ALFANO E CASINI LEGANO BERSANI (CON MONTI CHE DA SEUL NAPOLEONEGGIA)

Pubblicato il 28 marzo, 2012 in Politica | Nessun commento »

I segretari di Pdl e Pd Angelino Alfano (s) e Pier Luigi Bersani (d) Bersani fa le pentole, Monti i coperchi, Casini mette le posate e Alfano il tavolo. La notizia è che la Terza Repubblica si sta apparecchiando all’italiana: tutti si siedono a pranzo con il timore che ognuno sia intento a fregare l’altro (cosa verissima) e all’ammazzacaffè si alzano sempre con l’idea che ci sia un pacco e un contropacco da qualche parte, ma il risultato finale è che la gestione del restaurant «chez Montì» va avanti e lo chef di Palazzo Chigi ha giocato bene il suo menù asiatico. Il segretario del Pd è arrivato al vertice sulle riforme con l’alone sulfureo di quello pronto a bruciare Monti sull’altare delle elezioni anticipate. Alfano e Casini lo aspettavano al varco con un megaestintore. Da buoni eredi della tradizione democristiana, Angelino e Pier se lo sono cucinato a puntino. Lo hanno coccolato e – come nei mitici congressi dello Scudocrociato – l’hanno abbracciato, stringendosi affettuosamente intorno a lui. Per strangolarlo meglio. Il vertice dell’ABC (Alfano, Bersani, Casini) è un distillato di machiavellismo, un manualetto di sminamento. Come legare Bersani e farlo sentire libero. Preceduto da una serie di telefonate preoccupate da tutte le parti, osservato speciale dal quartier generale di Re Giorgio (Napolitano), annunciato dal botto di un missile terra-aria lanciato sulla rotta Seul-Roma che è esploso nel quartier generale del Partito democratico, il summit diventa decisivo quando tutti attendevano le dichiarazioni di guerra e il via alla campagna d’occupazione del Pd. Stretto tra il mandato della direzione del partito e la determinazione di Alfano e Casini a portare a casa l’impegno a (provare) a fare le riforme, anche Bersani ha dovuto piegarsi. Attenzione, il segretario del Pd non è un ingenuo, sa benissimo che questa non è la battaglia finale, ma solo una tappa di avvicinamento della sua portaerei verso l’area di lancio. Bersani ieri ha dato il via libera all’accordo su legge elettorale e riforme istituzionali, ma lasciandosi tutte le vie d’uscita libere. È il generale D’Alema-Yamamoto a guidare le operazioni. Egli si trova nella condizione dei giapponesi contro gli americani nel Pacifico: dieci portaerei contro tre, un sistema di crittografia degli ordini (quasi) impenetrabile e un avversario in difficoltà. D’Alema può decidere di sferrare un attacco in stile Pearl Harbour (le elezioni anticipate) quando vuole nei prossimi tre mesi.  Monti rientra in patria dopo la campagna di Corea pieno di medaglie. Il presidente del Consiglio ha unconsenso internazionale senza pari: in pochi giorni ha incassato il sostegno della stampa della business community (Financial Times, The Economist e Wall Street Journal) sulla riforma del lavoro, mentre sul piano istituzionale ha il via libera dell’Ocse e un «Mario go!» di Barack Obama che mitiga un Pd baldanzoso e a tratti sbruffone. È dalla troppa sicurezza delPd che bisogna partire, seguendo le nuvolette di fumo del sigaro toscano di Casini. Quando Pier ha capito che l’attacco dalemiano si stava profilando all’orizzonte, ha sfoderato il meglio del suo repertorio: il blitz angloamericano per far saltare i ponti e impedire il passaggio della cavalleria corazzata. Casini ha inviato il suo miglior agente speciale: se stesso. Così ha ottenuto che il vertice fosse asciutto, maledettamente essenziale. Poche ore di “ragazzi, un due tre, chi non ci sta è un figlio di mignotta” e poi via con un comunicato di non italiana concretezza: c’è l’accordo, andiamo avanti, ci vediamo in aula. Stop. E Alfano? Gioca il suo ruolo con paziente intelligenza. Mentre Casini lavora come Penelope al telaio della scomposizione e ricomposizione dei moderati intorno a una nuova trama, Angelino mantiene in piedi l’esistente, rinforza le fondamenta, insomma, tiene in piedi la baracca postberlusconiana. Sa che le amministrative saranno un duro banco di prova, ma ha dalla sua i numeri di un partito che, in ogni caso, sarà un perno del sistema. Parlando ai senatori ieri sera ha messo davanti agli occhi di tutti lo scenario: «La sfida del Pdl è preservare il patrimonio di questi 18 anni e destinarlo ad un soggetto politico che non nasca da una gara di coalizione ma che chiede al primo partito che vince di mettere su una coalizione intorno ad un progetto. Questo è lo scopo di una