MERKEL SCONFITTA. E MONTI SI SVEGLI

Pubblicato il 14 maggio, 2012 in Politica | Nessun commento »

Angela Merkel e Mario Monti al Consiglio europeo di Bruxelles L’altro ieri il Financial Times raccontava in un pregevole reportage «I sette giorni che hanno scosso l’Europa» dopo i turni elettorali in Francia e in Grecia. Ieri, un’altra scossa: Angela Merkel ha subìto una pesante sconfitta nel land del NordReno-Westfalia, la Cdu è crollata passando dal 34,6 al 26 per cento dei consensi. La cancelliera è stata battuta da un’altra donna, il governatore socialdemocratico Hannelore Kraft e per la sfida alla Cancelleria nel settembre 2013 molti prevedono uno scontro tra lei e Merkel. L’ondata popolare contro il «rigorismo» a tutti i costi e la politica monetaria senza crescita della Bce, prosegue. Dopo l’elezione in Francia di Francois Hollande, Berlino vede il suo asse con Parigi indebolito, ma la via teutonica alla crisi continua ad essere battuta. L’altro ieri il presidente della Bundesbank, Jens Weidmann, ha martellato gli esiti del voto sotto la Tour Eiffel e il Partenone, minacciando sfracelli finanziari contro chi si opporrà al Fiscal Compact (Parigi) e al salvataggio con il cappio (Atene). Un delirio istituzionale: un banchiere centrale che detta la linea ai governi stranieri. Ai tempi di Willy Brandt e Helmut Kohl sarebbe stato mandato a casa. Ma la realtà è che in Europa siamo nel pieno dello scontro tra tecnocrazia e democrazia. Conflitto talmente grande da far sorgere ieri sulla Cnn a un analista come Fareed Zakaria la seguente domanda: La democrazia è uno dei problemi dell’Europa? Sì, lo è perché la finanza e i burocrati, i poteri irresponsabili, hanno preso il sopravvento. Mentre Angela Merkel assapora il gusto amaro della sconfitta, in Grecia continuano i colloqui per la costituzione del nuovo governo. È chiaro che il «memorandum» berlinese per far pagare i conti ad Atene è un disastro. Per salvare le banche tedesche e francesi si sta affamando un popolo. Non funziona. E non funzionerà anche se i greci trovano un accordo per un esecutivo transitorio. La cura è un veleno mortale. L’Europa sta vivendo uno dei momenti più gravi della sua storia e in mezzo a questo caos c’è l’Italia, Paese con il terzo debito pubblico del mondo. Il governo Monti è nato sotto gli auspici di Berlino, ma dopo alcuni mesi lo scenario europeo è cambiato e la situazione del Belpaese è peggiorata. Siamo in recessione, la produzione è crollata e la disoccupazione tra i giovani e le donne nel Sud è da incubo. La pressione fiscale ha aggravato la crisi e la rivolta contro le tasse è in pieno svolgimento, con tanto di canaglie armate di molotov in azione. È nitroglicerina e lo scriviamo da parecchio tempo. Monti ha finalmente compreso che «il Paese è segnato da una profonda tensione sociale». Bene. Cambi marcia e saluti Berlino. Ora può farlo. Mario Sechi, Il Tempo, 14 maggio 2012

…………..Nonostante l’auspicio di Sechi, Monti non cambierà marcia. Per due fondamentali ragioni. La prima. Egli rimane “il miglior genero che un tedesco vorrebbe avere” e come tale non farebbe mai un torto alla suocera (Merkel o Germania, è la stessa cosa). La seconda. Ammesso che Monti cambiasse  marcia e musica, dovrebbe essere in grado di scegliere sia la nuova direzione che la nuova musica. Cioè dovrebbe dimostrare che al di là del credito (vantato) per via della sua lunga pemanenza nei salotti dorati di Bruxelles, egli è capace di scelte autonome e sopratutto innovative. E’ un rischio grave per un grigio funzionario. sia pure di alto livello, come lui. Rischierebbe di vedere ad un tempo annullato il credito vantato e dimostrato che esso era fondato sul nulla, cioè solo su ipotesi. E poichè l’andamento del governo in questi quasi sei mesi hanno mostrato solo questo volto di Monti, ecco perchè Monti non si slegherà dalla Merkel e dalla Germania, anche se questo potrà provocare non solo la tensione sociale di cui lo stesso Monti ha riconosciuto l’incombente esistenza nel nostro Paese ma anche il possibile e sempre più agguerrito  rigurgito terroristico che trova il suo humus migliore e più proficuo proprio quando si alza il livello dello scontro  nella società. Ecco perchè i partiti, tutti, farebbero bene responsabilmente, a porre fine a questa disastrosa esperienza “tecnica”, a riprendere nelle mani della politica la guida del sistema Paese, affidando al popolo sovrano il compito di scegliere chi dovrà governarlo. Spesso, proprio nei frangenti della propria storia più inquietanti, il popolo italiano è stato capace di compiere le scelte più opportune. E nelle democrazie non v’è nulla di meglio che fidarsi del Popolo. g.

LANCIANO MOLOTOV. ITALIA COME LA GRECIA, di Mario Sechi

Pubblicato il 13 maggio, 2012 in Politica | Nessun commento »

