE 2010

BIN LADEN NON VIVE IN UNA GROTTA

Pubblicato il 19 ottobre, 2010 in Politica estera | Nessun commento »

Se volete sapere dov’è Osama Bin Laden chiedetelo al Pakistan. E per trovarlo non scandagliate le grotte, ma cercatelo in una comoda casa di montagna. Il messaggio-siluro affidato dai vertici Nato alle antenne della Cnn parte proprio mentre a Roma il ministro degli Esteri Franco Frattini discute con l’ omologo afghano Zalmai Rassoul, con il comandante dell’Isaf generale David Petraeus e con l’inviato del presidente americano Barack Obama, Richard Holbrooke, i temi salienti della nuova strategia afghana. Una strategia incentrata non solo sulle offensive militari, ma anche su un articolato e selettivo negoziato con talebani che non potrà mai estendersi ad Al Qaida, ma può comprendere gli iraniani. Un prospettiva suggellata dalla presenza nelle sale della Farnesina di una delegazione di Teheran invitata per la prima volta a questo ciclo di colloqui. Per quanto riguarda la fine della missione bisogna invece pensare a un ritiro lento e scaglionato che non inizierà inderogabilmente nel 2011, come aveva fatto intendere inizialmente la Casa Bianca, ma si svilupperà tra il prossimo anno e il 2014.
Il puntino sulla «i» più importante da aggiungere alla voce negoziato discussa a Roma è però nascosto nell’indiscrezione Nato sul rifugio pachistano di Bin Laden e del suo braccio destro Ayman Al Zawahiri. «Nessuno dei capi di Al Qaida vive una grotta», spiega un anonimo funzionario Nato ai giornalisti della Cnn. Il messaggio è chiaro. I vertici dell’organizzazione terrorista non sono fuggiaschi allo sbando, ma godono di protezioni ad alto livello. L’indiscrezione include un pesante avvertimento a Islamabad. La fonte Nato disegna infatti un’accurata mappa della latitanza del capo di Al Qaida. Bin Laden, dopo un lungo periodo tra le vette del Chitral, alla convergenza le frontiere di Cina, Pakistan e Afghanistan, sarebbe tornato nelle zone di confine pachistane contigue al vecchio nascondiglio di Tora Bora, il dedalo di cunicoli e grotte sotterranei in cui si ritrovò assediato alla fine del 2001. A non troppa distanza da lui in una residenza altrettanto comoda, ben servita e sempre in territorio pachistano vivrebbe anche il suo braccio destro, il medico egiziano Al Zawahiri. Le rivelazioni contengono un doppio segnale ai pachistani. Il primo è «attenti abbiamo le prove del vostro doppio gioco e siamo pronti a mettervi con le spalle al muro». Il secondo è legato alla questione negoziati. Mesi fa i vertici militari di Islamabad premevano sul presidente afghano Hamid Karzai per fargli accettare una trattativa guidata dai loro generali in cui fosse incluso il clan Haqqani, ovvero la componente talebana più vicina ad Al Qaida e ai servizi deviati di Islamabad. Puntando il dito sul ruolo ambiguo del Pakistan, la Nato vuole evitare qualsiasi negoziato con personaggi legati ad Al Qaida o controllati dai generali di Islamabad.
Non a caso subito dopo il summit alla Farnesina Richard Holbrook ricorda che per il negoziato «esistono paletti ben definiti». E fra le linee rosse inserisce subito la «chiara rinuncia ad Al Qaida, la deposizione delle armi e il rispetto della Costituzione». Nessuna preclusione invece per gli iraniani. «Per gli Usa non c’è alcun problema a vedere intorno a questo tavolo gli inviati dell’Iran, paese che ha un ruolo da svolgere per la soluzione pacifica» assicura il diplomatico statunitense, sottolineando che la vicenda afghana è molto diversa dalla questione nucleare. Anzi, aggiunge Holbrooke, la presenza a Roma di una delegazione iraniana dimostra che in Afghanistan «non c’è nessuno scontro di civiltà», ma «un fronte unito contro minacce comuni».

