GRAN BRETAGNA: NUOVA “BANDIERINA” DEL CENTRODESTRA

Pubblicato il 12 maggio, 2010 in Politica estera | Nessun commento »

E’ di poche ore fa l’annuncio che la Gran Bretagna, dopo il voto di sabato scorso, ha già un nuovo premier e un nuovo governo ed è un governo di centro destra guidato dal leader conservatore Cameron. Intanto è una notizia quella relativa alla velocità con cui s’è concluso l’accordo tra i conservatori e i liberal-democratici di  Nick Clegg per la formazione del nuovo governo. Chi s’attendeva una lunga attesa dovuta ai risultati elettorali che pur attribuendo ai conservatori la vittoria non avevano loro concesso la maggioranza assoluta  è stato deluso. L’attesa è stata breve e sebbene Clegg abbia tentato una politica all’italiana, quella dei due forni, trattando sia con i conservatori di Camerun che con i laburisti dello sconfitto Brown, in poche ore lo stesso Clegg ha concluso l’accordo con Cameron del quale sarà il vice, ottenendo anche altri 4 ministeri, lasciando però i più importanti agli uomini fidati del premier. Neppure sulle altre due questioni che per Clegg sembravano inderogabili, l’amnistia per i clandestini e la riforma della legge elettorale maggioritaria uninominale, i liberal-democratici hanno ottnenuto null’altro che l’impegno ad un referendum sulla ipotesi di modifica del sistema elettorale. Si è quindi concluso un lungo periodo di dominio laburista (socialista) iniziato 13 anni fa con Blair e si apre una nuova pagina per la Gran Bretagna ritornata conservatrice. Un’altra “bandierina” che il centro destra conficca nell’Europa.

LA PARTIGIANA ORIANA FALLACI FA A PEZZI L’ANTIFASCISMO

Pubblicato il 10 maggio, 2010 in Cultura | Nessun commento »

di Marcello Veneziani

Spunta una lettera inedita di dieci anni fa  in cui la scrittrice dice che l’uccisione di Gentile fu una carognata, i gappisti erano dei “cacasotto” e semmai dovevano ammazzare Croce, che “leccava il culo” al Duce. Oriana ha ragione su tutto, tranne  che sull’ultimo punto.

Ci voleva la zampata postuma di Oriana Fallaci, da morta, per rianimare il dibattito sulla cultura italiana. Ieri hanno fatto brillare una mina lasciata dalla bellicosa Oriana in una lettera inedita di dieci anni fa. È una lettera su Gentile, Croce e la viltà degli antifascisti, dura e schietta come nella prosa fallaciana, scritta a Chicco Testa e resa nota dal Riformista. In questa densa lettera (scritta a fine luglio del 2000), la Fallaci dice quattro cose: che l’assassinio di Gentile fu una carognata ingiusta e vigliacca. Che Gentile non era fascista. Che gli antifascisti furono dei «cacasotto» perché uccisero un grande e inerme filosofo mentre non ebbero il coraggio di sminare i ponti di Firenze che i tedeschi avevano minato. E infine, che avrebbero dovuto ammazzare Croce, che, parole sue, all’inizio «leccò il culo» a Mussolini, come molti intellettuali «che poi sarebbero diventati numi del Pci». In quattro mosse la Fallaci descrive con la sua brutale franchezza il Novecento intellettuale italiano.

Sì, l’assassinio di Gentile fu una carognata, ingiusta e vigliacca, ha ragione la Fallaci. Ma la cosa più grave che alla Fallaci sfugge fu che Gentile non fu ucciso perché fascista intransigente, ma al contrario perché puntava alla concordia, chiedeva a fascisti e antifascisti di sentirsi prima di tutto italiani e uniti nella tragedia della guerra. Questo non gli fu perdonato: non piaceva ai fascisti fanatici e spiazzava gli antifascisti feroci, in larga parte di estrazione comunista. De Felice distinse tra fascismo-movimento, radicale e rivoluzionario, e fascismo-regime, conservatore e autoritario. Io credo che esista anche un fascismo-partito e un fascismo-nazione, ovvero una visione militante e partigiana del fascismo; ed un fascismo-nazione che pensava al fascismo come al braccio secolare dell’Italia, nel senso che il fascismo era per loro la realizzazione dell’Italia nel Novecento, come il Risorgimento lo era stato nel secolo precedente; ma l’Italia era il punto fermo. A questa idea del fascismo-nazione aderirono Gentile e Rocco, Volpe e altri grandi. Anche la Repubblica sociale fu per loro una necessità storica ma non l’apoteosi del fascismo. Gentile vi aderì per coerenza col suo passato, Volpe si tenne in disparte, Rocco era già morto. Tutto il pensiero di Gentile era percorso dall’idea di unità, identità, comunità e non da quello di fazione e guerra civile.

Per la Fallaci, Gentile non era fascista; è una mezza verità. Sì, perché il suo pensiero si era compiuto prima che nascesse il fascismo: l’arco della sua teoria è già conchiuso nella prima guerra mondiale. Sul piano della cultura politica il suo fu un pensiero risorgimentale, percorso da un’idea della politica come religione civile e dello Stato come valore etico super partes. Con le pericolose controindicazioni totalitarie che sappiamo. La sua riforma della scuola non fu la più fascista delle riforme, come disse Mussolini, ma una grande riforma umanistica di idealismo educativo, percorsa da amor patrio. La sua «Enciclopedia» fu aperta a studiosi antifascisti. Ma la sua adesione al fascismo non fu un incidente di percorso e nemmeno un equivoco: l’idea dello Stato nel fascismo ebbe in lui il teorico più forte; la filosofia della guerra ebbe in Gentile la sua più alta elaborazione; il tentativo di annodare il fascismo al Risorgimento fu opera di Gentile sul piano filosofico e di Volpe sul piano storico. No, non fu occasionale il suo fascismo.

