MONTECARLO, IL VICINO DI CASA HA VISTO LA TULLIANI DIRIGERE I LAVORI

Pubblicato il 6 ottobre, 2010 in Politica | Nessun commento »

Scoop ieri sera a Porta a Porta. Bruno Vespa ha mandato in onda un servizio da Montecarlo nel quale l’inviata di Vespa è entrata nell’appartamento attiguo a quello abitato dal cognato di Fini ed ha intervistato il proprietario, subito dopo ha intervistato il costruttiore edile contattato da Tulliani. Nella ricostruzioe del Giornale ecco la sintesi delle due interviste che non lascia scampo a Fini: la sua comapagna sarebbe stata vista nell’appartamento dirigere i lavori e avrebbe dato le indicazioni al costruttore sui lavori a farsi (a Porta a Porta era presente il fidato Bocchino, palpabile il suo imbarazzo).

di Gian Marco Chiocci e Massimo Malpica

L’ennesima testimonianza poco conforme alle risposte di Gianfranco Fini e dei suoi familiari sull’affaire immobiliare monegasco arriva direttamente dal Principato, e va in onda nel salotto di Bruno Vespa. Le telecamere di Porta a Porta intervistano, a Montecarlo, un inquilino del «Palais Milton», l’edificio al 14 di boulevard Princesse Charlotte dove, al piano terra, abita il «cognato» di Fini, Giancarlo Tulliani. Il suo vicino è Fabrizio Torta, che spiega: «L’appartamento di Tulliani è identico al mio, 60-70 mq». Poi, Torta racconta ciò che ha visto nell’appartamento al rez de chaussée (piano terra), dove fervevano i lavori di ristrutturazione affidati alla ditta «Tecabat» di Rino Terrana. Via-vai di operai. Polvere. Martelli e trapani che addirittura procurano danni alla sua proprietà. E una «bella donna»: «Mesi fa vidi una signora bionda, estremamente appariscente, occuparsi della ristrutturazione. Dai giornali scoprii poi che era la compagna del presidente Fini».
Un riscontro ulteriore alle altre testimonianze che il Giornale aveva raccolto nel Principato nei mesi scorsi. L’altro «compagno di pianerottolo» di casa Tulliani, Giorgio Mereto, per citare un esempio. L’uomo, che a Palais Milton ha un ufficio confinante col terrazzo di quella casa, aveva raccontato di aver visto per le scale sia Fini che una signora bionda, identificata con Elisabetta dopo averne visto la foto su internet.
Il dettaglio della presenza di Elisabetta nella casa mentre il cantiere era in piena attività, se confermato, non è certo di poco conto. Come è noto, il suo compagno Gianfranco Fini ha sempre negato di aver saputo alcunché di quell’appartamento al di fuori della prima compravendita, «procacciata» dal «cognato» Giancarlo Tulliani. E di aver saputo solo tempo dopo, proprio da Elisabetta e con «sorpresa e disappunto», che il giovane Giancarlo ci fosse andato ad abitare. Ma non è tutto. Sempre nella puntata di Porta a Porta andata in onda ieri sera, un altro dei testimoni scovati dal Giornale, il noto costruttore italiano Luciano Garzelli (a cui si era rivolto l’ambasciatore Mistretta quando Tulliani gli aveva chiesto nomi di imprese per ristrutturare la casa) ha confermato il ruolo di Elisabetta: «Anche gli operai sul cantiere la videro più volte mentre assisteva ai lavori». Era lei, a quanto dice il titolare del colosso monegasco delle costruzioni Engeco, che coordinava e seguiva l’andamento dei lavori nell’appartamento occupato – all’insaputa di Fini – dal fratellino: «Mi telefonò parecchie volte, anche se non ci siamo mai conosciuti di persona», aggiunge Garzelli. Telefonate che si sommano a una serie di e-mail di un architetto romano di fiducia della compagna del presidente della Camera, nelle quali il professionista, sempre per conto di Elisabetta, chiedeva di intervenire per eliminare tramezzi e ampliare stanze. Prima ancora di parlare con Porta a Porta, già al Giornale, Garzelli non era stato avaro di dettagli, spiegando che le prime e-mail risalivano al giugno del 2009: via libera al preventivo da parte dell’architetto della Tulliani, tranne le forniture (piastrelle, mobili, la cucina). Che i familiari di Fini hanno voluto portarsi dall’Italia. Dettaglio, come si ricorderà, confermato anche da Davide Russo, ex dipendente del centro arredi Castellucci di Roma, che a questo quotidiano raccontò che Elisabetta si occupò di acquistare gli arredi per «una casa all’estero», e che fu richiesto un trasporto particolare, non solo per i mobili ma anche per materiali da costruzione. Ancora un nuovo tassello che sembra trovare riscontro. Ancora un colpo al «non c’entriamo» dei Tullianos. E se Fini dubita del «cognato», a questo punto dovrebbe dubitare anche di «Ely». O no?

FINI: COSI’ RISCHIA UN ALTRO ELEFANTINO, di Mario Sechi

Pubblicato il 6 ottobre, 2010 in Politica | Nessun commento »

Gianfranco Fini Ci sono partiti che appaiono come meteore. E scompaiono. Altri che nascono, crescono, durano nel tempo, ma alla fine anch’essi scompaiono. La politica, come tutte le cose, ha un ciclo di vita. Nasce, muore e si rigenera secondo le sue regole. Mai uguali. Che vita avrà il nascente partito di Gianfranco Fini? Difficile fare previsioni, possiamo però cercare di capirne la genesi rileggendo il passato, guardando il presente di futuro e libertà. La storia di Fini e Alleanza nazionale è un buon punto di partenza: Gianfranco si dedica alla svolta di Fiuggi, cambia la ragione sociale del partito e spegne la fiamma almirantiana quando capisce che, crollata la Prima Repubblica sotto i colpi della magistratura (e di una politica forcaiola di cui il Movimento sociale era parte), si sta aprendo un nuovo mondo e la destra di fronte all’arrivo di Berlusconi deve cambiare abito. La mossa non fu un’idea del leader, ma nacque grazie all’opera di un gruppo di intellettuali moderati (fu il professor Domenico Fisichella con un articolo pubblicato su Il Tempo nel 1992 a tracciare il primo solco, suggerendo la creazione di un partito che andasse oltre il recinto della destra) e all’intuito politico di Pinuccio Tatarella. Fini non era convinto della svolta, ma si decise comunque a lanciare un partito in versione “reloaded”, fare un passo avanti e mettersi in scia dell’uomo di Arcore per sfruttare la velocità di Forza Italia e provare a superarlo in curva. Fini fin dal primo giorno di questa avventura ha pensato a Berlusconi come a un parvenu della politica. Pensava: Silvio prima o poi si stuferà e tornerà in televisione a fare Drive In.
Per poi lasciare ovviamente il posto a lui, un professionista della politica. Cinque anni dopo la discesa in campo di Berlusconi, Fini si ritrova al suo personale punto di partenza e con un conflitto interiore irrisolto, quello dell’eterno numero due, sempre fermo al primo giro del pretendente al trono. Il suo obiettivo non è mai stato quello di far crescere il partito, ma di diventare il leader assoluto dell’area politica attraverso un subentro al Cav più o meno forzato. Per questo i risultati elettorali di Alleanza nazionale non sono mai stati la sua vera occupazione e preoccupazione. Appena Berlusconi entra in crisi grazie anche ai colpi della magistratura, siamo alla fine degli anni Novanta, Fini si fa sotto e nel 1999 matura il primo strappo ufficiale: parte l’avventura dell’Elefantino con Mario Segni. Nello zoo della politica c’è un gigante del regno animale. Fini le prova tutte. Offre una candidatura anche a Vittorio Feltri, il direttore del Giornale a cui oggi gli piacerebbe tanto far saltare la testa. Paradossi della storia. Che punisce Fini perché il risultato elettorale delle elezioni europee al posto di un Elefantino disegna una pulce: il partito raccoglie circa 3 milioni di voti, elegge nove parlamentari europei, fa un 10,3 per cento ma l’avversario in crisi da travolgere, Forza Italia, segna sul pallottoliere oltre sette milioni e mezzo di voti e supera il 25 per cento dei consensi. L’Elefantino si schianta a terra. Fini si dimette da An (letterina respinta) e Segni si consola con un seggio in Europa.
Da questo momento Fini agisce di conserva e giostra con la tattica di Palazzo. S’inventa con Marco Follini la stagione surreale del «subgoverno» e costringe Berlusconi a far fuori il ministro dell’Economia Giulio Tremonti. Una brutta pagina per il centrodestra. Tremonti viene richiamato qualche mese dopo di fronte allo spettro di una finanziaria con i fogli in bianco, Berlusconi, dato da tutti per spacciato, pareggia le elezioni, Prodi prova lo stesso a governare, Fini maramaldeggia e spera ancora nel tramonto del Cav, il quale invece fiutando le elezioni e non volendosi far cucinare da An fa la svolta del predellino, s’arrampica sullo sportello di un’auto in piazza San Babila a Milano e fonda il Pdl. Fini commenterà così la sortita di Silvio: «Siamo alle comiche finali». Poi smette di ridere, apre lo sportello e sale anche lui in macchina, diventa cofondatore del partito, elegge i suoi coordinatori ma nello stesso tempo mette in piedi una metamorfosi kafkiana passando dal destrismo al futurismo. E siamo all’oggi, all’estate di Montecarlo, al «che fai mi cacci», ai probiviri, all’uscita dal Pdl, alla fondazione di un gruppo parlamentare e poi di un partito in cerca d’autore. Fini ha in mente il regicidio (metafora politica) da sempre. Il colpaccio non gli è mai riuscito e questa è davvero la sua ultima occasione. Il problema è che i partiti nati da operazioni di palazzo non hanno grande fortuna. Come nel caso dell’Elefantino, Fini tenta l’operazione alchemica in laboratorio, scommette su se stesso e un manipolo di avventurieri che insieme riescono a sostenere tutto e il contrario di tutto: dall’ecologismo antinuclearista al progressismo rock. Non conosciamo il peso elettorale dei finiani, i sondaggi sono i più fantasiosi e vari, ma a giudicare dai discorsi di quelli che non si sentono dei Granata, le elezioni le temono. Vestiranno il loro manifesto politico con i colori futuristi di Balla. Vedremo quante stagioni riusciranno a ballare.

