URSO, L’ORGIA DEL DOPPIOPESISMO

Pubblicato il 9 ottobre, 2010 in Il territorio | Nessun commento »

L’on. Urso è un deputato ex AN eletto nel PDL e trasmigrato nel FLI di Fini, neo parito del  quale è candidato a diventare segretario, ovvero marionetta di Fini, visto che è Fini che tiene le redini, dà gli ordini, stabilisce la rotta e anche le collisioni.

Nel frattempo Urso continua ad essere viceministro del Governo presieduto dal premier Silvio Berlusconi il quale, come è noto a tutti ma sembra che non lo sia ad Urso, per mesi è stato oggetto di uno scellerato chilleraggio mediatico ad opera di giornali e trasmissioni televesive che si sono avvalsi di falsi dossier addirittura video montati per demolire l’immagine del capo del governo del quale Urso è viceministro.

Non ci ricordiamo una sola parola dell’on. Urso a difesa di Berlusconi e di condanna di quanti usavano sisemi e metodi da buchi della serratura per incanaglire il clima politico e anche quello sociale. Aveva perso la parola l’on. Urso.

L’ha ritrovata invece poche ore fa per intervenire a proposito della vicenda del Giornale perquisito quasi fosse un covo di spietati criminali e di pervicaci mafiosi.

Ecco il fiore delle sue dichiarazioni:”Una cosa e’ la liberta’ di informazione, che noi tutti dobbiamo sempre e comunque difendere, altra cosa l’azione di dossieraggio contro chi dissente o solleva critiche o obiezioni che non possiamo assolutamente tollerare”.

“Non si può colpire tutti   dal direttore di ‘Avvenire’, al presidente di Confindustria, alle massime cariche istituzionali. Occorre ricomporre un quadro di confronto civile, senza pregiudizi, corretto, equilibrato e rispettoso dei ruoli. Un confronto civile giova a chi governa, soprattutto giova al Paese”.

Il riferimento al Giornale, a Feltri e ai giornalisti del Giornale è evidente e squallido,  perchè Il Giornale, anche se ciò sfugge ad Urso, fa il suo mestiere, come lo fanno tutti i giornali del  mondo,  che è quello di raccontare i fatti e le notizie ai propri lettori, separando, come insegnavano Montanelli e l’abc del giornalismo, fatti e notizie dalle opinioni.  Ed è  squallidamente evidente che Urso, silente quando  è stato adottato  il sistema Boffo contro Berlusconi, ha ritrovato la parola e il riferimento  al caso  Boffo (per il quale con un coraggio encomiabile Feltri ha chiesto scusa)   perchè si tratta del Giornale, il quotidiano che ha scoperto e sputtanato il caso della casa di Montecarlo che ormai è comune convincimento essere passata dalla proprietà di AN a quella del cognato del suo “capoccia” con un  guadagno di un milioncino di euro, senza dimenticare il sistema usato per far sparire l’affare e il compratore.

Senza dimeticare anche che l’on. Urso forse ha qualche ragione personale per essere tanto velenoso con il Giornale che  ha rivolto qualche attenzione anche a qualche suo affare di famiglia, legittimo cone lo stesso Urso si è precipitato precisare ma del quale forse Urso preferiva che non si parlasse.

Ma forse Urso non sa che nelle democrazie liberali, quelle alle quali il suo capoccia ad ogni piè sospinto fa finta di  ispirarsi, i giornali e i giornalisti fanno proprio questo mestiere:sputtanano i potenti, mica gli impiegati del catasto.g.

MIRACOLO NEL DESERTO DEL CILE: LA TRIVELLA RAGGIUNGE I 33 MINATORI

Pubblicato il 9 ottobre, 2010 in Il territorio | Nessun commento »

La trivella ha raggiunto i minatori Guarda le foto 1 di 13 La trivella ha raggiunto i minatori
Cile: miracolo nel deserto dell'Atacama dell’inviato Martino Rigacci

MINIERA SAN JOSE’ – Tutto ‘Esperanza’ piange, fa festa, si abbraccia, urla: sono le 08:05 e nel cuore del Deserto dell’Atacama e’ arrivata la notizia che l’accampamento aspettava da giorni. La mega-trivella T-130D dei tecnici cileni ha finalmente bucato la terra nella direzione e profondita’ giusta, raggiungendo il punto nel quale 33 uomini lottano da 65 giorni per la vita. Sono attimi di gioia, e di tanta emozione accumulata per lunghe settimana, soprattutto per i familiari dei 33, tutti cileni meno un boliviano. Nei primi minuti quasi non riescono a parlare, si abbracciano, circondato dai giornalisti di tutto il mondo: nella concitazione dal circo mediatico si sentono urla in diverse lingue, un cameraman cade sulla ‘calle larga’ dell’accampamento, i cronisti delle reti all-news cilene saltano da una tenda all’altra alla ricerca delle prime dichiarazioni. Mentre all’accampamento la ‘camanchaca’ (la fitta nebbia che viene dal Pacifico) inizia a lasciare spazio al sole, la felicita’ e’ ormai incontenibile.

