LEZIONI DEL PASSATO, ERRORI DEL PRESENTE, di Mario Sechi

Pubblicato il 13 giugno, 2010 in Politica | Nessun commento »

“Quello che non accettiamo è che la nostra esperienza complessiva sia bollata con un marchio d’infamia in questa sorta di cattivo seguito di una campagna elettorale esasperata. Intorno al rifiuto dell’accusa che, in noi, tutti e tutto sia da condannare, noi facciamo quadrato davvero. Non so quanti siano a perseguire questo disegno politico, ma è questa, bisogna dirlo francamente, una prospettiva contraddittoria con una linea di collaborazione democratica. A chiunque voglia travolgere globalmente la nostra esperienza; a chiunque voglia fare un processo, morale e politico, da celebrare, come si è detto cinicamente, nelle piazze, noi rispondiamo con la più ferma reazione e con l’appello all’opinione pubblica che non ha riconosciuto in noi una colpa storica e non ha voluto che la nostra forza fosse diminuita».

È il 1978, è l’ultimo discorso di Aldo Moro in Parlamento. Lo statista democristiano difende l’onorevole Luigi Gui accusato di essere partecipe e beneficiario di illeciti quando era ministro della Difesa. Sono trascorsi 32 anni e l’Italia sembra lo stesso Paese, intento a commettere gli stessi errori, a sacrificare i suoi uomini sull’altare di una lotta politica sempre più barbara e feroce senza alcun disegno per l’avvenire ma con la cruda prospettiva che il nemico va fatto fuori.

Leggevo «L’affaire Moro» di Leonardo Sciascia e questo passaggio sul segretario dc mi ha colpito. Pochi minuti prima stavo dando un’occhiata alle notizie d’agenzia e in particolare a quel che Berlusconi aveva detto a proposito della magistratura e della lotta politica nel nostro Paese. Forse tutto non torna, ma qualcosa ritorna.

So bene che anche il presidente del consiglio, ogni tanto, ci mette del suo per incendiare il dibattito, ma se ripassiamo con un minimo di razionalità e realismo gli ultimi sedici anni della nostra storia, sfido chiunque a stare al posto di Berlusconi e mantenere sempre e comunque i nervi saldi. Missione impossibile.

Quando il premier sostiene che una parte della magistratura è politicizzata, dice la verità. Quando afferma che vogliono sovvertire il voto, racconta un’altra verità. Quando dice che i giudici politicizzati sono un’anomalia grave ma non vanno confusi con la grande maggioranza dei magistrati che sono persone per bene, dice un’altra verità. Ma quando annuncia la riforma della giustizia, a un giornale come Il Tempo tocca dire un’altra verità: il centrodestra è in ritardo da sedici anni. Un grave ritardo. Chi ha consigliato a Berlusconi la melina, la concertazione o la discesa a patti su un tema come la giustizia, non gli ha mai realmente dato una mano.

La storia politica del centrodestra e dell’intero Paese è costellata di assalti giudiziari che sono serviti di volta in volta per regolare i conti tra fazioni, stendere al tappeto un pezzo di classe dirigente, elevarne qualche altro su un piedistallo malfermo e tenere sempre bene in piedi l’establishment irresponsabile che fino ad oggi, bene o male, è riuscito a spolpare il Paese. Un centrosinistra miope, in crisi esistenziale, in perenne seduta di autocoscienza, avrebbe dovuto, anche stavolta, scegliere un’altra strada. E invece assistiamo alla penosa scena di un Partito democratico che riesce nella surreale impresa di difendere le laute buste paga dei magistrati e l’inciviltà e la barbarie di un sistema giudiziario colabrodo che usa le intercettazioni per fare battaglia politica. Il Tempo su questi temi ha espresso una varietà di opinioni rara, ma sempre con il timone puntato sul rispetto della persona, della sua libertà, della dignità, del buon funzionamento dello Stato e della giustizia. Sarebbe bello poter dire che in Parlamento i partiti di maggioranza e opposizione navigano sulla stessa rotta. Purtroppo non è così. Berlusconi deve difendersi da accuse assurde che poggiano sul nulla ma servono a tenerlo sotto schiaffo. Bersani non sa che pesci pigliare e a sua volta deve difendersi dagli assalti di Di Pietro. Dovrebbe spezzare l’insano rapporto con la magistratura militante. La nascita del Pd è segnata dalle toghe, ma nonostante parte della sua classe dirigente abbia subìto il pestaggio delle procure e il partito sia nato più che come progetto politico come disperato tentativo di salvare la baracca quando sono emersi i giri finanziari del caso Unipol, nonostante tutto questo Bersani balbetta la difesa della corporazione.

