PRESIDENTE, NON E’ PIU’ L’ORA DELLE COLOMBE

Pubblicato il 1 settembre, 2010 in Politica | Nessun commento »

L’obiettivo è ormai chiaro: fargli fare la fine di Craxi. I mandanti sono gli stessi: i signori delle rendite, i veri conservatori, e i loro galoppini: ex/post-comunisti e magistrati, fiancheggiati dalla famosa stampa indipendente pagata dai patti di sindacato. Il tutto benedetto dal Colle.

Per fare il lavoro sporco, hanno ingaggiato, in qualità di falange opplita, un gruppuscolo di traditori saccenti (i traditori servono sempre per uccidere il tiranno),  guidati da un leaderuncolo ambizioso, esperto in incoerenza ed immobili.

Veniamo ai fatti più recenti. Dopo mesi di logoramento, distinguo, attacchi diretti al PdL tacciato persino di fiancheggiare la mafia, i traditori decidono di fare un gruppo autonomo a Camera e Senato. I numeri per governare non ci sono più alla Camera e sono risicati al Senato. La maggioranza ne esce evidentemente (e forse irrimediabilmente) indebolita.

Inizia quindi la fase due. Giorno dopo giorno, il Corriere della Sera, in mano ai sopra menzionati mandanti, sforna editoriali eruditi, scritti dai soliti intellettuali inutili, con l’obiettivo di decantare l’utilità e la necessità di un governo di salute pubblica che spazzi via il Caimano, per il bene del Paese. Di recente poi, sempre sullo stesso quotidiano, è partita una campagna per l’ennesima modifica della legge elettorale: semplice precauzione, se i magistrati non riescono ad incarcerare il novello Cesare e si fosse costretti ad andare alle elezioni anticipate, serve una legge elettorale che rigeneri i mille partiti di qualche anno fa e favorisca la mega coalazione anti-Cav che va da Ferrando a Fini.

Poi, puntuale, è arrivata l’ora delle punte di diamante dei poteri forti, i veri reazionari e conservatori, che hanno la necessità di tutelare le loro rendite e che hanno sempre visto in Berlusconi un pericoloso rivoluzionario guascone. Da qui le bacchettate pre-vacanziere di Montezemolo e le interviste ferragostane di Corrado Passera con i loro sermoni lagnosi e antipolitici, come se vivessero e lavorassero su Marte.

Ma la mazzata finale è arrivata dal Colle. Con una loquacità puntigliosa e leggermente arrogante, il Presidente della Repubblica è intervenuto più volte nella calura ferragostana. L’apice l’ha però toccato dando un’intervista al giornale del suo vecchio partito, lui arbitro neutrale, nel quale ha attaccato chi chiede le elezioni anticipate e ha detto basta agli attacchi al Presidente della Camera. Non si ricorda la stessa veemenza nel difendere il Presidente del Consiglio, anch’egli istituzione mi pare, quando non più di un anno fa, fu persino tacciato di pedofilia. Silenzio assordante, come silente rimane in questi giorni, di fronte agli attacchi alla seconda carica dello Stato, infangata da certa spazzatura giustizialista.

Per non dire poi di ciò che è divenuto ormai prassi normale: il Quirinale è abituato a far sapere già durante l’iter parlamentare, cosa non condivide delle leggi in discussione e come le modificherebbe (ultimo caso: la sacrosanta legge sulle intercettazioni). E cosa dire dei decreti: il caso Eluana è ancora una ferita che non si rimargina. Soprassediamo infine, sull’equivoco comportamento tenuto sul lodo Alfano. Per molto meno fu chiesto l’impeachment di Cossiga (che Dio l’abbia in gloria!).

L’attacco è quindi partito, tutti i burattini e burattinai hanno fatto la loro parte, non resta che la dichiarazione di guerra che puntualmente è arrivata: una coalizione di liberazione nazionale contro il Cav, quella auspicata pochi giorni fa dal tremebondo Bersani.

Attenzione Presidente Berlusconi, questi sono gli eredi, per rimanere ai comitati di liberazione nazionale, della feccia di Piazzale Loreto, hanno persino cambiato i termini della prescrizione per il caso Mills, per riuscire a metterla al gabbio, una volta per tutte.

Questa non è più mero scontro politico, è una questione di sopravvivenza per Lei e di libertà per chi in Lei ha creduto. Ogni mezzo va usato per respingere questo attacco. Altrimenti potrebbe essere troppo tardi, non è più il tempo delle colombe. (da L’Opinione)

CHI E’ IL VERO AVVERSARIO: GHEDDAFI O AHMADINEGJAD?

Pubblicato il 1 settembre, 2010 in Costume | Nessun commento »

Domanda: chi è il nemico? L’Iran o la Libia? La storia si occupa sempre di rimettere le cose a posto, anche le idee sbagliate. Per queste ultime ci vuole un po’ più di tempo, ma alla fine i fatti hanno il sopravvento e diventano più importanti delle persone e delle loro balzane idee. Nel momento in cui la buoncostume del politicamente corretto fa strillare le sirene dello scandalo per le hostess del colonnello Gheddafi, da un’altra parte del mondo, dall’Iran teocratico, arriva in picchiata una di quelle notizie che fanno un falò della propaganda dei benpensanti in terrazza: un giornale non proprio estraneo al regime degli ayatollah chiede la morte di Carla Bruni, consorte del presidente francese Nicolas Sarkozy. Di cosa è colpevole la premiere dame? Per gli islamici radioattivi, la Bruni non doveva fare un appello per salvare la vita a Sakineh Mohammadi-Ashtiani, la donna iraniana che rischia la vita perché accusata di adulterio.
Secondo i simpatici redattori del quotidiano Kayhan, vicino alla suprema guida iraniana, Carlà è «prostituta e immorale». Lezione di bon ton a parte, siamo in presenza di un fatto che dovrebbe far riflettere le presunte teste pensanti del Belpaese che in questi giorni hanno sprecato il loro tempo ad attaccare Muammar Gheddafi. Accecati dall’antiberlusconismo, i moralisti e radical chic a contratto hanno, ancora una volta, sbagliato bersaglio e perso un’occasione non per tacere – cosa che non auspico – ma per ragionare seriamente, sulla base di dati oggettivi, sulla politica estera. Dov’è il cattivo? Sta nel regime teocratico di Ahmadinejad che auspica la morte di Carla Bruni perché ha difeso una povera donna dalle brutali leggi islamiche o il colonnello Gheddafi che a Roma ha regalato il Corano a qualche centinaio di ragazze? Chi è più pericoloso? Il satrapo iraniano che sta costruendo la bomba atomica e dichiara al mondo che vuol cancellare Israele dalla carta geografica o il colonnello che ha rinunciato al suo programma di armi di distruzione di massa, chiede di fare business e porta investimenti pesanti in Occidente? Chi fa più paura? Il presidente di una nazione che attraverso i suoi circuiti finanziari foraggia il terrorismo internazionale o il leader libico che chiede all’Europa la cooperazione (leggete pure i soldi) per combattere il fenomeno dell’immigrazione clandestina? Sarebbe buona cosa riportare il dibattito sulla terra, ma i marziani che pretendono di impartire lezioni sulla morale, sulla politica estera, sul come ci si veste e ci si comporta a tavola hanno deciso che non è il caso di soffermarsi su questi dettagli: Gheddafi è un bifolco, Berlusconi un suo complice e tutto il resto non conta un fico secco. Da una parte un regime che vuole la morte di una donna che difende una donna, dall’altra uno Stato che partecipa al capitale di una delle più importanti banche italiane, uno dei volani delle nostre imprese.
Davvero strano il mondo visto dall’angolatura progressista. Non si capisce mai cosa sia bene o male, dipende dalla convenienza del momento e dal portafoglio rigorosamente a destra anche se stai a sinistra. Perso il senso della misura e del ridicolo, tutto è possibile. Persino che i finiani riescano a superare Bersani in pochezza. Ho letto un’esilarante notizia per cui il ministro Mara Carfagna secondo quelle sagome di Generazione Italia – una delle «cose» finiane – dovrebbe esternare in difesa della Tulliani e contro Gheddafi. Agli italogenerazionisti non passa neppure per l’anticamera del cervello che Elisabetta si difende da sé, che la polemica su Gheddafi è pelosa. Sognando l’abbattimento in volo del jumbo di Berlusconi, lanciano missili su qualsiasi cosa si muova intorno al Cavaliere. Fossero pure delle colombe, per loro sono da abbattere. Sono complici più o meno inconsapevoli dei disgeni di chi sogna un’Italia più debole nel panorama internazionale. Anche ieri il Financial Times nella Lex Column ha auspicato la «rivoluzione politica» nel nostro Paese.
Davvero dei filantropi questi della City, gente in bombetta che ha a cuore le sorti dell’Italia. Possono gabbare gli ingenui e chi cita i giornali stranieri senza leggerli, non chi guarda i contratti per la ricerca di gas e petrolio stipulati dalle aziende inglesi. Sperano nella caduta del Cavaliere, nel ribaltone, e per farlo s’aggrappano a tutto, ma soprattutto alla giacca di Gianfranco Fini, il presidente della Camera. Per loro è un semplice mezzo, un cavallo di Troia. Presto o tardi vedremo i frutti di questa battaglia che ha come obiettivo la caduta di Berlusconi e la sua sostituzione con un governo dal pensiero debole e dalla politica estera inesistente. Nel frattempo, chi non ha buttato ancora il cervello all’ammasso, è pregato di studiare per bene le differenze che passano tra l’Iran e la Libia, tra un Paese che cerca di costruire la bomba atomica e uno che cerca di fare business, tra chi le donne vuole farle lapidare e chi non approva il fondamentalismo e lo dice a chiare lettere. Gli «ismi» nel Novecento hanno prodotto due guerre mondiali e una Guerra Fredda. Crollate le ideologie, è rimasto in piedi un moralismo da terza classe che rischia di corrodere tutto. Se proprio se la sentono, potrebbero scendere in piazza, lorsignori, e chiedere l’embargo totale dei rapporti commerciali tra l’Italia e la Libia e, visto che ci siamo, tra l’Iran e lo Stivale. Sarebbe esilarante vedere anche qualche finanziatore della fondazione di Fini sbiancare. Mario Sechi – Il Tempo