I primi a sapere che tutto e’ andato bene, e che la trivella e’ giunta a destinazione, sono stati proprio i familiari. Qualche attimo e la notizia diventava ‘ufficiale’: i tecnici all’ingresso della miniera alzavano le braccia e applaudivano, dalle auto si facevano sentire i clacson, i carabineros si baciavano con i parenti dei minatori, e nella piccola scuola ‘San Jose’ uno dei familiari faceva risuonare senza mai stancarsi una campana. Pochi minuti dopo la sirena della miniera azionata dai tecnici ha coperto con il suo suono l’intero accampamento, mentre dappertutto si moltiplicava l’urlo ‘Chi-chi-chi, le-le-le, los mineros de Chile’.

Ennesima conferma che tutto era andato veramente bene e che ora il ‘D-Day’, il momento in cui i 33 usciranno, e’ veramente piu’ vicino, forse lunedi’, forse martedi’, comunque nei prossimi giorni. In mezzo alla festa, una donna che portava una bandiera cilena e’ scattata di corsa – subito seguita da una lunga fila di giornalisti – verso l’altura che sovrasta Esperanza, dove da tempo sono state conficcate nella terra del deserto 33 ‘banderas’, una per ogni minatore, il luogo simbolo, quasi una specie di santuario, dell’ accampamento. Poco dopo e’ raggiunta da altri familiari. Il gruppo canta l’inno nazionale cileno.

TRIVELLA ‘LEPRE’ T-130 VINCE LA CORSA - Prima la chiamavano la ‘trivella-miracolo’ poi la “lepre”: è la perforatrice T-130 che oggi è riuscita a completare il pozzo per salvare i 33 minatori di San José, e che è ormai entrata nella storia “mineraria” del Cile. Proveniente da un altro giacimento cileno, chiamato Ines de Collahuasi, la T-130 ha iniziato a bucare la terra del Deserto dell’Atacama lo scorso 7 settembre.

Qualche giorno dopo, la trivella ha urtato uno strato roccioso imprevisto, provocando la rottura della prima delle tante punte sostituite durante i 33 giorni di perforazione: “E’ un dato curioso, 33 giorni per 33 minatori”, ha fatto notare il ministro alle risorse minerarie, Laurence Golborne, nel suo primo commento dopo il completamento del lavoro. Fin dai primi giorni dall’inizio della perforazione, i media cileni hanno dato un nome a ognuna delle tre trivelle messe in campo dai tecnici per raggiungere i 33: così, la perforatrice petrolifera Rig 421 – al centro del Piano C – è stata chiamata “l’elefante” per le sue dimensioni, mentre la Strata – quella del Piano A – è conosciuta come la “‘tartaruga”, perché più lenta nello scavo. Ad avere la meglio e a raggiungere oggi i 33 in profondità per prima, è stata quindi la “lepre”, la protagonista del Piano B, quello che alla fine ha avuto successo.

FONTE ANSA 9 OTTOBRE 2010

MARCEGAGLIA , L’EROINA

Pubblicato il 9 ottobre, 2010 in Il territorio | Nessun commento »

Stamattina Il Giornale, giusto quanto aveva annunciato ieri Vittorio Feltri, ha pubblicato il famoso dossier sulla signora Emma Marcegaglia. Ma non è quello che cercavano i carabinieri di Napoli, distolti dalla guerra alla criminalità organizzata, alla camorra, alla delinquenza comune e no,  che attanaglia Napoli e la sua provincia e la sua regione;  carabinieri inviati dai pm napoletani, con alla testa il noto e famoso investigatore che non ne azzecca una, cioè l’anglo-napoletano Woodcock, nella sede del Giornale, a frugare nei cassetti, nelle scrivanie e sinache nelle mutande di Sallusti e di Porro,no, non è quello perchè quello non esisteva, non era mai esistito.  Quello pubblicato stamattina dal Giornale, è la raccolta di articoli pubblicati negli ultimi due anni e negli ultimi mesi dalla stampa progressista e di sinistra, che non  risparmia critiche, come è nel diritto dei giornali e dei giornalisti, sulla signora Marcegaglia, sui suoi parenti, e sul suo gruppo industriale, articoli che raccontano le peripezie, anche giudiziarie del Gruppo indfustriale che fa capo alla famiglia della presidentessa degli industriali italiani. E mentre con feroce ironia Vittorio Feltri nel suo editoriale fa strame dei dolori fasulli o almeno esagerati  della Marcegaglia, costei sulle colonne del Corriere della sera si fa eroina per dichiarare che lei “andrà avanti” perchè lei non ha nulla da temere.   Ovviamente, è sottinteso,  nonostante le “minacce” dei giornalisti del Giornale per difendersi dalle quali la signora aveva chiamato Fedele Confalonieri. Ecco una bella domanda: se la signora non aveva nulla da temere, perchè mai si è rivolta all’”amico” Confalonieri perchè il Giornale non materializasse le sue “minacce”? Non è contradditorio rispetto alla sua rivendicata assenza di timori di qualsiasi genere?  E altra domanda intreressante: Perchè mai dopo aver avuto assicurazioni da Confalonieri che quella  del vicedirettore del Giornale al suo portavoce (quanti danni fanno i portavoce!) era solo una bufala tra amici (amici?!) perchè poi dinanzi al pm di Napoli ha manifestato timori che come lei stessa sostiene non aveva ragione di nutrire? Ci risiamo. In Italia, un paese in ui il tondo diventa quadro e il quadro tondo, nessuno riesce a sottrarsi al piacere dell’eroismo a buon mercato. Solo che ben altri sono gli eroismi e ben altri sono gli eroi come in queste ultime ore purtroppo ancora una volta abbiamo dovuto constatare. E si rassicuri la signora Marcegaglia, a parlar male del govenro in questo paese non porta male, anzi fa bene, fa benissimo. Lo chieda a Fini, quando l’incontra per raccogliere  di persona la solidarietà di chi come,  abbiamo già scritto,  dal “mal comune fa scemare la pena”. Senza peraltro che si possa ottenere che la libera stampa non faccia il suo dovere. Sempre. g.

