NON BRUCIATE LA ROSI SOLO PERCHE’ E’ TERRONA, di Vittorio Feltri

Pubblicato il 12 aprile, 2012 in Politica | Nessun commento »

Orgoglio padano e orgoglio pacchiano. I militanti leghisti – non gli elettori, che appartengono a tutte le categorie umane- sono gente semplice. Lo sapevamo e ne abbiamo avuta conferma alla Fiera di Bergamo, dove è andato in scena lo psicodramma dal titolo vernacolare: «L’è ùra de netà fo’ ol polér» (è ora di pulire il pollaio).

Volti stralunati. Desiderio di vendetta. Paura palpabile che svaniscano i sogni di autonomia, secessione, federalismo: robaconfusa eppure utile a infondere nei cuori della base il credo bossiano. Un padiglione stracolmo di persone ansiose di capire come andranno a finire e che hanno tirato un sospiro di sollievo quando Roberto Maroni ha lanciato spruzzi di ottimismo, scandendo slogan elementari, ma buoni a sollevare il morale. I riti collettivi, perfino i funerali, servono a chi è vivo per caricare le batterie della speranza. In questo senso la manifestazione ha fatto centro. La folla ha ritrovato la voglia di combattere, senza la quale la sconfitta è certa. La platea, secondo moda e costumi attuali, si è presto trasformata in gradinata da stadio. Tifo da ultrà. Tipiche volgarità da Curva Nord. Sembrava di essere al Brumana quando gioca l’Atalanta, che vanta il pubblico più appassionato dell’universo calcistico. Vabbè. Anche la politica si adatta ai tempi, e non solo tra le camicie verdi, che non piacciono agli ex comunisti, benché costoro, quando non erano ex, siano stati inventori inesauribili di pagliacciate. La festa dell’Unità, a Bergamo,si svolgeva sugli spaltidi Sant’Agostino ed era equiparata, per stile e forza attrattiva, alla Fiera di Sant’Alessandro che offriva ai visitatori il numero spettacolare della donna cannone. Siamo abbastanza vecchi per ricordare, ma non a sufficienza per aver dimenticato i comizi sgangherati di Teresa Noce, che arringava i compagni – allora con le mani callose e le unghie annerite dai grassi d’officina promettendo pane e lavoro. Mutatis mutandis, Maroni promette che i ladri della Lega dovranno restituire il bottino fino all’ultimo centesimo. Scoppia l’applauso. Cresce l’entusiasmo. L’idea di punire chi ha gettato fango in faccia ad Alberto da Giussano eccita gli animi. Il simbolo del male assoluto è già stato identificato: Rosi Mauro, vicepresidente del Senato. È accusata di ogni male, anche di aver circuito con metodi subdoli il povero Umberto Bossi, piegato dalla malattia, quindi inabile a difendersi dalle arti occulte della donna che ha fatto carriera profittando della debolezza del capo. Il tentativo è talmente ingenuo da essere trasparente: per salvare la reputazione del Senatùr, si dice che l’ictus lo abbia talmente rincoglionito da ridurlo a subire il magnetismo negativo di Rosi. Il popolo preferisce pensare che il fondatore del movimento nordista sia stato vittima di una strega piuttosto che complice. Se la strega, poi, è terrona, essendo nata in provincia di Brindisi, ha tutti i requisiti per essere condannata al rogo. Un sacrificio liberatorio, purificatore. Ed è proprio questo che fa maggiormente schifo: vedere la massa dei fedeli imbufalita che si scaglia contro una signora, per giunta antipatica, destinandola al ruolo di capro espiatorio. Eliminiamo lei – la causa dei guai, il mostro- e assolviamo tutti gli altri. È una pratica collaudata, antica, e funziona sempre. Ma non è un buon motivo per approvarne il ricorso anche nella presente circostanza. Sarà che quando si apre la caccia alle streghe a me viene la tentazione di stare con le streghe, sono andato a verificare quali siano in realtà le colpe attribuite alla Mauro. Primo. È stata anni nell’orbita di Bossi, diventando responsabile dell’insignificante sindacato leghista, di cui si ignorano le opere. Quando lui ebbe il tremendo coccolone, lei gli si avvicinò ulteriormente e cominciò a frequentare con assiduità la famiglia, dove la moglie Manuela si era impadronita del pallino, trasmettendo gli ordini del marito a gerarchi e gerarchetti. Nacque così il famigerato cerchio magico, al centro del quale Rosi ha occupato un posto di privilegio. Secondo. Già a questo punto, il livello di simpatia della Mauro nell’ambiente leghista era sceso sotto zero. La signora inoltre, avendo conquistato lo scranno di vicepresidente del Senato ed esercitando le sue funzioni con metodi un po’ troppo spicci, non ha aiutato se stessa a risalire nel gradimento degli ufficiali padani. Terzo. Esploso lo scandalo, emergono indiscrezioni sul suo conto. Si dice che abbia incassato 200mila euro per spese personali, tra cui l’acquisto di una laurea in Svizzera. Balle. Effettivamente quel denaro è uscito dalle casse della Lega, però madame non lo ha intascato, bensì girato al sindacato di cui sopra. Esistono i bonifici che lo comprovano. Quanto alla laurea, altra fantasia: non c’è documento che ne certifichi l’acquisizione. Quarto. Hanno addebitato a Rosi anche un peccato della carne: un amante. Capirai che notizia, peraltro falsa, dato che manca qualsiasi riscontro.

Non è vero che il presunto moroso, Pier Moscagiuro, cantante per diletto, sia un ex poliziotto assunto da lei a Palazzo Madama. Moscagiuro è un poliziotto distaccato al Senato secondo regolare procedura. È laureato o no? Chissenefrega. Un agente di polizia, dottore o no, è un agente e tale rimane. Quinto. Negli atti finora divulgati non vi è traccia di denaro imbertato dalla vituperata terrona. Però agli occhi dei leghisti il terronismo è una macchia indelebile: trattasi di pregiudizio che sarebbe opportuno, anche per questioni politiche, non manifestare né, tantomeno, ostentare. Si è affermato incautamente che la Nera di cui si vocifera sarebbe la Mauro. Falso anche questo. La Nera è un’infermiera svizzera che assistette Bossi durante la degenza e la convalescenza. Tutto qua. Basta a giustificare un simile ostracismo nei confronti della signora? È evidente la malafede in chi pretende di giustiziarla senza neppure lo straccio di un processo, che dico, di un indizio. Ovvio. In un partito scioccato da una vicenda giudiziaria, che minaccia di comprometterne la reputazione, si tende a reagire per evitare il fallimento, eliminando le mele marce. Ma confonderle con quelle sane, e gettare nella pattumiera anche le brutte, non è segno che si progetta di cambiare in meglio, semmai in peggio. P.S. Quanto al Trota, non lo considerammo quando era in auge, non è il caso di considerarlo ora che è in disgrazia. Gli auguriamo solo di imparare in fretta un mestiere perché la vita, per un orfano della politica, è lunga e dura. Vittorio Feltri, Il Giornale, 12 aprile 2012

