ORA SERVE UN NUOVO SISTEMA POLITICO. Intervista a Gianni De Michelis

Pubblicato il 6 aprile, 2012 in Politica | Nessun commento »

Intervista a Gianni De Michelis, protagonista della fase conclusiva della prima repubblica. Sostiene che ora occorre un nuovo sistema politico, dopo gli scandali che stanno travolgendo i partiti della seconda. Ecco le sue risposte alle domande di Nicola Imberti.

Gianni De Michelis E dopo la Prima Repubblica finì anche la Seconda. Tante le analogie tra il 2012 e il 1992. Gianni De Michelis fu, da esponente di spicco del Psi, testimone di ciò che accadde 20 anni fa. «A prescindere dai destini dei singoli leader – spiega – è evidente che oggi si è chiusa una fase. Certo, la Prima Repubblica si concluse per ragioni più serie».

Sta dicendo che Tangentopoli era “più seria” delle attuali inchieste? «Le vicende giudiziarie furono usate per far fuori la cosiddetta Prima Repubblica, ma il crollo avvenne a causa della fine della Guerra Fredda. La logica, che io definisco di Yalta, basata sulla contrapposizione di due sfere di influenza non era più in grado di rappresentare la realtà. Certo, dopo quella stagione avremmo dovuto avvicinarci alla normalità europea. Invece la Seconda Repubblica ha dato vita ad un modello divergente».

Perché? «Tre, secondo me, le principali anomalie: la presenza di una personalità eccentrica come Berlusconi; il peso della Lega; la sinistra egemonizzata dai post comunisti. La crisi ha fatto saltare in aria tutto».

Nel caso del Carroccio, a dire il vero, più della crisi poterono i giudici. «Bossi non si ritira per le vicende che, almeno stando ai giornali, gli vengono addebitate. Non contano molto. Bossi, che pure ha creato l’unico vero partito italiano degli ultimi anni, non è riuscito a costruire un progetto Paese credibile. Ha iniziato con la secessione poi, quando ha capito che gli italiani non ne volevano sapere, ha ripiegato sul federalismo. Ma anche il federalismo è fallito e lui, oggi, impersonifica questo fallimento».

Non le sembra un’analisi un po’ edulcorata della situazione? «Lo strumento usato per concludere l’esperienza della Prima e della Seconda Repubblica è lo stesso. Una volta rodato il meccanismo si continua a fare un uso politico della giustizia. Lo strumento, però, non ha raggiunto l’obiettivo per cui è stato teorizzato: la lotta alla corruzione. Le risorse di cui parliamo sono dieci, cento volte superiori a quella di Mani Pulite. Guardi le cifre dei finanziamenti pubblici ai partiti, sono gigantesche. E sono migliaia le persone che hanno trovato la propria remunerazione a spese dello Stato o delle istituzioni».

Pensa che il leaderismo del Senatùr sia stato un limite per la Lega? «Il limite del personalismo è comune a molti dei partiti della cosiddetta Seconda Repubblica. Potrei citarle Berlusconi, Casini, Fini. Anche nel Pd le personalità sono state dominanti rispetto ai progetti politici. La Lega ora deve scegliere se indirizzarsi verso una variante moderata diventando “di governo”, ancorché locale, o se tornare alla pura protesta cavalcando i temi che l’avevano caratterizzata agli inizi».

La fine della Prima Repubblica ci ha insegnato che i “vuoti” si riempiono. Cosa accadrà ora? «Non lo so. Le elezioni del 2013 sono sicuramente un passaggio decisivo. Due gli elementi che secondo me vanno considerati. Da un lato il ruolo che vorranno avere Monti e alcuni dei suoi ministri. Dall’altro la legge elettorale che da sempre è uno strumento per manipolare la trasformazione politica. Io mi auguro che l’Italia si indirizzi finalmente verso un sistema politico che abbia la stessa configurazione di quello del resto d’Europa. Che è tutt’altro che bipolare, ma si fonda su un certo numero di forze che vanno dall’estrema sinistra all’estrema destra, passando per gli ecologisti, i conservatori, i socialdemocratici, i liberaldemocratici».

Il bipolarismo quindi è morto? «Siamo alla disintegrazione del bipolarismo. Basta vedere gli scontri interni ai singoli partiti. L’Italia dovrebbe approfittare di questa crisi per avviare una trasformazione graduale».

E magari rinascerà anche una forza socialista? «Io spero nella riorganizzazione di un fronte riformista che erediti la tradizione laico-socialista. Credo che una delle ragioni del fallimento della Seconda Repubblica sia proprio la cancellazione di un pezzo del Paese che ha trovato, in gran parte, rifugio in Forza Italia prima e nel Pdl poi. Berlusconi, purtroppo, non ha saputo o voluto rappresentare questa cultura politica che nel 1992 rappresentava il 25% dell’elettorato». Intervista a cura di Nicola Imberti, 6 aprile 2012

LA SECONDA REPUBBLICA E’ AGONIZZANTE, di Mario Sechi

Pubblicato il 6 aprile, 2012 in Politica | Nessun commento »

