LA BANDA BASSOTTI C0LPISCE ANCORA, di Mario Sechi

Pubblicato il 19 aprile, 2012 in Economia, Politica | Nessun commento »

È confermato: la Lega è dentro la trama di un romanzo spionistico. Dopo l’oro e i diamanti di Goldfinger-Belsito credevamo di aver visto tutto, e invece… oplà! anche la giornata di ieri ci regala fatti memorabili. Eccoli in serie e cominciate a prendere il calmante: 1. nei documenti sequestrati sull’acquisto di gemme e lingotti compaiono le firme dei parlamentari leghisti Piergiorgio Stiffoni e Rosy Mauro; 2. nella Lega sono al tutti contro tutti e lo prova uno scoop di «Panorama» che rivela l’esistenza di un dossier leghista contro Bobo Maroni, l’unico candidato possibile al posto di Umberto Bossi; 3. Rosy Mauro annuncia a Matrix che non esclude di passare con Beppe Grillo. Che grande spettacolo di nobiltà d’animo. Todos caballeros.
La grana padana si è trasformata in guerra padana. Bruttissima vicenda. Perché è diventata la metafora del nostro sistema politico: una storia di bassa lega dove una specie di «Banda Bossotti» si adoperava per fregare tutti e tutto: potere, soldi, privilegi. È un minestrone rancido, indigeribile per qualsiasi cittadino che tira a campare e deve pagare.
Le lotte fratricide sono da sempre uno degli ingredienti del menù della politica, ma devo ammettere che quella leghista è affascinante per il suo lato trash, il cattivo gusto, il pressappochismo, l’assoluta imperizia, la diffusa ignoranza e la comica irresponsabilità con cui si sta svolgendo sotto i nostri occhi. Un ex ministro dell’Interno – il titolare del Viminale, uno degli uomini più potenti del Paese per la carica che riveste – viene spiato da alcuni esponenti del suo partito. L’uomo che dispone della polizia finisce per essere dossierato dai suoi compagni d’avventura. Metter su un’operazione di intelligence senza avere un briciolo d’intelligenza non è facile. E infatti i leghisti spioni sono finiti come l’Emmental, pieni di buchi dai quali è uscito di tutto. Il cerchio magico s’è trasformato in circo magico, il figlio di Bossi è diventato una trota in salmì dimettendosi da tutto e forse anche da se stesso, Rosy Mauro è in mutazione perenne, un personaggio tragico che fa la parte del capro espiatorio ma più la cronaca va avanti e più il sospetto che abbia qualche colpa da espiare si materializza. E poi c’è un tal Stiffoni sul quale vale spendere qualche riga: interpellato l’altro ieri dal nostro giornale il senatore aveva negato qualsiasi tipo di relazione con la storia dei lingotti e dei diamanti. Ma ieri abbiamo scoperto che la sua firma compare in un ordine d’acquisto di preziosi fatto dal tesoriere della Lega Belsito. Perbacco, questo qualcosa cambia. Torniamo indietro di 48 ore. Desidero che i lettori si facciano un’idea precisa dei fatti, non voglio far loro perdere niente di questa prelibata portata del menù della nostra politica. Riporto l’istruttivo botta e risposta pubblicato su Il Tempo di ieri con il nostro capo del servizio politico, Alberto Di Majo.
Domanda:«Dicono che lei avrebbe preso alcuni diamanti e lingotti d’oro».
Risposta: «Si, come no, li ho sotto il mio letto».
Di fronte a una risposta così secca il cronista che fa? Prende atto. Stiffoni è granitico nelle sue affermazioni e noi registriamo e riportiamo il virgolettato. «Finalmente uno tosto» chiosiamo io e Di Majo in riunione.
Nella serata di ieri, quello che appariva tosto, si smoscia. E la sua versione dei fatti cambia. Scompare il letto. Compaiono i diamanti. Leggete un po’ cosa dice Stiffoni dopo la diffusione della notizia che c’è la sua firma su un ordine d’acquisto: «In questi anni ho avuto la possibilità di risparmiare del denaro che, d’accordo con i miei familiari, è stato oggetto di investimenti nello scorso mese per proteggerlo dalle fluttuazioni negative dei mercati». Benissimo, tutto regolare, ottimo investimento, da manuale del risparmiatore. Ma non poteva dirci la verità l’altro ieri, caro onorevole Stiffoni? Cosa le costava mettere in chiaro la vicenda da subito? Era così difficile di fronte alle domande di un giornalista informare i lettori – e soprattutto i suoi elettori – delle sue scelte e dire che aveva preso tale decisione? Non mi pare – da quel che lei dice – ci sia nulla da nascondere, semmai da chiarire subito per fugare tutti i dubbi e affermare la sua posizione chiara e non compromessa. E invece no, lei ci ha raccontato una non verità. E ha fatto male. Perché non c’era alcun motivo per essere reticente di fronte alla stampa che fa il suo mestiere e a milioni di votanti del Carroccio che non meritano di essere presi in giro. Né dal fondatore della Lega, Umberto Bossi, né da uno Stiffoni qualunque.
Andiamo avanti. Dove? Alla soluzione politica del problema. La diga ha ceduto, il fiume con i suoi detriti precipita a valle e mi chiedo quanto ancora dobbiamo aspettare per vedere due o tre decisioni serie da parte del Parlamento. I politici di professione pensano che prima o poi quest’ondata di rigetto verso tutto ciò che è preceduto dalla parola «partito» passi e tutto andrà bene madama la marchesa. No, grave errore. Qui abbiamo un sismografo piuttosto attendibile: le lettere e i messaggi dei lettori. Non c’è n’è uno solo che difenda lo status quo. Ci sono invece tante persone ragionevoli, cittadini moderati, che desiderano una reazione credibile, uno scatto, un cambio di passo, un gesto che dia un senso di rinnovamento vero del sistema politico. A giudicare dal tenore di quello che mi scrivono, ancora non è arrivato niente di convincente.
Il governo dei tecnici sta facendo da parafulmine a una situazione di decadimento molto grave. Per questo non ci sono e non ci saranno alternative all’esecutivo di Mario Monti. Serve a «far passa’ a nuttata» ai partiti e poi si vedrà cosa esce dalle urne. Uno tsunami. Non perché sia contro il cambiamento, anzi, ma perché all’orizzonte non vedo nessuna forza politica in grado di assicurare la discontinuità e nello stesso tempo l’equilibrio istituzionale per traghettare la nostra scassata nazione dalla Seconda alla Terza Repubblica. Sarebbe compito dei leader di questi partiti trovare un accordo decente e darci regole nuove con cui votare, scegliere chi deve governarci e assicurare un minimo di stabilità. Ma fanno melina e di lavoro effettivo in Parlamento ne è rimasto poco: sei mesi al massimo, poi sarà tempo di propaganda.
La trattativa sulla nuova legge elettorale – passaggio fondamentale – è in stallo. Tra i guastatori è comparso pure Romano Prodi, al quale la bozza proporzionalista alla tedesca proposta da Alfano, Bersani e Casini non piace. E invece il prof si sbaglia, è un buon compromesso perché le attuali coalizioni sono andate in frantumi e riproporre la grande ammucchiata dell’Ulivo come sogna Prodi è impossibile. O meglio, fattibile, perfino vincente, ma poi assolutamente incapace di governare un Paese con il terzo debito pubblico del mondo e la recessione in corso. Io non ho dimenticato i tempi in cui il governo Prodi era appeso ai voti del senatore sudamericano Pallaro o ai generosi contributi dei senatori a vita. È finita anche quell’avventura progressista come doveva finire: male. E per favore, non concedeteci il bis. Si andrà avanti così, le inchieste sul malcostume politico continureanno. Gli italiani batteranno i pugni sul tavolo, rideranno e guarderanno il calendario in attesa di voltare pagina e arrivare al 2013. Poi si voterà e nel circo del Parlamento ci sarà un’attrazione in più: un Grillo parlante con i suoi grillini. Buona fortuna. Mario Sechi, Il Tempo, 19 aprile 2012

