L’ITALIA NELLO SGOMENTO

Pubblicato il 16 ottobre, 2010 in Costume, Cronaca | Nessun commento »

Ieri è stato un giorno spiacevole. Due episodi, gli ultimi, che insieme a tanti altri ci lasciano sempre più sgomenti e senza parole. A Roma la giovane infermiera rumena colpita al volto  qualche giorno fa da un pugno di un giovane ventenne ha cessato di vivere dopo essere rimasta in coma per alcuni giorni. Un banale litigio, una banale discussione su chi doveva per primo acquistare un biglietto della metropolitana finisce in tragedia. Una vita spenta, quella della giovane infermiere, una vita dannata, quella del ragazzo che è ora imputato di omicidio preterinzionale, cioè un omicidio che non voleva commettere ma che ha commesso. E’ certo che il ragazzo non voleva uccidere, ma è accaduto  e la vittima ha pagato con la vita un episodio che sa di assurdo. Non è la prima volta che accade e forse non è neanche l’ultima. Ma non si può nascondere l’orrore per una vita spenta per una semplice “precedenza”. L’altra notizia ci ha raggiunto a notte inoltrata, da Manduria. La Procura della Repubblica di Taranto ha sottoposto a fermo giudiziario, anticamera dell’arresto vero e proprio, la cugina della quindicenne Sarah Scazzi, sparita il 26 agosto e ritrovata dopo 45 giorni in un pozzo dove l’aveva seppellita lo zio che ha confessato di averla uccisa e violentata, forse prima o, orrore, dopo l’omicidio. Ieri una improvvisa svolta. Lo zio assassino avrebbe dichiarato che a tenere ferma la ragazza mentre egli la strangolava sarebbe stata la figlia, cioè la cugina di Sarah, la stessa che durante i 45 giorni della disperata ricerca della ragazza lanciava messaggi e appelli alla cugina perchè ritornasse  a casa,  o agli eventuali rapitori perchè la  liberassero.  Ieri sera  un programma in TV  stava seguendo momento per momento l’evolversi della situazione dopo che la cugina della vittima era stata portata in caserma e sottoposta ad interrogatorio,  quando il conduttore della trasmissione ha diffuso una prima indiscrezione sulla nuova verità; confessiamo che  abbiamo avuto una immediata reazione di rifiuto a credere a questa notizia. Non poteva essere possibile che la ragazza, coetanea e cugina della vittima, poteva aver parteciapto al suo assassinio e poi all’occultamento del cadavere. Ci siamo arresi stupiti e inorriditi quando è stato letto il comunicato ufficiale della Procura di Taranto che ne dava formale comunicazione. Ci siamo arresi,  pur nella naturale speranza che questa verità non sia tale per l’evidente orrore che essa suscita,  ma siamo rimasti senza parole. Non solo uno zio-padre assassino e seviziatore di una giovane vita, ma, secondo la Procura di Taranto,  anche una cugina-amica del cuore, partecipe di un fatto odioso, orrendo, disumano, terribile e inaccettabile per la nostra coscienza. E forse, secondo giornalisti e opininionisti, non saremmo ancora alla  fine del dramma, altre terribili verità potrebbero esserci dietro l’angolo. Nei prossimi gorni un confronto tra padre e figlia potrebbe fornire nuove notizie e magari una verità diversa da quella che oggi ci ammutolisce. Ma  ugualmente  lo sgomento  coglie non solo la piccola comunità in cui il dramma si è svolto, ma l’intero Paese che si domanda angosciato verso quale terribile approdo va la società italiana. g.

L’ITALIA E’ FERMA AL 1994, di Mario Sechi

Pubblicato il 16 ottobre, 2010 in Politica | Nessun commento »

Il presidente del Consiglio SIlvio Berlusconi al Senato Sto seguendo i fatti italiani da un osservatorio davvero unico, un’università americana (Singularity University) che ha tra i suoi fondatori Google e ha come missione quella di alimentare la ricerca e il dibattito sull’alta tecnologia. Qui si discute di futuro. Poi chiami il giornale quando qui è ancora notte fonda (fuso orario di San Francisco -9 ore) e ti dicono: «Berlusconi e il figlio sono indagati a Roma». Potete immaginare cosa può passare nella mente di una persona che ha trascorso la giornata in un centro di ricerche della Nasa… Quale futuro può avere un Paese come l’Italia? Inchiodato al 1994, alla discesa in campo del Cavaliere, mai digerita, mai metabolizzata, mai accettata da un establishment incapace di accettare la sfida del voto e del consenso? Quale futuro può architettare un Paese impegnato in una lotta dove alla fine non vince nessuno perché nel frattempo non è rimasto più niente da spolpare, se non l’osso?

La grande colpa di Berlusconi è stata quella di non varare subito, fin dall’esordio in politica, una riforma della giustizia radicale. Mi dispiace, ma i suoi consiglieri felpati, i suoi avvocati e in generale la corte che in questi anni gli è stata intorno, hanno combinato un disastro strategico di cui oggi vediamo tutte le conseguenze. Macerie fumanti. Il cortocircuito tra politica e giustizia generato da Mani Pulite doveva essere riparato immediatamente. Nell’interesse della magistratura prima di tutto. Di quella non militante ma attenta agli equilibri del processo, delle indagini, alle ragioni della difesa e degli investigatori. E invece no. Sedici anni dopo ci ritroviamo ancora a discutere dei processi non solo del Cav, ma di un’intera famiglia che finisce nel mirino della giustizia perché ha un peccato originale: papà Silvio non doveva osare scendere in campo e fare politica. Quella era riservata ai professionisti del Palazzo e ai king maker che avevano alle spalle. Attenzione, il direttore de Il Tempo non sostiene che Berlusconi sia un cittadino al di sopra di ogni sospetto (nessuno lo è) ma una situazione patologica come quella italiana doveva essere curata subito e radicalmente. Berlusconi doveva solo essere messo in grado di governare, di completare in maniera rispettosa del mandato popolare la sua missione.