LA CASETTA DEI TULLIANOS A MONTECARLO: SECONDO LA PERIZIA MONEGASCA VALEVA UN MILIONI DI EURO, IL TRIPLO DEL PREZZO CON CUI FINI L’HA VENDUTA

Pubblicato il 18 ottobre, 2010 in Politica | Nessun commento »

Gian Marco ChiocciMassimo Malpica

Ok, il prezzo (non) è giusto. Incuriositi dal modo di fare della procura di Roma che dopo aver ricevuto, per rogatoria, le carte sul noto appartamento di Montecarlo è riuscita a «tradurre» dal francese all’italiano solo il dato che non importava a nessuno (la stima fiscale all’atto del passaggio di proprietà del 1999) anziché il valore degli immobili monegaschi nell’anno (il 2008) in cui Alleanza nazionale vendette alla società off-shore Printemps, siamo andati a chiedere direttamente alla casa madre. Com’era previsto, però, le autorità monegasche si sono chiuse a riccio non appena abbiamo sollevato l’interrogativo sull’esito delle investigazioni svolte in relazione alla congruità del prezzo di vendita della casa in Boulevard Princess Charlotte 14. «La richiesta della procura di Roma – fa sapere una fonte del Principato interpellata dal Giornale – è stata esaudita. Tutto quel che avevamo da dire su questa cosa è nelle carte in possesso dei magistrati romani».

Non contenti della risposta, abbiamo battuto altre strade. E a forza di bussare agli indirizzi ritenuti utili abbiamo provato anche all’ufficio di Luciano Garzelli, il più importante costruttore locale, ai vertici del colosso Engeco in società con alcuni membri della famiglia del principe, l’imprenditore che rivelò d’aver seguito inizialmente i lavori di restauro dell’appartamento abitato da Giancarlo Tulliani e di aver parlato personalmente con la sorella Elisabetta, compagna di Gianfranco Fini. A sorpresa Garzelli ci ha aperto rivelandoci quanto sospettavamo. E cioè che la perizia sulla stima dell’immobile richiesta a fine settembre dalla magistratura monegasca al presidente dell’associazione delle agenzie immobiliari del Principato, Michel Dotta, confermerebbe la disparità tra il valore reale dell’immobile e il prezzo registrato a luglio 2008, ovvero i 300mila euro liquidati dal partito di Fini alla società off-shore dell’isola di Saint Lucia. Una difformità importante pari a tre volte il valore vero dell’immobile: siamo «intorno al milione di euro», a ragionare per difetto.

«Che cosa mi ha detto Michel (Dotta, ndr)? – si chiede Garzelli – Che ha riferito al procuratore di Monaco, interessato a sua volta a trasferire l’informazione a Roma, che nel ’99 il prezzo della casa era un po’ sottostimato ma tutto sommato poteva anche andare, mentre per il 2008 il valore dell’appartamento era minimo minimo di un milione di euro (…). Io ho ribattuto che secondo me era almeno quattro volte di più, e non tre volte di più come diceva lui (…). Ma Dotta è il presidente di tutte le agenzie di Monaco, meglio di lui non può sapere nessuno il valore esatto».

Stando così le cose il prezzo di 300mila equivarrebbe a 5mila euro al metro quadro, una follia se si considera che oggi, due anni dopo, al metro quadro gli appartamenti a Montecarlo si vendono a 25/30mila euro. La stessa agenzia immobiliare di Michel Dotta, come scoperto dal Giornale nell’archivio di internet che mensilmente memorizza le istantanee dei siti web e le conserva all’indirizzo http://www.archive.org/web/web.php, nel luglio del 2008 dimostrava come immobili della stessa metratura costavano «ben oltre» il milione di euro.