La sinistra ha dimenticato troppo in fretta la faida che s’innescò proprio sulla finanza rossa e le inchieste. Peccato. Oggi siamo punto e a capo. A Bari e a Trani indagano su un complotto contro il governo fatto di spifferate illegali a cui avrebbero partecipato ufficiali della Guardia di Finanza, magistrati, avvocati, giornalisti e politici. Evviva, che soddisfazione! Bisogna avere una grande faccia di bronzo per negare al presidente del Consiglio il diritto di reagire, criticare anche duramente una situazione del genere e chiamare il Parlamento a legiferare. Gli statisti e i partiti, in ogni era e situazione, si difendono dall’anti-politica. Sarà la storia poi a dire chi ha ragione, ma a giudicare da certi libri che sto leggendo, ho l’impressione che ancora una volta le parti dei colpevoli e degli innocenti un giorno saranno rovesciate. Mario Sechi, Il Tempo del 13 giugno 2013.

BERLUSCONI CONFERISCE UN’ALTRA DELEGA AL MINISTRO FITTO

Pubblicato il 10 giugno, 2010 in Economia, Il territorio, Politica | Nessun commento »

Il ministro per gli Affari regionali, Raffaele Fitto, avrà la delega sul Dipartimento per le politiche di sviluppo e i fondi Fas. La decisione è stata comunicata nel corso del Consiglio dei ministri di questa mattina. Nella nota diffusa da Palazzo Chigi a seguito della seduta si legge che il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, «ha annunciato al Consiglio la sua intenzione di integrare l’incarico già conferito al ministro per i Rapporti con le Regioni, Raffaele Fitto, con la delega di funzioni in materia di interventi per la coesione territoriale».
E, in coerenza con quanto disposto dal Dl manovra «ed anche al fine di valorizzare al massimo gli interventi per le aree sottoutilizzate», Fitto «si avvale del Dipartimento per lo sviluppo e la coesione economica del ministero dello Sviluppo economico (ad eccezione della Direzione generale per l’incentivazione delle attività imprenditoriali), con le funzioni connesse che integrano la sua delega».

Con questa delega attribuita a Fitto, Silvio Berlusconi rilancia il piano per il Sud che era stato avviato da Claudio Scajola poi dimessosi da ministro dello Sviluppo economico. Il Dps, infatti, è stato gestito fino all’interim da Scajola e si è in particolare dedicato alle politiche per la promozione del Mezzogiorno. Il dipartimento delle Politiche per lo sviluppo (Dps), che comprende i fondi Fas e i fondi comunitari, e che con la manovra è stato ‘tolto’ al ministero dello Sviluppo Economico e inserito fra le competenze della presidenza del Consiglioed è stato ora assegnato al ministro per gli Affari Regionali, Raffaele Fitto.

—--La notizia del nuovo prestigioso ed importante incarico affidato dal presidente Berlusconi al ministro Fitto ha suscitato viva soddisfazione negli ambienti politici pugliesi, in primo luogo negli ambienti del PDL i cui responsabili regionali,  Amoruso e Di Staso,  hanno diramato un comunicato per esprimere il plauso del partito  e gli auguri di buon lavoro al leader del PDL pugliese cui viene  ulteriormente riconosciuta capacità ed esperienza.

Alle altre,  uniamo le nostre congratulazioni e i nostri auguri.

LA RINUNCIA ALLO STRAPPO, di Pierluigi Battista

Pubblicato il 10 giugno, 2010 in Il territorio | Nessun commento »

Nelle scorse settimane il mondo politico italiano è stato lungamente coinvolto dalle scommesse sul futuro del presidente della Camera, on. Fini,  alla luce delle agguerrite dichiarazioni dello stesso Fini e del suo groppuscolo di seguaci contro la leadership di Berlusconi. Tutti si attendevano lo “strappo”, invece lo strappo non c’è stato e di questo si occupa Pierluigi Battista, notista politico del Corriere della Sera, nella nota pubblicata questa mattina sul Corriere e che riportiamo integralmente. Nel frattempo, questa stessa mattina, il Senato ha votato la fiducia al Governo sul riformulato DDL  relativo alle intercettazioni, con 164 voti a favore e quindi con il voto compatto di tutto il PDL. Il che non fa altro che confermare l’analisi di Battista dietro la quale si nasconde, ma non troppo, un giudizio assai negativo su Fini il quale grida alla luna pensando  solo, come al solito, al suo “futuro”. E noi condividiamo il giudizio di Battista. g.