P.S. iL presidente di Mediaset Fedele Confalonieri, in attesa di essere sentito come persona informata dei fatti dalla Procura di Napoli che, come è noto, non ha altre preoccupazioni per la testa che sentire le conversazioni telefoniche tra il vicedirettore del Giornale e il portavoce della Marcegaglia, ha dichiarato alla sampa che quando su richiesta della Marcegaglia interpellò Vittorio Feltri sul presunto doassier del Giornale sulla presidentessa di Confindustria, ebbe dallo stesso Feltri, che cadeva dalle nuvole, rassicurazione della assoluta inesistenza di qualsivoglia dossier. E, ha aggiunto Confalonieri, di ciò informai la Marcegaglia. Si è visto in che conto ha tenuto la signora Marcegaglia le rassicurazioni ricevute. E in che conto tiene un autorevole esponente di quella Economia che lei intende tutelare.

HANNO PAURA DEI GIORNALI, editoriale di Mario Sechi

Pubblicato il 9 ottobre, 2010 in Il territorio | Nessun commento »

I giornali che hanno una forte identità culturale ed esprimono idee forti oggi sono i protagonisti della politica italiana. Politica che s’è persa tra le nebbie, travolta da una magistratura che ha esondato al punto da essere più forte del legislatore.

Personaggi del presepe con giornali e bavaglio A occhio e croce mi pare che il Paese sia lievemente impazzito e faccia una grande fatica a riprendere il lume della ragione. Andiamo con ordine.
1. Il Giornale decide di fare un’inchiesta giornalistica su Emma Marcegaglia, presidente di Confindustria. La signora critica il governo. Fa il suo mestiere. I giornalisti fanno il loro e decidono di vedere se ella fa parte del club di quelli che predicano bene e razzolano male oppure se siamo in presenza di una persona virtuosa dalla quale prendere esempio.
2. I cronisti contattano le più varie fonti, parlano, fanno battute, intrattengono quelle relazioni ruvide o amichevoli che sono il sale di questo mestiere.
3. Una procura capta le telefonate e non capendo un accidente di come funzionano i giornali gira un film da James Bond.
4. Vittorio Feltri, Alessandro Sallusti e Nicola Porro, tre chiari pericoli pubblici, finiscono sotto inchiesta per non si sa bene quale motivo.
5. In qualsiasi democrazia rispettabile tutti gli altri giornali avrebbero scritto che siamo in presenza di un attacco alla libertà di stampa. In Italia no.
6. La presidente degli industriali, editore di un giornale che si chiama Il Sole 24Ore, sembra non cogliere il fatto che una simile iniziativa della magistratura, se avallata, potrebbe minare l’attività anche dei giornalisti del principale giornale economico italiano. Le notizie non arrivano per intercessione dello Spirito Santo o della mano di Confindustria.
7. Dalle intercettazioni apprendiamo che per il portavoce della signora Marcegaglia il direttore de Il Sole 24Ore è stato nominato con la benedizione di tutti, Silvio Berlusconi, la sinistra e i padroni del vapore. Nessuno sente il bisogno di smentire, di dire che Gianni Riotta è stato chiamato al suo posto per merito e non per altre vie piuttosto brevi.
8. La presidente Marcegaglia dichiara urbi et orbi: «Vado avanti». Se non siamo indiscreti: dove? Sarebbe bello capirlo, perché così qui a Il Tempo possiamo riempire i tasselli di questo mosaico che si sta facendo intrigante e davvero istruttivo.
