ECCO LA LOBBY OSCURA CHE PUO’ CONDIZIONARE LA POLITICA E L’ECONOMIA

Pubblicato il 13 ottobre, 2010 in Economia, Politica | Nessun commento »

di Francesco Forte – Il Giornle – 13 ottobre 2010

Non sarà la Spectre e neanche la P4, ma ciò che ha dichiarato il dottor Arpisella, addetto stampa del presidente della Confindustria sulla esistenza di una «sovrastruttura» che condiziona la politica e l’economia e anche i media, non può essere ignorato. È vero che egli ha detto di avere scherzato, ma la smentita in questi casi è normale ed egli è entrato nei dettagli facendo esempi inquietanti. E quindi il quesito rimane.

I gruppi di pressione esistono in tutte le democrazie. E non c’è bisogno di Carlo Marx per sostenere che le grandi imprese si possono accordare fra loro per condizionare le scelte pubbliche e i media. Wilfredo Pareto, il più illustre economista e sociologo italiano e uno dei maggiori del mondo della prima metà del Novecento, ha teorizzato l’esistenza di un’alleanza fra i grandi gruppi finanziari e i partiti di sinistra, a spese della classe dei risparmiatori. Il condizionamento di questi interessi economici sulla politica e sull’economia non è una fantasticheria. E osservo che c’è un lupus in fabula, un lupo nella favola, cioè un esempio concreto che riguarda le vicende della Confindustria dell’ultimo periodo e che coinvolge in modo improprio anche il Giornale.

Il nuovo presidente Emma Marcegaglia ha modificato la linea precedente della Confindustria basata sui contratti nazionali di lavoro, con la Cgil come interlocutore privilegiato, e quindi sull’unità sindacale. In tale modello, che piaceva molto ad alcuni grandi gruppi, lo Stato interveniva con sovvenzioni alla Fiat e di altri complessi, nel nome del sostegno dell’occupazione a spese del contribuente. Nel 2009 nel nuovo contratto metalmeccanici è emersa la contrattazione aziendale in deroga a quella nazionale, sottoscritta da Cisl e Uil, ma non da Cgil. Emma Marcegaglia, nuovo presidente di Confindustria, ha sostenuto la contrattazione aziendale e in particolare il contratto di Sergio Marchionne per lo stabilimento di Pomigliano d’Arco. Ma poiché la Confindustria, pur essendoci il contratto del 2009, non aveva revocato il contratto nazionale del 2008, che non contemplava queste deroghe, la Cgil ha fatto causa alla Fiat per la violazione del contratto del 2008, che essa aveva firmato, adducendo che per lei non era valido quello del 2009, che non ha sottoscritto. Marchionne si è visto costretto a dire che se la Confindustria non avesse disdettato il contratto del 2008, la sua impresa sarebbe uscita dalla Confindustria. A questo punto la Confindustria ha disdettato il contratto del 2008 sfidando i furori della Cgil.

Per molti mesi la Confindustria ha vissuto con due contratti nazionali, uno nuovo firmato da Cisl, Uil e altri liberi sindacati, e uno vecchio in cui rimaneva la firma della Cgil, che non aveva sottoscritto il nuovo. Come si spiega questo anomalo comportamento di Emma Marcegaglia presidente di Confindustria, fautrice e promotrice del nuovo contratto? Forse la minoranza di Confindustria costituita ha più potere reale di quelli che siano i suoi numeri. Forse i voti non si contano, ma si pesano e ci sono alcuni voti che pesano di più. Non è la Spectre o la P4 ma c’è qualcuno che conta di più. E, guarda caso, gli articoli contro il gruppo industriale Marcegaglia, in cui lo si accusa di vari reati, con la cultura del sospetto sono venuti dai giornali di sinistra perché la presidente della Confindustria sostenendo la linea della contrattazione decentrata, a cui è contraria la Cgil, che è un bacino di voti della sinistra, era considerata berlusconiana, peccato gravissimo. Nessuno ha accusato questi giornali di dossieraggio né li ha intercettati. Il Giornale che si è limitato a ripubblicare questi articoli è stato accusato di dossieraggio ed è stato infangato, mediante l’uso di intercettazioni telefoniche tolte dal loro contesto e rese possibili solo dal fatto che in Italia questa materia non è regolata con criteri di Stato di diritto, ma con quelli di uno Stato inquisitorio. Le lobbies, le interferenze delle concentrazioni di potere economico su quello politico e sull’economia esistono in ogni democrazia. Ma la libertà di stampa, il divieto di abuso delle intercettazioni, le regole di apertura dell’economia alla sfida dei mercati, senza le stampelle dello Stato a spese dei cittadini, sono rimedi necessari per ridurre questi abusi e collusioni e il condizionamento dei poteri impropri su quelli propri.

IL PAESE VERSO L’ANNO ZERO, di Mario Sechi

Pubblicato il 12 ottobre, 2010 in Politica | Nessun commento »

Luca Cordero di Montezemolo Il complotto secondo Luca è tutto da dimostrare. Bene, ci ha pensato Montezemolo a mettere un briciolo di saggezza in una storia che insieme a un altro po’ di tossine in circolazione sta conducendo il Paese all’annozero. Qualcuno pensa che l’Italia abbia cose più importanti da affrontare che non le vicende del giornalismo e i cortocircuiti della magistratura, ma attenzione perché esprimere opinioni, scrivere in piena libertà, fare inchieste giornalistiche e informare l’opinione pubblica non è una cosa a cui si può rinunciare a cuor leggero. Il direttore de Il Tempo ha un’idea diversa del mestiere e della sua missione – lo scrivo senza enfasi – nel caotico mondo in cui viviamo. I giornali sono ancora una buona bussola per orientarsi.