IL TEMPO, 6 OTTOBRE 2010

….Questa l’analisi del salto nel buio di Fini e dei suoi caballeros ad opera di Mario Sechi, direttore de Il Tempo di Roma, che, lo ricordiamo, è il quotidiano che da sempre, dai tempi del suo fondatore Renato Angelillo, è il portavoce, anzi il megafono dei moderati di Roma, del Lazio, e delle altre regioni del centro Italia. Noi condividiamo questa analisi, anche sulla scorta di una antica e mai nè dimenticata, nè rinnegata esperienza. Nel 1977, più della metà dei parlamentari dell’allora MSI, sia alla Camera che al Senato, con motivazioni che francamente erano ben più consistenti di quelle di Fini, anche perchè ventanni dopo hanno costituito le ragioni d’essere della svolta aennina di Fiuggi, si staccarano dal MSI di Almirante che voleva riportarlo sulle posizioni della lotta al sistema, e fondarano Democrazia Nazionale. Gli uomini che diedero vita a Democrazia Nazionale erano il fior fiore del MSI, sia a livello nazionale che regionale. Tutto faceva sperare che ciò,  unito alle “buone ragioni”  della scissione, cioè la creazione di una Destra capace di fare politica, liberale, dopo essersi scrollata di dosso il marchio di origine, cioè il legame con il fascismo, sopratutto quello repubblichino, pur senza giungere a rinnegarlo, ma attribuendosi la stessa definizione che  Giuseppe Berto,  a veva attribuito a se stesso: afascista, e magari, perdi dirla alla finiana  europea, avrebbe consentito alla nuova formazione politica di raccogliere i consensi necessari per bilanciare a destra lo spericolato e suicida pencolare a sinistra della Democrazia Cristiana.  Le elezioni del 1979 spazzarano via queste speranze , se volete, queste illusioni. Il partito dei moderati, o per dir meglio della Destra moderata, che aveva avuto il battesimo in Parlamento con la discussione sulla Legge Reale sull’ordine pubblico,  con l’accettazione esplicita e senza ritorni in quella sede della Destra ormai Nazionale del sistema della democrazia parlamentare, racccolse poco meno dell’1% dei voti, non entrò in Parlamento e  dovevano passare  altri 15 anni perchè nel Parlamento la Destra incominciasse ad essere protagonista e non solo testimone muto di una  parte di italiani che proprio non riuscivano a turarsi il naso per votare per l’altro partito nel quale la destra si era mimetizzata dopo il 1945, cioè la Democrazia Cristiana. Ma questo ci porta altrove e ai meriti storici ed innegabili di Berlusconi che alla Destra ha dato dignità di forza politica e legittimazione di governo. Quel che invece conta è che le scissioni non portano bene a chi le fa, neppure quando, come accade nel 1977,  davvero gli scissionisti mettendo a repentaglio il loro presente e il loro futuro politico, avevano come obiettivo di restituire la Destra agli italiani. Fini,  che benchè all’epoca della scissione di Democrazia Nazionale ancora  viveva a Bologna e ancora non era andato a vedere al cinema Berretti Verdi la cui visione doveva indurlo, secondo quanto lui stesso ha dichiarato, ad aderire al MSI, su Democrazia Nazionale e sugli uomini che la fondarono ha traccheggiato nel passato, quando era ancora uno che rivendicava i confini orientali e ancora come Almirante si definiva fascista e come Almirante definiva gli scisisonisti di Democrazia Nazionale come traditori.  Or, forse inconsapevolmente,  ripercorre lo stesso percorso di Democrazia Nazionale, senza avere le qualità morali, etiche e politiche di Ernesto De Marzio, di Gianni Roberti, e tanti altri, e pensa di poter conseguire, con ben altri propositi, compresi quelli di allearsi con la sinistra, compresa quella giustizialista di Di Pietro e quella massimalista di Vendola per sconfiggere Berlusconi,  il consenso degli italiani, gli italiani di Destra, quelli che per tutta la vita hanno subito le angherie, i soprusi, le violenze verbali e intellettuali della sinistra e che oggi tradisce coprendosi il volto con parole piene di niente.  Si illude e il tempo che è galantuomo lo dimostrerà. g.

C’E’ L’ITALIA SCOPERTA DA BERLUSCONI

Pubblicato il 5 ottobre, 2010 in Politica | Nessun commento »

Silvio Berlusconi Anche col suo discordo di domenica a Milano Silvio Berlusconi ha confermato di essere molto di più che un comune (eccellente o pessimo che sia) presidente del consiglio. Se fosse soltanto un bravo o cattivo premier sarebbe semplicemente uno dei moltissimi elementi che costituiscono l’insieme dei capi di governo toccati finora al nostro paese. Invece è anche, anzi soprattutto, il primo interprete e portavoce di un popolo che mai prima di lui era riuscito a esprimersi in prima persona sulla scena politica e che solo grazie a lui ha potuto finalmente presentarsi come una nuova, nuovissima Italia, nata felicemente dal decesso di tutte le Italie precedenti. E come tale è e resterà per sempre, quale che potrà essere l’epilogo, prossimo o remoto, della sua avventura politica, l’elemento di un insieme formato appunto soltanto da lui. Le diverse Italie dalle cui rovine è nata quella che ha trovato in lui il suo primo leader sono, nell’ordine, l’Italietta detta liberale, che fu accoppata dal Fascismo.