Il Cavaliere doveva essere giudicato in due tempi: prima dal popolo per la sua azione di governo; poi dai magistrati quando il suo mandato sarebbe giunto a termine. Invece no. L’ipocrisia e la malafede sulla giustizia e sullo scudo per le alte cariche hanno impedito che entrambi i giudizi (quello del popolo e quello della giustizia) arrivassero in tutti questi anni in maniera compiuta e serena. No, si sono voluti legare i destini di Berlusconi a una situazione di caos, precaria per forza e per convenienza di quelle forze che hanno sempre avuto un solo obiettivo: disarcionare il Cavaliere. Il risultato è stato quello di avere una cronica situazione di emergenza che ha prodotto un modo di governare fatto di continui stop and go e un’atmosfera che alla fine ha favorito Berlusconi nel campo in cui è quasi imbattibile: le elezioni. Per anni questo non è stato un Paese normale e ora possiamo tranquillamente dire che è tanto «anormale» al punto che se lo guardi da fuori diventa «subnormale». Mentre le altre nazioni avanzate si stanno organizzando per un futuro che s’annuncia di ferro – perché è finita l’età dell’oro – l’Italia è in preda a una selvaggia guerra politico-giudiziaria. Mentre la tecnologia trasforma le nostre vite, crea nello stesso tempo opportunità e disoccupazione crescenti, l’Italia è impegnata a placare le tifoserie schiumanti di rabbia, a registrare sul sismografo continue scosse di tensione sociale. Sono in California, ma niente trema e tutto si svolge in un presente che guarda al futuro e mi sembra che l’attesa del grande terremoto sia un affare che in realtà riguarda il nostro Paese. Ma sì, avanti così, facciamoci pure del male, continuiamo pure a camminare voltandoci indietro, arriveremo presto alla fine: sì, il Big One sarà italiano.

IL TEMPO 16 OTTOBRE 2010

IN ITALIA I GIORNALISTI DI SINISTRA HANNO DIRITTO AL RISPETTO, QUELLI DESTRA AL DILEGGIO, di Vittorio Feltri

Pubblicato il 15 ottobre, 2010 in Costume, Politica | Nessun commento »

Negli anni Settanta i giornalisti non comunisti se la cavavano: bastava che si proclamassero antifascisti e la passavano liscia. Al Corriere della sera, quando si trattava di assumere un giovane cronista, il comitato di redazione (che contava molto di più del direttore, dato che i sindacati lo tenevano in ostaggio e lo ricattavano: o fai come diciamo noi oppure addio pace sociale) pescava perfino all’Avvenire, proprietà vescovile, tanto per gettare un po’ di fumo negli occhi a chi criticava la tendenza a reclutare soltanto compagni.
In una circostanza, dal giornale della Cei arrivarono in via Solferino addirittura due ragazzotti sotto i trent’anni con l’etichetta di cattolici osservanti. Di lì a pochi mesi, entrambi si iscrissero al Pci e la loro carriera fu brillante: uno fu subito promosso caposervizio, l’altro, dopo un breve periodo di gavetta, cooptato nel gruppo degli inviati, considerati degni di ogni privilegio, tra cui quello di non avere orari né l’obbligo di frequentare la redazione.
Altre assunzioni avvenivano prevalentemente tra i comunisti organici dell’Unità, raramente di altre testate. Io fui ingaggiato dal Corriere per errore. Infatti avevo lavorato alla Notte di Nino Nutrizio, che era di destra, ed ero quindi sospettato di simpatie fasciste. Sennonché un amico corrierista garantì per me: «Feltri è socialista». E nessuno mi ostacolò. Questo dimostra che al tempo la nostra corporazione era abbastanza democratica. Se confessavi di non essere comunista, beh, non eri amato però ti tolleravano; se invece osavi ammettere di essere anticomunista, allora addio, eri destinato all’emarginazione.
Oggi che il comunismo è un reperto archeologico, paradossalmente le cose sono peggiorate. Se non sei di sinistra, o non ti comporti come lo fossi, i colleghi progressisti ti guardano con disprezzo e si sentono autorizzati a liquidarti così: incolto, rozzo, servo, venduto, killer, per citare gli epiteti più gradevoli. Il problema è capire che significhi essere di sinistra e non esserlo. La soluzione è semplice. Se non sei berlusconiano, nel senso che non riconosci al Cavaliere legittimità politica, hai diritto alla patente di democratico (ormai sinonimo di progressista); se invece in qualche modo accetti che Silvio Berlusconi possa esercitare funzioni istituzionali, e magari hai votato centrodestra in qualche occasione, ti infliggono il marchio di berlusconiano, un’infamia. E non c’è verso di cancellarlo. A meno che non ti decida pubblicamente ad abiurare. Nel qual caso puoi sperare in una riabilitazione dopo un lungo periodo di quarantena necessario per purificarti.
I pentiti d’ogni genere in Italia godono di grandi favori. Quelli che si offrono volontari nei salotti televisivi, per recitare tutte le litanie dell’antiberlusconismo di maniera, sono i più richiesti e applauditi. Così, con relativa facilità, nel giro di qualche mese da buzzurro sei promosso a intellettuale con i requisiti indispensabili per accedere al club dei lib-lab. Se invece ti ostini a pensare che in politica non si debba scegliere il meglio (che non c’è), ma il meno peggio, e che il meno peggio non stia nel centrosinistra bensì nel centrodestra, ti può succedere qualsiasi disgrazia. Intanto, l’Ordine dei giornalisti ti tiene in osservazione e, se gli dai il minimo pretesto, ti frega perché dispone di poteri illimitati, tra cui quello di condannarti alla disoccupazione temporanea o definitiva.
Il giornalista «eretico», a differenza di quello progressista ortodosso, non ha protezioni politiche: nel centrodestra, la prevalenza del cretino impedisce ogni iniziativa in appoggio agli scribi più in sintonia col Pdl che col Pd. Strano, ma vero. Risultato, i redattori in conflitto con le bandiere rosse di risulta sono mazziati e cornuti. Basta vedere quanto è successo nelle scorse settimane.
Panorama, Libero e Il Giornale si sono dedicati con scrupolo all’appartamento monegasco ereditato da An grazie a una nobildonna (la cui volontà era che servisse a finanziare una buona causa nel partito), svenduto da Gianfranco Fini e attualmente abitato dal cognato di questi, Giancarlo Tulliani. Una vicenda oscura; forse non è stato commesso un reato, ma una scorrettezza sì. Ebbene, mentre le tre testate citate si davano da fare per completare le loro inchieste, i giornaloni tipo Repubblica e Corriere della sera (e non contiamo le emittenti televisive), dei quali è nota la pendenza a sinistra, si spremono onde minimizzare il lavoro dei concorrenti di segno politico opposto, arrivando a deriderli: tanto chiasso per poi un affaruccio immobiliare.
Parecchi si sono domandati come mai Gianfranco Fini fosse difeso dalla stampa che fino a un anno prima lo riteneva un abusivo del Parlamento, un ex fascista da scansare. La risposta è ovvia: da quando il presidente della Camera si è trasformato da conservatore bigotto («Dio, patria e famiglia») in fiero oppositore di Berlusconi è stato iscritto d’ufficio al circolo degli eletti. Fosse rimasto ciò che era, una camicia nera stinta, l’avrebbero massacrato. Invece hanno massacrato gli inchiestisti che hanno svelato le sue «disattenzioni».
E che dire di Maurizio Belpietro, sfuggito a un attentato terroristico in casa? Pur di banalizzare il fatto, l’apparato mediatico insinua che il caposcorta del direttore di Libero si sia inventato l’agguato e abbia sparato a un fantomatico aggressore così, per sport, per fare un po’ di casino.
Questa è la situazione. Cambierà? Sì. In peggio, naturalmente.

