FINI E LA CASA DI MONTECARLO: ecco la storia delle scatole cinesi, alias le società anonime off-shore, create per nascondere il vero proprietario.

Pubblicato il 11 agosto, 2010 in Politica | Nessun commento »

GianMarco Chiocci e Massimo Malpica, i due giornalisti de Il Giornale che hanno scoperto e denunciato l’incredibile storia dell’appartamento di Montecarlo  lasciato in eredità  ad Alleanza Nazionale dalla contessa Annamaria Colleoni, ultima erede del condottiero Bartolomeo Colleoni,  e venduto a “prezzo stracciato” a società off-shore con sede nei Caraibi,  riassumono in questo articolo tutto l’”affaire” e raccontano gli strani intrecci che hanno portato il “cognato” di Fini, Giancarlo Tulliani, ad abitare, ad insaputa di Fini (triplo sic!) in quell’appartamento al prezzo da sfollato di 1500 euro al mese, cioè quanto si paga di fitto in un appartamewnto della periferia romana.  In attesa di conoscere il nome del vero proprietario dell’appartamento, si è scoperto, intanto, che il “cognato” di Fini a Montecarlo gira in Ferrari che costa 197 mila euro.

A puntare il dito sulle società off-shore che acquistarono la casa monegasca ereditata da An ora è proprio Francesco Pontone. Il senatore ed ex tesoriere del partito di via della Scrofa che, su incarico di Gianfranco Fini, mise la sua firma sull’atto di compravendita dell’appartamento alla «Printemps Ltd», con sede ai Caraibi, poi finito in affitto al «cognato» di Fini, non ne può più dei sospetti e dell’assedio mediatico. E ieri, al Corriere della Sera, ha dichiarato: «Di Tulliani dovete chiedere a Fini, io che ne so? (…) Se volete nuovi particolari andate a cercare la società che fece il contratto di affitto a Tulliani».

Ecco, lo sfogo dell’anziano senatore può essere il punto di partenza per una ricostruzione ragionata, ma non lineare, delle «forze in campo» in quei 41 giorni trascorsi tra la nascita delle finanziarie off-shore acquirenti e la prima compravendita. E sono tante le società che hanno avuto un ruolo in quella discussa cessione immobiliare. L’ultima a comparire in scena è l’immobiliare di Michel Dotta, amministratore del Palais Milton al numero 14 di boulevard Princesse Charlotte e di altri innumerevoli edifici monegaschi. Sarebbe stata la «Dotta Immobilier», stando a Gianfranco Fini, a valutare nel 2000 solo 450 milioni di lire, 232mila euro, l’appartamento dove ora abita Giancarlo Tulliani. Michel Dotta, al Giornale, il 30 luglio aveva dichiarato di non ricordare nulla di particolare su quell’edificio: «Anche se sono l’amministratore del condominio di quel palazzo non vuol dire che conosca ogni singola persona che ci abita». Ora che a tirare il ballo la sua società è Fini, Dotta è in vacanza. Resta il suo sito web, dove fanno bella mostra di sé gli annunci immobiliari. A 250mila euro, per esempio, si comprano dei bei box auto, interrati, di recente costruzione. Appartamenti no, ma evidentemente i tempi cambiano. In fondo se Pontone scarica su Fini l’affaire nel suo complesso, Fini scarica il «basso prezzo» su Dotta, e la scelta dell’acquirente sul «cognato» che lo avrebbe pescato nel 2008. E quindi vediamoli, questi acquirenti, che per Gianfry sarebbero frutto delle conoscenze di Tulliani nel mercato immobiliare. I nomi di chi compra e di chi ricompra sono arcinoti: «Printemps Ltd» (quella che rileva la casa da An per 300mila euro) e «Timara Ltd» (che acquista l’immobile tre mesi dopo per 30mila euro in più e che poi affitta allo stesso Tulliani). Le due finanziarie hanno molto in comune, per esempio la sede sociale (10, Manoel st, Castries, St Lucia, ai Caraibi) e data di creazione (30 maggio 2008).
Ma è solo l’inizio dell’intreccio di finanziarie e «limited». Perché a quell’indirizzo di Saint Lucia c’è un certo affollamento di sigle. Da qui in poi è un labirinto. Al 10 di Manoel Street, sull’isola caraibica, ha sede anche la «Jaman Directors Ltd», che controlla come «direttrice» la Printemps Ltd, costituita anche questa il 30 maggio 2008. E infatti in rappresentanza dell’acquirente, quando An vende alla Printemps, l’11 luglio del 2008, intervengono Tony Izelaar e James Walfenzao (quest’ultimo a capo di una società britannica che controlla una quota del Gruppo Atlantis, ma «in nome e per conto» dell’imprenditore italiano Francesco Corallo, amico del parlamentare Pdl, ex An, Amedeo Laboccetta). I due risultano sia amministratori della Printemps che direttori della Jaman. Ad attestare i loro poteri, due certificati di titolarità (certificate of incumbency) allegati al rogito di cui il Giornale è già in possesso e che la procura di Roma presto cercherà di acquisire a Montecarlo tramite rogatoria. Uno dà conto dell’incarico di amministratrice di Printemps attribuito alla persona giuridica Jaman. L’altro individua Walfenzao, Izelaar e l’italiano Gianfranco Comparetti (non presente al rogito) come amministratori della Jaman. A firmare i certificati è Michael B.G. Gordon, direttore della «Corporate agents ltd» di Saint Lucia, con sede – sorpresa – al solito 10 di Manoel street a Castries.

La Corporate agents di Saint Lucia oltre a essere «agente autorizzato di Printemps, ltd», è parte del gruppo «Corpag», network di fiduciarie e imprese che offrono servizi finanziari, un nome che tornerà anche nella seconda compravendita. Il referente a Montecarlo della Corpag, infatti, è la «società anonima monegasca Jason». Che trova spazio in entrambi i contratti di cessione. Sia la Printemps che, successivamente, la Timara, eleggono domicilio presso l’indirizzo monegasco della Jason (avenue Princesse Grace, 31) per ricevere convocazioni e notifiche dall’amministrazione di condominio.

Non è un caso. Tony Izelaar lavora in questa società, che offre ai clienti proprio la possibilità di «nascondersi» dietro società costituite in paradisi fiscali, approfittando di normative tributarie più favorevoli. È credibile che l’acquirente reale della casa si sia rivolto alla Corpag, probabilmente per tramite della Jason, per concludere l’affare con An. A confortare questa ipotesi, il fatto che per la Jason lavori anche Suzi Beach. Che il 15 ottobre 2008 firma, per conto di Timara, l’acquisto della casa monegasca dalla Printemps, sempre rappresentata dal suo «collega» Izelaar. Nel secondo contratto spunta anche un’altra società, la «Janom Partners ltd», naturalmente con sede in Manoel street 10 a Castries, Saint Lucia. I poteri di rappresentanza a Suzi Beach deriverebbero, scrive il notaio, dalle deliberazioni dell’assemblea generale della Janom, tenuta il 30 settembre 2008. Il bello è che a rappresentare la Janom come direttori ci sono Walfenzao e Izelaar, e quest’ultimo veste anche i panni del venditore. Oltre a «Printemps» e «Timara», dunque, sono entrate in gioco «Jaman», «Janom», «Corporate agents St.Lucia» e «Jason sam», le ultime due legate alla «Corpag». Ma i nomi che vengono fuori sulle pagine degli atti delle due compravendite, oltre a quello del «pentito» Pontone, sono sempre gli stessi. Tony Izelaar, James Walfenzao, Suzi Beach, e Michael Gordon a firmare i certificati. Uno schema così è più contorto del percorso del gran premio di Formula 1 del Principato. Ma lo scopo è chiaro. Nascondere il reale acquirente. Nel generale scaricabarile, il cerino resta in mano a Tulliani, che nel 2008 andò da Fini a segnalargli che c’era una società interessata all’acquisto, e dovrebbe sapere chi è il vero proprietario. Lui non si è perso tra i tanti passaggi, visto che l’acquirente finale gli ha affittato la casa di boulevard Princesse Charlotte. Se il «cognato» è solo l’affittuario, visto il terremoto in corso potrebbe raccontare quello che sa. Perché non lo fa?