l’Italia fascista, che fu cancellata dalla sua disastrosa ma provvidenziale disfatta nella seconda guerra mondiale; l’Italia del primo trentennio della Prima Repubblica, che dopo essere stata fiaccata e sfregiata prima dal consociativismo statalista, quindi dal Sessantotto e dagli anni di piombo, stramazzò con l’assassinio di Aldo Moro; infine l’Italia cattocomunista degli anni successivi, che sarebbe dovuta crollare col muro di Berlino e il collasso dell’Urss, ma che invece riesce a vivacchiare ancora oggi grazie alla truffa di Mani Pulite, che permise ai comunisti (ex, posto e neo) ridotti dai fatti dell’Ottantanove e del Novantadue allo stato di morto che parla, di rilanciarsi sulla scena politica sventolando ipocritamente la bandiera della Questione Morale. L’Italia che ha trovato in Berlusconi il suo primo vero interprete e rappresentante simbolico non è dunque figlia né del Risorgimento (del quale ormai tutti sanno che non fu un movimento di popolo, ma una lunga serie di cospirazioni e sommosse ordite da movimenti elitari e sfociate in una serie di guerre di conquista combattute e vinte dal Piemonte, col sostegno di un’esigua minoranza di “patrioti” e di alcuni Stati europei, per annettersi tutti gli altri staterelli preunitari); né del Fascismo (del quale fra l’altro sarebbe ora di ammettere che avendo condiviso coi regimi comunisti delizie come il partito unico, lo stato etico e pedagogico, la militarizzazione delle masse, la statizzazione di vasti comparti dell’economia, il controllo dell’informazione, dell’istruzione e della cultura, la gestione del tempo libero, insomma tutto fuorché i massacri e il gulag, fu un singolare esempio di “socialismo dal volto umano”); né delle due sinistre antifasciste, la marxista e la cattolica, che hanno governato il paese prima dell’avvento di mastro Silvio.
Di che cosa è dunque figlia la nuova Italia che si riconosce in lui? È figlia della fede nel primato di quel fattore squisitamente pragmatico che egli ama chiamare “il fare”, e che come tale, basato com’è sul riconoscimento dei valori espressi e garantiti della costellazione “lavoro-scienza-tecnica-capitalismo-mercato-democrazia”, non ha proprio niente a che vedere con le nobili illusioni delle precedenti quattro Italie, tutte decedute sotto il botto di quell’evento epocale che fu la sua geniale “discesa in campo”. Ben altro dunque che un più o meno bravo Presidente del consiglio è Berlusconi. Di premier l’Italia, dal 1861 a oggi, ne ha avuti finora esattamente cinquantadue, e alcuni di essi, come capi dei governi da loro presieduti, si dimostrarono anche eccellenti. Ma in quanto prima espressione della nuova realtà sociale e politica sorta dalle rovine di quelle precedenti (che purtroppo ingombrano ancora il nostro paesaggio), Berlusconi è e resterà per sempre una figura unica. Sicché è evidente che lui, proprio come la luna è l’unico membro dell’insieme costituito dai satelliti della terra, è il solo elemento di quello costituito dagli ambasciatori dell’Italia sociale, economica e politica di oggi. Ruggero Guarini, Il Tempo, 5 ottobre 2010

CHI SARA’ IL SUCCESSORE ALLA CAMERA, di Mario Sechi

Pubblicato il 4 ottobre, 2010 in Il territorio | Nessun commento »

La Camera dei Deputati La presidenza della Camera sarà il crocevia della legislatura. Qualsiasi scenario non può prescindere da questa casella istituzionale. O in piena crisi di governo (e probabili elezioni) o con la maggioranza in sella, quello di Montecitorio è il quadrante da tenere d’occhio. L’annuncio di Gianfranco Fini di passare dal gruppo al partito, dal movimento di truppe parlamentari al gioco duro sul territorio ha una conseguenza che il leader di Futuro e Libertà non ha ancora maturato del tutto, ma presto o tardi dovrà affrontare: le sue dimissioni. Domanda semplice che nessuno finora s’è posto: se Fini lascia, chi andrà a Montecitorio? Non stiamo trattando di una posizione qualsiasi, ma della terza carica dello Stato, figura che insieme alla Presidenza della Repubblica e a quella del Senato fa parte del «triangolo istituzionale» che fa (e disfa) l’agenda istituzionale.
Fini è un leader che sa benissimo di non poter a reggere a lungo la situazione così com’è: non si può essere contemporaneamente capo di un partito nascente, uomo “terzo” in un ramo del Parlamento e antagonista di Berlusconi sullo stesso terreno elettorale. La sua decisione di lasciare prima o poi arriverà e il centrodestra non deve farsi trovare impreparato di fronte al risiko politico che ne scaturirà. Silvio Berlusconi ieri a Milano ha parlato chiaro: fuori da questa maggioranza ci sono le elezioni. Detto questo, un leader che studia le mosse sulla scacchiera deve preparare il terreno politico su un doppio registro: quello della chiamata al voto e della battaglia fino all’ultimo consenso e quello del governo che si mette alla prova giorno dopo giorno. Se la casella di Montecitorio si libera, Berlusconi avrà sulla sua scrivania un paio di opzioni. Quali? La prassi consolidata finora nell’era del bipolarismo prevede che le presidenze delle Camere siano affidate alla maggioranza. Questa consuetudine è stata praticata dalla destra e dalla sinistra e nessuno ha avuto da obiettare. Lo scenario attuale però potrebbe suggerire anche altre soluzioni. Non un ritorno al passato, ma uno scenario mobile in cui, giocando di fantasia, quell’allargamento della maggioranza finora fallito potrebbe perfino riuscire oppure aprire un’altra fase della legislatura. Sul tavolo c’è anche la possibilità di riaprire la partita delle riforme e puntare dritti alle elezioni del 2013 con una serie di fatti concreti da presentare agli elettori. Quest’ultimo scenario converrebbe sia alla destra che alla sinistra. Ma andiamo con ordine. La domanda “chi verrà dopo Fini?” non ha una risposta univoca. Le figure che possono correre per quella carica sono tante, ma la premessa è che dietro ci deve essere un progetto politico coerente.
Faccio una serie di nomi che sono plausibili, ma soprattutto rappresentano la metafora di una situazione politica. La carta d’identità potrebbe cambiare, ma lo scenario sarebbe simile anche cambiando la figurina nell’album politico. Ne prendiamo tre dal mazzo, tutti buoni: Maurizio Lupi, Pier Ferdinando Casini e Massimo D’Alema. Ripeto, sono dei tipi ideali, ma proprio per questo val la pena di guardarli da vicino, sono un orizzonte da osservare prima di muovere i pezzi. Maurizio Lupi, parlamentare del Pdl e attuale vicepresidente della Camera, è un politico del Nord che si è distinto per la sua competenza e tenacia. Ha un legame forte con il suo territorio, la Lombardia, è intelligente e conosce le cose del mondo terreno. È un cattolico doc, uno dei link di Comunione e Liberazione in Parlamento. Il suo settentrionalismo è un valore importante, Lupi è una pedina seria da giocare nella competizione interna con la Lega, i suoi legami con il Vaticano sono preziosi sul piano dell’impostazione culturale del Pdl e la sua linea “berlusconiana” una garanzia per il Cavaliere. Una presidenza Lupi sarebbe un segno di continuità nella prassi della maggioranza che controlla tutte le cariche fondamentali dello Stato e contemporaneamente un segnale al Carroccio di Bossi e agli elettori del Nord. Con questa scelta, a livello di equilibri e giochi parlamentari non cambierebbe granché, ma dal punto di vista del Pdl e delle sue dinamiche interne sarebbe una carta logica da giocare. Rimane un dubbio: i finiani voterebbero Lupi? La verità è che una simile soluzione può maturare solo attraverso un armistizio con Fini.

Pier Ferdinando Casini – ieri criticato da Berlusconi a Milano – rappresenta un’incompiuta della politica italiana. Leader di un piccolo partito, artefice di una linea identitaria forte nei giornali ma debole sull’elettorato, potrebbe rientrare in pista proprio nella carica che aveva occupato nel governo Berlusconi. Il suo ritorno alla presidenza della Camera sarebbe la prima mossa di un riavvicinamento al Pdl di un partito che ha difficoltà a stare sia con il centrodestra sia con il centrosinistra. Comprendo le remore di Casini a rientrare nella maggioranza dopo aver rappresentato – a torto o a ragione – una posizione d’opposizione contro il Cav, ma Casini è anche un uomo molto pragmatico e una sua collaborazione sarebbe plausibile e coerente con la natura del suo partito. Domanda: Casini si renderà disponibile ad uno schema che prevede almeno in prospettiva una politica di alleanza? Pier è disposto a mollare la sua posizione di equidistanza e i legami con la sinistra? Massimo D’Alema continua ad essere di gran lunga l’unico politico di razza tra i leader del Pd. Ha grande esperienza, il tratto giusto per essere assai poco indulgente con i compagni di partito a Montecitorio e, soprattutto, è ancora il principale azionista del Pd. Difficile che D’Alema passi come candidato di uno schieramento alternativo al centrodestra, basta guardare alle mosse dei veltroniani, ma il buon Max potrebbe essere la candidatura per le grandi riforme finora mancate.