Poilizia davanti alla sede Equitalia Molte settimane fa, osservando la folla di piazza Syntagma ad Atene applaudire i black bloc, scrissi che la crisi economica e la cecità della politica europea stavano alimentando la rinascita di movimenti politici estremisti e gruppi violenti. Riassunsi quel fenomeno con la parola «fasciocomunismo». Fummo una voce isolata. Avevamo ragione. In Grecia i neonazisti sono in Parlamento, i comunisti fanno faville, mentre in Italia recessione e torchio fiscale hanno innescato una stagione di violenza e intimidazioni contro la macchina fiscale dello Stato, rappresentata da Equitalia e Agenzia delle Entrate. Il destino di un governo si misura sulle tasse, la loro riscossione e la capacità di presentare un Fisco dal volto umano. Quando uno Stato non è efficiente, ha una classe politica screditata e tratta il cittadino come un suddito pagante, i cattivi maestri hanno la strada spianata per seminare demagogia e mietere dolore. La tecnocrazia che annienta la democrazia fa il resto. In Italia e in Europa. Anche ieri il presidente della Bundesbank, Jens Weidmann, dettava la linea a Francia e Grecia, come se il voto dei popoli non ci fosse mai stato. È inaccettabile. Una classe politica degna di questo nome ne avrebbe chiesto le dimissioni. Invece, silenzio. Quando in Parlamento si arriva a manifestare solidarietà a un uomo che entra con il fucile in una sede dell’Agenzia delle Entrate, siamo al punto di non ritorno. Quando si lanciano bombe molotov a Livorno contro una sede di Equitalia, siamo all’attentato contro le istituzioni. Quando a Palazzo Chigi si attendono giorni per dare solidarietà e ascolto al direttore generale delle Entrate Attilio Befera, un civil servant che rischia la vita, allora significa che si fa molta accademia ma non si sente il caos in arrivo. Finchè il Parlamento non riforma il Fisco, le sue leggi abnormi che calpestano la libertà personale, parlamentari, ministri e capo del governo, avranno sulle loro spalle la responsabilità di aver trascinato il Paese in una situazione sempre più simile a quella della Grecia. Non basta dire: bisogna pagare le tasse. Gli italiani onesti lo sanno e lo fanno. Poi ci sono i furboni, i criminali e quelli che vorrebbero pagare ma non ce la fanno. Si separino i cittadini che fanno il loro dovere, quelli che ci marciano e i fuorilegge da sbattere dentro. È ora di dire basta alla violenza, scendendo dal piedistallo e mettendoci la faccia. Altrimenti l’Italia finirà come la folla di piazza Syntagma, disperata e cieca al punto da applaudire le canaglie. Mario Sechi, Il Tempo, 13 maggio 2012

…………….Il viceministro Visco, super pagato manager di Stato, ora innalzato al ruolo di viceministro, a proposito dlle violenze – da condannare – contro Equitalia rimarca che Equitalia riscuote le tasse che i cittadini “devono pagare” (senza fiatare…),  il ministro dell’Interno, da parte sua, si affretta a ricordare che l’Equitalia è lo Stato,  e “l’attacco ad Equitalia è attacco allo Stato”. Peccato che nè l’uno, nè l’altra si siano presi la briga di guardare al di là del loro naso e constatare i metodi da kapò nazisti che usa Equitalia contro i cittadini che, lo ricordi il ministro dell’Interno, essi si che sono lo Stato che altrimenti sarebbe una entità astratta. Invece lo Stato siamo noi e se siamo noi cittadini, abbiamo il diritto di essere trattati non come servi o, peggio, come criminali, ma come soggetti di doveri ma titolari anche di diritti, tra cui quello di vederci trattati con rispetto e considerazione. D’altra parte non è cosa nuova che il Fisco italiano si comporta verso i cittadini com metodi che talvolta rasentano la violenza, usando sistemi di riscossione che avviliscono i cittadini. Certo, l’Equitalia è il braccio esecutivo ma questo non le dà il diritto, per esempio, di ignorare sistematicamente le sentenze della Cassazione per cui gli interessi non si pososno e non si debbono calcolare ai fini del calcolo delle sanzioni. Più volte la Cassazione che è Stato, anzi è Giustizia nello Stato, ha sanzionato il comportamento di Equitalia ma questa impeterrita ignora le sentenze e poichè come è noto le sentenze non sono applicabili erga omes ma solo nel caso esaminato dalla Corte, Equitalia sanziona gli interessi sulla sorte capitale, cosicchè accade che una misera contravvenzione di poche decine di euro, non pagata magari per mera dimenticanza, si trasforma in una valanga di interessi che fanno lievitare la modesta cifra iniziale a vette incredibili, divenendo un incubo per i citadini che per una modesta somma rischiano di vedere pignorati i propri beni, in primo luogo la casa.  E poi ci ci domanda perchè i cittaidni sono esasperati, individuano lo Stato come nemico e i suoi esattori come gli esecutori del nemico. Non vogliamo in alcun modo giustificare la violenza, ma vogliamo sottolineare come fa Sechi che non basta recriminare, ma bisogna fare. Il governo dei tecnici, nel quale hanno trovato posto tanti Visco e tante Cancellieri, farebbero bene piouttosto che parlare, talvolta e spesso a vanvera, a guadagnarsi l’onore e la retribuizione che sono stati loro concessi da un Parlamento in panne e facciano tra le altre cose, se ne hanno la capacità altrimenti se ne vadano a fare altri mestieri,  la riforma del Fisco cosicchè esso non sia il nemico ma l’alleato dei cittadini nella ricostruzione di uno Stato moderno, efficiente e “amico”. g.

MONTI, L’UNIONE E UN’AGENDA DA RISCRIVERE, di Mario Sechi

Pubblicato il 12 maggio, 2012 in Politica | Nessun commento »

Il premier Mario Monti Cerchiamo di ragionare, l’Italia è un Paese con duemila miliardi di debito pubblico, un’evasione fiscale da 120 miliardi l’anno, beni detenuti illegalmente all’estero per altri cento miliardi, tassazione oltre il 45%, prodotto interno lordo (terza economia europea) a milleseicento miliardi, intermediata al 50% dal settore pubblico. Numeri terribili. Il bello e il brutto cantato dalle streghe shakespeariane, la cifra culturale e economica di un grande Paese che non risolve le sue contraddizioni. I partiti se ne sono lavati le mani – dopo avere contribuito al disastro – e per raddrizzare il ramo storto hanno chiamato un signore, Mario Monti, che si è ritrovato in una situazione da crac causa della speculazione sul debito sovrano, il terzo del mondo. Come sanno bene i lettori de Il Tempo, ho appoggiato la transizione di Monti e non me ne pento. Ma proprio per questa scelta, per la nostra posizione cristallina, senza pregiudizi e interessi di parte, ho la grande libertà di criticare il governo quando le cose che fa sono sbagliate. Ecco perché ho scritto che la riforma del lavoro è un brodino riscaldato e controproducente, la pressione fiscale un cappio e la dimensione culturale «teutonica» del governo un errore. Detto questo, abbiamo il dovere di guardare in faccia la realtà: c’è qualcuno in Parlamento capace di traghettare il Paese verso il mare della tranquillità? Io non lo vedo. Non mi piace la sospensione della democrazia, mi fa sorridere il complesso di superiorità antropologica che hanno i Professori a Palazzo Chigi – non sono gli unici ad aver letto dei libri e mangiare con le posate, anzi, penso abbiano un gap culturale ampio rispetto alla contemporaneità – ma siccome faccio sempre tesoro di una lezione ricevuta quando ero ragazzo da un banchiere («Sechi, le cose sono più forti degli uomini») dico che i fatti sono tali per cui Monti deve andare avanti e avere l’umiltà e la forza di correggere la rotta. Sono certo che il presidente del Consiglio stia valutando lo scenario europeo che è mutato dopo le elezioni in Francia e in Grecia. Spero che al pensiero segua l’azione di governo. Il nostro Paese è in pericolo. La Grecia brucia, la rottura dell’Euro è una realtà più vicina di quanto si possa immaginare. Non possiamo permetterci distrazioni, elezioni anticipate al buio e soluzioni da Dottor Stranamore. I partiti sono alla frutta. Hanno bisogno di tempo per schiarirsi le idee e riorganizzarsi. Nel frattempo Monti deve registrare i fatti, settare l’agenda e ripartire. Sbloccare i fondi europei va bene, cominciare a usare risorse per il disagio sociale è cosa buona e giusta. Ma nella sua agenda al primo posto ci deve essere un duro lavoro diplomatico con Berlino e Parigi. Siamo stati fondatori dell’Europa, non saremo noi ad affondarla.  Mario Sechi, Il Tempo, 12 Maggio 2012

