MONTECARLO, IL VICINO DI CASA HA VISTO LA TULLIANI DIRIGERE I LAVORI
Pubblicato il 6 ottobre, 2010 in Politica | Nessun commento »
Scoop ieri sera a Porta a Porta. Bruno Vespa ha mandato in onda un servizio da Montecarlo nel quale l’inviata di Vespa è entrata nell’appartamento attiguo a quello abitato dal cognato di Fini ed ha intervistato il proprietario, subito dopo ha intervistato il costruttiore edile contattato da Tulliani. Nella ricostruzioe del Giornale ecco la sintesi delle due interviste che non lascia scampo a Fini: la sua comapagna sarebbe stata vista nell’appartamento dirigere i lavori e avrebbe dato le indicazioni al costruttore sui lavori a farsi (a Porta a Porta era presente il fidato Bocchino, palpabile il suo imbarazzo).
di Gian Marco Chiocci e Massimo Malpica
L’ennesima testimonianza poco conforme alle risposte di Gianfranco Fini e dei suoi familiari sull’affaire immobiliare monegasco arriva direttamente dal Principato, e va in onda nel salotto di Bruno Vespa. Le telecamere di Porta a Porta intervistano, a Montecarlo, un inquilino del «Palais Milton», l’edificio al 14 di boulevard Princesse Charlotte dove, al piano terra, abita il «cognato» di Fini, Giancarlo Tulliani. Il suo vicino è Fabrizio Torta, che spiega: «L’appartamento di Tulliani è identico al mio, 60-70 mq». Poi, Torta racconta ciò che ha visto nell’appartamento al rez de chaussée (piano terra), dove fervevano i lavori di ristrutturazione affidati alla ditta «Tecabat» di Rino Terrana. Via-vai di operai. Polvere. Martelli e trapani che addirittura procurano danni alla sua proprietà. E una «bella donna»: «Mesi fa vidi una signora bionda, estremamente appariscente, occuparsi della ristrutturazione. Dai giornali scoprii poi che era la compagna del presidente Fini».
Un riscontro ulteriore alle altre testimonianze che il Giornale aveva raccolto nel Principato nei mesi scorsi. L’altro «compagno di pianerottolo» di casa Tulliani, Giorgio Mereto, per citare un esempio. L’uomo, che a Palais Milton ha un ufficio confinante col terrazzo di quella casa, aveva raccontato di aver visto per le scale sia Fini che una signora bionda, identificata con Elisabetta dopo averne visto la foto su internet.
Il dettaglio della presenza di Elisabetta nella casa mentre il cantiere era in piena attività, se confermato, non è certo di poco conto. Come è noto, il suo compagno Gianfranco Fini ha sempre negato di aver saputo alcunché di quell’appartamento al di fuori della prima compravendita, «procacciata» dal «cognato» Giancarlo Tulliani. E di aver saputo solo tempo dopo, proprio da Elisabetta e con «sorpresa e disappunto», che il giovane Giancarlo ci fosse andato ad abitare. Ma non è tutto. Sempre nella puntata di Porta a Porta andata in onda ieri sera, un altro dei testimoni scovati dal Giornale, il noto costruttore italiano Luciano Garzelli (a cui si era rivolto l’ambasciatore Mistretta quando Tulliani gli aveva chiesto nomi di imprese per ristrutturare la casa) ha confermato il ruolo di Elisabetta: «Anche gli operai sul cantiere la videro più volte mentre assisteva ai lavori». Era lei, a quanto dice il titolare del colosso monegasco delle costruzioni Engeco, che coordinava e seguiva l’andamento dei lavori nell’appartamento occupato – all’insaputa di Fini – dal fratellino: «Mi telefonò parecchie volte, anche se non ci siamo mai conosciuti di persona», aggiunge Garzelli. Telefonate che si sommano a una serie di e-mail di un architetto romano di fiducia della compagna del presidente della Camera, nelle quali il professionista, sempre per conto di Elisabetta, chiedeva di intervenire per eliminare tramezzi e ampliare stanze. Prima ancora di parlare con Porta a Porta, già al Giornale, Garzelli non era stato avaro di dettagli, spiegando che le prime e-mail risalivano al giugno del 2009: via libera al preventivo da parte dell’architetto della Tulliani, tranne le forniture (piastrelle, mobili, la cucina). Che i familiari di Fini hanno voluto portarsi dall’Italia. Dettaglio, come si ricorderà, confermato anche da Davide Russo, ex dipendente del centro arredi Castellucci di Roma, che a questo quotidiano raccontò che Elisabetta si occupò di acquistare gli arredi per «una casa all’estero», e che fu richiesto un trasporto particolare, non solo per i mobili ma anche per materiali da costruzione. Ancora un nuovo tassello che sembra trovare riscontro. Ancora un colpo al «non c’entriamo» dei Tullianos. E se Fini dubita del «cognato», a questo punto dovrebbe dubitare anche di «Ely». O no?


