Odissea minatori cileni alla fine: 90 metri per ultimare il pozzo
Pubblicato il 8 ottobre, 2010 in Cronaca | Nessun commento »

Conto alla rovescia per i 33 minatori intrappolati dal 5 agosto scorso a 700 metri di profondità nella miniera di San José in Cile. “Nel corso del finesettimana, sicuramente entro sabato” sarà ultimato il pozzo di soccorso, ha dichiarato il ministro delle Miniere cileno, Laurence Golborne, davanti alla folla di giornalisti, ogni giorno più numerosa. Dopo saranno necessari almeno altri “due-tre giorni” per portare in superficie i minatori, sempre che gli ingegneri non decidano di rivestire d’acciaio le pareti del pozzo, in quel caso “da otto a dieci giorni”. Intanto, all’imbocco della miniera, ogni giorno compaiono nuove antenne satellitari, tende, pulmini tv, giornalisti, tutti pronti a catturare l’attimo in cui gli eroi della miniera vedranno finalmente la luce, dopo più due mesi nelle viscere della terra. L’escavatore “T-130″, che opera su quello più avanzato dei tre pozzi di soccorso, è arrivato a 535 metri di profondità, meno di 90 metri dall’obiettivo. Il ministro non ha escluso che “con un po’ di fortuna” l’escavatore possa raggiungere la meta già oggi “anche se sarà molto difficile”. In bocca al lupo!
IL PREMIO NOBLE PER LA PACE 2010 AL DISSIDENTE CINESE LIU XIAOBO
Pubblicato il 8 ottobre, 2010 in Politica estera | Nessun commento »
Il Comitato di Oslo ha assegnato il premio Nobel per la pace 2010 al dissidente cinese Liu Xiaobo, in carcere a Pechino per le sue battaglie a favore dei diritti civili e umani nella Cina comunista. Ovviamente scontate le proteste del governo cinese e naturalmente scontata la soddisfazione di tutto il mondo libero, salvo le poche sacche di comunismo reale che si annidano in Italia dove la libera stampa è perseguitata e stuprata da pm faziosi e deviati.
PERQUISIZIONE AL GIORNALE: UNO STUPRO GIUDIZIARIO A SPESE DEL CONTRIBUENTE
Pubblicato il 8 ottobre, 2010 in Politica | Nessun commento »
Una ventina di carabinieri spediti da Napoli a Milano, Roma e Como per cercare articoli sul presidente degli industriali Emma Marcegaglia. È la prova che le procure non sono in bolletta come sostengono i magistrati. I soldi evidentemente ci sono, è da vedere se vengono usati bene. Il blitz è scattato all’alba, nelle case private, negli uffici miei e del collega Porro. Il mandato del pm Woodcock era di quelli che si riservano a pericolosi criminali. Le perquisizioni dovevano essere complete, in tutti gli ambienti, non esclusi garage e automobili. Non solo. L’ordine era anche quello di procedere a perquisizioni personali perché non si sa mai che voluminosi dossier venissero nascosti alle sette del mattino dentro le mutande, nel taschino della giacca o nel portafogli che ho dovuto consegnare ai militari insieme con le ricevute del ristorante, ai soldi contanti, al libretto degli assegni e mi fermo qui perché l’elenco è lungo. Anzi no. Ho dovuto spiegare il senso di appunti, lettere personali, bollette e documenti riservati inerenti la vita dell’azienda, mentre un perito della procura smontava fisicamente i miei computer per curiosare elettronicamente tra la mia corrispondenza.
È vero che chi non ha nulla da temere nulla teme, ma lo stupro giudiziario resta comunque antipatico. Ho chiesto a quale titolo tutto ciò accadesse. Non hanno saputo rispondermi. Nell’ordinanza di perquisizione mi si cita una volta, come autore di un articolo pubblicato il 16 settembre su Emma Marcegaglia. È vero, l’ho scritto, e pubblicato con grande evidenza in prima pagina. Il giorno prima la presidente di Confindustria ci aveva attaccato pubblicamente, dichiarando a un convegno che era l’ora di smetterla con l’inchiesta sulla casa di Montecarlo, della quale – disse – non gliene frega niente a nessuno. Essendo leggermente affari miei, risposi per le rime. Argomentai che un sondaggio trasmesso da Ballarò sosteneva che oltre il cinquanta per cento degli italiani era fortemente interessato alla vicenda e voleva sapere tutta la verità. Scrissi che non avrei tenuto in considerazione l’autorevole invito e che avrei continuato per la mia strada.