Dure ma veritiere poi le parole di Oriana Fallaci sugli antifascisti. Noto solo che quei partigiani non vollero sminare i ponti non solo per mancanza di coraggio, come lei scrive, ma perché -come insegna anche la vicenda via Rasella-Fosse ardeatine a Roma – c’era in alcuni capi partigiani la logica del tanto peggio tanto meglio. Ovvero le brutalità naziste potevano servire a generare un clima di odio verso i medesimi e i loro alleati fascisti, e quindi a legittimare la lotta antifascista, la guerra rivoluzionaria e le vendette più atroci.
Infine trovo ingiusto il giudizio della Fallaci su Croce. È vero che il primo Croce sostenne il fascismo e anzi lo alimentò anche teoricamente: le opere di Sorel, che furono breviari per il fascismo, le aveva portate lui in Italia. L’idea di un dittatore che rimettesse a posto l’Italia dopo il biennio rosso non dispiaceva a Croce. Ma pensava ad una dittatura momentanea, come ai tempi dei romani. E non dimentichiamo che, a differenza di Gentile, Croce non fu interventista; era e restava giolittiano. Poi, dal ’25 in avanti, avversò il fascismo, chiamò a raccolta gli intellettuali nel celebre manifesto, mantenne dignitoso dissenso, e pubblicò per quasi tutto il ventennio La Critica che fu una palestra di antifascismo. No, Croce non fu un «leccaculo» e nemmeno un voltagabbana.

E qui, infine, vorrei dire una cosa sugli intellettuali italiani. Li consideriamo opportunisti e vigliacchi, camaleonti e servili ma è giusto se ci riferiamo alle seconde file. I grandi intellettuali italiani del Novecento furono coerenti e pagarono di persona. Tralascio quanti combatterono o persero la vita nella prima guerra mondiale, interventisti intervenuti, ma dico Gentile e Gobetti, Gramsci e Martinetti, Rensi e Soffici, Bonaiuti e Ducati, Volpe e Marinetti o fra i più giovani Berto Ricci e Giaime Pintor. Alcuni furono uccisi, altri pagarono con l’emarginazione, l’esilio, la perdita delle loro cattedre. A differenza di altri intellettuali europei pusillanimi e defilati: penso ad esempio a Sartre o al grande Heidegger. Croce non patì per il suo antifascismo ma fu comunque sorvegliato e minacciato. Il vero errore degli intellettuali civili italiani fu che credettero alla coincidenza di cultura e politica, e così restarono prigionieri del loro sogno totalitario: dico Gentile, Gramsci, Gobetti. L’idea che cultura e politica coincidono fu la madre di tutte le più rovinose utopie e di quella brutta razza che fu l’intellettuale organico e asservito al potere.

Sciagurato è pure separare cultura e politica: più saggio è pensare alla loro continuità pur nell’autonomia delle sfere. Ma toglietevi il cappello quando parlate di loro, perché pagarono di persona le loro idee. E non confondeteli con la media, anzi con la marmaglia dei professori che giurarono per il regime e per le leggi razziali, pur essendo antifascisti, e poi saltarono il fosso. I mediocri galleggiano sempre, tra clan mafiosi e servitù; i grandi pagano la loro grandezza con la vita e la solitudine.

PER UN FINI CHE SE NE VA, UN CASINI CHE RITORNA?

Pubblicato il 10 maggio, 2010 in Politica | Nessun commento »

Ieri l ‘on. Casini,  nella trasmissione televisiva di RAI 3 della signora Annunziata ha buttato quasi per caso due battute: una con cui lanciava l’idea di un governo di salute pubblica e l’altra con cui all’on. Bersani, che ha messo da parte l’ipotesi di una apertura del PD all’UDC , ha sibilato: resterà  (il PD) all’opposizione per altri 30 anni.  Prese  per proprio conto, ciascuna battuta  può leggersi come meglio piace ma se quella sul  governo  di salute pubblica appare ed è per davvero una battuta senza possibnilità di dietrologie di sorta, l’altra, appare ed è non tanto una minaccia quanto una constatazione di un fatto che è “nei fatti”. V’è poi da annotare che i risultati elettorali di marzo, con la cocente sconfitta del Piemonte dove il centrodestra ha vinto nonostante l’appoggio dell’UDC al centrosinistra e la vittoria del centrodestra nel Lazio e in Campania, hanno ridimensionato notevolmente le aspirazioni e i sogni di Casini sulla possibilità di un terzo polo capace di scardinare il radicamento sul territorio del PDL da una parte e del PD dall’altra. Infine e non da ultimo ci sono  le profferte di Casini sia di sostenere la politica del governo di aiuto alla Grecia,  sia di discutere nel merito  i decreti attuativi del federalismo fiscale. Ve n’è abbastanza per non  ipotizzare una marcia di riavvicinamento di Casini al centrodestra, preludio, forse, di una nuova alleanza. Qualcuno, tra i commentatori politici, s’è già azzardato a dire che “per un Fini che se ne va, ci può essere un Casini che ritorna”. Si tratta di questo, è possibile che si tratti di questo? Forse, può darsi, del resto in p0litica tutto è possibile. Di certo c’è che all’interno del PDL i rapporti tra la maggioranza e il gruppetto che si richiama all’on. Fini sono sempre più tesi, ad onta dei tentativi che i cosiddetti pontieri dell’una e dell’altra parte tentano di porre in campo per favorire un riavvicinamento tra i due “cofondatori”. Il loro lavoro è vanificato dagli estremisti finiani: a un Bocchino che continua  ad atteggiarsi a martire epurato e insinua che il disegno di elgge anticorruzione non sia andato in porto per oscure ragioni, si aggiunge un qualsiasi Granata che critica la mancata partecipazione del ministro Bondi al festivale del cinema di Cannes per protesta contro lo squallido film-propaganda della Guzzanti che offende l’Italia e il buonsenso comune oltre che il buongusto, senza dimentitcare la direttrice del Secolo d’Italia, giornale che vende poche decine di copie  al giorno in tutta Italia e  che viene foraggiato con i soldi dello Stato, la quale non perde occaisone per distribuire lezioni di comportamenti a destra… e mai a manca. In questo quadro, è difficile prevedere un riavvicinamento ed anzi v’è chi legge nei comportamenti di Fini,  che si è  ormai specializzato nel controcanto permanente  a Berlusconi, una strategia che  conduce alla separazione, anzi,  per dirla con il suo vero nome, alla scissione.  Cosa si porti detro di sè Fini è difficile dirlo, anche se c’è chi giura che alla fine la maggioranza non subirebbe danni irreparabili sul piano dei numeri. Ma se in questo scenario irrompesse un “ritorno” di Casini, ciò renderebbe del tutto insignificante, almeno nell’immediato, la fuga dell’on. Fini. M, si dice,  Casini era amico di Fini. E’ vero ma è acnhe vero che proprio Fini non potrebbe rinfacciare alcunchè a Casini. Prima e  immediatamente dopo la notte del “predellino”, fra Fini e Casini s’era creato un asse, per nulla segreto, che prevedeva una loro comune azione contro l’inziativa di Berlusconi. Fu Fini che dopo aver definito “comiche finali”  la nascita del PDL , vi si arruolò, lasciando da solo Casini. Perchè mai Casini ora non dovrebbe rendere la pariglia a Fini? Certo è che il futuro, più o meno prossimo, ci riserva  sorprese  che sarebbero anche divertenti se non incombesse la crisi  mondiale e con la crisi le gravissime difficoltà del Paese che di questi minuetti davvero non ha bisogno. g.