.……………Sbagliare è umano, perseverare è diabolico. Sechi che apprezziamo per l’originalità e la chiarezza delle sue analisi, e per la schiettezza con cui doce pane al pane e vino al vino, pare voglia pplicare a se stesso il proverbio apena citato. Sechi all’inizio del mandat di Monti ha dato al professore nominato da Napolitano dittattore sui generis del nostro Paese un’ampia apertura di credito che è è durata sinchè non si è reso conto che il credito aperto a favore di Monti era stato man mano vanificato dall’azione di governo che si è ben presto rivelata del tutto inadeguata alle aspettative – e non ci riferiamo allo spread che è tutt’altro discorso – di tutti nei confronti di un tale che per mesi era stato invocato cme il nuovo messia. Il messia, al momento del fare, ha ripetuto ciò che tutti avevano già fatto e che era la cosa più semplice, più ovvia, e anche la più stupida: tassare. E le poche riforme strutturali si erano rivelate fonte di pressappochismo e superficialità. Da qui la marcia indietro di Sechi, come del resto di tutti, chi più apertamente, chi meno,  rispetto al governo dei tecnici che, come ora lo stesso Sechi rileva,  manifestano una intollerabile oltre del tutto ingiustificata forma di superiorià intellettuale nei confronti del resto dell’Italia che è ad un tempo grottesca e ridicola visti i risultati. Ma, ora sottolinea Sechi, siccome non c’è in Parlamento chi possa assumere la guida del Paese tanto vale tenersi Monti. Stupisce questa conclusione di Sechi non perchè superficiale ma perchè gravemente lesiva  di talenti politici, anche di quelli  sinora nascosti,  che invece le prove elettorali potrebbero far emergere. La differenza tra le democrazie e le dittature, in fondo, risiede proprio in questo. Nelle dittature, antiche e attuali, la tesi è che siccome nessuno è migliore del dittatore lasciamo che il dittatore governi. Nelle democrazie, antiche e anche quelle moderne, purchè non si siano trasformate in tecnocrazie, la scelta la fa il popolo sovrano a cui va riconosciuto sia il diritto di sbagliare, sia la capacità di saper scegliere. Ecco perchè riteniamo del tutto ingiustificato che Monti, di fronte al nulla che sinora ha prodotto, benchè non sia stato scelto da nessuno, abbia l’ardire, si, proprio così, l’ardire, di pretendere di dover andare avanti. Questo è uno schiaffo alle regole della democrazia, intollerabile  e inaccettabile. Se lo si tollerasse e lo si accettasse significherebbe gettare alle ortiche nel nostro Paese 60 anni di democrazia, sistema che come diceva Churchill è il meno peggio di tutti gli altri. E nessuno  meglio di Churchill poteva esserne ad un tempo prova e testimone. Pur avendo guidato l’Inghilterra  e in qualche modo anche gli alleati, nella disperata e alla fine vittoriosa guerra contro la Germania (si consiglia di leggere una qualsiasi sua  biografia per constatare di cosa egli sia stato capace…) alla prima prova elettorale dopo la fine della guerra i suoi concittadini che lo avevano osannato il giorno della vittoria bellica, lo condannarono alla sconfitta elettorale. Cui Churchill si piegò senza alcun rimpianto e rancore, solo consapevole che proprio il rispetto rigoroso delle regole della democrazia avevano reso invincibile la sua Inghilterra. Ecco perchè abbiamo certezza che il ritorno alle urne sia ancor di più utile e necessario oltre che doveroso. E Monti si rassegni a sedere, rigorosamente grigio, sui banchi del Senato da dove, se ne è capace, potrà dare i suoi sinora non troppo illuminanti contributi. g.

PDL, ORE DECISIVE, di Alessandro Sallusti

Pubblicato il 11 maggio, 2012 in Politica | Nessun commento »

Monti chiede scusa all’ex governo del centrodestra. È stato un errore, ha riconosciuto il premier smentendo una sua affermazione di martedì, mettere sul conto di Berlusconi il flagello dei suicidi causa crisi.

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La retromarcia salva la diplomazia politica ma non cambia la sostanza delle cose. Che è questa. Il governo in carica gongola a prendersi responsabilità nei confronti dei salotti finanziari, della Merkel e della Banca centrale, ma non ha alcuna intenzione di prendersela nei confronti degli italiani, intesi come persone fisiche alle prese con enormi problemi reali. Qualcuno si ammazza? Peggio per lui. Altri non ce la fanno a pagare tutte le (tante) tasse? Evasori da mettere all’indice. E via dicendo.

Il motivo di un simile comportamento non è soltanto genetico (la razza superiore dei professori). Ognuno risponde ai suoi padroni. I loro sono Napolitano, le banche e qualche burattinaio senza volto. Non certo gli elettori. I partiti invece, per quanto sgangherati, affamati di soldi e infiltrati da mariuoli, agli affari nostri ci devono pensare eccome, pena il calcio nel sedere che li rispedisce a casa come dimostrato nelle recenti elezioni.

