LE SPESE PAZZE DELLE REGIONI: BEN 178 SEDI NEL MONDO

Pubblicato il 27 giugno, 2010 in Economia, Politica | Nessun commento »

Con 61 sedi sparse in 31 Paesi, di cui ben dieci solo in Cina, è il Veneto a guidare la classifica delle “spese pazze” che le Regioni fanno per la diplomazia. Lo riferisce il Corriere della Sera che, in un dossier del Tesoro, ha scoperto che sono 178 gli uffici aperti un po’ in tutto il globo, dalla Bulgaria a Portorico passando per il Vietnam, dagli enti locali regionali. “Le Regioni italiane hanno all’estero qualcosa come 157 uffici, ai quali si devono aggiungere i 21 di Bruxelles” spiega il quotidiano milanese, sottolineando che nessun governatore vuole inoltre rinunciare ad “un’antenna nel quartier generale dell’Unione europea”. “Che senso ha per una Regione come il Molise con 320 mila abitanti mantenere un ufficio a Bruxelles, peraltro pagato un milione 600mila euro, oltre ai due di Roma?” si domanda Sergio Rizzo nell’articolo, raccontando che la Lombardia ha 29 uffici sparsi dalla Moldova al Perù, e “quattro in Russia (esattamente come la Regione Veneto)”. “Il Piemonte presidia 23 Paesi esteri con la bellezza di 33 basi” prosegue il Corriere, tra cui “due in Corea del Sud, altrettanti in Costa Rica (perché il Costa Rica?), altri due in Lettonia (perché la Lettonia?)”. A New York “gli uomini dell’ex governatore Salvatore Totò Cuffaro si ritrovarono in ottima compagnia, quella dei dipendenti della Regione Campania, allora governata da Antonio Bassolino, che aveva preso in affitto un appartamento giusto sopra il negozio del celebre sarto napoletano Ciro Paone. Costo: un milione 140 mila euro l’anno”. “A quale scopo – continua il quotidiano – se lo chiese nell’autunno del 2005 Sandra Lonardo Mastella, in quel momento presidente del Consiglio regionale, visitando una struttura il cui responsabile, parole della signora, ‘viene solo alcuni giorni ogni mese’. Struttura per la quale venivano pagati tre addetti il cui compito consisteva nell’organizzare, per promuovere l’immagine regionale, eventi ai quali non soltanto non partecipava ‘alcun esponente americano’, ma nessuno ‘che parlasse inglese’. Il Corsera prosegue con gli esempi, rivelando, ad esempio, che in Cina ci sono “ben sette enti locali italiani” (Marche e Piemonte qui hanno quattro sedi ciascuna), mentre “la Valle D’Aosta, che non sazia della sede di Bruxelles, ne ha pure una in Francia”. “Quello che non dice, il dossier del Tesoro, è quanto paghiamo per tale gigantesca e incomprensibile Farnesina in salsa regionale” denuncia l’articolo, concludendo che “il sospetto, diciamolo chiaramente, è che nella maggior parte dei casi l’utilità di tutte queste feluche di periferia sia perlomeno discutibile”.
Ci domandiamo, perchè le Regioni che si battono il petto per i tagli del governo, non iniziano a tagliare queste spese pazze e allucinanti che sono un vero e proprio schiaffo agli italiani che stringono la cinghia e che non ricevono neppure buoni servizi dalle Regioni spendaccione?

SIGNORA POLVERINI, MANTENGA LE PROMESSE FATTE A LOR…..

Pubblicato il 27 giugno, 2010 in Politica | Nessun commento »

Sotto la presidente del Lazio, Renata Polverini, ex segretaria generale dell’UGL.

Il presidente della Regione Lazio, Renata Polverini in Consiglio regionale Sono 73 i consiglieri regionali del Lazio. Eletti alla fine di marzo, in quasi 90 giorni si sono riuniti, escludendo l’insediamento, soltanto una volta. Anzi mezza, perché la seduta è stata sospesa. Eppure i consiglieri continuano a prendere lo stipendio: il più sfortunato porta a casa 8 mila euro netti al mese. Ma questo è niente. Presto 54 di loro avranno anche un «bonus». Saranno infatti assegnate le presidenze e le vicepresidenze delle Commissioni. Mica poche. Nel Lazio sono 16 permanenti. A cui andranno aggiunte, su proposta della presidente della Regione Renata Polverini, altre due speciali: una sul Federalismo, l’altra su Roma Capitale. Dunque diventeranno 18. La Lombardia, la Campania e la Sardegna ne hanno 8, il Veneto, la Toscana e la Puglia 7, il Piemonte, la Calabria, la Sicilia, l’Abruzzo, le Marche e l’Emilia Romagna 6, la Basilicata 5, il Molise 4, l’Umbria 3.

Insomma, il Lazio non teme confronti. Ovviamente i consiglieri fanno a gara per conquistare la poltrona più alta delle Commissioni. Il presidente, infatti, ha diritto a un’indennità di circa 1.400 euro netti al mese, all’auto blu e a una segreteria composta da quattro persone e un addetto stampa. Un vero e proprio patrimonio. I vicepresidenti, due per ogni Commissione, si portano a casa un’indennità di 700 euro al mese ciascuno. Se poi si riesce, come puntualmente succede ogni legislatura, ad assegnare qualche posto a parenti e amici, allora si vince davvero la lotteria. Da anni si discute di tagliare le Commissioni, di ridurre gli stipendi, di posticipare la pensione, che nel Lazio arriva a 50 anni con una decurtazione del 5 per cento e a 55 piena (dai 3.100 euro al mese netti per aver svolto una legislatura fino a oltre 6 mila per tre mandati). Ma alla fine non se ne fa mai niente. E i cittadini pagano: 4 milioni di euro all’anno soltanto per mantenere le Commissioni.