Per me il fatto che i vertici di un quotidiano, parliamo de Il Giornale, debbano sfilare in procura in base a una serie di «elucubrazioni» (parola usata da uno dei testimoni chiave della vicenda) preoccupa su un doppio fronte: quello della bilancia (ve la ricordate?) della giustizia e della libertà d’informazione. Sono stato uno dei direttori che ha contestato il disegno di legge sulle intercettazioni presentato dal governo Berlusconi. L’ho messo nero su bianco su queste pagine e mi sono ritrovato a fianco di Ezio Mauro, direttore di Repubblica, nel sostenere che si poteva e doveva far di meglio per salvaguardare – una volta per tutte – le ragioni della difesa, degli inquirenti e del diritto di cronaca. Mi pare di esser stato chiaro e fermo in quell’occasione. E intendo mantenere questa linea anche nella vicenda che coinvolge i colleghi de Il Giornale. Questa storia incredibile fa emergere quanto cammino c’è ancora da fare per arrivare ad un dibattito civile tra diverse culture e idee politiche. Non sono tra quelli che invocano di abbassare i toni, sono appelli ipocriti, mi piacerebbe invece che si riconoscesse la dignità di esistere all’avversario, che intorno alla nobile categoria politica dell’amico/nemico ci fosse un dibattito aspro, ma ricco di idee e rispetto. Vincerà il migliore ma rendendo l’onore delle armi allo sconfitto e riconoscendo l’affermazione legittima dell’altra parte. Poi si aprirà di nuovo l’eterna lotta tra maggioranza e opposizione. Tutto questo in Italia non avviene in maniera limpida. Le ragioni sono sotto gli occhi di tutti: c’è un’immaturità di fondo del sistema politico una perversa tendenza al disfacimento e alla decadenza, al picconamento perfino delle cose buone che si sono conquistate negli ultimi sedici anni.

Il bipolarismo è minacciato da progetti di riforma del sistema elettorale che riporterebbero il Paese indietro di vent’anni. Il teorema dei partiti con le mani libere e dei partitelli in grado di fare il bello e il cattivo tempo è quella sì una minaccia. Gli italiani debbono potersi recare al supermarket della politica senza il retropensiero della fregatura nello scaffale, devono poter scegliere prodotti politici che hanno una provenienza chiara e non sono frutto di arditi esperimenti transgenici. Se s’intende proseguire sulla strada della separazione con la scure dei destini delle famiglie culturali e politiche, allora il risultato sarà quello di tornare quarant’anni dopo al clima degli Anni Settanta. Ne abbiamo già avuto i primi segnali e in troppi li stanno sottovalutando. La politica è debole per sua colpa e massima incuria nell’organizzazione dei partiti, strumenti non inutili, ma più che mai necessari. Ieri come oggi. I giornali per questa ragione sono diventati i protagonisti del dibattito pubblico. E loro malgrado sono finiti nel mirino di chi pretende di applicare all’informazione i metodi della lotta politica come si è svolta in questi anni.

Eliminarli a colpi di continue delegittimazioni, leggi sbagliate, sentenze abnormi, querele strumentali e indagini senza capo né coda. Grave errore che, di volta in volta, hanno compiuto tutti. Criminalizzare un quotidiano per le sue idee, opinioni e inchieste è esattamente quel che va evitato. La stampa fa il suo mestiere, scrive, fa titoloni e denuncia quel che è vero ed è degno di esser pubblicato. Ma prima che sia troppo tardi, la politica, la classe dirigente tout court e la giustizia che vuol essere giusta si tolgano l’abito nero del becchino. Se un giornalista deve cominciare a guardarsi le spalle quando cammina, vuol dire che siamo davvero all’annozero.

IL CASO MARCEGAGLIA: L’IMPERO DOVE NON SPLENDE IL SOLE

Pubblicato il 11 ottobre, 2010 in Politica | Nessun commento »

Avvertenza: questo non è un dossier, tantomeno dossieraggio a danno di Emma Marcegaglia. Pensiamo però di poter liberamente commentare l’operato della presidente di Confindustria partendo proprio dal presunto affaire che ha inopinatamente e disordinatamente preso a ruotare intorno a un’inchiesta del Giornale che non c’è mai stata, alla perquisizione preventiva contro il quotidiano di Feltri di quegli stessi pm che invece indagano il gruppo Marcegaglia, e ad una sfilza di telefonate tra i piani alti di viale dell’Astronomia e personaggi vari dell’establishment giornalistico ed editoriale. «Qualcosa non torna», scriveva ieri Mario Sechi. Ed infatti non torna che la Marcegaglia, la quale afferma di aver temuto la ritorsione di un organo berlusconiano per aver criticato il governo, si sia rivolta per via breve ad uno dei più stretti amici e collaboratori del Cavaliere – Fedele Confalonieri – anziché, per esempio, denunciare il tutto da una tribuna pubblica. Tribuna che certo non le sarebbe mancata, né come imprenditrice né come leader degli industriali né come privata cittadina. Ma soprattutto, ascoltando le registrazioni delle telefonate tra il vicedirettore del Giornale ed il portavoce di Emma – per inciso: a che titolo e ad opera di chi queste chiacchiere sono diventate pubbliche? – emerge una netta inversione politica dei ruoli. Con l’assistente della Marcegaglia, fino a un minuto prima presunta vittima di dossieraggio berlusconiano, che si dilunga nella descrizione di uno scenario tipo Spectre nel quale afferma, testualmente, che «dietro Gianfranco Fini ci sono gli stessi che erano dietro la D’Addario».

Addirittura «sovrastrutture che passano sopra la mia testa, la tua testa e anche quella di un tale Feltri». Dunque, fateci capire: secondo Marcegaglia e dintorni, da che parte viene il complotto e chi sono i complottatori? Gli amici o i nemici del Cavaliere? Le sovrastrutture? Quali sovrastrutture? La passione per la dietrologia può giocare brutti scherzi, ma fa parte dell’animo umano: però se poi si parte per una pubblica crociata, corroborata da esternazioni varie, allora è meglio chiarirsi un minimo le idee. E stabilire dove si vuole andare a parare. Secondo punto. L’inchiesta a monte di tutto riguarda l’attività del gruppo Marcegaglia. Una questione di smaltimento di rifiuti dalla quale ci auguriamo sinceramente che l’imprenditrice Emma esca con l’immagine e la fedina intatta. Ma la presidente Emma? Perché coinvolgere l’intera Confindustria, i suoi vertici, le sue strutture? Non si è resa conto che così ha esposto e indebolito non poco l’organizzazione, in un momento cruciale dei rapporti tra imprese, sindacati e governo, con decine di tavoli di crisi aperti, con un modello contrattuale che si sta faticosamente rinegoziando, e non ultimo con un clima sociale avvelenato dalla violenza che colpisce la Cisl ed i sindacati riformisti?