SCAIOLA E DINTORNI

Pubblicato il 6 maggio, 2010 in Politica | Nessun commento »

Lo sconto Scajola va di moda in Parlamento, ed è gettonatissimo nelle fila del centrosinistra. Sono state decine i deputati e i sentori ad avere fatto a Roma l’affare immobiliare della vita anche più di quanto è capitato al ministro uscente dello Sviluppo Economico. L’ex segretario del partito democratico, Walter Veltroni, è riuscito ad esempio a strappare nel 2005 un prezzo di assoluto favore: 377.590,27 euro per una casa  a Roma di 190 metri quadrati e 8,5 vani poche centinaia di metri oltre Via Veneto, la culla della dolce vita. Secondo la stima del sistema Sevia-Cerved che raccoglie i valori minimi e massimi ponderati di mercato e le relative variazioni dal 2001 in poi, quell’immobile valeva sul mercato 766.703 euro. Lo sconto ottenuto dal leader del Pd è stato dunque del 50.75%. Un affare assoluto, perché oggi a prezzi di mercato la stessa casa vale poco meno di un milione di euro. Bisogna dire che lo stesso sistema di valutazione fa nascere un giallo a proposito della ormai nota casa di Claudio Scajola. Il diretto interessato sostiene di averla pagata poco più di 600mila euro. Agli atti della banca dati del catasto c’è anche la contemporanea richiesta di mutuo al Banco di Napoli- sportello di Montecitorio per 700mila euro. Secondo le testimonianze raccolte dai pm perugini dalle sorelle Papa che hanno venduto quella casa, l’imprenditore Diego Anemone avrebbe aggiunto 900mila euro di assegni circolari e Scajola stesso avrebbe pagato un anticipo di 200mila euro. Il prezzo dunque sarebbe di oltre 1,7 milioni di euro. Eppure per i valori delle principali agenzie immobiliari aderenti alla Borsa immobiliare di Roma e censite da Sevia-Cerved, il prezzo giusto nel 2004 per un ammezzato di 9,5 vani a quell’indirizzo sarebbe stato di 930mila euro. Prendendo quello a riferimento (con lo stesso metodo abbiamo calcolato il prezzo di mercato delle case degli altri politici) lo sconto ottenuto da Scajola sarebbe dunque del 34,40%.
Quello che a mezza sinistra avevano fatto generosamente ottenere i principali enti previdenziali cedendo a prezzi di affezione gli stessi immobili che negli anni di Affittopoli avevano ospitato proprio quegli inquilini a canoni irrisori. Solo Massimo D’Alema, finito al centro delle polemiche più di altri, scelse di non attendere il momento del magico sconto ed emigrò a Prati dove acquistò al secondo piano un bell’appartamento di 7 camere accessori, soffitta e terrazza. L’importo della transazione non fu dichiarato, ma D’Alema e la consorte Linda Giuva chiesero un mutuo ipotecario al Banco di Napoli di 250 milioni delle allora lire. Secondo le regole della banca, il mutuo poteva arrivare all’80% del valore della transazione. Se così fosse avvenuto il prezzo sarebbe stato di 300 milioni di lire, enormemente al di sotto dei valori di mercato 1997. Se lì il dubbio è lecito, non ci sono molte incognite sul super-sconto goduto invece dall’allora presidente del Senato, Franco Marini per l’acquisto di un prestigioso appartamento multipiano da oltre 330 metri quadrati nel cuore dell’esclusivo quartiere Parioli. Marini pagò un milione di euro quando il prezzo di mercato era di 2,2 milioni di euro. Con uno sconto di 1,2 milioni di euro non c’era bisogno naturalmente dell’aiuto dell’imprenditore amico di turno: il grazioso sconto era del 54,31%. Abbastanza vicino alla diminuzione di prezzo percentuale goduta dall’ex presidente della Camera, Luciano Violante per una abitazione assai più modesta acquistata con la moglie a due passi dal Quirinale (così intanto ha messo un piede da quelle parti). Era il 2003, la pagò 327mila euro e il prezzo di mercato era quasi il doppio: 637.364 euro.