Umberto Bossi Bossi è caduto dal Carroccio, la Lega è fulminata e la Seconda Repubblica è agonizzante. Le dimissioni del segretario segnano un altro passaggio di frontiera della storia politica. I partiti e le coalizioni che negli ultimi diciotto anni hanno governato il Paese si stanno disgregando. Siamo di fronte a un sistema istituzionale che non regge più e la colpa è di una classe politica incapace di riformarsi. I primi botti scoppiano nel Pdl e nel Pd, in due sequenze. La prima si svolge il 17 gennaio del 2009, quando Walter Veltroni, sconfitto alle elezioni politiche del 2008, si dimette dopo i ripetuti scontri con Massimo D’Alema. In quel momento, la prospettiva di una sinistra riformista tramonta. La seconda tappa arriva il 30 luglio del 2010, quando la battaglia tra Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini porta all’uscita dei finiani dal Pdl. Da allora la maggioranza di centrodestra entra nella fase del «tirare a campare». I due eventi segnano l’avvio dell’autoliquidazione dei partiti. Senza riforme istituzionali, senza una vita democratica al loro interno, con le casse piene di soldi, senza controllo sulle spese e con una gestione monarchica o da clan, i partiti si sono suicidati. Fino a fare – tutti, senza distinzioni – il passo indietro e lasciare a Mario Monti il volante della macchina. Nati per raccogliere il consenso, organizzare la rappresentanza ed esprimere il governo, i partiti dopo Tangentopoli sono stati incapaci di cogliere l’occasione per poter durare anche dopo la vita politica dei loro leader. Una massa enorme di denaro pubblico è entrata nelle loro casse, generando un surplus di risorse mai visto in precedenza. Dal 1994 al 2008 le elezioni hanno dato ai partiti una dote di 2,2 miliardi di euro di rimborsi. Soltanto 579 milioni sono stati spesi per le campagne elettorali, i restanti 1,6 miliardi di euro e «spiccioli» sono rimasti «a disposizione» dei tesorieri e dei leader. Avrebbero dovuto finanziare solo l’attività politica, hanno finito per essere il forziere personale di tesorieri spregiudicati (il caso di Lusi della Margherita) e leader che hanno interpretato il comando in senso familistico. La vicenda dei finanziamenti leghisti conferma questa degenerazione. Vent’anni dopo esser stato eletto alla Camera, Bossi lascia la leadership e il suo partito in un mare di guai. Si chiude un ciclo. Prima di far politica, negli anni ’60, Umberto incise un 45 giri con il nome d’arte di «Donato». La prima canzone si intitolava «Ebbro», la seconda «Sconforto». Sintesi perfetta della sua biografia politica. Siamo all’inizio di un racconto collettivo. A breve le elezioni amministrative daranno un’altra scossa, quella che annuncia il terremoto del 2013.  Mario Sechi, Il Tempo, 6 aprile 2012

…………….Si può ben dire che si stava meglio quando si stava peggio. Come sempre. g

GLI ORFANI DI BERLUSCONI SPARANO GIULIVI SUL SENATUR

Pubblicato il 5 aprile, 2012 in Costume, Politica | Nessun commento »

«Dalla Padania alla Tanzania»,titolava ieri il suo editoriale di prima pagina il Fatto quotidiano : e chissà oggi che cosa scriverà. Lo tsunami che s’è abbattuto improvviso sulla Lega e che punta dritto al cuore del Carroccio, verso Bossi, la sua famiglia e il «cerchio magico» dei suoi più stretti collaboratori, è miele per le operose api giustizialiste rimaste orfane di Berlusconi.

In Italia gli scandali e le inchieste non mancano di sicuro, e l’ultimo mese ne ha fornito una rassegna esauriente: dalla Lombardia alla Puglia, dal Pd al Pdl non si salva nessuno. E la paccata di milioni della defunta Margherita investiti da Lusi in ville, conti offshore e spuntini a base di caviale basterebbe in un paese civile a sospendere una volta per tutte il finanziamento pubblico già abrogato per via referendaria. Ma finora era mancato il colpo grosso, l’affondo a sensazione, la spallata mediatica, e il fronte dei manettari, in attesa di tempi migliori, si era riversato a presidiare l’articolo 18 insieme alla Fiom.

Con Bossi nel mirino, la caccia è riaperta. E la solidarietà personale subito espressa da Berlusconi, va da sé, non fa che aggravare agli occhi dei giustizialisti la già precaria condizione del Senatùr, di cui anzi certifica la colpevolezza: proprio come il suo vecchio alleato,anche Bossi dev’essere espulso dal campo della politica e affidato alle procure – tre, questa volta, fra cui l’immancabile Procura di Napoli nella persona dell’indomito Henry John Woodcock.

Italo Bocchino, che del pm inventore della P4 è un buon amico, ha twittato come una Guzzanti qualunque: «Povero Bossi, gli hanno ristrutturato la casa a sua insaputa ». Il che, detto dal braccio destro del cognato del proprietario di un noto appartamento di Montecarlo lasciato in eredità al partito, lascia quantomeno perplessi. Il delfino di Fini aveva già espresso il suo pensiero il mese scorso, quando il presidente del Consiglio regionale della Lombardia, il leghista Boni, era stato raggiunto da un avviso di garanzia: «La Lega è il partito più partitocratico che esiste, il partito più clientelare che esiste, il partito più abituato ad occupare le poltrone ed è il partito a cui è capitato molto spesso quello che sta capitando ora con Boni». Addirittura.

Sempre da Napoli si leva il preoccupato commento di Luigi De Magistris: «Bossi – ricorda ha già avuto una condanna per finanziamenti illeciti nell’inchiesta Enimont,sembra archeologia giudiziaria, ma è realtà» (per la cronaca: allora il tesoriere era Alessandro Patelli e Bossi lo definì «un pirla»). E conclude sostenendo che le mafie più ricche sono al Nord, perché il Nord è più ricco: «È la conferma di quello che ho sempre pensato sulle vicende oscure e inquietanti della Lega Nord».