Lo « strappo » di Gianfranco Fini dunque non è all’ordine del giorno. La sfida spettacolare lanciata del presidente della Camera in diretta tv nell’aprile scorso non sfocia in una separazione con il premier Berlusconi. L’iter della legge sulle intercettazioni ha conosciuto distinzioni, limature, emendamenti, alterazioni anche consistenti rispetto al progetto originario caldeggiato da Berlusconi, ma al momento decisivo il Pdl, in tutte le sue componenti, si stringe nell’accettazione del voto di fiducia. Soprattutto, Fini mette la pietra tombale su ogni vagheggiamento di disegno neo-centrista che lo possa vedere come co-protagonista. Il confine del centrodestra non verrà oltrepassato.

Questo non significa che il dissenso di Fini sarà riassorbito con facilità. Ma che la leadership di Berlusconi è una cornice che, al momento, non temerà di essere messa in discussione, per lo meno dal lato dell’ex leader di An. Fini, accortamente, lo aveva già detto: non siamo qui per scalzare la supremazia del premier. Ma ogni suo gesto manifestava insofferenza, ogni sua dichiarazione suonava come una contestazione permanente del modo berlusconiano di condurre il partito, la coalizione e il governo. L’insofferenza resta, ma con il ricompattamento sulle intercettazioni si trasmette al centrodestra, e soprattutto a chi fuori del centrodestra immaginava nuovi scenari dettati dall’affrancamento definitivo del numero due del Pdl, l’idea che la tensione voglia essere incanalata in un alveo non autodistruttivo. Non in acque tranquille, ma nemmeno tempestose fino alla tracimazione.

Un Berlusconi in difficoltà è paradossalmente lo scudo migliore per proteggerlo dai malumori di Fini. Una dolorosa manovra economica più subìta che promossa dal premier, per di più destinata a mostrare il marchio impresso dal «rivale» Giulio Tremonti, ha costituito per Fini, se non la ragione di una pace, almeno la condizione per un armistizio. Fini non può permettersi la caduta di Berlusconi che costituirebbe, nelle attuali condizioni, la caduta di tutto il centrodestra. Non può contendere realisticamente la leadership in una battaglia che lo vedrebbe sicuramente soccombente. Ha già ottenuto l’inosabile in un partito a base carismatica come il Pdl: l’accettazione di uno spazio di dissenso inconcepibile in una formazione a gestione così personalistica, per di più uscita vincente in tutte le ultime tornate elettorali.

Ma Fini non può pensare, e lo dimostra con il riallineamento degli ultimi giorni, che un dissenso portato alle estreme conseguenze possa sfociare in una conta drammatica da cui la coalizione ne uscirebbe semplicemente frantumata. Un’ autodissoluzione che il presidente della Camera, con truppe così esigue, non riuscirebbe ad arginare proponendosi come sponda ai malumori che pure serpeggiano nel Pdl. Perciò Fini cerca di ottenere il massimo (le modifiche apportate alla legge) ma finisce per accettare la disciplina del partito. Non sarà la fine di una tensione che avrà mille occasioni quotidiane per manifestarsi. Ma sarà lo sbiadirsi di ogni scenario di rottura. Lo strappo, almeno per ora, viene ricucito. Pierluigi Battista – Il Corriere della Sera


Pubblicato il 8 giugno, 2010 in Politica | Nessun commento »

Sabato 12 Giugno si terrà a Roma, presso l’aula magna del Palazzo dei Congressi dell’EUR, una convention sul tema “Più unito il PdL, Più forte l’Italia – Idee e valori per la sfida del cambiamento”. È prevista la presenza di La Russa, Alemanno, Gasparri, Matteoli, Meloni, Bondi, Verdini, Cicchitto e Quagliariello, nonché di numerosi altri ministri, sottosegretari, parlamentari e amministratori del PdL. I lavori inizieranno alle 10,30 e termineranno alle ore 19. L’iniziativa PdL è promossa da Italia Protagonista, dai Circoli Nuova Italia e dalla Fondazione della libertà per il bene comune. Hanno già aderito numerose Associazione e Fondazioni d’area