.……………..A quanto pare il consiglio-parere di Feltri non è stato tenuto in alcun conto. Infatti la Rosi Mauro, antipatica e per dipiù terrona (ma gli elettori della Lega terroni sono un esercito, praticamente il 90% dei meridionali emigrati nel Nord votano Lega!), è stata espulsa dalla Lega col voto unanime del consiglio federale di quel partito con una motivazione che francamente riecheggia più le purghe staliniane di 60/70 anni addietro che non le decisioni di un partito democratico nell’Europa del terzo millennio: la Mauro è stata espulsa perchè  non ha ubbidio all’ordine del Capo di dimettersi da vicepresidente del Senato” (peraltro  in assenza di prove di sue condotte scorrette e comunque in assenza di indagini giudiziarie sul suo conto).  Che poi questo Capo sia Bossi che a quanto pare sarebbe provato che, proprio lui,  abbia preso soldi dalla Lega, per sè, per la moglie, per il figlio, sembra essere stata considerata  cosa trascurabile, nel senso che – con tutte le possibili riserve del caso che valgono per Bossi come pure per la stessa Mauro  -  non si neppure astenuto  quantomeno  dal prendere parte al voto che ha deciso di espellere la Mauro la cui unica, vera colpa, è proprio quella di essere stata   la fedelissima dello stesso Bossi. Perchè a molti sembra, ed è quanto sotto sotto scrive lo stesso Feltri, che  nella Lega la questione dei quattrini è stata solo una scusa per mascherare la lotta senza quartiere tra i vari notabili che si contendono l’eredità di Bossi, primo fra tutti il potentissimo ex ministro dell’intenro, Roberto Maroni,  forse dimentico che una quindicina di anni fa piagnucolava dietro le quinte del teatro milanese  dove una massa di militanti, assai  simile a quella che l’altro ieri sera lo ha osannato a Bergamo, lo insultava chiedendone l’espulsione dalla Lega per la sua opposizione alla decisione di Bossi di rompere con Berlusconi. Dall’espulsione lo salvò Bossi, magnanimo con lui quanto feroce era stato con tanti altri, a incomiciare dall’idelogo e vero ispiratore  della idea leghista, cioè Gianfranco Miglio definito da Bossi “una scorreggia nello spazio” e cacciato via come unos traccio vecchio sebbene si trattasse di uno scienziato, vero, della politica. 15 anni dopo Maroni ha costretto Bossi – almeno per il momento – a rimproverare pubblicamente la sua famiglia e a votare l’espulsione della Mauro per consumare, secondo la Mauro,  una vendetta personale con una scusa  la cui puerilità non sfugge a nessuno. E che potrebbe presto dar luogo nella Lega a drammatiche involuzioni che danneggerebbero non solo la stessa Lega ma anche gli interessi più generali dei quali in questi mesi di opposizione al governo dei banchieri   la Lega s’era fatta portavoce. Perchè diventerebbe difficile per molti che leghisti non sono ma che non si dispiaccion0 di vedere difesi i propri interessi dalla Lega, potersi fidare di chi sceglie la strada della vendetta politica  che apre la strada alle divisioni proprio quando c’è bisogno di unità fra tutti coloro che si oppongono a questo governo. Forse Maroni non è poi così lungimirantre come vorrebbe apparire. Il tempo ci dirà la verità. g.

OPPORSI A MONTI NON PORTA BENE……..di Alessandro Sallusti

Pubblicato il 12 aprile, 2012 in Politica | Nessun commento »

Diciamo così: opporsi al governo Monti non porta bene. Lo sanno quelli della Lega e, da ieri, lo sa Nichi Vendola, raggiunto da un avviso di garanzia per una presunta raccomandazione di un primario.

Umberto Bossi

Uno smacco per i due movimenti che volevano moralizzare l’Italia da sponde opposte. E già dietrologi e pistaioli scatenano la fantasia su un complotto per ripulire il Parlamento dalle ali estreme e spianare la strada a una normalizzazione centrista della politica italiana nel regno Monti ma anche, e soprattutto, nel dopo Monti.

Ormai, dopo il Trota e il Nichi, non ci sorprende più nulla. Tutto è possibile, e quando ci sono di mezzo i giudici la realtà spesso supera la fantasia. Certo è che la Seconda Repubblica sta rischiando di cadere non travolta da grandi scandali o intrighi internazionali ma seppellita dal ridicolo. Un primario raccomandato come nella migliore tradizione italica da una parte, una cartelletta con l’intestazione dall’altra.Il suo contenuto lo trovate integrale in un inserto all’interno del numero di oggi. È stato raccolto dal tesoriere della Lega che lo custodiva in cassaforte. La «family », ovviamente, è quella di Bossi. Uno si immagina chissà che, ma a sfogliare le carte, se non si trattasse di una tragedia padana, verrebbe da ridere. Una ricevuta del dentista del capo, qualche multa pagata al figlio, il contratto d’acquisto di una vettura data in uso al medesimo pargolo, la fattura saldata per una operazione al naso di un altro erede, il pagamento dell’assicurazione sulla casa di famiglia a Gemonio e altre robe simili.

Se qualcuno ha rubato, siamo di fronte a ladri di polli. Proprio quello che la gente non perdona, perché i polli li compera tutti i giorni e li paga di tasca propria. È come in banca. Se sei fuori di milioni di euro ti salvi, se vai in rosso di cento euro ti chiudono il conto. Anche Napoleone perse l’impero, così dice la leggenda, per una diarrea che mal lo colpì a Waterloo. Mal di pancia o dossier, è sempre una questione di m… Alessandro Sallusti, Il Giornale, 12 aprile 2012

.………….Prima di sfogliare il Giornale e leggere l’editoriale di Sallusti, abbiamo leggiucchiato delle cosiddette “prove” messe insieme dai PM per “incastrare” la Lega e, sopratutto, Bossi Umberto. Per il quale non abbiamo provato mai molta simpatia ma che ora ci sembra la meriti. Ci spieghiamo. Come scrive Sallusti le cosiddette prove sono davvero cose da ridere rispetto ai quattrini rubati da Penati, a quelli fatti saprire da Lusi, a quelli cvhe hanno fatto girare l’economia italiana nella seconda repubblica. Si tratta di cose di poco conto, quelle che riguardano Bossi, fatture di qualche centinaio  di euro, come le strombazzate multe del Trota la cui somma non supera i 700 euro. Intendiamco, le milte doveva pagarsele il Trota e non dovevano essere pagate dalla cassa della Lega ma mettere sullo stesso piano il Trota e, sopratutto, il padre Umberto con i ladri veri non solo è ridicolo, ma è vergognoso. E’ evidente che si tratta dell’occaisone buona per far fuori sia l’uyonmo Bossi che la sua creatura che difficilmente soppravivrebbe  alla morte – politica  e morale – del suo inventore. Questo è il vero significato di quel che st a accadendo intorno alla Lega e all’intenro della Lega dove qualcuno, poco lungimirante, non ha capito che usare queste miserabili storielle da ladri di polli per vincere  la lotta interna alla stessa Lega,  finisce con l’ intorbidire l’immagine della Lega , trasformandosi in un clamoroso boomerang i cui effetti si riverseranno sugli stessi che l’hanno provocato. g.