Per questo auspichiamo un veloce ritorno della politica nella stanza di comando, ben consci del rischio che ciò comporta. Per questo abbiamo chiesto ieri al Pdl di prendere le distanze dal governo Monti prima che sia troppo tardi. Il tema è al centro del dibattito, non per merito nostro ma per una presa di coscienza generale. Il premier e i suoi, capita l’aria che tira, oltre alle scuse si sono affrettati a riagitare lo spettro della Grecia e a promettere non meglio precisati provvedimenti per lo sviluppo. Hanno bisogno di prendere tempo per salvare più che noi la loro faccia. Può il Pdl pagare un prezzo così alto per un obiettivo così inutile? Berlusconi ha avviato le consultazioni tra i suoi. Molti sono per un gesto di rottura; pochi, ma capitanati da Gianni Letta, per turarsi il naso e continuare ad appoggiare il governo. Sono ore decisive e se passasse la seconda ipotesi, speriamo che il brutto odore non stordisca altri milioni di elettori. Il Giornale, 11 maggio 2012

.……………….Se dovesse passare la tesi di Letta, che pare aver convinto Berusconi, non basteranno quintali di disinfettante per eliminare la puzza che provocherà l’allontanamento di quei pochi elettori che ancora tengono il punto e continuano a votare PDL. Al di là delle solite dichiarazioni che fanno tutti all’indomani delle elezioni, il risultato elettorale è stato disastroso per il PDL. E ciò per la semplice ragione che l’elettorato del PDL, cioè l’elettorato di centro destra, avverte ilgovenro di Monti e compagni come nemico e  come negatore dei principi  e dei Valori cui si ispira da sempre chiuqnue voti il centrodestra. Continuare ad ignorare ciò per ragioni che sfuggono al comune sentire, salvo che non siano innominabili e perciò ignobili, è ujh errore gravissimo che non sarà perdonato al PDL o qualsiasi cosa dovesse prendere il suo posto dagli elettori che dovranno trovare altrove, anche nei movimenti più o meno border line alla politica, il luogo dove ormeggiare in attesa che la ragione ritorni a coniugarsi con il cuore. Val la pena di ricordar che il movimento dell’Uomo Qualunque, prima di trasformarsi nel dispregiativo  e ingiusto neologismo di “qualunquismo”, vide la luce ad opera di un commediografo di medio valore, Gugliemo Giannini, nel periodo in cui a destra dello schieramneto politico italiano non v’erano punti di riferimento, per cui gli elettori, specie nel centrosud, che non intendevano dare fiducia nè alla DC, nè ai partiti del Fronte popolare, trovarono nel partito che aveva come simbolo un uomo torchiato dal fisco (simboli che ritornano….) il loro partito di riferimento, salvo, due anni dopo, già alle elezioni politiche del 1948 indirizzare i loro consensi verso il Partito Monarchico e l’appena nato MSI che in quella occaisone portò in Parlamento 5 deputati. Grae quindi è la responsabilità chegrava sul presidente Berlusconi cui incombe la decisione di staccare la spina a Monti che, da consumato politicante, un giorno bastona e il giorno successivo offre un pezzo di carota per far dimeticare le bastonate. Gioco vecchio quanto il mondo cui non dovrebbe abboccare nessuno, tantomeno uomini navigtati quali Berluscono e lo stesso Letta, salvo che, come molti iniziano a sospettare, ben altre  e ben poco chiare motivazioni hanno prinma indotto Berlusconi a gettare la spugna e poi ad accettare di sostenere ujn governo che risucchia gli elettori del PDL per spingerli chissà dove. Speriamo che il buon senso ritorni ad illuminare la testa di chi decide. Ne va del futuro non solo e non tanto del centrodestra, ma del nostro Paese. g.

L’EUROPA SULL’ORLO DI UNA CRISI DI NERVI, di Mario Sechi

Pubblicato il 11 maggio, 2012 in Economia, Il territorio, Politica | Nessun commento »

L’Europa si sta giocando il suo futuro, la Germania la sua credibilità e forza, la Francia il suo ruolo di Paese dei Lumi, l’Italia la sua anima mediterranea, la Grecia la sua grandezza mitologica. Siamo a un passaggio decisivo della nostra storia. L’altro ieri a Bruxelles, al Parlamento europeo, ho avuto la netta sensazione che stiamo per attraversare il passo scosceso della rottura dell’Eurozona, che le forze irrazionali abbiano preso la guida della diligenza impazzita del Vecchio Continente. Corre verso il vuoto. Quando il presidente della Commissione Ue, il portoghese Josè Manuel Barroso, dice senza curarsi troppo del peso delle sue parole che «se la Grecia non rispetta i patti, allora è meglio che vada via dall’Euro», siamo allo scasso istituzionale. Il voto dei popoli per gli euroburocrati non conta niente. E invece no, caro Barroso, quel voto conta. Bisogna interpretarlo e trovare le soluzioni per un problema che l’Europa – insieme alla classe politica greca – ha creato. Non riconoscerò mai un’Unine che affama i bambini greci. E siamo in tanti a pensarlo.

Nelle stesse ore in cui Barroso certificava il suo fallimento culturale, il presidente del Consiglio Mario Monti scriveva una lettera al capo dello Stato Giorgio Napolitano in cui ribadiva la «determinazione nella realizzazione del mandato che Lei ci ha affidato». Caro Monti, vuole farci la grazia di chiarirci qual è il mandato in questo scenario? L’Unione Europea si sta sfracellando sul muro di titanio eretto dalla Germania, noi che facciamo? Stiamo a guardare il dito della cancelliera Merkel che indica la luna o ascoltiamo l’urlo di disperazione che si sta alzando dalla parte produttiva del Paese? Fin dal suo insediamento il governo ha sciorinato analisi sulla crisi – tra l’altro, con non pochi punti di riferimento sbagliati e un’insufficiente conoscenza dell’operatività reale dei mercati finanziari – ma le soluzioni, quelle che hanno il dovere di fornire i governanti, sono state tutte improntate al torchio fiscale. Se escludiamo la riforma previdenziale, il resto, con tutto il rispetto, è tutto loden e tasse.Nel frattempo l’Europa sta saltando per aria e il rischio di un breakup dell’Eurozona è sempre più vicino. Due euro. Quando la scorsa estate pubblicammo sul nostro giornale i primi scenari sull’Euro a due velocità, qualcuno ci prese per matti. Avevamo solo fatto le letture giuste. Ora ci siamo. I grandi uffici legali internazionali mettono nei loro contratti la clausola della doppia moneta, le banche d’affari sfornano studi sulle conseguenze economiche e tutti sembrano scoprire l’acqua calda. E si bruceranno. Mario Sechi, Il Tempo, 11/05/2012