COSE DA PAZZI: la Campania dell’emergenza rifiuti voleva insegnare la raccolta “differenziata” ai cubani

Pubblicato il 5 giugno, 2010 in Cronaca | Nessun commento »

Delibera choc: sotto Bassolino stanziati 662 mila euro per finanziare un progetto di eco-sostenibilità ai Caraibi, ovvero cose da pazzi di questa nostra pazza Italia….

Da che pulpito: la Campania vuole insegnare la raccolta differenziata agli Stati dei Caraibi: Cuba, Repubblica Dominicana, Haiti. La stessa regione che sconta un’eterna emergenza rifiuti, tipo fatica di Sisifo, sotto Bassolino ha stanziato 662mila euro di fondi europei per inviare consulenti in Centroamerica. Il loro compito, in sintesi, è spiegare le politiche di sostenibilità ambientale a cubani e haitiani. Urca. Come se i tecnici della British Petroleum, in piena tragedia in Louisiana, andassero per convegni a parlare di soluzioni ai disastri petroliferi.

DECRETO PASSATO A SAN SILVESTRO – Una cifra notevole (un miliardo di vecchie lire) prevista dalla vecchia giunta regionale con un decreto passato a San Silvestro, il 31 dicembre 2009, a poche ore dal cenone e dai fuochi d’artificio. Nello specifico: il decreto dirigenziale è il numero 214 dell’area generale di coordinamento 12 del settore sviluppo economico. Titolo: «Impegno risorse per cofinanziamento progetto europeo Caribbean sustainable waste management for a better life » ovvero, tradotto dall’inglese, gestione delle politiche ecosostenibili (dei rifiuti) ai Caraibi per migliorare la qualità della vita. Misura a favore di paesi svantaggiati che rientra nel piano regionale Paser— al centro di infuocate polemiche per le consulenze — sotto la voce «Promuovere il sistema produttivo su scala nazionale e internazionale».

Emergenza rifiuti a Napoli
Emergenza rifiuti a Napoli

SOLIDARIETA’ TROPICALE – Caraibi: parola che nell’immaginario collettivo evoca sole, mare, palme, turismo, ma anche socialismo tropicale castrista e povertà diffusa. Campania: parola che evoca attitudini tutt’altro che ecocompatibili, visto che la soglia di raccolta differenziata a stento tocca il 13 per cento complessivo. Non solo: appena tre giorni fa il capo della Protezione civile Guido Bertolaso ha parlato di crisi rifiuti campana non ancora risolta. Ma tant’è. Uno stanziamento di seicentomila euro e passa finito sotto la lente d’osservazione degli esperti di Palazzo Santa Lucia incaricati, per volontà del nuovo governatore Stefano Caldoro, di passare al setaccio delibere e consulenze dell’ultimo anno e cassare di diritto eventuali sprechi. Riccardo Marone, che nel dicembre 2009, era assessore alle Attività produttive, spiega al Corriere del Mezzogiorno: «Non ho memoria di un simile progetto, anche perché il decreto dirigenziale è stato approvato a fine anno, laddove l’ok iniziale della giunta viene dato molti mesi prima, se non anni, ed io ero assessore solo da giugno. Inoltre— aggiunge— al Paser attingono tanti assessorati, non solo le attività produttive». Qual è allora l’assessorato competente? Arcano che poteva essere svelato dal coordinatore dell’area 12, la dottoressa Maria Carolina Cortese, la quale però, come riferiscono dalla segreteria, risulta un giorno in riunione e l’altro non in sede.

LA «MISSIONE» INTERCONTINENTALE – Tornando al programma «caraibico», l’iniziativa non nasce naturalmente in Campania. Ha una dimensione internazionale che coinvolge più Stati, tra cui Brasile, Canada e Unione europea. Una missione che muove da princìpi di solidarietà: formare le autorità locali caraibiche sulla gestione dei rifiuti solidi urbani, che lì è un disastro. Anche se si tratta di isole tropicali che per mancanza di materia prima hanno da riciclare quantità di rifiuti decisamente inferiori rispetto ai ricchi cugini occidentali.