Le tre soluzioni hanno premesse e conseguenze politiche diverse. Nel caso di Lupi siamo pienamente dentro il centrodestra così com’è dopo lo strappo di Fini; nel caso di Casini a monte sta una strategia dell’attenzione nei confronti dell’Udc; in quello di D’Alema entriamo nel solo scenario possibile di fronte a una carta così pesante, ossia quello del finale di legislatura costituente. La prima opzione (Lupi) non allarga la maggioranza, ma conferma la supremazia parlamentare del Pdl, mette un altro elemento sulla scacchiera e – in caso di assenso dei finiani – puntella la maggioranza uscita dal voto di fiducia dei giorni scorsi. La seconda scelta (Casini) è quella che riapre il dialogo con l’Udc, costruisce le basi non per un ingresso dei centristi nella maggioranza, ma per una collaborazione politica con una base concreta. La terza carta da giocare (D’Alema) è quella più fantasiosa e nello stesso tempo intrigante. Il vero leader del Pd è da tempo fuori dai grandi giochi istituzionali, ma è senza dubbio alcuno la punta di diamante dell’opposizione e – quando vuole – sa essere uomo ricco di una materia prima sempre più rara: la realpolitik. Con lui si disinnescherebbe il bing bang del Pd, si ricostruirebbe un quadro politico meno avvelenato e soprattutto si potrebbe guardare a un finale di legislatura con un tot di riforme plausibili. D’Alema sarebbe la pietra tombale per le forze antisistema che stanno ammazzando il Pd, Berlusconi avrebbe la possibilità di sottrarsi alla tenaglia dei torquemada che sognano la rivoluzione giudiziaria, la strategia dei calcioni che la terza gamba finiana ha cominciato ad assestare in queste ore con un esito che appare sempre più vicino (le elezioni) sarebbe fortemente indebolita. Sul tavolo Berlusconi presto avrà tre carte e una sola scelta. Non può lasciare che il cappello su questa partita lo mettano altri partiti. Sta giocando una mano di poker decisiva, in palio c’è il futuro del suo governo.

ALLA FESTA DEL PDL BERLUSCONI CATERPILLAR

Pubblicato il 4 ottobre, 2010 in Il territorio | Nessun commento »

Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi Il messaggio è chiaro: voglio andare avanti, se altri pensano di fermarmi lo dicano subito, escano allo scoperto. Berlusconi sceglie la chiusura della festa della Libertà, a Milano, per dettare la linea e soprattutto per provare a stanare Fini e i finiani. Per far capire che di sicuro lui non resterà lì a farsi logorare, a farsi cucinare a fuoco lento. Spiega al suo popolo che i pm i soliti pm di sinistra lo vogliono fare fuori anche con interpretazioni ad personam delle leggi. E lo fa proprio mentre la discussione sul lodo Alfano in versione costituzionale, lo scudo giudiziario per il premier, sta per essere incardinato. Premette Silvio: «Andremo avanti, abbiamo il dovere di farlo per cambiare questo Paese. Neppure un passo indietro». Ma. E qui Berlusconi apre un’ampia parentesi. Ma «i giornaloni sono di sinistra». Ma molti «vogliono eliminarmi dalla vita politica, come nel ‘94». Ma lavorano per fantomatici governi tecnici «che porterebbero al comando chi ha perso le elezioni».
Ma, inoltre, «la sinistra chiede dal Parlamento, dai suoi giornali, dalla Rai che è pagata con i soldi di tutti gli italiani che al posto del governo che ha avuto il mandato dagli italiani si crei un governo tecnico che metta insieme le forze che le elezioni le hanno perse». Ma, infine, la sinistra non ha un leader «asseconda gli isterismi di Di Pietro e Vendola e fa l’occhiolino a Casini e Fini». Per mezz’ora elenca tutti i risultati del suo governo. Fatti concreti. Poi sottolinea che, a suo giudizio, ciò che è accaduto quest’estate è addirittura «incomprensibile» con la politica che ha dato di sè un’immagine «scandalosa». Ma è solo l’antipasto, il primo è un bell’attacco ai pm che culmina con la richiesta una commissione d’inchiesta «che indaghi su cosa è accaduto in questi anni», su quel «potere dentro la magistratura che ci tiene sotto scopa». Di qui la necessità di mettere mano alla riforma della giustizia. Prima di arrivarci però il Cavaliere se la prende con quello che definisce il famigerato pm De Pasquale, «lo stesso che disse a Cagliari (presidente dell’Eni nel ‘93, ndr): “non si preoccupi, domani la libero”. Poi se ne andò in vacanza e Cagliari si suicidò». Ebbene De Pasquale ha sostenuto nel processo Mills, ricostruisce Berlusconi, che il reato di corruzione non si verifica nell’atto corruttivo bensì quando i soldi cominciano ad essere spesi: così si è evitata la prescrizione per il Cavaliere. Episodio che serve al premier per affermare che «c’è un macigno, forze che usano la giustizia per eliminare dalla vita politica un protagonista che a loro non va bene, forze che hanno fatto patti con chi sta in politica garantendo protezione».
Il capo del governo sente «il dovere verso gli elettori di andare avanti con la legislatura ed il programma, con la maggioranza ancora più ampia che ha votato la fiducia alla Camera e al Senato». Tutto ciò è propedeutico per mettere nell’angolo i finiani: «Chi ha costituito un diverso gruppo ha garantito la sua lealtà e noi vogliamo credergli – spiega -. Presenteremo provvedimenti in sintonia con il programma, faremo una verifica giorno dopo giorno. Ma se questa lealtà non sarà tradotta in fatti congrui non ci metteremo un minuto per tornare al popolo italiano a chiedere di nuovo la sua fiducia». Silvio si dice sicuro di «avere ancora il 60 per cento dei consensi» e fa ironia sulla sinistra. «Nonostante questo vogliono mandarmi a casa, ma così mi mettono in imbarazzo: io ne ho venti di case, non saprei quale scegliere». Sdrammatizza la valanga di polemiche sui due video rubati e annuncia alla platea «so più di duemila storielle», si ferma un attimo e dalla platea qualcuno grida: «Raccontacene una». E lui: «Non posso raccontarvele, se no Letta si arrabbia. Ma davvero questi sono sorrisi, risate, ti puliscono la testa, sono terapeutici, non può esserci davvero nessuna intenzione cattiva…». Insomma, chi deve capire capisca.

da IL TEMPO – 4 OTTOBRE 2010

TERZO POLO: L’IMPOSSIBILE ALLEANZA DI TRE TENORI IN DISARMO

Pubblicato il 4 ottobre, 2010 in Politica | Nessun commento »


di Roberto Scafuri

Fini, Rutelli e Casini in cerca di una via politica comune pur di evitare il declino. L’ambizione dei leader è creare una forza nuova per mascherare gli acciacchi. Ma anche unendosi i seguaci rimangono comunque pochi.

- C’era una volta un Paese strano, dove chi aveva due gambe ne voleva una terza. Dove se non funzionavano due poli, si sperava nel terzo. Dove se due non si mettevano d’accordo, si pendeva dalle labbra del terzo.

In questo Paese il tre era un numero perfetto. Uno più uno più uno era sintomo di forza al cubo. Poi arrivarono tre «maghi» d’Oriente: Gianfranco Rutelli, Pier Ferdinando Fini, Francesco Casini – forse i nomi non erano quelli o erano abbastanza confusi, ma nessuno ci fece caso. D’altronde i loro discorsi, a detta dei seguaci, erano «sovrapponibili». Così i discorsi, e le ambizioni dei tre. Ognuno dei quali recava con sé un dono, al popolo di quel Paese strambo. Pier Ferdinando l’incenso, e sì che quel Paese ospitava il capo della Chiesa cattolica. Francesco la mirra, nonostante nessuno avesse mai saputo bene che cosa fosse. Gianfranco l’oro, e su quello concordavano tutti.