.……………Il più patetico e il più ridicolo, fate voi!, in questo panorama da cataclisma finale è Mario Monti che impeterrito annuncia a Napolitano – perchè a Napolitano?, forse che il Parlamento italiano è stato sciolto?, forse che Napolitano ha poteri che la Costituzione non gli assegna?, forse che ci siamo trasformati, senza che nessuno lo sappia, in una Repubblica presidenziale?- che lui “andrà avanti nell’incarico ricevuto”. Se non ci trovassimo alla vigilia di una tragedia senza eguali ci metteremmo a ridere dinanzi a tanta tracontante insulsaggine di questo superincapace che di fronte alla sua constatata  ignoranza della realtà, per non dire che non riesce neppure a capire cosa stia succedendo, monta a cavallo e fa ancora il Napoleone, questa volta, però, di Waterloo, dove il “grand empereur”  trovò la sconfitta e l’oblio. Purtroppo, però, non si tratta della sconfitta di Monti e del suo immanente oblio, qui si gioca con i destini di un continente, e dei suoi popoli, dei suoi bambini. Scrive Sechi, ed ha ragione,  che non si può rimanere inerti dinanzi all’affamamento dei bambini greci, per effetto  di un revanscismo germanico che non è migliore di quello che produsse  la tragedia  della seconda guerra mondiale, e, dopo, dei bambini, compresi quelli italiani,  dei popoli del vecchio continente che non può finire stritolato dalle logiche affaristiche e finanziarie delle banche che fanno perno sui “nein” della Germania per arricchirsi a danno dei popoli. A parte, poi, che una volta arricchiti non saprebbero che farsene della ricchezza in un continente desertificato. g.

FINI FURIOSO CON CASINI: PERCHE’ MI HAI LASCIATO?

Pubblicato il 10 maggio, 2012 in Politica | Nessun commento »

Fini furioso con Casini "Perchè mi hai lasciato?"
Faccia a faccia tra i due a Montecitorio. Dopo il pessimo risultato alle amministrative, Pierferdy vuole le mani libere per le alleanze in vista delle politiche 2013

Chi la fa l’aspetti. Il destino di Gianfranco Fini non poteva essere che questo: dopo aver mollato (il Cavaliere), essere mollato (da Casini). Il quale Casini, ieri, vista la scoppola elettorale beccata dall’Udc, ha deciso unilateralmente che il Terzo Polo non ha più motivo di esistere, senza consultarsi prima con Rutelli (che conta come il due a briscola) e con Fini. Obiettivo: liberarsi dai due fardelli (pesanti come immagine ma leggerissimi in termini di consensi) per poter liberamente scegliere se cedere alle lusinghe di Berlusconi in vista delle politiche 2013. L’Udc è tornato a essere ago della bilancia e vuole liberarsi dal giogo terzopolista che rischia di mandarlo a fondo sotto i colpi dell’antipolitica grillina. Italo Bocchino ha detto che “andiamo a avanti nella costruzione del Fli, a cosa miri l’Udc non ci è chiaro”. Ma, dicono i ben informati, Fini l’avrebbe presa con minor filosofia. Trovatosi di fronte al “de profundis del Terzo Polo, il presidente della Camera si è molto arrabbiato: “Gridava come un pazzo, diceva che Casini e inaffidabile, un irresponsabile” raccontano nel Fli. Fini e Casini, ieri, hanno avuto un faccia a faccia a Montecitorio, ma il leader dell’Udc è apparso irremovibile: “Ognuno porti avanti il suo progetto, poi si vedrà“. LIBERO, 10 MAGGIO 2012

.……………Povero Fini. Da ducetto di Alleanza Nazionale, a delfino di Berlusconi, infine a covice di Casini a mezzadria con Rutelli ed ora, a metà corsa, irrimediabilmente solo, con Casini che pensa a se stesso e sinanche Bocchino, il luogotenente finiano – ciascuno ha il luogotenete che si merita!- che al Corriere della Sera ha dichiarato oggi  che il futuro di Futuro e Libertà, la creaturina di Fini, è nel PD, come è già accaduto in Puglia, dove in molti centri dove si è votato domenica scorsa i finiani sono scesi i  campo nelle coalizioni guidate dai post comunisti, un tempo alternativi ai postfascisti.   Che fine squallida  per i resti di quello che fu un partito modesto ma tenace nella sua fede e nelle sue battaglie, cioè il MSI, il Msi di De Marsanich, di Roberto Mieville, di Michelini, di Almirante, di De Marzio, di Roberti, e di Pinuccio Tatarella. Il quale si sta rivoltando nella tomba al pensiero che il suo nome campeggia su insegne che si apprestano a  unirsi a quelle del PD , cosa che mai e poi mai egli avrebbe voluto o consentito, perchè pur nel suo ben noto pragmatismo una cosa aveva ben  ferma: la sua fede e la sua idea di destra.   Del resto,   quando si arruolano mercenari di ogni risma, da Roma a Toritto,  per favorire le ambizioni e gli arrivismi ( e magari gli affari)  di qualche terza o quarta fila, questi sono i risultati. g.

HOLLANDE TAGLIA I SUPERSTIPENDI E COMINCIA DAL SUO: MONTI (e non solo) PRENDA ESEMPIO!

Pubblicato il 10 maggio, 2012 in Costume, Il territorio, Politica, Politica estera | Nessun commento »

Non è ancora insediato ufficialmente all’Eliseo – lo farà il 15 maggio – e già Francois Hollande parte con le novità. L’annuncio del presidente francese, successore di Francois Sarkozy, non lascia spazio a molte interpretazioni.

Francois Hollande

Si ridurrà lo stipendio del 30%. Non abbastanza per riportare la cifra percepita ai 7mila euro del 2007, poi più che raddoppiati sotto il precedente presidente, ma comunque qualcosa.

Lo stipendio presidenziale passerà dagli attuali 19mila euro a “soli” 13mila. E con quella di Hollande diminuiranno anche le retribuzioni di premier e ministri francesi. Una mossa che certo non servirà a scongiurare gli effetti della crisi, ma che rappresenta comunque un segnale importante in un momento in cui i tagli della spesa pubblica sono all’ordine del giorno sui tavoli istituzionali.