FINANZIAMENTI AI PARTITI: GESTI SERI, NON SCORCIATOIE

Pubblicato il 12 aprile, 2012 in Politica | Nessun commento »

Il finanziamento pubblico ai partiti fu brevettato da una legge del 1974, dopo lo scandalo dei contributi in nero versati alle forze di governo dall’Unione petrolifera. Quarant’anni dopo, è diventato esso stesso uno scandalo. Per due ragioni: la quantità di denaro che l’erario succhia dalle nostre tasche per risputarlo nelle casse di ciascun partito; le modalità allegre della spesa, all’infuori da regole e controlli. Oltre che in spregio al comune senso del pudore, come mostra la simmetrica vicenda di Lusi e Belsito, i due tesorieri della Margherita e della Lega. Adesso, a quanto pare, un soprassalto di decenza sta inducendo i partiti a metterci rimedio. Bene, anzi male: potevano anche farlo prima. Ma affinché il rimedio non si risolva in un inganno, è necessario tamponare entrambe le falle del sistema.
Primo: gli importi. Li ha misurati la Corte dei Conti: 2 miliardi e 253 milioni di euro, dal 1994 a oggi. Se avessimo da mantenere l’harem d’un sultano, lo pagheremmo meno caro. Anche perché di questo fiume di quattrini soltanto un quarto (579 milioni) ha coperto le spese elettorali, come viceversa prometteva il marchingegno inventato da un’altra legge nel 1999. Dunque usate le forbici, please . E risparmiateci il trucchetto di postergare in un futuro imprecisato la riforma. I politici fanno sempre così, quando c’è da prendere una decisione scomoda: per esempio il taglio ai benefit di cui godono gli ex presidenti della Camera, ma solo dal 2023. O la riforma del Senato, che i senatori accettano purché riguardi i loro nipotini (quella approvata – e bocciata poi da un referendum – nel 2005 sarebbe entrata in vigore nel 2016). No, la nuova legge deve avere efficacia retroattiva. Deve applicarsi alle forze politiche che ci sono adesso, non a quelle che verranno. Deve perciò azzerare la rata di 100 milioni che i partiti incasseranno a luglio. Azzerarla, non rinviarla. Dopotutto, qualche mese di digiuno servirà a smaltire le troppe abbuffate precedenti.
Secondo: le regole. Possono condensarsi in una sola: se il cittadino paga, è il cittadino che decide. Quindi meglio la via dei contributi volontari, alla stregua del 5 per mille. Anche perché in passato il finanziamento pubblico ha premiato liste esoteriche come Ual, Patt, Ppst, Fortza Paris. Dicono: ma in questo modo gli italiani ci manderanno sul lastrico, dal momento che i partiti sono sommamente impopolari. E allora datevi da fare per diventare più simpatici. C’è una semplice ricetta per riuscirvi: restituendo quote di potere agli elettori.

La disgrazia dei partiti dipende da un sentimento di frustrazione e d’impotenza, quello che ti monta in gola quando l’onorevole Calearo si vanta di non mettere più piede in Parlamento. Quando Scilipoti viene eletto con i voti degli antiberlusconiani, per poi trasformarsi nella più fedele sentinella di Silvio Berlusconi. O quando Rosi Mauro rifiuta di dimettersi, e tu non puoi farci nulla. Potrà venire espulsa dalla Lega, non dal Senato, di cui è pure vicepresidente. Avessimo in circolo il recall – la revoca anticipata degli eletti – come negli Usa, sarebbe tutta un’altra musica. Perché allora sì, saremmo armati d’uno strumento di controllo; e peggio per noi se non lo usiamo.Ecco, i controlli. Dopo Tangentopoli, una riforma battezzata dal ministro Cassese nel 1993 ridusse l’ambito del controllo preventivo di legittimità, sostituendovi un controllo successivo sull’efficienza delle amministrazioni pubbliche. Dunque sull’attività, anziché sui singoli atti. Motivo: le verifiche formali non avevano impedito che la corruzione troneggiasse sulla nostra vita pubblica. Ma sta di fatto che il nuovo tipo di controlli non ha impedito Partitopoli. Significa che c’è bisogno d’inaugurare una terza stagione, quella del controllo popolare. D’altronde, in tutto il mondo le esperienze sono innumerevoli. Per esempio il blogger russo più famoso, Alexej Navalny, ha acceso un faro sugli appalti, cucendo il lavoro d’esperti volontari con le denunce dei cittadini; e il governatore del Daghestan ha dovuto rinunziare a un’auto blu da 300 mila dollari. Fantapolitica? Se è così, il Jules Verne dei partiti fu Costantino Mortati. In Assemblea costituente, nella seduta del 29 luglio 1946, s’espresse in favore d’un sistema di azioni popolari, «dando ai cittadini la consapevolezza che da essi stessi dipende la buona amministrazione e quindi la tutela dei loro interessi». Forse per volgere lo sguardo sul futuro dobbiamo rovesciarlo sul passato. Michele Ainis, Il Corriere della Sera, 12 aprile 2012

..………..L’editoriale del Corriere della Sera, il più autorevole dei quotidiani cosiddetti indipendenti è stato scritto prima che i tre partiti di maggiorazna varassero una riformetta  (o accordicchio come lo ha definito Di Pietro) che esclude tagli agli strato sferici rimborsi elettorali ai partiti, tra l’altro  ben al di là delle spmme effettivamente spese, e insedia la solita commissione cui spetterà verificare i bilanci dei partiti. Speriamo che domani il Corriere ritorni sull’argomento stroncando questa ennesima presa per i fondelli dei cittadini da parte degli unti del Signore, cioè i politici di tutti i partiti. g.

MIGLIA DI LETTERE PER DIRE NOI AI SOLDI AI PARTITI. MA I PARTITI SE NE INFISCHIANO

Pubblicato il 12 aprile, 2012 in Politica | Nessun commento »

Migliaia di lettere  che non lasciano margine ad alcuna interpretazione. Basta con lo scandalo dei rimborsi elettorali ai partiti.

Il parlamento italiano

Il messaggio lo abbiamo inviato ai presidenti delle Camere, Renato Schifani e Gianfranco Fini, e al premier Mario Monti. Perché Il Governo tecnico che promette di metter mano alla cesoia, chè tanto non lo debbono rieleggere, non di dimentichi di potare anche questo cespuglio. Non c’è Lusi o Belsito che tengano. Il fiume di soldi che dallo Stato arriva alle tesorerie dei movimenti politici è una vergogna. Per ogni euro speso in campagna elettorale ne ricavano 4,5. Una provocazione intollerabile, uno spreco indigeribile. Un investimento fuori dalle regole del mercato, del nostro mercato. Quello dei cittadini comuni, delle persone normali. Il referendum del 1993 parlava chiaro: stop ai finanziamenti pubblici ai partiti.