CONSORZIO DI BACINO SALERNO 1 – Investiti della mission di trasferire le nostre conoscenze in tema di rifiuti ai volenterosi della Repubblica Dominicana, Cuba e Haiti (ora alle prese, in verità, col post-terremoto) sono gli esperti del consorzio di bacino Salerno 1 sulla base di un partenariato con la stessa Regione Campania e organismi dell’Havana, Santo Domingo e Port-au-Prince. Pare anche che i tecnici siano già volati ad inizio anno un paio di volte in Centroamerica per questi «corsi di formazione». Il Consorzio opera nella popolosa area a nord di Salerno e, c’è da dire, a differenza degli omologhi soggetti napoletani e casertani raggiunge buone percentuali di raccolta differenziata (anche pari al 45%). Tecnici bravi, dunque. Ma detto questo, bisogna anche sottolineare, come fa il neoassessore regionale all’ambiente Giovanni Romano «che con quei soldi avremmo organizzato almeno tre isole ecologiche in Campania: costano duecentomila euro l’una. In effetti— prosegue Romano, ex sindaco di Mercato San Severino — la cifra stanziata è sicuramente alta, anche se non si discute il valore del progetto di solidarietà internazionale. Certo — ammette — suona un po’ paradossale se vogliamo che consulenti della Campania girino il mondo per insegnare tecniche virtuose di smaltimento rifiuti…».

Alessandro Chetta, Il Corriere della Sera

5 GIUGNO: L’ARMA CHE SI AMA

Pubblicato il 4 giugno, 2010 in Costume, Storia | Nessun commento »

5 giugno 1814 – 5 giugno 2010

I carabinieri,  da sempre tanto cari agli italiani,  festeggiano quest”anno il 196° anno della fondazione dell’Arma.  Nati come corpo d’elitè di fanteria leggera,  i Carabinieri non hanno mai perso il loro fascino, il marchio di nobiltà e di rigore che traspare dalla loro divisa.

Per rendere onore all’Arma tanto amata dagli italiani che in essa individuano il principale baluardo della libertà e dell’ordine,   pubblichiamo l’editoriale di Mario Sechi, direttore de IL TEMPO.

Carabinieri in alta uniforme Domanda: «Sechi, cosa c’è in un paese?». Risposta: «Il Comune, il prete e la stazione dei carabinieri». Non era la domanda della maestra alla scuola elementare, ma il passaggio di una riunione di lavoro di qualche anno fa con un mio editore. Si discuteva di strategia editoriale e i carabinieri fecero la loro comparsa per significare una cosa semplice: per stare nel territorio occorrono radici salde. E l’Arma le ha, tanto da essere parte del nostro immaginario collettivo, patrimonio della storia di un Paese. Mentre ci avviciniamo alla celebrazione dei 150 anni della nostra unità, dobbiamo ricordare che carabinieri sono istituzione ancor più veneranda. Il Corpo dei Reali Carabinieri fu istituito con un regio decreto il 13 luglio 1814 (il Regno d’Italia nacque nel 1861) e sono arrivati fino ai nostri tempi attraversando tutta la storia del Paese. Nati come corpo d’elitè di fanteria leggera, non hanno mai perso il loro fascino, il marchio di nobiltà e rigore che traspare dalla loro divisa. Uniforme nera, giacca con quattro bottoni argentati, berretto con la granata sormontata da una fiamma con tredici punte, Sam Browne (il cinturone a spallaccio) e pistola nella fondina.


Alzi la mano chi da bambino non si è fermato incantato. Non ho alcuna intenzione di essere o apparire retorico, ma in questi tempi di grande incertezza, in uno scenario globale difficile che tende a lacerare le identità nazionali, a disperderle, annacquarle o, peggio, addirittura minarle, i Carabinieri sono un punto fermo al quale guardare con fiducia. Gli italiani che credono ancora nelle possibilità di ripresa e riscatto della nazione, ripongono nell’Arma l’idea primaria, necessaria, irrinunciabile della sicurezza, dell’ordine, dello Stato che esiste e funziona. Qualsiasi sondaggio li vede in testa alla fiducia dei cittadini. Perchè i Carabinieri sono la casa comune della maggioranza degli italiani che non intende più essere quel «volgo disperso che nome non ha».