LA CASA DI MONTECARLO: IL PREZZO E’ OK, MA NEL 1999

Pubblicato il 15 ottobre, 2010 in Cronaca, Politica | Nessun commento »

    Il valore fissato dal Principato è quello fiscale del 1999, non di mercato nel 2008. Ma i giornali amici assecondano Fini e s’inventano la bufala del “prezzo giusto”. Ecco come si imbroglia la pubblica opinione si fa credere che la storia che ha visto Fini invischiato sia finita a tarallucci e vino. Così non è. Ecco perchè.

    È la stampa bellezza. Quando c’è da fare la morale, si sta tutti lì con il viso appeso: vergogna, queste cose non si fanno. Poi chi sputa sentenze si affretta a mascherare la verità per non far piangere il povero Fini. È capitato ancora una volta su Montecarlo. La storia è questa. In Procura a Roma arrivano gli atti della rogatoria. Le autorità del Principato fanno sapere che il prezzo fiscale, che non corrisponde a quello di mercato, della casa eredità da An, è congruo. Nel 1999, all’atto di successione, era corretto il valore di 270mila euro per l’appartamento. I giornalisti non sono sprovveduti. Sanno benissimo che questa informazione non dice praticamente nulla. Quello che conta è il prezzo di vendita dei 70 metri quadri zona centro nel 2008. È lì che Storace e gli ex An, quelli che hanno fatto la denuncia, sentono puzza di imbroglio. È lì che gli elettori di Fini e gli iscritti dell’ex An chiedono sia fatta chiarezza. Ma di questo Montecarlo non parla.
    Fini, furbone, appena sente la notizia spara: «Era quello che stavo aspettando, ora ci divertiremo con le querele». Le agenzie ribattono, il bla bla bla aumenta, i benpensanti sorridono e molti fanno finta di non capire. Tocca alla Procura chiarire che si sta parlando del 1999, che congruo è il valore fiscale; attenzione, quindi la questione è ancora tutta aperta. Questo avviene nel pomeriggio, quando i quotidiani sono ancora lontani dallo stress della chiusura e chi ci lavora ha il tempo di riflettere. E invece niente.
    Il giorno dopo la stampa beneducata sceglie allineata la linea finiana e chi se ne frega di quello che dice la Procura. Brindiamo alla sconfitta de Il Giornale. Il Fatto in megagrassetto sbatte in pagina un «Ok, il prezzo è giusto». Repubblica, più compassata, va sul didascalico: «Montecarlo, congruo il valore della casa». L’Unità si limita a una notiziola, Conchita non si sporca con queste cose, ma le bastano poche righe per marchiare la verità. Il titolo è: «Il prezzo è giusto, i pm chiudono il caso Montecarlo». La Stampa di Torino batte tutti: «La casa di Montecarlo venduta a prezzo equo». Notare il «venduta», ci manca solo il solidale e stiamo a posto.
    Insomma, la stampa con il vestito pulito ha l’anima sporca. Fa il giochino di dare ragione a Fini, nascondendo la precisazione della Procura e il piccolo particolare che il prezzo congruo non è quello di vendita del 2008, ma quello della stima del 2001. L’importante è far capire al lettore che Il Giornale ha toppato e l’onorevole Fini può vendicarsi di chi ha osato tirare fuori la storia di Montecarlo. Nessuno dice che la questione è tutt’altro che chiusa. Nessuno scrive che Fini nonostante le tante interviste non ha mai risposto. Nessuno racconta che il cognato Tulliani non ha ancora chiarito come si sia intrufolato nella casa lasciata in eredità ad Alleanza nazionale. Non si interrogano sul perché siano usate società offshore. Non spiegano che il catasto è una cosa e il mercato un’altra. Non fanno differenza tra il 1999 e il 2008. Qualcuno lo abbozza nell’articolo, ma il titolo cancella tutto.
    Ok il prezzo è giusto. Questo è il messaggio. Ma quale prezzo? Di cosa stiamo parlando? Questi sono gli stessi giornali che parlano di dossieraggio, che si strappano i capelli per la volgarità gratuità degli altri. Allora, si può fare una domanda? Non è dossieraggio questo? O è solo un modo per nascondere la verità sgradita? Non è fango? Non è un modo per sputtanare un altro quotidiano? Non è una diceria che vi ripetete di bocca in bocca come fanno le comari del paesino per mettere all’indice chi non è allineato? Non vi imbarazza questo coro di menzogne che vi piace mettere in giro? No, la vostra vox populi trova l’applauso dei salotti buoni e del presidente della Camera. Ok il prezzo è giusto è un dossier di massa. È un’orgia di falsa informazione. L’importante è coprirsi le spalle gli uni con gli altri. La disinformazione gridata in coro è una falsa verità ben confezionata. Chi volete che si indigni? Quelli de Il Giornale, si sa, sono marchiati come infami. Questi sono i maestri del giornalismo. I sacerdoti della notizia. Peccato che questa notizia sia una patacca servita male. Ok, il prezzo è giusto. Tutto il resto meno.