Terzo punto. Nelle famose telefonate si accenna al Sole-24 Ore ed ai criteri di scelta del suo direttore, Gianni Riotta. Ed il principale collaboratore della presidente di Confindustria, cioè dell’editore del 24 Ore, spiega tranquillamente che quella fu una nomina politica. Immaginiamo la soddisfazione di Riotta. Ma anche dei lettori del 24 Ore, e dei tanti industriali grandi e piccoli (soprattutto piccoli, che costituiscono il 95 per cento degli iscritti alla Confindustria) che giustamente considerano il quotidiano un loro patrimonio, sia informativo sia materiale. Proprio dal Sole-24 Ore di sabato ricaviamo i dati della capitalizzazione di borsa del giornale confindustriale: 58 milioni di euro, che si confrontano con gli 816, i 666 ed i 589 di Rcs, Espresso e Mondadori. E qui si dirà: siamo di fronte ai tre colossi del settore. Ma andiamo a vedere la capitalizzazione di Monrif, editrice di Nazione, Resto del Carlino, e Giorno, tutte testate a diffusione inferiore: 63 milioni. O di Caltagirone Editore, proprietaria del Messaggero: 234 milioni. O addirittura del gruppo Class, che il 24 Ore ha sempre guardato come ad un concorrente «non all’altezza» nell’informazione economica: 50 milioni, poco meno rispetto a quella che dovrebbe essere una corazzata. E che dovrebbe ambire per prestigio e forza finanziaria a misurarsi con il Financial Times. Insomma: non siamo precisamente di fronte a dei successi. E non è la sola cosa che – lasciando da parte i rapporti con il governo e la politica – in questo momento andrebbe forse registrata in Confindustria. E dunque: per Emma Marcegaglia e per gli imprenditori che rappresenta, la priorità era davvero di aprire in modo quanto meno ambiguo, se non scomposto, il fronte del “dossieraggio”?Marlowe, Il Tempo, 11 ottobre 2010

L’0SSESSIONE DELLA MARCEGAGLIA: I FALSI COMPLOTTI

Pubblicato il 11 ottobre, 2010 in Politica | Nessun commento »

«In questi giorni sono stata oggetto, assieme a Confindustria, di attacchi ingiuriosi, costruiti su notizie false e prive di fondamento, di chiara provenienza». Era il 26 maggio quando Emma Marcegaglia, in tailleur bianco, come l’innocenza dei suoi pensieri, ma con aria contrita come il momento grave imponeva, denunciava con queste accorate, disperate parole, all’assemblea di Confindustria, il Grande Complotto in atto nei suoi confronti. Badate bene: il Presunto Grande Complotto. Partorito, dalla sua fervente immaginazione, dopo aver sfogliato, con mani tremule, nei giorni e nelle settimane precedenti, alcuni articoli pubblicati dal Mondo e dall’Espresso.
Perché stupirsi, d’altra parte, la sindrome del complotto è antica quanto il mondo e chi ha studiato (e certamente Emma Marcegaglia lo ha studiato) sa bene che Karl Popper ha tracciato efficacemente i contorni di questa particolare «devianza» nel suo saggio sulla teoria sociale della cospirazione che si ritrova in uno dei suoi testi più noti: «Congetture e reputazioni». Secondo Popper questa teoria, più primitiva di molte forme di teismo, è simile a quella rilevabile in Omero, il quale concepiva il potere degli dèi in modo che tutto ciò che accadeva nella pianura davanti a Troia costituiva soltanto un riflesso delle molteplici cospirazioni tramate nell’Olimpo.
Capite bene che è sufficiente traslocare la piana di Troia in viale dell’Astronomia a Roma, sede dell’organizzazione degli industriali o, se preferite a Mantova, quartier generale delle attività della famiglia di madame Emma, e il gioco, anzi la trama tramata dai cospiratori dell’Olimpo editoriale (quindi semplici giornalisti e non dèi) si abbatterà inesorabilmente sulla presidente.
Certo, così si vive sempre in tensione. Ci si deve guardare le spalle, si è costretti a buttar giù ogni volta un tranquillante prima di leggere o farsi leggere la rassegna stampa del giorno. O subito dopo aver ascoltato le fondate preoccupazioni del proprio uomo di fiducia, Rinaldo Arpisella. Che ha semplicemente parlato al telefono, come tante altre volte, con il vicedirettore del Giornale ma che questa volta ha ravvisato un tono minaccioso e ricattatorio in alcuni passaggi della suddetta conversazione telefonica. E quindi si è costretti a chiamare Fedele Confalonieri per chiedere aiuto, per evitare che la scure di Vittorio Feltri e dei suoi giornalisti, con le penne notoriamente caricate a fango, si abbatta inesorabile su di lei, l’Emmarcescibile.
«Fino all’ultimo giorno sarò con voi per l’indipendenza della nostra istituzione e per la sua difesa», disse quel 26 maggio con voce stentorea Emma Marcegaglia, nel sacrosanto tentativo di difendere il lavoro svolto dalla sua squadra in due anni di gestione. Un quasi appello a riunire le forze per combattere, ma senza alcun riferimento (allora deve essere proprio un vizio) esplicito alla possibile regia di quelli che la leader degli industriali definiva in quell’occasione «attacchi di chiara provenienza». Insomma chi manovrava già allora contro la Marcegaglia? La Spectre? Il Cerchio Sovrastrutturale tirato in ballo da Arpisella nella conversazione con Porro? Se è vero come è vero che il Mondo e L’Espresso e financo il Corriere della Sera, con la recensione uscita il giorno prima dell’assemblea confindustriale, del libretto di Filippo Astone «Il partito dei padroni», l’avevano bastonata, è anche vero che lei, resistendo, parole sue di allora, alla «tentazione di replicare con dati e circostanze, questi sì veri» aveva «deciso di far prevalere il senso della responsabilità e del rispetto per l’istituzione Confindustria». Concludendo il contrito sfogo con una storica frase: «Per me l’unica cosa che conta è essere in sintonia con voi: altri si comportino come vogliono». Poi passarono i giorni, le settimane, i mesi. Ma la sindrome del complotto non passò. Rimase lì, latente. Stuzzicata, di tanto in tanto, da qualche aggettivo, avverbio o complemento oggetto a suo carico, letto qua è là nelle rassegne stampa. Fino a qualche giorno fa, quando è esplosa. Accendendo la miccia della Grande Perquisizione al Giornale, attuata da un manipolo di carabinieri, in cerca di improbabili dossier contro di lei. E allora via con le dichiarazioni d’intenti: «E Emma disse ora basta! È guerra», (titolo di Repubblica), «Vado avanti e non mi faccio intimidire» (titolo della Stampa), «Non ho paura, vado avanti» (titolo del Fatto Quotidiano). Solo che qualcosa non torna. Perché, come giustamente rileva il collega Marco Lillo proprio sul Fatto Quotidiano: «…A dire il vero tra le righe dell’intervista al Corriere si intuiva una dissonanza: la presidente di Confindustria inviava messaggi suadenti al direttore del quotidiano che le voleva fare “un c. così per due mesi”: “È uno dei migliori giornalisti d’Italia, non ho nulla contro di lui”, cinguettava la Marcegaglia……». C’è da preoccuparsi davvero, a questo punto, perché oltre alla sindrome del complotto si insinua, negli armadi e nell’animo di madame Emma, anche la sindrome di Stoccolma. Che come si sa nella psicoterapia definisce quello strano rapporto d’amore che la vittima prova per il suo carnefice. Un bel rischio per Feltri, ammettiamolo. Gabriele Villa, per Il Giornale 11 ottobre 2010

