RENZO BOSSI SI E’ DIMESSO. HA FATTO BENE, DICE IL PADRE E ANCHE NOI

Pubblicato il 9 aprile, 2012 in Costume, Politica | Nessun commento »

Renzo Bossi, coinvolto nello scandalo che ha colpito il Carroccio, fa un passo indietro e si dimette da consigliere regionale della Lega Nord. «In consiglio regionale -spiega ai microfoni di Tgcom 24- negli ultimi mesi ci sono state diverse vicende giudiziarie che hanno portato a indagare più di una persona, io non lo sono ma credo sia giusto e opportuno in questo momento per il mio movimento, fare un passo indietro».

«Ha fatto bene a dimettersi. Erano due mesi che mi diceva che era stufo di stare in regione». Questo il commento di Umberto Bossi riportato da Sky Tg24 sulle dimissioni del figlio, Renzo.

…………E anche noi siamo dello stesso avviso. Però ci corre l’obbligo di sottolineare che il Bossi jr, al di là di ogni altra considerazione, ad oggi non risulta indagato di alcunchè, salvo che dell’ondata di accuse che come sempre accade nel nostro Paesi quando si abbatte su chi sta in alto immediatamente ha ricadute mediatiche anche se  non ci sono riscontri giudiziari. Non è il caso di fare l’elenco. E però di questo elenco, lunghissimo, che comprende fior di fiori dell’una e del’altra parte, nessuno ha dato le dimissioni. Il Bossi jr lo ha fatto e ciò di certo segna un punto a suo favore. Benchè non sia uno scafato politicante un esempio lo ha dato, Ci piaccia o no, consigliato o meno dall’esperto padre. E di questo gli va dato atto. g.

NON 100, MA IN PIENA ESTATE ALTRI 200 MILIONI AI PARTITI ALLA FACCIA DELLA CRISI E DELL’AUSTERITY PER GLI ITALIANI

Pubblicato il 9 aprile, 2012 in Costume, Politica | Nessun commento »

Ora la parola d’ordine che mette tutti d’accordo, nel Palazzo, è «fare presto». Fare presto a dare un segnale che possa almeno frenare la rivolta dell’opinione pubblica contro i partiti mangia-soldi; far presto a varare nuove regole sui finanziamenti pubblici che evitino scandali come quelli scoperchiati negli ultimi mesi, dal caso Lusi al caso Lega; dalle spaghettate al caviale ai diplomi regalati a figli ripetenti e amanti recalcitranti coi soldi del contribuente.

Fare presto anche perché in piena estate, quando si suppone che i cittadini siano distratti e sotto l’ombrellone, nelle casse dei partiti pioverà un altro centinaio di milioni di euro pubblici, frutto delle nuove rate di «rimborsi» per le elezioni politiche del 2001; più circa altri 80 milioni di rata spettante per le elezioni europee e regionali. Cioè, poco meno di 200 milioni in totale.
C’è chi, come l’ex presidente della Camera Pier Ferdinando Casini, per fare presto si spinge ad ipotizzare un decreto legge «ad hoc» del governo, perché «se non cambiamo presto le norme rischiamo di essere travolti tutti: le vicende di questi giorni le paga la politica intera». Il governo, però, ci va con i piedi di piombo e, come dice Mario Monti dal Libano, per ora «riflette». Il ministro Paola Severino assicura che «il governo è pronto ad intervenire, anche per decreto», poi ipotizza in alternativa una norma ad hoc nel ddl anticorruzione. In Parlamento sono molte le perplessità sullo strumento del decreto: «È una proposta puramente propagandistica, un cedimento alla piazza ma senza costrutto», spiega Gianclaudio Bressa del Pd. «Anche perché entro maggio è già calendarizzata in aula a Montecitorio la discussione delle proposte di riforma dei partiti, in attuazione dell’articolo 49 della Costituzione: è quella la premessa necessaria per ridisegnare anche il sistema di regole e controlli sui bilanci delle forze politiche». E l’esponente democrat è ottimista sulla «volontà comune» di tutti i partiti di mettere finalmente mano ad una riforma che aspetta da sessant’anni di essere attuata, per dare finalmente ai partiti una connotazione giuridica più stringente.
In verità, le parole del relatore dei provvedimenti in materia di regole e trasparenza dei partiti, il rappresentante di Popolo e territorio Andrea Orsini, non sono proprio incoraggianti: «Non ci sono novità e non ce ne saranno per i prossimi quindici giorni», spiega flemmatico. Facendo insorgere il radicale Maurizio Turco, autore della prima proposta di legge depositata (prevede un rimborso di 1 euro a voto, contro i 5 attuali, ma solo a fronte di spese dimostrate e certificate): «La commissione Affari costituzionali di Montecitorio ha fatto un ampio lavoro istruttorio sulla materia, ora basta giochetti e il relatore si dia una mossa: con tutto quel che sta venendo fuori non sarebbe giustificabile un ritardo ulteriore». I radicali, che hanno annunciato un nuovo referendum abrogativo del finanziamento pubblico (dopo quello già da loro promosso e vinto negli anni ’90, e successivamente ignorato dalla nuova legge sui rimborsi elettorali), bocciano le proposte che stanno circolando: «Ci manca solo una nuova Authority sui bilanci dei partiti, nominata ovviamente dai partiti», taglia corto Turco. Dal Pdl, Gaetano Quagliariello insiste anche lui sull’articolo 49: «Subito dopo Pasqua i partiti si mostrino in grado di riformarsi adeguando il proprio status giuridico alla funzione pubblica che esercitano», e propone che la riforma marci di pari passo con quella della legge elettorale. Il Giornale, 9 aprile 2012