Vi abbiamo chiesto se condividevate la nostra posizione e voi avete risposto con una partecipazione senza precedenti. A dimostrazione del fatto che questa emorragia di soldi pubblici, questo scandalo, è avvertito da tutti i cittadini. Un prurito fastidioso e intollerabile. Una grande presa per il culo. L’inflazione cresce, i salari si restringono, le tasse lievitano e la benzina costa come lo champagne. Eppure c’è qualcuno che ci guadagna sempre. La nostra “provocazione” è stata raccolta e condivisa da moltissimi lettori e la nostra voce è arrivata nelle stanze del potere. I rubinetti devono essere chiusi, il fiume di soldi che, senza bilanci rendicontati, innaffia lo spreco dei partiti deve finire. È una questione di dignità: in un momento in cui tutti siamo costretti a tirare la cinghia certi sperperi non sono sopportabili. Il Giornale, 12 aprile 2012

..….Ma i politici, compresi quelli cui si riferisce Il Giornale, non leggono le lettere e non “sentono” le proteste. Se ne infischiano delle une e delle altre e tirano dritti per la loro strada.

TASSANO PURE GLI SMS, l’ultima trovata di Monti e dei suoi sgherri

Pubblicato il 12 aprile, 2012 in Politica | Nessun commento »

Non se ne può più: ci mancava solo il caro cellulare. Gli italiani parlano, scrivono e messaggiano. Toccateci tutto ma non gli sms.

In arrivo una tassa sugli sms

Invece vogliono prenderci due centesimi ogni centossessanta caratteri. Gli italiani ne mandano miliardi all’anno, circa 42 milioni al giorno, più o meno. Il governo starebbe valutando una nuova tassa, tanto per cambiare. Come raggranellare un mucchio di soldi da tutti, ma proprio tutti, gli italiani? Tassando i loro sms. Due centesimi per ogni messaggino, questa è l’idea al vaglio dell’esecutivo. La tassa ricadrebbe sulle compagnie telefoniche che a loro volta si rifarebbero sugli utenti. Il balzello servirebbe per rimpinguare le casse della Protezione Civile. L’introito annuale stimato si aggirerebbe attorno al mezzo miliardo di euro. Per ora il provvedimento è solo un’ipotesi, ma potrebbe diventare legge con un decreto già domani. E sul web è già scoppiata la rivolta. Hanno tassato tutto e ora vogliono tassare anche le nostre parole. Francesco Maria Vigo, Il Giornale, 12 aprile 2012

.………….Forse l’avrà pensata dinanzi al Mausoleo che in Israele ricorda il genocidio degli ebrei, dinanzi al quale Monti ha scoperto l’acqua calda, dicendosi esterefatto da quello che aveva visto. Perchè sino ad oggi, alla bella età di 69 anni, non aveva mai trovato il tempo e i soldi (suoi)per visitare un qualsiasi luogo dove avrebbe potuto constatare quanto grande, immensa, fu la  tragedia dal popolo ebraico perseguitato dai nazisti? Ha atteso di andarci a spese dello Stato italiano, lui  e signora per scoprirlo?  E magari lì, tra un pensiero e l’altro, gli sarà venuto in mnete che c’era un’altra tassa di inventare, tutta a carico dei ragazzi del nostro paese, quelli in nome dei quali, anzi in nome del cui futuro, ha sprofondato nella miseria i loro padri: la tassa sugli sms, due centesimi per ogni messaggino, quelli che usano i ragazzi che saranno i primi a scontare sulle lro ormai misere paghettte la invereconda voracità tassaiola di Monti che in nome del rigore e dell’equità tra poco tasserà anche l’aria che respiriamo…per ogni boccata d’aria due centesimi per pagare lui, i suoi ministri, i partiti ,i parlamentari, i manager di stato,  dal presidnete dell’INPS, all’ad dell Poste, al capo della poliziua, al nuovo sceriffo di Nottingham, che viaggiano tutti dai 500 mila al milione di euro l’anno. Ma con i ragazzi non si scherza. Stia attento Monti, con i ragazzi, quelli che seppero affrontare a petto nudo i carri armati, non si scherza. Chissà che  non sia  un sms a  dare il segnale  della svolta, anche se dovesse costare due centesimi di più…..g.

UN PAESE DA REINVENTARE, di Mario Sechi

Pubblicato il 12 aprile, 2012 in Politica | Nessun commento »

Mentre il caos avanza, gli autori classici vengono in nostro soccorso con frasi che emergono dalla memoria e assumono significati fino a quel momento sconosciuti. Mentre infuria una sanguinosa battaglia politica, mentre i partiti si avviluppano nel deserto delle idee, mentre là fuori i forconi avanzano, mentre l’economia è spread e bufera, ecco farsi vicino Shakeaspeare, con il foglio animato dal turbine nero di Macbeth, metafora del potere, delle sue brame, dei suoi errori ed orrori.
Macbeth: «Vi sarà sangue, dicono: sangue vuol sangue, si è saputo di pietre che si sono mosse, e di alberi che hanno parlato; àuguri e ben intesi raccostamenti, per mezzo di piche, di gracchi e di corvi, hanno fatto scoprire l’assassino il più nascosto. A che punto è la notte?».
Lady Macbeth: «Quasi alle prese con la mattina, per decidere chi sia delle due».
A che punto è la notte dell’Italia? È quasi alle prese con la mattina, per decidere se restare buio e dissoluzione o rinascere e regalarci un’alba e un nuovo inizio. La cronaca è impietosa e i personaggi sono quelli di una tragedia.
Una delle donne del «cerchio magico», Rosi Mauro, è artefice, complice e caprio espiatorio di una storia di familismo amorale e distrazione di fondi. Non si dimette, senza misura e umanità amici e avversari la chiamano «la strega» e il Senato della Repubblica la «brucia» e sostituisce per salvaguardare «il decoro dell’istituzione», come se a Palazzo Madama tutto splendesse d’oro e d’argento. C’è un capo carismatico in declino, Umberto Bossi, che guida una gattopardesca operazione di «pulizia» del suo clan con i fedelissimi di sempre. C’è un delfino, Roberto Maroni, che nuovo non è, al fianco del capo da vent’anni, che quando parla condivide pulsioni secessioniste, mitologie posticce, ampolle, scudi e spadoni. C’è un Nord in cerca di rappresentanza, di lavoro e giustizia fiscale. C’è una nuvola grigia di comparse che va e viene sul palcoscenico, c’è la moltitudine impaurita dei partiti in cerca di un copione, di una storia nuova da raccontare, di una scena non strappata dalla scure della giustizia, un informe teatro che attende un autore che sappia dargli vita, scienza e coscienza.
C’è un Paese, l’Italia, da reinventare. Mario Sechi, Il Tempo, 12 aprile 2012

.…C’è solo da chiedersi se ci sia il tempo prima della catastrofe e chi e come  si debba fare. g.