Mentre il Consiglio resta vuoto. C’è stato il debutto il 12 maggio, con l’elezione del presidente Mario Abbruzzese e il discorso della governatrice Polverini, poi mezza seduta il 3 giugno. Da allora più niente. Colpa dell’estenuante confronto politico tra Pdl e Udc per trovare una quadra che è arrivata soltanto pochi giorni fa e dei contrasti nella maggioranza. Fatto sta che ancora si attende che l’assemblea cominci a lavorare. Nel sito internet c’è scritto in arancione «Agenda». Sotto: «Non ci sono impegni per i prossimi 7 giorni». Che ormai sono diventati mesi. Se poi si va nel palazzo di via della Pisana l’«effetto deserto» è evidente. E pensare che da questa legislatura all’edificio principale è stato aggiunto anche un altro palazzetto per allargare gli uffici della presidenza del Consiglio.

Nei prossimi giorni si comporranno le Commissioni. Le 16 Commissioni permanenti. Eccole: Affari costituzionali e statutari; Affari comunitari e internazionali; Vigilanza sul pluralismo dell’informazione; Agricoltura; Ambiente e cooperazione tra i popoli; Bilancio, programmazione economico-finanziaria e partecipazione; Cultura, spettacolo e sport; Lavori pubblici e politica della casa; Lavoro, pari opportunità, politiche giovanili e politiche sociali; Piccola e media impresa, commercio e artigianato; Urbanistica; Risorse umane, demanio, patrimonio, affari istituzionali, enti locali, tutela dei consumatori e semplificazione amministrativa; Sanità; Scuola, diritto allo studio, formazione professionale e università; Sviluppo economico, ricerca e innovazione, turismo; Mobilità. Poi ci sono le Commissioni consiliari speciali, che debutteranno presto: Federalismo e Roma Capitale. Ci sono poltrone per tutti. Saranno contenti, consiglieri, autisti e addetti alle segreterie. Forse un po’ meno i cittadini.

…..…Questa nota di redazione è stata pubblicata oggi dal quotidiano romano Il Tempo, diretto da Mario Sechi, notoriamente, l’uno e l’altro, incondizionatamente di “destra”, come visceralmente   di “destra” è questo sito. Che condivide pienamente le preoccupazioni de Il Tempo e fa sue le non nascoste apprensioni per lo spreco di denaro pubblico della Regione Lazio (come di tutte le altre Regioni, Provincie, Comuni, etc. etc.)  la cui presidente è la signora Polverini. La quale signora quando appariva in TV, in verità raccogliendo lusinghiere parole di elogio e comprensione sopratutto dai “sinistri” , non era l’ultima a denunciare e lamentare gli sprechi della pubblica amministrazione. Bene! Lo dimostri nei fatti, ora che il “bastone” del comando è nelle sue mani, ripostogli non solo dagli elettori del Lazio, ma dalle centinaia di migliaia di italiani accorsi a Roma per sostenerla quando le si voleva fare la festa eliminandola dalla corsa senza votare. Il 99 % di quelli che riempirono Piazza San Giovanni erano (sono!) elettori che si aspettano innazitutto moralizzazione della vita pubblica: signora Polverini, tocca a Lei ora mantenere le promesse. g.

CARI LEGHISTI NON FATE I FURBETTI, di Alessandro Sallusti, vice direttore de Il Giornale

Pubblicato il 26 giugno, 2010 in Politica | Nessun commento »