IN RICORDO DI FRANCESCO COSSIGA

Pubblicato il 18 agosto, 2010 in Politica | Nessun commento »

Francesco Cossiga, fervido anticomunista, qui ritratto insieme a Lech Walesa, il capo di Solidarnosc che mandò a gambe in aria il comunismo polacco, restituendo alla libertà e alla democrazia la vessata Nazione Polacca.

Da questa mattina è aperta al Policlinico Gemelli di Roma la Camera ardente dove la salma di Francesco Cossiga, Presidente merito della Repubblica, riceve l’omaggio dei potenti e, sopratutto,  degli umili cittadini di Roma.
Tra i potenti che questa mattina si sono cosparsi il capo di cenere  e hanno rivolto alla memoria di Cossiga lusinghieri riconoscimenti,  ci sono anche coloro che 20 anni non esitarono a farne oggetto di violenti  aggressioni, sino a chiederne la messa in stato di accusa per presunta violazione della Costituzione. Ne tacciamo i nomi per atto di riguardo all’Illustre scomparso, mentre preferiamo affidarne il ricordo all’omaggio che Gli ha rivolto Mario Sechi, sardo come lui, sul Tempo di questa mattina.

Il pastore triste che credeva in Dio, Sardegna e DC.

di Mario Sechi

Bastian contrario fino all’ultimo. Ha deciso lui quando partire. Biglietto di sola andata. Aveva già preparato tutto, quattro lettere scritte il 18 settembre 2007 alle cariche istituzionali (e non alle persone che le ricoprivano), il testamento e l’ultima picconata: niente funerale di Stato. Ultima tappa, a casa, nell’Isola. Ogni dettaglio al suo posto. Poi ha fissato l’ora, azionato il conto alla rovescia e ci ha lasciati qui, smarriti. E ammirati. Francesco Cossiga è stato una presenza costante nella vita degli italiani. Quando ero bambino era il mito inavvicinabile del grande politico sardo che aveva conquistato Roma. Quando lasciò la presidenza della Repubblica mi ritrovai in mezzo alla folla a salutare la sua uscita dal Quirinale. «Nelle case di Sassari le famiglie mangiano minestra e politica», diceva per spiegare il demone che fin da ragazzo l’aveva rapito dall’università e catapultato ai vertici della Dc. Passione indomabile. La Sardegna fu il baricentro della sua vita, la Balena Bianca fu l’amante, lo Stato fu il padre e Nostro Signore il compagno di viaggio a cui raccontare gioie e dolori, vittorie e sconfitte, passioni e delusioni. Cossiga era un uomo dal cuore infranto e non per una donna: la tragica uscita di scena dalla nostra storia di Aldo Moro fu il suo grande dolore, il terribile sacrificio di una guerra torbida e inumana. Cossiga ne portò il segno nell’anima e nella pelle fino all’ultimo giorno.
La sua lucida allegria era contrappuntata dalla solitaria tristezza dell’uomo che cercava una risposta nel silenzio. La sua verità esplodeva in un eloquio pungente, nel sarcasmo e talvolta in una cattiveria biblica che affondava le sue radici nella società agropastorale della Sardegna. «Io sono pronipote di un pastore». Lo diceva come un innocuo intercalare e lo «straniero», il non sardo, ci rideva sopra. Ma ogni volta che leggevo o sentivo quella frase, capivo che sotto c’era ben altro: la cultura della terra, il timore degli elementi, la difesa del pascolo, un fucile accanto al camino nelle notti d’inverno, un coltello, sa leppa, sempre in tasca, buono per sbucciare le mele e levare il respiro a una minaccia. Così, improvviso si manifestava il pessimismo cosmico di un uomo che sembrava uscire dai romanzi di Grazia Deledda e Sebastiano Satta. Immerso in una natura immodificabile, sovrana e sovrumana, quella che ai vecchi faceva dire «chie no este ruttu, podet rughere», chi non è caduto può cadere. Cossiga è caduto e si è rialzato. E l’ha fatto per gli italiani, non per se stesso. È stato un grande Presidente della Repubblica, con buona pace di chi ieri ne voleva l’impeachment e oggi piange lacrime di coccodrillo. Aveva capito prima di tutti cosa stava accadendo alle istituzioni repubblicane, aveva interpretato il suo ruolo al Quirinale con toni spengleriani da tramonto di tutto. Il suo istrionico modo di esporre i problemi politici faceva accigliare i parrucconi, ma in realtà era l’urlo strozzato in gola di chi vedeva crollare i pilastri della Repubblica italiana, i partiti. I gendarmi della memoria (rubo un titolo a uno splendido libro di Giampaolo Pansa) politicamente corretta e della storia a senso unico lo attaccarono su tutti i fronti.
A Cossiga nulla fu risparmiato. Poveracci, non arrivavano a capire che il Presidente stava ammonendo tutti, aveva visto in anticipo l’epilogo della nostra storia: lo sfascio di un sistema che – bene o male – aveva tenuto in piedi il Belpaese e impedito che lo Stivale fosse peggio di quel che era diventato. Lui, anticomunista a 24 carati, amerikano e custode del Patto Atlantico, fu il primo a capire che per sbloccare il sistema occorreva un atto di forza, una rottura. Con questa pazza idea in testa portò Massimo D’Alema, un postcomunista vero e non posticcio, alla guida di Palazzo Chigi. Flashback. Cagliari, dolce città bianca sul mare. Direzione dell’Unione Sarda. Squilla il telefono: «Sono Cossiga, Mario vieni qui. Sono all’Hotel Mediterraneo, ti aspetto». Lo trovo con la compagnia di giro di sempre. Allegro. Felice. Un gatto che ha appena mangiato il topo. Si ridacchia, fa battute sulla superiorità dei sassaresi rispetto a quelli come me, cresciuti nel Campidano oristanese. Buttiamo giù un’intervista sull’attualità politica: «Fondo il movimento dei quattro gatti». Vuol giocare, mi sento dentro una commedia sarda di Antonio Garau: «Presidente, ci vuole un simbolo». «Hai ragione. Farò un cartiglio…lo slogan sarà “miao” e ho già pensato anche allo stemma: quattro gatti d’oro in campo verde. Io, naturalmente, sarò il gatto mammone. Ma teniamo presente una cosa: i gatti graffiano». L’enciclopedia animale di Cossiga poteva competere con il Manuale di zoologia fantastica di Jorge Luis Borges. Il periodo finale della sua presidenza fu una saga di fantasmi, di non-morti: «zombie con i baffi» (Occhetto) e «accozzaglia di zombie e superzombie» (il Parlamento).