Sconto record anche per due figlie nobili della sinistra italiana, entrambe divenute parlamentari. Due cosacche accampate in Vaticano come Maura Cossutta e Franca Chiaromonte, che nel 2004 hanno siglato un affaraccio immobiliare proprio vicino a piazza San Pietro. Alloggi non di lusso, ma scontati del 60,13% (per la Cossutta) e del 56,19% (per la Chiaromonte) rispetto ai valori di mercato. Più vicino al “colpo Scajola” l’attuale vicepresidente del Csm, Nicola Mancino che ha comprato dalle parti di piazza Navona a 516.740 euro quel che ne valeva 787.171. E parliamo di 2001, perchè oggi casa Mancino vale più di 1,6 milioni di euro. Supersconto ottenuto anche da Rosy Bindi proprio dietro piazza del Popolo, e non malaccio quelli strappati da Francesco Pionati dietro Trastevere e da Giuseppe Fioroni a Tomba di Nerone, a due passi dall’ultimo acquisto di Silvio Berlusconi nella capitale. E che il metodo di valutazione Cerved sia corretto è dimostrato dall’acquisto fatto da Rocco Buttiglione nel 2009 in un viale al centro dei Parioli. Ha pagato un milione e 140mila euro (400mila con mutuo). Il prezzo medio di mercato era di un milione e 150mila euro. Per lui niente sconto. (da LIBERO del 6.5.2010).

…..Abbiamo riportato l’articolo di Libero a proposito del caso Scaiola non certo per “assolvere” l’ex ministro ma per sottolineare che il malvezzo dei potenti  e dei politici, di ogni colore e di ogni tendenza, ad approfittare del proprio status per fare gli affari propri,  è molto più diffuso di quanto non si immagini. Quanto a Scaiola, fermo restando la obbligatorietà della “presunzione di innocenza” che spetta a chiunque, i magistrati acceerteranno i fatti e ci diranno se l’ex ministro è un bugiardo o un “fessacchiotto” al quale qualcuno abbia potuto fare un tanto vistoso regalo senza che se ne accorgesse e, sopratutto, senza contropartite. Garantisti quali siamo,  con chiunque e per chiunque,  non ci avventuriamo su nessuna delle ipotesi  possibili, ma non abbiamo  dubbi sul fatto  che le dimisisoni di Scaiola siano state opportune oltre che doverose e forse anche tardive,  perchè un ministro della Repubblica ha il dovere etico e morale di essere al di sopra di ogni sospetto.

1° MAGGIO: AMARCORD DELLA TORITTO CHE NON C’E’ PIU’

Pubblicato il 1 maggio, 2010 in Costume | Nessun commento »

IL QUARTO STATO, IL CELEBRE QUADRO DI GIUSEPPE PELLIZZA DA VOLPEDO

Amarcord è il titolo di un famoso film di Federico Fellini, un film autobiografico, un viaggio nei ricordi della sua Rimini, anzi  un accorato e nostalgico  “a m’arcord” – io mi ricordo -  che Fellini dedicò alla sua città. La Festa del 1° Maggio, che ricorre oggi, è l’occasione del nostro “amarcord” – io mi ricordo – dedicato a Toritto, alla Toritto che non c’è più. Quella di certo più povera, ma altrettanto certamente più felice di quella di oggi, perchè viveva  il sogno del futuro all’ombra  di certezze che oggi sembrano essere svanite. Evaporate, insieme  a riti, costumi, usanze che si sono andate perdendo con il tempo. Una di questa era proprio la Festa del 1° Maggio. Chi ha i capelli bianchi ed ha raggiunto il tempo dei ricordi, ha memoria della colletta con cui gli organizzatori della Festa raccoglievano pazientemente i fondi necessari ad allestire nella piazza del paese il palchetto sul quale si sarebbe esibito uno dei tanti complessini  dopo che l’oratore di turno avesse finito di celebrare la Festa,  anche questo un rito, dei Lavoratori. E  c’era l’altro rito, quello del corteo che sfilava per le vie del paese, preceduto dalla Bassa Banda che tentava, spesso con scarsa fortuna (ma che importava!?), di suonare, senza steccare,  gli inni dedicati al Lavoro  e poi le canzoni del momento. E poi c’era  l’allegria che invadeva i tanti, e poi, man mano che si faceva tardi, i pochi che si raccoglievano sotto il palchetto, piccolo, piccolo, non come quelli che si allestiscono ora, sino al  momento, che precedeva la fine della festa, della esibizione dei volenterosi che già allora anticipavano, con la fantasia degli inventori,   una sorta di karaoke del tempo, anzi del tempo che fu. Che tempi straordinari  e memorabili quelli, però, che restano conficcati nella memoria, specie se raffrontati a quelli che viviamo. Oggi, stasera, nella piazza del  nosgtro paese, come ormai  accade da tanti anni, non ci sarà nessun palchetto e nessuna orchestrina, nessuno dei tanti sindacati che “assistono” i lavoratori  ha fatto la colletta per la festa dei lavoratori, nessuno ne celebrerà la ricorrenza, nessuna corona di fiori sarà deposta in nessun luogo per ricordare i tanti Caduti per il lavoro. Anzi stasera la piazza sarà vuota, quasi spettrale, come  capita in ogni giorno di festa, e a a noi non resterà che la tristezza , e la nostalgia, del nostro personale “a m’arcord”- io mi ricordo” di una Festa che non c’è più. g.

UNGHERIA: STRAVINCONO I CONSERVATORI

Pubblicato il 26 aprile, 2010 in Politica estera | Nessun commento »

I conservatori dell’ex premier Viktor Orban vincono le elezioni in Ungheria e conquistano due terzi del Parlamento. Il partito Fidesz (giovani democratici) segna così un record senza precedenti nella storia del Paese dal 1989: «È una rivoluzione democratica, abbiamo rovesciato un regime», ha esultato Orban, che torna al potere dopo otto anni di governi socialisti fallimentari. Al primo turno dell’11 aprile il partito aveva ottenuto il 52,7%, un record assoluto, e col secondo turno ottiene 263 seggi su 386 .