…………..Basta con i giochetti. Dei partiti e del signor Monti. Questo signore che se ne va spasso durante le festività pasquali in giro per il mondo a spese nostre, degli ormai strangolati contribuenti italiani, la smetta di “riflettere” con la pancia piena, rientri in Italia, convochi i suoi professoroni e metta mano all’abrogazione immediata della legge sui rimborsi elettorali dei partiti, blocchi gli ulteriori finanziamenti, obblighi i partiti a restituire alle casse dello Stato il miliardo e 700 milioni ricevuti e non spesi, riduca drasticamente gli stipendi dei parlamentari e dei dirigenti dello stato. Il tutto con decreto legge e poi vediamo con che faccia i parlamentari avrannno il coraggio di non ratificarlo. A proposito,  che fine ha fatto il ciarliero presidente della Repubblica? Da un paio di giorni non ci annoia con le sue consuete predicazioni. Perchè non “ordina” al suo Monti di rientrare in Italia e di fare ciò che deve? Con  due miliardi (1miliardo e 700 mlioni da restituire e i 200 milioni da non erogare ai partiti) il signor Monti può evitare ulteriori oppressive tassazioni a carico delle affamate famiglie italiane  e tentare di rilanciare la crescita del Paese che tuttora, nonostate le intemerate del signor Monti,  è solo una  chimera. g.
P.S. Al sondaggio de Il Giornale sulla abrogazione dei rimborsi elettorali ai partiti, il 99% ha risposto di si. Ne tengano conto sia il segretario che il capogruppo alla Camera del PDL, perchè il 100% dei lettori de Il Giornale sono elettori del PDL!

CANCELLARE LA LEGGE-TRUFFA SUI RIMBORSI AI PARTITI, di Mario Sechi

Pubblicato il 8 aprile, 2012 in Il territorio | Nessun commento »

Leggere i commenti del Palazzo è meglio che andare a vedere uno spettacolo di cabaret. Lo stato confusionale della nostra classe dirigente è totale, mai visto niente del genere, neppure ai tempi di Tangentopoli. I parlamentari sfornano comunicati che oscillano tra il disperato, il comico, il grottesco e il tragico.
Il migliore della giornata ieri è stato quello del senatore Raffaele Lauro (Pdl), che ha la soluzione chiavi in mano del problema: una commissione parlamentare d’inchiesta sui bilanci dei partiti. È come chiedere ai polli di riunirsi e dare un giudizio sulla bontà del curry, o dare all’agnello facoltà di deliberare sul pranzo di Pasqua. Immagino l’impavida commissione al lavoro, istituita con grande tripudio, sobri comunicati, dotata di un presidente, due vicepresidenti, uffici ad hoc, segretarie, autisti, portavoce e portaborse. Mi fermo qui, per carità di Patria. Ne abbiamo visto un’altra all’opera in questi mesi, la famigerata commissione Giovannini sui costi della politica. Ha gettato la spugna, non è venuta a capo di un bel niente. Fallita. Kaputt. Nel frattempo altri cento milioni di rimborsi elettorali (leggere «finanziamenti mascherati») stanno per arrivare nelle casse dei partiti. Fossi nei panni dei presidenti di Camera e Senato, procederei di concerto con il governo a bloccare il superassegno. Non lo faranno, è in corso una melina vergognosa, un palleggio di responsabilità, uno scaricabarile e un tentativo chiarissimo di portare la discussione su un binario morto. E invece è giunta l’ora di darci un taglio.
L’istinto di autoconservazione dei politici sta producendo il risultato opposto: si stanno suicidando, ma così facendo rischiano di trascinare nel gorgo anche le istituzioni, che invece vanno salvate e messe in condizioni di essere più forti, stabili e credibili. Nessun partito può tirarsi fuori da questa storia. Il referendum del 1993 che aboliva il finanziamento fu aggirato con una legge-truffa. Solo i radicali si opposero. I partiti cercheranno anche stavolta di architettare un’altra fregatura. Quando compaiono comunicati del Palazzo che riportano la formula «serve una risposta alta», significa che si sta scendendo in basso. Un modesto consiglio da uno che legge cosa scrivono i lettori e sente l’aria che tira nel Paese: non provateci. Mario Sechi, Il Tempo,8 aprile 2012

…………….BEN DETTO, MA INTANTO…..