Adesso che il caso Brancher scotta davvero, adesso che anche il Quirinale prende le distanze dal neoministro al Federalismo che ha fatto valere il legittimo impedimento per non andare a farsi processare, adesso che qualcuno rischia di farsi male ecco che scatta il fuggi fuggi, il negare responsabilità, il passare il cerino in mani altre. E dove finisce la fiammella? Ovviamente tra le dita di Silvio Berlusconi che in quanto presidente del Consiglio ha, come stabilisce la legge, proposto a Napolitano la nomina a ministro del suddetto Brancher. Di fatto le cose stanno proprio così. Ma non sempre i fatti la dicono giusta. In effetti quale motivo aveva il premier di imbarcare un nuovo ministro, per di più con delega al federalismo, per di più con vicende giudiziarie aperte, sapendo di andare incontro a pasticcio certo? I soliti ben informati hanno la risposta pronta: Brancher è un ex dirigente Fininvest, amico personale del Cavaliere, che come si sa, è uomo generoso e solidale con i compagni di squadra alle prese con qualche guaio, economico o giudiziario che sia. È tutto vero, ma non applicabile a questo caso, perché Berlusconi ha anche un’altra caratteristica: non è fesso, difficile che sia l’ispiratore e realizzatore di una cosa non concordata con tutte le componenti alleate, cotta e mangiata con una fretta sospetta.
Ma se la storia fosse diversa da quella che appare, allora chi ha chiesto a Berlusconi e sostenuto al Quirinale la nomina di Brancher? Certamente un amico, ovvio. E di amici influenti al punto da poter ottenere una cosa del genere, il neoministro ne ha nella Lega. A partire da Bossi che oggi prende le distanze irritato, che dice di essere stato imbrogliato ma che nel Consiglio dei ministri che approvò la nomina – raccontano i presenti – si prodigò in parole di elogio per «il Brancher che non possiamo lasciarlo per strada che tiene pure due bambini». Bossi quindi sapeva e benedì. Non solo. Lo stesso Bossi nelle scorse ore ha proposto di spostare Brancher dall’attuale poltrona a quella dell’Agricoltura (al posto di Galan), cioè di passarlo da ministro senza portafoglio a ministro con portafoglio, cosa che, guarda caso, farebbe decadere l’obiezione di Napolitano sul fatto che il legittimo impedimento vale solo per i secondi.
Ma questo spiega solo l’attaccamento della Lega a Brancher e l’imbarazzo di oggi del leader del Carroccio di fronte alla rabbia del suo popolo che ha mal digerito il pasticcio, non il mistero del mandante. Uno che certamente si è esposto pubblicamente, nelle prime ore del dopo nomina, è stato il ministro leghista Roberto Calderoli che rimase anche invischiato nella stessa vicenda giudiziaria, quella dello scandalo della Banca Popolare Italiana, che ha dato origine al processo per il quale oggi Brancher chiede il legittimo impedimento. Fu il presidente della banca, Gianpiero Fiorani (che tra l’altro salvò dal crac Credieuronord, istituto di credito della Lega) a sostenere di aver pagato alcuni politici per difendere il posto dell’allora governatore di Bankitalia Antonio Fazio. Tra questi fece il nome di Brancher che avrebbe riscosso anche per conto di Calderoli. Il primo fu rimandato a giudizio, il secondo completamente scagionato.
Ma lasciamo la vicenda giudiziaria nelle sue sedi, anche se è evidente chi potrebbe avere paura di un processo a Brancher. E certo non è Silvio Berlusconi. Il fatto è che la Lega non può far finta di non saperne nulla, non sta in piedi a rigor di logica, non ha senso politicamente. Di più. Evidentemente qualcuno nelle alte sfere del Carroccio ha chiesto, forse preteso dal premier, la nomina di Brancher a ministro. Ed è stato accontentato. Questo qualcuno oggi abbia il coraggio di prendersi la responsabilità di fronte al Quirinale, al governo e agli elettori. Perché è vero che il Cavaliere ha le spalle larghe, ma tutto ha un limite. Anche l’indecenza.

CORAGGIO CAVALIERE, BISOGNA CAMBIARE LA SQUADRA

Pubblicato il 26 giugno, 2010 in Politica | Nessun commento »

Presidente Berlusconi, sciolga la corte e riapra le iscrizioni alla classe dirigente del nostro Paese. Non perda tempo, lo faccia subito. Abbia il coraggio di tornare indietro su alcune nomine infelici, come quella di Brancher, cancelli i ministeri fantomatici, riveda i vertici del suo partito, faccia sloggiare gli abusivi, dal governo o dalle case dei preti, riconosca alcuni errori anche suoi personali e abbracci l’opera necessaria di una bonifica integrale. Si liberi dai collusi e dalle mezze calzette, o perlomeno li collochi al loro giusto rango, non ai vertici di ministeri, istituzioni e partiti.
È quello l’unico modo, comunque il migliore, per disarmare i suoi nemici e i suoi falsi amici, per spiazzare le trame che si ordiscono nei palazzi e le alleanze che serpeggiano alle sue spalle. È quello il modo più efficace per fronteggiare le campagne e la caccia al berlusconiano che si è aperta nei tribunali. Non basta gridare al complotto, all’odio militante dei suoi nemici; come non basta, su altri versanti, deplorare la nascita delle correnti e la slealtà di alcuni ex amici. Bisogna fare un passo avanti, e lei che di coraggio ne ha sempre avuto, non può disarmare o barricarsi in un’autodifesa che rischia l’autocelebrazione. Lei è entrato nella storia del nostro Paese, non può ridursi a difendere il cortile della casa. So che è in guerra e ogni richiamo di questo tipo viene inteso come fuoco amico o diserzione; ma, mi creda, non remo contro, lo dico solo per il bene del suo governo, suo personale e prima di tutto per il bene di questo paesaccio che nessuna Padania, Toninia o Slovacchia potrà farmi odiare. Ha tre anni davanti a sé con un’ampia maggioranza e senza competizioni elettorali, ha ancora un seguito ed una fiducia personali molto alti anche se messi a dura prova dalle vicende del suo entourage. Non può giocarsi il consenso e l’agibilità. Se resta sulla difensiva, sotto assedio, alimenta i giochini alle sue spalle e fa un favore ai poteri opachi del nostro Paese che per comandare vogliono un premier ricattato, sotto schiaffo. In questi primi due anni ha fronteggiato bene la brutta crisi economica e finanziaria, ha cercato il più possibile di non gravare sugli italiani; il suo governo ha avviato qualche buona riforma, nell’economia con Tremonti, nella pubblica amministrazione con Brunetta, nel lavoro con Sacconi, agli interni con Maroni, colpendo come mai la criminalità organizzata, alla pubblica istruzione con la Gelmini; ha ottenuto qualche buon risultato negli esteri e nelle emergenze, anche se si è scoperchiato il pozzo nero della Protezione civile. Ma da Napoli all’Aquila non mi pare che le cose fatte siano andate così male.
Però manca un disegno generale, una riforma strutturale, più volte annunciata; e manca soprattutto la voglia e la forza di cambiare la squadra. So che in lei contano molto anche i legami personali e perfino affettivi, so che a volte ragiona con categorie umane lontane dalla politica, e a volte eccede in generosità come in cinismo. Ma non può tenersi troppi cadaveri in casa, deve saper dire di no anche a chi ha avuto trascorsi importanti con lei e con la sua attività politica e imprenditoriale. Deve cambiare marcia, per evitare poi di fare marcia indietro o peggio marcia funebre per il motore fuso.
Non credo che abbia bisogno di nuovi consiglieri, anche perché sono convinto che alla fine i consiglieri servono solo per farsi confermare nelle proprie decisioni; diventano ventriloqui dei suoi umori e si lasciano prendere da una strana sindrome mimetica, la sindrome di Zelig, si mettono a pensare con i suoi impulsi. Così non servono. Il problema dei problemi è rinnovare con urgenza la corte. Non solo quella bassa che provvede alle esigenze più servili, ma anche a quell’entourage che occupa o ha occupato ministeri e posti chiave. Abbia il coraggio d’incoraggiare l’uso delle dimissioni, come insegnano i casi Scajola o Innocenzi. Certo, c’è da distinguere tra fumosi attacchi e precise responsabilità, tra vere macchinazioni e reali misfatti; c’è da circoscrivere la zona oscura, se non infame, di alcune biografie e contestualizzarle, vedendo anche i lati positivi e le cose ben fatte; si tratta di paragonare quei percorsi complessivi a quelli dei rivali, e poi decidere. Si tratta di non lasciare l’iniziativa politica ai Bossi di dentro, ai Fini di mezzo e ai Di Pietro di fuori, e nemmeno di crogiolarsi con l’agonia indecente delle opposizioni. Ma si deve procedere contro il malaffare, tempestivamente, prima che il gallo canti.