.……Il fatto è che di banda bassotti non c’è solo la Lega, peraltro autotrasformatosi in una specie di banda risolini, ma ci sono le bande che si possono intitolare a tutti i partiti, nessuno escluso. Tutti hanno usato il denaro pubblico per scopi diversi da quelli per cui erano stati dati, tutti hanno violato la legge, tutti hanno investito ii denari dei contribuenti per fini diversi, spesso addirittura malavitosi come dimostra il caso della Lega. In attesa che qualche PM si distragga dallo sport che più piace a certa magistratura -  occuparsi di fatti vecchi di 50/60 anni o  infilarsi sotto le lenzuola di questo o di quello – e si decida ad aprire un fascicolo a carico di tutti i partiti con l’ipotesi di reato che può andare dalla truffa aggravata al peculato, siano gli stessi partiti a fare un mea culpa collettivo, e a darsi una regolata. BASTA CON I FINANZIAMENTI PUBBLICI, RESTITUISCANO CIO’ CHE RIMANE DI QUELLO PRESO E CHE DETENGONO SENZA TITOLO, E, INFINE, MA NON SECONDARIO, SI CONVINCANO CHE CON MONTI NON SI VA DA NESSUNA PARTE E CHE LA CRESCITA SENZA CONSUMI E’ INIMMAGINABILE, COME SA QUALSIASI STUDENTE AL PRIMO ANNO DI ECONOMIA, E CHE PER INCENTIVARE I CONSUMI E QUINDI FAVORIRE LA CRESCITA LE “IDEE” DI PASSERA SONO ACQUA FRESCA, MENTRE, INVECE, OCCORRE RIDURRE LA PRESSIONE FISCALE, RESTITUIRE FIDUCIA AGLI IMPRENDITORI, AI RISPARMIATORI E AI CONSUMATORI. COME? PER QUESTO SONO LAUTAMENTE PAGATI I PARLAMENTARI…PER TROVARE I RIMEDI E GLI STRUMENTI NECESSARI. ALTRIMENTI CHE SE NE VADANO AL PIU’ PRESTO A CASA. g.

IMU, LA TRAGEDIA DI UNA TASSA RIDICOLA, di Vittorio Feltri

Pubblicato il 18 aprile, 2012 in Costume, Politica | Nessun commento »

Imu. Basta la parola a far venire l’orticaria, peggio della scabbia. Ce l’ha rifilata il governo. Se l’intento di Mario Monti era quello di costringerci a rimpiangere la vecchia e gloriosa Ici, obiettivo colto in pieno. A dire il vero, agli aumenti quotidiani delle tasse ci siamo abituati, anzi rassegnati.Quando arrivano,c’è chi sospira e c’è chi sacramenta, ma tutti pagano. Provare a non farlo.

Nel caso dell’Imu è diverso. Nell’attesa che essa ci colpisca tra capo e collo, viviamo nell’incertezza, che genera angoscia. La domanda che ognuno si pone è semplice e drammatica: quanto dovrò sborsare? I giornali, incluso il nostro, si sforzano lodevolmente di spiegare ciò che essi stessi non hanno capito. E il risultato è che nel lettore cresce l’ansia perché, con tutta la buona volontà, egli non dispone degli elementi per fare dei calcoli attendibili.

È la prima volta nella storia repubblicana che accade una cosa simile. Di solito i governi più scalcinati – per esempio quelli presieduti da Giulio Andreotti,un campione nel tirare a campare (tant’è che campa ancora, e ne siamo lieti per lui: auguri)- aumentavano le imposte sulla benzina, sui tabacchi, sul registro, e via andare. I cittadini si adeguavano, sia pure soffrendo. Il concetto era chiaro: o mangi questa minestra o salti dalla finestra.

I professori, probabilmente, oltre a essere molto dotti sono anche un po’ sadici. E dicono: occhio, vi rifiliamo l’Imu.E noi pensiamo:pace amen,la verseremo. Quanto vi dobbiamo? Risposta: vedremo. E rimaniamo a bocca aperta. Eravamo consapevoli da decenni che lo Stato è pasticcione e pressappochista, ma che fosse anche ubriaco dalla mattina alla sera non lo avevamo mai sospettato. Ciucco intronato, per dirla alla lombarda. Tentiamo di raccapezzarci. A giugno si versa la prima rata sulla base dell’aliquota nazionale. A settembre si sborsa la seconda. Sulla stessa base. A dicembre il conguaglio. E finalmente saremo informati sul quantum, che non sarà uno scherzo. Probabilmente attingeremo il denaro dalla tredicesima, se sarà sufficiente ad assorbire la botta. Comunque, per parecchie famiglie, saccheggiare la tredicesima allo scopo di ubbidire al fisco significherà rinunciare al cappotto per i bambini, ai regali della Befana. E vabbè. Quesito retorico. Perché non ci comunicano subito il totale?

I Comuni vogliono aggiungere la loro quota ( una specie di addizionale) di imposta.Per cui i geni dell’esecutivo e i fenomeni dell’Agenzia delle entrate sono costretti ad aspettare i loro comodi. Inoltre, per stangarci meglio, il governo ha avviato la revisione degli estimi catastali. I calcoli non si faranno più sul numero dei vani, bensì sui metri quadrati. Con quale criterio? Mistero. Si sostiene che i nuovi estimi saranno rapportati ai valori di mercato. Idiozia purissima. Perché le valutazioni di mercato – lo sanno tutti, meno i professori – sono oscillanti. È un dato che i prezzi degli immobili sono precipitati. Vanno su e giù da sempre. Ora vanno giù. E come faranno le menti illuminate dei tecnici a stabilire se casa nostra vale 10 o 15? La mia per esempio vale, a giudizio degli immobiliaristi, un milione di euro. Ma a questa cifra col piffero che trovo un pirla pronto a comprarla. Però se il perito del catasto scrive che la quotazione di mercato è un milione, io devo pagare l’Imu su un milione anche se nessuno me l’acquista a questo prezzo.