Proprio per questo, il nostro Paese deve guardare con attenzione all’Arma e dotarla di risorse per continuare la sua opera in patria e all’estero. L’Italia dal 2000 al 2009 secondo l’ultimo rapporto del Sipri di Stoccolma ha tagliato le spese militari del 13,3%, è il record negativo tra i Paesi che aspirano a contare nello scenario internazionale. Si può fare meglio, tagliando dove ci sono sprechi, migliorando la qualità della spesa. Ma lasciando alla Difesa – e all’Arma – le risorse per fare bene il proprio mestiere. Quale? I Carabinieri difendono la Patria. Missione di cui spesso si tende a dimenticare il senso. A questo aggiungerei che difendono anche la libertà degli oppressi, aiutano i popoli a ritrovare la pace e la democrazia. La loro efficacia nelle missioni di peacekeeping all’estero è eccezionale. Il generale americano David Petraeus qualche anno fa mi disse: «Addestrarsi con un carabiniere è come giocare a basket con Michael Jordan». Indimenticabile frase da tre punti per chi «è nei secoli fedele». Per questo l’Arma si ama. Mario Sechi.

UNA COLLETTA A FAVORE DEI MAGISTRATI ITALIANI

Pubblicato il 3 giugno, 2010 in Il territorio | Nessun commento »

Alle minacce hanno fatto seguito i fatti. E’ certo che i magistrati italiani, penali, civili, contabili, scenderanno in sciopero nei prossimi giorni contro la decisione del govenro che si appresta ad un piccolo e provvisorio  ritocco in giù dei loro ricchi, anzi ricchissimi,  stipendi. Se non siamo alla tragedia, siamo di certo alla farsa. I magistrati italiani sono fra i meglio pagati dipendenti pubblici italiani, hanno retribuzioni a più zeri, che un povero operaio metalmeccanico se le può solo sognare di notte, e come se non bastasse i loro attuali avanzamenti di carriera non sono legati nè alla produttività, nè al merito, sono automatici e certi. Insomma sono dei privilegiati, economicamente e non solo, visto che hanno le ferie più lunghe di chiunque, non timbrano cartellini, non danno di conto a chichessia del loro operato, e per di più godono del più incredibile dei vantaggi, si governano da soli, con il loro organo di autogoverno, cioè il CSM, sigla che sta per Consiglio Superiore della Magistratura che come è noto è assai tenero verso i suoi governati. Insomma, nessuno sta meglio dei magistrati. Eppure hanno deciso di scioperare perchè il governo ha previsto,  anche a loro carico,  un modestissimo  prelievo sulla parte eccedente la soglia dei 90vantamila euro (, curioso…. anche Mussolini fissò, ma  per la lira,  quota 90!) nell’ambito della manovra di aggiustamento dei conti dello Stato a seguito della crisi mondiale che sta mettendo alle corde le economie degli Stati. Ciò che il governo ha stabilito a carico dei super pagati burocrati italiani   è la riduzione della retribuzione annua del 5% nella parte eccedente i 90 mila euro sino ai 130 mila euro, del 10% nella parte eccedente i 90 mila per gli stipendi che superino i 130 mila euro: facendo qualche rapido conto si tratta di riduzioni   annue che vanno dai 2000 ai 4000 /5000 euro. Certo,  se il governo avesse tolto 2000 o 4000 mila euro alle retribuzioni dei medi dipendenti statali italiani, non solo sarebbe stato lecito e giusto proclamare lo  sciopero ad oltranza, ma sarebbe stato giustificato ben altro. Ma che si ribellino quelli, come i magistrati, che a fine mese non hanno di certo il problema di arrivarci, è davvero una farsa, che però non  fa ridere, fa incazzare. g.

ISRAELE: DIECI MORTI PER UNA VERITA’ CAPOVOLTA, di Fiamma Nirenstein

Pubblicato il 1 giugno, 2010 in Politica estera | Nessun commento »

L’episodio di ieri notte, con i suoi morti e feriti sulla nave turca, ha qualcosa di diabolico. Perché diabolico è il rovesciamento, la bugia che si sta disegnando nell’opinione pubblica internazionale, come per la battaglia di Jenin, come per la morte di Mohamed Al Dura: la verità, salvo quella tragica e che dispiace assai, dei morti e dei feriti, ne esce capovolta, capovolte le responsabilità. Le condanne volano, e hanno tutte un carattere nominalista: chi era sulle navi si chiama «pacifista» o «civile», i soldati israeliani coloro che ne hanno sanguinosamente interrotto la strada verso una «missione di soccorso». Nessuno parla di organizzazioni filo Hamas, nessuno di provocazione: ed è quello che davvero veniva trasportato da quelle navi. Oltre naturalmente, all’essenza umana di chi ci spiace comunque di veder sparire.