nuova strategia che probabilmente saremo chiamati a gestire». Se passa il sistema elettorale alla tedesca, questa è la sfida: essere il primo partito, incassare il premio e aggregare chi ci sta. Intorno a questa idea Alfano può costruire il futuro del centrodestra. Ammesso che il Pd voglia correre il rischio. Perché alla fine della fiera è intorno ai piani, ai dilemmi, alle lacerazioni interiori e ciclopiche aspirazioni dei «democrats de noantri» che ruota la politica del Belpaese. In mezzo a questa battaglia feroce ci sono Napolitano e Monti, due presidenti che vivono il paradosso di essere nel loro massimo momento di potenza e, nello stesso tempo, in bilico. Il Quirinale è già sotto Opa ostile. Re Giorgio ha indebolito involontariamente le sue difese annunciando l’intenzione di non ricandidarsi. Da quel momento si è aperto il Gioco del Colle. E Prodi sogna di installarsi al Quirinale con donna Flavia. SuperMario invece fa i conti con unPd in pole position nel Gran Premio del voto e – per la prima volta da quanto è iniziata l’era dei tecnici – intento ad affiggere sui muri i tazebao della rivolta contro Elsa Fornero, alfiere della riforma del lavoro «brussellese», Lady di ferro di un governo dove i maschi sembrano di coccio e le signore (osservare le mosse di Cancellieri per averne ulteriore prova) sono temprate come l’acciaio. Ieri è stata siglata una tregua, ma la guerra è appena iniziata. La conduce, ancora una volta, la gioiosa macchina del Pd. Nel 1994 la fermò Berlusconi. Oggi il Cavaliere guarda con i binocoli il campo di battaglia. Senza di lui, sta saltando il bipolarismo. Fu costruito intorno alla sua figura, dal centrodestra come dal centrosinistra. Berlusconismo e antiberlusconismo hanno segnato tutti i passaggi istituzionali della Seconda Repubblica. Si volta pagina e s’apre un capitolo in cui la stabilità dei governi non passa dalle coalizioni costruite prima del voto, ma dal semplice e aritmetico fatto che il partito che vince incassa un premio e non c’è possibilità di mandarlo all’opposizione. È una stabilità non costruita su un Supremo Comandante, un leader che ha il carisma, galvanizza e coalizza, ma sul partito che traina meglio e tiene insieme i suoi simili. Un ritorno, se si vuole, alla normalità, ma in un sistema fatto di contraddizioni, come quello italiano, è facile che l’ordinario diventi straordinario. Perché in alto mare ci sono le portaerei del Pd schierate e la tentazione di incassare il bottino subito con il porcellum è altissima. Bastava osservare la faccia di Pier Luigi Bersani ieri dopo il vertice con Alfano e Casini per rendersene conto: non sorrideva. Non ne aveva motivo. Un accordo simile, se realizzato, leva al Pd un formidabile argomento per la campagna elettorale, posticipa l’appuntamento pregustato dal giorno del passo indietro del Cav di altri trecento giorni e lascia con il fiato sospeso tutti perché nel frattempo il Nemico, «il Caimano», non si sa che cosa possa tirare fuori dal cilindro. Diciotto anni di ossessione producono ancora l’ossessione. A getto continuo. Dentro e fuori il Pd. Ecco perché la Repubblica battezza le frasi di Monti da Seul («se il Paese non è pronto, potremmo andarcene, non tiro a campare come Andreotti») come un «editto», parola riservata con disprezzo all’universo berlusconiano, per cui ieri era «l’editto di Sofia» e oggi è «l’editto di Seul». Fa niente se uno è Berlusconi e l’altro è Monti. È la metafora che conta, il paradigma culturale che viene presentato al pubblico: Monti non è uno di noi. Così tutto un mondo ha chiaro che il professore è transeunte, serve a uno scopo e – foss’anche «l’ultima occasione», come ben detto da Carlo De Benedetti – Monti resta in ogni caso il passaggio a livello di una stagione, non il mattone sul quale si edifica una nuova casa. È proprio leggendo Repubblica, delizioso sismografo dei desideri progressisti, che si sviluppa nella camera oscura la perfetta fotografia di quel che sta accadendo. L’Ingegnere sostiene Monti, il direttore Ezio Mauro lo attacca in prima pagina perché osa insinuare che il «Paese non è pronto» e dunque ripudia la democrazia dal basso, mentre il Fondatore, Eugenio Scalfari ne loda l’azione e sostiene la riforma del lavoro. Una varietà di opinioni, frutto certamente di personalità forti, ma indicativa dei pensamenti e ripensamenti in corso nell’area larga del progressismo. Finito il berlusconismo, si riaprono i giochi. E sono senza frontiere. Mario Sechi, Il Tempo, 28 marzo 2012