ITALIA NEL…PALLONE, CHE TRISTEZZA!

Pubblicato il 24 giugno, 2010 in Sport | Nessun commento »

L’Italia del pallone è finita…nel pallone. Quella scritta oggi dalla nazionale italiana di calcio contro la Slovacchia  è una delle pagine più tristi (e anche più squallida) della storia calcistica del nostro Paese. Ha scritto questa mattina  L’Avvenire  che Lippi avrebbe fatto bene a ricordare ai suoi giocatori la nazionale del 1934 e del 1938: allora, ha scritto L’Avvenire, c’erano coraggio e voglia di vincere, ora invece c’è solo paura e terrore. E  il quotidiano cattolico l’ha “azzeccata”: i nostri giocatori scesi in campo contro la Slovacchia, la Slovacchia!, erano innazitutto paralizzati dalla paura e dal terrore, sin dall’inizio della partia. Poi erano demotivati, incapaci di fare squadra, timorosi di avventurarsi contro l’avversario in una battaglia che doveva vederli gagliardamente coraggiosi. Insomma, uno sfacelo di partita, con giocatori che non riuscivano neppure ad azzeccare un passaggio, che non riuscivano ad oltrepassare la difesa slovacca, che non hanno saputo neanche reagire con orgoglio e passione al primo gol slovacco, quasi disperatamente pronti al peggio,  rassegnati alla sconfitta, la più umiliante delle sconfitte. E sullo sfondo l’inebetito commissario tecnico, il sig. Lippi, che sfoggiava una sgargiante divisa rossa ma a sua volta inacapace di dare direttive, indirizzare i suoi giocatori, tentare di rivializzare i cadaveri che avendo vinto 4 anni fa, pensavano e lo ha di sicuro pensato lo stesso Lippi, per il solo fatto di essere stati i campioni del  mondo   nel 2006 a Berlino, che i palloni sarebbero entrati nelle porte avversarie quasi per magia. Invece no. Invece è accaduto che per la prima volta nella storia dei campionati del mondo l’Italia  non è approdata neppure agli ottavi di finale, nonostante la fortuna, diciamo così, di un girone che sembrava costruito apposta per favorire l’approdo agli ottavi. Ovviamente ora tutti si cospargono il capo di cenere, i giocatori, tra cui Gattuso che a metà partita se ne è ritornato mogio mogio a bordo campo e lo stesso Lippi. Il quale Lippi neppure un questa occasione ha smesso gli abiti del grande condottiero. “La colpa è mia, ha detto, solo su di me la responsabilità della sconfitta”. Troppo tardi! Doveva pensarci prima a vestire gli abiti dell’umiltà. Quando gli è stata contesta la scelta sbagliata di lasciare a casa fior di giocatori e sopratutto “la meglio gioventù calcistica2 del momento ha fatto spallucce ed è arrivato a minacciare che i suoi critici “non sarebbero saliti sul carro dei vincitori”.  Perchè lui si sentiva un pò Napoleone e un pò Helenio Herrera. Si è rivelato solo uno con la mosca al naso. Ora si dispiace per i tifosi. I tanti, i milioni di italiani, che specie in questi tempi grami di crisi e di difficoltà economiche, nel calcio e nella “nazionale” , avevano riposto speranze di riscossa.  Lippi con la sua incredibile e sfrontata testardaggine è riuscito a deluderli. Ora chiede loro scusa. Pittosto il sig. Lippi sganci i tre milioni di euro  all’anno che ha sgraffignato  in questi anni, quattrini che alla luce dei risultati paiono rubati. Come rubati sono stati i nostri sogni, i sogni del Tricolore che alla faccia di Bossi avrebbe potuto sventolare nella terra di Mandela. Avrebbe potuto, ma non è stato. Grazie (a) Lippi.