GianMarco Chiocci e Massimo Malpica.

FINI: DA MONTECARLO ALLE DIMISSIONI

Pubblicato il 10 agosto, 2010 in Politica | Nessun commento »

Ricapitoliamo. la contessa Annamaria Colleoni, ultima discendente del condottiero Bartolomeo Colleoni alla sua morte, avvenuta nel 1999, lascia tutit i suoi averi ad Alleanza Nazionale, e per essa, al presidente  on. Fini per “la buona battaglia” del partito di cui la contessa era appassionata sostenitrice. Agli eredi legittimi, due nipoti, lascia modesti legati, ma i due, per rispettare le volontà della loro congiunta, non impugnano il testamento, dando prova di grande dignità e rispetto per le volontà della contessa. Tra i beni della contessa c’è un appartamento di circa 70 metri quadri a Montecarlo, a cinque minuti di strada dal Casinò, quindi dal  lussurregiante centro  storico del Principato su cui ora regna Alberto di Monaco. L’appartamento viene valutato allora, cioè circa 10 anni fa, quando non c’era l’euro, 450 milioni di lire. Passano un pò di anni e nel 2008 l’appartamento viene venduto per 300 mila euro, più o meno 600 milioni di lire, nonostante che l’avvento dell’euro abbia notevolmente fatto schizzare in alto il valore degli immobili, in Italia e, ancor più, a  Montecarlo, meta di ricchi, nati e/o diventati. La notizia della vendita però la si apprende solo due anni dopo, una decina di giorni fa, per via di uno scoop gornalistico del Giornale di Vittorio Feltri, i cui inviati si recano a Montecarlo e scoprono che ad abitare nell’appartamento lasciato dalla contessa Colleoni ad Alleanza Nazionale per la “buona battaglia” è il “cognato” dell’ex presidente di Alleanza Nazionale, l’integerrimo presidente della Camera dei Deputati on. Fini il quale, come è noto, uno giorno si e l’altro pure, talvolta due o tre volte al giorno, si affanna a far sapere urbi et orbi che lui, e solo lui, è il guardiano della pubblica moralità e il custode della legalità.  La cosa incuriosisce l’inviato di Feltri che si mette in moto e scopre così che la casa della contessa è stata venduta nel 2008, esattamente a luglio del 2008, ad una società off shore, cioè  quelle società anonime di cui solitamente si servono i malfattori, costituita a maggio del 2008, cioè appena due mesi prima dell’affare, e che ha sede nei Caraibi, paradiso fiscale per gli evasori. Non solo. Scopre anche il giornalista che la prima società ha venduto ad una seconda, anche questa una società off shore con sede allo stesso indirizzo della prima. E scopre che una terza società si è incaricata di provvedere a ristrutturare l’immobile ma che a presiedere i lavori di ristrutturazioone è stato guarda caso il fratello della compagna di Fini, cioè il cognato di fatto del presidente della Camera che ora lo abita. Si scopro anche che l’appartamento è stato venduto a 300 mila euro, benchè la stima di un appartamento simile a Montecarlo si aggira intorno ai 20-30 mila euro  a metro quadrato e si scopre anche  che a intervenire nell’atto di stipula del contratto di vendita è stato il sen. Pontone, storico amministratore di Alleanza Nazinale, per delega, è scritto nell’atto notarile pubblicato dal Giornale, del presidente di Alleanza Nazionale  on. Fini. Ce n’è abbastanza per chiedere lumi al presidente della Camera, l’integerrimo on. Fini che appena dieci giorni prima aveva fatto mettere in croce dai suoi sgherri di cartapesta, tali Bocchino e Granata, un galantuomo, il sottosegretario Caliendo, reo solo di essere andato a cena con un paio di pensionati che giocavano al “monopoli” degli affari. Vuole sapere il Giornale di Feltri precise notizie: chi è l’acquirente dell’appartamento, perchè l’appartamento è stato venduto a soli 300 mila euro mentre ne vale almeno quattro volte tanto, perchè tanto era stato valutato da un inquilino del palazzo monegasco aveva chiesto – invano -  di acquistarlo, e perchè in quell’appartamento ci abita il fratello della compagna di Fini e a quale titolo ci abiti. Tralasciamo alcuni pur interessanti passaggi, primo fra tutti l’esilarantre dichiarazione dei legali del “cognato” di Fini che hanno assicurato che il loro assistito ci abita in fitto pagando più di 1500 euro al mese (neanche a Roma, nel centro storico l’affitto di  un appartamento di uguale dimensione costa così poco!). Alle domande del Giornale,  Fini oppone per dieci giorni un totale silenzio, salvo qualche battuta circa l’attesa serena delle indagini giudiziarie nel frattempo aperte per effetto di una precisa denuncia depositata presso la Procura di Roma da ex dirigenti di Alleanza Nazionale e salvo la circosotanza che  la storia dell’appartamento fa traboccare il vaso delle indiscrezioni sulla famiglia della compagna di Fini che si scopre essere destinataria nel 2009 di milionari contratti con la RAI benchè sino ad allora la “suocera” di Fini, propritaria del 515 della scoietà affidataria dei contratti,  abbia solo fatto la casalinga senza capirne un acca di produzioni televesive, alla stessa maniera del figlio, nonchè cognato di Fini e “fittuario” dell’appartamento di Montecarlo per il quale,  secondo dichiarazioni sinora non smentite,  l’on. Fini aveva preteso da dirigenti Rai in quota AN contratti con la clausola del “minimo garantito”, cioè con pagamento di un quota a prescindere dai risultati. Insomma, tante storie che fanno cadere dalla testa di Fini l’aureola di martire della legalità che si era messa in testa. Alla fine, meno di 48 ore fa, Fini ha dovuto prendere carta e penna, evitando di  convocare una conferenza stampa per evitare insidiose  e perniciose domande,  per fornire le sue spiegazioni sul caso della casa di Montecarlo finita dalla “buona battaglia” di AN  a residenza del “cognato”,  come risulta da un altro atto notarile che risale a pochi mesi fa nel quale il Tulliani Giancarlo risulta residente a Montecarlo proprio all’indirizzo dell’appartamento (s)venduto da Alleanza Nazionale, circostanza questa che Fini nelle sue spiegazioni in otto punti  dichiara di non conoscere, poco curandosi del ridicolo che si tira addosso. Come del resto per tutti gli otto punti della sua “difesa”. Dalla ridicola dichiarazione esecondo cui sarebbe stato il cognato a informarlo  di una società che voleva acquistare l’appartamento,  alla circostranza per cui a valutare l’appartamento sarebbe stato il sen. Pontone e la  sua segretaria particolare elevata, non si sa a quale titolo, quale esperta immobiliarista, alla pari del “cognato”, alla cirocstanza per cui chi si riempie la bocca ogni giorno, e talvolta, lo ricordiamo  anche due o tre volte al giorno la bocca di richiami alla legalità, non abbia storto neppure un pochino il naso dinanzi alla vendita di un appartamento a società off shore che per loro stessa natura sono notoriamente sospette e per di più, nel caso specifico, ancor di più , vista la loro residenza caraibica, paradiso non solo di evasione fiscale ma anche, secondo l’OCSE, luighi  di riciclaggio di denaro sporco di cui priorio le società off shore sono i migliori veicoli.Nè ha storto il naso Fini dinanzi al prezzo, davvero miserabile, tanto da far scrivere a Feltri che o chi ha condotto l’affare, cioè il cognato, o è uno sciocco, oppure è uno che ha fatto sparire un bel pò di quattrini. Ma il punto che più ha fatto sbellicare dalle risate i lettori di tutti i giornali italiani, è l’ultimo. Lì dove Fini dichiara di aver appreso solo da poco e dalla sua “compagna”, cioè dalla sorella del “cognato”,  che costui abitava a Montecarlo, guarda caso  nel famoso appartamento della contessa Colleoni. E chiosa, il solito Fini, che la cosa lo ha  sorpreso e  irritato.Infatti è di tutti i giorni che un “cognato”  come il suo sparisca tutto d’un tratto dalla casa in cui ha abitato per anni  insieme allo stesso Fini e questi non se ne accorga sino a  quando  non glielo riferisce, mesi dopo, la sorella, cioè la sua compagna. Insomma spiegazioni quelle di Fini che non solo non spiegano ma infittiscpono il giallo (lo ha scritto il Corriere della Sera) e sopratutto alzano un imbarazzanre sipario su come intende la legalità, quella politica, prima ancora che quella penale e giudiziaria, l’on. Fini, che evidentemente ha tale presunzione di sè che ritiene che tutti gli italiani siano “coglioni” (originario cognome del Colleoni secondo wikipedia), tanto da poterli tranquillamente raggirare. Invece no. Invece si dà il caso che questa squallida storia, per molti versi esilarante e comunque assai istruttiva, abbia scosso le coscienze e provocato una ribellione generale che si è materializzata nella richiesta di dimissioni dalla carica di presidente della Camera, fatta propria dal Giornale di Feltri che ha adato il via ad una raccolta di firme che sin dalle prime ore di ieri ha provocato migliaia e migliaia di adesioni, a cui ci si può unire indirizzandola al seguente indirizzo e.mail:finivia@ilgiornale.it. E’ una buona battaglia. La facciamo nostra.g.