Il loro cammino, visto con il senno del poi, era stato tutto una «convergenza parallela», secondo una vecchia visione di un veggente del primo evo. Ma ora si trattava di andare ben al di là di quella profezia. Occorreva precipitarsi verso la grotta comune: una mangiatoia che li contenesse tutti. Che fu nominata, per rispetto alle tradizioni di quel popolo, «terzo polo».

La gente all’inizio sbalordì, immaginando un magnetismo all’altezza dell’equatore, e si chiese se non avrebbe creato turbative, maremoti e confusione in eccesso. E sì che alla confusione, quel Paese, c’era abituato. Ma poi i più saggi rammentarono che una sera d’estate, tra le macerie dell’antico impero, tre tenori celebri, giunti in affanno alle soglie di un inevitabile declino, ebbero un’idea formidabile. Mettersi assieme: unire le voci non più all’altezza dei tempi d’oro così da poter reggere un intero concerto. I tre grandi – si chiamavano Pavarotti, Carreras, Domingo -, grazie a quella brillante invenzione di marketing si assicurarono un successo senza precedenti. Mascherarono acciacchi e défaillances, superarono il momento difficile.

Uno più uno più uno. Quello che sembrava potenza al cubo, dietro – anzi, dentro – nascondeva in realtà un buco, una debolezza, una verità. I numeri andavano letti correttamente: un terzo più un terzo più un terzo, totale: uno. I tre «maghi», in cuor loro, lo sapevano bene. Francesco, che recava l’oscura mirra, aveva preso più batoste di un pugile suonato. Era rintanato in un alveare (i compatrioti lo chiamavano «Api»), assieme ad altri, pochi, senza fissa dimora. In dote, nel trio, non portava che loro: altro che seguaci. Ma il paradosso era che, ai tempi belli, avversava il re dell’oro, e l’aveva battuto. Poi s’era montato la testa, aveva fatto fuoco e fiamme come nella burrascosa gioventù, ma era finito miseramente a inseguire ogni poltrona gli capitasse a tiro.

Il re dell’incenso, Pier Ferdinando, aveva vissuto invece tutta la vita all’inseguimento di una chimera di cui aveva sentito dagli avi: il centro. Abitava in centro, posteggiava la macchina in pieno centro, aveva sposato una ricca ereditiera del centro, che possedeva tanti, centralissimi palazzi. In centro era anche il suo centro di gravità: il centro della cristianità. Accortosi nell’incedere delle stagioni che il suo sogno stava svanendo, era andato a intendersela con il re della mirra, che pure era stato avversario feroce del Vaticano. Non mancando, da tempo, di convertirsi, pur di sedere in poltrona. Di lui non si fidava, infatti, Pier Ferdinando, e attendeva paziente che il suo vecchio avversario di corte, Gianfranco, si stancasse. Aveva perciò cambiato nome al suo piccolo esercito – circa il 6 per cento delle forze -, chiamandolo «della nazione». Nasceva duce dei nazionalisti, infatti, il re dell’oro. Quel Gianfranco che per lunghi anni s’era roso anche lui nell’attesa. Afflitto e malinconico, un giorno aveva incontrato la sua bella. Per lei aveva deciso di mutar vita: comprò casa, sistemò famiglia, imbracciò l’armi. Ed ecco che ora veniva con gli altri due, ripudiati i vecchi sodali del regno, e s’arroccava sul monte Citorio. No, è un errore: forse il monte si chiamava Carlo. E qui, purtroppo, la storia andò in frantumi.

FINI IGNORA LA PROVA CHE LEGA L’APPARTAMENTO DI MONTECARLO AL COGNATO. E NON SI DIMETTE…

Pubblicato il 3 ottobre, 2010 in Politica | Nessun commento »

Caro Fini, c’è posta per lei. Da almeno un giorno. Una mail importante, che il presidente della Camera dovrebbe usarci la cortesia di leggere attentamente, perché rischia di essere la pistola fumante del caso Montecarlo, la prova che l’appartamento di boulevard Princesse Charlotte che An ereditò da Annamaria Colleoni e poi svendette sia non solo affittato ma addirittura di proprietà di suo cognato Giancarlo Tulliani. Se Fini la leggesse e la interpretasse nell’unico modo possibile dovrebbe dimettersi da presidente della Camera, come nel videomessaggio diffuso sabato 25 settembre ha promesso di fare una volta provato il coinvolgimento diretto del Tullianino nel gioco di incastri societari tra i quali si nasconde la vera proprietà di quell’appartamentino piccolo ma che politicamente ormai è grande come un castello. L’appello vale anche per tutti i collaboratori del presidente della Camera, magari distratto o in altro affaccendato: la mail c’è, basta leggerla. È stata da noi pubblicata ieri in prima pagina e a pagina 9: è vero, è in inglese, ma per comodità abbiamo allegato anche una comoda traduzione in italiano, che replichiamo oggi. La pappa pronta. E se il problema è non darci la soddisfazione di devolverci qualche spicciolo per l’arretrato, la mail è visibile anche sull’Avanti!, il giornale diretto da Valter Lavitola a cui va il merito di aver scovato il documento.
La mail, datata 6 agosto 2010, è quella redatta da James Walfenzao, personaggio chiave dell’affaire Montecarlo, e inviata a Evan Hermiston e Michael Gordon, il primo tra i soci della Corporate Agents St. Lucia Ltd e il secondo avvocato dello stesso studio legale nel quale hanno sede la Printemps e la Timara, le due off-shore di Saint Lucia «usate per acquistare un piccolo appartamento a Montecarlo», come si legge nel testo della comunicazione. Il passaggio saliente della mail è questa frase: «Sembra (in precedenza non era noto) che ci sia un collegamento politico che sta sfociando in un grande scontro/scandalo adesso che Berlusconi e Fini (prima alleati in politica) sono in grande conflitto. La sorella del cliente sembra avere un forte legame con uno dei politici coinvolti». Il cliente sarebbe Giancarlo Tulliani, non certo citato come inconsapevole affittuario, come lui si è sempre descritto.
Non è la prima volta che Gianfranco Fini non risponde di fronte alle evidenze che noi e altri giornali gli scioriniamo davanti agli occhi. Accadde lo stesso quando lui negò che la cucina Scavolini acquistata con la compagna Elisabetta Tulliani in un mobilificio alla periferia di Roma fosse destinata all’appartamento di Montecarlo. Il 28 settembre abbiamo pubblicato una fotografia scattata nell’appartamento di boulevard Princesse Charlotte con – guarda caso – ben in vista la stessa cucina componibile modello Scenery della Scavolini acquistata dalla coppia. E anche quella volta Fini si guardò bene dal fare due più due.
Naturalmente in casa Fli non potendosi negare il senso della mail se ne nega la veridicità. «Il Giornale della famiglia Berlusconi – scrive Generazione Italia nel suo sito – alla disperata ricerca di una pistola fumante che non c’è, spaccia per Vangelo quanto rivelato su l’Avanti. L’unica verità è che Walter (ma si chiama Valter, ndr) Lavitola è un personaggio squalificato, un attore da B movie, un individuo da prendere con le molle piuttosto che dipingerlo come il teste chiave, la gola profonda che tutto sa e che incastra il pezzo grosso». Secondo i finiani del web le vere domande da fare a Lavitola sarebbero: «Perché, con quali soldi e per conto di chi Lavitola ha scorazzato (con una “r” sola, ndr) tra centro e sud America su jet privati (tra un festino e l’altro… Si trattava bene) alla ricerca di qualche notizia su Giancarlo Tulliani? Per aumentare le copie dell’Avanti? Ci viene da ridere. Ma soprattutto, vogliamo sapere quanto è costato il suo scoop. Vogliamo la cifra esatta». Naturalmente, anche se non viene citato esplicitamente, il riferimento è al presidente del consiglio Silvio Berlusconi. Quanto a Lavitola, conferma la genuinità della mail: «La mail era allegata a un verbale dell’autorità giudiziaria di Santa Lucia, che l’aveva acquisita mediante attività di intercettazione nell’ambito dell’investigazione».