L‘Economist non capendo niente di lui – come di gran parte delle cose italiche – lo prese per matto e gli diede della «lepre marzolina». La caccia alla selvaggina si svolse nel gran frastuono e un nulla di fatto perché gli avversari di Cossiga avevano le polveri bagnate e lui più che una lepre era un volpone. Avevi voglia tu di cercare d’interpretarlo, decifrarlo, decodificarlo. Neanche un cremlinologo avrebbe potuto leggere i suoi arabeschi politici. Ed ora, martedì 17 agosto 2010, giorno di Santa Chiara da Montefalco, siamo qui a scrivere del suo ultimo viaggio, nel bel mezzo di una bufera politica dalla quale lui s’erge, ancora una volta, con un sorriso beffardo. Ho come l’impressione che ci stia osservando. Il pastore Cossiga sa di averci fregato tutti anche stavolta. La terra di Cheremule gli sarà lieve, terra di babbo e mamma, buona terra di Sardegna. Adiosu Franziscu.   Mario Sechi

ADDIO, PRESIDENTE

Pubblicato il 17 agosto, 2010 in Politica | Nessun commento »

Il senatore a vita Francesco Cossiga, Presidente emerito della Repubblica, ha cessato di vivere oggi, alle 13,18. Aveva 82 anni e la sua morte provoca un grande e generale cordoglio.

E’ stato il protagonista di oltre 50 anni di vita poitica del nostro Paese, servendolo da parlamentare e da uomo di governo, nei maggiori incarichi istituzionali, da sottosegretario a Ministro e Presidente del Consiglio, da presidente del Senato,  e infine,  da Presidente della Repubblica, carica alla quale fu eletto nel 1985.

Si dimise dalla carica nel 1992, pochi giorni prima della scadenza del mandato, dopo una turbolenta  stagione di polemiche politiche per le quali il PCI  ne chiese la messa in stato di accusa, richiesta archiviata perchè infondata.

Anticomunista fervido e intelligente, ha vissuto gli anni successivi, da Tangentopoli sino alla morte, partecipando con arguzia e  passione alle vicende politiche del nostro Paese.

Ci mancherà e mancherà al Paese, mancherà alle Istituzioni che spesso attraverso la sua perspicace ironia sapevano ritrovare le ragioni del buon senso e del vivere civile.

Addio, Presidente.

L’ARMATA MONTEZELEONE

Pubblicato il 15 agosto, 2010 in Politica | Nessun commento »

Tre sigle fanno capo al presidente della Camera, Gianfranco Fini: la fondazione Fare futuro, il laboratorio politico-ideologico ma non solo; l’associazione Generazione Italia, che sta assumendo l’iniziativa promozionale con manifesti già usciti in Lombardia, ricchi di slogan temerari come «Sì alla legalità. Via gli affaristi dalla politica» e la foto dei Fini!!!, e che potrebbe diventare il futuro partito; il gruppo parlamentare Futuro e libertà, per il quale è ancora incerta la sigla, se semplicemente Fl o Fli, raggruppamento dei parlamentari cacciati-usciti dal Pdl.

Italia Futura fa invece capo a Luca Cordero di Montezemolo. Una fondazione o think tank di stile americano, se non fosse che ormai le fondazioni nel mondo politico italiano sono inflazionate, spuntando come i funghi a favore o con riferimento anche a uomini politici non di primo piano, impegnati a mascherare con esse l e loro correnti o correntine.

Quindi, a parte la possibile confusione del nome con le sigle di Fini, la struttura predisposta da Montezemolo, chiaramente per essere pronto a mettere un piede nella politica, in ben poco si differenzia e si qualifica rispetto alle decine di altre che sono nate.

Una possibile confusione che non si addice per niente a un uomo del livello del presidente della Ferrari, di Ntv (la prima società privata di trasporto ferroviario), nonché fino a poche settimane fa presidente della Fiat, cioè del più grande gruppo privato italiano.

Se poi, nel pieno della bagarre tra Fini e il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, Montezemolo dà il via a dichiarazioni della sua fondazione, di fatto di nessuna originalità e anzi allineate nella sostanza a quelle di Fini e della sinistra, viene ragionevole domandarsi in quale direzione egli voglia andare: non solo se vuole scendere in politica o meno (domanda che potrebbe apparire pleonastica), ma in che cosa, nel caso, il suo programma si differenzierebbe dagli altri schierati all’opposizione di Berlusconi.

bechis29 panerai rossella

Sono amico di Luca da più di 30 anni e ho sempre ritenuto che la sua tentazione politica rimanesse tale almeno fino a quando sulla scena politica ci potrà essere Berlusconi, di cui egli conosce bene il livello di popolarità e di capacità di comunicazione. Non c’è dubbio che anche la popolarità di Montezemolo sia alta, non solo per la sua costante associazione al marchio Ferrari ma per un ben gestito atteggiamento di apertura e cortesia verso tutti.

Luca Cordero Di Montezemolo e Diego Della Valle – Copyright Pizzi

Quando passa nella piazzetta di Capri, se gli si sta accanto, non si riesce a fare più di un passo ogni quarto d’ora, tante sono le mani che gli vengono tese e tante sono le richieste di autografo. Ma Luca sa benissimo, appunto, che la popolarità del Cavaliere è superiore e che razionalmente per lui potrà avere senso scendere in politica quando Berlusconi, che ha dieci anni più di lui, o sarà diventato presidente della Repubblica o avrà deciso di tornare a godersi le sue ricchezze e i suoi agi.

fini, tulliani

Che senso allora ha far uscire nel pieno della discussione un commento che è stato già fatto, e con obiettivi ben chiari, da Fini, da Pierferdinando Casini, dal segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, e da altre decine di politici dell’opposizione?

Alcune settimane fa, Luigi Abete, un buon amico di Montezemolo, suo grande elettore per la presidenza della Confindustria, lo ha pubblicamente consigliato di non fare mai l’ultimo passo verso la politica. Il fatto che abbia voluto far senti re la sua voce nello scontro tra Fini e Berlusconi, non solo sembra smentire la mia personale previsione, ma dimostra che anche il consiglio di amici fidati non fa presa su di lui.

Probabilmente, liberatosi deliberatamente del peso della posizione in Fiat, Montezemolo potrebbe aver deciso di anticipare i tempi. Ma allora che faccia, glielo suggerisco anche da amico, interventi meno banali e perce rti aspetti anche poco gradevoli, visto che ha criticato solo Berlusconi, il quale verso di lui ha avuto sempre grande stima fino al punto da offrirgli nel temp o più ministeri, senza minimamente esaminare l’atteggiamento irrituale e quindi fuori delle regole di Fini.


Vuol dire allora che si schiererà, al momento delle elezioni, con Fini?

Anche questa scelta gli verrebbe sconsigliata da tutti gli amici più sinceri. Se ha un pregio (e in realtà ne ha diversi), Montezemolo non è un politico di professione; non ha bisogno dello stipendio della politica per campare; è, se il termine può valere ancora, espressione della cosiddetta società civile; che bisogno avrebbe di confondersi con chi è politico a tempo pieno da quando aveva 23 anni (e oggi ne ha 58), cioè da quando si presentò a Roma, a Giuseppe Ciarrapico, al Secolo d’Italia, per cominciare una carriera politica interminabile, mentre passava dalla facoltà di magistero a quella di lettere moderne?