I PARTITI NON SI TAGLIANO NEMMENO UN EURO…E INVENTANO UN’ALTRA COMMISSIONE. E INTANTO I CITTADINI PAGANO PER I LORO LUSSUOSI PASSATEMPI

Pubblicato il 12 aprile, 2012 in Politica | Nessun commento »

I tecnici dei tre partiti che reggono la maggioranza, dopo ore e ore di trattativa, hanno trovato l’intesa: non si toglieranno nemmeno un euro. Dopo gli scandali, dopo tesori spariti e tesorieri indagati, fondi pubblici finiti in Tanzania e rimborsi elettorali di partiti ormai morti “investiti” in prelibati piatti al caviale, dopo gli enormi sacrifici chiesti al Paese, gli “sherpa” – così sono stati chiamati, come le guide del Nepal ingaggiate per le spedizioni ad alta quota sull’Himalaya – hanno deciso che i partiti non rinunceranno a nulla. Sarà solo più facile – questo il risultato della mediazione – per i cittadini capire quanti soldi hanno. Controlli affidati a una Commissione sulla trasparenza a partire dai rendiconti del 2001, pubblicazione dei bilanci su Internet, obbligo di investire esclusivamente in titoli di Stato e impegno a trasformare l’intesa «in norma di legge nel giro di pochi giorni». Dopo giorni di discussioni e di impegni formali presi ai più alti livelli istituzionali, ecco la «storica» riforma dei finanziamenti pubblici ai partiti. Ma come? Non dovevano tagliare i rimborsi? Mettere un freno a quella mangiatoia che dal 1994 è costato ai cittadini 2,2 miliardi di euro? Almeno rinunciare a quell’ultima tranche del finanziamento che deriva dalle politiche del 2008? Si tratta di 100 milioni di euro complessivi che potrebbero essere dirottati altrove. «Per il sociale», come propone Antonio Di Pietro. Anche perché i bilanci di tutte le formazioni politiche sono in attivo. Non sarebbe un grosso sacrificio. E invece no. L’erogazione del finanziamento – così anticipa il segretario del Pd Pier Luigi Bersani – verrà rinviata a dopo il 31 luglio. Rinviata? Perché? A quando? «Si tratta di un rinvio tecnico – spiega Antonio Misiani, tecnico del Pd – la nuova commissione per la trasparenza inizierà subito il suo lavoro. Cambiando la commissione, cambiano i tecnici». Nessuna rinuncia, insomma? «Assolutamente no. Se Di Pietro vuole, che rinunci pure», è la risposta. E se è vero che per l’attuazione dell’articolo 49 della Costituzione e le regole sul finanziamento ci si rimetterà ai tempi del calendario parlamentare già fissato – bisognerà aspettare maggio – è anche vero che quanto fatto – «è una svolta storica», dice Misiani – non convince del tutto. Una Commissione di controllo “ad hoc” composta da presidente della Corte dei Conti, presidente del Consiglio di Stato e Primo presidente della Cassazione; bilanci controllati da società di revisione riconosciute dalla Consob e pubblicati su internet; in caso di «irregolarità, i presidenti di Camera e Senato potranno applicare, su proposta della Commissione, sanzioni amministrative pecuniarie pari a tre volte» le irregolarità commesse. Sono questi alcuni dei punti centrali dell’accordo raggiunto. In più, i partiti potranno investire «esclusivamente» in titoli di Stato e dovranno rendere pubbliche tutte le donazioni che supereranno i 5mila euro. Le contribuzioni dei partiti a fondazioni, enti e istituzioni o società superiori ai 50 mila euro annui comporteranno poi l’obbligo «per questi ultimi di sottoporsi ai controlli della Commissione per la trasparenza e il controllo dei bilanci dei partiti». Tutte queste misure, assicurano in un comunicato congiunto i tecnici Gianclaudio Bressa e Antonio Misiani per il Pd, Massimo Corsaro, Donato Bruno e Rocco Crimi per il Pdl, Pino Pisicchio, Benedetto Della Vedova e Giampiero D’Alia per il Terzo Polo verranno «trasformate» in un emendamento da presentare al decreto fiscale ora all’esame della commissione Finanze della Camera. Una proposta di modifica che verrà depositata dei relatori visto che i termini per la presentazione degli emendamenti al testo è scaduto ieri. Soddisfazione viene espressa da Bressa e Pisicchio al termine della riunione. «Si è raggiunto un punto di equilibrio giusto ed efficace – commenta Bressa – in linea con le migliori esperienze europee». «A maggio – avverte il deputato dell’Api Pisicchio – ci sarà anche una netta diminuzione dei rimborsi elettorali». Speriamo. Intanto, tra le altre novità introdotte, si prevede appunto che l’attività di controllo della Commissione verrà avviata già sui rendiconti relativi al 2011 e che i bilanci dei partiti saranno pubblicati sui siti Internet delle varie forze politiche e su un’apposita sezione del sito di Montecitorio. Per quanto riguarda i partiti «che non percepiscono più rimborsi elettorali», questi «saranno comunque soggetti all’obbligo di rendicontazione (di cui alla legge 2/1997) fino al loro scioglimento». E mentre il segretario dell’Udc Lorenzo Cesa avverte di aver già dato incarico a «una delle più importanti società di revisione a livello internazionale di certificare il bilancio del partito per il 2011 e per gli anni successivi», Di Pietro bolla come «accordicchio» l’intesa raggiunta. Come dire, invece di guidare i propri partiti e tutto il Paese sulla montagna (l’Himalaya), gli sherpa hanno partorito un topolino. L’ennesimo. Nadia Pietrafitta, Il Tempo, 12 aprile 2012

.………L’arroganza dei politicanti nelle cui mani è fiunito il nostro povero Paese è senza limiti. Nonostante l’urlo di rabbia che sale da ogni parte d’Italia, dal centro al nord, dal nord al sud sino alle isole, da ogni parte poltiica, dalgi elettori di destra, di sinistra e di centro, nonostante gli apparenti piagnistei, i ladri di stato quali orami sono i partiti, tutti, hanno deciso di non tagliarsi nemmeno un euro dei loro cospicui finanziamenti nascosti dietro la fittizia maschera dei rimborsi elettorali. Ieri, riuniti in conclave i “tecnici2 dei partiti, merntre i loro capi si esibivano in TV, come Casini che parlava da Vespa come se lui non avesse mai fatto parte di acluna combriccola e fosse esente da responsabilità di govenro, ieri, dicevano, i tecnici hanno partorito l’ennesima begffa per i cittadini. L’accordo raggiunto, come emerge dalla attenta analisi del Il Tempo, è una presa per i fondelli che sa dell’incredibile. I poartiti si sono accordati per mettere su l’ennesima commissiuone che dovrà vagliare i bilanci dei partiti i quali pezze di appoggio ne trovano quante ne vogliono e intanto non si tagliano nemmeno un euro e anzi sono pronti a incassare la quarta rata del “rimborso” delle politiche del 2008, 100 milioni di euro, duecento milairdi delle vecchie lire, con la sola concessione del rinvio di qualche settimana rispetto alla scadena del 31 luglio 2012. Insomma, se ne infischiano dei cittadini, delle loro proteste, della loro rabbia, delle tasse che li stanno uccidendo, dello spread che alla faccia di quell’imbranato di Monti continua  a salire rendendo vani i sacrifici sin qui imposti alla gente, e imperterriti si ingrassano ancora di più. Ci pare che l’0unica rispposta a queste facce di bronzo sia ormai una sola: la lotta per mandarli via. Al più presto. g.