Ma non basta dichiararsi pacifista per esserlo. L’organizzazione turca Ihh, protagonista della vicenda, è sempre stata filo terrorista, attivamente amica degli jihadisti e di Hamas, essa stessa legata ai Fratelli Musulmani, i suoi membri ricercati e arrestati e la sua sede chiusa dai turchi stessi per possesso di armi automatiche, esplosivo, azioni violente. Ma ora poiché era sulla nave Marmara, è diventata «pacifista», come le altre varie Ong molto militanti in viaggio sulle onde del Mediterraneo. Non basta più nemmeno dichiararsi «civile»: nelle guerre odierne, anzi, l’uso dei civili come scudi umani, e anche come guerrieri di prima fila è la novità più difficile in una quantità di scenari. La divisa non separa i buoni dai cattivi: abbiamo visto l’uso delle case e delle moschee come trincee dei «civili» militarizzati; al mare non eravamo abituati, ma è un’invenzione interessante per la jihad. Prima di partire una donna ha dichiarato: «Otterremo uno di due magnifici scopi, o il martirio o Gaza». Ma chi ascolta una dichiarazione così rivelatrice e scomoda quando canta la sirena delle imprese umanitarie? Il capo flottiglia ha dichiarato che il suo scopo era portare aiuti umanitari e non è importato, anzi è garbato alle anime belle dei diritti umani che andasse verso Gaza, striscia dominata da Hamas, organizzazione terroristica che perseguita i cristiani e ha condannato a morte tutti gli ebrei, che usa bambini, oggetti, edifici, tutto, nello scopo di combattere Israele e l’Occidente intero. Ma le navi viaggiavano verso Gaza per aiutarla, incuranti dei missili e degli attentati che ne escono.

Israele aveva più volte offerto agli organizzatori della flotta di ispezionare i beni nel porto di Ashdod, e quindi di recapitarlo ai destinatari. Essi avevano rifiutato, e questa sembra una prova abbastanza buona della loro scarsa vocazione umanitaria, come quando hanno detto che di occuparsi anche di Gilad Shalit, come chiedeva loro suo padre, non gli importava nulla. Un’altra volta.
La flottiglia si era dunque diretta verso Gaza e lo scopo degli israeliani era dunque quello di evitare che un carico sconosciuto si riversasse nella mani di Hamas, organizzazione terrorista, armata. La popolazione di Gaza aveva bisogno di aiuto urgente? Israele afferma che si tratta di scuse: nella settimana dal 2 all’8 maggio, per limitarsi a pochi beni di un lunghissimo elenco, dai valichi di Israele sono passati alla gente di Gaza 1.535.787 litri di gasolio, 91 camion di farina, 76 di frutta e verdura, 39 di latte e formaggio, 33 di carne, 48 di abbigliamento, 30 di zucchero, 7 di medicine, 112 di cibo animale, 26 di prodotti igienici. 370 ammalati sono passati agli ospedali israeliani etc etc… Non era la fame dunque che metteva vento nelle vele delle navi provenienti da Cipro con l’aiuto turco; sin dall’inizio è stata la pressione politica a legittimare Hamas, e la delegittimazione morale di Israele che non colpisce mai i cinesi per la persecuzione degli uiguri, o i turchi per la persecuzione dei curdi… E così l’aspirazione antisraeliana che caratterizzava la Marmara è saltata come un tappo di champagne quando i soldati, nel tentativo di controllare la nave per portarla ad Ashdod, sono scesi con l’elicottero. Alle quattro di mattina, secondo la testimonianza di prima mano di Carmela Menashe, cronista militare che ha scoperto senza pietà molti scandali nell’esercito, quando i soldati della marina hanno tentato di scendere sulla nave Marmara, sono stati accolti da spari, ovvero: «C’erano armi da fuoco sulla nave» dei pacifisti; i soldati che hanno toccato il ponte hanno affrontato un linciaggio «come quello di Ramallah» in cui membra umane furono gettate alla folla: sono state usate con foga enorme, dicono i testi, sbarre di ferro, coltelli, gas… i soldati sono stati buttati nella stiva nel tentativo di rapirli, o in mare. Questo per spiegare perché i loro compagni hanno sparato. Di certo i naviganti non erano militari, erano dunque civili: ma ormai nella guerra asimmetrica i civili sono scudo umano e combattenti. Israele doveva cercare di fermare la Marmara; se l’ha fatto con poca accortezza, non sappiamo. Ma di certo i soldati non hanno sparato per primi, è proibito dal codice militare israeliano, non è uso di quei soldati. Adesso se il mondo vuole semplicemente bearsi delle solite condanne a Israele faccia, ma proprio con il suo sostegno alle forze che hanno provocato il carnaio dell’alba di domenica prepara la prossima guerra.