E se si parla di «mafie», non può mancare il giovane papa dell’antimafia. Il quale, come s’addice a ogni vera pop star,quando vuol parlare di qualcosa in realtà parla soltanto di sé, di quant’è bravo e di quanto è perseguitato: «Un anno fa- ha ricordato Roberto Saviano- fui moltoattaccato dalla Lega e da Maroni per aver usato una parola che descriveva il rapporto tra ’ndrangheta e potere nel Nord Italia, cioè “interloquire”, una parola che aveva messo inquietudine e paura ai leghisti. Avevo detto che la ’ndrangheta interloquiva con tutti i poteri del nord e quindi anche con la Lega». Che argomentazione brillante! Da un lato, ciò che conta per lo scrittore è che si parli di lui: l’inchiesta è importante non perché cerca la verità, ma perché conferma una sua predica televisiva dell’anno scorso; dall’altro lato anche Saviano,come i suoi amici giustizialisti, non esita a prendere per oro colato le tesi dell’accusa per trasformarla il giorno stesso in condanna definitiva.

È indubbio che la Lega si trovi oggi in un bel guaio,politico e d’immagine ancor prima (e ancor più) che giudiziario.

Ma qualche cautela in più, qui come in tutte le vicende che intrecciano politica e giustizia, sarebbe utile e vantaggiosa per tutti. L’eliminazione dell’avversario per via giudiziaria non è soltanto una scelta incivile: è anche una scelta inutile, il cui unico risultato è la politicizzazione della giustizia, e dunque la sua abrogazione.Se nell’era dei tecnici si riuscisse a condurre e a valutare un’inchiesta tecnicamente, e non politicamente o emotivamente, a guadagnarci per prima sarebbe proprio la giustizia. Fabrizio Rondolino, Il Giornale, 5 aprile 2012

.…………..Rondolino, ex braccio destro o sinistro di D’Alema, sa di cosa parla e di cosa si parli. Che i partiti, tutti, hanno molti scheletri nell’armadio è cosa ovvia. Che se ne scoprano alcuni e altri no è anch’esso cosa ovvia. Meno ovvio è che ciò sia giusto. Lo abbiamo scritto più volte. Il finanziamento occulto ai partiti, attraverso il dubbio sistema dei rimborsi versati senza riscontri e controlli, è quanto di peggio abbia potuto fare la partitocrazia nel ventennio postprima repubblica. E’ tempo di porvi rimedio. Basta abrogare la legge. Vediamo se il falso grintoso che siede a Palazzo Chigi è capace di proporlo al suo consiglio dei ministri e se questo è tanto coraggioso da approvarla. Attendiamo di vedere. g.

BASTA SOLDI PUBBLICI AI PARTITI. ANCHE PER IL LORO BENE.

Pubblicato il 5 aprile, 2012 in Costume, Politica | Nessun commento »

Abbiamo assodato, si ruba non solo in Italia ma anche in Padania. Li vedo tutti contenti, gli amici dei ladri di sinistra, di centro o di destra per la scoperta che si ruba anche in camicia verde.

Renzo e Umberto Bossi

Renzo e Umberto Bossi
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Vedo allegri i meridionali, perché l’Italia è unita almeno nel furto, rivedo felice l’antica ruberia del corso, socialisti, Dc e alleati che furono cacciati dal potere e sostituiti da questa gente qui, i Belsito e i Lusi, eredi dei Citaristi, Greganti, Balzamo e segretari amministrativi d’una volta. Esultano le mafie e le camorre, si fa festa alla Regione Sicilia per il gemellaggio con la Lombardia.

Stavolta colpisce vedere cosa viene dopo Fratelli d’Italia: i Fratelli Bossi, di cui uno fa i gavettoni con la candeggina e il grande fa la Trota di Stato, foraggiato dalla cassa. Certo, poi insospettiscono i tempi e i modi, davvero inusuali, del blitz antilega; provate a farlo a un altro partito e poi vediamo che ne esce…

Ma è inutile entrare in questo gioco, bisogna uscirne. Aboliamo il rimborso ai partiti, punto e basta. Lo dico per tagliare il male alle radici, visto che tutti si sono fatti beccare col sorcio in bocca. Lo dico per moralizzare e per risparmiare. Ma lo dico pure per il bene dei partiti. La loro stagione migliore è quando non avevano soldi pubblici. Certo, poi c’era Mosca per taluni, le camarille per talatri. Ma i partiti erano veri e volontari. Restituiamoli alla vita, non tumuliamoli come i faraoni con tutti i tesori nei loro sarcofagi. Saranno i loro aderenti a sostenerli. Via le mummie mariuole a nostro carico. Marcello Veneziani, 5 aprile 2012

IL VERO TRUFFATORE E’ LO STATO CHE GIRA I NOSTRI SOLDI AI PARTITI. DI Vittorio Sgarbi

Pubblicato il 4 aprile, 2012 in Politica | Nessun commento »

D’ improvviso una bufera si abbatte sulla Lega. Uno pensa: sarà la procura di Milano in un’ininterrotta nostalgia di tangentopoli, nell’anniversario di Mani pulite, celebrato come un’epoca felice. E invece no: il vento viene da Napoli, e addirittura da Reggio Calabria.

Il finanziamento pubblico ai partiti

Il finanziamento pubblico ai partiti
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Cosa c’entrano Napoli e Reggio Calabria colla Lega Nord? Da quando in qua i reati (eventualmente) commessi a Roma o a Milano sono perseguiti da avamposti così lontani? D’accordo, un tempo c’era Cordova e mandava da Napoli i «suoi» uomini fino a Pesaro, a sequestrare gli elenchi degli iscritti al Rotary. Sembrava un’epoca finita, invece ecco venti finanzieri e un drappello di carabinieri arrivare a via Bellerio inviati di Woodcock. Ancora Woodcock. Irresistibilmente attratto dalle azioni spettacolari e sorprendenti: tutte vane e fallimentari. Dissolta la P4 è arrivata l’ora della Lega. Il giustiziere è in azione, il reato inesistente. Già insospettiva la vicenda Lusi, prototipo del faccendiere di un’epoca nuova incui si è provveduto a legalizzare ciò che era illegale.