La follia fiscale è illimitata. In un Paese normale succederebbe quanto segue. La revisione catastale la fa lo Stato dato che il catasto è statale. La composizione della mia famiglia è accertabile all’anagrafe, cioè un ente pubblico che risponde allo Stato della sua attività. Ergo, l’Agenzia delle entrate, disponendo degli elementi forniti dallo Stato stesso, dovrebbe essere così gentile da mandarmi un bollettino recante la somma che mi si richiede per mettermi in regola con l’Imu.

Perché non avviene tutto ciò? Non esistono forse i computer che dovrebbero contenere ogni dato necessario alla rapida riscossione? No, cari lettori. Non esiste un tubo di niente. Siamo in balia dei professori. E se questi sono i docenti, figuriamoci gli allievi. Vittorio Feltri, Il Giornale, 18 aprile 2012

..……………Più che agli allievi, il pensiero va agli sponsor di cotanti dilettanti allo sbaraglio. Va per esempio al grande pensatore ex dc, ex ppi, ex margherita, ora testa d’uovo del PD, cioè Enrico Letta. Negli ultimi mesi, in ogni comparsata TV nei vari salotti e salottini della TV pagata dagli italiani, ogni volta che proponeva un sostituto di Berlusconi, sussurrava “penso a Monti”.  E’ lo stesso Letta che il giorno della fiducia del governo Monti alla Camera,  inviava bigliettini al premier dal vago sapore ruffianesco: ” caro Mario, se hai bisogno sono qua”. Forse sperava in uno strapuntino nel sottogovenro dei tecnici , lui che forse si picca di essere un tecnico a sua volta, solo che è rimasto a bocca asciutta dopo che per via dei veti incrociati dei partiti Monti ha potuto smarcarsi dai tanti suoi “protettori” scegliendo quelli che come lui in una sola cosa  eccellono: l’improvvisazione e il pressapochismo. Come  l’IMU le  cui traversie, non ancora finite, stanno lì a dimostrare ampiamente. E  per capire che non siano finite basta visionare  il modello aggiornato  F24 che l’Agenzia delle Entrate ha già messo sul web: il povero contribuente oltre che pagare la tassa sulla casa  che arriva alle stelle,   dovrà fare gimcane di ogni genere per compilarlo prima di portarlo in banca o alle Poste, studiandosi di non fare alcun erorre perchè altrimenti rischia che il versamento finisca chissà dove e il contribuente  venga chiamato, magari a distanza di anni, a ripagare la tassa con l’aggiunta di esose sanzioni. Se non avessimo certezza che Monti si è rivelato un vero e proprio venditore di fumo, potremmo pensare che si tratti di una trappola per ulteriormente vessare i contribuenti italiani che così non lo dimenticheranno più. Ma più di lui, i contribuenti italiani non potranno dimenticare quelli che lo hanno “chiamato”. g.

LA LEGA AFFONDA NELL’ORO E L’ITALIA NEL CAOS

Pubblicato il 18 aprile, 2012 in Politica | Nessun commento »

Roberto Maroni Nella Lega devono aver preso una sbornia colossale di film di James Bond, non c’è altra spiegazione. Non credo siano dei cultori dei libri di Ian Fleming, ma di certo hanno visto Agente 007-Missione Goldfinger. Così Francesco Belsito, il tesoriere leghista, ha vestito i panni del cattivone del film, Auric Goldfinger, e si è messo a trafficare in oro e diamanti. Il piano era perfetto: faccio uscire soldi fruscianti dai conti del Carroccio accesi in Banca Aletti e Banca Popolare di Novara, li trasformo in gemme e lingotti e realizzo il tesoretto. Ma Belsito non ha il phisique du role per un film bondiano, al massimo potrebbe fare la comparsa ne I soliti ignoti. Insomma, s’è fatto beccare con le mani nella marmellata. Siamo al «ciak, si gira» di un film tragicomico. Ieri abbiamo annotato sul taccuino la restituzione del malloppo alla Lega. Se per tutto il resto c’è Mastercard, vedere l’avvocato di Belsito farsi firmare da un militante leghista la ricevuta di consegna, non ha prezzo. Pacco restituito: undici diamanti, cinque chili di lingotti d’oro e un’Audi A6 che era in uso a Renzo Bossi, il virtuoso figliolo di Umberto. Pare manchino all’appello duecentomila euro. Dettagli. «Sono di proprietà del partito» è stata la frase finale, un epitaffio perfetto per un partito che esordì sulla scena parlamentare con un cappio e l’urlo «Roma ladrona». Apoteosi del contrappasso dantesco, beffardo epilogo di una storia che mette la parola «fine» sulla diversità leghista. Ora abbiamo un Carroccio pieno di diamanti, lingotti, ampolle e scope padane. Evviva, la Lega affonda nell’oro. Immagino i pensieri di Giorgio Napolitano. Si affanna a tenere in piedi le macerie del sistema e si prodiga nella sua azione di moral suasion . Presidente, la stimo, ma è una fatica di Sisifo. Ipartiti non hanno nessuna intenzione di autoriformarsi. Troppi interessi, troppi parlamentari senza arte né parte. Ci sono gli onesti, uomini e donne che si sono spesi per il bene pubblico, ma sono travolti da uno tsunami che parla di gestioni e arricchimenti personali. Cosa può pensare un cittadino che tira a campare di fronte a partiti che trafficano in diamanti e lingotti? Cosa gli frullerà in testa quando a giugno dovrà pagare l’Imu? Uso il termine tecnico più appropriato: si incazza. E non prenderà la scopa padana, ma il forcone. Cosa dovrebbero fare i partiti per scongiurare l’arrivo di un’ondata antipolitica? Rimboccarsi le maniche e fare le riforme. Campa cavallo. Ma i partiti sono necessari, è la risposta pronta e saggia di chi si preoccupa per le sorti del Paese. Lo so bene, lo sanno i nostri lettori, ma in Parlamento si stanno scavando la fossa da soli e pare non abbiano ancora capito che cosa stia succedendo. È per questo che sono preoccupato. Non vedo una reazione adeguata alla gravità della situazione e addirittura percepisco molta rassegnazione e parecchio cinismo in giro. I segnali del caos sono sotto gli occhi di tutti. Ieri si doveva passare all’esame in sede legislativa – un passaggio più rapido – della riforma sulla trasparenza dei bilanci. Insufficiente su molti fronti, ma meglio di niente. Risultato: sono bastate 74 firme per bloccare la corsia preferenziale. Sarà un caso, ma sono quasi tutte della Lega. Si torna in aula. Palude parlamentare. E buonanotte. Purtroppo il lavoro del governo Monti da settimane ha perso lo smalto iniziale. Sulla riforma del lavoro ha proceduto al ribasso, le liberalizzazioni sono acqua fresca, sulla crescita -Passera dixit – non ci sono «ideone» ma mi permetto di aggiungere che non ci sono neppure idee piccole, mentre la crisi morde, la recessione avanza, i consumi calano, il debito sale, lo spread è tornato a spumeggiare come lo champagne e la spremuta fiscale è in arrivo. Neppure la riforma della legge elettorale è al sicuro. Ho letto le dichiarazioni di Romano Prodi sulla proposta di Alfano-Bersani e Casini. Il professore – che aspira al Quirinale – boccia il proporzionale. Per lui così «si torna all’ingovernabilità». Cosa che in realtà non è vera, ma qui interessa registrare la posizione politica. Il creatore dell’Ulivo boccia l’iniziativa del segretario del Partito Democratico. Il che si traduce poi in una guerra interna al Pd che non porta niente di buono per l’esito della riforma. Anzi, riporta in primo piano la grande tentazione del Pd di risolvere le sue contraddizioni interne rovesciando il tavolo delle riforme per andare alle elezioni anticipate in ottobre. Al Pd converrebbe, almeno sul piano puramente elettorale: l’alleanza di Vasto vincerebbe. E l’Udc avrebbe la sua quota di cariche istituzionali. A questo bisogna aggiungere il mal di pancia che la vicenda della gara per le nuove frequenze televisive ha creato nel Pdl, il partito più importante della maggioranza che sostiene il governo Monti. La mossa di Passera in un altro contesto avrebbe fatto rumore, non provocando però un patatrac. Ma ora lo scenario è diverso. Tutto può essere usato come scusa per affondare il governo tecnico e misurarsi in una battaglia elettorale all’ultimo sangue. Non è la soluzione. Perché chi va al governo poi si troverebbe di fronte alla domanda di Lenin: che fare? Vent’anni dopo Tangentopoli, siamo punto e a capo. C’è il paradosso dell’autoriforma – i tacchini che non possono deliberare sul pranzo di Natale – e i condizionamenti pesanti di un sistema di potere clientelare e affaristico che non molla la poltrona, unica garanzia per il futuro. In queste condizioni, i movimenti demagogici – di tutti i tipi – trovano terreno fertilissimo per crescere e raccogliere i consensi più vari. Da quello delle categorie sociali colpite dalla crisi – e smarrite dall’assenza di risposte del Parlamento – ai movimenti radicali da sempre presenti nel nostro Paese, ai furbacchioni che cercano voti e un’occasione per sbarcare a Montecitorio e trasformarsi rapidamente in quello che dicevano di combattere. Il cosiddetto «rinnovamento» in Italia procede sempre gattopardescamente, ma stavolta c’è di più. Si sente una rabbia idrofoba, una voglia di sfascio e tabula rasa che solitamente non porta nulla di buono. Non abbiamo mai saputo fare rivoluzioni, non abbiamo fatto mai i conti fino in fondo con la nostra storia, i nostri grandi errori. E il ciclo si sta ripetendo. Inesorabilmente. Le storie di Lusi e Belsito, i tesorieri della Margherita e della Lega sono il picco sismografico che segnala il pericolo: sta per saltare tutto. Un oscuro senatore del centrosinistra che si arricchisce personalmente, fa la bella vita, usa l’aerotaxi e investe soldi in Canada, usando i fondi del partito che a sua volta si fa fregare come un pivello; un improbabile contabile che fa gli interessi del «cerchio magico» di Bossi e famiglia, inventa tragicomici giri di denaro tra Cipro e la Tanzania, compra oro e diamanti con i soldi gentilmente concessi dai contribuenti al suo partito sotto forma di rimborso elettorale. Storie di impiccio e imbroglio che sono l’inizio della fine della Seconda Repubblica. Saltato il coperchio del pentolone di polenta leghista, salta tutto. Il mito del partito padano brutto da vedere, con molte idee sbagliate, ma almeno onesto è caduto fragorosamente. E anche per gli italiani che hanno sempre pensato al Carroccio come qualcosa di inguardabile e invotabile, questa vicenda è la goccia che fa traboccare il vaso. Ci salveremo? Siamo ancora in volo, allacciate le cinture di sicurezza. Mario Sechi, Il Tempo, 18 aprile 2012