    CHE BURLONA CONFINDUSTRIA, di Alessandro Sallusti

    Pubblicato il 15 ottobre, 2010 in Politica | Nessun commento »

    Non si è spento l’eco della vicenda che ha portato i carabinieri agli ordini del noto pm napoletano Woodcock ( su questo specifico fatto  un consigliere laico del CSM ha chiesto di aprire una indagine) a perquisire la sede del Giornale e le mutande del direttore e del vicedirettore del Giornale, quando irrompe la notizia di una vicenda analoga che ha visto un giornalista di Panorama “minacciato” dal portavoce della Marcegaglia come lo stesso giornalista documenta sul numero in edicola del settimanale diretto da Giorgio Mulè. Sull’argomento interviene oggi con il suo editoriale il direttore del Giornale Sallusti. Eccolo.

    Panorama pubblica, sul numero og­gi in edicola, la trascrizione di due telefo­nate registrate l­o scorso anno tra un gior­nalista del settimanale e Rinaldo Arpisel­la, portavoce di Emma Marcegaglia, pre­sidente di Confindustria. Il signore è lo stesso della telefonata con Nicola Porro, quello che percepì come minacciose le parole del nostro vicedirettore. Una sen­sazione che, come noto, ha portato il so­lerte pm Woodcock a indagarci e spicca­re mandati di perquisizione ipotizzando l’incredibile reato di violenza privata. Che cosa dice Arpisella a Panorama ? Il testo integrale lo potete leggere all’inter­no. In sintesi, con parole volgari minac­cia, intimidisce il giornalista per non far­gli pubblicare un’inchiesta che riguarda la Marcegaglia. Fino ad arrivare al ricat­to: se esce l’articolo, Confindustria farà del male al governo Berlusconi. Letta così, e adottando lo stesso metro usato dai più nei nostri confronti, con l’aggravante che i due interlocutori non hanno rapporti amicali, la conclusione è semplice: Arpisella, cioè Confindustria, compie una violenza privata. Andrebbe­ro tutti indagati, perquisiti, processati su giornali e tv senza pietà, quell’audio do­vrebbe essere trasmesso per mettere alla gogna l’incauto portavoce. Non acca­drà, perché i giudici non indagano nessu­no che minacci o ricatti Berlusconi, per­ché i giornali di sinistra nasconderanno la notizia. Noi invece speriamo che non accada, perché un giornalista e un porta­voce al telefono si possono parlare libera­mente come meglio credono, alzare i to­ni, millantare e blandire. Accade ogni giorno. Contano solo i fatti, cioè se alle parole seguono atti illegali. Il resto sono solo manie guardonesche edi protagoni­smo di­magistrati frustrati e spesso politi­cizzati. Sono convinto che Confindustria non sia un’associazione a delinquere. Pano­rama non ha svelato un reato ma un’ipo­crisia, un moralismo che, se usato per ar­mare la mano di un pm, può diventare un’arma pericolosa. Consiglio la presi­dente di Confindustria di ascoltare que­ste registrazioni. Se è all’altezza del ruo­lo che ricopre mi aspetto le scuse per averci fatto spedire i carabinieri in casa e ufficio. Perché la nostra libertà non vale meno di quella di Santoro, che ieri sera è andato in onda con il suo programma fa­zioso. Ha chiesto agli italiani di mobili­tarsi contro la sua sospensione di dieci giorni per l’insulto al direttore generale. Sarebbe stato credibile se avesse esteso l’appello contro chi vuole cacciare Min­zolini dal Tg1 e contro i carabinieri nella sede del Giornale . Non lo ha fatto, per cui resta solo il delirio di onnipotenz

    L’ATTENZIONE DELLO STATO SULLA NOSTRA CITTADINA

    Pubblicato il 14 ottobre, 2010 in Il territorio | Nessun commento »

    Il sottosegretario agli Interni on. Alfredo MANTOVANO ha chiesto al Prefetto di Bari di convocare una riunione straordinaria del Comitato per la sicurezza e l’ordine pubblico per lunedì 18 ottobre proprio  a Toritto. Ciò a seguito del gravissimo episodio di sabato scorso quando in pieno centro cittadino è stato assassinato sotto gli occhi di tutti da un commando armato di pistole un giovane di 22 anni, morto poco dopo. L’iniziativa del sottosegretario Mantovano mira evidentemente a sottolineare la presenza dello Stato in una comunità che vive sgomenta gli ultimi accadimenti chefanno seguito ad altri, altrettanto inquietanti,  che nel recente passato hanno scosso la antica tranquillità della nostra cittadina. Ci auguriamo che lo Stato sappia fornire l’adeguata testimonianza della sua presenza e della sua efficienza e non solo scovi e assicuri alla giustizia i componenti del commando ma anche i mandanti e quanti concorrono, talvolta con i loro comportamenti omertosi o anche con semplici ma altrettanto complici silenzi omissivi,  a trasformare la nostra cittadina in una specie di far-west del 21° secolo. g.