Orban, leader carismatico , è stato già primo ministro fra il 1998 e il 2002 e ora, con un consenso di queste proporzioni, potrà realizzare quelle grandi riforme promesse in campagna elettorale: modifica delle leggi sulla radiotelevisione, sulla doppia cittadinanza (estensione del diritto di voto ai tre milioni di ungheresi oltrefrontiera), e riforma della pubblica amministrazione, con taglio del numero dei deputati e dei consiglieri regionali e comunali. Inoltre, il premier neo eletto potrà designare un nuovo capo dello Stato, quando a luglio scadrà il mandato dell’attuale presidente della Repubblica, Laszlo Solyom.

…….Nell’ottobre del 2006 ricorreva il cinquantenario della Rivoluzione di Budapest del 1956 , durante la quale migliaia e migliaia di giovani, sopratutto di giovani, sacrificarono la loro giovinezza per rivendicare libertà e democrazia. Al governo ungherese, nel 2006,  c’erano i socialisti, cioè gli eredi camuffati di coloro che avevano contribuito a soffocare nel sangue nel 1956  la rivolta contro i sovietici i cui carri armati invasero Budapest e la piegarono dopo giorni di strenua resistenza alla resa che tra l’altro costò la vita al primo ministro Imre Nagy, riabilitato dopo il 1989 e la rivoluzione di velluto che precedette di poco la caduta del muro di Berlino.  Proprio gli ex comunisti gestirono le manifestazioni di rievocazione di quella straordinaria pagina di libertà. Chi, come chi scrive, era in quei giorni a Budapest, avvertiva chiaramente la falsità delle manifestazioni oerganizzate dal regime, con il Parlamento, intorno al quale iniziò la rivolta, interdetto a chiunque avesse voluto andarvi a deporre fiori sulla lapide (nella foto)  che ricorda il sacrificio degli studenti ungheresi e sostare dinanzi alla fiaccola che arde  perennemente per testimonaire la riconoscenza del popolo magiaro verso gli Eroi del 1956. Nel giorno della rivolta , il 26 ottobre,   il regime costrinse  il partito conservatore ed il suo leader, Vihtor ORBAN,  a relegare la controcelebrazione della ricorrenza in una piazza angusta, letteralmente circondata dalla polizia in assetto di guerra. Chi scrive, dinanzi a quello spettacolo, si chiedeva, senza potersi dare risposta,  come aveva potuto il popolo magiaro riaffidarsi agli eredi, neppure pentiti, di chi li aveva costretti alla schiavitù sovietica. Quattro anni dopo ci ha pensato lo stesso popolo d’Ungheria a rispondere  con un voto plebiscitario che  haa riportato i conservatori, anzi, gli anticomunisti al governo nazionale. Non ne possiamo essere più felici. g.

L’ANNUNZIATORE

Pubblicato il 26 aprile, 2010 in Politica | Nessun commento »

Gianfranco Fini e Lucia Annunziata L’Annunziatone è arrivato. Urbi et orbi Gianfranco Fini ha annunciato in diretta televisiva che «la destra sono io». Punto. Lucia Annunziata «In mezz’ora» ha realizzato il suo scoop e Rai Tre ha avviato la sua mutazione genetica da TeleKabul a TeleGianfry. Il presidente della Camera ha iniziato la sua campagna berlusconiana sul piccolo schermo. Ha fatto professione di «lealtà» ma un secondo dopo ha spiegato che non deve esser scambiata per «acquiescenza», ha detto che «abbiamo tre anni di legislatura davanti per fare le riforme» e che «parlare di elezioni è da irresponsabili». Questo passaggio ha confermato la sua paura del voto e fin qui siamo nel copione previsto. Ciò che è nuovo e interessante sul piano politico è il discorso «doroteo» di Fini. Un ragionamento in apparenza da democristiano di centro, moderato, lontano dalla sinistra.

Fateci caso: durante l’intervista con l’Annunziata – giornalista che stimo – non una volta Fini ha toccato gli argomenti che hanno contribuito in maniera determinante a creare il patatrac nel Pdl. Tanto per citarne qualcuno, cittadinanza e voto agli immigrati sono spariti, il tema della tutela della vita, dell’aborto e il diritto della Chiesa a dire la sua sui temi etici sono eclissati. Niente. Fini s’è presentato in televisione con l’abito grigio della terza carica dello Stato e il sorriso beffardo di chi sta covando qualcosa. Utilizzando la storia della Balena Bianca, possiamo dire che Gianfranco ha interpretato il ruolo del Mariano Rumor che cercava di recuperare i consensi persi a causa dello sbilanciamento della Dc a sinistra. Così è per Fini: lui è la destra e non può che presentarsi così se vuole ripescare se stesso dal limbo in cui s’è cacciato. Destra e Sud sono le due parole che ho segnato nel mio taccuino di cronista mentre parlava. E quando scrivevo Sud pensavo, per opposizione, al Nord e a Giulio Tremonti. Il discorso finiano sottotraccia (e neanche tanto sotto) era una rasoiata continua alla riforma federale della Lega e all’asse con Giulietto.
Fini ha chiesto di incontrare Bossi anche per provare a fare il gioco del blocco su Tremonti. Gianfranco non vuole le elezioni, ne ha una fifa blu, perché il suo obiettivo è di medio periodo e per coglierlo è necessario sopravvivere, arrivare al 2013 in piedi e tagliare la strada ai piani tremontiani per la successione a Palazzo Chigi nel caso in cui Silvio punti al Quirinale. Tutto questo sarebbe legittimo se il Pdl fosse un partito organizzato in correnti e Fini non rivestisse la non trascurabile carica di arbitro di Montecitorio. Il partitone che guida il governo però nello statuto esclude le correnti e durante la direzione in Rugantino style ha ribadito il concetto in un documento ufficiale; il presidente della Camera rivendica un ruolo politico ma trascura il fatto che Sandro Pertini e Amintore Fanfani – non proprio due piccoli calibri della nostra storia politica – una volta saliti sullo scranno di Montecitorio sciolsero le loro due correnti di partito. Lo statista Fini – tale si ritiene, a giudicare dal tono e dalla posizione che assume quando parla – invece lavora alla costituzione di una corrente organizzata dentro il partito. Domani Fini vedrà i suoi fedelissimi e in serata andrà a ribadire la sua nell’altro «salotto intelligente» di Rai Tre, il «Ballarò» di Giovanni Floris, completando un filotto che passerà per un incontro – toh! i casi della vita – con Luca Cordero di Montezemolo, uscito dal garage della Fiat e iscritto di diritto tra le «riserve della Repubblica» (e di Repubblica), il serbatoio dove l’establishment pesca quando la situazione precipita, non si vuol votare e si mettono in piedi governicchi. Fini s’è tenuto a lunghissima distanza dalla nitroglicerina ideologica che in questi mesi ha affastellato contro Silvio. Gianfranco non ha alcun interesse ad accendere la miccia in questo momento. Se tocca la polvere da sparo, salta dentro il bunker che ha costruito.
Sul brevissimo periodo sa di essere perdente. Ha evocato ogni spettro possibile tutte le volte che dalle labbra gli affiorava la parola «elezioni». E s’è premurato di porre all’orizzonte il tesseramento e il congresso del partito. Anche in questo caso sa di non poter ribaltare la situazione: è stato lui a spiegare che la quota di spartizione tra An e Forza Italia (30 a 70) dopo la direzione è saltata (a suo sfavore) ma questo gli farà guadagnare tempo per organizzarsi al meglio e lanciare un’offensiva, sempre di minoranza, ma più efficace e insidiosa. Se Fini rinunciasse alla carica istituzionale che ricopre, questa strategia avrebbe ragione e nobiltà politica. Ma vestire la maglia dell’arbitro e pretendere di indossare anche quella dell’attaccante è imbarazzante. Repubblica, come previsto, ha cominciato a incensare Fini. Visti gli illustri precedenti di geni della politica adottati dal giornale-partito e poi finiti in cantina, al suo posto mi preoccuperei. Fini sente di rappresentare la vera destra? Faccia un giro non edulcorato nelle sezioni del suo ex partito, Alleanza nazionale. Allora s’accorgerà che quel pubblico dalla tribuna non applaude. Fischia. Mario Sechi, IL TEMPO