I PRIVILEGI DI FINI: SPESE ILLIMITATE

Pubblicato il 10 aprile, 2012 in Costume, Il territorio, Politica | Nessun commento »

LA CAMERA IN TEMPI DI CRISI NON RINUNCIA AI PRIVILEGI PER PRESIDENTE, VICEPRESIDENTI E QUESTORI

Spese di rappresentanza senza limiti per il presidente della Camera. E la possibilità di accedere al fondo anche per i vice, per questori e segretari.

Gianfranco Fini

Gianfranco Fini

Gianfranco Fini, non dovesse bastare il già cospicuo stipendio che percepisce, accumula anche un ulteriore serie di privilegi, ben superiori a quelli dei colleghi che non occupano la sua poltrona.

Li elenca ITALIA OGGI. Se ogni deputato incassa ogni mese qualcosa più di 16.000 euro, tra diaria, indennità parlamentare e rimborsi vari, a Fini ne vanno di più. Un totale che supera i 20.000 euro, se si contano 4223,83 euro di indennità d’ufficio e un rimborso ulteriore per le spese telefoniche di 154,94 euro. Non solo. Analizzando il capitolo “Prerogative” dei documenti salta poi all’occhio la dicitura “plafond illimitato”. Dunque non bastano le cifre di cui sopra. E ItaliaOggi sottolinea anche che in realtà le spese per cui Fini potrebbe avvalersi del plafond sono davvero limitate, considerando che si dota anche di un piccolo esercito di tredici persone di staff.

E se non bastasse, a usufruire del fondo spese non è soltanto il presidente della Camera. Ci sono anche i vicepresidenti (quattro), i questori (tre), i deputati segretari (tredici).

Quindi anche Antonio Leone, Rosy Bindi, Maurizio Lupi e Rocco Buttiglione. Che sebbene abbiano un’indennità d’ufficio minore, che si ferma a 2815,89 euro (e li porta a incassare poco più di 19.000 euro al mese), hanno accesso a un fondo di rappresentanza di 12.911.42 euro all’anno. E – come Fini – franchigia postale, telefonini e auto di servizio. Oltre a una segretaria e a sette addetti. Il tutto in tempi di crisi e di governo tecnico. Molto poco sobrio.Il Giornale, 10 aprile 2012

Ecco quanto scrive ITALIOGGI:

Quel plafond illimitato di Fini

di Franco Adriano


Un plafond illimitato per le spese di rappresentanza per il presidente. Quasi tredicimila euro netti per i quattro vicepresidenti e i tre questori. Diecimila euro per i 13 deputati segretari. Italia Oggi è venuto in possesso di un documento sulle prerogative interne all’Ufficio di presidenza (vice-presidenti, questori e segretari) e dei presidenti delle giunte e commissioni della Camera dei deputati, che dimostra – con gli importi netti dichiarati in bella evidenza – quanto sia ancora lontano dalla realtà il Palazzo: da chi deve stare sul mercato nel pieno di una crisi economica.

I conti in tasca all’onorevole

Ora, considerato che a un deputato semplice finiscono in tasca – netti – 5486,48 euro di indennità parlamentare (l’unica cifra su cui paga le tasse), 4003,11 euro di diaria di soggiorno, 4190 euro di rimborso spese forfettario eletto-elettore (tramite il proprio gruppo parlamentare), un rimborso spese accessorie di viaggio che va da 1107,9 euro (I fascia) a 1331,7 euro (II fascia) ed infine 258,24 euro al mese di rimborso forfettario per le spese telefoniche, per un totale – si sottolinea ancora: netto – di almeno 16.119,19 euro al mese, agli ulteriori privilegiati in questione va ben di più.

A Fini 20.498 euro netti al mese e rimborsi no limits

Si parte naturalmente dalla testa, ossia dalle competenze spettanti al presidente della Camera, Gianfranco Fini.

Dal citato documento si vede come al netto di oltre 16mila euro mensili che finiscono in tasca a ciascun deputato, per il presidente si aggiungono 4223,83 euro di indennità d’ufficio e un ulteriore rimborso spese telefonico di 154,94 euro, per giungere ad un totale di almeno 20.497,96 euro netti al mese. L’ufficialità delle cifre dice tanto, ma non tutto. Basta soffermarsi al capitolo «Prerogative», infatti, per essere colpiti da due paroline: “Plafond illimitato” relativamente al “Fondo spese di rappresentanza”. Allora, l’autovettura di servizio, la franchigia postale e la dotazione di “apparati telefonici mobili” ad libitum, rischiano di non fare più notizia o di passare in secondo piano. Il punto è che il presidente della Camera di spese in proprio ne ha davvero poche considerato che da disposizione interna, si dota di uno staff di tredici persone: un consigliere della Camera con funzioni di Capo della segreteria, un portavoce, due addetti di V o IV livello che il presidente può scegliere anche fra estranei all’amministrazione. Se sono dipendenti della Camera guadagnano rispettivamente 4406,8 euro netti al mese e 3030,9 euro netti (la retribuizione è corrisposta per 15 mensilità e le tre mensilità aggiuntive sono di importo inferiore in quanto non comprendono l’indennità di segreteria). Vi sono, infine, sei addetti di IV, III o di II livello scelti tra i dipendenti e tre addetti scelti tra estranei alla Camera la cui retribuzione è parametrata al II livello dei dipendenti Camera (2394,84 euro netti al mese per 15 mensilità).

Anche Bindi, Buttiglione, Leone e Lupi stanno a cavallo

I vice presidenti Antonio Leone (Pdl), Rosy Bindi (Pd), Maurizio Lupi (Pdl) e Rocco Buttiglione (Udc) hanno un’indennità d’ufficio minore rispetto a Fini (2815,89 euro netti anziché 4223,83) che li porta ad incassare 19.090,02 euro netti al mese. Ma Leone, Bindi, Lupi e Buttiglione hanno anche loro un fondo spese di rappresentanza. Non con un plafond illimitato, come quello di Fini, ma mica da buttare via: si tratta di 12.911,42 euro all’anno. Almeno, incassando come qualsiasi deputato i 4190 euro di rimborso spese eletto-elettore, pagheranno i francobolli, si potrebbe pensare. E, invece, no. Come Fini hanno la franchigia postale, la dotazione di telefonini e l’auto di servizio. A ciò si aggiunga una segreteria di ben sette addetti.