TUTTI AL MARE E POI SI VOTA, di Mario Sechi (Il Tempo 5.8.2010)

Pubblicato il 5 agosto, 2010 in Il territorio | Nessun commento »

All’indomani del voto sulla mozione di sfiducia al sottosegretario Giacomo Caliendo, i notisti politici hanno dedicato all’avvenimento e ai risultati del voto i loro commenti. Tra tutti abbiamo scelto quello del direttore de Il Tempo non solo perchè è il più lucido, ma anche perchè auspica ciò che anche noi riteniamo la cosa giusta da fare,cioè andare al voto subito dopo l’estate, ad ottobre, al più a novembre. Lo abbiamo scritto ieri sera, a caldo, dopo la squallida performance parlamentare del neo gruppo dei finiani, astenutosi, salvo qualche defilamento tattico, sul voto contro Caliendo,  che quella del voto anticipato è la scelta obbligata per un governo che non ha più la maggioranza tecnica nel Parlamento, per verificare se ciò corrisponde anche sul piano elettorale. In una democrazia vera, di cui tutti  a parole si dichiarano sostenitori e paladini, e a tutti,   ultimo in ordine di tempo,   si è aggiunto l’ex fascistissimo erede di Almirante , in una democrazia vera,  i governi eletti dal popolo devono verificare nel popolo se siano o meno ancora depositari del consenso elettorale. Ogni indugio e ogni ritardo saprebbe di inciucio alla vecchia maniera della prima repubblica,  quando i cittadini votavano e i capipartiti rivoltavano la frittata della volontà popolare  nella padella dei compromessi e dimostrebbe una volta di più che quelli che si riempiono la bocca di  “principi”, dei principi se ne impipano allegramente quando si tratta di tutelare i loro affari e le loro convenienze. Pensiamo a tutti e un pò di più non tanto a Fini della cui dedizione ai “principi” abbiamo sempre ampiamente dubitato, ma a Casini il quale,  dopo tanti altri, ha inventato un nuovo nelogismo: “area di responsabilità“, per individuare quelli che hanno a cuore ilPaese. Bene, se a Casini sta a cuore il Paese, non ostacoli la strada del voto anticipato ed immediato, semmai scelga di ritornare nel centrodestra, nell’“area della concretezza.” g.

Questa che segue è  la nota politica di Mario Sechi.

Che cosa succede ora? Il Parlamento chiude e si va in vacanza spensierati? No, per la politica sarà un agosto bollente. Per la prima volta nella legislatura infatti il governo alla Camera dei deputati non ha la maggioranza: sono mancati 17 voti per raggiungere la soglia tecnica di 316 voti necessari per mantenere il controllo del ramo parlamentare. È il primo effetto della costituzione del gruppo dei finiani e Il Tempo ci aveva visto giusto: così il governo non andrà lontano e senza un colpo di fantasia politica la legislatura, quando il Parlamento riaprirà i battenti, finirà a carte quarantotto.
La verità è che dopo la seduta di ieri le elezioni sono dietro l’angolo. Tutti al mare e poi al voto in autunno. Il Cavaliere è chiamato a dare non solo una prova di resistenza, ma anche d’attacco per respingere un assalto che punta a mandarlo a casa e sostituirlo con un governo provvisorio destinato a diventare permanente.
Né Fini né Rutelli né Casini possono permettersi in questo momento di andare al voto. Sanno tutti che Berlusconi le elezioni le vincerebbe ancora. Il blocco sociale che ha votato Silvio non capisce questi giochi di Palazzo, li detesta, fanno parte di una liturgia incomprensibile e surreale, come evidenzia in queste pagine il professor Francesco Perfetti. Siamo arrivati a un giro di boa dell’avventura berlusconiana.
Era nell’aria. I problemi irrisolti nel Pdl si sono accavallati, la magistratura ha picconato il governo, Fini non ha saputo né voluto frenare i suoi pasdaran e il patatrac è sotto gli occhi di tutti. Ma finché l’asse tra Berlusconi e Umberto Bossi tiene, lo scenario del ribaltone di Palazzo, del governicchio, del papocchio, del disarcionamento del Cavaliere non si realizzerà. Sarà la Lega a dettare l’agenda nelle prossime settimane. La resistenza in trincea del governo passa sulla linea del Po. Bossi resta di gran lunga il politico più lucido e attento agli scenari: sa che deve portare a casa il federalismo, sa che non può averlo alleandosi con l’Udc che lo osteggia, sa che il centrosinistra è un’armata Brancaleone e i finiani un manipolo di avventurieri ancora in cerca d’autore, sa che senza un recupero dei seggi mancanti non si andrà da nessuna parte e, dulcis in fundo, sa che i sondaggi dicono che un’altra tornata elettorale rafforzerebbe in maniera impressionante il suo partito nel Nord, fino al punto di farne una roccaforte inespugnabile per chiunque. Se non si fanno le riforme, se il federalismo s’impantana, a Bossi le elezioni convengono.
Le urne consegneranno all’Umberto da Giussano la macroregione del Nord su un vassoio d’argento padano. Berlusconi in questo scenario è tutt’altro che immobile. È come un giocatore di scacchi che ha perso qualche pezzo importante, ma ha in testa la mossa che non ti aspetti, quella dello scacco matto. Il Cavaliere ha già disegnato gli schemi di gioco, il suo scenario è pronto e parte da un dato che tutti stanno sottovalutando: si va verso una competizione elettorale tripolare. I finiani, Rutelli e Casini hanno qualche speranza di contare nel prossimo Parlamento solo se si coalizzano e costruiscono un cartello da opporre all’asse Pdl-Lega. Questa disposizione delle truppe sul campo di battaglia però con questa legge elettorale conduce a un risultato micidiale: Silvio vincerà le elezioni, l’affermazione del Carroccio e dei berlusconiani alla Camera è più che scontata, quasi automatica. E se puoi vincere, non ci stai un minuto a farti logorare. L’atteggiamento del gruppo finiano alla Camera era palesemente ostile, la scelta di nominare Italo Bocchino, il parlamentare più duro nei confronti di Berlusconi, come guida a Montecitorio non è un segnale di distensione, ma di guerra.
Un altro deputato azzurro, Chiara Moroni, ha lasciato il gruppo per andare con i finiani ed è chiaro che la maggioranza non può permettersi altre fuoriuscite dalle sue truppe. Quale elemento sarà determinante nelle prossime settimane? La paura. Quella dei parlamentari che sanno di poter perdere il seggio (e quindi faranno di tutto per restarvi incollati), quella di chi non ha ancora un progetto politico compiuto (e cercherà di prendere tempo), quella di chi non vuole consegnarsi mani e piedi a un lento e inesorabile logoramento (e quindi vorrà accelerare la crisi e andare al voto). La partita sarà vinta da chi ha più paura. E nello stesso tempo la determinazione e il coraggio di muoversi prima dell’avversario. Mario Sechi.