..……….Questo di Monti non è un editoriale, è un saggio breve. Comunque troppo lungo per non perrdersi nelle ripetute metafore con cui Sechi ha descritto quanto è avvenuto o poteva o doveva avvenire ieri durante l’incontro del trio Alfano-Bersani-Casini. Incontro  che doveva partorire una montagna ma ha partorito alla fine il solito topolino, che nella fattispecie è la solita esca per ingananare gli italiani e tenerli buoni nel mentre che Mario NAPOLEONE Monti completa l’opera che gli è stata affidata, cioè strangolare gli italiani annebbiati dai piani di battaglia che si descrivono con lunghe paginate, come questa di Sechi. Diceva Montanelli che chi usa  mille parole per  scrivere ciò che si può scrivere  in cento non ha le idee chiare. Non ci azzarderemo a dire ciò di Sechi ma possiamo dire quel che ci appare e cioè che Sechi e con lui anche altri editorialisti descrivono non tanto ciò che è ma di più che quel vorrebbero che fosse. Intanto Alfano e Bersani sono solo figuranti mentre i  veri protagonisti rimangono dietro le quinte per meglio tirare le fila di un gioco che è più grande sia dell’uno che dell’altro; quanto a Casini, che figurante non è, cerca di ritagliarsi un ruolo ma può capitare come spesso capita a chi sta in mezzo di prenderle di santa ragione da una parte e dall’altra quando il gioco si farà duro. E si farà duro quando dalle parole di un presunto accordo sulle cosiddette riforme costituzionali che devono andare di pari passo  con la riforma elettorale si dovrà passare al concreto, cioè al trasferimento su carte dei punti e delle virgole. Ne vedremo delle belle, non tanto sulle riforme costituzionali sulle quali, essendo per un verso minime (la riduzione dei parlamentari) e dall’altro reciprocamente convenienti (maggiori poteri al premier e , sopratutto, abolizione di fatto del bipolarismo di coalizione) una qualche convergenza è possibile trovare, quanto sulla riforam elettorale, che a seconda di come viene fatta determina la vittoria o la sconfitta di una delle  parti in gioco. Intanto però NAPOLEONE Monti se ne frega un pò di tutti e ormai non tenta neppure di dissumilare la grande considerazione che ha di se stesso. Lo fa direttamente allorchè discettando della riforma del mercato del lavoro non solo arriva a dichiarare che in Italia non c’è possibilità di assumere (i giovani!) perchè non c’è libertà di licenziare (gli anziani), cosicchè riducendo la sua riforma ad una specie di turnover tra giovani e anziani con i primi che presto potrebbero ritrovarsi nelle condizjoni dei secondi e i secondi ai quali si configura con una violenza senza pari un futuro di povertà e sofferenze; e lo fa umiliando il Parlamento allorchè a proposito della riforma si dice certo che essa passerà così come l’ha delineata il govenro, cosicchè mostrando di non avere in alcun conto il Parlamento il quale, quando discuterà della riforma, lo farà tirandosi il ventaglio., non ptendola modificare. E lo fa il suo ben organizzato ufficio stampa allorchè dirama urbi e orbi che a Seul Monti ha ricevuto complimenti da tutte le parti per come ha strangolato gli italiani subissandoli di tasse. E ci mancherebbe che non lo avessero lodato, da Obama , il rappresentante dei finanziari che con le loro bolle di sapone finanziarie hanno aperto la grande crisi che sta travolgendo il mondo, al premier cinese che dopo aver promesso di invitare i capitalisti di stato cinesi ad investire in Italia prendendo il posto degli sfiancati imprenditori italiani non poteva che lodare per questa opportunità il peggior professore che poteva capitare all’Italia , cioè NAPOLEONE  Monti, al quale il grande e vero innovatore della scuola italiana, cioè Giovanni Gentile, mai avrebbe affidato nemmeno una prima elementare. g.