Rimborsi elettorali del 2008

In arrivo altri cento milioni per i partiti

Il 31 luglio i movimenti politici otterranno 100 milioni di euro, l’ultima rata dei 503 milioni di rimborsi elettorali per le consultazioni del 2008. Peccato che li spendano in auto di lusso, lauree, viaggi e case. «Il governo riflette e prende posizione» assicura il premier Monti dal Libano dopo l’ennesimo scandalo, quello che ha costretto alle dimissioni il leader leghista Bossi. Ma non si muove una foglia. Anzi, in piena recessione, con le famiglie italiane alle prese con l’aumento delle aliquote locali, il pagamento dell’Imu e i rincari (a ottobre l’Iva passerà dal 21 al 23%), i partiti otterranno un’altra vagonata di soldi. Non sarebbe il caso di bloccarli? Di approvare un decreto per restituirli ai cittadini? Magari per finanziare contributi alle imprese o per i disoccupati? Nessuno, per ora, s’è posto il problema. E il Palazzo ingrassa. Soltanto per restare in Europa, le Camere basse di Germania, Francia, Spagna e Gran Bretagna insieme spendono quanto l’Italia. Un onorevole del Belpaese costa il doppio rispetto a un tedesco o un francese. E si capisce perché. Altro che tagli. Camera e Senato hanno deciso piccole riduzioni che non intaccano il tenore di vita dei nostri rappresentanti o, nel migliore dei casi, sono sforbiciate che comporteranno modesti risparmi nel futuro. Come la storia dell’abolizione dei vitalizi, sbandierata come esempio di addio ai privilegi. In realtà non avranno l’assegno soltanto quelli che saranno eletti per la prima volta nella prossima legislatura mentre gli italiani continueranno a pagare i vitalizi di 1.464 ex deputati e 843 ex senatori. Per coprire gli assegni, compresi quelli di reversibilità, ogni anno la Camera impegna 138 milioni di euro, il Senato 79 milioni. Qualcuno ha provato pure a guardarsi indietro ma non c’è stato niente da fare. L’ordine del giorno presentato da Borghesi (Idv) a Montecitorio chiedeva di abolire il vitalizio sia per i nuovi sia per i vecchi parlamentari. Voti favorevoli: 22. Voti contrari: 498. Muro di gomma. Ogni anno la Camera dei deputati spende quasi 1 miliardo di euro, il Senato più di 650 milioni. Alcune spese sono stravaganti: più di 7 milioni per stampare gli atti parlamentari della Camera, 743 mila euro di pedaggi autostradali, 530 mila euro per l’organizzazione di mostre e conferenze, 143 mila per i servizi di guardaroba. I gruppi parlamentari di Montecitorio ottengono più di 36 milioni: 11 milioni e 869 mila per il «funzionamento», 13 milioni 420 mila per il «personale» e altri 11 milioni per le «segreterie». Ma non potrebbero sborsarli i partiti, visto che ottengono centinaia di milioni di euro come rimborsi elettorali e hanno un avanzo mostruoso? Contiamo soltanto quelli assegnati ai movimenti per le elezioni politiche del 2008. Sono 503 milioni di euro. Troppi, dato che i partiti hanno dichiarato spese per 136 milioni. Gli altri 367 milioni sono rimasti nel loro portafoglio. Anzi, in quello dei loro tesorieri che, spesso, come nei casi della Margherita (Luigi Lusi) e della Lega Nord (Francesco Belsito) li hanno distratti per affari privati. Un arricchimento netto del 456 per cento. Pazienza se nello stesso periodo, come ha verificato la Banca d’Italia, il reddito delle famiglie italiane è diminuito del 6 per cento. Cose che capitano. Solo nei partiti. Ma c’è di più. Negli ultimi diciotto anni i partiti hanno avuto 2,25 miliardi di rimborsi, ma hanno documentato uscite per un quarto della cifra, 579 milioni. Geni della finanza. Mal di testa? Preparate l’aspirina. I partiti hanno incassato più di quanto costerà la riforma del mercato del lavoro. Ma quella la pagano i contribuenti con le tasse sulle case in affitto, sulle auto aziendali, sulle imposte d’imbarco all’aeroporto. Monti tassa, i partiti incassano e i politici spendono. Pagano sempre gli stessi: gli italiani onesti. Magna magna? Massì, tanto che il Senato impegna 40 mila euro all’anno solo per le posate. Sì, per forchette, coltelli e cucchiai. Spariscono ogni anno. Si mangiano pure quelli. Va tutto alla grande. Perché sono già due Parlamenti che vengono votati con il «Porcellum», cioè con la legge elettorale che prevede la lista bloccata che ha cancellato collegi e preferenze, eppure deputati e senatori fino al mese scorso hanno continuato ad avere in busta paga 3.690 euro al mese (4.180 per i senatori) come «rapporto eletto-elettori»: per coprire i costi di manifestazioni nel proprio collegio e per pagare i portaborse. Tra l’altro fino al 1° marzo 2012 non erano previsti controlli. Tanto che su 630 deputati soltanto 236 avevano contratti di lavoro con i collaboratori. Grande sacrificio. Hanno tagliato i benefit degli ex presidenti della Camera e del Senato. Prima avevano uffici, auto blu e segreteria a vita, adesso «soltanto» per dieci anni dopo la fine del mandato. Hanno litigato pure su questo. AlbertoDi Majo, 8 aprile 2012

…………..Il ministro Severino ha dichiarato: il Governo è pronto, attende l’imput dei partiti. Non sappiamo se prende in giro se stessa o prende in giro i cittadini. Se il govenro aspetta l’imput dei partiti dobbiamo attendere il diluvio universale. Se non sono solo i giullari dei partiti, i tecnici o quelli che tali si spacciano assumano per decreto legge immediatamente efficace l’abolizione della legge sui rimborsi elettorali, sospendano l’erogazione della tranche degli ulteriori 100 milioni, obblighino i partiti a restituire le plus valenze incamerate rispetto alle spese sostenute. Il resto è aria fritta. g.

I PARTITI SI DIANO UNA MOSSA:LA LEGGE “TRUFFA” VA CANCELLATA

Pubblicato il 7 aprile, 2012 in Costume, Politica | Nessun commento »

Per trovare la norma dello scandalo ci vuole molta pazienza. Bisogna tuffarsi nella legge milleproroghe del 23 febbraio 2006, lanciarsi in un defatigante slalom fra articoli che parlano di varia umanità, dall’università Carlo Bo di Urbino all’accatastamento di immobili del ministero della difesa, fino all’adeguamento alle prescrizioni antincendio per le strutture ricettive, e avere dimestichezza con la lingua latina.

Sì, perché senza un minimo di confidenza con l’idioma di Cicerone si rischia di non arrivare all’articolo 39 quaterdicies dove finalmente sono indicate le modifiche alle precedenti leggi sul finanziamento ai partiti. Una leggina mimetizzata che più mimetizzata non si può: il testo fu votato al Senato in piena notte, fra il 2 e il 3 febbraio 2006. Il governo Berlusconi aveva posto la fiducia, l’opposizione strepitò. Il capogruppo della Margherita, Willer Bordon, tuonò contro «lo schiaffo in faccia ai cittadini».
Sappiamo com’è andata a finire: proprio la Margherita, che era defunta, è risorta attingendo a piene mani al bancomat pubblico finché le spese folli del tesoriere Lusi non hanno alzato il coperchio sullo scempio. Poi è arrivata la Lega e si è ricapito quel che già si sapeva: la legge dà ai cassieri la combinazione giusta, poi loro si regolano come gli pare. O meglio i rimborsi – guai a chiamarli finanziamenti dopo il referendum che li aveva aboliti a furor di popolo nel ’93 – sono quattro o cinque volte superiori alle spese sostenute. Per capirci e per capire le cifre dell’indignazione, i partiti hanno speso fra il ’94 e il 2008, 570 milioni, ne hanno recuperati 2 miliardi e 250 milioni. Nemmeno Pinocchio sotto l’albero dei miracoli avrebbe sognato di meglio. Non c’è neanche bisogno di innaffiare gli zecchini: la pianta cresce da sola. Altissima. Nel 2008, quando gli italiani sono tornati al voto, destra, centro e sinistra si sono ingozzati con una doppia razione per la vecchia legislatura troncata e per quella appena iniziata.
Ora i tesorieri, come ai tempi di Tangentopoli, rischiano la parte del parafulmine. E corrono ai ripari o predicano sventure. Ugo Sposetti, ultimo cassiere dei Ds, vede in un’intervista all’Espresso un cielo scuro scuro: «Ma come, ora i revisori dei conti si svegliano e scrivono al presidente della Camera che le verifiche sono solo formali? Poi c’è Rutelli: ha spiegato che i bilanci dei partiti sono facilmente falsificabili. E uno dei revisori della Camera, Tommaso di Tano, in tv agli Intoccabili ha affermato che lui e i suoi colleghi quando arriva un bilancio si mettono a ridere. Fra sei mesi i partiti non esisteranno più». C’è davvero aria di tempesta. Stefano Stefani, il Cireneo che ha preso fra le mani le casse della Lega, mette le mani avanti: «Per prima cosa porterò le carte in procura. Voglio muovermi in tranquillità».
Forse sarebbe bene correre ad approvare una nuova norma. Più equilibrata. O meglio, meno vergognosa in tutte le sue perfide pieghe. Perché l’ABC della politica italiana, l’ABC che in un modo o nell’altro ha varato la riforma delle pensioni e tante altre leggi fino a ieri impensabili, non si siede intorno a un tavolo e scrive un testo purificato nel fonte battesimale della decenza?
Nei giorni scorsi Bersani ha sfidato Casini e Alfano invitandoli a rompere insieme il salvadanaio. Non sarebbe male evitare meline e impaludamenti, sarebbe bene evitare il ricorso a sofisticate ed estenuanti discussioni che si concludono, di solito, con magheggi e trucchi da avanspettacolo. La legge «truffa» del 2006 convertiva in legge, come si legge in archivio, un precedente decreto del 30 dicembre 2005. Ottima idea: perché non ricorrere al decreto per sanare la ferita? Se la troika trova l’accordo, è fatta: in un amen si può chiudere il rubinetto e togliere il bancomat alle tesorerie dei partiti che banchettano mandando in rosso noi cittadini.