Per ulteriori dettagli abbiamo provato a scomodare direttamente Dotta, che al telefono ci ha però liquidati così: «Non posso dire niente su quanto da me riferito. Contattate direttamente il procuratore, arrivederci». Il prezzo giusto, dunque, sarebbe «intorno al milione» di euro. Stando così le cose, per una procura come quella di Roma che sin dall’apertura del fascicolo su denuncia della Destra di Storace ha proceduto fra mille cautele e col freno a mano tirato (tant’è che non ha mai voluto ascoltare il dominus dell’affaire immobiliare, Giancarlo Tulliani) la paventata archiviazione si fa più difficile. Fino ad oggi i magistrati romani ci hanno detto e ripetuto che l’inchiesta per truffa aggravata ruotava solo intorno alla verifica della congruità del prezzo di vendita e che, di conseguenza, aveva poca importanza quanto il Giornale ha scoperto sui giochi di società off-shore nei Caraibi, su Giancarlo Tulliani che propone l’operazione immobiliare e poi diventa inquilino, sulle firme identiche di proprietario e affittuario nell’atto di registrazione della locazione dell’immobile, sui lavori di ristrutturazione pagati da quella stessa società che il governo dell’isola di Saint Lucia ritiene faccia riferimento al giovanotto che girava in Ferrari fra i tornanti di Montecarlo.

Anche sulle prove «a tema» scovate dal Giornale in relazione alla non congruità del prezzo di vendita (coinquilini di Tulliani negli anni avrebbero avanzato offerte più vantaggiose, parlamentari di An hanno ricevuto un no secco dal partito di fronte a richieste sostanziose inoltrate per conto terzi, l’immobiliarista Apolloni Ghetti, consulente di fiducia di Fini, nel 2002 stimò il valore dell’immobile ben oltre il milione di euro) la procura di Roma ha nicchiato.

Ha aspettato la rogatoria. E quando le carte del Principato sono finalmente arrivate ha addotto un problema di traduzione. Che riguardava, però, il solo dato del 2008 (quello che preoccupa Fini) e non quello del 1999, che non interessava a nessuno, tranne a un signore che poco sportivamente ha esultato per aver vinto una partita quando la toga arbitrale non s’è ancora fatta sentire col suo triplice fischio finale.
Il giornale 18 ottobre 2010

ANTIGUA STORIA: IL DOPPIOPESISMO ALL’ITALIANA, editoriale di Mario Sechi

Pubblicato il 18 ottobre, 2010 in Politica | Nessun commento »