L’IMU AVVANTAGGIA I REDDITI ALTI. ECCO PERCHE’.

Pubblicato il 28 marzo, 2012 in Il territorio | Nessun commento »

Imu avvantaggia ricchi

C’era una volta la progressività. E’ un semplice principio – sancito anche dalla Costituzione – secondo cui i redditi alti  pagano proporzionalmente imposte più alte. Ma sembra ormai passato di moda nell’ordinamento fiscale italiano. Lo conferma anche l’ultima nata tra le imposte, l’Imu (imposta municipale unica), che sostituisce sia l’Ici che l’Irpef sui redditi fondiari, cioè derivanti da terreni e fabbricati.

E’ sempre il famoso Ufficio studi della Cgia di Mestre a mettere il dito nella piaga. Calcolatrice alla mano, dimostra che al crescere del livello di reddito dei proprietari di seconde case la differenza tra il loro carico fiscale con la vecchia Ici e la nuova Imu tende a diminuire. Per i proprietari con redditi oltre i 100mila euro l’Imu diventa addirittura più vantaggiosa dell’Ici.

Aliquota piatta, i ricchi festeggiano

E’ tutta colpa della ex Irpef sui redditi fondiari. L’Ici, come l’attuale Imu, è un imposta ad aliquota fissa, quindi incide con la stessa proporzione su tutti i livelli di reddito. L’Irpef invece ha aliquote progressive, che aumentano con il crescere del reddito. Ma ora l’Irpef che prima i proprietari pagavano sui loro immobili (quelli non affittati – o affittati in nero – perché altrimenti si paga l’Irpef sul reddito da locazione) ora scompare perché confluisce nell’Ici. Questo significa non si fa più distinzioni tra i proprietari di seconde case: la famiglia che ha la casetta in campagna e la società che possiede un intero stabile in centro città pagheranno stessa aliquota.