Anche l’Europa, che spesso mette il naso a sproposito in casa nostra, ci ha dato un avvertimento sacrosanto: cambiate in fretta. Schivando, please, una pagliacciata come quella andata in scena sulla riduzione degli stipendi dei parlamentari. Che sono ancora quelli di prima. Stefano Zurlo, Il Giornale, 7 aprile 2012

ABOLIAMO LO SCANDALO DEI RIMBORSI AI PARTITI. DA SUBITO. DA ORA.

Pubblicato il 7 aprile, 2012 in Politica | Nessun commento »

Una “paccata di soldi”, direbbe la Fornero. Uno sperpero scandaloso, diciamo noi. Li chiamano rimborsi elettorali ma, di fatto, sono i vecchi finanziamenti pubblici ai partiti.

Sì, proprio quelli là, quelli che avete abolito diciannove anni fa. Gli sprechi hanno sette vite come i gatti. Il finanziamento pubblico ai partiti è stato formalmente abrogato con un referendum nel 1993. Un referendum che non doveva lasciare nessun margine alla furia interpretativa dei politici: il 90 per cento degli italiani aveva detto basta a questo sperpero. Una percentuale bulgara che corrisponde all’incirca a 31 milioni di elettori.

Raramente così tanti italiani si mettono d’accordo. Sforzo vano. Già l’anno successivo i “finanziamenti” usciti dal Palazzo a calci nel sedere rientravano silenziosamente dalla finestra con una legge ad hoc che li ribattezzava, appunto, come “contributi alle spese elettorali”.

La mole dei rimborsi è aumentata esponenzialmente nel corso degli anni. Nel 1993 i contributi venivano calcolati moltiplicando 800 lire per il numero degli abitanti del Paese, nel 1999 il monte è stato portato a 4mila lire e poi convertito a 5 euro per ogni voto racimolato dal partito. Alla faccia dell’inflazione. Per fare qualche numero: all’ultima tornata elettorale, quella del 2008, sono stati distribuiti 503 milioni di euro ai vari partiti. Una montagna di soldi. Ma non finisce qui. Secondo la Corte dei Conti dal 1993 al 2009 i partiti hanno incassato 2.254 milioni di euro, a fronte di una spesa totale di 579 milioni di euro. Sì, perché i partiti ci guadagnano sempre e se spendono un euro ne incassano 4,5. E ai due miliardi e rotti calcolati dalla Corte dei Conti mancano i rimborsi per le elezioni europee del 2009 e regionali del 2010, per essere precisi. Una marea di soldi. Come se non bastasse, oltre al danno c’è anche la beffa. Le ultime inchieste che hanno coinvolto Luigi Lusi e Francesco Belsito, tesorieri della Margherita e della Lega Nord, hanno portato nuovamente alla ribalta il tema della trasparenza dei bilanci dei partiti e dei “rimborsi”. I due tesorieri hanno maneggiato decine di milioni di euro di soldi incassati regolarmente dai loro partiti. Una pioggia di contributi che hanno investito in modi più o meno leciti (lo deciderà la magistratura) e più o meno morali (lo decideranno gli elettori), protetti dall’opacità dei bilanci dei partiti, imperscrutabili buchi neri. Nel corso degli anni i movimenti sono diventati delle macchine fabbrica soldi e ora è arrivato il momento di chiudere i rubinetti.

Certo, anche in molti altri paesi i governi foraggiano le spese elettorali dei movimenti politici. Ma a confronto con il mare di soldi che erogano le nostre casse sono solo noccioline. Per intenderci: in Germania ai partiti vengono rimborsati 0,85 centesimi di euro per ogni iscritto nelle liste elettorali. Da noi 5 per ogni voto. Qualche giorno fa sul nostro quotidiano Vittorio Sgarbi ha lanciato una provocazione che ha raccolto molto successo tra i lettori: la vera truffa non è quella dei tesorieri, ma quella dello Stato. Uno scandalo che, specialmente in questo periodo di crisi, pressione fiscale e sacrifici economici, è diventato intollerabile. Non sarebbe il momento di arrestare questa emorragia di soldi pubblici dalle casse dello Stato? Se sei d’accordo con noi manda una mail al presidente del Consiglio Mario Monti e ai presidenti delle camere Renato Schifani e Gianfranco Fini per chiedere la fine di questo sperpero. Francesco Maria Vigo, 7 aprile 2012

…………… Sopratutto a Monti sfidiamolo a convocare immediatamente il  Consiglio dei Ministri per approvare un decreto legge che abolisca da subito la legge sui rimborsi elettorali e imponga ai partiti di restituire la plusvalenza dei rimborsi rispetto alle spese sostenute. Si tratta di un miliardo e 700 milioni che debbono  essere destinati ad alleviare la pressione fiscale su lavoratori e pensionati. g.