Il presidente del Consiglio SIlvio Berlusconi al Senato Avanti così. L’Italia dei due pesi e due misure cresce e se ne sbatte altamente non dico della verità, ma pure della logica. Abbiamo assistito fino a qualche settimana fa a un coro di scandalo per l’inchiesta sulla casetta a Montecarlo del cognato in affitto di Fini e le parole d’ordine erano le seguenti: “Aggressione”. “Trattamento Boffo”. “Manganellate mediatiche”. E via con una serie di stupidaggini che resteranno scolpite nella storia dell’inutilità politica di questo Paese. Mentre i giornali che raccontavano la storiella ben poco edificante di un cognato in Ferrari con la residenza nel Principato e una casa in affitto passata dal patrimonio di An a due società offshore e infine al giovin signor Tulliani vendevano copie su copie (qualche interesse dunque la storia ce l’aveva), gli intelligentoni chiedevano tregue, censure e perfino licenziamenti dei giornalisti.
Uno spettacolo pietoso. Ora ci risiamo. Il doppiopesismo ritorna alla grande con la storia di «Report» e delle case costruite ad Antigua dal Cavaliere. La cosa interessante in questa vicenda è che nel giro di qualche giorno l’avvocato Nicolò Ghedini, parlamentare e legale di Berlusconi, prende una posizione assolutamente liberale (e ragionevole) su due episodi (Santoro e Gabanelli) e un tema che, in fondo, è sempre lo stesso: quali sono i doveri, i limiti e la missione del giornalismo nel servizio pubblico della Rai? Ghedini ha contestato il provvedimento di sospensione deciso dal direttore della Rai Mauro Masi nei confronti di Michele Santoro. Una posizione per alcuni sorprendente, ma non troppo. Ghedini in realtà è più liberale di quanto appaia a molti.
Solo che spesso lo è a corrente alternata, in continua fase di stop and go. Immagino il dissidio interiore. In ogni caso, Ghedini dice cose condivisibili sia su Santoro (il provvedimento arriva purtroppo a babbo morto) che su «Report». So come lavora la Gabanelli, il suo programma è una tagliente indagine non di perfezione sherlockiana ma di imperfezione sartoriale, nel senso che «Report» si preoccupa di cucire addosso al bersaglio un vestito su misura dal quale non riesce più a uscire dopo la messa in onda. Questo tuttavia non giustifica nessuna richiesta di censura preventiva (che Ghedini non ha chiesto e non si sogna di avanzare), semmai obbliga i dirigenti della Rai a preoccuparsi – come farebbe qualsiasi direttore di quotidiano – di controllare che ci sia un minimo di contraddittorio, una voce alternativa a quella narrante e un check puntuale di tutti i fatti elencati nei servizi. Quanto questo lavoro fondamentale sia stato fatto dalla Gabanelli e dai responsabili della Rai lo vedremo quando giungeranno a sentenza le richieste milionarie di danni rivolte contro «Report».
Ma realizzate queste condizioni minime, la Gabanelli può fare quel che vuole, in linea con quanto la Rai ritiene utile per la Rete e il buon andamento dell’azienda. Naturalmente il problema non si esaurisce qui. Perché il doppiopesismo nel frattempo ha macellato quel poco di logica, buonsenso e memoria che era rimasto in piedi sul tema informazione-politica. Centrodestra e centrosinistra hanno cominciato a suonarsele, mentre il Pd, i dipietristi e tutte le creaturine che strillavano per il Tullianino che voleva la casetta a Monteca’, sono saliti in cattedra con la bacchetta, il parruccone e gli occhialini per dire alle masse ignoranti che quello sì che è giornalismo e guai alla censura e a chi attenta alla libertà di informazione.
Dunque si è realizzato, ancora una volta, il teorema per cui se un giornale della destra fa un’inchiesta su un politico o un personaggio pubblico non siamo di fronte a un lavoro di investigative journalism, ma alla raccolta di spazzatura anzi di “dossier”, mentre se un giornale o un programma tv di sinistra si occupa di Berlusconi, dei suoi amici o di qualsiasi altro soggetto, siamo in presenza di un lavoro eccellente, già in pista per il premio Pulitzer. Ecco, questa è la polverosa discussione a cui stiamo assistendo da anni. Di questo passo, più che uno scoop, cercheremo disperatamente una scopa.

DOPO LO SCIOPERO DELLA FIOM, di Mario Sechi

Pubblicato il 17 ottobre, 2010 in Politica | Nessun commento »