Tutto qui, non un rigo di più. Non ho mai fatto o ricevuto telefonate e messaggini dal segretario della Marcegaglia né con nessun altro. Non sono più tornato, direttamente o indirettamente sull’argomento, dopo quel giorno, non un rigo è stato scritto sulla presidentessa. Insomma, sono stato indagato, umiliato e diffamato per aver scritto in difesa della mia libertà di pubblicare articoli sul caso Montecarlo, e l’ho concordato con Vittorio Feltri e nessun altro. Credo di essere il primo direttore a essere messo sotto accusa per un editoriale, cioè per un’idea.
Non a caso ieri i carabinieri non hanno sequestrato nulla. Io ho scritto una opinione, loro cercavano dossier, carte segrete o chissà cosa. Non hanno trovato nulla, non solo perché non c’è nulla da trovare ma perché in un giornale non circolano dossier, semmai, a volte, notizie, che è altra cosa. Quest’ultime è facile trovarle: sono stampate tutti i giorni in centinaia di migliaia di copie e offerte ai lettori. Mi piacerebbe, questo sì, averne di più.
A proposito di questo, trovo che ci siano due coincidenze sospette. La prima: il 24 settembre questo giornale ha pubblicato un interessante articolo del collega Giancarlo Perna sul pm Woodcock. Era il giorno dell’assoluzione, per non aver commesso il fatto, di Vittorio Emanuele di Savoia, arrestato e buttato in carcere dal magistrato in questione anni prima. Perna segnalava come si trattasse, statisticamente parlando, dell’ennesimo buco nell’acqua, sulla pelle di innocenti, del famoso pm acchiappa vip. Woodcock evidentemente non deve aver gradito, così come probabilmente si è irritato quando domenica scorsa ho scritto un articolo sul fatto che al Giornale eravamo certi di avere i telefoni sotto controllo da parte di due procure, una del Nord e una del Sud. L’ho fatto perché quando noi sappiamo una notizia non la teniamo nei cassetti, non la usiamo per strani giochi, semplicemente la pubblichiamo. Immagino il disappunto del pm: ma come, loro sanno che li sto intercettando e lo scrivono pure? Adesso glielo faccio vedere io chi sono, a quello gli levo anche le mutande. Detto e fatto. Sono sempre più convinto che quando Berlusconi dice che ci vorrebbe una commissione parlamentare d’inchiesta su come funziona la giustizia in Italia non abbia poi tutti i torti.
….No, Berlusconi non ha tutti i torti, ha tutte le ragioni del mondo!
LE ULTIME SULLA CASA DI MONTECARLO
Pubblicato il 8 ottobre, 2010 in Politica | 1 Commento »
Franco Bechis per “Libero“
Fini fotografato con il cognato
Se fosse stato celebrato un processo indiziario sulla proprietà della casa di Montecarlo, non ci sarebbe bisogno di grandi carte provenienti dai paradisi fiscali: qualsiasi tribunale italiano avrebbe sentenziato che quella casa è di Giancarlo Tulliani. Ci sono state condanne per omicidio in presenza di indizi assai meno forti di quelli che hanno già messo spalle al muro il cognato di Gianfranco Fini. Primo indizio, schiacciante: sul luogo del delitto, a Montecarlo, c’è lui e non altri.
Secondo indizio, non meno forte: la tecnica del delitto è stata suggerita proprio dal giovane Tulliani. È stato Gianfranco Fini infatti ad ammettere ufficialmente di avere venduto quella casa a una società che aveva trovato proprio il cognato. Altri indizi: dicono che sia sua il ministro della Giustizia dell’isola di Santa Lucia, l’amministratore della società proprietaria Timara in una e-mail inviata ai primi di agosto, l’impresa che ha fatto i lavori di ristrutturazione dell’appartamento, i dipendenti di un mobilificio che hanno venduto una cucina finita nel principato di Monaco, e perfino i vicini di casa.
C’è bisogno di una ulteriore prova? Forse della confessione, ma lì è inutile sperare. Certo – giusto per fare un esempio fra i tanti – Anna Maria Franzoni è stata condannata per omicidio del figlio in presenza di meno indizi forti di questi. L’esempio serve solo a fare capire cosa è un processo indiziario. Naturalmente Tulliani non è accusato di alcun omicidio: solo di avere graziosamente ricevuto dal partito del cognato presidente della Camera un appartamento (necessario a ottenere la residenza all’estero) a un prezzo di assoluto favore. Ma attenzione: si tratta di grande favore, come direbbero i matrimonialisti «rato e solo in parte consumato».
Piantina di Montecarloe la casa abitata da Tulliani dal Corriere dell Sera
Solo in parte, perché Tulliani lì abita e probabilmente ha anche la proprietà della casa. Ma il vero vantaggio rischia di arrivare ora, con la scusa di obbedire al presunto diktat di Fini al cognato: «lascia quella casa!». Secondo gli abitanti dell’ormai celebre palazzo al 14 di Boulevard Princesse Charlotte negli ultimi giorni un agente immobiliare è venuto a fare visitare a presunti compratori quella casa che la contessa Anna Maria Colleoni lasciò in eredità ad Alleanza nazionale «per la buona battaglia».