SORPRESA:PER 9 ITALIANI SU 10 IL PM CHE SBAGLIA DEVE PAGARE PER SUOI ERRORI

Pubblicato il 11 ottobre, 2010 in Costume, Giustizia, Politica | Nessun commento »

Separazione delle carriere e del Csm, e responsabilità civile dei magistrati: due punti cardine di quella riforma della giustizia tanto voluta dalla maggioranza quanto avversata dalla sinistra e dai giudici, che da sempre si oppongono a qualsiasi ipotesi di cambiamento all’urlo di «attacco al sistema democratico». Chissà cosa diranno ora le toghe di fronte ai risultati del sondaggio realizzato da Ferrari Nasi & Associati sulla «responsabilità civile dei magistrati». Probabilmente, scoprendo che circa il 70% degli italiani è d’accordo all’idea che i pm siano controllati da un organo indipendente e non composto da loro colleghi, resterebbero di sasso. E forse, scoprendo che addirittura poco meno del 90% dei cittadini concorda col fatto che «un magistrato che sbaglia dovrebbe essere responsabile della propria azione», proverebbero anche un po’ di timore. E magari, episodi come la perquisizione del «Giornale» di giovedì scorso, non si verificherebbero più.

A PROPOSITO DEL CASO MARCEGAGLIA: L’INCROCIO TRA VERITA’ E RIDICOLO

Pubblicato il 10 ottobre, 2010 in Politica | Nessun commento »

L’editoriale di Mario Sechi, Il Tempo del 10 ottobre 2010

Siamo di fronte a un bel polverone all’italiana. La procura di Napoli, bontà sua, ha deciso di mettere sotto inchiesta i vertici di uno dei più importanti giornali italiani. Se davvero pensa che ci sia qualcosa di serio sul piano penale allora forse è il caso di approfondire il colloquio in cui il portavoce del leader di Confindustria dice che dietro Gianfranco Fini e la Patrizia D’Addario s’agita la stessa mano.

Il presidente di Confindustria Emma Marcegaglia Tre giornalisti sotto inchiesta. Il portavoce del presidente di Confindustria intercettato. Emma Marcegaglia che dice «vado avanti» e non specifica verso dove e forse almeno agli industriali che rappresenta dovrebbe dare qualche delucidazione in più. Siamo di fronte a un bel polverone all’italiana e a una buona decina di domande che attendono una risposta. Sono stato vicedirettore de Il Giornale per tanti anni, so come funziona la nave di via Negri a Milano e per questo penso che la magistratura stia sconfinando nel genere fantasy. Ma se seguiamo i ragionamenti delle toghe e prendiamo per serio lo scenario, allora trovo stupefacente un passaggio delle intercettazioni tra Nicola Porro (vicedirettore de Il Giornale) e Rinaldo Arpisella (braccio destro della Marcegaglia). Ci siamo riletti per dovere e per diletto i colloqui tra i due: è uno scambio di battute tra addetti ai lavori, il cazzeggio tra un giornalista e una sua fonte abituale.
Ma a un certo punto ci si imbatte in un brano che merita di esser approfondito. Lo riportiamo sopra il titolo d’apertura del nostro giornale e credo che i lettori dopo avergli dato un’occhiata giungeranno alle mie conclusioni: qui qualcosa non torna. Provo a spiegare perché. La procura di Napoli, bontà sua, ha deciso di mettere sotto inchiesta i vertici di uno dei più importanti giornali italiani, evidentemente pensa che quel colloquio abbia qualcosa di serio sul piano penale. Se è così – e chi scrive pensa esattamente il contrario – allora è il caso di valutare tutto per bene, mettersi con la lente a decrittare ogni parola e inserirla in un contesto investigativo. Se è così, se quel colloquio nasconde trame criminali, allora forse è il caso di approfondire il passaggio in cui il portavoce del leader di Confindustria dice che dietro Gianfranco Fini e la Patrizia D’Addario s’agita la stessa mano. Una boutade? Una supposizione ardita? O forse chi parla sa qualcosa che a noi cronisti, alle istituzioni e alla magistratura inquirente è sfuggito in tutti questi mesi? Certo è che il brano è singolare e se le frasi di Porro sono oggetto di inchiesta, allora non capisco come mai un simile fil rouge sia ignorato dai Maigret della procura vesuviana.Non possedendo strumenti d’indagine che vanno al di là dell’intelligenza, posso solo ipotizzare che dietro quell’affermazione ci sia l’idea di una sorta di Comitato di liberazione da Berlusconi che si muove all’unisono ogni qual volta c’è un argomento sul quale si può mettere all’angolo il premier.
Io ho la netta impressione che siamo di fronte a una serie di bischerate e allora la situazione è certamente grave (per la giustizia) ma non seria per il Paese. Tuttavia, non posso fare a meno di ricordare che è curioso il caso di una donna che entra in casa del Presidente del Consiglio con un registratore in mano. E non si può ignorare il fatto che quella registrazione poi sia stata messa online e sbattuta in prima pagina nell’estate del 2009. Ricordo il tam tam dell’epoca: nelle redazioni dei giornali non si faceva che discutere del fattaccio a luci rosse che avrebbe fatto capitolare il Cav. Non uscì nulla di concreto, ma quello è stato il momento che ha cambiato irreversibilmente il giornalismo d’inchiesta italiano. Se Repubblica decide di guardare sotto le lenzuola del premier e può passare all’incasso del premio Pulitzer, allora gli altri giornali possono fare altrettanto. Come scrive Marlowe oggi su Il Tempo, è la stampa bellezza, solo che alcuni vorrebbero questa regola valida a senso unico. A sinistra. Ecco perché quel passaggio delle intercettazioni tra Porro e Arpisella, alla luce delle mirabolanti congetture del presente, a me pare degno di nota. O si stabilisce che siamo in presenza di una chiacchierata in libera uscita tra un giornalista e il portavoce di un’istituzione imprenditoriale, oppure siamo di fronte a un contesto che va indagato per bene e per intero.
Nel primo caso tutto finisce come dovrebbe finire, cioè in una bolla di sapone. Nel secondocaso invece s’apre uno scenario dove le indagini s’allargano a macchia d’olio e l’inchiesta sulla D’Addario e le potenziali connection con altri soggetti interessati a far cadere il premier riprende quota e vediamo a che altezza arriva. Più in alto si sale e più in caso di caduta qualcuno si fa male.