FINI, E’ SOLO QUESTIONE DI POTERE

Pubblicato il 23 giugno, 2010 in Politica | Nessun commento »

Il copione è sempre lo stesso. Il presidente Berlusconi stende la mano e difilato Fini, il permanentemente ingrugnito ex capo degli ex fascisti italiani, tira un sasso, anzi organizza una sassaiola.  Anche ieri,  a Berlusconi che si sforzava di sollecitare una maggiore coesione della maggioranza dinanzi agli impegni parlamentari che l’attendono,  precisando che un grande partito può avere al suo interno posizioni diverse, ma dopo si vota e prevalgono le tesi della maggioranza come in ogni consesso democratico,    Fini,  da Israele, dove è in “missione” ufficiale, ha risposto  che “(Berlusconi) fa finta di non capire, il problema è politico e non personale”. Non ci pare proprio che Berlusconi abbia sfiorato questo aspetto del problema che in verità è quello che invece assilla Fini, più di quanto egli non ammetti e non dia a vedere. La verità è che la questione di Fini è solo e decisamente personale e di potere. Specie dopo che Fini si è accorto che l’80% di ciò che fu Alleanza Nazionale lo ha lasciato al suo destino e si è avvenurato da solo nel grande mare del Popolo della Libertà. Che non piace a Fini perchè a differenza di Alleanza Nazionale e prima ancora del MSI non lo riconosce come capo e padrone. Perchè Fini prima nel MSI e poi in Allenaza Nazionale è stato un “capo” e sopratutto un “padrone”  avendo a disposizione i cordoni della borsa, cioè l’uso dei denari del finanziamento pubblico che gli consentiva di fare il bello e il brutto tempo. Specie dopo la morte di Pinuccio Tatarella che lo aveva issato sullo scranno più alto benchè la mente vera dello sdoganamento dei postfascisti era stato proprio Pinuccio Tatarella. Non a caso ieri Berlusconi, nel ribadire che il Popolo della Libertà è il risultato di intuizioni  non solo recenti, ma che affondano le radici  lontane nel tempo, sin dall’inizio  degli anni ‘50, quando in tanti, nel centrodestra, si adoperavano  per ricucire le sue tante anime per crearne una sola, ha richiamato alla memoria di tutti il compianto Pinuccio Tatarella.  Tatarella infatti  negli anni della sua “baresità“  fu sempre  fautore dell’unione del centrodestra, sopratutto nelle elezioni amministrative, quelle nelle quali, allora,  egli più poteva influire; quando ne ebbe l’occasione costruì nel 1994 l’opzione unitaria con il neo partito di Forza Italia e dopo, con la sua associazione Oltre il Polo, perseguì l’obiettivo di allargare la coalizione nata nel 1994 a tutte le forze politiche che si ispiravano al centrodestra. Berlusconi ne ha evocato il ricordo  perchè suoni come monito a chi con la quotidiana azione disgregratrice della forza politica  cui il popolo italiano ha attribuito il forte successo elettorale appena due ann fa, può riuscire a distruggere quella che è stata la grande aspirazione e il traguardo dei moderati del secondo dopoguerra per  sottrarre alla sinistra la egemonia del nostro Paese, per restituire la società italiana alla pienezza democratica e liberale. Fini e i suoi peones, molti dei qual (dalla Bongiorno a Granata) se fossero candidati con sistemi elettorali diversi dall’attuale, non riuscirebbero a farsi eleggere consiglieri comunali neppure a Poggiorsini, si stanno facendo carico, con i loro comportamenti e le loro continue polemiche contro il proprio partito,  di gravi responsabilità, sia  dinanzi al popolo italiano, sia, sopratutto,  dinanzi alle nuove generazioni che, nonostante l’influenza che esercitano su di esse le sinistre nazionali e regionali, ripongono fiducia nel Presidente Berlusconi e nel Popolo della Libertà.

L’ITALIA, UN POPOLO SENZA MEMORIA, A RISCHIO DI FUTURO

Pubblicato il 22 giugno, 2010 in Costume, Politica | Nessun commento »