CASO CALIENDO: L’ARRAMPICATA SUGLI SPECCHI DEI FINIANI

Pubblicato il 4 agosto, 2010 in Il territorio | Nessun commento »

La sfiducia al sottosegretario alla Giustizia Caliendo è stata respinta alla Camera con 299 voti contro, 229 a favore e 75 astenuti. Tra gli astenuti 25 finiani il cui voto di astensione è stato motivato dal deputato ex radicale Della Vedova…motivato è un modo di dire perchè quella di Della Vedova, incaricato di farlo, è stata una vera e propria arrampiacata sugli specchi. Perchè dire che si è contro il giustizialismo ma anche il garantismo non va….oppure dire che il caso Caliendo è diverso dal caso Brancher o dal caso Cosentino e però ci asteniamo comunque…oppure  dire che si fa parte della maggioranza ma solo per il programma e  la sfiducia a Caliendo non fa parte del programma….oppure dire che quella contro Caliendo è una azione strumentale ma non si può votare contro la mozione della opPosizione….beh, tutto ciò è davvero una arrmpiacata sugli specchi, per non dire che si tratta di una vera e propria mascalzonata di cui si è fatto portavoce proprio uno come Della Vedova che non foss’altro che per il suo passato di radicale, formatosi alla scuola di Pannella e quindi alla scuola della difesa dei diritti dei singoli avrebbe dovuto rifiutare, per rispetto del suo passato e di se stesso, di farsene interprete. Se si aggiunge a questo che alcuni dei finiani, quelli facenti parte del governo che peraltro sedevano, non si sa quanto a proprio agio, proprio sui banchi del governo, sotto gli occhi di tutti, hanno votato contro la mozione antiCaliebndo, si ha il quadro completo della totale confusione che sta regolando il passo dei finiani, definiti oggi, da un deputato del Movimento Noi Sud,  traditori. In verità, come molti osservstori hanno rilevato, al voto di astensione  i finiani sono giunti dopo che tra di loro sono sorte divergenze di vedute tra chi voleva votare a favore della mozione contro Caliendo e chi riteneva ciò Una assurdità, per cui  il maestrino Fini per evitare la rottura ha scelto per i suoi cari la strada dell’astensione che è quella tipica di chi non sa che fare o piuttosto lo sa ma non ha il coraggio di farlo. Ma anche con l’astensione Fini ha mostrato il suo vero volto, il volto di un rancoroso ex despota che ormai è corpo estraneo al centrodestra e che  è pronto a tutto pur di farne cadere il governo, nella logica infame  del “muoia Sansone con tutti i filistei”. E benchè  in Parlamento il PDL  abbia tributato a Berlusconi una straordinaria ovazione in un clima da stadio, Berlusconi, a nostro avviso, deve trarre dal voto di oggi le dovute conseguenze. Deve marciare speditamente vero il voto anticipato, anche ad ottobre, anzi ad ottobre. Ogni indugio nuoce al govenro, al PDL e, sopratutto, al Paese. Dopo averne difeso e tutelato l’economia, più e meglio di tutti gli altri paesi europei, ora si rischia di far affondare il Paese nella melmosa abitudine dei  continui compromessi  che giovano soltanto ai politicastri abituati a tutelare solo le loro spocchiose vanità. Il presidente Berlusconi non può ignorare che l’asse PDL-LEGA, maggioranza nel Paese che lavora, produce, si arrovella nella quotidiana battaglia  per la  soppravivenza, è di fatto minoranza numerica in Parlamento e perciò inidonea a realizzare le promesse riforme istituzionali da sempre attese e sempre più inprocastinabili. Se il Presidente Berlusconi acconsente alla tattica devastante del rancorso ex despota del MSI, Fini, che mira alla distruzione e non alla realizzazione delle promesse elettorali, rischia di consegnare il Paese non certo al cosiddetto terzo polo ma ad una nuova e più aggressiva sinistra, quella che ha le faccie  iraconde dell’on. Franceschini e della on. Biondi. Comprendiamo le titubanze del Presidente Berlusconi ma ogni ritardo può determinare danni incalcolabili. g.

CASO CALIENDO: FINI E’ FINITO NEL PALLONE

Pubblicato il 4 agosto, 2010 in Il territorio | Nessun commento »

Tra poche ore, alle 17 di oggi, la Camera voterò sulla mozione di sfiducia al sottosegretario Caliendo presentata dal PD e dall’IDV. Salvo sempre possibili sorprese, la mozione è destinata ad essere bocciata perchè un folto gruppo di deputati, pomposamente definiti da alcuni “terzo polo” si asterrà dal voto, consentendo ai circa 300 parlamentari del PDL  e della Lega di respingere l’attacco “strumentale” delle opposizioni. Che sia “strumentale” non lo ha detto il premier Berlusconi, nè ce lo siamo inventati noi che scriviamo. Lo ha dichiarato ieri sera, al termine della riunione del cosiddetto “terzo polo” il capo del FLI (sigla che sta per Futuro e Libertà per l’Italia), cioè l’on. Fini. Il quale Fini, appunto, per giustificare il voto di astensione del suo manipolo di pretoriani ha, appunto, lo ripetiamo, detto che “e’ evidente che sia strumentale”, aggiungendo che “il caso Caliendo è diverso dal caso Cosentino”. E Fini ha fatto di più. Fini che non aspetta altro, primo caso nella storia dell’umanità,  di essere beatificato da vivo e collocato su un qualche altare quale che sia, ha anche  aggiunto, per la delizia delle orecchie di quanti pendono dalle sue labbra, che i parlamentari del suo gruppo, membri del governo,  sono “autorizzati”  (da lui, ovviamente, noto cultore delle libertà di coscienza!) a votare contro la mozione e quindi a favore del collega di governo. Non abbiamo bisogno di aggiungere molti commenti a questa incredibile baggianata di Fini che, evidentemente, ha ormai la testa nel pallone oppure nel sole di Montecarlo. Diciamo soltanto: se il “caso Caliendo è diverso dal caso Cosentino” (ma lui come fa a dirlo? ha letto per caso le carte segretate dell’uno e dell’altro? e perchè e in virtù di quali poteri ciò gli è stato consentito?) perchè mai i “suoi” (viva la democrazia interna del gruppo finiano) parlamentari non membri del governo ma stando a quel che lo stesso Fini dice, seguito a ruota dal suo ventriloquo Bocchino, ancora parte della maggioranza,  si astengono piuttosto, a loro volta, di votare contro la mozione della opposizione, senza rifugiarsi nell’astensione che se si fosse al Senato avrebbe valenza di voto contrario? E’ evidente ad occhio nudo e questa vicenda lo dimostra ampiamente, che  la decisione dell’astensionederiva  dal fatto che i cosiddetti finiani “moderati”  non sono per nulla convinti delle scelte che hanno fatto e, salvo qualche talebano, si chiedono in quale vicolo cieco li ha ficcati il loro “condottiero” che mostra di avere  le idee tanto confiuse, tanto da essere, senza neppure avvedersene,  arrivato, proprio lui, il serioso ex “conducator”, tutto d’un pezzo,   alle “comiche finali”.

P.S L’unico che non ha le idee confuse è Casini che profittando della dabbennaggine di Fini, ha usato quest’ultimo per sottrarsi all’abbraccio della sinistra sul caso Caliendo. Se tanto mi dà tanto, Casini, senza che neppure Fini se accorga,  renderà  a Fini, con tanto di interesse, il corno subito all’epoca della nascita del PDL e della solenne promessa di Fini a Casini che mai sarebbe andato con Belrusconi. Ed infatti lo fece 24 ore dopo…….g.