…..Due ore fa il procuratore della Repubblica di Napoli ha dichairato che il nè la Marcegaglia, nè il suo portavoce, nè Confindustria risultano indagati dalla Procura di Napoli. Allora come mai era intercettato il portavoce della Marcegaglia, tanto che i suoi colloqui con il vicedirettore de Il Giornale, Porro, hanno fato scattare la perquisizione spettacolo al quotidiano milanese e ai suoi vertici? Se il portavoce della Marcegaglia non è indagato, nè lo è il suo datore di lavoro nè lo è l’organizzazione presieduta dalla Marcegaglia, a che titolo e per quale ragione e da parte di chi è stata autorizzata l’intercettazione dei telefoni del portavoce della Marcegaglia? Siamo in un paese dove la privacy dei cittadini può essere violata al di là e al di sopra della legge? Abbiamo il diritto di saperlo e comunque è il caso che il ministro della Giustizia invii gli ispettori del  Ministero a visitare la Procura di Napoli.

DOSSIERAGGI, KILLERAGGI E POMPIERAGGI, di Giampaolo Pansa

Pubblicato il 10 ottobre, 2010 in Politica | Nessun commento »

Giampaolo Pansa ha scritto per Il Riformista un articolo che il giornale di Antonio Polito pubblica oggi in prima pagina, ripreso da DAGOSPIA. L’articolo  significativamente intitolato “dossieraggi, killeraggi e pompieraggi”  Pansa, che di certo non  può essere accusato di berlusconismo, lo ha scritto a proposito della incredibile vicenda della perquisizione del Giornale ad opera della Procura di Napoli sulla scorta di intercettazioni telefoniche e di una dichiarazione resa dalla signora Marcegaglia che nutriva apprensioni per articoli mai pubblicati. Una sorta di censura preventiva per una inchiesta mai partita e che, scrive Pansa, sono da sempre il pane quotidiano dei giornali. Salvo che siano condotte da giornali vicino a Berlusconi. Ecco cosa scrive Pansa, nel passato autore e coautore di indimenticabili inchieste giornalistiche mai definite dossieraggio o killeraggio da nessuno.

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Che cosa ho imparato nei primi anni di giornalismo? Alla Stampa, al Giorno e al Corriere della sera, mi hanno insegnato che l’inchiesta è il top della professione, la prova di eccellenza, il traguardo glorioso di un cronista. A Repubblica la pensava nello stesso modo Eugenio Scalfari. Del resto lui veniva da anni di Espresso. E con Lino Jannuzzi aveva scritto un’indagine rimasta famosa contro il Piano Solo del generale Giovanni De Lorenzo.

GIANFRANCO FINI E ITALO BOCCHINO

Piero Ottone, direttore del Corriere della sera, amava molto le inchieste. Ne ricordo una che scrissi per lui, insieme a Gaetano Scardocchia. Era il febbraio 1976 quando emerse lo scandalo Lockheed, la grande azienda americana che fabbricava aerei. La Lockheed era sospettata di aver pagato tangenti a politici italiani per facilitare la vendita dei suoi Hercules C 130, destinati all’aeronautica militare.

Vedo dai miei taccuini che Scardocchia e io pubblicammo sul Corriere ben tredici articoli, un numero insolito per l’epoca, tirando in ballo eccellenze della politica e dell’industria. Le reazioni furono tante. non escludo che nella nostra indagine ci fossero errori. Ma nessuno ci accusò di aver fatto del dossieraggio. O di aver tentato di uccidere moralmente questo o quel big.

Oggi qualunque inchiesta giornalistica sfiori un potente diventa subito un dossier. E gli autori dell’indagine vengono bollati come killer che sparano parole micidiali quanto le pallottole. Siamo dunque arrivati al dossieraggio e al killeraggio.

VITTORIO FELTRI DANIELA SANTANCHE PAOLO BERLUSCONI MAURIZIO BELPIETRO

Il lancio della nuova moda è merito soprattutto di Italo Bocchino, il numero uno delle teste di cuoio di Gianfranco Fini. Qualunque leader politico vorrebbe avere uno scudiero come lui. Bocchino ha imparato meglio di tutti una vecchia lezione mediologica: il mezzo è il messaggio. Se ripeti all’infinito, su tutti i media, che l’uovo di Cristoforo Colombo era di gesso, qualcuno finirà per crederci.

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Dopo cinquant’anni di giornalismo, posso permettermi di ridere delle trovate di Bocchino. Pensando che anche lui, come tutti i ras della casta partitica, preferisca il pompieraggio. Ossia l’arte di spegnere con getti d’acqua gelida qualsiasi notizia in grado di infastidire un leader. E al tempo stesso pomparne l’immagine illibata, priva di macchie. È quanto è stato tentato per Gianfranco Fini e per la storiaccia della casa di Montecarlo, del cognato intraprendente, dei favori ottenuti dalla Rai.

Ma Il Giornale di Vittorio Feltri e Libero di Maurizio Belpietro sono andati avanti per la loro strada. Suscitando la desolata irritazione dei media che da sempre combattono Silvio Berlusconi con le stesse armi. Ossia con campagne giornalistiche protratte per settimane e settimane, senza andare per il sottile. Anche in questo caso è prevalsa la nevrosi anti-Cav. Se l’obiettivo è il maledetto Berlusca, tutto è lecito. Se invece sotto tiro stanno gli oppositori del premier, allora devono entrare in scena i pompieri.