Gli studenti impegnati  quest’anno negli esami di maturità, per la prova d’italiano hanno potuto scegliere fra tre diverse tracce; una di queste era di natura storica e riguardava le Foibe, le fosse carsiche nelle quali i comunisti titini, alla fine della  seconda guerra mondiale, gettarono i copri, talvolta ancora vivi, di migliaia di italiani, forse trecentomila, forse molti di più, in una sconvolgente e sanguinosa “pulizia” etnica a cui non furono estranee motivazioni politiche e vendette personali. Delle foibe per quasi 50 anni in Italia non se ne parlò, anzi un assordante silenzio, complici gli interessi economici con la vicina Iugoslavia, coprì la  tragedia che aveva sconvolto le terre italiane al confine slavo. Solo le associazioni  irredentiste istriane e dalmate tennero vivi i ricordi e si adoperarono per denunciare ciò che era accaduto nelle loro terre; insieme a loro,  solo l’allora MSI  innalzò la bandiera del ricordo e della denuncia storica. Soltanto dopo 50 anni, finalmente, la verità è venuta alla luce, sopratutto dopo la caduta del Muro di Berlino con il venir meno delle ragioni “politiche” del cinquantennale silenzio, rotto anche dalle più alte Autorità dello Stato Italiano che ha finalmente reso omaggio alle Vittime innocenti di quella tragedia, narrata anche da libri e da un film televisivo che ha avuto come protagonista uno straordinario Leo Gullotta nella parte di un sacerdote che sottrae alla morte un gruppo di bambini istriani. Ma evidentemente aver finalmente fatto luce su quella tragedia non è stato sufficciente,  se appena il 6% degli studenti che quest’anno hanno affrontato la maturità hanno scelto di scrivere un saggio su quella tragedia che pur appartiene alla storia recente e alla Memoria del nostro popolo. Non è la prima volta che ciò accade, non è la prima volta che messe alla prova, le nuove generazioni  mostrino ignoranza, disinteresse, nessun approccio alla Storia, anche quella più recente della nostra Patria.  Diciamo la verità. Tutto ciò è  il frutto di una ben orchestrata strategia messa in campo nella scuola, e ovunque le  generazioni nate nel dopoguerra si siano formate e forgiate, dalla sinistra che ha occupato tutti gli spazi formativi, dalla scuolla alla Università, dal teatro al cinema,  dalla cultura alla letteratura, cosicchè ha potuto infondere nelle nuove generazioni totale, o quasi, assenza del senso dello Stato e della Patria, peggio ancora, assenza del senso di appartenenza. Vi è stato un tempo, non tanto  lontano,  in cui chiunque in Italia professasse amor di Patria era guardato come un marziano, chiunque si levava in piedi allorchè suonava l’Inno nazionale era guardato come uno che stesse commettendo un reato; la sinistra preferiva   cantare bandiera rossa o l’internazionale,  e insegnare ai giovani che l’amor di Patria era una baggianata e che il sol dell’avvenire era….. internazionalista. Certo, ora i tempi sono cambiati. Negli ultimi quindici anni, anche per merito di oggettive ciorcostanze storiche che la stessa sinistra ha dovuto subire, l’amor di Patria è tornato di…moda, suonare l’inno nazionale non è più tabù, cantarlo in pubblico, magari bofochiandone le parole, fa chic, sinanche i calciatori della nazionale, in questi giorni , fanno finta di cantarlo, ma il danno fatto nei quasi 50 anni successivi alla fine della seconda guerra modiale con  lo stradicamento  dalla coscienza dei più dei sentimenti nazionali e con  l’annullamento del Valore Patria quale valore fondante di un Popolo, del nostro Popolo, ha provocato questa dolorosa  non conoscenza  e lo scarso  interesse per la storia recente del nostro Paese, l’Italia, il cui   Popolo, purtroppo, è  ormai privo di Memoria. E quindi, come insegna la Storia, con il rischio di non avere più  futuro.  g.

LIPPI FA IL FENOMENO MA E’ SENZA CAMPIONI

Pubblicato il 21 giugno, 2010 in Cronaca, Sport | Nessun commento »

Che cosa volete sia battere la Slovacchia? Un gioco da ragazzi. Da ragazzi per l’appunto, non da azzurri. Perché dopo due partite abbiamo la miseria di due punti e non abbiamo affrontato squadroni irresistibili, il Paraguay prima e la Nuova Zelanda dopo. Al momento del sorteggio qualcuno aveva detto che meglio di così non poteva capitarci. In verità nessuno poteva sapere e immaginare in che condizioni saremmo arrivati a questo torneo e soprattutto quali sarebbero state le scelte di formazione e di esclusione di Lippi. E così anche la Nuova Zelanda ha fatto il suo figurone, è andata in vantaggio, con un gol in fuorigioco e comunque provocato dal panico consueto della nostra difesa, è stato raggiunto da un rigore abbastanza generoso, per non dire inesistente, concesso dall’arbitro guatemalteco.

Per il resto una delusione totale, una confusione dovunque, dietro, in mezzo, davanti, errori tattici ripetuti dall’allenatore, il ruolo di Marchisio imbastardito sull’out di sinistro, poi riportato a destra e quindi spedito nello spogliatoio alla fine del primo tempo, Pepe bocciato non si sa bene perché ma con evidenti limiti tecnici (il dribbling resta un mistero della fede), giro di attaccanti, anzi tutti in campo con uguale risultato, zero gol su azione, molta generosità, molta passione ma niente qualità, niente lucidità di gioco. Contro un avversario tutto fisico sarebbe stato logico giocare sulla tecnica, sulla velocità di scambi, insomma sul gioco «latino». E invece, con il passare dei minuti, la Nuova Zelanda si è rinchiusa nella sua metà campo e gli azzurri hanno tenuto il pallone, per paura e depressione, sviluppando azioni a ritmo lentissimo, con rarissimi uomini pronti a smarcarsi e a muoversi in senso orizzontale. Lampi di broccaggine in momenti di noia mortale. Totale: quali uomini finora hanno dimostrato di essere da mondiale: tre, quattro al massimo, Chiellini, De Rossi, Montolivo che non avrebbe giocato, se Pirlo non si fosse infortunato. Potrei aggiungere Criscito e l’orgoglio di Zambrotta, ma siamo all’acqua tiepida. Poi c’è la doccia fredda di quelli che sono al tramonto o alla frutta, come già evidenziato durante il campionato, Cannavaro e Camoranesi, fra questi, entrambi «tagliati» dalla nuova Juventus di Delneri ma promossi dalla vecchia Italia di Lippi che ieri ha mandato in gioco cinque juventini reduci da una stagione fallimentare.