……..Oggi è il 18 aprile, 64 anni fa l’Italia scopriva il gusto della libertà scegliendo plebiscitariamente la Dc di De Gasperi che vinse lo scontro frontale con il PCI di Togliatti cui si era aggregata nel Fronte Popolare tutta la sinistra a cominciare dal PSI di Pietro Nenni. Sembrano passati secoli e invece si tratta di  soli sei decenni. 64 anni fa gli italiani vivevano l’alba di una nuova epoca piena di speranze che presto si sarebbero trasformate in certezze grazie alla grande volontà di rinascita di un intero popolo che si rimboccò le maniche, prima ricostruì dalle macerie lo Stato e le sue istituzioni e poi marciò speditamente verso il benessere e la serenità. Sei decenni dopo ci ritroviamo al punto di partenza, come nel gioco dell’oca, ritornati non solo alla povertà fisica ma anche a quella morale ed etica. Abbondano i ladri, non quelli di pollo, ma quelli di Stato, come i partiti arraffatutto,  e abbondano anche i terroristi, non quelli degli anni di piombo, ma quelli psicologici, come il prof. Monti che diffonde paure e tensioni – abbiamo evitato lo schok distruttivo, ha detto ieri – per giustificare le sue politiche fiscali  vessatorie che  stanno portando verso l’abisso un intero popolo mentre una nomencklatura inossidabile quanto pervicace nella sua più totale indifferenza conserva e cristallizza  privilegi e benefici non solo inimmaginabili quanto ingiustificabili. I Padri della Patria, i costituenti del 1948,  si stanno rivoltando nella tomba! g.

PD,PDL,UDC NON CI SENTONO:VOGLIONO CONTINUARE A SPILLARE I SOLDI PUBBLI PER FINANZIARE I PARTITI

Pubblicato il 16 aprile, 2012 in Politica | Nessun commento »

Un sistema democratico può vivere senza finanziamento pubblico ai partiti? Il dibattito impazza nel Paese, specie dopo gli ultimi scandali che hanno coinvolto prima il senatore Luigi Lusi (ex tesoriere della Margherita), poi Francesco Belsito, ex tesoriere della Lega.

Bersani, Alfano e Casini nell'incontro con Monti

Bersani, Alfano e Casini vogliono confermare i finaziamenti pubblici ai partiti, sordi alle proteste della gente.

Qualcuno rievoca il referendum del 1993, che abrogò il finanziamento, tornato in vita (fin da subito) sotto forma di rimborsi elettorali. Intanto si apprende che l’ABC, l’asse Alfano-Bersani-Casini, non vuole cancellare i finanziamenti pubblici ai partiti:Sarebbe un errore drammatico, che punirebbe tutti allo stesso modo e metterebbe la politica nelle mani delle lobby, centri di potere e di interesse particolare”, si legge nella relazione alla loro proposta di legge sulla trasparenza dei partiti.

I leader della maggioranza che sostiene il governo Monti il 12 aprile scorso hanno firmato, insieme ai capogruppo di Pdl, Pd e Terzo Polo, una proposta di legge che prevede “misure per garantire la trasparenza e il controllo dei bilanci dei partiti e dei movimenti politici”. “Il finanziamento pubblico dei partiti presuppone regole certe che garantiscano la trasparenza e il controllo sui bilanci. Questa è la strada e bisogna intervenire rapidamente”.