Se questo atto fosse davvero compiuto, allora sì che si rischierebbe di vedere consumato fino in fondo il reato. Perché chi ha acquistato a 300-330 mila euro oggi potrebbe vendere nella peggiore delle ipotesi a un milione di euro in più. Ma forse anche guadagnandoci un milione e mezzo di euro. Somma che per il codice penale italiano sicuramente costituirebbe un illecito arricchimento indipendentemente da chi sia il proprietario della Timara Ltd.
Il caso però diventerebbe assai più grave dopo la vendita se il proprietario – come tutti gli indizi dicono – fosse proprio Tulliani. Perché quel milione-milione e mezzo di plusvalenza sarebbe stato sottratto ad Alleanza Nazionale per finire nelle tasche della famiglia Tulliani, cui è legato Fini da un sicuro vincolo sentimentale (non giuridico, visto che il presidente della Camera risulta ancora sposato con Daniela di Sotto). Quella vendita oggi farebbe ancora diventare più grave una vicenda su cui si sono addensate troppe ombre.
Con un’inchiesta in corso, che c’è davanti alla procura della Repubblica di Roma con l’ipotesi di truffa, si tratterebbe di sottrazione dell’oggetto del presunto reato. E in ogni caso quella casa o quella plusvalenza dovrebbe prendere una sola strada possibile: quella della tesoreria di Alleanza Nazionale, a cui la somma è stata sottratta colpevolmente o dolosamente. Di Alleanza Nazionale. Non del nuovo partito che stanno per fondare alcuni ex aderenti
LA MERCEGAGLIA FA LA VITTIMA, E FELTRI DICHIARA: CI HA ROTTO I CO….NI
Pubblicato il 7 ottobre, 2010 in Il territorio | Nessun commento »
La presidentessa di Confindustria Emma Mercegaglia ha dichiarato di essere spaventata dalle minacce dei giornalisti del Giornale che le volevano…estorcere una intervista. Le risponde Feltri a stretto giro di video, con accanto Sallusti e Porro, e ironizza sulla pretesa estorsione che avrebbe avuto come obiettivo quello di ottenere una intervista della Mercegaglia. Costei,ha detto Feltri, dichiara ogni due minuti, ed elenca banalità di ogni genere, per cui è ridicolo che il Giuornale l’avrebbe minacciata per avere ciò che lei fa in continuazione rompendoci i co…ni e facendo scendere il latte alle ginocchia. Testuale, basta vedere il video o sul sito del Giornale o su quello del Corriere della sera. Intanto fioccano le proteste e le derisioni nei confronti del solito pm anglo-napoletano Woodcoch che ha mandato da Napoli 20 carabineri 20 per fare le perquisizioni sia al Giornale sia personali a Sallusti e Porro. Quest’ultimo ha ironizzato dichiarando che forse Woodcock temeva che nascondesse i presunti dossier, comunque inesistenti, nelle mutande. Altri si sono domandati perchè mai Woodcock e il capo della Procura di Napoli abbiano distolto da Napoli, dove impera il malaffare, la camorra, e la criminalità organizzata e no, ben 20 carabinieri per inseguire un presunto reato che sinanche la FNSI ha stigmatizzato come censura preventiva. Intanto il capo della Procura di Napoli, querelato da Sallusti, ha già corretto il tiro, dichiarando che nelle dichiarazioni al Corriere della sera non si riferiva a Sallusti. Ma intanto ancora una volta la Magistratura è entrata a gamba tesa all’interno della normale attività politico-giornalistica che è costituzionalmente libera e autonoma. Ovviamente tace sul fatto il signor Fini che invece tutto giulivo si è presentato ad Annozero dove ha trovato festosa ospitalità, quella che di solito Santoro riserva ai “compagni” ed infatti Fini si è rivolto ecumenicamente – non è ormai il Papa?- a tutti, da destra a sinistra, perchè tutti, ha detto possono votare per io suo FLI. Poveraccio, fa finta di credere che ci siano italiani di destra che possano votare un voltagabbana come lui e si illude che ci siano compagni veri che lo possano votare. Ora lo coccolano perchè li aiuti a liberarsi dell’usurpatore 8leggi Berlusconi9 e poi gli faranno fare la fine che tocca a tutti i traditori e i voltagabbana come lui. L’insegna la storia che chi di tradimenti ferisce di tradimento perisce. A propostio della casa di Montecarlo se ne è uscito con la banale storiella della trave e della pagliuzza, facendo finta che nulla sia successo dopo la sua ultima uscita videosolitaria e che no si siano accumulate le prove che Tulliani sia il vero proprietario dell’appartamento scippato agli eredi legittitm, cioè gli iscritti di AN, e che altri componenti della famiglia Tulliani abbiano preso viva parte nella ristrututrazione dell’appartamento, destinato ad accoglierli nei festaioli e costosi week-end che si possono permettere quelli che mangiano alla mangiatoia della Rai. Finchè la barca va…..