Emma Marcegaglia

Ho spiegato più volte che del Cavaliere non m’importa nulla. Non l’ho mai votato, né l’ho mai frequentato. La stessa indifferenza ho per il presidente della Confindustria, la signora Emma Marcegaglia. Adesso nel mirino del Giornale e di Libero c’è lei, per aver dichiarato al pubblico ministero napoletano di sentirsi minacciata dal quotidiano di Feltri e di Alessandro Sallusti. Per di più a causa di articoli mai pubblicati, però pubblicabili. Avallando in questo modo un’indagine pesante sul comportamento del vertice del Giornale, Sallusti e Nicola Porro.

Sono convinto che l’inchiesta giudiziaria si rivelerà una bolla di sapone. Ma posso anche sbagliarmi. Un antico detto cinese sostiene che la giustizia è come un timone: dove lo giri, la barca va da una parte o dall’altra. Sull’affare Marcegaglia esistono però un paio di certezze.
La prima riguarda il comportamento della signora Emma.

Fare il presidente di Confindustria è un mestiere simile a quello del leader di partito. Palmiro Togliatti sosteneva che, per fare politica, fosse necessario avere la pelle del rinoceronte. Vale a dire essere insensibile ai colpi degli avversari. Ho fatto in tempo a conoscere Angelo Costa, l’armatore genovese per due volte capo di Confindustria. Era un vero duro, classe 1901, e non sarebbe mai andato a lamentarsi con un altro padrone dei problemi che gli potevano venire da un giornale.

CONFALONIERI FELTRI

La potente signora Marcegaglia, invece, si è comportata come Winston Churchill, senza esserlo. Lui diceva: «Parlo soltanto con le proprietà dei giornali, mai con i direttori e i giornalisti». Emma si è condotta così, telefonando a Fedele Confalonieri, che sta nel consiglio d’amministrazione del Giornale. Senza rendersi conto di maneggiare un boomerang. E di mettersi al centro della scena. Un palco ruvido perché non privo di problemi per la sua azienda.

Lei temeva un dossier e l’ha avuto subito. Prima ancora che dal Giornale e da Libero, da una testata della sponda opposta. È Il Fatto Quotidiano che, con un giorno d’anticipo, ha pubblicato lo scabro articolo di un bravo giornalista economico, Vittorio Malagutti. Intitolato “Quanti guai per l’azienda di Emma la zarina”.

Morale della favola? In tempi di politica debole e confusa, i giornali è meglio lasciarli stare. Stampare notizie sgradite ai potenti è sempre stato il loro compito. Del resto il clima cattivo, denunciato per primo dal “Bestiario”, non è colpa della stampa. Bensì dei violenti che la minacciano di continuo, anche nelle persone dei giornalisti. Come è accaduto, sta accadendo e seguiterà ad accadere.

DA DAGOSPIA, 10 OTTOBRE 2010

TORITTO COME NAPOLI

Pubblicato il 9 ottobre, 2010 in Il territorio | Nessun commento »

PIAZZA VITTORIO EMANUELE

Poche ore fa, nel nostro centro cittadino,  un ragazzo di 22 anni, che aveva precedenti penali, è stato ucciso con 4 colpi di pistola sparati a bruciapelo  da due sicari che gli sono giunti alle spalle in motorino con in testa il casco che li rendeva irriconoscibili. Il ragazzo non è morto subito ma durante il trasporto in ospedale.

Sembra la cronaca di un fatto avvenuto a Napoli o in qualsiasi altro centro,  sopratutto delle regioni ad alta densità criminale,  dove purtroppo la criminalità organizzata ci ha abituato ad episodi del genere. Ed invece è la cronaca di un episodio che è avvenuto, poche ore fa, nel centro cittadino di Toritto, la nostra Toritto,  nella piazza Vittorio Emanuele, intorno alle 20, quando nella piazza c’è ancora gente, sopratutto giovani che a quell’ora si affollano intorno ai tavoli all’aperto di una rosticceria che è situata in quella piazza. E’ immaginabile facilmente lo sgomento dei presenti ma ancor più è immaginabile facilmente lo scoramento, lo stupore, la paura, il terrore che  a questa notizia avrà invaso l’animo della nostra piccola comunità che benchè non sia davvero una isola felice, mai aveva vissuto esperienze di questo genere e di tale violenza.

I carabinieri, intervenuti nel giro di pochi minuti, hanno immediatamente iniziato le indagini che ci auguriamo possano portare al più preso ad individuare gli autori  e i mandanti di questo omicidio che ci lascia sgomenti sia per l’età della vittima, sia per l’efferratezza e la tecnica usate, che fanno pensare, e lo hanno subito dichiarato i carabinieri, a persone esperte come autori e ad un regolamento di conti come movente.

Lasciamo alle forze dell’ordine l’onere delle indagini, ma noi abbiamo il dovere di chiederci cosa stia accadendo nella nostra piccola comunità.

Non è una isola felice, come nessuna comunità, piccola o grande, lo è o lo è più, se mai lo è stata nel passato. Ma la violenza che che sta dietro questo episodio provoca domande, una sopratutto: cosa sta succedendo a Toritto? E’ diventata forse il centro di guerre tra bande, territorio di scontro tra delinquenti organizzati? C’entra la droga che a sentire taluni circola abbondantemente?

Tre anni fa i carabinieri effettuarono un blitz con cui  sgominarono una banda di spacciatori, per lo più ragazzi, alcuni dei quali anche appartenenti  a famiglie non  benestanti ma dignitose,trascinati nel giro degli spacciatori  dalla speranza di facili guadagni.  Si sperò che l’azione dei carabinieri coordinati dalla Procura della Repubblica di Bari avesse sradicato il malaffare legato alla droga che si disse imperversava tra i giovani del nostro paese. Non ne siamo più certi visto questo episodio che ci fa apparire per quello che di certo non siamo, cioè una comunità di violenti.

Non possiamo ignorare  ciò che tutti denunciano. Una impressionante latitanza delle Istituzioni, da quelle politiche  a quelle amministrative.Una latitanza che di certo non è la sola responsabile di quello che sta accadendo ma che di certo è stata lievito per il dilagare di una disastrosa deriva sociale che non si combatte con le parole nè con gli anatemi ma con i fatti concreti, con le proposte che debbono mirare a convogliare tutti gli sforzi e gli sforzi di tutti,  verso il bene comune, verso la salavaguardia del patrimonio più importante della nostra società: i giovani.