9. En passant, dal polverone sollevato sui colleghi di via Negri, si leva una notizia vera: a Napoli vogliono vederci chiaro su alcune operazioni che riguardano i rifiuti di Napoli e anche le imprese della famiglia Marcegaglia. Tutti dimenticano di mettere in bella evidenza questo dettaglio. Qui per noi sono tutti presunti innocenti.
10. Largo Fochetti si sveglia e Repubblica lancia in campo la penna di Giuseppe D’Avanzo, gran giornalista, ma ogni tanto troppo innamorato delle teorie del complotto. Il commissario Davanzoni ignora come funzionano le cose a Il Giornale e soprattutto dimentica che anche in via Negri e in altri quotidiani ci sono dei giornalisti piuttosto svegli e svelti.
Sono dieci punti fermi di questa storia, ma potrei arrivare a venti e continuare in un rosario surreale. Quando abbiamo appreso la notizia dell’inchiesta sui colleghi de Il Giornale in riunione di redazione siamo scoppiati a ridere. Poi ci siamo detti: non si può fare questo mestiere se un pincopallino qualsiasi ti mette sotto inchiesta perché cazzeggi al telefono, fai il duro o il tenero con una fonte e non capendo un fico secco ti fa diventare un criminale. Libertà di stampa adieu. La verità è che i giornali che hanno una forte identità culturale e gusto per l’inchiesta oggi sono i protagonisti della politica italiana. Fanno l’agenda. Loro malgrado, sono diventati veri giornali-partito perché a differenza della politica esprimono idee forti. Sono quasi sempre fastidiosi per il potere e non inquadrabili – a destra e a sinistra – nella logica dell’establishment che ha un obiettivo contrario: sopire, silenziare, imbavagliare. Ecco perché Fini si schiera con la Marcegaglia e dimentica cosa diceva ai tempi della legge sulle intercettazioni. Gli fa comodo il silenzio e cerca l’appoggio dei poteri forti. La crisi del 2008 ha rivoluzionato l’editoria, in edicola sopravvive solo chi ha identità forte, cura il rapporto con il lettore, fa inchieste e dice da che parte sta. Tutto chiaro, nessun inganno. Lo fanno i direttori di Repubblica, Il Fatto, Il Giornale, Libero, Il Tempo e altri che pensano al mercato e non al Palazzo. Mentre infuria questa battaglia, la politica s’è persa tra le nebbie, travolta da una magistratura che ha esondato al punto da essere più forte del legislatore. Attendiamo che il governo si risvegli dal riposo estivo. Ecco perché oggi i giornali sono nel mirino: provare a eliminare un direttore di quotidiano o intimorirlo fa notizia, è un boccone prelibato. Voglio proprio vedere chi saranno i complici di questo gioco al massacro dove la libertà di stampa è un bene solo se è di sinistra e si occupa solo dei guai della destra. Vedremo. E scriveremo.

L’ITALIA IN LUTTO

Pubblicato il 9 ottobre, 2010 in Il territorio | Nessun commento »

Questa mattina, in Afghanistan, altri quattro soldati italiani sono morti a causa di un attentato  dei terroristi talebani. Un quinto soldato è in gravisisme condizioni e si teme per la sua vita. Sino ad ora sono 34 i militari italiani facenti parte della missione di pace in Afghanistan ad aver perso la vita nello svolgimento del loro dovere. L’Italia è nuovamente in lutto  e ad esprimere il cordoglio della Nazione sono stati il presidente della Repubblica, il presidente del Consiglio e il ministro della Difesa. Ci uniamo al generale cordoglio inchinandoci dinanzi alle salme dei nostri militari che  nello svolgimento del loro Dovere, hanno sacrificato la loro vita in nome del più alto dei sentimenti:la Pace. g.

WOODCOCK, IL PM CHE INVESTIGA SEMPRE SUL NULLA

Pubblicato il 8 ottobre, 2010 in Politica | Nessun commento »