    ECCO L’ARTICOLO DI FELTRI CHE HA SUSCITATO L’INDIGNAZIONE DELLE PASIONARIE IN SERVIZIO PERMANENTE EFFETTIVO

    Pubblicato il 14 ottobre, 2010 in Politica | Nessun commento »

    Sui giornali di oggi non si parla d’altro che delle presunte offese che Feltri avrebbe rivolto alla direttrice de L’Unità,  Concita De Gregorio.
    Cosa mai ha detto di tanto scandaloso FELTRI alla DE GREGORIO  da scomodare una folta schiera di deputatesse, compreso le pasionarie di destra Alessandra Mussolini e Flavia Perina, direttrice del Secolo, il giornale che leggono solo quattro amici al bar?
    Feltri, a conclusione del suo editoriale di ieri mattina ha usato un aforisma di Mario Missiroli: la madre dei cretini è sempre incinta” con una aggiunta del tutto personale  “aggiungeremmo che sarebbe ora che prendesse la pillola”.   Oplà, ecco lo scandalo: Feltri, dicono le sue accusatrici, avrebbe voluto che la madre della Gregorio avesse preso la pillola. Ma si può essere più sciocchi?
    D’altra parte, le pasionarie a senso unico fanno finta di non sapere che Feltri ha risposto per le rime alla signora De Gragorio che sull’Unità del giorno prima aveva pubblicato le foto di Feltri e di Sallusti sotto il titolo”MANTENUTI”. E allora come la mettiamo: la bella Concita può offendere e insultare due giornalisti che lavorano e nessuno ha nulla da dire, mentre ci si strappa le vesti per un aforisma che tutti usano ma che se usato da Feltri diviene motivo di scandalo?
    E’ la doppiezza, bellezza! Comunque ecco qui di seguito l’articolo di Feltri, con alcune foto delle pasionarie da passeggio dei nostri tempi. g.

    FLAVIA PERINA

    Concita De Gregorio è la donna del giorno, almeno per noi. Ieri ci ha dedicato nove pagine, più il suo fondo, in cui ha sfogato i suoi livori. La copertina dell’ Unità era degna di figurare alla Biennale: una fotografia a tutta pagina di Alessandro Sallusti e mia; con un titolo garbato: «I mantenuti». Si vede che la signora ha ricevuto un’educazione d’alto livello, forse avendo inalato fin da piccola il fumo delle grigliate miste alle kermesse comuniste, laboratori culinari e culturali. D’altronde la differenza antropologica fra i compagni e i disprezzati piccolo-borghesi è stata acclarata da tempo.

    LIVIA TURCO

    Ci dobbiamo rassegnare a prendere lezioni di bon ton da chi appartiene all’élite del pensiero progressista, ammesso che esista un pensiero progressista. Di certo esistono i progressisti e la loro capacità di polemizzare con classe va apprezzata. La De Gregorio usa un argomento inoppugnabile per dimostrare che Sallusti ed io saremmo dei mantenuti: non solo veniamo stipendiati dalla famiglia Berlusconi (come tutti gli autori Mondadori e i cineasti Medusa e i televisivi di Mediaset), ma l’intero Giornale, essendo in deficit da alcuni anni, dipende dalle tasche del fratello del premier, costretto ogni 31 dicembre a ripianare i conti in rosso.

    Semplificando: l’azienda ha un passivo, di conseguenza chi ci lavora non riceve un compenso contrattuale, ma un obolo. I direttori, in particolare, vivono di beneficenza. Invece il vertice dell’Unità, dato che il quotidiano ha un bilancio talmente florido da rischiare il fallimento nonostante le provvidenze statali, percepisce emolumenti non si sa da chi, forse dall’editore, Renato Soru, già governatore della Sardegna e uomo di spicco del Partito democratico. Quindi, se ho ben capito, mentre Sallusti e io siamo mantenuti da Paolo Berlusconi, fratello di Silvio, che è un politico importante, Concita De Gregorio, pur essendo pagata da un altro politico importante, sia pure del Pd, non è affatto mantenuta.

    ANNA FINOCCHIARO

    È un ragionamento troppo sottile. La direttrice ci dovrà dare delucidazioni in tribunale (civile) dove c’è gente più preparata di noi. Purtroppo siamo giornalisti di provincia e se qualcuno ci definisce mantenuti non siamo contenti, e intentiamo causa. Cos’altro potremmo fare? In attesa del processo, che non sarà breve perché ai democratici piace lungo, cerchiamo di spiegare a Concita e al suo Rinaldo Gianola, bravo giornalista ma debole in matematica, perché il Giornale – a differenza dell’Unità – ha risolto i suoi problemi gèstionali.