La proposta di legge depositata da Alfano, Bersani e Casini ricalca  l’emendamento al decreto in materia di semplificazione fiscale all’esame della commissione Finanze, poi dichiarato inammissibile da Fini. Probabilmente già domani Montecitorio deciderà se assegnare in sede legislativa, alla commissione Affari Costituzionali, come chiesto dal presidente della Camera. Il Giornale, 16 aprile 2012

.………….Non c’è niente da fare. L’ABC che sostiene Monti, il nuovo sceriffo di Nottingham che rapina i poveri (i contribuenti italiani) per dare ai ricchi (le Banche) non ci sentono da nessuno dei due orecchi che Dio, magnanimo,   ha dato anche a  loro. Fanno finta di nulla e imperterriti non ne vogliono sapere di abolire il finanziamento pubblico ai partiti, già abrogato nel 1993, a furor di popolo, e ricomparso pochi  mesi dopo sotto forma di rimborsi elettorali. Rimborsi che, quando no  sono finiti nelle mani di autentici ladri, sono stati usati dai partiti per creare imperi immobiliari e rendite cospicue al riparo delle intemperie finanziarie come quelle che invece  impoveriscono tutti gli altri italiani. Come si apprende dalla nota che riportiamo sopra e che è stata  “lanciata” dallAgenzia ANSA, i tre para…li,  che come i ladri di Pisa litigano di giorno per spartirsi il bottino di notte, hanno firmato insieme ai capigruppo dei loro partiti  a cui si sono aggiunti i capigruppo del FLI (a proposito che ne pensa l’on. Bocchino che su Facebook sfidava i tre dell’avemaria a rinunciare ai soldi pubblici della firma apposta da Della Vedova?)  e dell”API, cioè Pisicchio, una proposta di legge nella cui relazione si legge che i finanziamenti ai partiti sono necessari per salvare la demcorazia. Beh, se si tratta di questa democrazia dove abbondano ladri e veri e propri criminali, è ancor più giusto non dare manco un centesimoin modo da  agevolarne il trapasso nell’al di là…Ma a parte la battuttacia, davvero questi signori credono di poter continuare a prendere per i fondelli gli italiani? In America, che è l’America, la più grande e solida democrazia del mondo, dove può capitare che un presidente eletto con voto quasi bulgaro sia costretto a dimettersi, e dove le lobby – di cui si teme l’influenza in Italia a danno della democrazia (sic!) – sono ufficialmente riconosciute, ebbene in America i partiti che tra l’altro sono solo due e non una miriade come in Italia, non ricevono dallo Stato neppure una lira e si finanziano con i contributi che i privati elargiscono alla luce del sole. E’ vero! In Italia potrebbe capitare che nessun privato sano di mente elargisca un solo centesimo a questi partiti che sono chiusi in se stessi, aureferenziali e per nulla disposti ad aprirsi all’esterno, per cui i partiti rischiano di rimanere a bocca asciutta. Ebbene cosa può importare ai contribuenti italiani, tartassati dal fisco  e comuqnue dallo Stato quasi fossero dei veri e propri delinquenti  che i partiti vadano in malora o, peggio, che falliscano? Per intanto si vendano gli imperi immobiliari che hanno realizzato con i soldi degli italiani, come sono costretti a fare milioni di cittadini che non ce la fanno ad andare avanti per colpa, sopratutto, dei cattivi amministratori pubblici, ad ogni livello, che hanno sperperato i soldi dello Stato, finendo per alzare bandiera bianca per affidarsi ad un manipolo di esperti che lo sono soltanto nel pressappochismo e nella sciatteria che sinora hanno dimostrato, e poi si adattino a vivere di poco e ad essere frugali – in ogni senso… – rinunciando ad esternazioni visive che in un tempo nemmeno tanto lontano molti di loro  -  che c’erano anche allora – rimproveravano a Bettino Craxi che per molto meno finì sulla graticola e ci rimise la vita. Ecco, ci stanno provando il trio ABC con l’aggiutna della F  (Fini)  e della R (Rutelli), ma si limitino a provarci perchè se portano in porto il loro scellerato progetto davvero rischiano l’esplosione della rabbia assai ribollente della gente che non aspetta altro per impugnarr i forconi e sbatterli fuori dalle stanze del potere. g.

IL PD PIANGE MISERIA E VUOLE I SOLDI DELLO STATO

Pubblicato il 14 aprile, 2012 in Il territorio, Politica | Nessun commento »

Il Pd rischia la bancarotta. E si aggrappa ai finanziamenti pubblici per evitare l’estinzione finanziaria. Dopo il terremoto Lusi che sta facendo tremare la sinistra e mentre si discute dei rimborsi elettorali ai partiti, il Pd in bolletta piange miseria.

Pier Luigi Bersani

Pier Luigi Bersani
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“Rinunciare all’ultima tranche dei rimborsi elettorali? Impossibile, i partiti chiuderebbero. Sarà una verità impopolare ma qualcuno deve dirla”. A lanciare l’allarme in un’intervista al Fatto quotidiano, è il tesoriere del Pd, Antonio Misiani.

Che non usa mezzi termini e svela la disastrata condizione economica del suo partito.

“Abbiamo un disavanzo di 43 milioni di euro“, spiega Misiani, ammettendo che senza l’ultima tranche dei rimborsi (prevista per luglio), i democratici fallirebbero perché “l’80,90% dei nostri introiti sono soldi pubblici e il problema non vale solo per noi. Il Pdl i soldi delle politiche del 2008 li ha tutti cartolarizzati, ovvero se li è fatti anticipare dalle banche. È notizia risaputa. Tutti i partiti hanno bisogno di quella rata per sopravvivere”.

Evidentemente non sono bastati i 200 milioni di euro erogati dallo Stato al Pd negli ultimi 4 anni. Sono stati tutti spesi. Come? “Un partito vive sempre, mica solo in campagna elettorale. Quei soldi li utilizziamo per pagare l’attività politica, il personale. Il nostro bilancio è certificato e i rimborsi per le amministrative li trasferiamo sul territorio“, precisa il tesoriere Pd, ammettendo che “le donazioni da privati sono poche“.

Dichiarazioni pesanti che Bersani conferma a metà. Infatti, il segretario democrat ha spiegato che non vuole mettere il Pd sotto il ricatto dei contributi privati. “Ma si vuol dire di spazzare via il concetto che la politica si possa finanziare con gli ereditieri, la buonauscita dei grandi manager o i palazzinari? No, no, no”.

Durante il suo intervento all’incontro dell’AreaDem, a Cortona (Varese), Bersani ha ricordato come anche il Pd abbia chiesto che ci sia uno slittamento dell’erogazione ai partiti dell’ultima tranche del finanziamento. Solo uno spostamento. Ma i soldi il Bersani li pretende lo stesso.  “Caro Bersani, non spostare ma cancellare tranche finanziamento pubblico da 100 mln. Pd rinunci a questi soldi per destinarli a sociale”, ha risposto a Bersani su Twitter Italo Bocchino.