A chi tocca l’onere dell’inizaitiva se ne assuma la responsabilità. g.

ERA MIO PADRE ED E’ MORTO DA BAMBINO

Pubblicato il 9 ottobre, 2010 in Costume | Nessun commento »

Marcello Veneziani, scrittore e saggista, biscegliese di nascita, l’altro ieri ha perduto il papà, preside in pensione, che aveva 96 anni. Al suo papà Veneziani ha dedicato  sulle pagine de Il Giornale di cui è prestigioso collaboratore un ricordo accorato e struggente che ci piace pubblicare perchè potrebbe essere il ricordo accorato e struggente di ciascuno  di noi del proprio papà. E’ anche un modo per essere vicino affettuosamente   a Marcello Veneziani, il più noto e di certo il più valente intellettuale di Destra, col quale condividiamo idee e speranze.

Mio padre aveva gli occhi azzurri e guardava la vita con tenerezza celeste. Non reggeva la sua durezza, ne fuggiva le asprezze e si rifugiava nel mare, nel sole, nella scuola e nelle letture. Curava i suoi libri come si curano le piante, face­va giardinaggio filosofico. Animo genti­le prima che gentiluomo, amava dimet­tersi e pagava in anticipo per non avere mai debiti. Rimase per una vita nel pae­se natìo, non conobbe paesi stranieri, metropoli, traffico e affanni. Barattò il proprio tempo per il proprio luogo, pre­ferì Socrate all’automobile. Gli bastava Kant per conoscere il cielo stellato, senza mai sa­lire su un aereo. In età grave non sopporta­va più la vita che si era fatta buia, sorda e pesante, e lui aveva la leggerezza degli spiriti delicati. Alla fine il suo corpo si era adeguato al­la fragilità del carattere; le sue piume di cristallo si era­no scheggiate. Scrivo di mio padre ma so di parlare di ogni padre perduto, non c’è cosa più universale degli af­fetti privati. E se il mondo ti istiga a rendere pubblico ciò che è intimo, tanto vale esibire gli affetti più intimi. La notte dopo il funerale ho voluto dormire nel suo letto. Era il letto nuziale, più di sessant’anni di notti con mia madre. In quel let­to son nato, là in mezzo a loro ho dormito i miei primi anni. Approfittando della loro assenza, volevo torna­re nella loro stanza, tra i lo­ro oggetti, il comodino gre­mito di lui, i suoi vecchi ar­nesi per vivere e per spera­re, sotto quel Gesù che si af­faccia sul letto e benedice i dormienti. Ho rivisto un mondo, nella veglia e nel sonno. Ho ricordato ogni cosa, dalla borsa calda che ci passavamo tra i piedi ai racconti prima di dormire, accarezzandomi la testa. Penso alle ultime volte che ho camminato con lui. Mano nella mano a mio pa­dre, come cinquant’anni prima. Ma il bambino sta­volta era lui; non vedeva e non sentiva quasi più, e non sapeva più camminare da solo. Stava svanendo la sua mente e a volte, dopo una giornata trascorsa in ca­sa, chiedeva di tornare a ca­sa. Non era demenza seni­le, ma una traccia estrema di lucidità e una richiesta di­sperata di aiuto: chiedeva di tornare in sé, di ritrovare il suo corpo e la sua mente, e usava la metafora più ele­mentare, la casa, per invo­care il ritorno. Era una spe­cie di Ulisse a rovescio che non era mai partito da Ita­ca, ma la sua mente era par­tita da lui, in un’odissea sen­za ritorno, facendolo senti­re straniero in casa sua. Vo­leva ritrovare Penelope, il telaio e la trama perduta della sua vita. E rincasare tra i suoi libri e le sue abitu­dini. Pochi anni fa aveva tra­dotto il de Senectute ; ora in­vece lo attraversavano a vol­te allucinazioni brevi e gen­tili, si chinava a cogliere qualcosa di prezioso o tira­va con l’indice e il pollice un filo invisibile che solo lui vedeva: raccoglieva fiori metafisici, gemme platoni­che, avrebbe detto lui stes­so quando insegnava filoso­fia. Quando perdeva lucidi­tà il suo sguardo era una la­vagna cancellata da ogni traccia di sé, e pure la bocca sembrava perdersi nelle ru­ghe del vuoto. Ha riacqui­stato da morto la dignità si­gnorile della sapienza. La mente offuscata gli donava tuttavia il candore dei cin­que anni, il suo viso era co­me liberato da novant’anni di vita e tornato bambino come nella foto vestito da marinaretto, sgombro da pensieri e memorie. È dol­g ce scoprire in un vecchio do­ve si nasconde il bambino, snidarlo negli sguardi e nei modi di atteggiarsi. Ma è un esercizio che costa a chi lo ama, perché se lo vedi bam­bino vedi svanire dal suo volto la vita e la storia da cui tu discendi, l’incontro con tua madre, la tua famiglia, la paternità, i libri e la me­moria di te. Rinunci a quel che di te c’è in lui pur di sal­varlo dall’oltraggio della vecchiaia. Dai bambino, apri gli occhi, non scherza­re con la morte. Una delle ultime volte che venni a trovarlo era se­duto sulla sua poltrona inondata dal sole e aveva gli occhi socchiusi. Mi se­detti accanto a lui, gli sfio­rai le mani e gli sussurrai qualcosa all’orecchio per avvertirlo della mia presen­za. Lui mi guardò appena, muto e vago, poi mi chiese chi fossi. Dissi ad alta voce il mio nome, e lui biascicò sottovoce come parlando a invisibili terzi: ah, è il fratel­lo… Ma sono tuo figlio, guar­dami, alzai la voce. Mio pa­dre accennò di traverso uno sguardo, tacque, poi ri­salì dal silenzio e mi chiese come se fosse tornato alla normalità: hai visto sul gior­nale se c’è la notizia della mia morte? Gli presi le ma­ni e gridai: babbo, che dici, sei vivo, stai a casa tua. Co­me redarguito, mio padre girò leggermente la testa dall’altra parte, serrò le lab­bra come un portone anti­co mentre due lacrime bril­lavano alle estremità dei suoi occhi perduti nella not­t e. Alla fine in ospedale, gli massaggiavo a lungo la spal­la, ormai scheletrita, per dargli un estremo conforto e per riceverlo. Era l’ultimo modo per stabilire un con­tatto con lui. Vivendo lonta­no, non l’ho accudito come hanno fatto i miei fratelli; gli ho solo cucito vestiti di parole. Ma a quegli abiti lui ci teneva. Ho perso il mio primo e più affezionato let­tore, ho perso il mio primo e indispensabile autore. In uno dei momenti di se­rena lucidità, la sua badan­te gli stava raccontando che sarei partito in barca per un viaggio. Poi gli disse: «Presi­de, perché non vai pure tu con lui inbarca?» Ero vicino a scrivere, mi fermai per guardarlo, lui si illuminò in viso e più volte ripetè riden­do: «Io in barca…». Sorride­va come un bambino e soc­chiudeva gli occhi azzurri, il padre mio. Chissà cosa so­gnava: la vita che si riapre al largo, il passato che riemer­ge dai flutti, una carezza di vento in alto mare. Alla fine è salpato da solo. Però mio figlio ha gli oc­chi azzurri. Marcello Veneziani