Il pm John Henry Woodcock Henry pioggia di inchieste. Ormai lo sanno tutti che le iniziative giudiziarie del pm Henry John Woodcock non approdano a molto. Secondo solo a Baltazar Garzon, il pubblico ministero spagnolo che si era messo in testa di processare il mondo intero, il nostrano Woodcock non gli è da meno. Appena quattro anni fa, il Presidente della Camera Gianfranco Fini gli consigliò di cambiare lavoro: «Woodcock – disse l’allora leader di An – è un signore che in un paese serio avrebbe cambiato già mestiere». (Dichiarazione del 18 giugno del 2006). Ma il Csm si è sempre guardato bene dal farlo. Come ha ricordato qualche giorno fa Giancarlo Perna su Il Giornale (un caso?), sono ben 210 le persone che il pubblico ministero Woodcock ha tirato dentro le sue indagini e che poi si sono dimostrate innocenti.
La posizione di Flavio Briatore è stata archiviata di fronte alle presunte irregolarità per il «Billionaire»; archiviazione anche per Francesco Storace in merito all’assegnazione di un immobile dello Iacp; la stessa misura viene presa anche nei confronti di Maurizio Gasparri, ingiustamente accusato di favoreggiamento. L’ultimo buco nell’acqua di Woodcock riguarda Vittorio Emanuele di Savoia, che viene arrestato il 16 giugno del 2006, per 7 giorni, con la grave accusa di associazione per delinquere. L’inchiesta approda a Roma dopo che il tribunale di Potenza si spogliò del caso invocando la propria incompetenza territoriale. Assolto perché il fatto non sussiste. Ma Woodcock è riuscito anche a far prosciogliere Fabrizio Corona nell’ambito dell’inchiesta infinita su Vallettopoli. Il proscioglimento di Corona è giunto dopo che il procacciatore di scoop si è fatto ben 80 giorni in carcere. Lo scorso 20 gennaio il gup del Tribunale di Potenza, Luigi Barrella, ha prosciolto il fotografo dall’accusa di associazione a delinquere finalizzata all’estorsione nell’ambito dell’inchiesta «Vallettopoli». Per il giudice esiste «il non luogo a procedere per l’associazione a delinquere».
Anche l’inchiesta che coinvolge alcuni esponenti politici della Basilicata, denominata «Iena 2», finisce nel nulla. Però sul campo restano 51 arrestati che, alla prova del tribunale del riesame, vengono rimessi tutti in libertà. Ad essere rinviato a giudizio è il parlamentare del Partito democratico Antonio Luongo. Ma l’aspetto grottesco di tutte queste inchieste fallite o terminate di fronte al Giudice delle indagini preliminari, è che Woodcock si è dichiarato contro la logica di sbattere «il mostro» in prima pagina. Infatti, il Pm ha scritto la prefazione del libro di Federica Sciarelli «Il mostro innocente» (Rizzoli), che racconta la storia di Gino Girolimoni. L’uomo che fu accusato ingiustamente di essere «Il mostro di Roma».

….da IL TEMPO, 8 OTTOBRE 2010.

E’ stato evidenziata in rosso la frase che nel 2006, non avanti Cristo, ma dopo Cristo, cioè appena 4 anni fa, il signor Fini, allora non ancora in Tulliani, dedicò al pm Woodcock che come ricorderete, nell’ambito della inchiesta su Vallettopoli, si stava occupando del suo portavoce Sottile e dell’allora non ancora signora Briatore, cioè Elisabetta Gregoracci. Come sempre,  il signor Fini, ora in Tulliani, ha la memoria corta o intermittente per cui poche ora fa ha telefonato alla signora Marcegaglia per esprimerle la sua solidarietà per una presunta violenza privata di cui costei sarebbe stata vittima ad opera di noti criminali, tali Sallusti e Porro, direttore e vicedirettore de Il Giornale. Il sig. Fini è  fa finta di non sapere  che l’inchiesta è appunto gestita dal PM al quale aveva consigliato appena 4 anni fa di cambiare mestiere. Ma Fini oltre che voltagabbana è anche un perfetto acrobata nel senso che saltella da una parte all’altra. Cioè, ora che Woodcock fa il controfilo ai suoi nemici del Giornale lo riabilita di fatto a fare il mestiere per il quale, stando ai risultati, pare davvero  non essere tagliato. g.

FINI CONSOLA LA MERCEGAGLIA: E DI CHE?

Pubblicato il 8 ottobre, 2010 in Il territorio | Nessun commento »

Secondo una nota diffusa da una agenzia di stampa tramite Internet poco fa (sonio le 17,00)  il signor Fini in Tulliani avrebbe telefonato alla signora Mercegaglia per esprimerle solidarietà per la nota vicenda del presunto dossieraggio del Giornale a danno della logorroica presidentessa di Confindutria. E così chi attendeva il signor Fini in Tulliani alla prova del 9 è servito. Invece di telefonare al Giornale in nome della tanto sbandierata libertà di stampa che “non è mai poca” come ebbe a dire poche settimane fa il nostro eroe,  quando si discuteva della legge sulle intercettazioni, e per denunciare lo strapotere della Magistratura che tenta di mettere la musseruola alla bocca dei giornalisti, il signor Fini in Tulliani ha telefonato alla Mercegaglia, specie dopo che il Giornale i cui giornalisti hanno gli attributi al posto giusto ha annunciato per domani 4 pagine sul gruppo industriale della signora Mercegaglia che non è da meno del gruppo FIAT contro cui si scaglia un giorno si e l’altro pure tutto il sinistrume di casa nostra. Chissà, forse il signor Fini in Tulliani avrà pensato che “mal comune scema la pena”. g.