LA PERQUISIZIONE NELLA SEDE DE IL GIORNALE: INQUALIFICABILE
Pubblicato il 7 ottobre, 2010 in Il territorio | Nessun commento »
E così che viene definita dal PDL l’incredibile iniziativa della Procura di Napoli il cui capo intanto è stato già querelato da Alessandro Sallusti, direttore de Il Giornale, per diffamazione a causa delle dichiarazioni rese da quest’utlimo al sito del Corriere della Sera.
Ecco intanto le dichiarazioni dei dirigebnti del PDL. “Vediamo che la procura di Napoli sta dando il suo contributo alla libertà di stampa perquisendo il Giornale e alcuni giornalisti”. Lo dice il capogruppo del Pdl alla Camera, Fabrizio Cicchitto. “Siamo molto curiosi di vedere le reazioni di coloro che sono mobilitati per il disegno di legge sulle intercettazioni. Siamo ancor più curiosi di capire le ragioni e le conseguenze di una iniziativa che ha aspetti devastanti” conclude. “Leggo esterrefatto – fa eco il presidente dei senatori, Maurizio Gasparri – le notizie che riguardano la perquisizione nella sede del Giornale. Avendo personalmente avuto alcune querele, risparmio aggettivi. Ma mi auguro che chi dice di difendere la libertà dell’informazione, come noi abbiamo sempre fatto, faccia sentire forte la sua voce di fronte ad un atto inqualificabile”. “Chi è in odore di berlusconismo – chiosa il portavoce del partito, Daniele Capezzone – in Italia rischia. Esprimo totale solidarietà a Alessandro Sallusti e a Nicola Porro, oltre che a Vittorio Feltri e a Il Giornale. Ma esprimo anche solidarietà a noi stessi, a tutti i cittadini, ad un’Italia in cui chi è ‘in odore di berlusconismo’ è per ciò stesso esposto a rischi di ogni tipo. Delle due l’una: se fai parte degli odiatori politici e giornalistici di Berlusconi, puoi fare di tutto; se invece stai, a qualunque titolo, nell’area politico-culturale vicina al Pdl, o comunque se non partecipi a forsennate campagne contro il premier, sei un soggetto sgradito alle oligarchie, all’establishment italiano, con tutte le conseguenze e i pericoli del caso. Dove sono quelli della libertà di stampa? Dove sono i lottatori in servizio permanente effettivo per la libera informazione?”. ”
Dall’evocazione di una fantomatica ’spectre’ popolata da barbe finte infedeli e agenti deviati siamo passati direttamente alla perquisizione preventiva: neanche gli apparati di regime arrivavano a tanto”, dice Gaetano Quagliariello, vicecapogruppo vicario del Pdl al Senato. “La sensazione, ogni giorno più forte – prosegue l’esponente del Pdl -, è che tra l’esercizio della libertà di stampa e l’accusa di dossieraggio vi sia in Italia un confine mobile che varia a seconda dell’area politico-culturale di riferimento del giornalista. Eroico cacciatore di scoop e podista dell’informazione indipendente, se pur di abbattere Berlusconi invade e travolge la vita delle persone fin nella sfera più intima; infame mestatore e ’servo del padrone’ in caso contrario. Tutto questo è molto preoccupante, e dovrebbe turbare innanzi tutto gli indignati speciali in servizio permanente effettivo. Al Giornale – conclude Quagliariello – piena solidarietà“.