E poi Montezemolo non ha proprio niente da osservare sul comportamento di Fini, che da terza carica dello Stato, durante il congresso del Pdl, assunse un atteggiamento che neppure i suoi amici camerati, come Arturo Michelini o Giulio Caradonna, si erano sognati di avere negli scontri epici in parlamento contro i due fratelli Pajetta?

FINI-TULLIANI

Le difficoltà di parola di Umberto Bossi sono conosciute da tutti, ma quando, in una recente dichiarazione in Riviera ligure, ha parlato di Fini ha detto qualcosa di assolutamente vero: quando Fini si è alzato di scatto dall a prima fila del congresso Pdl e con il dito alzato, la faccia paonazza, è andato sotto il palco da dove parlava Berlusconi, minacciando il capo del partito da lui cofondato, era da espellere seduta stante.

debenedetti, caracciolo, ciarrapico

«Berlusconi è stato troppo buono» , ha commentato Bossi, senza neppure aver bisogno di sottolineare che anche nel corso del congresso di partito Fini continuava a essere la terza carica dello Stato. Ve li vedete Nilde Jotti, Fausto Bertinotti o lo stesso Casini, ma si può citare anche Irene Pivetti, che da presidenti della Camera in primo luogo partecipano a una riunione di partito, in secondo luogo si comportano come un tifoso di calcio della curva e poi pretendono di essere rispettati perché rappresentano l o Stato?

Senza considerare quanto ha detto poi e quanto ha fatto di materiale per creare il suo gruppo parlamentare.

Domanda per Montezemolo: caro Luca, nel tuo sacrosanto diritto di criticare Berlusconi, non ti è mai parso necessario stigmatizzare il comportamento di Fini? O ti piacciono come politici e alleati chi vuole tutti i diritti e il rispetto del la terza carica dello Stato e poi si comporta come l’ultimo dei peones in cerca di popolarità?

Vincino dal Foglio Montezemolo e FIni

E ciò senza neppure entrare per un attimo nel merito della casa di Montecarlo e delle prove a raffica che Vittorio Feltri sta offrendo su Il Giornale a proposito della partecipazione più che attiva all’acquisto e all’arredamento dell’appartamento di Montecarlo ricevuto in eredità da An?

Si sente dire che di ben altre colpe, con prova, sono accusati i nemici di Fini. Non vi è dubbio che l’affarismo è uno dei mali della politica. Ma nel caso dell ‘appartamento di Montecarlo c’è qualcosa di più, anche se il comportamento di Fi ni si rivelasse non contro la legge (ma le società offshore lo sono): ci si trova di fronte a un abuso politico che tradisce in maniera clamorosa la fede politica di una nobildonna, che ha lasciato tutto ad An.

Gianfranco FIni

Un abuso che al limite è assa i più grave, proprio perché tradisce la fede di una militante, rispetto agli abu si e agli intrallazzi di alcuni politici del Pdl che hanno cercato di lucrare gr azie alla loro posizione. Per questi, sarà necessaria la conferma delle accuse e dei sospetti in un processo penale; per il gesto di Fini non c’è bisogno di processo, tale e tanto grave è sul piano morale comunque il gesto di avere, non importa il modo, favorito un semiparente con un bene del partito.

GIANFRANCO FINI PIERO FASSINO

E poi, suvvia, quella dichiarazione di aver scoperto solo recentemente che l’appartamento era occupato dal semicognato Andrea Tulliani. Non ti pare, caro Luca, che se vuoi, come hai voluto, far sentire la tua voce critica verso Berlusconi avresti dovuto tenere un comportamento critico, fortemente critico, nei confronti di chi se ne frega della carica che ricopre nelle istituzioni e se ne frega della volontà di una nobildonna che per fede politica ha lasciato tutto nelle sue mani?

ezio mauro montezemolo e bambi parodi

Ma non sei stato l’unico in questi giorni a fare un salto nettamente all’opposizione, tradendo il convincimento di equilibrio e di intelligenza che nutrono verso di te molti amici e molti italiani. Hai detto che Berlusconi ha fallito nel suo obiettivo, ma tu stesso, prima di partire, ti dimentichi che in primo luogo, casomai, la gente si aspetta da te equilibrio e capacità di critica verso chi sbaglia. Altrimenti, ti confondi con Fini, non solo per il nome delle rispettive fondazioni.

Certo, potresti giustificarti dicendo che la prima carica dello Stato, il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, in un certo senso ha fatto ben di peggio, concedendo un’intervista all’Unità, cioè a un giornale dichiaratamente schierato.

01gianfranco fini manifesti fascisti rep

Sarà stata la nostalgia dei decenni passati nel Pci, quando l’Unità diffondeva centinaia di migliaia di copie grazie anche all’azione porta a porta dei militanti. Saranno state le provocazioni di Bossi e di Berlusconi, che non hanno mancato di ricordare come Napolitano, nonostante l’inglese, nonostante le strette relazioni con gli Stati Uniti, è pur sempre un ex militante comunista. Sta di fatto che l’intervista all’Unità è una clamorosa gaffe per tre motivi: il primo, di aver scelto un giornale schierato piuttosto che uno sostanzialmente indipendente come il Corriere della Sera o Il Resto del Carlino o La Nazione.

Il nuovo treno di Montezemolo

Il secondo motivo: non una parola di richiamo a Fini per i suoi doveri di terza carica dello Stato; avrebbe potuto dirlo con eleganza ricordando il comportamento tenuto nel passato dalla Jotti o da Bertinotti, appartenenti al suo stesso schieramento, e mai artefici di attività politica e partitica diretta fino a quando sono stati i garanti delle regole nel principale ramo del Parlamento.

E il terzo motivo della gaffe, l’aver voluto mettere le mani avanti, sostenendo che qualora ci fosse una crisi in Parlamento, egli si comporterebbe secondo la Costituzione, ignora ndo completamente la cosiddetta costituzione materiale. Quest’ultima si basa anche sul fondamento per cui, da più legislature (e in maniera assolutamente netta nelle recenti elezioni), gli schieramenti hanno indicato agli elettori il nome del primo ministro e gli elettori hanno votato non solo per quello schieramento ma per quel presidente del Consiglio.

Mieli Montezemolo alle Eolie

Due caratteristiche che non dovranno mai far commettere al presidente Napolitano l’errore (voluto) del suo predecessore, Oscar Luigi Scalfaro, quando per il tradimento della Lega cadde il primo governo Berlusconi e fu cercata una nuova maggioranza in Parlamento bluffando con l’incarico a Lamberto Dini, che era ministro del Tesoro di Berlusconi, ma che dovette a ccettare molti ministri imposti dal Quirinale.

MONTEZEMOLO A ZOOMARINE

Si dirà: l’attuale legge elettorale non è il massimo. Il presidente Napolitano ha tutti i diritti di non condividerla. Ma è stato lui a promulgarla. Bastava che si rifiutasse di firmare. Nel momento in cui l’ha fatta pubblicare sulla Gazzetta Ufficiale ora non può contrastarla e quindi se è più che condivisibile il suo invito alla prudenza, alla moderazione, a far riflettere sui rischi di una crisi e di elezioni immediate, dall’altra non si può accettare come cittadini liberi che anch’egli, da arbitro, tenda a trasformarsi in dodicesimo giocatore in camp o, per di più mettendosi la casacca di una squadra ben schierata a sinistra.

montezemolo

O si sta dimenticando che come capo dello Stato, lo è di tutti gli italiani, anche di coloro che interpretano la politica come espressione della democrazia e il voto come diritto-dovere indipendentemente dalla forza che scelgono?

Non gli piace lo stile di Berlusconi e Bossi? Si può capire. Ma non si può condividere che, proprio lui, il garante della legalità e del rispetto delle istituzioni, usi parole solo a favore di chi, anch’esso, da garante, è diventato il più accanito e indisciplinato dei giocatori in campo.

Forse, il presidente Napolitano non ha calcolato che così facendo non fa che aumentare i consensi verso Berlusconi e Bossi di tutti coloro che non amano l’estremismo e il non rispetto delle regole.