GIORNALISMO A RUOTOLI, di Mario Sechi, direttore de Il Tempo

Pubblicato il 8 ottobre, 2010 in Il territorio, Politica | Nessun commento »

Giornalismo a ruotoli

Il presidente della Camera va ad Annozero. Il servizio fatto al Leader di Futuro e libertà assomiglia tanto ai criticati video-messaggi di Silvio Berlusconi.

Michele Santoro ad Annozero Un’intervista andata a ruotoli e un’inchiesta che fa rotolare dal ridere, o forse piangere. L’Italia contemporanea è anche questo e, cari lettori, comincio a pensare che questa situazione sia irreversibile. Il presidente della Camera va ad Annozero e dimenticandosi di essere Gianfranco Fini e di aver acquisito come cognato un tal Tulliani Giancarlo e famiglia comincia a parlare della Rai e dei partiti che la controllano dispensando consigli per il futuro.
Sogno o son desto? È lo stesso Fini che attraverso il suo ex partito ha partecipato alla lottizzazione della Rai o è diventato uno strano animale politico, la fusione di Gianfry e Michele, un Fintoro? È la persona che ignora il non trascurabile fatto che i Tulliani avevano appalti nella stessa Rai di cui parla? A occhio e croce direi che è lo stesso medesimo personaggio, solo che il giornalista che aveva di fronte, Sandro Ruotolo, s’è dimenticato di fargli le domande e l’intervista è andata comicamente a ruotoli. Sono cose che capitano ma da «Annozero» e da Michele Santoro francamente io mi aspettavo molto di più, perché penso che al di là delle idee che non condivido Santoro sappia fare televisione e sia assolutamente in grado di capire che far parlare Fini senza affrontare gli argomenti che hanno tenuto banco questa estate equivale ad accendere il microfono senza alcun interlocutore. Né più né meno di un video messaggio dell’odiato Berlusconi. E dall’intervista a ruotoli passiamo all’inchiesta a rotoli. Procura di Napoli, un ufficio giudiziario che proprio non avrebbe niente da fare, insomma tra camorra e affini il lavoro non mancherebbe. E invece no, gli intrepidi procuratori beccano il misfatto dei misfatti, il caso dell’anno, il thriller che diventerà un bestseller: due noti figuri della mala, Al Sallusti e Nic Porro, affiliati al clan dell’informazione di destra, guidata dalla primula rossa Victor Feltri, sono stati presi con le mani nel sacco. Costruivano nientemeno che un dossier su Emma Marcegaglia, la pasionaria di Confindustria, discendente di una nota dinastia del tubo (d’acciaio) sulla quale nessuno ha mai avuto niente da dire.
Porro e Sallusti sono già chiaramente colpevoli: hanno cercato notizie e ovviamente il fatto che siano giornalisti solitamente dediti allo spaccio d’informazione costituisce un’aggravante. La Procura di Napoli in questa maniera si assicura un colpo incredibile. In tutti i sensi. Mi chiedo come sia possibile che in un Paese non dico civile, ma perfino delle banane, si possa perdere tempo, infangare la libera stampa e minacciare di fatto qualsiasi giornalista che non la pensa come l’establishment senza che nessuno senta il bisogno di fare quel che va fatto: non una grande manifestazione, sarebbe troppo di fronte a tanta ridicola pochezza, ma una sonora pernacchia a rete unificate. Finché questo Paese non la smetterà di inseguire fantasmi, costruire bislacchi teoremi, dare la caccia a streghe, spaventapasseri, mostriciattoli creati dalle fervide menti di chi trascorre il tempo a srotolare la lingua per terra, staremo freschi. Quando la terza carica dello Stato confonde il suo ruolo il capopartito con quello dell’istituzione, soffre di imbarazzanti amnesie in televisione, gli viene riservato sulla tv di Stato un trattamento da reuccio, siamo alla frutta. Quando una Procura della Repubblica scrive nero su bianco un teorema per cui chi cerca notizie e fa il giornalista entra nel mirino della giustizia allora siamo alla frutta e non quella fresca, badate bene, a quella congelata. Chiunque tra noi, viene registrato al telefono, a parlare con gli amici, con le istituzioni, con le più varie fonti che sono nel taccuino del giornalista dovrebbe essere tutelato. Altrimenti non si spiega, cari signori magistrati della Procura di Napoli, e cari timidi colleghi del sindacato e dell’Ordine dei giornalisti, perché diamine le fonti siano sempre e doverosamente coperte dal segreto.
Piuttosto che rivelare una fonte, io vado in prigione. Piuttosto che tradire l’etica del mio mestiere, io preferisco vedere in faccia una toga che mi contesta il mio mestiere. Piuttosto che subire le velate minacce dell’establishment che usa questi metodi da Fouchet, io continuo a scrivere finché ho fiato. Perché la cosa divertente di questo straordinario mestiere è che si può scrivere ovunque, anche sui muri. Siamo alla frutta, lo ribadisco. Però manca ancora il dolce, il caffè e l’ammazzacaffè e voglio proprio vedere come andrà a finire questo pranzo. Io sono pronto a scommettere che tutto crollerà come un misero polverone. Cadrà chi tradisce il mandato degli elettori, cadrà chi dimentica che la magistratura è un ordine e non un potere. Nessuna restaurazione è possibile perché a decidere sono gli elettori non i Palazzi. Basta solo attendere, noi siamo qui, e Il Tempo è galantuomo.