Sin qui le critiche, fondatissime del PDL; intanto non è ancora nota alcuna dichiarazione del presidente della Camera, l’onniparlante grilino che in materia di libertà di stampa si è sempre dichiarato un campionissimo, alla Fausto Coppi. Intanto si apprende che i PM di Napoli nel loro decreto di perquisizione hanno “spiegato” in che cosa deve consistire l’attività giornalistica: i giornalisti secondo i pm che ormai si sentono un pò più su di Dio, possono (bontà loro )criticare ma non possono “coartare ” i comportamenti altrui. Che cosa significhi “coartare” gli altrui comportamenti non la hanno spiegato, forse perchè si sono presi tempo per farlo. Magari prendendo spunto dal più famoso dei casi di coartazione da parte della stampa, quella americana, che andando a rovistare nei cestini delle scrivanie e andando a guardare dai buchi della serratura anche dei bagni pubblici della capitale americana trovarono i documenti che costrinsero Nixon a dimettersi dalla carica di uomo più potente del mondo. Ma si sa, quando di mezzo ci sono i pm italiani, anche le cose più ovvie prendono la via della galera, pardon del cielo…
VITTORIA ANNUNCIATA DEI REALISTI, di Mario Sechi
Pubblicato il 7 ottobre, 2010 in Politica | Nessun commento »
Fatta la guerra, scoppia la pace. Chi ha sentito ieri Silvio Berlusconi illustrare il suo piano per andare avanti, proseguire la legislatura, e puntare al 2013, probabilmente penserà di aver sognato per tutta l’estate. Che ne è della lotta fratricida fra Silvio e Gianfranco? Della casa di Montecarlo del cognato in affitto? Delle accuse futuriste contro il partito azienda e il satrapo di Arcore? Che fine hanno fatto le pirotecniche esternazioni di un Filippo Rossi qualsiasi, gli assalti alla Granata bianca, le puntigliose e fantasiose ricostruzioni da spy story di un maestro della fiction come Italo Bocchino? E il Cav furente, quello che ora basta si va alle elezioni dov’è? Tranquilli, qualche mese fa non avete assunto nessuna sostanza stupefacente, era tutto vero, ma la politica è fantastica proprio per questo: le sue vie sono (quasi) infinite come quelle del Signore e non finisce mai di stupirci.
Le elezioni? Roba archiviata. O meglio, tenuta nel cassetto come una pistola d’ordinanza, la colt di certi sceriffi che sembrano sonnacchiosi ma in realtà sono più svegli che mai. L’avevo detto e scritto in tutte le maniere, naturalmente quelli che la sanno sempre lunga, mi avevano preso per matto. Quando, qualche sera fa, durante un dibattito televisivo dicevo ai miei interlocutori che non avrei mai scommesso a breve sulle elezioni, mi guardavano come un extraterrestre, uno sprovveduto marzianetto al quale bisognava insegnare le cose grandi della politica. E invece toh! Tra i due litiganti c’è un armistizio di ferro dettato dall’ingrediente che il sottoscritto quando si occupa di politica non dimentica mai di mettere nel conto: la paura. Quella che i giornaloni non mettono mai sul piatto della bilancia perché non provano a mettersi nella testa di chi fa politica, ma provano essi stessi a far politica. Così quasi sempre si arriva a un solo risultato: si scambiano i propri desideri per fatti veri, le proprie aspirazioni per incontestabili realtà, le proprie psicosi per nemici da abbattere o sprovveduti da elevare a statisti. Fini e Berlusconi, in realtà, sono costretti a camminare ancora insieme. Che a loro piaccia o meno le elezioni rappresentano per entrambi un rischio troppo grande. Il Cavaliere ha il dovere di governare, e il voto è l’ultima ratio di fronte a una crisi.
Fini può fare tutti i partiti che vuole, anche quelli futuristi e immaginari, ma alla fine non sapendo quanto vale realmente deve solo prendere atto che la sua forza è anche la sua debolezza, cioè il fatto che neppure lui lo ha mai pesato elettoralmente. Fini già nel 1999, come ricordavo ieri provò il colpaccio nei confronti del Cav mettendo in pista un Elefantino celebrato dai giornali come l’arma finale contro l’allora Forza Italia e invece rivelatosi il classico topolino in mezzo ai titani. Qualcuno dirà che questo è un momento diverso, che il Cavaliere è spompato, è vecchio, privo di quel mordente e di quella fantasia che l’hanno reso un incubo per i suoi avversari. Questa storia l’ho già sentita, la sostengono un sacco di amici che conosco ma nessuno di loro ha ancora capito che il berlusconismo è preesistente a Berlusconi e finchè non ci sarà un altro cavaliere quell’elettorato, quel popolo, quel tipo italiano non voterà mai né la sinistra, né una finta destra e, men che meno, un terzo polo o centrino costruito a tavolino. L’era Berlusconi finirà quando lo decideranno gli elettori non il salotto, la terrazza, il boudoir, l’establishment e tutta quella paccottiglia polverosa che non accetta mai la sovranità del popolo.