Un tempo privati, aziende, imprese garantivano, non senza vantaggio, finanziamenti illeciti ai partiti. Poi una provvida legge ha sostituito quei contributi «spontanei » con «rimborsi elettorali», rigorosamente definiti per legge in circa quattro euro per ogni elettore, con garanzia di Stato. Improvvisamente usciti dalle insidie di approvvigionamenti di fortuna, amministrati da abili tesorieri, i partiti sono diventati ricchissimi e i tesorieri meno abili e più rapaci. Le decine, quando non le centinaia, di milioni di euro assicurate ai partiti senza alcuna relazione con le spese realmente affrontate, hanno determinato un impressionante accumulo di risorse. Oggi leggiamo di cifre che non si capisce come spese o come spendere. Tra elezioni politiche, elezioni regionali, elezioni europee il piccolo partito di Di Pietro ha accumulato circa cento milioni di euro oculatamente amministrati dallo stesso Di Pietro, dalla ex moglie e da un’amica nominata in Parlamento ( non eletta) e nominata tesoriera.

Gestione familiare.

Chissà che un giorno anche Woodcock, come De Magistris non faccia un suo partito e possa affidare la gestione dei rimborsi elettorali alla mamma e alla fidanzata! Intanto abbiamo, in proporzione, centinaia di milioni per il Pdl e per il Pd, buone riserve per il Fli, per quanto rimane dell’ex An, circa 240 milioni di euro per l’ex Margherita confluiti nelle casse del Pd e allegramente (ma non illecitamente) amministrati da Lusi. In rapporto colle percentuali elettorali si può presumere che la Lega abbia accumulato in questi anni circa 150 milioni di euro. Con distacco e buon gusto (!)Bossi non ha ritenuto di affidare l’amministrazione di questi «rimborsi » (che, in quanto tali, se fossero a piè di lista porterebbero nelle casse dei partiti non più di un decimo di quello che, indistintamente, ottengono) alla moglie e magari al figlio e ha scelto il proprio Lusi in Belsito, oggi indagato con grande dispiego di forze dell’ordine pagate da noi, in trasferta da Napoli e da Reggio Calabria. Cosa cercano? E di cosa si occupano? Se sono rimborsi, chi li ottiene, a fronte di spese già sostenute (sulla carta) li potrà spendere come vuole. Non si tratta di finanziamenti illeciti. Si tratta di utilizzo di denari legalmente ricevuti mettendoli a frutto. Si chiamano: investimenti. Non vorrei alla fine che Lusi, accusato non di avere preso finanziamenti illeciti ma di avere distratto finanziamenti leciti, risultasse incolpevole per avere semplicemente cercato di non tenere immobilizzate cifre così grandi, e colpevole Rutelli per omesso controllo, per non avere verificato se quegli investimenti, transitati sui conti privati di Lusi, avessero come destinazione e obiettivo finale di tornare nella disponibilità del partito.

Di quale partito, poi? Se è vero che la Margherita, indimenticabile ritrovo di ex democristiani della Prima repubblica disonesta, si è sciolta nel 2007 nel Pd, rimanendo ancora oggi abilitata a ricevere i cospicui rimborsi per un’attività non più svolta. In questa conclusione è evidente che Lusi non poteva utilizzare la ragione sociale della Margherita ma utilizzare la propria, col beneficio di restituire quello che non era suo, così come ha garantito con i regali per le sue nozze promessi ai terremotati dell’Aquila e «posteggiati»sul suo conto corrente. Ciò che è corrente scorre e può andare ovunque. Anche al posto giusto. Ed eccoci ora a Belsito. Ciò che se ne dice e ciò che si vede non è raccomandabile. Ma mai fidarsi delle apparenze.

Tra i suoi reati, risulterebbe, per infamare il leader che egli abbia garantito delle provviste per la famiglia Bossi. Un’accusa grave e, speriamo, infondata. Ma in ogni caso non un reato. Con soldi illeciti io non posso arricchirmi, coi soldi dei rimborsi (sulla carta di altri già spesi) farò quello che voglio. Come si può indagare su finanziamenti regolari?

Cosa cerca Woodcock? Non è forse come sempre alla ricerca del colpevole, prima che del reato? E Lusi e Belsito non saranno diversamente innocenti e responsabili solo di avere agito all’insaputa dei loro capi? Ed è lecito che i capi di un partito non sappiano cosa fanno i loro delegati a una materia così delicata come i finanziamenti elettorali? Da una parte Rutelli,dall’altra Bossi, nell’epoca delle cose che accadono «a loro insaputa» di questo dovremmo meravigliarci, non di quello che due capaci (come si è riconosciuto) tesorieri hanno compiuto, a tutela del denaro che con questa legge di altri non è che dei partiti. E allora cosa c’entra Woodcock? Vittorio Sgarbi, Il Giornale, 4 aprile 2012