Paolo Panerai, direttore di Milano Finanza, da DAGOSPIA

DUE DOMANDE A NAPOLITANO

Pubblicato il 15 agosto, 2010 in Politica | Nessun commento »

Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano Vorrei porre due domande a Giorgio Napolitano: la prima considerando la sua altissima funzione di presidente, l’altra ricordando la sua lunghissima esperienza politica. Mi sento autorizzato a fargliele dalla piacevole circostanza di scrivere su un giornale che non può essere sospettato di pregiudizio contro il capo dello Stato felicemente in carica. Le convinzioni politiche sicuramente radicate qui, a Il Tempo, non ci hanno, per esempio, impedito di difendere Napolitano nelle settimane, nei mesi e negli anni scorsi anche da inutili e infondate asprezze polemiche di esponenti autorevoli della maggioranza e del governo. Lo difendemmo, per esempio, nell’autunno 2009 dall’ingiusto tentativo del presidente del Consiglio di criticare anche lui per l’inattesa bocciatura del cosiddetto lodo Alfano da parte della Corte Costituzionale. Della cui sentenza la prima vittima era proprio il presidente della Repubblica, che su quella legge ci aveva messo non solo la firma ma anche la faccia, motivandone la promulgazione con richiami ad un precedente deliberato della stessa Corte. Che aveva lasciato considerare praticabile il ricorso ad una legge ordinaria, anziché costituzionale, come invece fu poi reclamato, per consentire la sospensione dei processi alle più alte cariche dello Stato durante l’esercizio, peraltro non ripetibile, dei loro mandati. Siamo tornati più di recente a difendere Napolitano dalle critiche mossegli dall’interno della maggioranza di governo per il suo pur inusuale intervento contro l’appena nominato ministro senza portafoglio Aldo Brancher, poi dimessosi. Il quale aveva cercato di farsi sospendere un processo a Milano perché impegnato a “organizzare” un Ministero non solo senza portafoglio ma anche senza deleghe, ancora tutte da definire.
E veniamo alle domande, purtroppo critiche, che ritengo meriti questa volta il presidente della Repubblica per l’intervista rilasciata a l’Unità nelle ultime battute della breve vacanza a Stromboli e ribadita ieri in un “colloquio” al Corriere della Sera. Le preoccupazioni, e le resistenze, se non la contrarietà, di Napolitano ad un ricorso alle elezioni anticipate in caso di crisi, considerando le condizioni economiche del Paese e altre urgenze, sono le stesse coltivate ed espresse dal direttore di questo giornale, Mario Sechi, quando stava per consumarsi la rottura tra Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini. E si sperava che essa non avvenisse, o fosse gestita in modo più accorto. La situazione nel frattempo è però cambiata, e di parecchio. Se si dovesse arrivare alla crisi di governo, la scelta di Napolitano non sarebbe più tra campagna elettorale e non. Sarebbe tra una campagna elettorale breve, di fatto da due a sei mesi, secondo la stagione che si dovesse scegliere per le urne, e una campagna elettorale lunghissima, di un anno o due, se per evitare le elezioni subito si dovesse ripiegare su un governo di presunta, assai presunta, improbabile “decantazione”. Al quale i tre quarti e più della maggioranza parlamentare uscita dalle urne nel 2008 sicuramente si opporrebbero ritenendo tradito il mandato ricevuto dai cittadini. Ebbene, all’economia e alle altre urgenze del Paese converrebbe più, o farebbe più male, una campagna elettorale breve o una lunghissima, interminabile, fatta forse più di veleni che di argomenti?

La seconda domanda è quella che il buon senso giornalistico avrebbe dovuto suggerire sia alla collega dell’Unità sia al collega del Corriere. E riguarda lo scudo che Napolitano ha praticamente e troppo generosamente offerto al presidente della Camera deplorando i tentativi di “delegittimazione” che egli starebbe subendo sulla traiettoria Roma-Montecarlo. Le chiedo semplicemente, onorevole Napolitano: Lei, che è stato anche al vertice di Montecitorio, in quello spezzone drammatico di legislatura tra la primavera del 1992 e l’inverno del 1994, al posto di Fini si sarebbe in questi mesi e giorni comportato come lui? ConoscendoLa, ne dubito. Francesco Damato, Il Tempo, 15 agosto 2010

CASO FINI: IN CUCINA C’E’ PUZZA DI BRUCIATO

Pubblicato il 14 agosto, 2010 in Politica | Nessun commento »

Il caso Fini continua ad occupare la prima pagina di tutti i giornali. Oggi per due ragioni in più: in primo luogo perchè Il Giornale di Feltri ha pubblicato la fattura di acquisto di una cucina che  a dire di un dipendente della ditta romana dove i mobili sono stati acquistati era destinata a Montecarlo. Fini ha immediatamente annunciato querela contro Feltri ma la minaccia non fa demordere più di tanto Feltri e Il Giornale dalla loro campagna contro Fini per chiederne le dimissioni.  La seconda ragione risiede nella difesa che  Napolitano fa di Fini sino a “intimare che cessi l’azione destabilizzante contro Fini perchè è una carica istituzionale”.  Su questi ultimi sviluppi del caso Fini si articola l’editoriale di oggi del direttore de Il Tempo, Mario Sechi. Editoriale nel quale Sechi per un verso invita Fini più che a querelare,  a parlare,  e per altro verso ricorda a Napolitano che istituzionali non sono solo tre cariche dello Stato ma anche la quarta, quella di presidente del Consiglio che mai ha ricevuto alcuna solidarietà da parte di Napolitano. Il quale, aggiungiamo noi, dimentica che tra il 1991 e il 1992 l’allora presidente della Repubblica, Francesco Cossiga, fu oggetto di ben più devastante azione destabilizzante da parte dell’allora partito di Napolitano e nessuno ricorda Napolitano dissociarsi dal suo partito e intimare ai giornali di sinistra di smetterla di “picconare” il “picconatore”. Due pesi e due misure. E’  appunto la conclusione dell’editoriale di Sechi che potete leggere qui di seguito.g.

Gianfranco Fini ed Elisabetta Tulliani al mare Cari lettori, osservate bene la prima pagina che avete in mano. Aprite e chiudete gli occhi un paio di volte. Sì, è tutto vero. Quel che leggete sta accadendo. Non è il notiziario surreale di un giornale di buontemponi che hanno alzato il gomito, ma la cronaca politica del nostro Paese, l’Italia. La terza carica dello Stato nei guai per un cognato in affitto in un appartamento a Montecarlo che era di An, ora ha un problema in più: i fornelli che secondo quanto racconta un’inchiesta de Il Giornale sarebbero stati acquistati da Fini ed Elisabetta Tulliani per arredare la maison monegasca. Dopo gli immobili, arrivano i mobili.