Ecco i dettagliati calcoli della Cgia (valori in euro):


Caso 1
Caso 2
caso 3
caso 4
Rendita catastale (1) 630 788 945 1.000
Reddito Irpef proprietario 25.000 50.000 100.000 150.000
NEL 2011
- Ici (6,4 per mille) 403 504 605 640
-Irpef su immobili 227 399 542 573
- Add. regionale Irpef (0,9%) 8 9 11 12
- Add. comunale Irpef (0,4%) 3 4 5 6
Totale
641
917
1.163
1.230
NEL 2012
Imu (7,6 per mille) e
rivalutazione del 60% (2)
766 958 1.149 1.216
Differenza 2011-2012
+125
+41
-14
-15

(1) La rendita catastale comprende la rivalutazione del 5%.
(2) Per ottenere la nuova base imponibile Imu la rendita (rivalutata del 5%) viene moltiplicata con un coefficiente di 160 (prima della manovra era di 100)

Quindi – conclude la Cgia – nonostante l’aumento del 60% delle rendite catastali sulle abitazioni, la nuova tassazione sulle seconde case premierà i ricchi, o quantomeno coloro che dichiarano un reddito annuo superiore ai 100mila euro. Fonte ANSA, 28 marzo 2012

.……Alla faccia dell’equità e del rigore sbandierati da Monti e dai suoi ministri e sottosegretari, ultimo, ieri sera a Ballarò, il signor Castricalà che arrogante quanto mai dissertava sul punto e minacciava, quasi fosse un rinato Robin Hodd, che se on si fa come diciamo noi ce ne andiamo. E se se ne vanno sarà meglio per tutti. Meno che per i possessori dei redditi alti e delle mega seconde case che come viene dimostrato dalla CGIA di Mestre vengono “premiati” dalla nuova IMU. Perchè, delle due l’una: o l’equità è valsa solo per i poveri cristi, lavoratori dipendenti e pensionati, oppure i cosiddetti tencici non sono per niente tecnici e per nulla bravi,  tant’è che, ove siano in buona fede,   non si sono accorti che l’applicaizone della  norma era il contrario della equità. E la ignoranza, in questo caso, è più grave della malafede. g.

COSI’ LA TASSA MONTI SI DIVORA GLI STIPENDI, di Antonio Signorini

Pubblicato il 27 marzo, 2012 in Economia, Politica | Nessun commento »

Con la busta paga arriva la tassa Monti. Anzi, la prima tranche della stretta fiscale del governo tecnico, al momento l’unico vero contributo dell’esecutivo al risanamento dei conti italiani, insieme alla riforma previdenziale.

Stipendi e pensioni ridotti in primavera, per effetto dell’aumento delle imposte regionali, in attesa del salasso estivo che sarà ben più pesante e colpirà i proprietari di immobili: la nuova Imu, scadenza metà giugno. Di fatto, una patrimoniale che colpirà la maggioranza degli italiani. Poi ci sarà quello autunnale: l’aumento dell’Iva di due punti oppure, in alternativa, un taglio alle agevolazioni fiscali. Unica certezza, al momento, il fatto che dal primo ottobre il governo andrà a caccia di 13 miliardi di euro.
La prima stagione è appunto quella che inizia oggi. Riguarda l’Irpef, che crescerà in tutta Italia dello 0,33%, dallo 0,9% all’1,23%. Il Caf nazionale della Cisl, ha sommato questi aumenti – che sono certi e uguali in tutto il Paese – all’aumento medio delle addizionali comunali, che invece cambia da città a città. In media lo 0,2% in più. Questo, per effetto dell’ultima manovra varata dal governo di centrodestra. In tutto un aumento di mezzo punto percentuale della pressione fiscale, che non è tanto, ma abbastanza da farsi sentire. In particolare sui redditi di poco superiori alla soglia di esenzione: 7.700 euro all’anno. Si passa dai 51 euro in media in meno per i pensionati da 1.200 euro al mese ai 73 euro per chi ne guadagna 1.700 fino ai 137 per gli stipendi che superano i 3mila euro e i 250 per chi ne guadagna quasi seimila.