.………….Secondo dati abbastanza fondati lo Stato ha corrisposto ai partiti sotto forma di rimborsi elettorali 2 miliardi e 200 milioni di euro; secondo altri dati anch’essi abbastanza fondati i partiti avrebbero speso circa 500 milioni di euro per le attività connesse alle attività per cui hanno ricevuto i rimborsi. Restano un miliardo e 700 milioni di euro che stazionano nelle casse dei partiti che ne fanno quel che vogliono perchè la legge istitutiva dei rimborsi elettorali, varata dopo l’abrogazione a furor di popolo della legge sul fnanzamento pubblico,  non prevede alcuna forma di rendicontazione, se non formale. Di qui, l’abbiamo già scritto, la necessità, anche nell’ambito della riduzione della spesa pubblica, di rivedere la legge, cosa che naturalmetne il signor Monti si è ben guardato dall’affrontare magari con un decreto legge su cui misurare la volontà dei partiti di partecipare alla rinascita del Paese. Ma sinchè la legge non viene rivisitata ha ragione Sgarbi a sostenere che al di là di possibili malversazioni personali, sono inspiegabili certe iniziative che partono da Reggio Calabria, atraversano Napoli, e arrivano a Milano. E perchè non fermarsi anche a Roma dove hanno sede buona parte degli altri partiti che si sono sparitit la torta dei finanziamenti pubblici sotto forma di rimborsi elettorali? Il dubbio che anche in questo caso si tratti di una oculata scelta del destinatario, la Lega, oggi in grande imbarazzo, è assai fondato. D’altra parte lo conferma il fatto  che ieri è interventuo sullla vicenda l’ex scrittore SAVIANO ( non si hanno notizie di altri prodotti editoriali dopo l’unico che gli ha portato fama e ricchezza) il quale come ogni buon maramaldo ha sparato sulla Lega e sui presunti e per nulla accertati legami con la malavita. Quelli che invece pare legassero il padre di Saviano alla camorra. Chi è senza peccato, dice il Vangelo, tiri la prima pietra. Altrimenti nasconda la mano. g.

IMU: UN PASTICCIO SENZA EQUITA’, di Mario Sechi

Pubblicato il 4 aprile, 2012 in Politica | Nessun commento »

Soldi La materia fiscale va maneggiata con cura, è nitroglicerina. Cinquemila anni di storia delle tasse dovrebbero essere una lezione da ricordare per chiunque, ma il governo Monti non sembra averne piena coscienza. Il varo dell’Imu, l’imposta sugli immobili che ha sostituito l’Ici, è un disastro sotto tutti i punti di vista: legislativo, giuridico e politico. L’ultima buona novella che giunge dal Parlamento è questa: sacrifici per tutti, ma non per gli azionisti delle banche. È uno schiaffo ai contribuenti. Pagano i pensionati, chi vive in ospizio, chi ha un deposito di attrezzi agricoli, ma chi governa l’alta finanza no. Perché? Il governo ha dato parere contrario, spiegando che sono associazioni benefiche. È così? Solo in parte. E il diavolo fa le pentole, ma non i coperchi. Le fondazioni detengono quote determinanti di capitale nei principali gruppi bancari del Paese, nominano i consiglieri d’amministrazione, influenzano in maniera decisiva la gestione del credito e partecipano agli utili, di cui solo una quota viene redistribuita in opere di bene. Prima della grande crisi della finanza, nel 2008, le fondazioni bancarie hanno incassato quasi un miliardo e mezzo di euro di dividendi. Tre anni dopo, per effetto della crisi – e di una gestione allegra degli asset – i dividendi sono crollati a 333 milioni. La verità è che, al netto del crac dei mercati, la cronaca ci offre ogni giorno note illuminanti sulla qualità della loro gestione. Un solo esempio per tutti: la Fondazione del Monte dei Paschi di Siena con la cessione delle quote di banca Mps (4,69 miliardi di euro di perdite) ha realizzato un miliardo di euro di minusvalenze. E le altre fondazioni non stanno tanto meglio. Tutto bene? La natura «spuria» delle fondazioni è sotto gli occhi di tutti, avrebbero dovuto uscire dal capitale delle banche, ma non l’hanno fatto, il Parlamento s’è ben guardato dal cambiare la legge in questo senso, e oggi il loro ambiguo vestito «double face» viene usato per giustificare l’esenzione dal pagamento dell’Imu. Possiedono un enorme patrimonio immobiliare, ma non verseranno un euro allo Stato. Dopo aver fatto una battaglia campale per far pagare l’Imu alla Chiesa – che comunque i poveri li aiuta davvero – il governo ha alzato uno scudo per proteggere chi controlla le banche. Sarebbe questa l’equità?  Mario Sechi, Il Tempo, 4 aprile 2012

.…..Di che si meraviglia Sechi? Tutta questa storiaccia di Monti e del continuio richiamo al rigore e all’equità è tanto squallida quanto scandalosa. Il rigore è stato usato come una clava solo nei confrotni delle categorie deboli e indifese, i lavoratori dipendenti e i pensionati, con qualhe appendice nei confronti delle piccole  emedie imprese, l’equità invece è come l’araba fenice che tutti dicono che c’è e nessuno sa dov’è. Questa del’IMU, che è un pasticciaccio che solo questi dilettanti allo sbaraglio potevano creare come per il caso degli esodati, è la riprova che Monti è l’uomo delle banche e dei poteri economici internazionali che Napolitano, l’ex comunista esaltatore di Lenin e Stalin, ha issato sulo scranno di presidente del consiglio dopo aver ridotto il Parlamento ad una brutta copia dei soviet o dell assemblee dei paesi a gestione totalitaria dove il capo,  Monti si riunisce con i suoi fidi (Alfano, Bersani e Casini) e decide quel che deve essere fatto e il Paralento si limita  a ratificare ciò che è stato deciso. Secoli di battaglie per la democrazia e la libertà annullati da una moderna dittatura che ci sta riducendo a schiavi e per di più morti di fame. g.