Il presidente della Camera ha risposto con il solito metodo spiccio: querelando. Ma ancora una volta la sua risposta più che chiarire apre dubbi. Francamente trovo la linea seguita da Fini in questa vicenda incomprensibile e lontana dal comportamento che ci si attende da una persona che ha tutto l’interesse a chiarire la sua posizione in questa vicenda. Avevo già scritto giorni fa che le otto risposte fornite sulla casa di Montecarlo erano deboli, insufficienti, piene di vuoti e incongruenze al punto da diventare un boomerang. Sono stato facile profeta e, in assenza di una risposta efficace e definitiva, nella cucina di casa Fini c’è puzza di bruciato. Sono troppi infatti i “buchi neri” di questa storia. Se Repubblica arriva a pretendere in un editoriale un chiarimento netto al cognato, Giancarlo Tulliani, sui giri immobiliari nel Principato, fino a mettere nero su bianco il sospetto che dietro le società off-shore che hanno intermediato l’appartamento ci sia in realtà la sua manina, allora le cose sono più che nebulose: è buio pesto. Bisognerebbe fare un po’ di luce. E magari non sperare nel passo falso dell’inchiesta, nell’imprevisto o nell’incauto aiuto istituzionale che può attutire, ma non soffocare una storia che – in tutti i suoi aspetti – con forza occupa le prime pagine di tutti i giornali. Mi sono opposto alla legge sulle intercettazioni proposta dal governo, l’ho criticata, ho consigliato un provvedimento più equilibrato, serio e ragionato. Il mio mestiere è pubblicare notizie e cerco di farlo nel miglior modo possibile.
Trovo singolare che da parte del Capo dello Stato – che ha sempre dimostrato attenzione alla libertà di stampa – arrivi un invito a cessare “una campagna gravemente destabilizzante” nei confronti del Presidente della Camera. Non ho memoria di una simile presa di posizione quando Repubblica ha attaccato in lungo e in largo – facendo il suo mestiere e rispondendo alla sua missione editoriale – il presidente del Consiglio, quarta carica dello Stato. Il professor Francesco Perfetti analizza da par suo sul nostro giornale l’irritualità di questa esternazione, come direttore de Il Tempo e primo cronista di questo giornale, mi preme però dire a chiare lettere che la stampa ha una funzione insostituibile che non può essere riconosciuta a intermittenza, magari quando fa comodo. Non esistono due bavagli e due misure, ma una stampa che fa il suo mestiere a destra e a sinistra e risponde non a chissà quale Spectre ma solo al mercato dei lettori (che comprano o no il giornale) e alla tradizione culturale del prodotto. I comportamenti politici sono doverosamente analizzati da tutta la stampa libera e le cronache degli altri Paesi sono ricchissime di storie simili a quella che si sta dipanando in questi giorni nel nostro Paese. In Francia il presidente Sarkozy è finito nel mirino dei giornali per i finanziamenti illeciti al suo partito, le vacanze della moglie di Barack Obama, presidente degli Stati Uniti, sono state osservate al microscopio e le spese contabilizzate con minuzia. «È la stampa bellezza e tu non puoi farci niente», frase celebre del film poliziesco «L’ultima minaccia» interpretato da Humphrey Bogart.
Siamo di fronte a uno scontro durissimo, a tratti brutale, non ci sono dubbi che le istituzioni ne escano malconce, ma il conflitto non si placa se i giornali non scrivono. Anzi, il fatto che tutti i quotidiani se ne occupino è una sorta di garanzia, perché un minimo di polifonia sulla vicenda è assicurato. O si preferisce una campagna monocorde, con una sola verità? Il silenzio non serve, la pluralità di fatti e opinioni consente invece al cittadino di farsi un’idea e trarre le proprie oneste conclusioni su una vicenda piuttosto intricata. Io non so che cosa stia pensando Gianfranco Fini in queste ore, ma se vuole uscire a testa alta da questa vicenda, è il caso che affronti le domande dei giornali in una conferenza stampa e dia risposte plausibili sulla casa a Montecarlo e i suoi rapporti con Giancarlo Tulliani. Fini ha un dovere in più perché non è un semplice parlamentare, è la terza carica dello Stato, è il garante del Parlamento. Ultima nota: dov’è finito Giancarlo Tulliani? Se non per tatto istituzionale, forse almeno per un minimo vincolo parentale con Fini dovrebbe farsi vivo e raccontare la sua versione della storia. Il silenzio, in questo caso non è d’oro, ma nero come il carbone. È sporco. Mario Sechi.

NAPOLITANO, COSSIGA, FINI

Pubblicato il 13 agosto, 2010 in Il territorio | Nessun commento »

Napolitano.

E’ il presidente della Repubblica che come è noto rappresenta tutti. Ma proprio tutti? Parrebbe di no dopo la tanto attesa (da parte di alcuni, leggi l’opposizione) esternazione dell’on. Napolitano di ritorno da Stromboli dove ha trascorso beatamente qualche giorno di relax. Cosa ha detto Napolitano di ritorno da Stromboli ? Ha detto che la situazione è grave ( e lo sapevamo tutti) e che un eventuale vuoto di potere (leggi voto anticipato) potrebbe provocare danni al Paese. Questo è possibile, forse anche probabile ma votare, d’altra parte,  e Napolitano dovrebbe saperlo, è la migliore e più classica manifestazione della democrazia. Non quella popolare un tempo, come è noto,  molto cara all’on. Napolitano, ma quella anglosassone che in Tocqueville ha il suo apostolo. Cioè la democrazia che vede sovrano solo e soltanto il popolo, ancor più in una democrazia che ha scelto di essere bipolare e che quindi non può consentirsi governi espressione non del popolo,  ma dei bizantinismi opportunistici di chi del popolo se ne impipa. Al PDL e alla Lega le parole di Napolitano sono sembrate una sorta di anticipata  e inconsueta manifestazione della sua contrarietà al voto anticipato (che sinora nessuno ha formalmente richiesto) e quindi di abdicazione al suo ruolo di super partes che la Costituzione gli affida e all’obbligo di attenersi alla indicazione delle forze politiche. A rafforzare  questa osservazione ha contribuito anche il fatto che Napolitano non abbia scelto per le sue esternazioni una testata giornalistica almeno a parole autorevole ma neutra, il Corriere della Sera, la Stampa, e abbia scelto invece il giornale del suo ex partito, il PCI, cioè L’Unità, organo di parte la cui direttrice, la signora DiGregorio, sforna editoriali antigovernativi un giorno si e l’altro pure.  Ecco, vista così, il presidente Napolitano ha contribuito, di certo senza volerlo, ma ci è riuscito benissimo,  a far salire la tensione  fra i partiti che invece voleva che si abbassasse. Nè ha contribuito ad abbassare i toni il suo “invito” a bloccare gli attacchi al presidente della Camera. Il presidente della Camera  (l’attuale) non è più solo una figura istituzionale, è ormai formalmente  un capopartito che ha trasformato la presidenza della Camera in una sede di partito ed ha abdicato nella forma e nella sostanza al suo ruolo di terzietà impostogli dalla Costituzione. E quando si è parte e non arbitro non ci si può sottrarre alle conseguenze che sono gli attacchi che in politica sono riservati a tutti. Anzi, piuttosto  ci si aspettava che il presidente della Repubblica ricordasse a Fini, nei modi che avrebbe ritenuto più giusti, pubblici o privati, formali o meno,  quali sono i suoi doveri cui è venuto meno. E comuqnue, ove pure voglia leggersi il suo  invito nel modo più bonario possibile, rimane una domanda: se a Napolitano stanno a cuore, come afferma, le istituzioni nei cui confronti invita al rispetto, perchè mai lo stesso Napolitano non ha avvertito uguale bisogno di rivolgere medesimo appello quando sotto schiaffo è  stato ed è il presidente del Consiglio, anch’egli Istituzione, per di più, a differenza di Fini e anche dello stesso Napolitano, espressione diretta della volontà popolare? g.

Cossiga

Le condizioni di salute dell’ex presidente della Repubblica sono in netto miglioramento. Avranno contribuito a migliorarne le condizioni anche gli auguri di “buona agonia”  rivoltigli da anarchici, radicali,ex terroristi, e quant’altri come loro,  riuniti sotto le finestre dell’ospedale  sotto  un grande striscione. Si sa che augurare la morte allunga la vita. Non lo sanno gli sciacalli che sono stati sempre i  nemici dello Stato contro i quali Cossiga si è battuto tutta  la vita. Speriamo che presto il  presidente Cossiga, il picconatore contro il quale i comunisti e i sinistri di ogni risma lanciarono una furibonda battaglia sino a chiederne il defenestramento utilizzando spregiudicatamente tutti i mezzi possibili, possa riprendersi e tornare a “picconare” le roccaforti dell’ipocrisia in cui si annidano i nemici dello Stato liberale.     Quelli  che un ventennio fa fecero strame di un presidente della Repubblica, Giovanni Leone, illustre penalista, straordinario docente universitario, uomo politico di profonda moralità, costretto alle dimissioni per la furibonda aggressione  mediatica della stampa di sinistra, salvo, poi, dopo la sua morte, riconoscergli  probità e autorevolezza. Sono gli stessi che ora invece  si stracciano le vesti per il  presidente della Camera (l’attuale)  invischiato in questioni che poco hanno a che fare con la politica e parecchio con gli affari (della famiglia Tulliani) e che è posto sotto accusa da organi di informazione di “destra”. Il classico caso di due pesi e due misure. Quando si trattava di aggredire Cossiga e Leone, solo per citare due nomi tra i più noti, la stampa di sinistra faceva il suo dovere, ora che tocca al nuovo beniamino della sinistra, l’ex camerata Fini, la sinistra invoca, anche tramite qualche altolocato suo esponente, il dovere di rispettare le istituzioni.g.