FINI, L’EPURATORE SENZA MEMORIA

Pubblicato il 2 agosto, 2010 in Politica | Nessun commento »

Foto di gruppo dell'ultimo congresso di An nel marzo 2009. Fini insieme ai suoi L’importante è chiarirsi sui termini. Perché quando Gianfranco Fini parla di democrazia interna al Pdl e si indigna per essere stato espulso dal partito senza aver potuto esprimere le «sue ragioni», commette un peccato di omissione. E tutt’altro che piccolo. Basterebbe tornare con la memoria a ciò che accadde nel luglio del 2005. È lunedì 18, tre giorni prima, alla Caffettiera di piazza di Pietra, Ignazio La Russa, Altero Matteoli e Maurizio Gasparri sono stati intercettati da Il Tempo mentre «processavano» il leader di Alleanza Nazionale. Fini, incassa le scuse dei tre, fa passare il weeekend, e poi fa diffondere una nota in cui comunica di aver revocato tutti gli incarichi fiduciari del partito. Saltano i vicepresidenti nazionali, i membri dell’ufficio di presidenza e i coordinatori regionali. Contestualmente nomina Marco Martinelli responsabile organizzazione e convoca la direzione nazionale per il 28 luglio. Passano 24 ore e sempre Fini annuncia trionfante: «Ho fatto le nomine del nuovo organigramma del partito».

Niente male come forma di democrazia, non c’è che dire. Fini è a tutti gli effetti il «padre-padrone» di An, anche perché così prevede lo statuto. Tanto che in occasione della direzione nazionale del 28 viene presentato un ordine del giorno per chiedere l’elezione diretta dei coordinatori. Il presidente sbotta: «C’è lo statuto che dobbiamo rispettare. Non capisco il senso di questa proposta: è roba da Bisanzio…» Francesco Storace interviene ed è costretto a rassicurarlo: «Nessuno deve pensare che ti vogliamo togliere i poteri». Fini è irremovibile: «Fin quando c’è questo statuto il coordinatore nazionale è nominato dal presidente del partito». Punto e basta. Dopo quella discussione qualcosa è cambiato, ma l’ultima versione dello statuto, approvata nel 2006, lascia una discreta fetta di potere nelle mani del presidente nazionale che: può «deferire per mancanze disciplinari ogni iscritto agli organi competenti adottando anche, in attesa della decisione definitiva, provvedimenti immediati con effetti sospensivi da ogni attività», «nomina il Segretario Amministrativo Nazionale, con facoltà di revocarlo in ogni tempo», «costituisce i Dipartimenti, gli Uffici, le Consulte e ne organizza l’attività nominandone i responsabili». Non solo ma, sentito l’Esecutivo Nazionale, «determina le direttive per la Stampa del Movimento e ne nomina i dirigenti». Quando poi «ricorrono fondati motivi» può, previo parere dell’Esecutivo Nazionale, sciogliere i coordinamenti provinciali e regionali nominando commissari straordinari. Se questa è la «concezione liberale» di Fini non stupisce che si sia adirato per ciò che è successo: lui certe cose era abituato a farle, non certo a subirle.

Nel 2004, ad esempio, sospese Federico Ghera reo di aver distribuito assieme a Stefano Torri e Federico Mollicone, durante una riunione romana del partito, un volantino di contestazione al governatore Francesco Storace e alla sua lista. Nel 1995, invece, espulsione immediata per il consigliere regionale della Basilica Emilio D’Andrea. La colpa? Aver costituito un proprio gruppo consiliare. C’è anche un precedente che riguarda il ruolo di garanzia di presidente della Camera. Anno 1995 l’allora numero uno di Montecitorio Irene Pivetti partecipa al congresso della Lega Nord e attacca senza mezzi termini Silvio Berlusconi. Fini reagisce: «Se l’onorevole Pivetti non corregge quanto ha detto credo debba prendere in considerazione anche l’ipotesi di rimettere il mandato». E ancora: «La terza carica dello Stato deve essere super-parte, non può dire “ora non parlo come presidente della Camera” e dire le cose gravi dette ieri».

L’ULTIMA CARTUCCIA DEL KAMIKAZE FINI

Pubblicato il 1 agosto, 2010 in Politica | Nessun commento »

di Marcello Veneziani ( Il Giornale – 1° agosto 2010)

Fini è un kamikaze che passeggia per il Transatlantico imbottito di trentatré chili di tritolo. Il suo potere è tutto in negativo, non ha sbocchi politici costruttivi ma solo distruttivi; non può dar vita a prospettive ma forse può far saltare in aria il governo e il Parlamento. Il suo miniclub di parlamentari che lo seguono e la possibilità di collettore degli umori antiberlusconiani danno a lui un’arma micidiale. Non sottovalutatelo da quel punto di vista. Del resto la sua carriera politica è stata più quella di kamikaze o di curatore fallimentare, prima dell’Msi e poi di An, che di fondatore. Portò a schiantarsi i partiti che ha guidato. Sul piano politico, Fini rappresenta solo se stesso. Non esprime una linea, un programma, un disegno politico e tantomeno civile e culturale. Non rappresenta un modo diverso di amministrare né un’esperienza diversa di governo, non dà voce a un significativo bacino di opinione pubblica e non è nemmeno una novità politica. È infatti l’unico leader che guidava un partito nazionale già negli Anni ottanta. Non rappresenta poi la destra ma la sua dissoluzione. Con lui la destra ha cessato di essere un soggetto politico per ridursi a una gelatina. Fu lui del resto a suicidare An, dopo aver celebrato il suicidio dell’Msi. Di quel piccolo, sterile e orgoglioso partito, Fini condivise il nostalgismo neofascista usato per fini elettorali ma non la passione ideale né la fiera e testarda coerenza. Condivise il rancore ma non l’etica della lealtà. In questi anni non è stato nemmeno il contrappeso nazionale e statale del leghismo e del mercatismo. A Berlusconi rimprovera ora quel che lui è stato nel suo partito, un autocrate illiberale che reprime

il dissenso e il libero dibattito interno. Chiese perfino la testa di questo giornale. E ora ti trovi un illiberale venuto dal passato come il vate di Futuro e Libertà… Due vaghezze che dicono il nulla e negano ogni identità e ogni tradizione.
Deve la sua fortuna politica alla sua indubbia efficacia oratoria e a tre persone che lo portarono in alto: Almirante che lo volle suo successore, immaginando che il leader della destra di opposizione dovesse avere come requisito quasi esclusivo l’oratoria perché destinato solo alla piazza; Tatarella che lo considerò un bel contenitore vuoto e trasparente che assumeva la sostanza e il colore di chi era alle sue spalle; e Berlusconi che lo inserì nel gioco politico delle alleanze e lo portò al governo. Dal primo attinse la capacità oratoria e il lessico neofascista, ma senza l’estro e il carisma di Almirante. Dal secondo ebbe in dono la destra politica e An, nata col concorso di pochi altri, ma senza avere l’intelligenza politica di Pinuccio. Da Berlusconi ha avuto la grande possibilità di uscire dall’angolo di un partito marginale e andare addirittura al governo e poi alla presidenza della Camera. Ipotesi impensabili se fosse stato lui il leader.
Prescindo dalla ricerca delle ragioni private o psicanalitiche che lo hanno portato negli anni a questa svolta. Fini porta con sé una pattuglia di reduci missini. Con una spericolata manovra politica ha lasciato un partito della consistenza di An per rifondare un partitino della consistenza del Msi negli anni più bui. Ma un Msi ad uso personale. Ci sono alcuni suoi famigli e miracolati, molti sono uniti dal collante antiberlusconiano e da un’ansia di legittimazione da parte del potere mediatico, culturale e giudiziario. Ma ci sono anche persone perbene o profili di qualità: Baldassarri non è Ronchi, Granata non è Bocchino, Viespoli non è Proietti, tanto per fare qualche paragone. Mai sparare nel mucchio e farsi prendere dal livore.