25 APRILE: UNA CELEBRAZIONE AL DI SOPRA DELLE PARTI

Pubblicato il 25 aprile, 2010 in Il territorio | Nessun commento »

Ricorre oggi il 25 aprile, anniversario della fine della guerra civile che per 20 mesi, tra il 1943 e il 1945, insanguinò il nostro Paese, sacrificando migliaia di govani vite, dell’una e dell’altra parte. Molti non caddero sul campo di battaglia, molti furono vittime della ferocia  e delle reciproche vendette che le guerre fratricide provocano più che le guerre tra nemici. Durante gli anni che sono trascorsi da allora, ormai 65, sono state pubblicate le lettere toccanti e commoventi che le vittime di tanta fratricida ferocia scrissero nell’immediata vigilia della morte. Desideriamo pubblicarne due, una di un Caduto delle formazioni partigiane  e una di un Caduto della RSI, perchè testimoniano che entrambi caddero avendo sulle labbra e nel cuore il nome d’Italia e perchè riteniamo, così,  di celebrare la ricorrenza non rievocando le ragioni dell’odio ma auspicando le ragioni della riconciliazione nazionale.

GUIDO MARI di Milano , soldato  della RSI

è studente universitario quando nel ‘44 viene chiamato alle armi. nella RSI. Nell’aprile del ‘45 si trova col suo reparto a Milano. Il giorno 25 fa parte della colonna che a Nerviano viene bloccata dai partigiani. Vengono tutti portati  davanti a un tribunale del popolo e  tutti sono condannati a morte. Portati davanti alle mura del cimitero, una folla vi si raccoglie ed osserva i condannati che si confessano serenamente dal parroco del luogo accorso in fretta. Dopo la confessione, i condannati consegnano al sacerdote oggetti personali e affidano i saluti per le loro famiglie. Guido Mari, che è un semplice soldato e non ufficiale, non trova grazia. La sua straordinaria fedeltà gli è costata la vita.

Al sacerdote che l’ha assistito ha consegnato questa lettera:

Miei cari,

muoio senza rimpianti, perché so di avere la coscienza pulita e so di avere compiuto il mio dovere verso la Patria.

Mai come ora sento di amarvi e vi sento vicini. Non piangete troppo su di me e ricordatemi sempre nelle vostre preghiere.

So di aver sempre fatto il mio dovere di figlio e di avervi sempre amato con tutto me stesso, anche se forse non ve l’ho saputo sempre dimostrare.

Perdonatemi se qualche dolore vi ho dato. Iddio vi protegga e vi dia la forza di sopportare questo grande dolore.

Che il mio sangue frutti almeno qualcosa di buono per l’Italia che tanto ho amato Vi abbraccio e vi bacio forte forte.

Viva l’Italia.

Guido

ACHILLE BARILATTI  di Gilberto della Valle, partigiano del CVL

Di anni 22 – studente in scienze economiche e commerciali – nato a Macerata il 16 settembre 1921 -. Tenente di complemento di Artiglieria, dopo l’8 settembre 1943 raggiunge Vestignano sulle alture maceratesi, dove nei successivi mesi si vanno organizzando formazioni partigiane – dal Gruppo ” Patrioti Nicolò ” è designato comandante del distaccamento di Montalto -. Catturato all’alba del 22 marzo 1944, nel corso di un rastrellamento effettuato da tedeschi e fascisti nella zona di Montalto – mentre 26 dei suoi sono fucilati immediatamente sul posto e 5 vengono salvati grazie al suo intervento, egli viene trasportato a Muccia (Macerata) ed interrogato da un ufficiale tedesco ed uno fascista -. Fucilato senza processo alle ore 18,25 del 23 marzo I944, contro la cinta del cimitero di Muccía.  Medaglia d’Oro al Valor Militare.