Sui rimborsi elettorali è intervenuto anche Ugo Sposetti, l’ultimo tesoriere dei Demoratici di sinistra. “Non sono né dissociato né pentito, aumentando i rimborsi per i partiti abbiamo salvato la democrazia”, ha rivendicato Sposetti in un’intervista al Mattino, spiegando poi che i 100 milioni di rimborsi di luglio “vanno erogati regolarmente” perché “sono risorse pubbliche destinate al funzionamento della democrazia e perciò tutte le proposte fatte finora non vanno prese in considerazione. Sono stupidaggini”.

Sposetti infine è tornato indietro nel passato e ha spiegato la situazione economica dei partiti. “Dieci anni fa, quando si è deciso l’aumento dei rimborsi, la democrazia italiana era questa: Forza Italia, di proprietà di Berlusconi, aveva avuto 380 miliardi di lire per le ultime tre campagne elettorali.

Il proprietario, che si era fatto garante di questo indebitamento, possedeva anche alcune televisioni e nel frattempo era diventato premier. Gli alleati, An e Lega, stavano lì con il cappello in mano a pietire risorse. Dall’altra parte, invece, c’erano i Ds, indebitati per oltre 1.100 miliardi di lire. Conclusione: era una democrazia in stile. Domenico Ferrara, Il Giornale 14 aprile 2012

.………….Insomma, è chiaro che i partiti,  tutti, non ci pensano minimamente a tener conto della protesta e della rabbia della gente che non ne vuole più sapere di finanziare con le proprie  tasse i bagordi della politica, gli sprechi delle campagne elettorali, i convegni dove si parla ma nulla si concretizza, le spese pazze e dissolute di cui spesso e volentieri parla l’informazione non conformista. Naturalmente la scusa è bella e pronta: altrimenti si mette  a rischio la democrazia. Questa è l’ultima stupiodaggine che si può ascoltare da chi è con i propri comportamenti che, al più, mette a rischio la democrazia. E poi fosse vero, dovremmo prendere atto che la democrazia italiana ha fondamenta molto debili se è sufficiente mettere a dieta i partiti perchè ess salti. E’ invece vero il contrario: è mettere a dieta gli italiani, vessarli con le tasse, costrignerli a difendersi ogni giorno dalla voracità dello Stato sempre più  onnipotente e onnipresente, ignorare le loro proteste, continuare ad elargire ai grossi manager e funzionari  pubblici stipendi da favola, è ciò che può mettere a rischio la democrazia pe4rchè apre la strada alla voglia di fare piazza pulita di una classe dirigente che non taglia la spesa pubblica, nell’ambito della quale rientrano anche i rimborsi elettorali ai partiti, 2 miliardi e duecentocinquanta milioni  di euro, dal 1994 ad oggi, qualcosa come 4 mila  e 500  miliardi  di vecchie lire, spartiti tra  tutti  partiti che tutti insieme avevano contraddetto la volontà popolare del 1993 facendosi una legge con cui hanno impinguato le loro casse. Ed ora,   mentre gli italiani sono costretti a stringere la cinghia oltre ogni misura, essi pretendono di continuare sulla vecchia strada, mostrando così di non voler porre mano all’unica cosa che andava fatta e va fatta: ridurre la spesa pubblica, quella vera, e  tagliarla con l’accetta, smettendola di  far finta di farlo inseguendo  qualche povera vecchietta,  falsa cieca,  la cui misera pensione, ancorchè ingiusta, non è che una briciola  insignificante rispetto allle dispendiose e allegre e incontrollate    spese pazze della partitocrazia italiana. g.

IL MINISTRO FORNERO DALLE LACRIME ALLE MINACCE: SE NON PASSA LA RIFORMA DEL LAVORO ANDREMO A CASA.

Pubblicato il 14 aprile, 2012 in Politica | Nessun commento »

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Il ministro Fornero avverte: se la riforma del lavoro non passa, andremo a casa. Lo ha detto a un convegno a Reggio Calabria, precisando che “questa è una riforma del lavoro per il Paese e non per compiacere sindacati, imprese o partite Iva. Finora – ha spiegato – abbiamo ricevuto critiche per ‘troppa incisività‘ o ‘troppo poca incisività‘ ma su una cosa siamo decisi: andremo in Parlamento e se la riforma non dovesse passare andremo a casa”.

Sulla questione esodati, il ministro ha detto che “li creano le aziende mandando fuori i dipendenti e ponendoli a carico della collettività” e ha chiesto “un equilibrio sui dipendenti fatti uscire e lasciati a carico del sistema pensionistico pubblico”. Fornero ha anche invitato a un uso corretto dell’apprendistato e difeso il contratto a tempo determinato.

Il ministro ha infine sottolineato che in Italia “gli svantaggiati sono i giovani e le donne“. Soggetti, “collocati fuori da una sorta di cittadella ben delimitata”. “Il mercato del lavoro deve essere aperto, inclusivo e dinamico“, ha concluso, chiarendo che lo stesso non deve consentire la formazione di “cittadelle, cioè segmenti di lavoro molto protetti dove quando entri non esci, se non al pensionamento, e hai garanzie e protezione ma con un costo molto alto”. Fonte ANSA, 14 aprile 2012

.…….Più di Monti,  ad aver preso una bella botta di sole in testa è questa signora , castapultata dalla poltrona di consigliere di amministrazione del San Paolo di Torino a quella di ministro del Lavoro, dopo una vita passata comodamente in una cattedra universitaria, che come è noto spesso sono frutto di baronie più che di maestrie. Il ministro o la ministra è l’autrice della più sconquassante riforma pensionistica mai pensata  che ha fatto indossare all’Italia la maglia gialla rispetto a tutti gli alttri paesi dell’UE. Sotto un duplice aspetto. In primo luogo in Italia ora si va in pensione a 67/68 anni, rispetto ai 62 dei francesci, ai 65 dei tedeschi, ai 59 dei belgi.  Forse conscia di questa enormità, la Fornero non riuscì a trattenere le lacrime mentre l’annunciava, lacrime rivelatisi di coccodrillo, specie dopo che alle critiche, che in un paese democratico sono legittime per chi le fa e da rispettare per chi le riceve, ha risposto in maniera sgarbata e offensiva. Poi c’è l’altro aspetto, cioè la superficialità con cui sono stati monitorati i singoli aspetti della riforma, cosicchè si sono ignorati gli accordi che nell’ambito delle normative vigenti sino all’arrivo dei professoroni e in virtù dei quali decine di migliaia di lavoratori avevano lascato il lavoro per utilizzare gli ammortizzatori sociali che li avrebbero accompagnati sino al momento della pensione all’età all’epoca prevista falla legge. Si tratta dei cosiddetti “esodati” rispetto ai quali la riforma non ha porevisto alcunchè gettando nella disperaoine i lavoratori protagonisti di questi accordi e le loro famiglie. E’ di queste ore la polemica sul numero preciso degli interessati e sulla copertura delle prestazioni a loro spettanti sino al momento delle pensioni. In questa seconda vicenda si è particolarmente distinta la ministro che, logorroica quanto assai avaro di parole era il suo predecessore berlusconiano sulla stessa poltrona, sulla questione ha detto tutto e anche il suo contrario. Sino a quelle appena pronunciate a Reggio Calabria e di cui informa l’ANSA. Ma lì dove la Fornero ha fornito la migliore delle esibizioni possibili è stata la riforma del lavoro sulla quale non si è risparmiato nulla. Sino alla minmaccia che se non passa così com’è, lei e gli altri ministri se ne vanno a casa. A parte che non sappiamo cosa ne pensino gli altri ministri e lo stesso Monti ai quali, sembra, che piaccia molto vivere da leoni dopo aver vissuto per tanto tenmpo da pecore,   a parte che neppure immagina la Fornero  quale grande messa di ringraziamento milioni di persone farebbero celebrare per essere stati liberati da cotanto supoerficiale e mostrosuomante arrogante  cataclisma in gonnella, a parte tutto ciò, ci domandiamo: ma la Fornero per caso si sente una sorta di Evita resuscitata? Se così fosse, smonti da cavallo e sappia che se tutti possono essere utili, anche lei, nessuno, compreso lei, è indispensabile. g.