    SALLUSTI-E-FELTRI–MANTENUTI: la prima pagina de L’UNITA’

    Dopo aver lasciato Libero in ottima salute, Sallusti e io siamo arrivati in via Negri alla fine di agosto dello scorso anno. Deficit previsto: 22 milioni e rotti. Alla chiusura dell’esercizio 2009 il «buco» si era ridotto a 17 milioni. Significa che, in quattro mesi, coloro che la De Gregorio definisce carinamente mantenuti avevano recuperato 5 milioni. L’esercizio in corso ha segnato ulteriori miglioramenti. Secondo i dati relativi ai primi nove mesi, e secondo le proiezioni (mancano due mesi e mezzo al 31 dicembre), il disavanzo sarà di circa 7 milioni. In pratica, nel giro di 16 mesi, i mantenuti hanno registrato una diminuzione del deficit pari a 15 milioni. Nel 2011 ci toccherà sgobbare per risparmiare altri 7 milioni e infine giungere al pareggio

    Come? Facendo un Giornale più snello sia nella filiazione sia nell’organico, che intendiamo alleggerire di una ventina di persone (su oltre 130) adeguandolo alle nuove necessità. E le nuove necessità del mercato sono note a chiunque del ramo editoriale: portare in edicola un prodotto di facile e rapida lettura, disporre di una redazione libera dalle rigidità burocratiche che paralizzano molti media impostati sulla base di regole superate e antieconomiche.

    Comprendo che la signora De Gregorio non abbia dimestichezza con le volgarità dei bilanci, cioè coi conti della serva; se però avesse il coraggio, e lo stomaco, di abbassarsi a chiedere un parere a chi conosce i drammi delle imprese editoriali, scoprirà che il risanamento del Giornale in così breve tempo non è opera di mantenuti, ma di giornalisti volenterosi.

    Solamente un cretino poteva immaginare che in quattro mesi la nostra direzione fosse in grado di assorbire 22 milioni e rotti di disavanzo. A proposito. Siccome si dice che la mamma dei cretini è sempre incinta, aggiungeremmo che sarebbe ora prendesse la pillola (e in certi casi estremi è ammesso perfino l’aborto). VITTORIO FELTRI – IL GORNALE – 13 OTTOBRE 2010

    MONTECARLO: VOGLIONO INSABBIARE LA CASA DI FINI

    Pubblicato il 14 ottobre, 2010 in Politica | Nessun commento »

    Ieri pomeriggio le agenzie di stampa, ad iniziare dall’ANSA, hanno diffuso un comunicato secondo il quale le autorià del Principato di Monaco avrebbe comunicato alla Magistratura italiana che il valore dell’immobile di Montecarlo in cui ora abita il cognato di Fini, Tulliani, determinato in 240 mila euro sarebbe “congruo”. La stessa ANSA si è affrettata a diffondere le dichiarazioni che sarebbero state rese da Finie dai suoi scudieri che manifestavano soddisfazione per una notizia che “rendeva giustizia” e faceva strame dell’inchiesta del Giornale. L’euforia di Fini, smentita poi dal suo portavoce, è durata poco, il tempo che la Procura di Roma rendesse noto che il valore cui si riferiva era quello del 1999, cioè quello del momento del passaggio alla proprietà di AN e non già quello al momento della vendita alla società off-shore da parte di AN. Doccia fredda. Ecco nel servizio del Giornale l’esatta ricostruzione della vicenda di ieri.

    di Gian Marco Chiocci e Massimo Malpica – Il Giornale 14 ottobre 2010

    Ok, il prezzo è giusto. Anzi no. L’imbarazzo della procu­ra di Roma (che sin dall’inizio di questa storia è sembrata in­tenzionata a frenare a pres­cin­dere sulla vicenda dell’appar­tamento di Montecarlo) dopo l’arrivo delle ultime carte dal Principato, quelle sul valore della casa, s’è tramutata in un comico qui pro quo che ha trat­to in inganno persino un trop­po ben informato Gianfranco Fini e i suoi fedelissimi: son passati dal godimento per il presunto sbugiardamento della presunta «macchina del fango» al comico imbarazzo per il dietro front dei magistra­ti. Tutto nasce perché nel pa­l­azzo di giustizia capitolino so­no arrivati, finalmente, i docu­menti richiesti con l’integra­zione della rogatoria. Carte re­lative al cuore dell’inchiesta, che indaga sulla congruità del prezzo di vendita dell’immo­bile. Immediata l’indiscrezio­ne: ci sarebbe difformità tra il valore reale dell’immobile e il prezzo registrato a luglio del 2008, quei 300mila euro versa­ti ad An dalla società off-shore Printemps. I responsabili del­­l’inchiesta, però, non si sbotto­nano.

    Nessuno parla di cifre, tutti fanno il gioco del silenzio fino a quando filtra un detta­glio, finalizzato a escludere, al­lo stato, che nel fascicolo si possano ipotizzare reati fisca­li. Sul punto, infatti, la procu­ra chiarisce che il fisco mone­gasco non aveva sollevato obiezioni di sorta quando An, che nel ’99 aveva ereditato l’appartamento, ne dichiarò la valutazione al momento della successione nel Princi­pato. Una precisazione che, ov­viamente, non c’entra niente con le compravendite, ma semmai ha a che vedere con il pagamento di imposte succes­sorie a Montecarlo. Tanto che sempre fonti della procura chiariscono poi che per accla­r­are la questione della congru­ità del prezzo di vendita con una fonte «istituzionale», gli inquirenti hanno richiesto al Principato una sorta di tabel­la, con il valore immobiliare medio di appartamenti com­parabili a quello di boulevard Princesse Charlotte, 14. E quello schema, che riporta i valori e gli incrementi negli an­ni, sarebbe nelle cento pagine giunte due giorni fa a Roma. Lo avrebbe redatto l’ufficio monegasco preposto a regi­strare tutti i rogiti di compra­vendita immobiliare. E sì, iva­lori desumibili sarebbero dif­formi dal prezzo a cui An ha venduto.