L’aumento delle addizionali è una compensazione alle autonomie locali per i vari tagli ai trasferimenti subiti negli ultimi anni. Ma l’obiettivo non sarà centrato, visto che, osservava ieri la Cgia di Mestre, nonostante «l’aumento della tassazione locale stabilita dal governo Monti, Regioni e Comuni rimarranno con la bocca asciutta». Il maggior gettito per le Regioni è pari a 2,2 miliardi di euro. Ma contemporaneamente, alle Regioni verranno tagliati 2,2 miliardi di trasferimenti al Fondo sanitario. Pertanto, per i governatori, il saldo sarà pari a zero, per i contribuenti è negativo: più imposte in cambio di nessun servizio.
Il mese nero del fisco sarà comunque giugno, quando scatterà la nuova Imu, che sostituisce l’Ici e altri tributi. La maggioranza dei comuni deve ancora fissare l’asticella, ma qualche giorno fa il Sole24ore ha sondato le intenzioni delle giunte, scoprendo che saranno in molte ad applicare l’aliquota massima consentita: il 10,6 per mille. Il risultato è che in alcuni casi ci saranno imposte triplicate rispetto alla vecchia Ici. Per 100 metri quadri a Milano, da zero a 352 euro per la prima casa, da 431 a 1.325 per una seconda casa in affitto, da 879 a 1.325 per una seconda casa vuota. Un paradosso che penalizza chi ha un affitto in chiaro, quindi i non evasori. E penalizza persino – ha evidenziato lo Spi Cgil – gli anziani che si trovano negli istituti di cura, la cui abitazione, con il trasferimento della residenza, diventa seconda casa. Una stangata media di 1.700 euro per circa 300mila anziani, stima il sindacato. Le detrazioni previste per la nuova imposta (200 euro più altri 50 per ogni figlio fino a un massimo di 400 euro) attenueranno appena il salasso.
Nessuno verrà risparmiato dall’aumento dell’Iva, che colpirà beni e servizi dal prossimo ottobre. L’ipotesi è di un aumento di quella ordinaria dal 21 al 23% e di quella agevolata dal 10 al 12%.

L’aumento di un punto era già previsto dalla manovra Tremonti in caso di mancato riordino delle agevolazioni fiscali – assistenziali (una giungla che vale 160 miliardi all’anno e comprende veri sgravi per chi ne ha bisogno, favori ad personam e oboli elettorali accumulati in 64 anni). Monti ci ha aggiunto un altro punto, ma forse solo per tornare, prima di ottobre, alla versione originale e dare ai contribuenti un sollievo parziale. Mezza stangata è meglio di una intera. Il Giornale, 27 marzo 2012

…………Intanto che sugli italiani si abbatte la stangata fiscale con cui Monti non ha neppure minimamente ridotto il debito pubblico che ormai sfiora i 2000 miliardi e non ha minimamente intaccato la spesa pubblica, vertiginosa e improduttiva che di certo non ri riduce con la modifica dell’art. 18, Monti da Seul dichiara con la sua aria lugubre da becchino più che da sacerdote: così è se vi pare, altrimenti me ne vado. Che si sia immedesimato nella aprte del caudillo ci sembra abbastanza evidente ma che possa ritenersi al di sopra di tutto, anche del Parlamento, ci sembra davvero troppo. Abbiamo le nostrre idee circa la riforma del lavoro ma non può pretendersi che il Parlamento non dica la sua in proposito. Altrimenti perchè rimane in carica? Solo per vedere sbocciare gli amori trasversali tra una deputata pdiellina e un hombre pieddino? Un pò poco per giustificare i quattrini che costano un migliaio di persone che se abbracciassimo le tesi del nuovo zar Mario – che accoèppiuata con l’imperatore Giorgio! -  non servono a nulla, salvo che a riscaldare la sedia. g.