.…A margine dfi questo significativo editoriale di Mario Sechi si ha notizia che il pm che indaga sul nulla, cioè Woodcock,  si appresta a convocare a Napoli il presidente di Mediaset Fedele Confalonieri quale persona informata sui fatti a  proposito del presunto dossieraggio, nuovo neologismo coniato dai nemici della libertà di stampa, sulla presidente di Confindustria Emma Marcegaglia. E’ fortunato Confalonieri rispetto a VittorioEmanuele, almeno lui è stato convocato e potrà andare a Napoli in aereo o comunque in comodità, a differenza di Vittorio Emanuele che fu arrestato, stipato in una Fiat Punto con altre quattro persone e trasportato per 1000 chilometri come pacco postale a Potenza per essere rinchiuso nel carcere della città lucana . Come è nto Vittorio Emanuele è stato assolto dalle imputazioni per le quali Woodcock lo arrestò perchè il fattyo non sussiste. C’è qualcuno che possa fermare questo PM che macera quattrini dello Stato per farsi pubblicità?

IL GIORNALE DOMANI PUBBLICA 4 PAGINE SULLA MERCEGAGLIA!

Pubblicato il 8 ottobre, 2010 in Politica | Nessun commento »

“La versione di Feltri è verità. Anche quella della Marcegaglia”Confalonieri, a Capri, conferma la versione esposta ieri da sulle vicende svelate da intercettazioni telefoniche che hanno portato alla perquisizione di uffici e abitazioni dei vertici del Giornale per violenza privata ai danni del leader di Confindustria sia veritiera. Intanto il direttore Alessandro Sallusti teme ci possano essere altre inchieste.

I timori di Sallusti “Ho difeso il mio giornale dalle accuse della Marcegaglia”e “sono venuto a sapere che il mio telefono era intecettato da due procure…”: quella di Napoli e un’altra del Nord. Ospite a La telefonata di Maurizio Belpietro, Sallusti racconta di aver “scritto un articolo il giorno prima dove difendevo il ’Giornalè dalle accuse della Marcegaglia”. In questo pezzo dico alla Marcegaglia solo che pensi a fare bene il suo lavoro, mentre io penso a fare il miò. Sono due mesi che il presidente Schifani dice ogni giorno in tutte le sedi pubbliche di sentirsi minacciato dall’inchiesta del Fatto – continua Sallusti – questo giornale da due mesi sostiene che il presidente del Senato sia mafioso”. “Ma qualcuno – prosegue Sallusti – è andato a perquisire la sede del Fatto? Mi auguro che ciò non avvenga, ma non capisco perchè se Schifani si sente minacciato non succede nulla, mentre per la Marcegaglia vengono a perquisirci”. Sallusti rivela: “Forse la cosa che ha fatto arrabbiare Woodcock è che ho saputo che ci sono due procure che stanno indagando su di noi, una è quella di Napoli, mentre l’altra è una procura del Nord. Non so perchè indaghino, ma credo proprio, temo, che se ho indovinato la prima immagino che ci sarà un’altra inchiesta”.

Domani un dossier sulla Marcegaglia La direzione del Giornale ha reso noto che domani il quotidiano pubblicherà “un dossier di quattro pagine” relativo al presidente di Confindustria Emma Marcegaglia. La direzione del quotidiano per ora non ha inteso specificare ulteriormente quale sia il contenuto della pubblicazione.

IL SIGNOR FINI IN TULLIANI HA PIAZZATO IN RAI LA SUCOERA E ORA VUOLE CACCIARE I PARTITI

Pubblicato il 8 ottobre, 2010 in Costume, Politica | Nessun commento »