Fini

La storia di Fini continua ad imperversare siu tutti i giornali che continuano a chiedere spiegazioni più dettagliate sul passaggio dell’appartamento di Montecarlo da AN a ben tre diverse società off-shore con sede nei Caraibi (paradiso fiscale utilizzato per sottrarsi al pagamento delle tasse e per favorire il riciclcaggio di danaro sporco),  ora abitato dal cognato, il fratello della signora Elisabetta Tulliani, compagna di Fini. Le ultime notizie danno per certo che siano stati Fini e compagna ad acquistare i mobili per arredare l’appartamento di Montecarlo, così smentendo quanto asserito da Fini di non essere a conoscenza che il cognato vi abitasse. Lo ha scritto il Giornale di Feltri che ha dedicato a Fini un suo durissimo editoriale. Fini ha risposto, a mezzo del suo portavoce, notoriamente pagato con soldi pubblici, che “querelerà” Feltri. Questa è la seconda querela , ora solo annunciata, dopo la prima che già sarebbe stata sporta da Finio contro Feltri per la stessa questione. Bene. Ma perchè Fini invece di querelare , oppure  oltre che querelare, non parla, non spiega, non dice quanto e a chi paga l’affitto il cognato, chi è il vero e fisico acquirente dell’appartamento di Montecarlo, cioè chi si nasconde dietro l’anonimato della società off-shore? E perchè non spiega come mai il prezzo di vendita sia stato di molto al di sotto dei prezzi di mercato di Montecarlo per appartamenti simili a quello lasciato in eredità ad AN e svenduto a soli 300 mila euro nel 2008? Se ha, come dice, la coscienza a posto ed è vero che si è lasciato imbrogliare dal cognato, perchè non  dice tutto? Magari poi di querele ne potrà presentare una terza. Suffragandola di fatti e non di “soprese e disappunti”. g.

P.S. Il Giornale ha annunciato che nella edizione di oggi, 14 agosto, pubblicherà fatture, ricevute e nomi e cognomi dei testimoni dell’acquisto dei mobili da parte di Fini e compagna per l’appartamento di Montecarlo. La storia diventa un giallo e Fini rischia di  ridiventare nero come non lo era più da quando si è tinta di rossa la faccia.

UN ALTRO IN FERRARI (Mario Sechi da Il Tempo)

Pubblicato il 13 agosto, 2010 in Politica | Nessun commento »

Ieri Giancarlo Tulliani, il cognato in affitto di Gianfranco Fini, oggi Luca Cordero di Montezemolo. È il momento dei ferraristi in prima pagina. L’uomo nuovo che potrebbe presentarsi in prima fila al Gran Premio della politica può approfittare delle difficoltà di Fini, ma…

Luca Cordero di Montezemolo, presidente della Ferrari È il momento dei ferraristi in prima pagina. Ieri Giancarlo Tulliani, il cognato in affitto di Gianfranco Fini; oggi Luca Cordero di Montezemolo, l’uomo nuovo che potrebbe presentarsi in prima fila al Gran Premio della politica. Per ora siamo alle prove libere e a giudicare dai movimenti dei meccanici ai box non è che tutto fili liscio, ma il presidente della Ferrari ha detto due o tre cose che fanno pensare a una sua prossima discesa in pista. La sua presenza sui media è ben distillata, la tempistica ha un suo perché, la situazione politica potrebbe perfino giocare a suo favore. Dipende molto dal suo stile di guida: vedremo presto se Luca è un pilota da asfalto asciutto o bagnato. Quel che è certo è che nel circuito del Palazzo ora diluvia e il temporalone non è di quelli estivi, durerà a lungo, con grande piacere di chi è appassionato di testacoda e fuoripista.
Montezemolo piace a sinistra, lo sanno tutti. Resta un mistero come un partito che dovrebbe guardare agli operai, alla classe media, ai diritti, ai pensionati, a quelli che hanno meno ma aspirano a volere di più, possa incoronare come suo alfiere un signore che rappresenta un mondo opposto. Montezemolo è elitario, ha una storia personale e professionale blasonata, ovattata, ricca, colma di aristocrazia. Fa parte di diritto del «club dei migliori». È il segno che il Pd non riesce a scendere dalla terrazza con le tartine per farsi un giretto in strada. Pazienza. Lui, Cordero di Montezemolo, ha già scelto il suo avversario: Berlusconi. La nota del suo pensatoio, Italia Futura, dice due cose: Silvio ha fallito, ma le elezioni ora no, meglio di no. Anche a Luca – come a Gianfranco Fini e a una vasta e assortita compagnia di giro – occorre tempo per organizzarsi e cercare di mettere in piedi qualcosa di credibile quando il Cavaliere sarà spompato dal logoramento che verrà.

Quando Montezemolo romperà il ghiaccio, farà il pieno, monterà le gomme da bagnato e farà rombare il motore non si sa. Posso solo ipotizzare che le sue sortite pubbliche non siano frutto di un semplice capriccio intellettuale, ma abbiano un disegno un po’ più ampio. Certo, nella vita ci si può tranquillamente accontentare – dopo aver avuto tanto – di fare un onesto lavoro culturale, di pungolare il potere a far meglio, di dar vita a un cenacolo intellettuale e cercare di influenzare l’azione politica. Per un tipo come Montezemolo però questo scenario non mi sembra credibile e direi che è riduttivo. Il suo orizzonte naturale sarebbe quello di esser «chiamato» a salvare la Nazione senza alcun passaggio alle urne. Tecnico non è, ma legato a una certa tecnocrazia da tempo vogliosa di rifarsi dopo l’era berlusconiana, lo è certamente. Stringere mani, sudare in mezzo al popolo, tenere comizi nei paesi, fare vita di sezione, non mi sembra il suo habitat naturale, piuttosto sarebbe perfetto per un governo di transizione, un regime change di Palazzo, un’orchestrata manovra che metta in fuorigioco il Cav e apra le porte a un pallido ed elegante governicchio del Salvatore della Patria. Il destino sta dando una mano a Montezemolo più di quanto s’aspettasse. Il suo amico Gianfranco Fini è alle prese con un caso piuttosto spinoso che riguarda un altro ferrarista doc, il cognato Giancarlo Tulliani. Il ragazzo è sparito in vacanza a bordo della sua Ferrari 458 Italia all black e, nonostante gli autorevoli appelli di Repubblica a spiegare come mai abbia preso in affitto a Montecarlo una casa che era di Alleanza nazionale, non si fa trovare. Questo scenario per Montezemolo è tutt’altro che problematico.
È vero, s’è indebolito nel Palazzo una sua sponda importante, ma se Gianfranco si defila o, peggio, è costretto a lasciare lo scranno di Montecitorio per mancanza di spiegazioni plausibili, allora per Luca s’apre un vuoto da riempire. Il profilo di Montezemolo è di taglio diverso rispetto a quello di Fini. Quest’ultimo è un politico di professione, non risulta nella sua biografia altro che non sia il Palazzo. Luca invece è di alta caratura, è un uomo proiettato tra il jet-set (che seduce una parte degli italiani) e l’industria, con toni glamour e tocchi di nobiltà che tra le signore del belmondo (e non solo) tornano sempre utili. La domanda è facile eppure amletica: prenderà i voti? La mente della Ferrari potrebbe essere un buon candidato di un terzo polo, ma per essere vincente o quantomeno efficace bisogna cambiare la legge elettorale e, dunque, dovrebbe aspettare il gioco dell’oca del governo di transizione o come si chiamerà. Può aspettare, non ci sono dubbi. Anche se presentare come una ventata di novità anche Montezemolo è un filino complicato. Il ragazzo infatti il prossimo 31 agosto compirà 63 anni. Certo, sono dieci in meno di quanti ne conserva il Cavaliere, ma siamo ampiamente al di sopra della media dei leader europei. Insomma, il dato anagrafico con lui è una pistola scarica. Resta lui, il suo pedigree, il suo charme e una rete di relazioni che contano. Anche se alla Fiat la sua storia è sul viale del tramonto. In piena era Marchionne, il suo peso s’è affievolito, il ricambio generazionale al Lingotto è stato completato con la presa del volante da parte di John Elkan ed è chiaro che i piani di casa Agnelli sono molto eccentrici rispetto ai destini dell’Italia. Torino è la storia, ma l’avvenire di Fiat è in America.
I finiani hanno salutato il suo primo vero uppercut contro Silvio con il sottile piacere di chi almeno può tirare un sospiro mentre infuria una battaglia enorme. Il sostegno di Futuro e Libertà in questo momento è scontato, a qualcosa i finiani debbono pur aggrapparsi e Montezemolo va benissimo, in attesa di uscire dal pantano. Con Pier Ferdinando Casini c’è un’alleanza fatta di passeggini (insieme a Fini) che corrono sui parchi della dolce Roma. Ma una cosa è parlare di bambini, pappe e pannolini, un’altra mettere insieme un progetto politico e prendere i voti degli adulti. Quelli che non viaggiano in Ferrari.