I questori Albonetti, Colucci, Mazzocchi come i tesorieri

Dei questori della Camera e del Senato, dei loro alloggi di servizio e del personale a disposizione si è già detto tanto. Occupandosi dell’amministrazione di Montecitorio sono un po’ come i tesorieri del partiti: devono stare un’unghia sopra gli altri. È interessante notare, per esempio, come Francesco Colucci (Pdl), Antonio Mazzocchi (Pdl) e Gabriele Albonetti (Pd) abbiano quasi la stessa indennità d’ufficio dei vice-presidenti 2820,76 euro netti al mese contro 2815,89. Sono cinque euro, ma non sono una bazzecola: dicono chi conta concretamente di più fra le due cariche nei confini della fattoria Montecitorio.

Segretari baciati dalla fortuna

E veniamo ai 13 segretari di presidenza. Qui le motivazioni delle indennità speciali percepite, rispetto a quelle dei deputati semplici, si fanno sempre più imperscrutabili. Vabbè, devono collaborare con il presidente «per assicurare la regolarità delle votazioni in assemblea». Ma perché diavolo incassino, oltre a 2014,83 euro mensili netti come indennità d’ufficio giustificati da questa finalità, anche fino a 10.329,14 euro di rimborso annuo per le proprie spese di rappresentanza (600 euro in meno dei questori), non si capisce proprio. E, poi, come per tutti i membri dell’ufficio di presidenza hanno: almeno quattro addetti anche esterni per la loro segreteria, l’auto di servizio, la franchigia postale, telefonini. I fortunati sono: Giuseppe Fallica (Grande Sud-Ppa), Gregorio Fontana (Pdl), Donato Lamorte (Fli), Lorena Milanato (Pdl), Mimmo Lucà (Pd), Renzo Lusetti (Udc), Emilia Grazia De Biasi (Pd), Gianpiero Bocci (Pd), la storica tesoriera dell’Idv, Silvana Mura, Giacomo Stucchi e Guido Dussin (Lega Nord), Angelo Salvatore Lombardo, fratello del governatore siciliano, e Michele Pisacane (Noi Sud).

Presidenti di commissione, i più sfortunati fra i privilegiati

Apparentemente non ha senso che i deputati segretari incassino la stessa indennità d’ufficio dei presidenti di giunte e commissioni che hanno ben altre mansioni. I presidenti di commissioni e giunte, poi, hanno un fondo di rappresentanza di soli 3600 euro annui (e per di più si pagano pure le spedizioni postali a differenza dei membri di presidenza). Eh sì, tra «i più uguali degli altri» della Camera, i più sfortunati, si fa per dire, sono proprio loro: Maurizio Migliavacca, Pierluigi Castagnetti, Donato Bruno, Giulia Bongiorno, Stefano Stefani, Edmondo Cirielli, Giancarlo Giorgetti, Gianfranco Conte, Angelo Alessandri, Mario Valducci, Manuela Dal Lago, Silvano Moffa, Giuseppe Palumbo, Paolo Russo, Mario Pescante, Leoluca Orlando, Giovanni Fava.Dal punto di vista retributivo contano meno di un questore e meno di un deputato segretario. Conservano a malapena l’auto blu e il telefonino. Le loro segreterie, poi, fanno ridere rispetto a quelle dell’uffico di presidenza (tre addetti al massimo anche esterni). In media costano 237mila euro l’una complessivamente.Meglio di niente, ma la segreteria di un vice-presidente o di un questore ne costa 660mila (quella di deputato segretario 357mila). Chiaro, gli addetti alla segreteria di un presidente di commissione oltre ad essere di meno, guadagnano anche meno dei pari grado degli uffici di presidenza. Un II livello guadagna 2262,44 netti contro 2394,84. Un IV livello 2703,64 netti contro 3030,90 (le mensilità sono sempre 15). Ma il punto è che Fini, Leone, Bindi, Lupi, Buttiglione, Colucci, Mazzocchi e Albonetti possono accedere a personale di V livello (4406,8 euro se interno per 15 mensilità e 4979,31 euro netti per 13 mensilità se esterno), mentre i presidenti di commissione no.

………….Ogni commento ci sembra superfluo!

FORCONE E PORTAFOGLIO, di Mario SECHI

Pubblicato il 10 aprile, 2012 in Costume, Politica | Nessun commento »

palazzo chigi Studiava da delfino, resterà trota. Renzo Bossi s’è dimesso. Passerà alla storia per aver affondato la Lega, insieme a un padre troppo debole per non cedere al nepotismo e a un gruppo dirigente troppo timoroso per non dire al capo che stava sbagliando. La politica non è una scienza esatta, ma prima o poi i conti tornano. Che il «cerchio magico» fosse un clan destinato a mandare fuoristrada il Carroccio si intuiva. Quando intorno al corpo del leader ballano in tanti, finisce che il mambo diventa una danza macabra. Così è andata. Non solo per la Lega. La Seconda Repubblica doveva darci partiti più leggeri, meno invadenti nella gestione della cosa pubblica, con leader carismatici insieme a una vita democratica, selezione del personale e un minimo di cultura liberale e delle istituzioni. Non è successo perché chi li guidava ha pensato a costruire intorno a sé non il consenso, ma il sì a prescindere, la realizzazione del «capo ha sempre ragione» e se ha torto comunque non glielo facciamo sapere. È questione che attraversa la vita di tutti i partiti, in maniera più o meno diversa. Per Berlusconi ha significato circondarsi spesso di enti inutili, per Bossi finire nel contrappasso dantesco che raccontiamo in questi giorni. Ognuno ha forgiato il proprio movimento politico intorno al suo nome: Fini, Casini, Di Pietro, Vendola. E perfino chi aveva una parvenza almeno formale di dibattito interno – il Partito democratico – ha impegnato tutte le sue forze nelle faide di potere, nelle lotte correntizie, dilapidando quel poco che restava di credibilità presso gli elettori. Hanno un bel dire oggi che soffia il vento dell’antipolitica. Dovrebbe soffiare il maestrale del rinnovamento, i partiti dovrebbero impegnarsi a ricostruire se stessi, in alto e in basso, a destra e a sinistra, a Nord e Sud. Invece rincorrono i sondaggi, gli scazzi interni e gli schiamazzi esterni, senza comprendere che bisogna mettersi in discussione, tirare fuori quelli che Montanelli chiamava «gli attributi», tagliare i rami secchi e confrontarsi con l’elettorato. Il maquillage a cui sono intenti non fermerà l’ondata d’indignazione. È tempo di crisi economica, i cittadini voteranno brandendo due armi: il portafoglio e il forcone. Avanti così, tanti auguri. Mario Sechi, Il Tempo, 10 aprile 2012