Fini non può essere il leader del terzo polo, perché c’è già Casini che è più credibile nel ruolo centrista per la provenienza democristiana ed è stato più coerente: quando ha rotto con Berlusconi è uscito con le sue gambe e non si è fatto cacciare, dopo aver ottenuto la nomina a presidente della Camera. Sarebbe grottesco che ora finisse come vice di Casini, a fianco di Rutelli. Fini si è giocato il suo ruolo di erede del Pdl e non ha la statura e la capacità per poterlo rifondare su nuovi valori e nuove sensibilità. Non si è mai fatto sentire per quindici anni, quando in molti avvertivamo il bisogno di una correzione di rotta, o anche solo di rappresentare nel Polo una diversa sensibilità politica, civile e culturale. Non lo abbiamo mai visto impegnarsi a combattere dentro e fuori il centrodestra per selezionare una migliore classe dirigente, per filtrare ministri e capataz, valorizzando i più capaci. Semmai ha solo posto veti per ragioni di scuderia o perché vendicativo (famigerato quello su Tremonti ma ce ne sono tanti altri). La pattuglia che ha piazzato nei posti di comando e al governo è tra le più scadenti che ci siano in giro. Nonostante lo critichi da diversi anni, non sono affatto contento oggi di descrivere la sua vacuità politica e di notare l’assenza di un disegno politico e culturale oltre il presente. Il vuoto che ci circonda è impressionante, intorno a Berlusconi e dopo di lui c’è il nulla, e si vorrebbe che qualcosa si intravedesse all’orizzonte. Ma non è Fini la speranza di un diverso avvenire. Non so se hanno fatto bene a metterlo fuori dal partito, ogni fallimento di un accordo politico è una sconfitta per tutti, seppure in diversa misura e grado di responsabilità. Certo, Fini e i finiani erano ormai fuori e remavano contro il governo e il loro stesso bacino elettorale di utenza, contro la loro storia prima che contro i loro alleati; non erano più leali non solo al leader ma anche all’opinione pubblica dei suoi elettori. A giudicare dall’assenza di prospettive, Fini sembra giunto al capolinea. Ma il pericolo oggi è proprio quello: la disperazione del kamikaze, che ha solo un potere in negativo. Nell’orizzonte ubriaco del nostro tempo, fra nugoli di propagandisti del nulla che ci circondano, tra forze politiche che collassano, non si può escludere che Fini possa trovare anche un suo spazio. Ma se ciò avverrà, vorrà dire che il contenitore vuoto e trasparente avrà trovato qualcuno pronto a riempirlo. Ma di leader così, metà kamikaze e metà pilotati, francamente non sappiamo che farcene.

FINI E’ INCOMPATIBILE CON I PRINCIPI ISPIRATORI DEL PDL: ECCO PERCHE’

Pubblicato il 31 luglio, 2010 in Politica | Nessun commento »

Questo è il documento ufficiale votato giovedi dall’Ufficio di presidenza del Popolo della libertà e approvato con 33 voti a favore e 3 contrari. Il testo sancisce “l’assoluta incompatibilità politica con i principi ispiratori Pdl” delle posizioni del presidente della Camera e confondatore del partito Gianfranco Fini

L’Italia necessita di profondi cambiamenti sia nella sfera economica che in quella politica e istituzionale. L’azione del nostro governo presieduto da Silvio Berlusconi e la nascita del Pdl rappresentano, ciascuno nella propria sfera, la risposta più efficace alla crisi del Paese. Il governo ha dovuto agire nel pieno della crisi economica più grave dopo quella del 1929, riuscendo ad evitare, da un lato, gli effetti più dirompenti della crisi sul tenore di vita delle famiglie e dei lavoratori, e, dall’altro lato, preservando la pace sociale e la tenuta dei conti pubblici. Con la nascita del Pdl, dall’altra parte, la vita politica italiana ha fatto un ulteriore passo in avanti verso la semplificazione e il bipolarismo. Occorre aggiungere che, in questi anni, gli elettori hanno sostenuto e premiato sia l’azione del governo che la nuova realtà politica rappresentata dal Pdl.

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Immediatamente dopo il nostro congresso fondativo, tuttavia, e soprattutto dopo le elezioni regionali, sono intervenute delle novità che hanno mutato profondamente la situazione, al punto da richiedere oggi una decisione risolutiva. Invece di interpretare correttamente la chiara volontà degli elettori, nella vita politica italiana hanno ripreso vigore mai spente velleità di dare una spallata al governo in carica attraverso l’uso politico della giustizia e sulla base di una campagna mediatica e scandalistica, indirizzata contro il governo e il nostro partito, che non ha precedenti nella storia di un Paese democratico.

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L’opposizione, purtroppo, non ha cambiato atteggiamento rispetto al passato, preferendo cavalcare l’uso politico delle inchieste giudiziarie e le speculazioni della stampa piuttosto che condurre un’opposizione costruttiva con uno spirito riformista. Ciò che non era prevedibile è il ruolo politico assunto dall’attuale presidente della Camera. Soprattutto dopo il voto delle regionali che ha rafforzato il governo e il ruolo del Pdl, l’onorevole Gianfranco Fini ha via via evidenziato un profilo politico di opposizione al governo, al partito e alla persona del presidente del Consiglio.

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Non si tratta beninteso di mettere in discussione la possibilità di esprimere il proprio dissenso in un partito democratico, possibilità che non è mai stata minimamente limitata o resa impossibile. Al contrario, il Pdl si è contraddistinto dal momento in cui è stato fondato per l’ampia discussione che si è svolta all’interno degli organismi democraticamente eletti. Le posizioni dell’onorevole Fini si sono manifestate sempre di più, non come un legittimo dissenso, bensì come uno stillicidio di distinguo o contrarietà nei confronti del programma di governo sottoscritto con gli elettori e votato dalle Camere, come una critica demolitoria alle decisioni prese dal partito, peraltro note e condivise da tutti, e infine come un attacco sistematico diretto al ruolo e alla figura del presidente del Consiglio.

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In particolare, l’onorevole Fini e taluni dei parlamentari che a lui fanno riferimento hanno costantemente formulato orientamenti e perfino proposte di legge su temi qualificanti come ad esempio la cittadinanza breve e il voto agli extracomunitari che confliggono apertamente con il programma che la maggioranza ha sottoscritto solennemente con gli elettori. Sulla legge elettorale, vi è stata un’apertura inaspettata a tesi che contrastano con le costanti posizioni tenute da sempre dal centrodestra e dallo stesso Fini. Persino il tema della legalità per il quale è innegabile il successo del governo e della maggioranza in termini di contrasto alla criminalità di ogni tipo e di riduzione dell’immigrazione clandestina, è stato impropriamente utilizzato per alimentare polemiche interne. Il Pdl proseguirà con decisione nell’opera di difesa della legalità, a tutti i livelli, ma non possiamo accettare giudizi sommari fondati su anticipazioni mediatiche. Le cronache giornalistiche degli ultimi mesi testimoniano d’altronde meglio di ogni esempio la distanza crescente tra le posizioni del Pdl, quelle dell’onorevole Fini e dei suoi sostenitori, sebbene tra questi non siano mancati coloro che hanno seriamente lavorato per riportare il tutto nell’alveo di una corretta e fisiologica dialettica politica.

Tutto ciò è tanto più grave considerando il ruolo istituzionale ricoperto dall’onorevole Fini, un ruolo che è sempre stato ispirato nella storia della nostra Repubblica a equilibrio e moderazione nei pronunciamenti di carattere politico, pur senza rinunciare alla propria appartenenza politica. Mai prima d’ora è avvenuto che il presidente della Camera assumesse un ruolo politico così pronunciato perfino nella polemica di partito e nell’attualità contingente, rinunciando ad un tempo alla propria imparzialità istituzionale e a un minimo di ragionevoli rapporti di solidarietà con il proprio partito e con la maggioranza che lo ha designato alla carica che ricopre.

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L’unico breve periodo in cui Fini ha «rivendicato» nei fatti un ruolo super partes è stato durante la campagna elettorale per le regionali al fine di giustificare l’assenza di un suo sostegno ai candidati del Pdl. I nostri elettori non tollerano più che nei confronti del governo vi sia un atteggiamento di opposizione permanente, spesso oggettivamente in sintonia con posizioni e temi della sinistra e delle altre forze contrarie alla maggioranza, condotto per di più da uno dei vertici delle istituzioni di garanzia. Non sono più disposti ad accettare una forma di dissenso all’interno del partito che si manifesta nella forma di una vera e propria opposizione, con tanto di struttura organizzativa, tesseramento e iniziative, prefigurando già l’esistenza sul territorio e in Parlamento di un vero e proprio partito nel partito, pronto, addirittura, a dar vita a una nuova aggregazione politica alternativa al Pdl. I nostri elettori, inoltre, ci chiedono a gran voce di non abbandonare la nuova concezione della politica, per la quale è nato il Pdl, che si fonda su una chiara cornice culturale e di valori, sulla scelta di un chiaro e definito programma di governo, su una compatta maggioranza di governo e sull’indicazione di un presidente del Consiglio, in una logica di alternanza fra schieramenti alternativi.