E se i francesi non sembrano avere mai perdonato a Sarkò le foto che lo ritraevano in viaggio sul lussuoso yacht di Vincent Bollorè, al largo di Malta o quello che veniva evidenziato come un rapporto troppo disinvolto col denaro, la mossa di Hollande è forse la messa in atto quella politica “normale” di cui ha parlato a lungo nei mesi della campagna elettorale. Il Giornale, 10 maggio 2012

.…………Ci piace questo Hollande e anche se c’è sempre il dubbio che si tratti di mossa propagandistica d’inzio mandato, c’è di certo che non solo si riduce lo stipendio, suo e dei suoi ministri, del 30%,  ma apprendiamo che il presidente francese, non uno qualsiasi, ma il presidente dela Francia, prende all’anno 156 mila euro….C’è da rimanere stupefatti se solo si confronta questo “misero” stipendio con quello che percepisce, per esempio, il signor Napolitano, che tra indennità varie arriva  a centinaia di migliaia di euro all’anno, o al signor  – in arte professore – Monti che da senatore a vita, a vita!, , cioè senza neanche essersi preso la briga di essere elttto, prende 25 mila euro al mese, e poi presidente di Camera e Senato,  deputati, senatori, presidenti di Regione e consiglieri regionali,, sino, giù, giù a sindaci e consiglieri comunali, tutti percettori di indennità impensabili oltralpe. Pensate che il sindaco di un Comune italiano  di 8000 abitanti (come Toritto) prende 2500 euro al mese, cioè circa un decimo di quanto prende Hollande che è il capo di una Nazione che conta 70 milioni di abitanti. E poi ci sono i supermanager italiani, tipo Befera, il capo dellìAgfenzia delle Entrate, nonchè il capo di Equitalia, il quale percepisce circa 650 mila euro all’anno, cioè qualcosa come sei volte, SEI VOLTE, il capo dello Stato francese. Che dire!? Che Monti, intanto che incomincia lui a dare l’esempio, visto che non sapendo da dove incominciare per tagliare i costi della politica tanto ha nominato  all’uopo commissario il vampiro-Amati,  lo mandi a casa, e si limiti a copiare la Francia e otterrà subito il risultato che a parole si vorrebbe raggiungere.g.

I PROFESSORI SONO IN CRISI….DALLA RIFORMA DEL LAVORO A QUELLA DELLE PENSIONI E’ UN SUSSEGUIRSI DI “MEA CULPA”

Pubblicato il 10 maggio, 2012 in Politica | Nessun commento »

Per sua stessa ammissione il governo dei tecnici ha fallito. La riforma del mercato del lavoro? Non ha tenuto da conto le persone più sofferenti e i più deboli? Le misure di austery? Non hanno portato alla crescita economica promessa dal premier Mario Monti.

Il ministro del Welfare Elsa Fornero

Il ministro del Welfare Elsa Fornero
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La riforma delle pensioni? È stata molto dura e ha creato gravi problemi. Insomma, un disastro. Nelle sue ultime due uscite pubbliche il ministro del Welfare Elsa Fornero ha personalmente distrutto il lavoro svolto fino a questo momento dall’esecutivo tecnico.

Una bordata via l’altra. Un affondo pesantissimo contro la leadership del Professore e l’operato dei tecnici. Altro che le lacrime versate dalla Fornero al momento di chiedere sacrifici agli italiani, qui siamo alle lacrime da coccodrillo. Perché, nel giro di soli due giorni, il ministro del Welfare non solo ha bastonato la credibilità di Monti, già di per sé non più tanto amato dagli italiani, ma ha anche affossato il proprio lavoro. La riforma delle pensioni e quella del mercato del lavoro sono, infatti, i due “grandi” contributi apportati dalla Fornero in questo governo. Eppure è lei stessa a bocciare entrambi i testi. Ieri pomeriggio, durante l’assemblea di Confcooperative, il ministro si è scagliata contro la riforma del lavoro accusando il governo e se stessa di essere “in ritardo nell’attenzione ai più sofferenti e ai più deboli”. Non solo. La Fornero ha pure avvertito che la riforma potrebbe anche “incentivare la fuga verso il sommerso”.

Il ministro allo Sviluppo economico, Corrado Passera

“Qui ammetto qualche mia responsabilità“, ha detto. Oggi, invece, ha affondato la riforma delle pensioni. Intervenendo in videoconferenza alla “Giornata nazionale della previdenza” alla Borsa Italiana, la Fornero ha fatto notare che la riforma è stata “molto dura” e “ha creato dei problemi a molte persone e molte famiglie, problemi dei quali il governo è consapevole”.

Due riforme, due errori pesantissimi. Errori che gli italiani stanno pagando sulla propria pelle. Errori che il governo Monti – a detta della Fornero – conosce benissimo e a cui non vuole, quindi, mettere mano. Prendiamo il caos sugli esodati, per fare un esempio. Proprio ieri la Fornero ha annunciato la copertura fino al 2014 per 65mila persone, ma ha anche avvertito: “Le risorse sono soltanto per due anni”. E Monti che fa? Un tempo, davanti alle lacrime e al cedimento emotivo, il robotico premier l’aveva solleva di peso togliendole la parola e prendendo la situazione in mano. Adesso tace. Anche il ministro allo Sviluppo economico Corrado Passera non sa che pesci pigliare: “Il disagio sociale e diffuso legato alla mancanza di lavoro in Italia è più ampio di quello che le statistiche dicono. È a rischio la tenuta economica e sociale del Paese”. All’assemblea di Retre imprese Italia Passera ha detto senza mezzi termini che buona parte della colpa ce l’ha proprio l’Unione europea: “Deve smettere di parlare di crescita, ma farla, con l’intelligenza di saper distinguere gli investimenti che creano sviluppo”.

E quindi? Quindi, i professori brancolano nel buio. Chiamati a gran voce dai poteri forti per risolvere la crisi economica, i tecnici non sanno più come muoversi. Lo spread tra i Btp decennali e i Bund tedeschi viaggia ancora sopra la soglia drammatica dei 400 punti base, la disoccupazione giovani è sempre a due cifre, la pressione fiscale veleggia verso il 50%. Ad oggi il governo Monti è riuscito a chiedere soltanto sacrifici. “Pensavamo che alle misure di rigore seguisse la crescita ma questo non si è verificato”, ha ammesso ieri la Fornero. Così non è stato. I mea culpa dei ministri servono a poco: non immetteranno liquidità nelle tasche dei contribuenti, non aiuteranno i giovani a trovare lavoro, non porteranno il differenziale sui titoli di Stato a livelli accettabili.