Questo un possibile testo della lettera DA INVIARE AI SEGUENTI INDIRIZZI:

fini_g@camera.it;renato.schifani@senato.it;segreteria.ministero@tesoro.it

Signori presidente del Senato Renato Schifani, presidente della Camera Gianfranco Fini e presidente del Consiglio Mario Monti, con la presente e.mail chiedo l’eliminazione dei rimborsi elettorali ai partiti. Le ultime inchieste che hanno investito il parlamento possono essere colte come occasione per chiudere il rubinetto dei soldi pubblici alle forze politiche. Una riforma in tal senso non solo rappresenterebbe l’occasione per ridare fiducia agli elettori, ma servirebbe anche a fare chiarezza su quei finanziamenti che, oggi come non mai, richiedono maggiore trasparenza. In particolare chiedo al presidente del consiglio di rientrare immediatamente a Roma, per approvare un decreto legge con il quale abolire con efficacia immediata la legge sui rimborsi elettorali ai partiti e imponga ai partiti di restituire allo Stato la plus valenza introitata dai partiti dal 1994 ad oggi – circa 1 miliardo e 700 milioni – rispetto alle spese sostenute, destinandola ad alleviare la pressione fiscale per lavoratori dipendenti e pensionati. FIRMA

PARTITI CON LE CASSE PIENE E CITTADINI SEMPRE PIU’ POVERI

Pubblicato il 7 aprile, 2012 in Costume, Politica | Nessun commento »

Luigi Lusi in una foto del 2008 presa dal suo sito Prendiamo per ora solo i quattro anni di crisi. Nel 2008 i partiti italiani hanno ricevuto 503 milioni di euro di rimborsi. Hanno dichiarato spese per 136. Trecentosessantasette milioni sono rimasti nelle loro cassaforti non proprio blindate, affidati a tesorieri dalla mente aguzza e dal conto corrente veloce. Si tratta di un arricchimento netto del 456 per cento. Nello stesso periodo, come ha documentato la Banca d’Italia, il reddito delle famiglie italiane è diminuito del 6 per cento, quello degli individui del 7,5. La quota di famiglie giovani nella fascia di povertà è aumentata del cinque. Ora il Capo dello Stato chiede ai partiti una autoriforma, tanto più indispensabile mentre il resto del Paese è a stecchetto. Il presidente del Senato, Renato Schifani, e quello della Camera, Gianfranco Fini, rispondono invocando il primo «uno scatto d’orgoglio» delle forze parlamentari, il secondo un decreto «per il quale serve però l’accordo dei leader» dei partiti stessi. Con tutto il rispetto, le stesse promesse sono state fatte sulla riduzione del numero dei parlamentari, sull’abolizione delle province, sul taglio di indennità e benefici vari di deputati e senatori. Nessuna mantenuta. Sul primo fronte siamo ad un accordo di massima del format ABC (Alfano-Bersani-Casini), quando tutti sanno che in un anno di legislatura la riforma costituzionale ha zero probabilità di attuazione. Sul secondo, solo ieri è stato depositato un disegno di legge del governo che non abolisce affatto le province ma stabilisce solo che presidenti e consiglieri dovranno essere eletti da sindaci e consiglieri comunali delle aree amministrate. Elezioni di secondo livello, peraltro già contestate dall’Unione province italiane che lamenta «l’abbandono dei territori con la scusa della crisi e dell’antipolitica». E chiede al Parlamento di sanare il terribile errore: non dubitiamo che lo farà. Se ci sono due parole che si dovrebbero evitare sono proprio “crisi” e “antipolitica”. La prima, quasi ce la fossimo inventata. La seconda, eterno alibi per non cambiare nulla e nascondere gli scheletri nell’armadio, finché non vengono giù come per il tesoriere della Lega, Belsito (un nome molto romano), e quello della Margherita, Lusi. Ma non ci siamo dimenticati del terzo fronte di lotta e di governo, il taglio di emolumenti e benefit dei parlamentari: qui la commissione incaricata di allinearli alla media dei sei maggiori paesi dell’euro ha alzato bandiera bianca dichiarando l’impossibilità di raffronti omogenei. Per Enrico Giovannini, presidente dell’Istituto nazionale di statistica e capo della commissione, la statistica pare dunque materia off limits. E per capirlo ci ha impiegato quasi un anno: l’arduo compito gli era stato affidato dal governo Berlusconi nel luglio 2011. Dunque di quale autoriforma stiamo parlando? Curioso che per raddoppiare la tassa sulle case basti un decreto, mentre ogni volta che ci si avventura nei territori della politica si debba chiedere agli interessati la cortesia di provvedere a se stessi. Come ha ricordato Mario Sechi, dal 1994 al 2008 i partiti, rispetto a spese documentate di 579 milioni, hanno ricevuto 2,25 miliardi dei contribuenti. Più di quanto costeranno nel 2013 le nuove misure sul mercato del lavoro, esattamente quanto incideranno una volta andate a regime, e per le quali dovremo sobbarcarci altre tasse: sulle case date in affitto, sulle auto aziendali, sulle imposte d’imbarco all’aeroporto. Non ne possiamo davvero più: è giunto il momento di chiedere indietro dei soldi alla politica. Soprattutto se questi denari pubblici risultano regali ai partiti per i loro comodi. Per ogni euro speso ne incassano, in questa legislatura, 4,5. Il record è appunto della Lega (un euro speso, 11 presi), a seguire i Democratici: un euro ogni dieci presi. Il Pdl si attesta sul rapporto di uno a tre. L’Italia dei Valori di Antonio Di Pietro, che tuona contro lo scandalo, incassa 3,75 euro per ognuno di spese documentate. Ma anche quando scriviamo “documentate”, bisogna intendersi. Luigi Lusi, ex senatore del Pd ed ex tesoriere della Margherita autore di un imboscamento di 20 milioni, avrebbe sottoposto il bilancio ad un organismo interno che però non si è mai riunito. Chi aveva avvertito da anni puzza di bruciato, come il prodiano Arturo Parisi, fa sapere di essersene andato «sbattendo la porta». Già, ma perché non ha invece bussato a quella di qualche organo giudiziario? Impressiona anche l’oscillazione nel rapporto tra dare e giustificare. Nel ‘94, forse sulla scia del rinnovamento, si era partiti bassi (si fa per dire): la plusvalenza fu di “appena” il 130 per cento. Con le regionali del ‘95 eravamo già al 420. Il top è delle politiche 2001: circa il mille per cento. Poi un calo, fino alla nuova impennata di questa legislatura. Credere quindi che i partiti si autoriformino è quanto meno ingenuo. E, sia detto senza offesa, nello stesso richiamo di Giorgio Napolitano c’è qualcosa che non convince. Si invoca pulizia per evitare che i cittadini «si estranino con disgusto, il che può sfociare nella fine della democrazia e della libertà». No: la pulizia va fatta non per tutelare i politici dal disgusto, ma in primo luogo per tutelare noi contribuenti, visto che i soldi sono nostri. Del resto lo stesso capo dello Stato cita l’articolo 49 della Costituzione. Ma, come lo stesso Quirinale fa notare, quell’articolo stabilisce «il diritto dei cittadini di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale». Non parla affatto di finanziamenti. Che del resto, nella forma diretta, vennero aboliti con il referendum del ‘93, e prontamente sostituiti con i rimborsi elettorali. Dunque se il diritto diventa un abuso, e l’abuso un furto, non c’è altra via che togliere ai beneficiari la possibilità del coltello dalla parte del manico. Anche qui bisogna guardare all’estero: dove non mancano certo gli scandali, e tuttavia è giusto ricordare che il presidente tedesco Christian Wulff si è dimesso per un prestito agevolato al 4 per cento, ed una vacanza pagata da 800 euro. La Germania, dunque, ha contributi pubblici ai partiti di 133 milioni l’anno, rispetto ai nostri 285. La Francia di 80 milioni. La Gran Bretagna di cinque. Gli Usa di zero: le campagne elettorali sono finanziate da privati ed aziende, con obbligo (penale) di dichiarazione dei fondi versati, e di restituzione da parte dei candidati non eletti. In Italia si è sempre obiettato che quel sistema favorisce i ricchi. Eppure Bill Clinton, da governatore del povero Arkansas, riuscì a sconfiggere il ricchissimo George Bush senior, tra l’altro presidente in carica. Ma se non vogliamo il modello privato americano proviamo almeno ad avvicinarci a quello pubblico inglese: dove Margaret Thatcher, che era nata figlia di un droghiere, battè il laburista Lord Leonard James Callaghan, barone di Cardiff e cavaliere dell’Ordine della Giarrettiera. Ridateci i nostri soldi. Marlowe, Il Tempo, 7 aprile 2012