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Questo atteggiamento di opposizione sistematica al nostro partito e nei confronti del governo che, ripetiamo, nulla ha a che vedere con un dissenso che legittimamente può essere esercitato all’interno del partito, ha già creato gravi conseguenze sull’orientamento dell’opinione pubblica e soprattutto dei nostri elettori, sempre più sconcertati per un atteggiamento che mina alla base gli sforzi positivi messi in atto per amalgamare le diverse tradizioni politiche che si riconoscono nel Pdl e per costruire un nuovo movimento politico unitario di tutti coloro che non si riconoscono in questa sinistra.
Per queste ragioni questo Ufficio di presidenza considera le posizioni dell’onorevole Fini assolutamente incompatibili con i principi ispiratori del Popolo della libertà, con gli impegni assunti con gli elettori e con l’attività politica del Popolo della libertà. Di conseguenza viene meno anche la fiducia del Pdl nei confronti del ruolo di garanzia di presidente della Camera indicato dalla maggioranza che ha vinto le elezioni. L’Ufficio di presidenza del Popolo della libertà ha inoltre condiviso la decisione del Comitato di coordinamento di deferire ai probiviri gli onorevoli Bocchino, Granata e Briguglio.
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La condivisione di principi comuni e il vincolo di solidarietà con i propri compagni di partito sono fondamenti imprescindibili dell’appartenenza a una forza politica. Partecipare attivamente e pubblicamente a quel gioco al massacro che vorrebbe consegnare alle Procure della Repubblica, agli organi di stampa e ai nostri avversari politici i tempi, i modi e perfino i contenuti della definizione degli organigrammi di partito e la composizione degli organi istituzionali, è incompatibile con la storia dei moderati e dei liberali italiani che si riconoscono nel Popolo della libertà.

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Si milita nello stesso partito quando si avverte il vincolo della comune appartenenza e della solidarietà fra i consociati. Si sta nel Popolo della libertà quando ci si riconosce nei principi del popolarismo europeo che al primo posto mettono la persona e la sua dignità. Assecondare qualsiasi tentativo di uso politico della giustizia; porre in contraddizione la legalità e il garantismo; mostrarsi esitanti nel respingere i teoremi che vorrebbero fondare la storia degli ultimi sedici anni su un «patto criminale» con quella mafia che mai come in questi due anni è stata contrastata con tanta durezza e con tanta efficacia, significherebbe contraddire la nostra storia e la nostra identità.

Per queste ragioni questo Ufficio di presidenza considera le posizioni dell’onorevole Fini assolutamente incompatibili con i principi ispiratori del Popolo della libertà, con gli impegni assunti con gli elettori e con l’attività politica del Popolo della libertà. Di conseguenza viene meno anche la fiducia del Pdl nei confronti del ruolo di garanzia di presidente della Camera indicato dalla maggioranza che ha vinto le elezioni. L’Ufficio di presidenza del Popolo della libertà ha inoltre condiviso la decisione del Comitato di coordinamento di deferire ai probiviri gli onorevoli Bocchino, Granata e Briguglio.

....Come è noto,  l’0n. Fini usando a suo uso e consumo gli uffici della Camera dove  ha riunito i suoi “fedelissimi”,   ha “risposto” all’articolato documento del PDL promuovendo ciò che aveva minacciato di fare in pubbliuco e in privato da mesi, cioè costituire suoi  gruppi autonomi alla Camera e al Senato. Naturalmente l’on. Fini, rivendicando per sè la “cultura liberale” e sopratutto la “terzietà“, ha dimenticvato che nella storia recente della Repubblica italiana non v’è traccia di un presidente della Camera che faccia politica attiva. Ma Fini, bravo a fustigare gli altri, non usa per sè lo stsso metro che riserva ai suoi avversari, anzi, in questo caso, ai suoi “nemici”, cioè ai dirigenti del PDL, visto che ormai i suoi  avversari ma amici sono quelli di sinistra. Di certo degni di lui come lui è degno di loro.g.

SANITA’ PUGLIESE: NUOVA INDAGINE SUL SENATORE TEDESCO CON 5 PERSONE ARRESTATE DAI CARABINIERI

Pubblicato il 17 luglio, 2010 in Il territorio, Politica | Nessun commento »

Cinque persone sono state arrestate dai carabinieri nell’ambito di una delle inchieste della procura della Repubblica di Bari sulla gestione della sanità in Puglia. Si tratta dell’ex capoarea gestione Patrimonio dell’Asl Antonio Colella e dei dirigenti Nicola Del Re e Filippo Tragni, del legale rappresentante dell’azienda Viri, Michele Columella e del titolare di fatto della stessa società, Francesco Petronella, cognato di Alberto Tedesco ex assessore alle politiche della Salute e ora senatore del Pd.

La richiesta d’arresto per il genero (Elio Rubino) e il segretario (Mario Malcangi) del senatore Alberto Tedesco (Pd), ex assessore regionale pugliese alla Sanità, è stata rigettata dal gip del Tribunale di Bari Vito Fanizzi nella vicenda che oggi ha portato all’arresto di cinque persone. Nell’inchiesta Tedesco è indagato per turbativa d’asta, concorso in violazione del segreto d’ufficio e corruzione. Per Tedesco la Procura non ha chiesto misure cautelari nonostante venga riconosciuto il suo ruolo fondamentale nello sviluppo delle attività illecite. Comunque “nei suoi confronti – è detto in una nota della Procura – sono al vaglio degli inquirenti ulteriori vicende sospette”. L’inchiesta è relative a gare pubbliche, per svariati milioni di euro, indette dalla Asl di Bari per il servizio di raccolta, trasporto e smaltimento dei rifiuti speciali prodotti nelle strutture sanitarie e amministrative dell’ente e per il completamento delle attrezzature dell’Istituto di ricerca Oncologico di Bari.

I cinque, che sono agli arresti domiciliari, sono accusati, a vario titolo, di turbativa d’asta, corruzione, rivelazione di segreti di ufficio e falsità materiale in atti pubblici. Le ordinanze di custodia cautelare sono state firmate dal gip del Tribunale di Bari Vito Fanizzi su richiesta dei pm Desirè Digeronimo, Marcello Quercia e Francesco Bretone. Le indagini sono state svolte dai militari del Nucleo investigativo di Bari e del Ros.

L’ORA DELLA VERITA’ PER LA VITA DEL PDL

Pubblicato il 14 luglio, 2010 in Politica | Nessun commento »

Mario Sechi, direttore de Il Tempo, ha scritto l’editoriale che sotto pubblichiamo prima che fossero ufficializzate le dimissioni del sottosegretario Cosentino che invece sono notizia di poche ore fa, dopo l’incontro dello stesso Cosentino con Berlusconi. Ma l’editoriale di Sechi, che condividiamo,  assume ancor maggior valenza  proprio dalle dimissioni di Cosentino che appaiono forzate dalla “retorica”  delle opposizioni per le quali ogni stormir di fronda è buono per chiedere le dimissioni di chicchessia e dall’uso sciacallesco di oscure vicende giudiziarie da parte  delle fronde interne  decise a  minare il PDL, nell’ottica del “muoia sansone con tutt i filistei”. E’ dunque l’ora della verità per il PDL, per questo grande sogno dei moderati italiani: prima che esso venga decimato dalle “dimissioni” di chiunque sia investito da uragani giudiziari ancorchè non solo deboli ma anche grotteschi, è necessario che il presidente Berlusconi assuma  decisioni anche le più impopolari purchè finalizzate a salvare questo grande sogno. Ne va della stessa storia politica  del presidente Berlusconi, oltre che del futuro della nostra Italia. g.