Mamma adorata,

quando riceverai la presente sarai già straziata dal dolore. Mamma, muoio fucilato per la mia idea. Non vergognarti di tuo figlio, ma sii fiera di lui. Non piangere Mamma, il mio sangue non si verserà invano e l’Italia sarà di nuovo grande. Da Dita Marasli di Atene potrai avere i particolari sui miei ultimi giorni.

Addio Mamma, addio Papà, addio Marisa e tutti i miei cari; muoio per l’Italia. Ricordatevi della donna di cui sopra che tanto ho amata. Ci rivedremo nella gloria celeste.

Viva l’Italia libera!

Achille

LA SOLITA STORIA: FINI, UN LEADER SEMPRE FUORI TEMPO, di Marcello Veneziani

Pubblicato il 24 aprile, 2010 in Politica | Nessun commento »

Non ho voglia di infierire su Gianfranco Fini che ha scelto di aprirsi uno studio di libero professionista in pieno centro, alla Camera, offrendo supporto e consulenza agli avversari del governo. Ho un rispetto antico e insopprimibile per i perdenti, anche se faccio più fatica a conservare il medesimo rispetto verso chi ha calpestato le ragioni dei vinti. Fini fu commissario liquidatore dell’Msi, poi della destra e di Alleanza nazionale, infine di se stesso, almeno dentro il centrodestra. Di lui si ricordano più gli affondamenti che le fondazioni, più le bandiere che stracciò che le bandiere innalzate.
Tu ce l’hai con Fini, ripeteva qualcuno fino a ieri; ma era un giudizio politico e umano, il mio, non un fatto personale; frutto di conoscenza ed esperienza. Semmai ho scontato gli effetti personali di quel giudizio. È normale che poi lui si regolasse di conseguenza e cercasse di chiudere gli spazi a chi la pensava diversamente da lui. Dico normale dal suo punto di vista, conoscendo la sua indole. Chi ha ucciso prima la libertà di critica intorno al suo partito, poi dentro il suo partito, infine ha suicidato il partito stesso, dopo avere ucciso il precedente, non ha ora i titoli per invocare contro Berlusconi la libertà di dissenso. Chi giudicava metastasi il dissenso interno ed esterno al suo partito, non può poi lamentarsi di vedere applicato il suo giudizio contro di lui. Chi ha votato e sostenuto una legge elettorale per nominare i parlamentari dall’alto, anziché lasciarlo fare ai cittadini, per soffocare sul nascere il dissenso, ora non può lamentarsi. La carriera politica di Fini nacque all’insegna del parricidio e così continuò, collezionando uccisioni simboliche di coloro a cui doveva gratitudine. Fini non è stato ostracizzato ma storacizzato, subisce quel che lui ha fatto agli Storace di turno, ma anche ai Gasparri, alle Poli, ai Musumeci, ai Bontempo e tanti altri.
Ma provo a mettermi nei panni di Fini medesimo e del suo dissenso. Fini ha sbagliato tempi e modi per venire allo scoperto. Ha sbagliato i tempi perché il suo dissenso è avvenuto troppo tardi o troppo presto. Fini avrebbe dovuto far pesare il suo ruolo di leader della destra quando aveva ancora una destra alle spalle e quando si era formato il primo governo Berlusconi. Aveva allora due possibilità: o restare alla guida del suo partito e tentare di farlo crescere mentre Berlusconi era al governo, o assumere allora la carica di presidente della Camera, al posto di Casini, e ottenere così piena legittimazione politica e insieme presentarsi come autonomo, indipendente da Berlusconi.
All’epoca quando decise di entrare nel governo, senza portafoglio, assumendo il ruolo di vicepremier che Tatarella aveva saputo usare con maestria di regista consumato, io suggerii una cosa all’apparenza stravagante: assuma almeno un ministero all’apparenza marginale ma centrale per l’Italia, rifondi il ministero per la Famiglia e lo carichi di tutto il peso e il significato che poteva dare lui, da leader e numero due dell’alleanza. Promuova leggi e interventi a tutela della famiglia italiana, e cresca lì nel cuore del nostro Paese. Chi parla alla famiglia dalla Casa delle libertà assume un peso formidabile.
Invece per anni Fini restò al fianco di Berlusconi come inerte guardaspalle, lasciò marcire il suo partito, non differenziò le posizioni della destra da quelle di Forza Italia, non bilanciò la posizione della Lega. Preferì la vita sommersa, fu subacqueo anche al governo. Compì solo qualche sciagurata emersione, qualche dannosa ripicca, come la cacciata di Tremonti dal governo, ma non si avvertì la sua presenza al governo, salvo l’appendice in verità un po’ sbiadita agli Esteri, che fu apprezzata forse in Israele ma non in Italia. Intanto visse con crescente fastidio il suo stesso partito, fino a considerarlo una palla al piede per la sua crescita personale.