ARBITRO E CAPITANO: LA FURBIZIA DI FINI IL MORALISTA

Pubblicato il 9 ottobre, 2010 in Politica | Nessun commento »

Mentre il presidente della Camera Gianfranco Fini è a Palermo per l’assemblea dell’Osce (Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa), il leader di Futuro e libertà Gianfranco Fini è a Palermo per fare campagna elettorale. Del resto, che ci fossero alcuni (piccoli) vantaggi nel vestire contemporaneamente la casacca dell’arbitro e quella da capitano di una delle squadre in campo, c’era da aspettarselo. Per il diretto interessato – regolamento della Camera alla mano – si tratta di elementi trascurabili, innoqui: «Altri presidenti della Camera in tempi recenti hanno svolto un ruolo politico e non credo che ci sia nulla di male se lo faccio anch’io», ha spiegato lui stesso ad Annozero, ma la giornata di ieri ha dato la misura delle conseguenze che avrà sulla vita politica del Paese Gianfry versione «Two face».
Aprendo i lavori della riunione autunnale dell’assemblea dell’Osce, Fini detta l’agenda per la lotta alla criminalità organizzata, schierandosi a fianco di pm e forze di polizia ed esortando il Parlamento a intervenire «per mettere a disposizione le risorse tecniche necessarie alle forze dell’ordine e alla magistratura che devono confrontarsi con la sofisticata tecnologia ormai nelle mani della malavita». L’invito del presidente della Camera arriva nel pieno delle polemiche tra la magistratura e Silvio Berlusconi, dopo il nuovo affondo del premier sulle toghe e con l’accusa della presenza di un’associazione per delinquere tra i magistrati. Il plauso dell’Idv alle parole di Gianfry arriva puntuale, come spesso accade negli ultimi tempi. Parlando davanti ai parlamentari di 56 paesi, Fini sfiora poi un altro argomento caro al presidente del Consiglio, quello delle intercettazioni e dell’informazione. Anche qui il presidente della Camera si schiera apertamente: «La lotta alla criminalità organizzata – spiega – richiede la mobilitazione degli organi d’informazione, presupposto importante per la mobilitazione dell’opinione pubblica che deve passare dalla generica indignazione morale al concreto coraggio civile. Per potere realizzare questi obiettivi occorre rafforzare gli spazi di libertà e di pluralismo della stampa».
Già, il pluralismo. Questione spinosa: da un lato Gianfry accusa i giornali di «infamia» nei confronti suoi e della sua famiglia e chiama la presidente di Confindustria Emma Marcegaglia per esprimerle solidarietà dopo il presunto «dossier» de Il Giornale (in questi casi la libertà di stampa non viene neanche presa in considerazione), dall’altro dovrà essere proprio lui (il presidente della Camera, chi altrimenti?) a calenderizzare a Montecitorio la mozione – firmata da tutti i deputati Fli – per impegnare il governo ad assicurare il pluralismo nel servizio pubblico radiotelevisivo. Strano conflitto (d’interessi?). È nel pomeriggio, comunque, che Fini – tolte le vesti istituzionali – può dare il meglio di sé. Intanto dà la sua santa benedizione al «biscotto» nato nel governo della Regione Sicilia, che ha unito niente popò di meno che Pd, Mpa, Fli, Api e Udc. «Auguro a questa giunta, al di là della sua identità politica, il pieno successo affinché dimostri che sia possibile amministrare in maniera efficiente nel Sud con buona pace di quanti ritengono, anche non apertamente in cuor loro, che non vi siano argomentazioni capaci», spiega. Poi, incontrando alla Tonnara Bordonaro, i dirigenti siciliani di Fli annuncia: «I nostri capisaldi sono la questione morale, la legalità, una politica di attenzione verso il Sud, la ridefinizione del concetto di cittadinanza e la questione sociale».
I «cinque punti» del programma del presidente della Camera, insomma. Anche se, a sentir lui, «il Paese in questo momento di tutto ha bisogno tranne che di andare a votare. Tuttavia – è lui stesso a lasciare uno spiraglio – valuteremo in corso d’opera». In ogni caso, il ministro per le Politiche europee, il finiano Andrea Ronchi, non ha dubbi: «Il candidato naturale del centrodestra, nel centrodestra, per il centrodestra, è Gianfranco Fini – spiega e, commentando alcune idee di terzo polo, aggiunge – mi dispiace per chi pensa ad altre ipotesi alternative e strampalate che sono frutto soltanto di scemenza mentale». Un’idea («alternativa e strampalata»?) la ha avuta Gaetano Quagliariello: «Il Centro destra un leader ce l’ha già, è Silvio Berlusconi, anche se cercano in tutti i modi di farlo fuori. È lui il vero elemento di vantaggio del centrodestra nei confronti della sinistra. O il centrodestra assume un atteggiamento masochista oppure, se disponibile, è lui il candidato per il 2013». Pensa che «scemenza»!

.…Pensiamo che l’unica idea strampalata l’abbia avuta il ministro Ronchi, per altri versi, persona accorta, quando ha   immaginato Fini  come leader naturale del centro destra nel 2013.  Forse voleva dire nel 3013 e  allora, semmai,  del centrosinistra….