    Di quanto, però, nes­suno vuol dirlo. Chissà per­ché… Mentre la notizia che inte­ressa alla procura resta dun­que confinata in quel fascico­lo, che procuratore capo e pm hanno spedito all’ufficio tra­duzioni, è l’implicito «placet» fiscale del ’99 a mandare in tilt le solerti agenzie di stampa. «Casa An: Montecarlo, con­gruo valore passaggio proprie­tà »,titola l’ A nsa , ma il passag­gio di proprietà c’entra come i cavoli a merenda e, passato il momento d’euforia dei finia­ni, è la stessa procura di Roma che si vede costretta a una ra­pida precisazione a mezzo delle stesse agenzie: «Si preci­sa che la congruità, secondo le autorità di Montecarlo, del valore dell’immobile di Boule­vard Princesse Charlotte 14 fa riferimento all’atto di succes­sione nel ’ 99 quando An entrò in possesso del bene ricevuto dalla contessa Anna Maria Colleoni e non al passaggio di proprietà dello stesso apparta­mento quando venne ceduto nel 2008 da An». Degli exultet finiani a com­mento della prima versione resta, però, il peso di un «vati­cinio » espresso dal presiden­te della Camera, che avrebbe manifestato il suo convinci­mento di una prossima archi­viazione. Convincimento ba­sato su quali elementi – buoni canali informativi o «l’aria che tira» – non è però dato sa­pere. Di certo anche France­sco Storace, leader della De­stra, a cui appartengono i due autori dell’esposto che ha in­nescato le indagini, ieri paven­tava la prematura scomparsa del fascicolo d’inchiesta. Av­vertendo che, in quel caso, lui e i suoi uomini, avranno la possibilità di verificare con quanto zelo la procura di Ro­ma ha approfondito la vicen­da monegasca, annunciando minacciosamente «indagini difensive di parte, come previ­sto dal codice». Al di là degli auspici finiani e dei timori storaciani, in ef­fetti come detto le modalità scelte dai magistrati romani per questa indagine sembra­no quantomeno insolite. E addirittura inspiegabile ap­pare la decisione di non con­vocare Giancarlo Tulliani, il cognato di Fini, non solo affit­tuario dell’appartamento, ma indicato come proprieta­rio di fatto delle società off­shore che hanno comprato da An (e quindi proprietario anche della casa) secondo una lettera del governo di Sa­int Lucia. Il suo ruolo, infatti, è indiscutibilmente centrale, anche per l’unico aspetto che pare interessare ai pm roma­ni, la congruità del prezzo di vendita. Ed è lo stesso Fini a dirlo, indicando (nei suoi ot­to chiarimenti di agosto e poi nel videomessaggio di fine settembre) in Tulliani il «pro­cacciatore »dell’affare.

    Il«co­gnato »presentò l’offerta d’ac­quisto della Printemps ad An, e il prezzo era già stabili­to, tanto che i generici «uffici di An» citati da Fini reputaro­no congrua quella sommetta in quanto superiore alla fa­mosa valutazione, quella che nel ’99 non fece storcere il na­so al fisco. Non voler ascolta­re Tulliani, dunque, appare come un segnale di scarsa vo­lontà di approfondimento. E se davvero le carte dell’ulti­ma rogatoria provano «uffi­cialmente » quello che da me­si è chiaro a tutti (ossia che il valore di mercato di quella ca­sa n­el 2008 era certamente su­periore a 300mila euro) gra­zie a testimonianze, perizie e comparazioni tra immobili si­mili, il dettaglio potrebbe fini­re per essere l’unico ostacolo a quell’archiviazione che Fi­ni annusa nell’aria. Forse confidando anche nel nuovo feeling con la magistratura, oggetto costante negli ultimi tempi di dichiarazioni di sti­ma se non di affetto. Chissà se come dice Fini «qualcuno ora dovrà pagare». E chissà se potrà farlo in lire, magari alle quotazioni del 1999.

    CILE IN FESTA: SALVI I 33 MINATORI

    Pubblicato il 14 ottobre, 2010 in Cronaca | Nessun commento »

    L’ultimo dei 33 minatori che dai primi di agosto erano rimasti intrappolati a 700 metri di profondità di una minera cilena è risalito in superficie all’interno della capsula speciale costruita in collaborazione con la NASA poche ore fa: era avvolto nella bandiera cilena ed è stato accolto da un tripudio festoso dei presenti e dell’intera Nazione cilena che in questi due mesi si era stretta intorno ai 33 minatori e alle loro famiglie. E’ finito quindi felicemente  un incubo e una lotta disperata contro la natura  prima di tutto  vinta dai 33 minatori che hanno mostrato un coraggio straordinario, attendendo fiduciosi che le operazioni di salvataggio si concretizassero, senza mai perdere la speranza e senza mai lasciarsi andare a momenti di disperazione. Sono stati essi uno straordinario movente per tutti coloro che hanno partecipato alle operazioni di salvataggio che si sono concluse molto prima del previsto e senza che nulla le intralciasse. Non osiamo pensare cosa sarebbe accaduto in Italia se un evento del genere si fosse verificato nel nostro Paese. L’incidente sarebbe stato motivo  di accuse al governo (vedo il terremoto dell’Aquila) per non aver previsto l’incidente ovvero la frana che ha ostruito il ritorno in superficie dei minatori; poi sarebbe iniziato il solito confronto tra le mille ipotesi di salvataggio con reciproche accuse di incapacità,   magari, di strupratori del salvataggio; poi il solito solerte pm di turno che avrebbe immediatamente fatto mettere sotto controllo il telefono dei soccorritori caso mai sotto sotto nell’incidente ci fosse un complotto dei soliti noti, amici di Vittorio e infine non sarebbe mancato, qualunque fosse stato l’esito, l’immancabile bocchino che avrebbe proposto commissario all’emergenza miniera il super leader Fini, buono per tutti gli usi e per tutte le stagioni, basta scuoterlo un pochino.  Diciamo la verità, meno male che l’incidente si è verificato in una Nazione seria e composta, il cui presidente ha potuto dire alla felice conclusione dell’avventura dei 33 minatori che il Cile ora è più forte. Perchè, come sanno i saggi,  le sventure fortificano e non dividono. g.