Aspettiamo ancora l’ideona per cavarci fuori da questo pasticcio. Anche un’ideina, però, andrebbe benone... 10 MAGGIO 2012

GAFFE, AMAREZZE E RABBIA: IL ROBOT MONTI E’ FINITO IN TILT

Pubblicato il 10 maggio, 2012 in Politica | Nessun commento »

Governare stanca. Quando Mario Monti è entrato a Palazzo Chigi portava nella sua borsa una buona dose di disincanto e un grammo di ottimismo. Il rettore della Bocconi che diventa primo ministro.

Mario Monti

Una squadra di professori al suo fianco. Il bagaglio di buon senso degli editoriali scritti sul Corsera . Il post Berlusconi vissuto come una corsa in pianura. La benedizione del Quirinale. La curiosità degli italiani per quel loden verde buono a sopportare l’inverno. L’ambizione di entrare nella roulette russa della politica italiana come il salvatore della patria. Le formule da sacerdote o da alchimista, con la complicità e la benevolenza dei «padroni» tedeschi, per tenere a bada quel dio capriccioso che gli uomini di finanza chiamano spread . L’impresa era superiore a quella di uno Stramaccioni, ma il signore dei tecnici sapeva che il potere si conquista sul campo. E lui, comunque, rappresentava l’ultima possibilità data agli italiani per mostrare un carattere teutonico. A pensarci bene non sembrava neppure impossibile. Monti sorrideva, Monti andava la domenica a messa passeggiando per le strade di Roma, Monti che deliziava gli italiani con «battute argute da architetto postmoderno», un tecnico con la consapevolezza e la simpatia dell’omonimo idraulico dei videogame. Supermario e i suoi fratelli impegnati a salvare la ragazza, l’Italia,dallo scimmione chiamato Donkey Kong. Il Monti di adesso non assomiglia né a un eroe né a un videogame. È invecchiato in pochi mesi, come capita a chi si ritrova un giorno a rassicurare i sindacati, l’altro a incoraggiare Bersani,o Alfano, o Casini, con un Paese che spera di uscire dalla crisi, ma non con i piedi davanti e quattro signori vestiti di scuro come compagni dell’ultimo viaggio. Monti si guarda intorno e fatica a fidarsi di qualcuno. Le rughe ora appesantiscono il sorriso. Le parole diventano pietre, scatti di insofferenza e dentro monta la rabbia e la delusione di chi non si riconosce in un popolo di ingrati. Così trovano spazio le prime frasi smozzicate. «Se non era per me stavamo come la Grecia ».Il rigore e l’austerità mostrate come un atto di fede. La fiducia neo platonica nella sapienza morale negli intellettuali di professione, cosmopoliti, con lo stesso slang che parlano alla city,con l’Europa tecnocratica come nuova America, fratelli di sangue dello spirito di Francoforte, della Sorbonne o dei bostoniani del Mit. Tutto questo con la convinzione che gli italiani hanno bisogno di una guida sobria ma inflessibile. Eppure qualcosa non sta funzionando. Monti ha sottovalutato quanto sa di sale la tassa sulla casa. Non è riuscito a immaginare quanto questa crisi sta scartavetrando la pelle di chi fa impresa in bilico sui prestiti delle banche. Non ha visto lo sgomento, la tragedia, le paure, il ristagno che circonda artigiani e commercianti. Si è ritrovato, non colpevole, a contare i nomi dei morti. E qui ha gridato che la Spoon river dell’economia reale italiana non gli appartiene. Le colpe sono indietro, nel passato, non di chi vuole salvare questo Paese. È stato forse il momento in cui si è sentito più ferito. È quello che racconta chi lo frequenta. Lì davvero ha perso tutta la sua sobrietà. Qualcosa in quel momento si è rotto. È cominciata la stagione delle ombre. La consapevolezza che Bersani non può tirarla troppo a lungo, e pensa sul serio al voto a ottobre, prigioniero nella foto di Vasto e convinto di poter fare come Hollande in Francia. Il Pd che vira a Vendola non è più compatibile con il governo. Monti sente anche i mugugni che arrivano dalla palude del Terzo polo, con i finiani sempre in fuga da qualcosa e Casini che ha imparato a contare. Sente l’insofferenza del Pdl che preme su Alfano per sganciarsi dal carro del tartassatore. E il supertecnico comincia a sentirsi come un premier a tempo troppo presto determinato. Rilancia. Cerca sponde nell’amata Europa. Lamenta una carenza di élites, di politici che hanno ripudiato la politica. Non fa nomi e scontenta tutti. Tranne poi rifugiarsi in un vago: parlavo così in generale. Come fanno quelli che ingoiano rabbia e finiscono per alludere, per dire e non dire. Quello che Monti però non ha ancora fatto sono i conti con il suo governo. A parte le pensioni il resto sono tasse. Niente riforma del lavoro, niente welfare, sui tagli alla spesa si è inventato un tecnico al quadrato. E soprattutto niente fase due.È questo l’errore più vistoso dei tecnici. Pretendere sacrifici e non lasciar intravedere un futuro. Come nelle peggiori battute dei film. «Ok, professore, quale è il piano B per uscire dal tunnel?». «Piano B? Nessuno ci ha mai parlato di un piano B». Appunto. Il Giornale, 10 maggio 2012

LA TECNOCRAZIA NON E’ DEMOCRAZIA

Pubblicato il 10 maggio, 2012 in Economia, Politica, Politica estera | Nessun commento »

Le note dell’intervento tenuto ieri a Bruxelles da Mario Sechi, direttore de Il Tempo,  al convegno del Parlamento europeo “Quale futuro per l’Europa”.