MONTI NON DA’ TREGUA AGLI ITALIANI: TASSA ANCORA LA BENZINA

Pubblicato il 14 aprile, 2012 in Politica | Nessun commento »

Non scatterà una tassa sui messaggini dei telefoni per finanziare la Protezione civile. Ma in caso di calamità, sugli italiani potrebbe abbattersi l’ennesimo aumento del prezzo della benzina, peraltro già salita a un record di 1,991 euro al litro nel centro Italia con i rincari appena decisi da tutte le compagnie.

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Di fronte a un’emergenza, infatti, il governo avrà la facoltà di tassare di 5 centesimi il carburante, con un costo aggiuntivo annuo per ciascun automobilista che il Codacons ha già calcolato: 73 euro. E commentato: «Una provvedimento folle». Se dovesse essere necessaria un’ulteriore copertura finanziaria, le Regioni hanno il potere di aumentare a loro volta il prezzo ai distributori fino a 5 centesimi per litro. Sono le nuove norme contenute nel testo di riforma della Protezione civile approvato, ieri, dal Consiglio dei ministri.
L’aspetto economico era il capitolo più controverso. Alla fine è stato deciso di attingere dalla benzina, anche se il comunicato scritto al termine della riunione del Cdm tende a mostrare questo balzello come una sorta di tassa trasparente: non c’è ora, ma è lì, all’orizzonte. Il rincaro non scatta automaticamente, ma solo in caso di decretazione di stato di emergenza. E anche in questo caso, prima si attingeranno risorse del fondo nazionale di Protezione civile.
Se queste non dovessero bastare, sarà necessario mettere mano al «fondo spese impreviste», il quale dovrà però essere immediatamente «e obbligatoriamente reintegrato». Come? Con risorse ordinarie o con «le maggiori entrate derivanti dall’aumento dell’accisa sui carburanti, stabilita dal Consiglio dei ministri in misura non superiore a cinque centesimi per litro». Se cioè per un terremoto o un’alluvione si dovesse prelevare denaro da quel fondo, ecco allora che partirà immediatamente l’aumento della benzina.
Le Regioni a loro volta «hanno facoltà di elevare l’imposta regionale sulla benzina di loro competenza sino al massimo di cinque centesimi per litro». Nei casi più gravi, quindi, il costo dei carburanti potrebbe schizzare a dieci centesimi in più per litro.
La cosiddetta tassa sulla disgrazia era stata già introdotta dal decreto Milleproroghe del 2011 e a febbraio di quest’anno la Consulta l’aveva bocciata come illegittima, con la motivazione che sarebbe inopportuno penalizzare popolazioni già colpite da calamità. Ma ora l’obolo ritorna, con la possibilità anzi del raddoppio: 5 centesimi dallo Stato e altri 5 dalle Regioni.
La riforma prevede poi il trasferimento della flotta antincendio della protezione civile al Corpo nazionale dei vigili del fuoco. Sono definiti meglio i compiti del dipartimento, e l’attività di coordinamento tra le amministrazioni viene affidata al premier, che può delegarla «al solo ministro dell’Interno». Per evitare accavallamenti di competenze come accadde per esempio all’Aquila, si stabilisce che la fase dell’emergenza, gestita direttamente dalla Protezione civile, può durare fino a un massimo di sessanta giorni, mentre quella della post emergenza sarà gestita dall’«amministrazione competente in via ordinaria».
Una riforma «strutturale», che «accelera i tempi di azione», il commento del premier Mario Monti. L’Anci, l’associazione dei Comuni, lamenta la «mancata concertazione», con le amministrazioni locali per questa riforma, e dice «no» alla tassa sulle disgrazie. Il Giornale, 14 aprile 2012

NAPOLITANO: GLI EVASORI SONO INDEGNI DI CHIAMARSI ITALIANI. MA DIMENTICA DI DIRE CHE GLI ITALIANI HANNO ANCHE LA PEGGIORE CLASSE POLITICA DEL MONDO

Pubblicato il 13 aprile, 2012 in Politica | Nessun commento »

Duro monito di Giorgio Napolitano contro gli evasori: “Il loro nome non è degno di essere associato a quello dell’Italia”. Parlando agli stati generali del volontariato della Protezione civile, il Presidente della Repubblica ha detto: “Rappresentate un’Italia speciale.

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L’Italia migliore, anche se questa affermazione si può prestare ad un equivoco perché l’Italia è una come nazione, società e Stato, ma certo il nostro Paese presenta di sé diverse immagini e logiche comportamentali un intreccio complesso di positivo e negativo che si manifesta in logiche particolaristiche o asociali di scarsa considerazione o aperto dispregio dell’interesse generale come la speculazione o il cieco calcolo individuale che calpestano l’ambiente e il territorio e come logiche irresponsabili del rifiuto del dovere fiscale”.

Il Capo dello Stato ha quindi precisato: “Non contrappongo all’Italia della solidarietà l’Italia della speculazione edilizia e dell’evasione fiscale, comportamenti che non meritano di essere associati alla parola Italia”. E ha concluso auspicando che “prevalga l’Italia migliore rispetto a quello che ci frena e alle difficoltà che viviamo a causa della crisi”. Fonte: Il Giornale, 13 aprile 2012

.….E’ bravo Napolitano a sferzare a destra e amanca, solo che spesso dimentica di sferzare al centro. Per esempio dimentica di dire che anche  gli italiani hanno la peggiore classe dirigene del mondo, quella dei furbi che impogono le tasse e riducono drasticamente stipendi e pensioni di tutti meno i loro e che tra l’altro hanno la loro casse piene di soldi ottenuto stotto forma di rimborsi elettorali e utilizzati per comprare immobili e fare investimenti reditizi, quando non sono dilapidati per cene a base di caviale e champagne. Visto che si trovava il “compagno” Napolitano poteva sferzare i partiti che nonostante l’ondata di protesta che sale da ogni parte  non passa loro manco per la testa di ridursi gli enormi finanziamenti pubblici. Invece anche a lui non gli è passata manco per la capa (napoletanamente, vista l’origine) di dirne quattro a quei ladroni di stato che sono i partiti e i loro rappresentanti in Parlamento. Peccato. Ha perso un’altra buona occasione per dimostrare di essere cambiato. Invece è rimasto il funzionario di partito che è sempre stato. Ligio al padrone, cioè, appunto, il Partito. Cosicchè gli altri anatema se li tenga per sè. g.