Il premier Silvio Berlusconi Cosa sta accadendo al Pdl? Sono in tanti a chiederselo e vista la temperatura vulcanica che si è raggiunta, non c’è molto tempo da perdere nel cercare una risposta. Il livello dello scontro è tale che in queste condizioni scommettere su un’esplosione del partito non è più un azzardo. Nato dalla fusione di Forza Italia e Alleanza nazionale, benedetto dall’accordo di Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini, vincitore delle elezioni politiche (2008), europee (2009) e regionali (2010), si ritrova, a soli due anni dalla nascita, avviluppato in una crisi interna molto seria. Il patto siglato nel marzo del 2009 durante il congresso fondativo a Roma non ha retto, i due protagonisti del centrodestra italiano hanno provato a fondere le rispettive esperienze politiche e umane, ma le distanze invece di colmarsi sono aumentate a tal punto che ormai siamo a una separazione in casa alla quale – stando così le cose – manca soltanto la certificazione del divorzio. Mentre il partito nel Paese continuava a mietere consensi, in maniera inversamente proporzionale il rapporto tra Berlusconi e Fini si sbriciolava. La drammatica direzione del Pdl di qualche mese fa, la lite in diretta tv tra Silvio e Gianfranco, il «che fai mi cacci?» con cui il presidente della Camera rispondeva al discorso del premier, sono stati il «de profundis» per tutta la precedente esperienza del centrodestra. Da quel momento tutti hanno compreso che si stava aprendo un altro capitolo di questa storia, ma un’accelerazione delle difficoltà di queste dimensioni non era prevedibile. Berlusconi in questi anni è sempre apparso indomabile, un uomo con una enorme forza di recupero, un leone nei momenti di difficoltà. Non sappiamo ancora se sarà in grado di replicare anche stavolta come gli è capitato di fare quando tutti pensavano di averlo messo alle corde e potergli sferrare il colpo del ko, ma le difficoltà sono tutte là e traspaiono anche dai comunicati e gli ultimatum che partono da Palazzo Chigi negli ultimi giorni. Ci sono momenti in cui sembra di assistere agli ultimi giorni della Democrazia cristiana, a quel 1994 in cui il più grande partito italiano si inabissava, altri ancora in cui invece le possibilità di recupero sembrano ancora intatte. Io penso che siamo a un passaggio decisivo della storia di Berlusconi e del berlusconismo come fenomeno politico e sociale. Ci sono almeno tre motivi che hanno aggravato la situazione del Pdl:
1. La legalità. Fini ha puntato subito su questa battaglia, ma aveva le polveri bagnate e i i suoi discorsi si infrangevano nel vuoto. Le inchieste giudiziarie che si sono aperte a ripetizione e hanno coinvolto importanti esponenti del partito hanno fornito all’ex leader di An le armi retoriche per mettere sotto pressione Berlusconi. Le dimissioni di Scajola e Brancher sono un fatto chiaro, Berlusconi le ha chieste e ottenute. É un suo punto a favore. Ma è altrettanto chiaro che un partito non può farsi decimare per via giudiziaria e per questo deve avere una strategia limpida.
2. Il federalismo e la Lega. L’influenza sempre più marcata della Lega – rafforzata dall’affermazione nelle regioni del Nord – ha offerto un altro argomento non solo a Fini e ai suoi alleati, ma anche al ceto politico del Sud che non ha mai gradito l’asse del Nord e i vertici bilaterali tra Silvio e Umberto ad Arcore. Su questo punto, Fini potrebbe addirittura allargare il suo consenso. Non è un mistero che il commissariamento della politica del Pdl in molte regioni meridionali sia uno spettro. Ma attenzione, dietro a questo fantasma se ne agita uno ancora più grande: la secessione degli apparati politici meridionali dal partito e l’inizio di una polverizzazione del centrodestra che i finiani potrebbero portare a loro vantaggio. Il primo test lo avremo con la regione Molise dove il presidente del Pdl, Iorio, rischia un commissariamento tremontiano a causa del debito sanitario, nonostante la presenza di un piano di rientro reale.
3. L’immobilismo del partito. Dopo un buon avvio e un sufficiente lavoro di sintesi dei coordinatori (Verdini, Bondi e La Russa) la vita interna del Pdl si è rinsecchita, gli spazi di decisione e dibattito ristretti. Da un lato molte energie sono state assorbite dal governo, dall’altro il distacco tra il centro e la periferia con la creazione di veri e propri feudi locali, hanno messo il Pdl in un recinto stretto. Il risultato è paradossale: il Pdl, nato con il capo carismatico, si è ritrovato in pochi mesi a fare i conti con un proliferazione di correnti da record. Non ci sono solo gli ammutinati del Bounty, i finiani, ma una miriade di gruppi e clan che si fanno la guerra gli uni con gli altri. Si chiama balcanizzazione e un partito come quello di Berlusconi oggi si ritrova senza gli strumenti per regolare la propria vita interna. Lenin si chiederebbe: che fare? Dobbiamo per forza ritornare ai tre punti dai quali siamo partiti.
1. La legalità. É innegabile che siamo a un punto di non ritorno e serve una risposta garantista e trasparente sul piano dei comportamenti. Per questo al Berlusconi che dice «impedirò il ritorno di un clima giacobino» deve seguire il leader di partito e presidente del Consiglio che prende decisioni scomode, ma non rinviabili. L’altro ieri ho auspicato il passo indietro di Denis Verdini e penso che lo stesso debba avvenire per il sottosegretario Nicola Cosentino. Non siamo di fronte a un problema giudiziario ma politico. Le carte sull’inchiesta Carboni sul piano del codice penale mi sembrano deboli, il reato più serio è quello di coglioneria cronica, e per questo siamo di fronte al «Polverone P3». Ma leggere del complotto che un pezzo importante del Pdl preparava contro il candidato governatore della Campania – Stefano Caldoro, scelto da Berlusconi – francamente mi impressiona e penso che tutto non possa non avere delle conseguenze politiche. Un partito serio serra i ranghi di fronte alla presunzione di innocenza, ma prende decisioni politiche dure di fronte a comportamenti che ne indeboliscono la vita democratica e minano il patto di lealtà tra i suoi dirigenti, gli iscritti, i militanti e gli elettori.
2. Il federalismo e la Lega. Del Carroccio non si può certo fare a meno, ma un governo a trazione leghista non può durare a lungo. La chiusura della Lega sull’Udc è un chiaro segnale: il partito di Bossi vuole essere l’unico ad avere il potere di interdizione su tutto, ma così facendo il Pdl si condanna a perdere il suo granaio di voti, il Mezzogiorno. Non solo, il federalismo fiscale, nel caso di uno sbrindellamento istituzionale, ha in sè tutti gli ingredienti per sfociare in una secessione di fatto del Paese. Sono scenari di cui bisogna tener conto e per questo con l’Udc bisogna aprire un dialogo serrato sui problemi e trovare, di volta in volta, soluzioni condivise. Questo consentirebbe a Berlusconi di essere il regista della partita politica e non l’uomo che gioca di rimessa.

3. L’immobilismo del partito. Qui le chiacchiere stanno a zero: il Pdl deve riprendere il suo cammino e questo può ripartire solo se il nocciolo duro di Forza Italia e la parte legittimista di An ritrovano il senso della propria missione politica. É un’operazione che va fatta subito, perché i soggetti più deboli politicamente hanno cominciato a rendersi autonomi, a distinguersi, a guardarsi intorno in cerca di nuove sponde. Alcuni stanno già ragionando in termini di post-berlusconismo, altri sono invece nel filone dell’iper-berlusconismo. In ogni caso, in questa situazione sempre più sull’orlo dello sbrego istituzionale, una rifondazione berlusconiana non è possibile, il Paese non è pronto a un altro strappo, una crisi al buio potrebbe avere esiti nefasti e il ceto politico del centrodestra ne uscirebbe distrutto. Presto scopriremo se il Pdl è la Dc del 1994 o ha ancora le energie per rispondere alla decimazione giudiziaria e al nemico interno con la sola arma possibile: la politica.   Mario Sechi