Ci sono partiti che appaiono come meteore. E scompaiono. Altri che nascono, crescono, durano nel tempo, ma alla fine anch’essi scompaiono. La politica, come tutte le cose, ha un ciclo di vita. Nasce, muore e si rigenera secondo le sue regole. Mai uguali. Che vita avrà il nascente partito di Gianfranco Fini? Difficile fare previsioni, possiamo però cercare di capirne la genesi rileggendo il passato, guardando il presente di futuro e libertà. La storia di Fini e Alleanza nazionale è un buon punto di partenza: Gianfranco si dedica alla svolta di Fiuggi, cambia la ragione sociale del partito e spegne la fiamma almirantiana quando capisce che, crollata la Prima Repubblica sotto i colpi della magistratura (e di una politica forcaiola di cui il Movimento sociale era parte), si sta aprendo un nuovo mondo e la destra di fronte all’arrivo di Berlusconi deve cambiare abito. La mossa non fu un’idea del leader, ma nacque grazie all’opera di un gruppo di intellettuali moderati (fu il professor Domenico Fisichella con un articolo pubblicato su Il Tempo nel 1992 a tracciare il primo solco, suggerendo la creazione di un partito che andasse oltre il recinto della destra) e all’intuito politico di Pinuccio Tatarella. Fini non era convinto della svolta, ma si decise comunque a lanciare un partito in versione “reloaded”, fare un passo avanti e mettersi in scia dell’uomo di Arcore per sfruttare la velocità di Forza Italia e provare a superarlo in curva. Fini fin dal primo giorno di questa avventura ha pensato a Berlusconi come a un parvenu della politica. Pensava: Silvio prima o poi si stuferà e tornerà in televisione a fare Drive In.
Anche col suo discordo di domenica a Milano Silvio Berlusconi ha confermato di essere molto di più che un comune (eccellente o pessimo che sia) presidente del consiglio. Se fosse soltanto un bravo o cattivo premier sarebbe semplicemente uno dei moltissimi elementi che costituiscono l’insieme dei capi di governo toccati finora al nostro paese. Invece è anche, anzi soprattutto, il primo interprete e portavoce di un popolo che mai prima di lui era riuscito a esprimersi in prima persona sulla scena politica e che solo grazie a lui ha potuto finalmente presentarsi come una nuova, nuovissima Italia, nata felicemente dal decesso di tutte le Italie precedenti. E come tale è e resterà per sempre, quale che potrà essere l’epilogo, prossimo o remoto, della sua avventura politica, l’elemento di un insieme formato appunto soltanto da lui. Le diverse Italie dalle cui rovine è nata quella che ha trovato in lui il suo primo leader sono, nell’ordine, l’Italietta detta liberale, che fu accoppata dal Fascismo.
La presidenza della Camera sarà il crocevia della legislatura. Qualsiasi scenario non può prescindere da questa casella istituzionale. O in piena crisi di governo (e probabili elezioni) o con la maggioranza in sella, quello di Montecitorio è il quadrante da tenere d’occhio. L’annuncio di Gianfranco Fini di passare dal gruppo al partito, dal movimento di truppe parlamentari al gioco duro sul territorio ha una conseguenza che il leader di Futuro e Libertà non ha ancora maturato del tutto, ma presto o tardi dovrà affrontare: le sue dimissioni. Domanda semplice che nessuno finora s’è posto: se Fini lascia, chi andrà a Montecitorio? Non stiamo trattando di una posizione qualsiasi, ma della terza carica dello Stato, figura che insieme alla Presidenza della Repubblica e a quella del Senato fa parte del «triangolo istituzionale» che fa (e disfa) l’agenda istituzionale.