IL GIORNALE – 3 OTTOBRE 2010

MARONI: tre settimane per capire se il Govenro può andare avanti, altrimenti al voto

Pubblicato il 3 ottobre, 2010 in Politica | Nessun commento »

Il Corriere della Sera di questa mattina pubblica una lunga intervista al Ministro dell’interno Roberto Maroni. Nell’intervista, Maroni,  con estrema schiettezza,  dà tempo tre settimane per verificare se il Governo può andare avanti, altrimenti, dice Maroni, si deve andare al voto. Con Maroni si è dichiarato d’accordo il ministro Larussa. E noi siamo d’accordo con entrambi. La doppiezza dei finiani e di Fini (a proposito quando si dimette costui visto che la casa di Montecarlo è del cognatino?) è ormai acquisita (pubblichiamo a parte una sferzante analisi in proposito del direttore de Il Giornale Alessandro Sallusti), per cui non è il caso di consentire loro, che parlano il linguaggio della peggiore  sinistra antiberlusconiana, di raggiungere l’obiettivo che il loro rancorso capo si è posto: logorare il governo e Berlusconi, e intanto avere  il tempo di organizzarsi sul territorio. Sebbene è pur vero che i loro sforzi non li porterà da nessuna parte e il destino che loro auguriamo è di finire come Bertinotti e compagni, non è comunque il caso di agevolarli nei loro fini i cui danni finirebbero sulle spalle del Paese e del centrodestra di cui i finiani ormai da tempo non fanno più parte, in tutti i sensi. g.

L’INTERVISTA AL MINISTRO MARONI

«Ci diamo tre settimane di tempo per vedere se questa maggioranza ha avvero la forza di sostenere l’azione del governo. Se così non è, meglio staccare la spina subito».
Non arretra il ministro dell’Interno Roberto Maroni e con lui tutta la Lega. Anzi, rilancia il programma di governo e detta condizioni chiare sulla tenuta dell’esecutivo.

Dunque si vota a marzo?
«Noi avremmo preferito farlo subito e l’abbiamo detto a Berlusconi. Andiamo alle urne a novembre, vinciamo e da dicembre siamo molto più forti, pronti a fare le riforme».

E invece?
«Il presidente del Consiglio ha voluto testare la maggioranza e noi abbiamo deciso di sostenerlo lealmente, ma è difficile che così possa durare».

Non si fida dell’appoggio dei finiani?
«Non è una questione di fiducia. Il vero problema è che se si dovrà trattare su ogni cosa, mediare, stare attenti agli equilibri, rischiamo di fare la fine del governo Prodi che era sospeso su ogni votazione. Un incubo per noi e per gli italiani, che non è accettabile».

Perché concedete tre settimane?
«Entro quel termine devono essere nominati i nuovi presidenti delle commissioni parlamentari e quello sarà il primo vero banco di prova. In quella sede potremo misurare la lealtà del gruppo di “Futuro e Libertà“. E capiremo pure, se si formerà davvero un nuovo partito, in che modo hanno intenzione di restare all’interno della maggioranza».

Intanto i ministri di Fli sono rimasti nel governo.
«Ho grande stima di tutti i colleghi di governo e non vorrei mai che prevalesse il metodo doroteo dello “sto dentro però sono pronto a uscire, denuncio però rimango”. Se fosse così sarebbe più serio comportarsi come fece Fausto Bertinotti che, contrario alla linea del governo, lo fece cadere».

Con l’apertura della crisi il presidente della Repubblica potrebbe anche esplorare l’ipotesi di un governo tecnico per la riforma elettorale.
«È un’ipotesi che non esiste visto che al Senato abbiamo la maggioranza anche senza Fli».

Se ne potrebbe creare una cosiddetta di larghe intese.
«Per favore, parliamo di cose serie. Sorrido all’idea di vedere insieme Bocchino, Bersani, Casini e Di Pietro. Però faccio loro i miei auguri, pur sapendo che durerebbero mezza giornata».

Nel centrosinistra dicono la stessa cosa di voi, dopo che Fini ha accusato il presidente del Consiglio di aver compiuto attività di dossieraggio e ha parlato di infamie contro la sua famiglia.
«Proprio per questo motivo noi non eravamo favorevoli a tenere insieme la maggioranza. La nostra azione ha bisogno di un mandato forte. Finora abbiamo avuto successo perché abbiamo mostrato decisione e caparbietà. Così rischiamo di mostrarci deboli anche nel contrasto alla criminalità e non possiamo consentircelo».

Non ritiene altrettanto grave accusare i magistrati di essere un’associazione per delinquere come ha fatto il presidente Berlusconi?
«Io credo che come governo dovremmo evitare di continuare a stuzzicare la magistratura annunciando riforme che poi non si fanno e invece procedere. Continuare a parlarne genera solo tensioni. Comunque si tratta di cose che Berlusconi ha già detto riferendosi a quella parte della magistratura che usa la toga per fare lotta politica. Per me conta solo quanto ha sostenuto in Parlamento».

Però tutto questo contribuisce ad alimentare il «clima d’odio» che viene poi denunciato quando ci sono episodi come quelli che hanno coinvolto il direttore di «Libero» Maurizio Belpietro.
«Sul caso specifico non mi pronuncio fino alla fine dell’indagine. Certamente ci sono stati una serie di episodi – penso agli attacchi contro Pietro Ichino e Raffaele Bonanni durante la festa del Pd – e le notizie che abbiamo di possibili infiltrazioni della rete no global nelle prossime manifestazioni sindacali, che provocano grande inquietudine».

Davvero teme altri episodi?
«Il rischio esiste con l’arrivo dell’autunno e i problemi economici che coinvolgono moltissime aziende. Per questo nei prossimi giorni incontrerò i leader sindacali e i rappresentanti delle istituzioni delle Regioni che maggiormente subiscono gli effetti di questa crisi».

C’è anche la polemica, fortissima, con il Vaticano dopo la bestemmia pronunciata da Berlusconi.
«Su questo non commento».

In questo clima di contrapposizione i finiani hanno accusato «i servizi segreti deviati» di aver alimentato la campagna contro il presidente della Camera.
«Da ministro dell’Interno, conoscendo bene i vertici e in particolare il prefetto Gianni De Gennaro, posso garantire sull’operato dell’intelligence. Ma voglio anche essere più chiaro: chi si permette di parlare a sproposito dei nostri Servizi dovrebbe rendersi conto del danno che fa a loro e al Paese. Queste strutture sono affidabili sulla scena internazionale quanto più operano nella riservatezza. Metterle alla berlina significa esporci soprattutto sul fronte dell’antiterrorismo».

Dagli Stati Uniti arrivano allerta precisi su possibili attacchi in Europa. Quanto rischia l’Italia?
«Siamo attrezzati, ma come dimostra quanto accaduto l’anno scorso a Milano quando uno straniero si fece esplodere di fronte alla caserma, il quadro è complicato. Anche per questo dobbiamo lasciare stare i Servizi e la loro attività, tenerli lontani dalle beghe immobiliari».

Sabato scorso, dopo aver visto il videomessaggio del presidente della Camera, avrebbe scommesso sul voto di fiducia di Fli?
«Proprio in quel momento ho capito che avrebbero sostenuto il governo. Mi ha provocato una profonda tristezza vedere Gianfranco Fini costretto ad ammettere che sulla casa di Montecarlo non conosce la verità che aveva promesso di rivelare».

Lei parla di debolezza, però i numeri alla Camera dimostrano che senza il Fli voi non avete la maggioranza.
«Non a caso La Lega voleva votare subito. Le urne forniranno un dato certo su chi ha il consenso».

Berlusconi vuole prima l’intesa sulla giustizia. Anche voi ritenete così urgente approvare uno scudo per il presidente del Consiglio?
«Pensiamo che debba avere la garanzia di poter governare, almeno fino a che lo vogliono gli italiani. Per questo dico: facciamo un “reset” sulle polemiche e decidiamo in tempi rapidi qual è la nostra proposta di riforma della giustizia. Alla Camera i finiani hanno votato la fiducia. Se in tre settimane gettiamo le basi bene, altrimenti la legislatura è finita».

La scorsa settimana lei e il sindaco Moratti vi siete divisi su come affrontare l’emergenza campi nomadi.
«Non vorrei che si enfatizzasse ancora una normale discussione. Io credo soltanto che non si debba dare neanche l’impressione che i milanesi vengano discriminati a favore degli stranieri e per questo ho chiesto al prefetto di trovare una soluzione che possa soddisfare l’esigenza di tutti».