……………Non c’è nulla da fare. Nonostante la bufera imperversi e investa tutti, ma proprio tutti i partiti, i partiti, anzi tre di essi i cui capi ormai sono definiti i “triumviri”,   tragicomico richiamo a tempi e periuodi storici lontani, entro domani si accingono a scrivere le regole per “rendere trasparenti i finanziamenti pubblici”. Non ad eliminarli che a questo non ci pensano proprio, ma ripetere 18 anni dopo il 1994, lo stesso copione scritto dopo il referendum dei radicali,  che a furor di popolo abrogò la legge sui finanziamenti pubblici ai partiti, quando la legge abrogata fu sostituita con un’altra che chiamava  i  “rimborsi elettorali” i finanziamenti ai partiti. Dalla zuppa al pan bagnato. Ora, di fronte alla valanga di proteste con cui gli italiani ricoprono i paritit chiedendo a gran voce l’abolizione di questa ignobile legge che arricchisce i partiti mentre gli elettori sono  ridotti in miseria, i partiti, anzi i triumviri non si schiodono dalle loro logiche e dai loro interessi e astranno tentando ancora una volta di prendere per i fondelli gli italiani. C’è una sola cosa da fare.  Abrogare la legge, far restituire ai partiti i quattrini che ufficialmente risultano non spesi di quelli ricevuti e poi, soltanto poi, disciplinare il volontario finanziamento pubblico attraverso l’autonoma volontà di ogni singolo cittadino di elargire denari propri a questi voraci rapaci che sinora hanno ingoiato, dal 1974 ad oggi, circa 6 miliardi di euro per portarci dove ci hanno condotto: alla fame. g.

NESSUNO INFANGHI LA CANOTTIERA CHE CAMBIO’ IL PAESE, di Giuliano Ferrara

Pubblicato il 9 aprile, 2012 in Costume, Politica | Nessun commento »

La mia parte indignata è morta, se mai sia vissuta. Non me ne importa delle lauree dei famigli, delle macchine sgargianti e rombanti, del giro della Rosi (che naturalmente deve lasciare la carica senatoriale seduta stante), della moglie arpia, dei poteva o non poteva non sapere a proposito di un uomo che è stato grande nella salute e grandioso nella malattia.

Umberto Bossi

Bossi non lo vedo da quasi vent’anni, quando mollò il primo governo Berlusconi lo chiamai in faccia in tv «la cara salma», e mai previsione fu più azzardata. Del bossismo non ho amato mai nulla, non ho mai urlato il «grazie barbari» del compianto Giorgio Bocca, non ho mai flirtato in chiave antipolitica con il cappio in Parlamento e tutto il resto di «Milano, Italia », ho sempre considerato la Lega una tribù sciamannata e una satrapia personale dai toni pagani, figuriamoci, a me piaceva il garibaldino Craxi e, se era per la Lega e i suoi tesorieri, preferivo Citaristi e la Dc. Di Roma ladrona sono figlio e abitante, ne so più di Fiorello e dei nuovi stornellatori.

Di nemesi non sono autorizzati a parlare quelli di Repubblica . Sono sempre stati, loro e il loro esercito politico di riferimento, dalla parte del giustizialismo, anche di quello duro e puro alla leghista, se era per colpire chi non rientrava nel cerchio magico dei loro interessi e pregiudizi. Troppe ne abbiamo viste, noi garantisti, di nemesi. A partire dal loro eroe preferito Di Pietro, anche lì macchine sgargianti e un partito padronale- contadino, per finire con la sinistra perbene che i suoi sistemi fatti apposta per abusare dei finanziamenti pubblici e accaparrarsi ogni tipo di finanziamento irregolare li ha messi in piedisenza pudore o, se volete, con grande ipocrisia. Però il mancato riconoscimento della vera storia di Umberto Bossi, il seppellimento sotto i lazzi e gli insulti della sua rozza ed eccezionale avventura che ha convinto un terzo degli elettori del Veneto, un quarto di quelli della Lombardia e che ha cambiato la cultura e l’incultura politica italiane, questo mi avvilisce e mi umilia come persona che ama la storia e la politica, che desidera capire le cose e non esercitare la superbia del proprio io nel gesto d’accusa.

Prima di Bossi il nord di questo Paese non esisteva, né civilmente né politicamente. Bossi nasce da una costola della sinistra, come disse una volta D’Alema. Forse. Nasce certamente da una costola del mio Paese, e chi oggi getta palate di infamia su di lui e sulla sua parabola non si rende conto di quello che dice o lo dice in perfetta malafede.

Quando ebbe un primo attacco del male dopo un comizio, questo straordinario popolano da pizzeria, Craxi gli fece immediati auguri «perché ho bisogno di avversari sani». Nessuno come un capo socialista del sistema dei vecchi partiti era lontano dal bossismo e dalla sua versione dell’attacco alla casta romanocentrica. Ma nella vecchia cultura repubblicana il senso della storia era vivo, e anche gli avversari sapevano rispettare uno spiantato da falsa laurea capace di sollevare le valli e le città e la grande pianura padana in un’impresa che aveva effetti sismici sulla pietrificata mentalità delle vecchie istituzioni sabaude e meridionali. Siamo diventati, per quanto riguarda il linguaggio della classe snobistica che fa l’opinione e scrive sui giornali, una comunità di guardoni e uditori giudiziari, gente che non ha lo sguardo lungimirante e pietoso necessario a comprendere, che non vuol dire giustificare o chiudere un occhio, vuol dire al contrario spalancare gli occhi.Padre debole e sentimentale? Chissenefrega. Marito birbaccione rientrato e rinchiuso nell’ovile del coniugio nel momento disperato della menomazione da malattia?

Chissenefrega. Non sapeva far di conto sui nostri soldi, affidati a improbabili suoi tesorieri senza che fossero fissate regole sicure di controllo e certificazione?

Chissenefrega. Se è per questo, anche il dignitoso e non ladro Rutelli di conti se ne intendeva a quanto pare pochino, e i Lusi di tutti i partiti, tutti, sono per legge le persone più libere di peccare e incasinare i conti che ci siano al mondo.

Ma intanto Bossi fu altro, è stato una chiave per la comprensione e l’incanalamento di grandi e pericolose rabbie nordiste, ha flirtato con i mostri del secolo, da Milosevic in giù, ha usato una lingua da trivio, la sua gesticolazione corporale era la volgarità incarnata, ma mostro non è mai stato.

Se chi gli sputa addosso adesso, brutti maramaldi che non sono altro, avesse fatto un centesimo di quello che ha fatto Bossi per cercare soluzioni ai problemi veri italiani, avrebbe il diritto di parlare. Chi ha il diritto di parlare? Giuliano Ferrara, Il Giornale, 9 aprile 2012