    BERLUSCONI DEVE RIFARE IL PARTITO, di Mario Sechi

    Pubblicato il 13 ottobre, 2010 in Politica | Nessun commento »

    Berlusconi alla festa del Pdl Lo spirito del 1994. Ho sentito Berlusconi evocarlo più volte, ma mai come in questi giorni appare una necessità. Se i partiti sono i veri malati del sistema politico italiano, il Pdl appare come un essere vivente che ha bisogno di cure immediate. E radicali. Provo a mettere in fila un paio di punti di discussione. 1 – I coordinatori. La formula del triumvirato non mi ha mai convinto e i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Verdini (del quale dirò tra poco), Bondi e La Russa possono dire di aver ottenuto buoni risultati elettorali, ma in realtà è sempre la forza trainante del Cav a fare la differenza, insieme a un’opposizione a dir poco imbarazzante. La vivacità nel partito dopo un primo fuoco iniziale, s’è spenta e oggi è pari a zero, le faide regionali si moltiplicano (il disastro Sicilia, la inenarrabile Toscana, il fratricidio in Sardegna, il grave caso del disastro nelle province del Lazio). Poste le premesse per vincere sempre, il Pdl in realtà è avviato a una polverizzazione se non si mette subito cemento a presa rapida e mattoni buoni in una casa che ha ancora solide fondamenta (il Cav) ma è pieno di crepe e ora che comincia la brutta stagione (autunno caldo) si vedrà che dal tetto piove di tutto. Un solo coordinatore è quel che ci vuole.

    Come scriveva ieri il nostro Francesco Damato citando una massima di Indro Montanelli: un partito ha bisogno di un leader e anche del culo. Battuta che potrà non piacere, ma di indubbia efficacia. Serve un gran lavoratore e, se posso dare un consiglio, meglio se lavoratrice. Sì, una donna. 3 – Il tavolo del Presidente. Sarà lei (o lui, ma non vedo tra i maschietti campioni buoni per un lavoro di impietoso taglio e cucito) a tradurre in azioni concrete la strategia del leader e del gruppo di lavoro che stabilmente collabora con Berlusconi. Un tavolo del presidente che ha fatto molto bene per quanto riguarda il governo, ma si trova impossibilitato a dare una linea e un’organizzazione al partito. Il Cavaliere deve asfaltare l’attuale configurazione del vertice. Lo faccia subito. Non tentenni. Non cada nella trappola della mediazione a tutti i costi, anche dove lui è davvero sovrano. Nel fare questa mossa, ricordi di rileggere bene il Machiavelli e i suoi consigli sulle debolezze umane. In queste ore sarà pieno di persone che gli consigliano Silvio fai questo, ti prego non fare quello, occhio fai quest’altro, ma che bravo che sei, sei il migliore, avanti così, non sbagli mai, meno male che ci sei e ora ecco questa è la strada giusta, sì, mi piace, quel posto è per me.

    Ecco, tutta questa paccottiglia verbale Berlusconi la deve cestinare. Si fidi di chi ha un avvenire da costruire, non carriere immeritate da difendere e poltrone a cui incollarsi per non sparire. 4 – Il partito e la giustizia. È inutile girarci intorno, nel Pdl non c’è un problema di legalità, ma di singole posizioni che devono essere chiarite. Il caso Verdini resta quello più urgente e delicato. Chi scrive è un garantista al cubo, ma non ho il salame negli occhi e penso ancora quel che ho scritto mesi fa: Denis deve lasciare il suo incarico di coordinatore per difendersi meglio, per non far rimbalzare sul partito e la sua immagine il ciclone mediatico che solo i poveri illusi credevano finito. Il Corriere della Sera ieri ha aperto il giornale sul caso Verdini. Non avevo alcun dubbio che prima o poi sarebbero arrivate novità. Un rapporto del Ros non è la verità né una sentenza. Ma certamente è una notizia. E mentre i giornali le pubblicano, la politica ha il dovere di porsi una domanda: può il Pdl permettersi di tenere Verdini arroccato sulla sua posizione? può sperare che gli italiani comprendano questa scelta? Ho qualche dubbio. Mentre gli elettori di Berlusconi hanno metabolizzato e compreso che contro il Cav in sedici anni c’è stato un attacco strumentale e politicizzato da parte di una fazione della magistratura, sugli altri nomi della politica il giudizio è sempre molto prudente. Ho letto da qualche parte che qualcuno ipotizza il ritorno di Claudio Scajola ai vertici del partito. Ognuno in casa propria fa come vuole, spero solo si tratti di una boutade.

    Mi limito a un modesto consiglio: finchè Scajola non spiega in maniera credibile – e non tragicomica com’è avvenuto – chi gli ha pagato la casa con vista sul Colosseo e perché, è meglio che si occupi d’altro. Il nuovo passa anche attraverso la reputazione che è fatta di immagine e comunicazione. Berlusconi ha ancora cinque giorni di riposo assoluto. C’è chi in una settimana creò la terra e le cose dell’universo. Ma in quel caso il lavoro da fare era a un livello Altissimo. Nel caso del Cavaliere, restiamo sulla terra, c’è il tempo per rifare un partito. E non rifare gli stessi errori.

    …..Con qualche  marginale riserva, condividiamo quanto scrive Sechi sul Tempo di oggi.