………………Lo abbbiamo già detto e lo ripetiamo. Ecco un banco di prova della fermezza di Monti. Domani mattina, giorno di Pasqua, riunisca il suo consiglio di facoltà, ed emetta un decreto legge con cui faccia due cose: 1. abolisca la legge sui rimborsi elettorali; 2. ordini ai partiti di restituire immediatamente allo Stato i soldi, un miliardo e 700 milioni, incassati dal 1994 ad oggi a titolo di rimborso spese e non utilizzati per le campagne elettorali. Così per un verso metterà alla prova se stesso e in secondo luogo metterà alla prova i partiti il quali o ubbidiscono, approvando il decreto, o lo cacciano con gli stivali chiodati.  E metterà alla prova il signor Giorgio Napolitano che nella serata di domani  deve controfrimare il decreto. Domani vedremo. g.

CAMBIARE TUTTO O CROLLA TUTTO, di Mario Sechi

Pubblicato il 7 aprile, 2012 in Politica | Nessun commento »

Palazzo Chigi Finirà male. La storia della Lega è il capitolo che mancava in un racconto kamikaze. Un pasticciaccio brutto intitolato «The Family» per Bossi, ma potrebbe essere «The Clan» per altri partiti. Anche il governo dei tecnici sembra entrato in questa spirale. Lo scrivo sapendo che Monti è l’unica opportunità che ha il Paese di uscire dalla palude, una situazione peggiore della crisi di Tangentopoli. Vent’anni dopo, lo scenario fa venire i brividi per l’assenza totale di un’alternativa. La storia gioca a dadi, si diverte a invertire i ruoli: allora vennero fuori dal cilindro la Lega di Bossi e il partito nuovo di Berlusconi. Si torna alla casella di partenza. A vent’anni fa. Ma la magistratura stavolta ha un ruolo di secondo piano, perché anch’essa è logorata al suo interno, è in crisi di credibilità e non ha alcuna forza di supplenza rispetto alla politica. Senza un’iniziativa politica forte, abbiamo di fronte la prospettiva del vuoto. Un buco nero capace di divorare la stessa democrazia. I leader dei partiti devono mettersi in testa che è finita un’epoca e gettare le basi istituzionali per scrivere un’altra storia, senza avventurismi e colpi di mano. È un lavoro da fare con umiltà, sapendo che per molti è l’ultimo giro di giostra. Sotto gli occhi dei cittadini ci sono enormi contributi pubblici distribuiti senza logica e ruberie private che lasciano di stucco chiunque. Il passo indietro di Berlusconi aveva creato le premesse per una «pax parlamentare» e l’avvio della ricostruzione del sistema. Ma la crisi della Lega è l’evento che cambia tutto. Chi credeva al partito «duro e puro» del Nord, oggi si ritrova senza rappresentanza, chi ha vissuto l’avventura del berlusconismo è smarrito, chi sognava una sinistra riformista è senza casa, chi vedeva in Monti un liberale a trazione integrale, dopo il dietrofront sulla riforma del lavoro, è perplesso. E il Wall Street Journal che cambia idea sulla forza di Monti ne è la metafora. Solo il Presidente della Repubblica può prendere in mano questa situazione, ma lo deve fare in fretta e con una fermezza senza precedenti. Manca poco alle elezioni del 2013, le amministrative saranno un banco di prova alla nitroglicerina, i mercati sono tornati a picchiare duro sui debiti sovrani. È giunta l’ora di riformare e cambiare tutto. Prima che crolli tutto. Mario Sechi, Il Tempo, 7 aprile 2012