Che Paese l’Italia vista dall’America! Mentre a Singularity University (Silicon Valley, California) assistevo a una discussione sul futuro della fabbrica, dell’automazione e produzione con le nanotecnologie, a Roma le lancette dell’orologio tornavano indietro di circa 40 anni. Bandiere rosse. Tute blu. E l’ovazione per il nuovo Nichi di turno. Manifestazione della Fiom. Via con le frasi fatte. Ne prendo una per tutte, un distillato di banalità. L’ha pronunciata dal palco di piazza San Giovanni Marina Montanelli, studentessa alla Sapienza: “Studenti e operai sono legati dalla lotta comune di futuro e dignità“. Perbacco, che profondità d’analisi. Immagino arrivi subito una telefonata dal Mit di Boston. Come previsto nei giorni scorsi, una galassia informe di frustrazioni, fallimenti e incapacità di vedere il futuro e di governare il presente si è ritrovata sotto l’insegna della Fiom, i metalmeccanici duri e puri della Cgil. Perché? Cercherò di rispondere su due piani: il primo è politico; il secondo di critica sociale. Dove il secondo punto in realtà è il presupposto del primo.
1. Più sinistra, meno Pd. Sul piano politico la manifestazione della Fiom è importantissima: ha spostato l’asse dell’opposizione sempre più a sinistra e, di fatto, indicato il campione futuro dell’utopia italiana: Nichi Vendola. Ieri è nato il partito della Fiom, una calamita per quella sinistra dispersa che oggi nome non ha. Distrutta dal berlusconismo e dall’inadeguatezza dei suoi presunti leader, con la Fiom ha scoperto una ragione per tornare a esistere: la lotta retrò in fabbrica (il richiamo della foresta) e un leader dotato di capacità seduttoria e affabulatoria che dalla Puglia si lancia alla conquista del trono dell’antagonismo nazionale. Attenzione non più semplice opposizione (parlamentare o extra ha poca importanza), ma antagonismo, cioè proposta alternativa al riformismo mai trovato dal Pd, cioè stacco e rivoluzione rispetto alla situazione attuale nella sinistra. La Fiom è la radice di un progetto fusionista, quello vendoliano, in cui la fabbrica è la metafora della società, il luogo di emersione e scontro delle diseguaglianze sociali, il terminale della lotta. La Fiom e Vendola sono consapevoli dell’ingranaggio che hanno messo in moto? Direi di no. Non mi pare abbiano gli strumenti d’analisi per capire che cosa c’è realmente dietro le loro azioni e motivazioni. Le cose accadono quasi sempre grazie a pulsioni irrazionali, primitive, che non hanno per forza bisogno di un piano a tavolino. Succedono e basta.
2. Più tecnologia, meno lavoro Quale società immagina quella piazza? È la domanda che precede la seconda parte del tema Fiom, cioè quella della critica sociale. Fiom e studenti hanno una visione del mondo che è pura archeologia. Non un passo indietro, ma un salto nel buio degli anni Settanta, un risveglio surreale nel bel mezzo di un anticapitalismo con la chiave inglese, arretrato, inutile, polveroso, privo perfino della lettura dei libri fondamentali (Marx e la Scuola di Francoforte), quindi del tutto marginale rispetto all’utilità che invece potrebbe avere una riflessione seria sul problema dei problemi: gli effetti delle tecnologie a crescita esponenziale sul mondo del lavoro. Di cosa sto parlando? Di quello che si progetta sotto i miei occhi qui in Silicon Valley, di quello che si discute nel mondo dell’industria avanzata e dell’Università che fa ricerca e dibattito su questi temi. Altro che Landini, Epifani e Vendola. Altro che le risposte del governo. Lo scenario del mondo della produzione sta cambiando alla velocità della luce e gli argomenti della Fiom, della Cgil e le stesse soluzioni proposte da Palazzo Chigi fanno amaramente sorridere. La verità, l’orizzonte concreto, quel che nessuno ha il coraggio di dire è che si va rapidamente verso la fabbrica senza operai. Quello che sembrava l’incubo di qualche futurologo, sta accadendo realmente. La ricerca sull’intelligenza artificiale vola, le spese per acquisire la tecnologia si stanno abbassando, le capacità di calcolo e di lavoro dei supercomputer sono inimmaginabili, le nanotecnologie rivoluzioneranno la produzione dei beni. E qui stiamo a parlare della produzione della Panda… Marchionne, messo alle strette, farà come Apple: lascerà la progettazione e il design in Italia e sposterà la manifattura altrove, lontano da un Paese che vuol farsi solo del male. I soliti parrucconi diranno che ci vuole ancora molto tempo prima che tutto questo accada. Poveri illusi. Ciò che oggi fa la differenza con le passate rivoluzioni industriali è la velocità d’entrata e uscita della tecnologia e la sua capacità di diffondersi ovunque. Globalizzazione. Convergenza. Pervasive computing. Mai sentito niente di tutto questo cari studenti? E avete idea, cari studenti, di che cosa ci sia dietro Twitter e Facebook, i social network che usate per spararle grosse sul governo, l’Italia, la Fiom, la Fiat, il futuro e l’Università? Dietro il vostro narcisismo senza intelligenza, dietro la vostra assenza di coraggio e voglia di sacrificio che mettete in mostra online, c’è la tecnologia che sta tagliando posti di lavoro in tutto il mondo. Quelli che non ci saranno per voi, troppo presi a protestare e a non capire, e quelli delle tute blu che avete eletto a vostro totem. Si può perdonare agli operai l’incapacità di vedere il futuro, si può perfino comprendere l’archeo-strategia del sindacato teso a riprodurre se stesso, ma ciò che non è perdonabile – ed è preoccupante per il Paese – è l’ignoranza degli studenti. Ieri “Panteristi”, poi “Ondisti” e oggi “Fiommisti”. E questi sarebbero il nuovo? Sì, certo, sono le nuove degenerazioni.