Sarà lei il candidato sindaco di Milano per il centrodestra?
«Ne sarei lusingato, ma visti gli avversari messi in campo dalla sinistra credo che chiunque possa batterli».

L’AVANTI! PUBBLICA LA MAIL CHE DIMOSTREREBBE CHE LA CASA DI MONTECARLO E’ DI TULLIANI. ED ORA FINI CHE FARA’?

Pubblicato il 2 ottobre, 2010 in Politica | Nessun commento »

l’originale della e.mail pubblicata oggi dall’AVANTI!

Gian Marco Chiocci e Massimo Malpica per Il Giornale

Eccola la famosa mail che Fini, i finiani, i Tulliani e gli italiani tutti attendevano di leggere. La mail che nelle intenzioni del direttore de l’ Avanti , Walter Lavitola (che l’ha scovata ai Caraibi) dovrebbe «incastrare» il cognato del presidente della Camera dimo¬strando la titolarità di Giancarlino nella so¬cietà proprietaria di quell’appartamento di Montecarlo dove il ragazzo in Ferrari vive in affitto.

Trattasi di comunicazione riservata a tre, fra il personaggio chiave dell’intrigo monegasco, James Walfenzao, Evan Hermi¬ston ( esperto di off¬shore , tra i soci della Cor¬porate Agents st. Lucia Ltd) e Michael Gor¬don, titolare dell’omonimo studio legale che ospita tutte le società dell’ affaire Tullia¬ni in un palazzetto verde a due piani, al nu¬mero 10 di Manoel Street, a Castries, capita¬le del piccolo Stato insulare.

Walfenzao, per la cronaca, oltre a essere il procuratore della Printemps Ltd che l’11 luglio firma l’atto d’acquisto dell’immobile di boulevard Prin¬cesse Charlotte per solo 300mila euro è an¬che l’uomo che indirettamente controlla la Timara Ltd, attuale proprietaria della casa occupata da Giancarlo Tulliani. Che per non farsi mancare niente, proprio a Walfen¬zao domicilia le sue utenze personali nel Principato.

giancarlo tulliani

Fatta la premessa, va fatta una precisazione: la mail è un documento che se confermato dai diretti interessati rischia di tramutarsi in un colpo letale per Gianfran¬co Fini che nel suo videomessaggio ha di¬chiarato di essere pronto a lasciare la presi¬denza della Camera qualora dovesse emer¬gere la prova che il cognato è il proprietario della casa ereditata da An per volontà di Anna Maria Colleoni.

Sull’autenticità della lettera Lavitola ha già incassato una conferma dal ministro della Giustizia di Saint Lucia, Lorenzo Rudolph Francis, piombando nella conferenza stampa convocata dal governo caraibico. La do¬manda è stata la più diretta possibile: tra i documenti dell’inchiesta interna c’è una mail fra Walfenzao e Gordon in cui si parla del titolare di queste due società (Printemps e Timara, ndr)? Il ministro ha risposto «sì».

Ma cosa dice questa benedetta  mail sulla cui autenticità Lavitola è pronto a scommettere la faccia e la reputazione? Il 6 agosto scorso, con lo scanda¬lo di Montecarlo sollevato dal Giornale una settimana prima, Walfenzao si affida al pc per fare il punto della situazio¬ne. Anche perché tre giorni prima Walfenzao era stato raggiunto dal Giornale interessato a capire il suo ruolo nell’ affaire politico-immobiliare.

L’interessato replicava in maniera cortese ma evasi¬va spiegando che lui «non in¬tendeva parlare degli affari dei propri clienti». Il messaggio di posta elettronica spedito il 6 agosto all’ora di pranzo (ore 1.44 pm) ha come sogget¬to «Timara + Printemps». Nella mail Walfenzao informa «i gentlemen» Gordon e Hermiston che «queste due compagnie stanno catalizzando l’attenzione della stampa italiana ».

giancarlo tulliani by vincino

Secondo quanto trascritto si fa riferimento al «big/fight/ scandal» tra Fini e Berlusconi che da alleati sono diventati avversari. Alla fine del primo capoverso spunta la frase chiave: «La sorella del cliente sembra avere forti legami con uno dei politici coinvolti ». Chiaro il riferimento a Elisabetta Tulliani, e quindi a suo fratello Giancarlo, cognato di Fini. Walfenzao, pur osservando che ad aprire la cam¬pagna è stato il Giornale legato al premier, si mostra preoc¬cupato perché il caso ha co¬minciato ad attrarre altri quo¬tidiani che lui considera «mo¬e serious» come il Corriere della Sera . Il broker si duole del fatto che il suo nome sia stato citato e considera l’intera faccenda molto seccante anche se nessuno «ha detto che noi abbiamo fatto qualcosa di sbagliato ».

vElisabetta Tulliani e il fratello Giancarlo da Chi

Quindi, ai colleghi destinatari della mail, Walfenzao rammenta che queste società sono state usate per comprare un piccolo appartamento a Montecarlo. E si dilunga sulla questione del prezzo di vendita dell’immobile (esattamente il punto al centro delle indagini della procura di Roma che ancora si ostina a non convocare Giancarlo Tulliani) spiegan¬do che loro avevano trovato la cifra molto bassa e che ave¬vano chiesto conto al notaio. Che altri non è che Paul Louis Aureglia le cui parole di fuoco (mai smentite) il 14 settembre sono state riportate sul Giornale : «È stata una truffa». Il 16 settembre è invece la data della famosa lettera del governo di Saint Lucia che sem¬bra riferirsi a questa «indagi¬ne interna » presso il notaio di cui proprio Walfenzao parla nella mail.

Santa Lucia

A quanto racconta il broker, il notaio avrebbe giUstificato il prezzo per le cattive condizioni e la mancata manutenzione dell’appartamento che era stato lasciato in eredità al partito di Fini. Walfenzao si raccomanda infine a Gordon e Hermiston di non parlare con i giornalisti che potrebbero avvicinarli. Al Giornale , guarda caso, ancora ieri sera lo studio di Gor¬don ha respinto l’ennesimo tentativo di contatto. «Michael Gordon? È fuori ufficio». «Il signor Hermiston purtroppo non è disponibile».

Tornando alla mail, Walfenzao sembra seccato dalla vicenda e accenna alla possibilità di dimettersi dagli incarichi nelle fiduciarie. Prima, però, intende ascoltare dal cliente (quello la cui sorella ha un forte legame con uno tra Berlusconi e Fini) la sua versione sui fatti monegaschi. Il ministro della Giustizia, come detto, ha confermato che agli atti della loro indagine c’è una mail di questo teno¬re tra Walfenzao e Gordon. Al momento, però, non sappia¬mo se quella mail è la stessa ( e se è autentica) che ha recupe¬rato Lavitola e che oggi sbatte in prima pagina sull’ Avanti .

Tutto sembra coincidere ma in questa storia occorre proce¬dere passo dopo passo, e con la massima prudenza, come l’inchiesta del Giornale ha di¬mostrato fin qui. Prudenza due volte doverosa di fronte a una «prova» che metterebbe Fini nella condizione di ab¬bandonare lo scranno più al¬to di Montecitorio dopo due mesi di silenzi, omissioni, pre¬cisazioni o poco precise o troppo tardive.

IL TESTO TRADOTTO DELLA LETTERA (SCRITTA IN UN INGLESE UN PO’ TRABALLANTE)

Da: James Walfenzao
A: Evan Hermiston, Michael Gordon
Inviata: 6 agosto, 2010 1:44 pm
Oggetto: timara + printemps

giancarlo e elisabetta tulliani

Signori,

Queste due società hanno attirato l’attenzione della stampa italiana.
A quanto ci risulta (finora non lo sapevamo) c’è un collegamento politico che sta portando a un gran litigio/scandalo ora che Berlusconi e Fini (in precedenza partner politici) stanno discutendo aspramente.
La sorella del cliente sembra avere forti legami con i politici coinvolti.

Sebbene la maggior parte del fango viene gettato da giornali controllati da Berlusconi, anche giornali più seri come il Corriere della Sera ne stanno scrivendo.
Il mio nome come direttore [delle società] viene menzionato, ma non ci sono commenti che dicano che abbiamo fatto qualcosa di sbagliato.
È comunque molto irritante.