.………….L’analisi è esatta e giusta. Quel che non ci convnce è la ricetta per uscirne. Primo. Monti è indicato come l’unica opportunità, ma il passo indietro sulla riforma del lavoro ne ha messo in crisi l’immagine, sostiene Sechi. Non è questo che ne ha messo in crisi l’immagine, semmai ha consentito di leggere sino in fondo cosa si nasconde dietro l’apparente aplomb inglese che l’uomo sfoggia. Era già emerso nei 120 giorni da che comanda, ma con la questione della riforma del lavoro è emerso il carattere supponente, arrogante e precisino del neo premier. Il quale o è come dicde lui o si impermalisce. Al quotidiano inglese che lo aveva paragonato alla Teacher e ora si è rimangiato il paragone, Monti, dopo aver puntigliosamente preso carta e penna, ha scritto una lettera per dire che il giornale non ha capito niente, non si capisce se prima, quando lo aveva paragonato allla grande statista inglese, o dopo, quando si è rimangiato il paragone. Stessa cosa ha fatto con la Marcegaglia che avendo “osato” definire  pessimo l’ultimo accordo sull’art. 18 (dal punto di vista delle imprese), Monti ha replicato, seccato e altrettanto puntiglioso, che “un accordo così 4 mesi fa era imossibile anche sognarlo”. Non entriamo nel merito delle tesi assolutiustiche di Monti, ma ci sembra che un premier “tecnico” che si dice lontano dalla politica l’ultima cosa che deve fare è fare il puntiglioso. Ecco perchè, senza scomodare altre e ancor più approfondibili quesitoni, non ci sembra che Sechi abbia ragione a sostenre che Monti sia l’unica opportunità. Anzi può essere che si dimostri un ostacolo acchè la politica si riformi come lo stesso Sechi auspica. Secondo. Affidare al presidente della Repubblica, a questo presidente della Repubblica, il compito, arduo,  di “prendere in mano le redini” pe raddrizzare il cammino del carro guidando i cavalli è quantomeno azzardato. A prescindere da ogni altra considerazione, Napolitano è un uomo del sistema, di questo sistema, che sull’arroganza del potere politico, cosi com’è, ha le sue fondamenta. Pensare che chi dal sistema ha tratto ogni possibnile beneficio, compreso la seggiola di Presidente della Repubblica sia in grado, intelelttualmetne, di affondarlo, ammesso che ne abbia i poteri e glis trumentiu, è mera utopia. Ovviamente confessiamo che allo stato non sapremmo contrapporre nulla di alternativo alle tesi di Sechi (cioè, lo sapremmo, ma lo consideriamo in Italia inattuabile) ma ciò non ci può indurre a condividerlo. Salvo che in effetti o tutto cambai, o tutto crolla. E sotto le macerie questa volta ci resteremmo tutti. g.

BICICLETTE: DA OGGI SI PUO’ ANDARE CONTROMANO NELLE STRAD A SENSO UNICO.

Pubblicato il 6 aprile, 2012 in Costume | Nessun commento »

doppio senso

Le biciclette possono ora circolare anche in contromano nelle strade a senso unico. La direzione generale per la sicurezza stradale del Ministero Infrastrutture e Trasporti ha accolto la proposta della Fiab. Le limitazioni riguardano la larghezza della via – che deve essere di almeno 4,25 metri – e la velocità – che non deve superare i 30 km/h nelle zone a traffico limitato e in assenza di traffico pesante.

Tradotto: questo significa che da oggi si può pedalare nei due sensi di marcia nella maggioranza delle strade a senso unico dei centri urbani cittadini.

Una buona notizia che permetterà ai ciclisti di accorciare i percorsi e di usare più facilmente la bicicletta.

«Ha finalmente prevalso il buon senso – ha dichiarato Antonio Dalla Venezia, presidente della Fiab – Da anni chiedevamo di consentire, nei centri urbani, il doppio senso di marcia nelle strade a senso unico. Alcuni comuni virtuosi e coraggiosi, come Reggio Emilia, hanno introdotto già questa soluzione che, di fatto, consente al ciclista di usufruire di tragitti più brevi, evitando di seguire i sensi unici pensati esclusivamente per le auto e che portano il ciclista a fare giri molto più lunghi. Praticamente una maniera per scoraggiare l’uso della bicicletta».

«L’applicazione di tale soluzione – spiega Enrico Chiarini, ingegnere e uno dei responsabili dell’Area Tecnica della Fiab –  consentirà il completamento a basso costo della rete ciclabile urbana di molti comuni italiani e di fatto offrirà al ciclista interessanti alterative a strade fortemente trafficate». FONTE ANSA, 6 aprile 2012

……Poveri automobilisti. Da oggi non solo devono guardarsi dall’aumento del carburante, dalle multe che fioccano ad ogni minima infrazione, dalla difficoltà di parcheggiare e dai costi che ne derivano, ma ora devono raddoppiare le attenzioni perchè mentre percororno una strada a senso unico può sbucare all’improvviso una bicicletta contromano che gli va a sbattere contro. E questa sarebbe una conquista di buon senso? Ci pare invece che il buon senso abbia lasciato il passo alla solita superficialità e a conseguenze imprevedibili, oltre che a imprevedibili costi per liti tra automobilisti e ciclisti.

FORZA CARROCCIO, di Alessandro Sallusti

Pubblicato il 6 aprile, 2012 in Politica | Nessun commento »

In queste ore c’è chi gongola (ben gli sta a quelli del cappio e di Roma ladrona) e c’è chi si sente tradito. Detto che dalle carte emerge più un’armata Brancaleone che una associazione a delinquere, e detto che prima di ieri non si era mai vista un’inchiesta giudiziaria in diretta tv, con fughe di notizie di mezz’ora in mezz’ora quasi a volercreare il panico e forzare decisioni politiche, detto questo credo che l’unica preoccupazione sensata sia che la Lega possa implodere.