Non si può vivere di rendita, il campo sta dando altre risposte e, purtroppo, come accade puntualmente quando mancano i risultati, gli assenti hanno ragione. Balotelli, Cassano, Totti avrebbero sicuramente dato qualcosa di più, almeno un’idea, una giocata imprevista e imprevedibile ma Lippi ha scelto la strada della riconoscenza e del puntiglio, seguendo il proprio carattere presuntuoso, ha allestito la «sua» nazionale e non la nazionale del campionato. Ieri ha ribadito di non aver lasciato a casa «fenomeni». Non pensi di essere lui un «fenomeno».

I latini dicevano che la fortuna aiuta gli audaci ma qui non c’è nemmeno l’ombra del rischio, dell’azzardo e non si può nemmeno sperare che sia sempre la sorte con la «c» maiuscola a risolvere i nostri problemi. Lippi pensa a Berlino e ricorda l’Italia del 1982, trionfante dopo i tre pareggi iniziali, ma finge di ignorare che in Spagna si trattava di campioni veri, figli del campionato e del mondiale argentino e quattro anni or sono la squadra era composta da nove giocatori che provenivano dalle prime quattro squadre in classifica, 5 della Juventus, 2 del Milan, 1 dell’Inter e 1 della Fiorentina. Oggi Lippi schiera titolari 2 soli uomini, De Rossi e Zambrotta, delle prime quattro squadre in classifica. Qualcosa nel calcio significa, al di là dell’arroganza e dei capricci del cittì viareggino. È una squadra con un passato sicuro, un presente incerto e un futuro senza speranze. Non ci resta che pregare. E segnare un gol. La cosa più logica del football. Sembra la più difficile. TONY DAMASCELLI, IL GIORNALE, 21 GIUGNO 2010.

LIPPI: TRE MILIONI DI EURO ALL’ANNO PER RACIMOLARE DUE PAREGGI CONTRO DUE SQUADRETTE

Pubblicato il 21 giugno, 2010 in Costume, Sport | Nessun commento »

Il c.t. della nazionale italiana di calcio, Marcello Lippi, quello che quando parla sembra  essere disceso dal cielo per elargire al mondo le sue ascetiche (e banalissime!) considerazioni, guadagna 3 milioni di euro all’anno, qualcosa come 250 mila euro al mese, cioè 8333 euro per ogni giorno che Dio manda sulla terra. Di contro il c.t. della nazionale paraguaiana ne guadagna “appena” 300 mila; non sappiamo quando ne guadagni il c.t. della nazionale neozelandese, ma di sicuro molto, ma molto meno di Lippi. Ebbene il pagatissimo Lippi,  nelle prime due partite della nazionale al mondiale sudafricano,  è riuscito a racimolare due soli modestissimi pareggi, dopo aver incassato in entrambe le due partite, quella con il Paraguay e quella con la Nuova Zelanda,  due gol  iniziali, uno per partita, che a parere di Lippi, ultramilionario commissarrio tecnico della nostra nazionale,  sarebbero stati solo frutto della malasorte che incombe sulla nostra nazionale, mentre i due gol poi infilati tra i pali delle due squadre avversarie per conquistare un sudatissimo pareggio, quelli invece sono dei capolavori di finezza tecnica, frutto, manco a dirlo dei suoi insegnamenti ai giocatori che Lippi ha selezionato e portato in Sudafrica, dopo aver lasciato a casa fior di mezze calzette, da Totti a Cassano, a Balotelli. Diciamoci la verità. I tifosi italiani, quelli (pochi!) che sono andati in Sudafrica al seguito della squadra e i milioni che hanno addobbato di tricolori i balconi delle nostre cittò, dei paesi, dei più piccoli villaggi della penisola, e che piazzati dinanzi ai televisori ore prima che iniziassero le partite, si sono visti gonfiare il fegato prima per l’attwsa e poi per la rabbia, ebbene questi tifosi meritavano qualcosa di più. Tutti erano convinti che ci era andato bene  il girone di qualificazione e le “squadrette” che ci erano capitate, e tutti erano convinti che si sarebbe trattato di una passeggiata superare le prime prove e poi, di gol in gol, arrivare in finale e magari bissare il successo di 4 anni addietro.  I primi due risultati sono stati una delusione, cocente e terribile. Ma non sono bastati a far abbassare la spocchia di Lippi, la cui arroganza è pari alla sua testardaggine, oltre che alla sua innata prosopopea. Che magari poi sfocia nella squallida tentazione di addossare agli altri ai giocatori le sue responsbailità.  Così, all’indomani della deludente prova con la Nuova Zelanda, spiega la uscita dal terreno di gioco di Pepe “perchè non faceva quello che gli avevo chiesto di fare”. Andiamo! A che serve buttare la croce sul solo Pepe se è tutta la squadra che non va? E non è andata la squadretta di Lippi  sia con la Nuova Zelanda che con il Paraguay. E ciò sia  per la inadeguatezza delle scelte tattiche che sono di Lippi , sia perchè i nostri “soldati” come  ha definito i giocatori  Lippi (che forse si sente un pò Napoleone) non giocano per passione e con valore, ma si sono modellati sulla lunghezza dìonda del loro “capo” e anch’essi si sentono padreterni e non riescono a capire che la vittoria la si conquista sul campo, ogni volta che si gioca. Ma loro pensano al portafoglio, come hanno dimostrato quando il ministro Calderoli ha chiesto di abbassare i loro guadagni, che sono vertiginosi, diciamolo. In quella occasione hanno messo fuori la grinta ed uno di loro ( e non è il caso di farne il nome perchè sono tutti uguali!) ha dichiarato che “l’Italia non è un paese serio”. Infatti, manda in campo “signorine” in luogo di giocatori. Però fanno in tempa a riguadagnare l’onore e il rispetto. Almeno con la Slovacchia, giochino a pallone e non pensino nè alla faccia, nè alle gambe. g.