ESODATI: L’ERRORE DELLA FORNERO COSTERA’ ALLO STATO FINO A 15 MILIARDI

Pubblicato il 3 aprile, 2012 in Economia, Politica | Nessun commento »

Il ministro deve trovare un paracadute per quei lavoratori senza impiego, ammortizzatori e pensione: ma costerà una fortuna

Esodati, l'errore della Fornero ci costerà fino a 15 miliardi

La strada si fa sempre più complessa per cercare una soluzione per gli esodati, i lavoratori rimasti a casa in attesa della pensione dopo aver trovato un accordo economico con le aziende e che ora, dopo la riforma di Elsa Fornero, quella pensione l’hanno vista allontanarsi di anni. Il governo è al lavoro per trovare una via d’uscita, ma l’incognita sono i costi: secondo le stime potrebbero sfiorare i tre miliardi l’anno per un massimo di cinque anni. Un totale di 15 miliardi. Un vero e proprio tesoro.

350mila persone – Il nuovo ammortizzatore sarebbe una sorta di indennità di mobilità transitoria che accompagnerà gli esodati alal pensione, un esercito composto da circa 350mila persone. L’errore della Fornerno, insomma, rischia di costarci caro. Elsa ora deve trovare il modo di offrire un paracadute a quelle persone che hanno firmato accordi in buona fede, con le vecchie regole, e che a causa della riforma della previdenza si troveranno nei prossimi anni senza lavoro, senza ammortizzatori e senza soluzioni. Oggi, mercoledì 3 aprile, è prevista una riunione tecnica tra ministero del Lavoro, Inps e Ragioneria dello Stato per verificare i numeri, ma per trovare una soluzione – ha spiegato sempre la Fornero – c’è tempo fino al 30 giugno.

.……Insomma il ministro incautamente definita “di ferro” e innalzata sugli altari per via della sua competenza ha varato un provvedimento ignorando l’esistenza di 350 mila persone firmatarie di accordi con le proprie aziende sottoscritti in base alle leggi vigenti. Eppure sarebbe bastato un piccolo “inventario” attraverso gli uffici periferici del ministero per avere contezza della situazione e agire in maniera tale da assicurare il rispetto degli accordi ed evitare il salasso per i conti pubblici che si prospetta a legittima salvaguardia di questi 350 mila ex dipendenti. Una dilettante allo sbaraglio. g

I MEGA PRIVILEGI DEGLI EX PAGATI DAGLI ITALIANI

Pubblicato il 2 aprile, 2012 in Costume, Politica | Nessun commento »

FRANCO BARBATOFRANCO BARBATONon si dice «quarto piano», si dice «altana» il piano nobile di Montecitorio riservato al mega ufficio del «presidente Casini» (cioè ex presidente, ma fa lo stesso in questo caso). Saremo sui duecento metri quadri, mobili d’epoca, statue classiche, travi a vista, corridoio di quindici metri che apre su sei o sette uffici e termina nella stanza di rappresentanza dell’ex terza carica dello Stato, ambiente intimo-quasi domestico, foto di famiglia sui tavolini di legno pregiato (Casini dice che rinuncerà alla sua «altana», che però usa da sei anni…).

PIERFERDINANDO CASINIPIERFERDINANDO CASINI E il «presidente Violante»? Anche lui ha altrettanti metri quadri alla Camera, ma in più ha un meraviglioso terrazzo addobbato con piante, dove usa fare una festicciola a fine anno con gli amici deputati del Pd. Eccoci qui: per la prima volta entriamo in questi appartamenti dov’è difficile o impossibile mettere piede (perché, come dice una delle molte segretarie dedicate agli ex presidenti della Camera, «questi uffici sono equiparati ad abitazioni private »), grazie alla telecamerina nascosta nel bavero dell’onorevole Franco Barbato, neo-brigante (si è vestito proprio così per un convegno al Gambrinus di Napoli) e spina nel fianco della casta parlamentare, da lui denunciata, filmata e variamente sputtanata. «Sono hotel cinque stelle, resort di lusso», più che uffici.

«E dentro ci ho trovato due, tre o anche quattro segretarie », tutte in organico all’ex presidente di turno. Che non è solo Casini o Violante, ma anche Bertinotti e la Pivetti, che hanno i loro «appartamenti» alla Camera dei deputati. In quello dell’ex leghista, numero uno di Montecitorio dal 1994 al 1996, Barbato si è imbattuto in due segretarie che lavorano a tempo pieno per la Pivetti. Lei ci va «per fare attività istituzionale » dice una delle sue segretarie (dipendenti della Camera), come «ex presidente riceve molti inviti e mail», e quindi le servono due uffici, uno dei quali inaccessibili perché «abitazione privata».

La porta del super ufficio di Violante indica già nella targhetta la nobilissima destinazione: «Presidente Luciano Violante ». Poi apri, e chi ci trova Barbato? Il segretario di Rosy Bindi. «Mi ha spiegato che una parte dell’appartamento è usata dal gruppo del Pd, mentre nelle altre stanze, tutte bellissime, ci sono i segretari di Violante». E poi il terrazzo, enorme, con piante.

FAUSTO BERTINOTTIFAUSTO BERTINOTTI IRENE PIVETTIIRENE PIVETTI «Lì prima dell’estate ci fanno una festa. Ma non si potrebbe usare tutto ’sto spazio per fare gli uffici dei deputati normali?» chiede l’onorevole-brigante, che ricorda un particolare. «Ora invece noi stiamo in palazzi che la Camera affitta, a peso d’oro, da una società dell’immobiliarista romano Scarpellini. Un contratto stipulato, senza gara, sapete da quale presidente della Camera nel 1997? Proprio da Violante! Se vuole fare il tutor del Pd perché non lo fa a casa sua? Ma questi non tengono proprio vergogna!» s’infiamma Barbato, che ormai fa ombra anche a Di Pietro. Una statua greca introduce al corridoio delle molte stanze di Violante, che a giudicare dagli spazi che occupa deve avere un enorme lavoro come ex presidente della Camera.