Ora che Berlusconi governa con un pieno mandato popolare, e ha superato anche la prova delle amministrative, ora che ha tre anni di governo davanti, Fini esce fuori luogo e fuori tempo con questa sparata. A me pare insensato, altro che intelligente, finire a rappresentare neanche il dieci per cento del partito dal trenta che aveva prima. Ma i leaderini di sinistra lo incoraggiano a continuare nel ruolo di spina nel fianco. E ci credo, dal loro punto di vista… Ma i tempi sono sbagliati. O si manifestava allora, non rimarcando il dissenso ma la diversità e l’autonomia, o doveva aver pazienza di aspettare la conclusione del ciclo di governo per svettare al tempo giusto. Allora avrebbe potuto presentarsi come l’erede di Berlusconi.
Ma la verità è un’altra: lui alla guida del governo non ci vuole andare, si lavora troppo e sa di non avere i numeri per farlo. Allora gioca la partita del Quirinale, più adatta a un oratore come lui. E al Quirinale il suo concorrente più tosto è appunto Berlusconi. Da qui la mossa contro di lui e la sua guerra plateale. Ma se permetti, Fini, questa è una partita tua personale, non ci sono contenuti, progetti e idee ma c’è solo la tua carriera, non puoi coinvolgere un mondo e un partito. Che difatti sei pronto a svendere all’avversario pur di salire sul Colle. Ricordo per la storia che sulla battaglia per il Quirinale s’infranse il Caf, l’alleanza tra Andreotti e Craxi.
Oltre i tempi, dicevo, sono sbagliati i modi. In tutti questi anni di dissenso, prima strisciante (dagli embrioni congelati in giù) e poi manifesto, Fini non ha contestato Berlusconi nel nome e per conto dei suoi elettori, ma assumendo posizioni diverse se non contrarie a chi lo aveva votato. I serbatoi da cui aveva preso voti erano due: missini e democristiani. È riuscito a scontentare entrambi. Capisco l’idea di chiudere con il passato ma Fini è riuscito a chiudere anche con il presente; non ha chiuso solo con il neofascismo e nemmeno solo con la destra ma con una larga fetta dell’elettorato cattolico, moderato, antisinistra. Lasciando alla Lega un campo immenso. Così scrivevo quasi in solitudine già nel millennio scorso, ai primi accenni di questa sciagurata strategia (l’Elefantino fu il primo effetto maldestro). Oggi quella strategia è scoppiata e Fini è veramente approdato nella terra di nessuno. O se preferite, nell’isola dei famosi, dove già ci sono Follini, Casini, Rutelli, forse Montezemolo, e non so chi altri. Qui finisce la Ventura.

…da Il Giornale del 24.4.2010

FINI: IL CAMALLO CHE NON MUGUGNA

Pubblicato il 23 aprile, 2010 in Politica | Nessun commento »

L’avevamo detto, l’altro ieri, che il “meglio” doveva ancora venire e così è stato. Purtroppo non il meglio, ma il peggio. Nemmeno l’on. Bocchino,  sarebbe riuscito ad essere altrettanto maldestro e altrettanto cattivo quanto lo è stato l’on. Fini che ieri ha smesso i panni dell’equilibrista per indossare quelli del gladiatore, scendendo nell’arena della polemica all’interno del PDL, con una una virulenza che meritava ben altri scenari e ben altri contradditori. Perchè Fini, che da mesi è assai tenero, quasi affettuoso,  quando interloquisce con gli avversari, anzi, diciamolo papale, papale, con i nemici del PDL e del centro destra, anzi della Destra, ieri ha usato nei confronti dei suoi stessi “commilitanti” toni, gesti, linguaggi che di solito si usano nei confronti degli avversari, anzi, ripetiamolo, nei confronti dei nemici. A vederlo,  a sentirlo, e poi ancora a vederlo,  mentre inveiva contro Berlusconi, gli agitava contro l’indice accusatore, gli chiedeva arrogante e provocatore se  volesse “cacciarlo” dal partito, il partito che qualche settimana prima,  in piena campagna elettorale, aveva detto di “non piacergli” fornendo armi al nemico, che alla vigilia del voto aveva abbandonato, accampando come pretesto la terzietà della carica rivestita,  come fanno i disertori fuggendo dalla trincea per viltà, o, peggio, per connivenza con il nemico, quel partito che si è salvato solo perchè il “capo” è rimasto in prima linea, sulla linea delle pallottole,  per dare l’esempio alla truppa, come sanno fare i grandi generali, a sentirlo e a vederlo,  quel  Fini mostrava tutti i suoi limiti e la sue debolezze. Prima fa tutte la ingratitudine mescolata  alla doppiezza, che ieri  tentava  ipocritamente di nascondere dietro strumentali dichiarazioni di lealtà che anticipavano solo fiumi di accuse a Berlusconi e al PDL che al più provano quanto di argilla siano le ragioni del dissenso di Fini. Che non sono politiche, ma solo personali, di rivendicazioni che hanno sapore di prima repubblica, come di prima repubblica sono stati i metodi e i riti che Fini ha messo in campo prima, durante, e forse, anche dopo la riunione di ieri della direzione del PDL. Dove vuole andare Fini, ci si chiedeva nei mesi scorsi, sino a ieri, senza che nessuno sapesse dare una risposta, forse perchè nemmeno lui lo sa. La stessa domanda ci si pone anche dopo ieri, perchè ancora non lo ha detto, forse perchè davvero non lo sa. Quel che si sa è che nel PDL Fini conta poco, e che Berlusconi,  rotti i ponti della diplomazia che sinora aveva in qualche modo evitato le collisioni più violente,  non farà sconti consapevole che ogni ulteriore sconto fatto a Fini è un passo indietro sulla strada della riforma delle Istituzioni e dello Stato contro le quali si muove Fini per motivi che attengono alle sue ambizioni e ai suoi obiettivi, sul cui altare è pronto sacrificare anche la faccia. Lo ha fatto anche oggi, dichiarando, in materia di riforma istituzionale, che l’unico sistema elettorale che gli va a genio “perchè adatto all’Italia è l’uninominale”, cioè il sistema che varato nel 1994  fu abrogato nel 2006. E chi ne volle l’abrogazione contro la volontà di Berlusosconi nel 2006? Fini, di concerto con Casini, insieme al quale impose in quella tornata elettorale,  perduta dal centro destra per soli 24 mila voti, il famoso “tridente”. Ebbene, se si fosse votato nel 2006 con il sistema uninominale, contro il quale alzarono barricate Fini e Casini, il centrodestra avrebbe vinto le elezioni politiche e non ci sarebbe stata la nefasta parentesi di Prodi. Del resto,  tutte le scelte che Fini ha fatto dopo il 1994 per prendere le distanze dal suo “benefattore” politico (ma Berlusconi è stato solo l’ultimo)  e magari surclassarlo,  si sono rivelate sempre infelici e improduttive. Sarà così anche questa volta. E rischia per lui di essere l’ultima. E noi saremo gli ultimi a dolercene. g.