di Giancarlo Perna

Dicono i criminologi che è tipico del colpevole aggirarsi sul luogo del delitto. Il detto si attaglia perfettamente a Gianfranco Fini. Se almeno stesse zitto non ce ne saremmo accorti. Invece è da mesi il presidente della Camera che più parla a vanvera della storia repubblicana, per darsi ogni volta la zappa sui piedi.
Ieri, intervistato da Michele Santoro ad Annozero ha avuto l’impudenza di concionare sulla Rai. Col solito cipiglio del moralizzatore in servizio permanente ha detto che i partiti non devono più metterci becco e che la tv pubblica va privatizzata. Ha aggiunto che il suo partito, Futuro e Libertà, presenterà provvedimenti per raggiungere l’obiettivo. A parte che se ne parla da decenni senza fare niente, che ora sia lui a riesumare l’argomento mostra la sua inguaribile facciatosta.
Fini ha rimpinzato la Rai di uomini suoi e li ha spremuti come limoni per ottenere quello che gli fa comodo. Le cronache degli ultimi mesi sono piene dei suoi pesanti interventi per favorire il parentado acquisito dei Tulliani. La suocera, una casalinga che profittando della liaison tra Gianfry e la figlia si è trasformata in produttrice tv, ha ottenuto un contratto milionario. Il cognatino Giancarlo, quello dell’appartamento di Montecarlo, ha intrigato per oltre un anno cercando prebende radiotelevisive. Ha bussato a tutte le porte dei finiani in Rai, al motto: «Mi manda Gianfranco di cui sono il plenipotenziario per le faccende radiotelevisive». Ha rotto le scatole con arroganza e preteso l’impossibile. Finché, stufi di vederselo tra i piedi, anche i radiofonici legati da stretta amicizia con Fini lo hanno mandato a farsi benedire. Così, vista l’insaziabilità dei Tulliani e l’incapacità di Gianfry di tenerli a freno, il presidente della Camera ha perso tutti gli appoggi che aveva in Viale Mazzini. Tanto che il contratto con la suocera, già siglato, è stato annullato e il cognatino intrufolone espulso dagli studi tv come persona non grata.
Uno che ha alle spalle una simile indecenza familista, dovrebbe perlomeno mettersi un tappo in bocca prima di profferire parola in tema di audiovisivi. Fini invece, malamente cacciato dalla Rai per via del parentame, ha ora l’ardire di ergersi a riformatore della stessa. Con quale credibilità, siano i lettori a giudicare. Sta di fatto che la sua uscita ad Annozero è stata accolta da oceanici sberleffi.
Oceanici ma non universali. La sinistra infatti – e gli antiberlusconiani in genere – gli tengono bordone. La vicenda di Montecarlo è esemplare. Ormai si sa tutto. E non è davvero una bella storia. In sintesi, Fini, affidatario di un bene del partito, lo ha fatto incamerare ai Tulliani a un prezzo cinque volte inferiore a quello di mercato. An si è depauperata, i parenti si sono arricchiti. Ma poiché la sinistra fa orecchie da mercante, Fini si sente a sua volta autorizzato a fare lo gnorri. Una cosa evidente e conclusa, sembra ancora aperta e da provare.
Con la storia di Montecarlo, Fini ha definitivamente perso la faccia. Lo sanno tutti, compresa la sinistra che ormai lo tiene in ostaggio. È per questo che Gianfy è costretto ogni giorno ad alzare il tiro contro gli ex alleati del centrodestra. Finché si mostrerà il nemico numero uno del Cav, i cattocomunisti lo grazieranno. È il suo viatico e la sola ancora di salvezza. Ecco perché non potrà mai riconciliarsi col suo antico mondo e ogni tentativo di accordarsi con lui è destinato al fallimento. In caso contrario, i primi a sbranarlo sarebbero gli attuali falsi amici che lo condannerebbero alla – già adesso più che meritata – damnatio memoriae.

Fa però cascare le braccia che, pur sapendosi in bilico, Fini mostri una così sfrontata faccia di tolla. Ricordate il suo monologo on line di due settimane fa? Era sepolto dalla massa di rivelazioni sulla casa monegasca e con le spalle al muro. Aveva un solo modo dignitoso di uscirne: scusarsi. Meglio con qualche lacrima e le dimissioni immediate. Invece, non solo non le ha date rinviandole alla prova definitiva – che in realtà già c’era – dello scippo cognatesco ma si è messo addirittura a catoneggiare. Ha parlato di «campagna ossessiva», ha fantasticato di «dossieraggio» ai suoi danni, si è autoproclamato solo politico mai sfiorato da sospetti, proprio mentre ne era al centro, e dei più infamanti. Per poi aggiungere – lo ricordo perché valutiate l’impudicizia di cui è capace – che l’accusa sulla casa era una ripicca per le sue virtù. Testuale: «A qualcuno (il Berlusca, ovvio, ndr) dà fastidio che da destra si parli di cultura della legalità, di leggi uguali per tutti, di riforma della giustizia che serve ai cittadini e non per risolvere problemi personali». L’insieme condito da sprizzi di odio per «il giornale della famiglia Berlusconi», come se gli intrallazzi del cognatino fossero colpa del Giornale e non del suo irresponsabile nepotismo.
Ed è appunto questo impancarsi predicatorio, mentre arranca nel fango, che più indispone della debole personalità finiana. Non rispondere mai dei propri peccati, facendosi scudo di quelli altrui, è tipico di chi fa politica al solo scopo di conservare il cadreghino. Esattamente come il ladro, che avendola fatta franca, torna sul luogo del furto per assaporare sorridente l’impunità.