CHI PARLA (e non fa) E CHI FA (senza parlare)….INAUGURATO IL PRIMO BED AND BREAKFAST DI TORITTO E DINTORNI

Pubblicato il 28 maggio, 2010 in Il territorio, Turismo | Nessun commento »

Al centro di Toritto, in Corso Umberto 100, in un vecchio palazzetto di inizio ‘900, di recente ristrutturato negli interni e rinnovato esternamente, è stato inaugurato il primo bed and breakfast di Toritto e dintorni. E’ il B&B MARIACHIARA che dispone di tre stanze tra il primo e il secondo piano, dotate di servizi e finemente arredate, che può ospitare sino a 9 persone. Per informazioni e prenotazioni si può visitare il sito web:www.bebmariachiara.com e per contatti scrivere via e.mail a: info@bebmariachiara.com oppure telefonare al numero:(39) 3924654347 – fax (39) 080601208.

Alla iniziativa formuliamo i migliori auguri di  ogni successo.

GLI EROI CHE CI FANNO SPERARE PER IL FUTURO

Pubblicato il 17 maggio, 2010 in Costume, Cronaca, Il territorio | Nessun commento »

“È un dolore per ogni uomo con un cuore, per ogni uomo che crede nel sacrificio per la patria, per ogni uomo che crede negli ideali, che dare un contributo piccolo o grande che sia possa servire a migliorare il mondo anche con la propria vita”.

Con queste poche ma toccanti parole,  il papà di Luigi Pascazio, ha reso omaggio al  giovane figlio,  caporal maggiore di appena 25 anni,  rimasto vittima questa mattina  insieme al sergente Massimiliano Ramadù, di un attentato terroristico in Afghanistan.

Angelo Pascazio, sovrintendente della Polizia di Stato, le ha affidate,  perchè le diffondesse,   ad un parente,  perchè, come ha testimoniato il sindaco di Bitetto, la cittadina a pochi chilometri da Toritto dove risiede la famiglia Pascazio, egli, insieme alla moglie e alle altre sue figlie, era soppraffatto dal dolore e dalla disperazione per la perdita del proprio figlio in circostanze così drammatiche.

Dolore e disperazione per una perdita così incolmabile che rendono  le sue parole  un messaggio  in cui si coglie una straordinaria forza d’animo,   intriso  di Valori  profondi e antichi, come antichi sono,  anche se  purtroppo da tempo desueti,  il senso del Dovere, l’amor di Patria, il Valore della solidarietà.

Sappiamo che il giovane Luigi Pascazio e il sergente Ramadù,  come le altre vittime del Dovere, come gli altri suoi commilitoni, ben 22,  morti  sinora  nella missione di pace in cui l’Italia è impegnata con le sue Forze Armate in Afghanistan,  erano volontari, ma  chiunque, ancor più se Volontario, accetti di correre il rischio che le missioni in territori come l’Afghanistan comportano per la propria incolumità personale, sino alle estreme conseguenze,   è segno che avverte dentro di se  il senso del Sacrificio e sopratutto crede negli Ideali cui  ha fatto  riferimento  il papà di Luigi nel suo messaggio.

A questi Eroi che non si sottragogno  al Dovere e che del Dovere hanno fatto la bandiera e la Religione  della loro vita, ci inchianiamo, grati per il loro Esempio che ci fa sperare per il futuro. g.