I CARI ESTINTI, di Giampaolo Pansa

Pubblicato il 13 giugno, 2010 in Recensioni | Nessun commento »

E’ l’ultimo saggio di Giampoalo Pansa, saggista e romanziere di successo, giornalista attento e attento narratore delle vicende politiche italiane. Negli ultimi anni ha “rivisitato” il secondo dopoguerra, riscrivendo pagine di verità sulle vicende  che caratterizzarono la fine della guerra civile  in Italia. Prima Il sangue dei vinti da cui è stato tratto l’omonimo film con Michele Placido, poi La grande bugia e poi ancora I gendarmi delle memoria, hanno contribuito più di ogni altro a riscrivere pagine di verità su una tragedia che insanguinò sopratutto le regioni del centronord. E per questo Pansa, uomo di sinistra, si è ritrovato ad essere a sua volta oggetto di aggressioni, contumelie, diffamazioni. Eppure è lo stesso giornalista, fieramente antifascista,  che dalle colonne dell’Espresso e di altri  importanti fogli di sinistra, negli anni sessanta, settanta e ottanta, è stato uno dei più spietati fustigatori della classe dirigente che ha governato l’Italia dal 1945 al 1992, anche con molti saggi di denuncia politica che hanno lasciato il segno. Tutto ciò non lo ha  esentato dalla gogna cui da sempre in Italia viene sottoposto chiunque ridiscuta i luoghi comuni e le parole d’ordine della sinsitra. Ma Pansa non ha ceduto di un millimetro e scoperta la verità sulle “radiose giornate” del 1945, non ha avuto esitazioni a scriverne. Come fa ora con questo  saggio, I cari estinti, dedicato agli uomini politici spazzati via da Tangentepoli,  dopo aver governato l’Italia dalla fine della guerra, guidandola nella lunga marcia della ricostruzione e del boom economico, per quasi 50 anni. Pansa, in questo suo libro, che è anche un libro di ricordi, parla degli uomini della Prima Repubblica con rispetto quano non lo fa con simpatia, la simpatia che si prova verso chi, in qualche modo, è stato un compagno di viaggio della propria esistenza. Anzi, scrive Pansa, “i partiti della prima repubblica, i leader, i capi di seconda e terza fila, sino ai peones, sono diventati i soggetti più frequenti del mio lavoro. Ne ho scritto così tanto che stradfa facendo mi sono accorto di un fatto sorprendente. Quei personaggi erano oramai i compagni della mia vita professionale. Più li osservavo e più mi stavano accanto. Come per ricordarmi che, senza di loro, il mio mestiere non avrebbe avuto significato“. Parole da cui traspare in fondo qualcosa che assomiglia molto alla simpatia, che diviene ancor più evidente leggendo le pagine del saggio, lì dove necessariamente  Pansa deve mettere a confronto quegli uomini e quella calsse dirigente con quella attuale, almeno con una parte di quella attuale. E così ricorda gli uomini che dominarono il Paese nel dopoguerra ricordando “il pio Rumor, l’irriducibile Fanfani, l’eterno Andreotti, l’enigmatico Moro, l’aggressico De Mita, il mocale Berlinguer, l’ardimentoso Craxi, il tenace Almirante, l’ambizioso Spadolini”. E si pone anche domande che costituiscono il filo conduttore della sua ricerca storica narrata nel libro: la Dc ci ha salvati dallo stalinismo ma ha usato male il suo strapotere? Craxiera solo uno dei tanti poltici corrotti o uno statista coraggioso? Il PCI lavorava per l’Unione Sovietica? Perchì i vincitori della guerra civle sono finiti nel baratro di Tangentopoli? Alla fine del libro il lettore che avrà avuto pazienza potrà dare le medesime  risposte che Pansa si è date e che lo hanno indotto a ricordare, talvolta con ironia, talvolta con struggente nostalgia, mai con irriverenza,  i “cari estinti” di una Italia che fu. g.

—--I CARI ESTINTI, di Giampaolo PANSA, Editrice Rizzoli, euro 22,00.