«E poi c’è anche Bertinotti che ha il suo appartamento, anche lui aspetta le decisioni altrui senza rinunciare ai privilegi. Casini poi è il massimo, è l’ “onorevole altana”. Mi hanno detto che quello spazio ce l’ha per effetto di una convenzione con la Democrazia cristiana europea. La Dc è morta, ma lui casca sempre su qualche bella poltrona». Le segretarie finite nel film-pirata di Barbato difendono i loro presidenti e privilegi. «Lei piuttosto vada a guardare nei magazzini della Camera, cosa c’è. Argenterie, quadri, arazzi, magari con le ragnatele sopra – dice una di loro – . E vada pure al Senato, dove c’è la moglie di un ex presidente del Senato, defunto, che ha ereditato i suoi uffici». In effetti al Senato la situazione si ripropone, anche se il deputato-insider Barbato non ha fatto ancora il suo blitz video.

Anche lì gli ex presidenti hanno diritto a uffici (i loro sono a Palazzo Giustiniani), personale (fino a tre segretarie personali) e auto blu. Di cui dunque beneficiano ancora Carlo Scognamiglio, Nicola Mancino, Marcello Pera (che in base alla nuova disposizione dell’ufficio di presidenza avrà questi benefit fino al 2016), Franco Marini (pacchia fino al 2018). Il costo annuale per questi benefit è – ci dice una fonte di Palazzo Madama – di circa 2 milioni di euro complessivi. Ma non basta.

Il Senato prevede, in base a vecchi regolamenti, un servizio di segreteria (ancora personale) in dotazione agli ex presidenti del Consiglio che siano stati senatori, quindi per Ciampi, Dini e Andreotti.

Costo annuo: circa 200mila euro l’anno (ma dalla prossima legislatura anche questo verrà tagliato). Camera e Senato hanno tagliato i comfort degli ex presidenti, ma non da subito… Occhio che il brigante Barbato è sempre armato di lupara e telecamerina nascosta. Paolo Bracalini, Il Giornale, 2 aprile 2012

MONTI-PASSERA: QUALE DEI DUE MENTE?

Pubblicato il 2 aprile, 2012 in Politica | Nessun commento »

Per il ministro dello Sviluppo economico Italia in recessione per tutto 2012. Il presidente del Consiglio: “Crisi finita, Italia sulla strada giusta”

Monti - Passera sulla crisi Quale dei due mente?

Due giorni fa un lugubre Corrado Passera, ministro per lo Sviluppo economico, annunciava feralmente al Paese che la recessione sarebbe durata per tutto il 2012. Quanti tra gli italiani abbiano letto i giornali anche solo ogni tanto negli ultimi sei mesi, non devono rimasti particolarmente turbati dalla comunicazione. Tutto normale. Una sorta di certificazione, quella di Passera. Lo stesso ministro, quello stesso giorno, ad un altro incontro pubblico, coreggeva però leggermente il tiro dicendo che “se tutte le misure che abbiamo avviato daranno i frutti, la tendenza potrebbe invertirsi anche perima della fine dell’anno”. Il tono era quello di chi ci metteva un po’ una pezza, come se qualcuno gi avesse ordinato di farlo.

Ecco che 48 ore dopo, il presidente del Consiglio Mario Monti, di ritorno dal tour asiatico, annuncia che “la crisi è superata, l’Italia è solida”. Cioè che l’Italia ha cambiato marcia e che il peggio è passato. Lo dice proprio nel giorno in cui esce il peggior dato di sempre sulla disoccupazione in Italia, pari al 9,3%. E lo dice in presenza di una pressione fiscale salita dal 44 al 46% e di una spesa pubblica rimasta pressoche invariata, a parte qualche sferruzzatina ai conti di Palazzo Chigi. Ora, è vero che i due, Passera e Monti, si sono trovati per la prima volta dall’esistenzxa del governo tecnico, lontani l’uno dall’altro per diverse migliaia di miglia e per diversi giorni. Ma c’è da dubitare che due dichiarazioni tanto contrastanti (quella di venerdì made in Passera e quella di oggi made in Monti) siano dovute auna carenza di comunicazione. E allora è legittimo chiedersi: chi dei due dice la verità?. Oppure, all’inverso: chi dei due mente? Si accettano scommesse. 2 aprile 2012

IL VERO PERICOLO PER MONTI VIENE DALLE TASSE , di Mario Sechi

Pubblicato il 2 aprile, 2012 in Economia, Politica | Nessun commento »