Berlusconi, ovviamente ha dei limiti: 1) è anziano, questo lo sanno tutti, lui per primo. Non deve occuparsi della sua successione, a quella, ripeto, ci penseranno gli italiani, ma di continuare a governare (bene) e costruire un partito solido come sua eredità politica; 2) Deve ricostruire e variare la sua rete di alleanze. Non solo quelle partitiche, ma anche quelle nella società civile, nell’industria, nelle categorie, nel popolo, un po’ dimenticato, delle partite Iva che chiede un fisco dal volto umano. 3) Deve fare le riforme. Non una roboante serie di leggi, ma due o tre provvedimenti che restino scolpiti nella memoria: riequilibrare il rapporto tra politica e giustizia, ristabilendo il primato del parlamento sulla magistratura; riformare il fisco gradualmente e combattere l’evasione. 4) Pompare una vera e propria montagna di denaro nella scuola, nell’università e nella ricerca. Quest’ultimo punto viene prima di tutti gli altri perché se Berlusconi vuole essere ricordato da chi oggi ha vent’anni e da quei genitori che ne hanno quaranta, deve assicurare un futuro ai giovani e a questo Paese. Tre anni sono sufficienti per fare molte cose. Tutte tranne una, quella che gli italiani oggi non capirebbero: le elezioni. Ora mettetevi a lavorare.
BERLUSCONI E BOSSI, SFIDA A FINI, di Alessandro Sallusti, direttore de Il Giornale
Pubblicato il 7 ottobre, 2010 in Politica | Nessun commento »
Questo che pubblichiamo è l’editoriale di questa mattina del direttore de Il Giornale Alessandro Sallusti. Ciò non solo per il suo contenuto, che condividiamo, ma per esprimere così la nostra solidarietà sia a Sallusti che al vicedirettore Nicola Porro nei cui confronti così come nei confronti del Giornale in queste ore è scattata una incredibile azione perquisitoria da parte della procura di Napoli per presunto concorso nel reato di violenza privata nei confronti della presidente di Confindustria Emma Mercegaglia. Secondo quantio sinora si è appreso, il direttore e il vicedirettore del Giornale avrebbero “avuto in animo” di avviare una azione di dossieraggio per indurre la Mercegaglia a non attaccare più il governo. E’ una accusa, per un verso ridicola e per altro verso grottesca che ha sapore di Santa Inquisizione, peggio ancora di regime stalinista, quando criticare qualcuno poteva costare la condanna a morte e ne sanno qualcosa le migliaia e migliaia di comunisti di tutto il mondo assassinati spietatamente dalla polizia segreta di Stalin per punirli delle loro opinioni differenti da quelle del capo. Basta citarne uno solo, il più illustre,Lev Trotsky, assassinato a picconate a Città del Messico, nel 1940 da un sicario di Stalin.
L’azione giudiziaria, come abbiamo detto, è partita dalla procura Napoli che aveva anche disposto le intercettazioni in capo a Sallusti e a Porro che quindi avevano ragione a denunciarlo nei giorni scorsi. Tra i pm che le hanno ordinato e hanno poi disposto le perquisizioni nelle abitazionmi private dei giornalisti e nella sede de Il Giornale, quasi si trattasse di mafiosi, c’è il solito pm Woodcock. Si, proprio lui, il pm che ha avviato da Potenza (sic!) centinaia di processi, ha arrestato centinaia di persone, per la quasi totalità dei casi finiti nel nulla. L’ultimo, il caso di Vittorio Emanuele di Savoia. Arrestato come un qualsiais malfattore, trascinato per 100o chilometri in una punto sovraccarica da Como a Potenza, sbattuto in una cella comune per diversi giorni, assolto prima a Como e poi a Roma, solo pochi giorni fa, perchè il fatto non sussiste.PERCHE’ IL FATTO NON SUSSISTE. Ebbene, dopo l’ennesima dimostrazione della supeficialità delle azioni penali condotte da questo PM, pensavamo che l’organo di autogovenro della Magistratura, sempre pronto ad aprire “tavoli” di censura nei confronti di Berlusconi avesse preso l’inziativa di assumere i necessari provvedimenti per impedire a Woodcock di provocare altri gravi danni in capo a persone per bene, addirittura in danno di giornalisti che esprimono opinioni,e come nel caso di Sallusti e di Porro anche estremamente critiche nei confronti di chiunque e che sino a prova contraria non è reato. Ovviamente, come ha dichiarato l’on. Cicchitto, presidente dei parlamentari del PDL, attendiamo di vedere le voci che si alzeranno a tutela del diritto di critica dei giornalisti in nome del “no al bavaglio”, tanto sbandierato nel recente passato. In particolare attendiamo di leggere quanto dirà, se lo dirà, il presidente della Camera che quando si discuteva della legge sulle intercettazioni derideva il progetto di legge perchè “la stampa non è mai troppo libera”. Chissà se ciò vale anche per Sallusti, per Porro e per il Giornale. Intanto a loro va la nostra solidarietà, che essendo sincera, vale più, molto di più, di quella di Fini. g.