ANCHE REPUBBLICA SILURA FINI E CHIEDE SPIEGAZIONI SULLA CASA DI MONTECARLO

Pubblicato il 12 agosto, 2010 in Politica | Nessun commento »

La situazione per Fini si fa giorno dopo giorno sempre più imbarazzante. Anche Repubblica, il giornale-partito (di De Benedetti) che guida la crociata antiBerlusconi e che in questi mesi aveva innalzato Fini sull’altare della “destra buona” contro la “destra cattiva di Berlusconi” ha dovuto prendere atto che la storia della casa di Montecarlo venduta a prezzi stracciati a società off-shore  è assai imbarazzante  per Fini mentre si fa strada il sospetto che il “cognatino” di Fini possa essere stato sia il “venditore” che l’”acquirente” dell’immobile. Di questo e di altro si occupa il direttore de Il Tempo, Mario Sechi, nell’editoriale di oggi del quotidiano romano che pubblichianmo integralmente.

Intanto ci preme  denunciare il voltastomaco che ci hanno provocato le dichiarazioni di ieri del trio finianno Bocchino-Granata- Briguglio. Tutti e tre si sono abbeverati al frasario in uso da Santoro by Travaglio per insultare Silvio Berlusconi, manifestando ostilità e pregiudizi che ci inducono a domandarci perchè mai costoro siano entrati nel PDL e perchè mai dovrebbero rientrarci e, comunque, perchè mai il PDL dovrebbe fare maggioranza con un gruppo che è rappresentato da questi tre figuri che assomigliano, anche fisicamente, specie Briguglio, ai nazisti che pattugliavano i campi di sterminio degli ebrei o alle guardie rosse che martirizzavano  i dissidenti russi nei gulag sovietici.  Non sono costoro, con il loro bagaglio culturale e le loro aberranti manifestazioni di odio contro Berlusconi, coloro con i quali si può riprendere ogni qualsiasi rapporto. Ci pensi bene il presidente Berlusconi prima di addivenire a qualsivoglia tregua o armistizio con costoro e sappia che il male deve essere reciso alla radice. Si vada al voto e si lasci questi figuri al loro destino, magari con i comunisti con cui dimostrano  ogni qual volta aprono bocca di avere affinità ed identità di vedute.  Il centrodestra non ha bisogno di confondersi con questi vaniloquenti trapezisti delle parole diettro le quali si nasconde il vuoto politico e  morale. g.

L’EDITORIALE DI MARIO SECHI.

Il tempo della clessidra si è esaurito per Gianfranco  Fini. L’ordine di interrompere lo scorrere dei granelli è partito dal comando supremo di Repubblica in largo Fochetti, dove il comandante Ezio Mauro sovrintende le operazioni di varo del regime postberlusconiano. Il direttore di Repubblica è un tipo tostissimo, uno che fa il giornale dalla prima all’ultima pagina e non ama certo farsi gabbare. Così dopo aver visto e letto la nota di Gianfranco Fini, pesato le bordate che si levano da tutta la stampa sul presidente della Camera, Ezio ha deciso di lanciare il suo ultimatum a Gianfranco: «Il presidente della Camera ha un’unica strada per sfuggire questa guerra mortale, una strada che coincide con i suoi doveri verso la pubblica opinione. È la strada della chiarezza e della trasparenza. Dopo avere detto la sua verità sull’affare di Montecarlo, deve pretendere la verità da Giancarlo Tulliani, intermediario e beneficiario della vendita. Fini chieda a Tulliani di rivelare i nomi e i cognomi degli acquirenti e le condizioni dell’affitto. Questo per rispondere al sospetto, ogni giorno più pesante, che Tulliani abbia intermediato per se stesso, dietro il paravento off-shore. Solo così si potrà accertare definitivamente che la “famiglia” venditrice non è anche “la famiglia” acquirente». Bingo. Non ho mai creduto a quanti sostenevano che Repubblica avesse adottato Fini per piazzarlo poi a Palazzo Chigi. Balle.
Repubblica si muove nel campo dell’opposizione in splendida solitudine e fiera autonomia. Non ha bisogno di cercare sponde politiche perché è un giornale-partito che fa le sue battaglie a prescindere da quel che combina (ormai quasi nulla) il centrosinistra. E dedicare attenzione a Fini era (ed è) utile alla strategia anti-Berlusconi, non a elevarlo a un ruolo al quale non può più aspirare. Detto questo, veniamo alla ciccia della faccenda: il cognato in affitto di Fini, Giancarlo Tulliani. La situazione si fa giorno dopo giorno sempre più imbarazzante. I dettagli sulla compravendita della casa monegasca sono noti e chiunque abbia un po’ di sale in zucca non può negare che siamo di fronte a un romanzo intitolato il pasticciaccio brutto di Montecarlo. La macchinona dei giornali lavora al racconto di questo feuilleton italiano incessantemente e ho la netta impressione che la verità non tarderà a venire a galla. Nel frattempo il cognato in affitto è sparito. Pare sia in vacanza. Come faccia a starsene ammollo da qualche parte con tutto questo casino per me resta un mistero. Noblesse oblige. Possiede una Ferrari 458 Italia (325 chilometri orari e 197 mila euro per accendere il motore), ha la residenza vip a Montecarlo, conduce una vita da jet-set e chissenefrega del povero cognato che fa il presidente della Camera e non sa più come mettere insieme i cocci di una storia che gli è esplosa in mano e rischia di fargli saltare la carriera politica, cioè l’unica cosa che Fini sa fare.
Con tutta la brutalità politica di cui è capace, Antonio Di Pietro ha riassunto a modo suo la questione finiana: «Lo dico in dipietrese, Fini dovrebbe chiamare il suo parente e chiedergli ‘a cognato, da chi hai preso questa casa? Se non fa questo presto e bene, è Fini…to pure lui…». Tonino non esagera, perché il tam tam che riguarda le società costituite nei paradisi fiscali ha un pessimo rumore. Si parla di «italianissimo proprietario», di giri poco raccomandabili, di furberie fiscali che prima o poi finiranno nel mirino di chi le tasse le riscuote. In questa situazione, sarebbe bene che Fini prendesse il toro per le corna (del cognato). Ci riuscirà? Il giorno in cui ha mandato alle agenzie di stampa la sua nota di replica in otto punti scrissi su Il Tempo che quelle risposte erano un boomerang. Previsione azzeccata. E non ci voleva molto, bastava non avere le fette di salame sugli occhi e conoscere i documenti della compravendita. Quando entrano in scena i paradisi fiscali, puoi star certo che c’è una botola aperta da qualche parte che ti attende. Fini è più che mai nei guai. E come si diceva in passato, la questione è politica, per cui invocare la legalità e tirarsi fuori come un azzeccagarbugli di manzoniana memoria non salverà Fini dal dover dare – e chiedere ai Tulliani – spiegazioni convincenti per uscire dalle sabbie mobili in cui s’è ficcato. Se non ci riesce, con la politica ad alto livello avrà chiuso e potrà al massimo consolarsi con un giretto in Ferrari.