Il premier italiano Mario Monti al Consiglio europeo di Bruxelles Ho sempre pensato che il pericolo per il governo Monti viene dal Fisco e dalla leggerezza con cui l’esecutivo tratta la materia delle tasse. Quando è stata varata la ricetta «brussellese» per riequilibrare i conti e raffreddare lo spread, il premier doveva immaginare che l’aumento della pressione fiscale avrebbe prodotto recessione – fatto incontestabile – ma anche un clima di strisciante conflitto sociale. I problemi che Monti trova sulla sua scrivania al rientro dal viaggio in Cina, fanno emergere incertezza, disorganizzazione e confusione istituzionale. La scelta di Monti di mantenere il gravoso interim del ministero dell’Economia, il ruolo incerto di Corrado Passera al ministero dello Sviluppo (parla da ministro del Tesoro, ma non lo è), i molti mesi trascorsi senza un direttore generale in via XX Settembre, sono granelli di sabbia che alla fine sono finiti nell’ingranaggio del governo. La nuova tassa sulla casa, l’Imu, è un rebus e l’allarme lanciato dai Centri di assistenza fiscale è l’ultimo di una lunga serie. Non si sa ancora come pagare l’acconto (la prima rata è prevista per il 16 giugno), i criteri di imposizione ballano, i Comuni vivono l’arrivo dell’imposta nella più totale incertezza, tanto che l’assessore al Bilancio del Campidoglio, Carmine Lamanda, ieri ha sentito il bisogno di inviare una «nota di solidarietà ai Caf». Dal Caf al caos il passo è breve. Al posto di Monti seguirei la faccenda con attenzione, è una bomba a orologeria ed è meglio che il premier la disinneschi prima che esploda sotto la sua poltrona di Palazzo Chigi. Le élite tecnocratiche con il Fisco hanno un rapporto ragionieristico. L’importante è più o meno far quadrare l’ultimo numero della partita doppia, quello in fondo a destra. Ma la storia fiscale ci dimostra che le gabelle sono l’essenza della politica e dunque vanno maneggiate con cura. La spremuta fiscale doveva essere accompagnata da una comunicazione istituzionale adeguata e da una serie di provvedimenti diversi da quelli che abbiamo visto finora in campo. Non si possono torchiare i contribuenti onesti senza mai far vedere loro un orizzonte diverso dal tassa e spendi dell’amministrazione dello Stato. Conosco l’obiezione: «Da qualche parte bisognava pur cominciare». Benissimo, mettiamoci al posto di chi governa. Il piano di Monti era questo: si fa prima il Salva-Europa e poi il Cresci-Italia. Cosa è successo? Il Salva-Europa ha funzionato, ma il Cresci-Italia è poco più di una dichiarazione d’intenti. Sul primo, Monti ha potuto agire rapidamente grazie alla straordinarietà della situazione, alla leva del fattore «paura» e al senso di responsabilità mostrato da quasi tutti i partiti e dagli italiani. Ma sul secondo punto del piano è stato incerto, ha rallentato, ha offerto il fianco alla mediazione neocorporativa e alla fine ha portato a casa un risultato insufficiente. Dovrebbe essere una lezione, ma vedo che si ripete l’errore. Cosa c’è ancora da fare? La riforma del lavoro, in fretta. Ma ancor più importante è una rivoluzione fiscale equa e seria. I tecnici non servono a dirci che «c’è la recessione» (la tocchiamo con mano), ma devono indicare la via d’uscita. Mario Sechi, Il Tempo, 2 aprile 2012

…………………Ogni giorno che passa il direttore del più autorevole ed indipendente dei quotidiani di ispirazione moderata del nostro Paese si accorge che il governo dei tecnici si è rivelato una bufala. Le ragioni sono quelle illustrate oggi da Sechi nell’editoriale che è ritornato alle dimensioni “normali”, segno che le parole inutili sono state bandite per far posto all’essenziale. E l’essenziale è che sino a quanso si è trattato di fare ciò che viene più facile, cioè tassare e tartassare il ceto medio, cioè tutti perchè non esiste più nè la borghesia, nè il proletariato, tutto è andato liscio come l’olio (per i tartassatori, meno per i tartassati) ma quando si è trattato di procedere sulla strada più importante, cioè quella delle ripresa economica del Paese perchè uscisse dalla crisi e dalla recessione, i tecnici, con in testa Monti, si sono rivelati un bluff, anzi la brutta, bruttissima copia di “quelli di prima”. Due esempi. Monti  un giorno dice agli italiani:attenti! la crisi è ancora lontana dall’essere superata e perciò dovete continuare a soffrire; il giorno dopo, per esempio ieri, Monti dice agli asiatici: sono venuto a dirvi che ormai l’Italia è fuori dalla crisi, si è consolidata e quindi…. Una plateale contraddizine che magari qualcuno potrà spiegare richiamando l’ottimismo berlusconiano. Invece no. E’ solo pressapochismo allo stato puro, altro che non voler tirare a campare. Secondo esempio. Ieri nel corso di una trasmisisone televisiva, il sottosegretario al Lavoro, tale Polillo, incalzato da un gruppo di “esodati”, vittime due volte della brutale riforma pensionistica del duo Monti-Fornero, oltre che rivolgersi in maniera sprezzante e maleducata ad una delle sue interlocutrici (una donna, trattata con un vergognoso: lei può essere arrabiata quanto vuole….), ad un certo punto, a corto di argomentazioni oltre che con  incomprensibili balbettii già sentiti in altre trasmisisoni, Polillo, invece di fornire notizie sulle misure che il governo intende adottare per risolvere il problema creato dalla riforma ,  se ne è uscito con una dichiarazione scioccante: gli accordi sottoscritti dagli “esodati” sono nulli per cui basta rivogersi ad un giudice…. . Stamattina il Ministero del lavoro, di cui Polillo è sottosegretario, ha diramato un altrettanto scioccante comunicato: se Polillo ha una ricetta la dica. Ma Polillo non è il sottosegretario al Lavoro e prima di parlare o sproloquiare non era meglio che ne avsse parlato con il ministro, intuitivamente ispiratrice dell’irridente comuniato che smentisce Polillo? Bastano questi due esempi per consentirci di dire che sulla media distanza è stato facile accorgersi che i grandi economisti non sono altro che dilettanti allo sbaraglio. g.