L’EDITORIALE DI ALLESSANDRO SALLUSTI
A pochi centimetri dal precipizio prevale la paura del vuoto. Sotto ci sono le elezioni anticipate e nessuno pare avere voglia di buttarsi senza un paracadute più che sicuro. Così nel giro di poche ore l’aria cambia direzione, i toni si attenuano, gli eserciti restano schierati ma i fucili si abbassano. Per il momento l’apparente tregua dentro la maggioranza, dopo giorni di polemiche al calor bianco, sembra più tattica che strategica. Fini non è ancora pronto ad andare a contarsi nelle urne, non si fida di sondaggi che ancora risentono dell’effetto visibilità, né può farsi sponda di un governo tecnico, Napolitano permettendo, per fare una riforma elettorale sulla quale non c’è il minimo accordo con gli eventuali compagni di viaggio. Dal Pd a Di Pietro, da Vendola a Casini, ognuno vorrebbe sì cambiare le regole per neutralizzare Berlusconi ma le ricette sono troppe e in conflitto tra loro. Meglio traccheggiare ancora un po’. Il premier ne ha subito approfittato giocando di rimessa. Ieri ha annunciato che già oggi si parte con le riforme, anzi dalla mamma di tutte le riforme, quella del federalismo fiscale, da approvare entro sessanta giorni.
Se Fini vorrà fare cadere il governo, quindi, ora dovrà farlo su un fatto concreto, che nulla ha a che vedere con presunti conflitti di interesse del premier o col vittimismo della magistratura. Il testo che oggi il governo consegnerà alla Camera non è previsto che sia modificato più di tanto. E il fatto che Tremonti ieri si sia presentato al fianco di Berlusconi nella conferenza stampa dell’annuncio è letto come un via libera definitivo al progetto anche da parte dell’uomo dei conti, senza la benedizione del quale nessuna legge di spesa può andare in porto.
Il timing della crisi di governo si allunga quindi di sessanta giorni, termine entro il quale il Parlamento deve trasformare il decreto in legge dello Stato. Se i finiani non daranno il loro appoggio la conseguenza è già scritta: si va a votare e sarà chiaro a tutti per colpa di chi. Nel frattempo le colombe sono già al lavoro per tentare di indorare la pillola, con concessioni formali e sostanziali. Le prime riguardano il riconoscimento del nuovo soggetto politico Fli, le seconde ieri hanno preso forma nella conferma dei presidenti di commissione, compresa la Bongiorno alla giustizia.
Se tutto ciò non è esattamente una schiarita, certo il clima generale dentro il palazzo sembra indicare una tregua nella burrasca. Che invece continua per le strade. L’assalto di estremisti del sindacato rosso contro le sedi della moderata Cisl non è un buon segno. Qualcuno sta soffiando sul fuoco per aizzare gli animi e impedire le riforme che servono al mercato del lavoro e al Paese intero. Meglio che la politica riprenda il pieno controllo velocemente prima che sia troppo tardi.
L’ORGOGLIO DI ESSERE E DI DIRSI “DI DESTRA”
Pubblicato il 6 ottobre, 2010 in Cultura, Politica, Storia | Nessun commento »
Che schifo, è di destra. Sono pochi a definirsi di destra ma il disprezzo per la destra è ancora forte, nota Giuliano Ferrara. Lo sappiamo, lo sappiamo. Questa legge del disprezzo vige in tutto l’Occidente, nota Ferrara; ma in Italia ancor di più. Tre cose da noi conducono al disprezzo o alla morte civile: avere opinioni contrarie al politicamente corretto e magari in sintonia con il buon senso comune, preferendo i valori tradizionali, civili e religiosi; avere un giudizio diverso sul fascismo e sull’antifascismo, ma anche sul comunismo, rispetto al canone dominante; preferire Berlusconi ai suoi avversari o ex alleati. Quest’ultima pesa di più di tutte, anche se è la meno legata ad un’identità di destra e la più contingente. Si veda, a conferma, il caso Fini&finiani: il loro recente neofascismo viene ripulito dal loro neo-antiberlusconismo. Se il fascismo è il male assoluto, il berlusconismo è il male due volte assoluto, oltre che dissoluto.
Il disprezzo verso la destra si articola in due modi: è gridato se il personaggio è più esposto in vetrina, è al potere o è più grossolano; è taciuto, per simulare la sua inesistenza, se il personaggio è meno vistoso e più sobrio, e magari pure colto. Il primo è manganellato, il secondo è cancellato.