Europa Il tema di cui discutiamo è la sovranità. Ma le elezioni presidenziali in Francia e quelle in Grecia segnalano un’inversione di tendenza: siamo tornati alle nazioni. Come reazione alla politica europea che non è condivisa dai popoli. A Parigi si è votato pour la France e contre l’Allemagne, ad Atene hanno vinto i partiti «no Euro», «no Bruxelles», «no Bce», tutto ciò che era ed è l’Europa di cui stiamo parlando qui, nel Parlamento. Ho ascoltato con grande attenzione le parole di Cohn Bendit, e devo dire che condivido il fondo della sua analisi: c’è una perdita di democrazia, rispetto ai dogmatismi contabili e agli accordi dei governi, i Parlamenti contano sempre meno. Ecco perché le elezioni nazionali hanno avuto come argomenti principali l’Europa e i suoi mali. Ma in quale scenario si sta svolgendo questo dibattito? Cari amici, sull’agenda ci sono almeno quattro parole chiave: 1. Lavoro: secondo gli ultimi dati del fondo monetario internazionale nel mondo industrializzato ci sono duecento milioni di uomini e donne in cerca di occupazione. Duecento milioni! Questa è una minaccia, un problema sociale che può sfociare in una guerra sociale. 2. Crescita: l’ho sentita evocare spesso nel Parlamento italiano e anche in questa sala più volte. È l’ultimo mantra di una politica che però non riesce a crearla. Sembra di vedere un veliero fantasma galleggiare in un mare morto. E mentre i governi cercano la crescita, la recessione sta distruggendo imprese, posti di lavoro, ma soprattutto speranza. Il fiscal compact che alcuni Parlamenti hanno approvato senza neppure leggerlo e altri non hanno nemmeno discusso ma dato per buono, è contro qualsiasi ipotesi di crescita, anzi è un ammazza-crescita. Verrebbe quasi da sospettare, ma lo facciamo solo per amore dell’analisi di scenario, che la Germania lo difenda così tanto perché in fondo consente ai tedeschi, attraverso il gioco degli spread, di finanziare il proprio sviluppo emettendo debito a bassissimo tasso d’interesse.

E scaricando il costo del debito sui Paesi più deboli e che resteranno tali finché non si sarà allentata la morsa fiscale e data loro una possibilità di sviluppo che non vuol dire uscire dal rigore, come si pensa a Berlino, ma aprire le porte a una nuova èra di investimenti. 3. Banche: anche ieri la prima pagina del Financial Times dava il titolo principale al salvataggio con soldi pubblici di Bankia, il terzo gruppo spagnolo per asset posseduti. Che sorpresa, ancora una volta i soldi dei contribuenti vengono utilizzati per salvare chi continua a fare finanza per la finanza, senza mai servire l’economia reale. Proprio ieri mentre viaggiavo verso Bruxelles stavo rileggendo i saggi politici di Orwell, ecco mi sembra di essere piombato in un romanzo orwelliano in cui il paradigma del «too big to fail» (troppo grande per fallire) non può essere applicato ai giganti della finanza, ma gli Stati e i loro popoli invece possono fallire. Per cui siamo al paradosso che le banche che hanno speculato sulla Grecia vanno salvate mentre lo Stato greco può fallire e il suo popolo essere affamato. È questa l’Unione europea che sognavate? È questa l’Europa che volevano costruire Spinelli, Schuman e i padri fondatori? Secondo un rapporto dell’Unicef in Grecia 450 mila bambini sono sulla soglia della fame. È una vergogna e non smetterò mai di scriverlo e dirlo in pubblico. Certamente questa non può essere la mia Europa. Risolvere il problema della Grecia qualche anno fa sarebbe costato solo 50 miliardi, ma si è preferito attendere perché la finanza non voleva perdere un euro e il risultato è tutto nella drammaticità di queste ore. La Grecia non ha ancora un governo, in Parlamento sono arrivati i partiti estremisti, Atene rischia di tornare a votare senza risolvere i suoi problemi, il default è un rischio concreto, il ritorno alla dracma per un popolo esasperato è diventato una speranza, e l’Eurozona rischia il break up, la rottura. Che cosa succede se si realizza lo scenario previsto da uno studio dell’università di Cardiff per cui arriviamo al doppio euro? Chi lo gestisce? Cosa succede? Quali saranno le conseguenze? Lo sanno tutti che i contratti delle grandi corporation ormai prevedono clausole di salvaguardia nel caso in Europa dovesse rompersi l’Eurozona. Gli studi legali internazionali già prendono contromisure, le mettono nero su bianco, preparano la diga in caso del diluvio. E i governi europei che fanno? E il Parlamento che fa contro la cattiva finanza? Non c’è neppure un ombrello in caso di pioggia. Ripeto, banche e cattiva finanza questo è il problema, l’origine della crisi che parte nel 2008 con i mutui subprime in America e si propaga come un virus in tutto il mondo. È ora che anche le banche prendano atto che possono fallire, non si salva la finanza che lavora solo per la finanza. Deve essere chiaro una volta per tutte, bisogna finirla con questa mistificazione e manipolazione del linguaggio e mi appello a tutti i giornalisti affinché raccontino quel che sta accadendo: l’Europa è in pericolo, grave pericolo. 4. Democrazia versus Tecnocrazia: è questo il nocciolo del problema occidentale, ma in particolare europeo. La discussione sul funzionamento istituzionale dell’Unione a cui ho assistito dimostra che bisogna ripensare il rapporto tra organi rappresentativi, eletti e soprattutto elettori. Il mio Paese, l’Italia, è una metafora di questo problema. La tecnocratica way of life italiana è interessante nei suoi esiti perché avete qui davanti un signore che ha sostenuto il governo Monti, pensa che non vi sia alternativa, ha salutato con favore l’uscita del governo Berlusconi, ma alcuni mesi dopo deve prendere atto della realtà. La ricetta dettata dalla Bce e da Bruxelles ha dei limiti enormi: quando un Paese in recessione viene sottoposto a una cura fiscale eccessiva – siamo ben oltre il 45% di prelievo – non occorre essere laureato in economia a Princeton per capire che il risultato è quello di produrre ancora più recessione, distruzione di posti di lavoro e turbolenza sociale. E anche in Italia le ultime elezioni hanno confermato la tendenza europea al «no euro», «no Bce» «no Bruxelles». È un fiume carsico pericoloso, perché ripeto, sono tornate le nazioni e invece c’è bisogno di un’Europa che funzioni. Non è possibile vedere uno scenario in cui la France è contre l’Allemagne, Atene brucia e Berlino irride, l’Italia si dibatte in una ricetta suicida e intanto nel mondo circolano trecento trilioni di dollari di titoli derivati, vera spazzatura, senza alcuna copertura fondamentale, una bomba atomica sulla quale siamo seduti, dieci volte la ricchezza mondiale, e nessuno fa niente. Cari amici del Parlamento europeo, dov’è la soluzione per la cattiva finanza? Non la vedo. Ma abbiamo accettato che le banche non possono fallire e gli Stati sì. Io non so se l’Italia riuscirà a salvarsi o meno da questa crisi profonda e drammatica. Ma di una cosa sono certo: senza l’Italia non ci sarà mai l’Europa. Da Il Tempo, 10 maggio 2012