Queste società sono state usate per comprare un piccolo appartamento a MC [Monte Carlo].
Credevamo che il valore fosse basso e siamo andati dal notaio a verificare. Il notaio ci ha spiegato il perché del prezzo (l’appartamento era stato ereditato da una signora anziana che era deceduta – era in cattive condizioni – mal conservato ecc.); il notaio ci ha spiegato che per lui il prezzo andava bene e che non poteva fare il passaggio di proprietà per un prezzo troppo basso visto che ne deve ricavare anche la tassa di trasferimento da versare allo Stato.

Potreste essere avvicinati da giornalisti – vi suggerisco di non rispondere.
Stiamo pensando di dimetterci, prima però vogliamo sentire cosa ha da dire il cliente.
Vi terremo informati.

Pensavo fosse giusto mettervi al corrente.

Cordialmente,

James

P.S.: Stiamo divulgando informazioni all’interno di Corpag solo a chi è tenuto a conoscerle.

ANTIBERLUSCONISMO A MANO ARMATA, editoriale di Mario Sechi

Pubblicato il 2 ottobre, 2010 in Il territorio | Nessun commento »

L’altro ieri il direttore di Libero, Maurizio Belpietro, è stato vittima di un tentativo di aggressione che la questura di Milano ha classificato come “tentato omicidio”. A commento dell’accaduto, gravissimo, pubblichiamo l’editoriale di questa mattina del direttore de Il Tempo, Mario Sechi, che non a caso intitola il pezzo “Antiberlusconismo a mano armata”. Perchè è evidente a tutti che l’attentato a Belpietro, uno dei pochi  giornalisti italiani schierati apertamente dalla parte del governo e del premier Berlusconi, nasce nel clima di odio e di violenza che ben individuati settori della politica e della società “incivile”hanno scatenato contro  Berlusconi e il centrodestra italiano. Di questo clima di tensione tra i protagonisti c’è il capo dell’IDV Di Pietro che durante il dibattito alla Camera sulla fiducia al governo ha usato espressioni da suburra e non da Parlamento contro Berlusconi,  il tutto nella indifferenza dei suoi compagni di cordata, il centrosinistra allargato per l’occasione all’UDC, e solo blandamente  richiamato dal presidente della Camera, il signor Fini, che doveva invece espellerlo dall’Aula e non l’ha fatto, consentendogli di insolentire il presidente del Consiglio in una Aula dove dovrebbe essere bandito il turpiloquio. Anche così si favorisce il clima di tensione che arma la mano di chi  si  affida alla violenza, un anno fa contro lo stesso Berlusocni, ora contro Belpietro. A questi esprimiamo la nostra più sincera solidarietà insieme all’augurio di continuare la buona battaglia. g.

Maurizio Belpietro, direttore di Libero Milano. Piazza Oberdan. Ore 10 del mattino. Maurizio Belpietro e il sottoscritto seduti al tavolo del solito bar per il solito caffè della mattina e il solito punto nave, poco prima della riunione di redazione a Libero. Quante volte ci siamo detti: «È un clima impossibile. Non riusciamo più a sostenere le posizioni liberali in pubblico senza essere attaccati sul piano personale, bollati come servi e esposti al primo pazzo che passa e magari ha la pistola in tasca». Ecco, quel momento tanto temuto è arrivato. Mi stupisce che sia giunto solo ora, in ritardo rispetto ai nostri ragionamenti solitari, condivisi con pochi colleghi, tutti i giorni e nel silenzio più totale dei «giornaloni» troppo impegnati a raccontare uno scenario del Paese pieno di buchi, strappi, prediche inutili e occasioni mancate. Per tutti. Ricordo come fosse oggi un idrofobo Dario Franceschini apostrofare Belpietro in diretta tv come un giornalista non degno di esprimere una sua legittima opinione perché «dipendente di Berlusconi». Ricordo come fosse oggi lo sdegno di tutti in redazione e la sensazione netta di essere di fronte a un muro di gomma, una barriera che non accoglieva alcuna ragione, alcun pensiero al di fuori di quello a una dimensione proposto, espanso, irradiato da un sistema a tenuta stagna. Ed ora eccoci qui a commentare la cronaca di una brutta nottata che non è finita in tragedia solo per un caso del destino.
Se l’Italia non prende coscienza di quel che sta accadendo molto presto ci ritroveremo a fare il necrologio di qualcuno di noi. E non ci sarà alcuna scusa, nessun «io l’avevo detto» che tenga di fronte al sangue e alla morte. Se un figuro qualsiasi arriva alla soglia della tua porta con una pistola in mano solo perché hai la colpa di sostenere idee diverse da quelle che si vorrebbero giuste, non discutibili, imperative, allora significa che questo Paese non ha capito niente del suo recente passato, significa che è malato. Se il segretario della Cisl Raffaele Bonanni viene bersagliato a colpi di lacrimogeno da una ragazzina che non paga pegno e finisce quasi per essere giustificata, se sei il Presidente del Senato e vai a parlare a un congresso di partito e finisci per beccare fischi e minacce, se sei un giornalista liberale e non puoi neanche andare al ristorante in santa pace con tua moglie, allora bisogna interrogarsi sullo stato di salute della Nazione e chiedersi seriamente dove andremo a finire di questo passo. Non è vero che siamo di fronte all’azione di cani sciolti, pazzi isolati con la pistola in mano. No, cari amici e nemici, non è questo il quadro veritiero dell’Italia.
C’è gente che si augura la morte di Belpietro e di tutti quelli che la pensano diversamente, c’è gente che mette online pagine virtuali che sostengono l’eliminazione fisica dell’avversario, c’è gente che fa manifestazioni di piazza inneggiando alla rivoluzione, alla presa del Palazzo, possibilmente con la sofferenza dell’avversario e qualche forca in bella evidenza. Posso già scrivere la sceneggiatura di questo film: sdegno, allarme, notizia in prima pagina per 48 ore, poi seguirà il silenzio di sempre, tornerà il conformismo giustificativo e assolutivo di ogni azione contro chi in fondo vuole solo esser libero di esprimere le proprie idee. Questa tragedia viene da lontano, ma possiamo anche limitare la nostra analisi temporale, non andare poi così indietro e far partire le lancette della nostra storia dal 1994, anno della discesa in campo di Silvio Berlusconi. Allora un Paese confuso e nel pieno di una finta rivoluzione giudiziaria scelse di affidare le sue sorti a un tycoon venuto da Arcore. Il copione con il finale già scritto della sinistra vincente grazie alla mano giudiziaria va a carte quarantotto. Da quel momento è scoppiato un cortocircuito che nessuno è ancora riuscito a riparare, quello tra politica e giustizia. Tutto nasce da qui. Il Paese s’è diviso tra berlusconiani e antiberlusconiani, copia dei guelfi e ghibellini, degli oriazi e curiazi, dei capitalisti e marxisti di un tempo lontanissimo che continua a deviare le coscienze. In nome dell’antiberlusconismo cieco e sordo, si sono consumate trame vergognose per la dignità di un Paese.
Gli intellettuali si sono fatti strumento di una lotta politica velenosa e bugiarda, i magistrati hanno issato la bandiera della Nuova Resistenza, gli storici indossato la divisa dei Gendarmi della Memoria raccontata mirabilmente in un libro di Giampaolo Pansa. Con lui, maestro di vita e giornalismo, negli ultimi anni mi sono ritrovato tante volte a commentare con un senso di infinita tristezza e rabbia il tema dell’odio, dell’instabilità, della minaccia costante contro chi non accetta un ordine precostituito, a senso unico, un’interpretazione ideologica fuori dalla Storia della nostra Storia. Ed ora eccoci qui, poveri illusi, a ragionare ancora su questa situazione assurda, sperando in una evoluzione e non in una ineluttabile rivoluzione e dissoluzione. La verità è che non ne usciremo neppure stavolta senza aver celebrato qualche funerale, pianto lacrime di coccodrillo e preso atto del nostro micidiale scontro di inciviltà. Non c’è bisogno di sfogliare le pagine degli Anni di Piombo per capire cosa sta succedendo. È tutto di fronte ai nostri occhi. Stiamo vivendo Giorni di Piombo, quelli dell’antiberlusconismo a mano armata. Mario Sechi.