Non soltanto perché il Nord ha un debito di riconoscenza verso quel matto di Bossi, non solo perché grazie a lui i moderati e i liberali di tutto il Paese hanno potuto governare l’Italia e forse domani potrebbero tornare a farlo. La Lega è servita e serve a dare rappresentanza a un pezzo del Nord altrimenti ai margini della politica. Avere nel Palazzo un partito di lotta è la migliore garanzia per la tenuta delle istituzioni, uno straordinario collante sociale. I veri razzisti non sono mai stati i leghisti ma i loro avversari, gente che è arrivata a odiare Bossi, il suo successo e i suoi elettori. Ma soprattutto gente, tutti i partiti della Prima Repubblica e la sinistra nella Seconda, che ha spremuto il Nord senza portare a casa uno straccio di risultato. Altro che la Porsche al figlio di Bossi. Parliamo dei partiti delle tangenti agli imprenditori, del partito delle tasse, di quelli dell’inciucio con i sindacati. Da quando Bossi si è messo a urlare, da quando Berlusconi, unico, lo ha ascoltato, qualche cosa è cambiato. Si poteva e forse si doveva fare di più. Ma proprio perché l’opera di difesa e rilancio del Nord non è finita, qualsiasi coalizione di governo moderata non può prescindere da una alleanza con un contenitore del malcontento più radicale.

In questo senso la tempistica dell’operazione Lega pulita è sospetta. Mi chiedo. Se una procura, per una Porsche e spese sospette, intercetta e perquisisce in forze la sede della Lega, che cosa avrebbe dovuto fare, di fronte all’evidenza delle tangenti Penati, delle cozze e dei Rolex di Emiliano in Puglia, nei confronti dei vertici Pd? Domanda retorica. Nulla. Appunto. Questo mi pare un problema politico. Alessandro Sallusti, Il Giornale, 6 aprile 2012

.………….Noi la pensiamo come Sallusti. Allo stato quelle della Lega ci sembrano più manifestazionidi superficialità che reati tanto eclatanti da meritare l’attenzione del fior fiore (sic triplo) della magistratura inquirente italiana. E poi, come scrive Sallusti, perchè non fare altrettanto per tutti partiti, e per tutti quelli che ne hanno fatto di peggiori. Come Emiliano che a sua sola giustificazione si è autoproclamato “fesso”. Troppo poco e troppo comodo. O come Penati, come Tedesco, come i tanti della sinistra che si fa finta di dimenticare per mettere sulla graticola la Lega. Guarda caso quando la Lega è l’unico partito che si oppone alla macelleria sociale del govenro tecnocrate dei banchieri al soldo della finanza internazionale che prima ha creato le condizioni della crisi mondiale e poi la scarica sulle spalle di poveri, lavoratori e pensionati di mezza Europa, prima l’Irlanda, poi la Grecia e quindi l’Italia, la Spagna, il Portogallo, l’Olanda. Attaccando la Lega per questioni che se non hanno rilevanza penale come nel caso della casa di Montecarlo per Fini non possono averla per la Lega, si raggiunge l’obiettivo di scaricare solo nei suoi confronti il disprezzo degli italiani per i partiti, distiogliendolo dagli altri, tutti,  che hanno ben più gravi e peggiori responsabilità avendo creato le condizioni per cui enormi quantià di denaro pubblico è stato sottratto dalle taqsche degli italiani per foraggiare una tavola ben imbandita  intorno alla quale si sono e seduti e lo sono tuttora decine di migliaia di sanguisughe che vivono di politica alle spalle di quelli che alvorano e pagano le tasse. g.

TIRO ALLA LEGA, di Alessandro Sallusti

Pubblicato il 6 aprile, 2012 in Politica | Nessun commento »

A un mese dalle elezioni amministrative tre inchieste giudiziarie mettono contemporaneamente sotto tiro la Lega. I pm di Milano, Napoli e Reggio Calabria hanno fatto irruzione, come si dice in gergo, nella sede del Carroccio per acquisire carte e documenti.

Bossi e Belsito

Bossi e Belsito
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Situazione delicata, complessa e anche un po’ sospetta. Mi riferisco ai tempi, ai modi e alla presenza sul luogo del presunto delitto del pm Woodcock, quello delle inchieste spettacolo che mediamente finiscono in nulla.

A differenza di quanto è accaduto coi casi Bersani- Pd e Lusi-Margherita, a pochi minuti dal blitz già si sapevano tutti i dettagli delle accuse, quasi che qualcuno volesse garantirsi un buon risultato mediatico: i soldi distratti dal tesoriere Belsito (che in serata si è dimesso) e finiti in parte alla famiglia Bossi, i rapporti con emissari di ’ndrangheta e camorra. In un attimo, dopo 18 anni di onesta e specchiata attività, il Carroccio è diventato il centro di ogni malaffare. Possibile? Dubito anche se, essendo i bilanci dei partiti un buco nero alimentato per legge e dalla legge protetto, tutto può essere.

Io credo che il problema della Lega, più che con la magistratura (vedremo che fine farà l’inchiesta), sia al suo interno. Veleni, spiate, malelingue e trabocchetti: la guerra tra le varie anime (bossiani e maroniani in primis) ormai è senza quartiere e non mi meraviglierei se si scoprisse che le procure hanno avuto qualche aiutino (leggi soffiate) dall’interno del movimento. All’origine del caso c’è però la grande contraddizione della Lega, movimento di lotta in Padania ma di supergoverno a Roma, al punto da non rifiutare il fiume di soldi che lo Stato centralista e cattivo versa a ogni tornata elettorale nelle casse dei partiti. E, come è noto, dove c’è tanto denaro gratis i pasticci sono all’ordine del giorno.

Può cambiare tutto questo il corso della politica? Possibile, anche se è presto per dire come. Bossi è ferito ma non ancora fuori gioco. Maroni è come il funambolo che cammina sulla corda sospesa in equilibrio instabile. Potrebbe raggiungere la meta (controllo totale del partito) e cambiare lo scenario delle possibili alleanze elettorali. Ma anche mettere il piede in fallo e scivolare di sotto. Berlusconi, unico tra i leader di partito, ha dato la sua solidarietà incondizionata a Bossi. Il Pdl osserva preoccupato: la Lega è avversario nelle imminenti elezioni amministrative e lo scandalo può quindi essere un vantaggio. Ma con Maroni alla guida, potrà mai il Carroccio tornare alleato? Il Giornale, 6 aprile 2012