EX ONPI: L’ENTE E’ STATO SOPPRESSO DAL 1977 MA AI PENSIONATI L’INPS TRATTIENE ANCOR OGGI 1 CENTESIMO PER UN TOTALE DI CIRCA 3 MILIARDI. DOVE VANNO A FINIRE QUESTI SOLDI’

Pubblicato il 13 aprile, 2012 in Economia, Politica | Nessun commento »

I pensionati Inps pagano sulla pensione una trattenuta di 1 centesimo, indicato come “contributo ex Onpi”. È solo un centesimo di euro, diciamo che non duole, ma la cosa strana è che l’Onpi, Opera Nazionale Pensionati Italiani, è un ente soppresso nel 1977. Era nato nel 1948 e il contributo di 20 lire prelevato ai pensionati serviva a gestire alcune case di riposo sparse sul territorio nazionale. Quando l’ente fu sciolto si decise di mantenere la trattenuta sulle pensioni e girare l’importo alle regioni in proporzione al numero dei pensionati Inps residenti.

Dagli anni ’90 questo contributo è sparito dai bilanci delle regioni, ma l’Inps continua a prelevare un centesimo per 13 mensilità l’anno. In totale parliamo di 3 milioni di euro, una bella cifra che l’Inps attualmente trasferisce allo Stato.
Dove vanno questi soldi, prima o poi ce lo spiegherà il ministero dell’Economia. A domanda ci hanno riferito che sono coinvolti 3 uffici della Ragioneria, e il rebus non è semplice da risolvere, richiede tempo. Aspettiamo una risposta, con la speranza, o l’illusione di scoprire che questi soldi vengano investiti in qualche servizio a favore dei pensionati. Fonte Il CORRIERE DELLA SERA, 13 APRILE 2012

.…intanto il gabelliere Mario Monti ha deciso una nuova tassa sulla benzina: 5 centesimo a litro per finanziare la Protezione Civile. Complimenti al nuovo Re Giovanni e ai suoi sceriffi di Nottingham per la fantasia che sa di antico. g

TASSE, CORRUZIONE E CRISI. QUI SCOPPIA TUTTO, di Mario Sechi

Pubblicato il 13 aprile, 2012 in Politica | Nessun commento »

Una macchinetta contabanconote euro Ho pranzato con un amico americano. Poco prima di addentare lo spaghetto mi ha chiesto: «Cosa sta succedendo oggi in Italia?». Vuoi proprio saperlo? Lui, senza il minimo dubbio: «Certo, voglio capire». John, il Paese nei prossimi mesi pagherà una pioggia di tasse, la nostra pressione fiscale è al 45 per cento… «Really? Davvero? Da noi negli Stati Uniti è in media del 25 per cento». Sì, ma da noi le tasse le pagano i soliti noti, c’è un’alta evasione e il governo per far quadrare i conti spreme il contribuente. «Ma deprimerà la crescita, questo lo sanno tutti gli economisti». Alzare le tasse è la via più facile. «Well, Mario, da noi si abbassano le tasse per favorire l’impresa e manovriamo sul cambio del dollaro per aiutare l’export». John, qui siamo in Europa, la nostra moneta unica non può oscillare, i tedeschi governano la Bce. «Good, so cosa fanno a Berlino, io voglio capire cosa fanno gli italiani». Lo spaghetto s’è sfreddato. John, qui siamo in recessione, il Prodotto interno lordo è sotto zero, il governo ha fatto bene all’esordio ma ora è impantanato sui provvedimenti per la crescita, mentre Berlino gioca a strangolino con gli altri Paesi e poi l’Italia ha problemi gravi. «What? Vedo che vivete bene». Non farti ingannare dalla “bella vita”, qui ce la caviamo finché c’è il tesoretto delle famiglie, ma la disoccupazione galoppa e i giovani sono alla canna del gas. «That’s incredible. Da noi i repubblicani sono in crisi, ma Obama ce la sta mettendo tutta e la Fed inietta liquidità quando serve». Noi abbiamo la Bce a Francoforte, non c’è trippa per gatti. E poi in Italia ci sono non due, ma tanti partiti e hanno problemi con la giustizia. «Corruption, yes, ho letto del vostro Silvio». John, Berlusconi era l’alibi per tutti, ora non è più a Palazzo Chigi da mesi, ma i partiti sono al minimo storico di consenso. Hanno rimborsi elettorali da centinaia e centinaia di milioni di euro e i tesorieri dei partiti spendono quei fondi senza controllo. Un leader di un partito che urlava «Roma ladrona» si faceva pagare i conti di famiglia con i soldi pubblici, il suo tesoriere li investiva illegalmente in Tanzania. «Shit…Tanzania!»… e un tesoriere della sinistra antiberlusconiana usava i soldi del partito per i suoi viaggi, pranzi e investimenti immobiliari in Canada. «Mario, ma il popolo può votare e… change! Cambia». Qui non c’è hope, la speranza di mandare uno come Obama a Palazzo Chigi. La competizione elettorale dentro i partiti non esiste. I parlamentari sono nominati. «Ma ho letto che il vostro Partito democratico fa le primarie…». Non sono regolate come le vostre, qui non esistono elettori registrati, anche le primarie si possono truccare. È il Far West. «Mario, sorry but… ho letto che Monti sta facendo bene». Monti ci sta provando, ma ha imboccato una strada pericolosa. Sai, credo sia troppo… “tedesco”. Queste tasse uccidono lo sviluppo. Volevano metterne una anche sugli sms, i messaggi dei telefonini, poi ieri hanno fatto retromarcia. «Text Message Tax, terrible! Eppure avete gente in gamba. Il vostro Sergio Marchionne ha salvato la Chrysler, gli operai a Detroit lo considerano un salvatore». A Detroit, John, a Detroit. Se vai a Pomigliano d’Arco tira un’altra aria. Qui è un nemico pubblico perché ha detto che la Fiat è una multinazionale e produce dove conviene. «Oh my God, ma ha detto una cosa vera!». Appunto, l’Italia non ama sentirsi dire la verità. «Mario, ma questa è la patria di Leonardo, Dante, Machiavelli, Meucci, Fermi. Avete forgiato la cultura occidentale e dato lustro alla scienza e all’industria». Amico americano, questo è il passato. Qui abbiamo imprenditori che si uccidono, partiti kamikaze, il Parlamento più caro d’Europa, il terzo debito pubblico del mondo. «My Italian friend, stop… Mangiamo lo spaghetto. I understand, tra poco qui da voi in Italia scoppia tutto». Mario Sechi,Il Tempo, 13 aprile 2012