MARIO SECHI, IL TEMPO, 17 OTTOBRE 2010

AD ADRO NO, A LIVORNO SI: L’ITALIA DEI DUE PESI E DELLE DUE MISURE

Pubblicato il 17 ottobre, 2010 in Cronaca, Politica | Nessun commento »

Il caso di Adro per settimane è stato il simbolo della presunta ingerenza della politica in un istituto scolastico. Ma nessuno si scandalizza se in una materna del centro storico della città toscana campeggia il vessillo del Pdci.

di Valentina Carosini

Uno spettro s’aggira per Livorno. È lo spettro, per altro un po’ gualcito, del (vecchio) comunismo che uscito dalla porta, ora tenta di rientrare dalla finestra. Per rimanere nella metafora, la «finestra» simbolica è quella di una scuola materna, sui muri della quale, ciclicamente, campeggiano tre bandiere. Un inno alla patria? Una trovata romantica? Non proprio. I vessilli in questione, falce e martello in campo rosso, simbolo di un marxismo-leninismo rivisitato in chiave tristemente italica, sono quelli del moderno partito dei Comunisti Italiani. Due più una multicolore bandiera della pace, di quelle che qualche anno fa sventolavano dai terrazzi di mezza Italia, sull’onda di un pacifismo color arcobaleno finito presto nel dimenticatoio. Un metro e mezzo per un metro di stoffa rossa che sventola sui muri esterni della scuola materna San Marco, nell’omonima via del quartiere Venezia, nel cuore del centro storico cittadino. Sono lì dallo scorso gennaio, dove annualmente vengono sistemate per celebrare la fondazione del Partito Comunista Italiano, nato a Livorno nel 1921. Di più. Nato proprio sul posto, come si legge dalla targa alla memoria, e «sorretto dall’ideologia di Marx, Engels, Lenin e Stalin» (per citare testualmente la lapide apposta su quelli che sono i muri dell’edificio scolastico), nelle sale dell’ex teatro San Marco, oggi scuola comunale.
Il comune, che sempre annualmente provvede a togliere le bandiere dopo le cerimonie, quest’anno se n’è dimenticato. Qualcuno se n’è accorto e ha protestato ispirando mozioni e interpellanze, mai arrivate alla discussione in consiglio comunale. Una curiosa risposta tutta toscana alla Adro leghista, con una sola differenza. Mentre in terra padana i simboli di partito, esposti in scuole e luoghi pubblici, hanno scatenato un putiferio mediatico nazionale, con tanto di proteste, prese di posizione e urla scandalizzate, manco si trattasse d’un colpo di stato, qui invece, nella terra del cacciucco, l’invasione di falce e martello è percepita come normale, almeno stando alla maggioranza cittadina. Questione di punti di vista.
«Siamo una città simbolo – s’infiammano subito gli abitanti della zona, se interpellati sull’opportunità o meno di un simbolo politico su un edificio pubblico – Non lo sa che siamo la culla del comunismo italiano?». Una culla del materialismo dialettico dove si può ignorare perfino il via al minuto di silenzio, alla memoria dei quattro soldati italiani morti in Afghanistan pochi giorni fa, che doveva essere osservato in tutte le classi di un liceo scientifico cittadino ma che è stato completamente ignorato da un professore che in aula ha continuato a fare lezione, un’occasione come un’altra per stigmatizzare la guerra in Afghanistan, lasciando sbalorditi gli stessi alunni. Questione di punti di vista anche per la maggioranza cittadina, compatta sulla «querelle delle bandiere».
«La scuola ha l’ingresso dall’altra parte dell’edificio, i bambini non le vedono neanche le bandiere – ribatte Gabriele Cantù, capogruppo Pd in consiglio comunale – E poi sono apposte su quel che resta del muro dell’ex teatro, parte della memoria storica che la città che non vuole negare». Teatro dentro il quale però, di fatto, ora c’è una scuola materna. Stesso edificio, stessi muri. Non c’è sofismo che tenga. È un simbolo politico su un edificio pubblico. Fine. E a Livorno, a quanto pare, si può fare.