Nonostante il livore aggiuntivo verso chi tradisce la sinistra, il disprezzo verso gli ex è dimezzato: penso a Oriana Fallaci, a Pansa, allo stesso Ferrara. Con loro c’è un minimo di colloquio, si possono citare. Gli altri no, damnatio memoriae anche da vivi: sepoltura in piena attività o vituperio urlato a mezzo stampa. Nel caso della destra grossolana che commette vistose gaffe, ci sono episodi grotteschi. Prendete Ciarrapico: socio in affari per anni della sinistra editoriale, viene ora massacrato per un’infelice battuta e ribollato come fascistone. Vorrei ricordare una cosa: quando la sinistra tifava per gli arabi e i palestinesi contro Israele, il grossolano Ciarrapico pubblicava in difesa d’Israele un libro del leader ebreo Begin La rivolta e fu Israele. Che volete, le battute valgono più delle opere. Ma torniamo al tema serio.
Chi da destra denuncia il disprezzo viene accusato anche dai cosìddetti terzisti di vittimismo. Prendi le botte e zitto, non far la vittima. Mazziato e cornuto.
Il disprezzo verso la destra è cagionato da tre agenti: una sinistra settaria e velenosa che propaga ribrezzo etnico, antropologico, per quelli di destra; l’inevitabile presenza a destra di personaggi screditati, ma questo accade quando si è in tanti e quando si va al governo; e il complice, connivente, disprezzino dei cosiddetti indipendenti, terzisti veri e presunti, a volte persino centrodestrorsi vaghi, snob o vigliacchetti. È lì che nasce la barriera del disprezzo. I suddetti a volte usano il disprezzino verso la destra come alibi per poter poi criticare la sinistra, facendosi così una polizza contro rischi. Ci sono ballerini in punta di piedi che bilanciano ogni critica a sinistra con uno sputino gentile a destra, per mostrare che loro sono in perfetto equilibrio, personcine ammodo. Per la destra colta si adeguano alla legge non scritta del potere intellettuale: morte civile. Dei tre agenti di disprezzo, questo è forse il più nocivo.
Potrei ancora aggiungere che dire destra, in effetti, è dire poco: le destre sono tante e spesso tra loro si detestano o s’ignorano. Le destre presunte o implicite sono assai più di quelle che si dichiarano tali. Ci sono almeno tre destre: la destra liberale, un po’ conservatrice sul piano dei valori, liberista in economia, anticomunista e garantista; la destra della tradizione, con significative varianti cattoliche o ribelli; la nuova destra, sociale e comunitaria, critica verso il dominio del mercato e il modello consumista. Il tratto comune delle destre è oggi il richiamo alla sovranità popolare, la preferenza per una democrazia decisionista e un amor patrio territoriale e reale piuttosto che il patriottismo costituzionale. Fini sta alla destra come la posa dell’orzo sta al caffè.
Tre destre hard ribollono nei fondali del basic instinct: la destra reazionaria, rivolta al rimpianto del passato remoto; la destra neofascista, nostalgica del passato novecentesco; la destra autoritaria, che esige legge e ordine e a casa gli immigrati. L’operazione mediatica del disprezzo riduce le destre presenti a quelle hard: sarebbe come ridurre la sinistra presente a brigate rosse, stalinismo e mao-polpottismo. Il basic istinct è sempre feroce, e cova a destra come a sinistra. Ma se fai paragoni, ti dicono che soffri di nevrosi.
Sul piano dei fatti resta vero che, alla fine, la cosiddetta destra ha commesso meno errori in campo e in teoria della cosiddetta sinistra, ha saputo cogliere meglio la realtà e dar voce ai popoli, ha più aiutato lo sviluppo ed è stata più efficace, ha saputo meglio temperare libertà e tradizione, libertà e sicurezza, e ha meno vessato, perseguitato, oppresso i cittadini. E la destra culturale si è resa meno complice di intolleranze, totalitarismi vigenti e pericolose utopie, rispetto alla sinistra culturale. La destra ha generato sicuramente meno intellettuali, ma ha prodotto meno cattivi maestri e più grandi maestri (che sono rarità ma svettano nel Novecento).
So che dire destra significa poco e produce troppi malintesi, e io parlo di destra come di una definizione che riguarda più il mio passato che il presente e il futuro. Ma davanti al disprezzo ideologico e razziale verso chi è di destra, lasciate che vi esorti alla sobria fierezza di essere e dirsi di destra.
……….Marcello Veneziani è uno dei pochi intellettuali “di destra” che rivendica orgogliosamente di esserlo. Ed è uno dei pochi intellettuali “di destra” che non strizza l’occhio a sinistra per cercare complicità e compiacimenti. Meno male che c’è Veneziani, altrimenti la destra intellettuale sarebbe ridotta ai supporter di Fini che si dicono di destra parlando il peggior linguaggio della sinistra più vetera e massimalista. Quasi a confine con le Brigare Rosse, ovviamente avendo come nemico non le mitraglie ma solo Berlusconi. g.