P.S. Da Seul,  l’agguerrito ufficio stampa di Monti, che non è   da meno di quelli dei suoi predecessori quanto a componenti e costi,  ha fatto sapere che il premier cinese avrebbe detto a Monti che avrebbe invitato i cinesi ad investire in Italia. E che novità è questa? Sono decine le città, ad incominciare da Roma e dal popoloso e centralissimo quartiere Esquilino che sono nelle nelle mani di spregiudicati imprenditori cinesi che fanno concorrenza spietata agli italiani che o se ne vanno o finiscono nelle loro grinfie.

NONNI AL GOVERNO, MA NON IN FARMACIA, di Vittorio Feltri

Pubblicato il 26 marzo, 2012 in Costume, Economia, Politica | Nessun commento »

A volte nelle redazioni dei giornali arrivano notizie talmente assurde da essere scartate per manifesta infondatezza. Un paio di giorni fa, per esempio, abbiamo appreso che il governo ha approvato una norma secondo la quale il proprietario di una farmacia privata, compiuti i 65 anni di età, deve cedere il bastone – la responsabilità della conduzione e della gestione – a un collega meno anziano, che assuma la qualifica e lo stipendio di direttore.

Il titolare da quel momento non è più padrone in casa sua, lo obbligano a rassegnarsi al ruolo marginale di aiutante, viene espropriato della propria professionalità. Confessiamo di non avere creduto ai nostri occhi, e non abbiamo pubblicato una sola riga perché eravamo persuasi fosse una bufala o, per dirla alla romana, una sòla . Ci sembrava impossibile che il governo avesse approvato una legge tanto cretina. E invece, cari lettori, dobbiamo fare ammenda: è vero, trattasi di legge cretina, ma è altrettanto vero che è entrata in vigore. Immaginiamo il vostro stupore: è anche il nostro.

Si dà il caso che i professori abbiano riformato in fretta e furia il sistema pensionistico, imponendo ai lavoratori italiani di ritirarsi in quiescenza a 67 anni, per ora, poi a 70, ma- per motivi oscuri, forse razzistici- con una stravagante deroga: i proprietari di farmacia a 65 anni sono costretti a farsi da parte. Perché? Perché sì. Lo hanno deciso i bocconiani in un momento di malessere (mentale?). Diciamo questo giacché vogliamo concedere loro un’attenuante: può succedere, quando si è affaticati, di pensare un’idiozia e di realizzarla.Poco male. Basta riparare al volo.

Il provvedimento in questione non solo è insensato, quindi illogico, ma segna una svolta pericolosa nelle professioni di qualsiasi tipo. Se si afferma il principio che uno a 65 anni è rincoglionito e non in grado di vendere le supposte, ci domandiamo perché un uomo e una donna di quell’età possano, viceversa, fare il presidente del Consiglio dei ministri. In altri termini: se il titolare sessantacinquenne di farmacia è considerato inabile a comandare nel proprio negozio, per la medesima ragione (di presunto rincoglionimento) Mario Monti, 69 anni, va considerato inabile a svolgere i compiti del premier, per cui faccia la cortesia di togliersi dai piedi e di nominare un sostituto più giovane di lui che offra garanzie di maggiore equilibrio.

È una bestemmia? Nossignori. Poiché tutti i cittadini italiani sono uguali davanti alla legge, non si capisce perché un premier debba essere più uguale di un farmacista. Evidentemente l’esecutivo ha commesso un errore, causa distrazione, vogliamo pensare, altrimenti si richiederebbe l’intervento immediato non diciamo dei carabinieri, ma almeno degli infermieri. Tra l’altro… Tra l’altro (scusate,ma ci viene da ridere) abbiamo un presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, che i 65 anni li ha superati da oltre un ventennio, eppure è capo dello Stato.

Monti non ci vorrà mica convincere che sia più difficile mandare avanti una farmacia che non il Quirinale? E che sia un lavoro più delicatosmerciarecompresseesciroppi che non quello di guidare il Paese? L’Italia, poi, è notoriamente una gerontocrazia: i chirurghi a 80 anni hanno facoltà di operare, gli avvocati di difendere, gli architetti e gli ingegneri di progettare, i consigli di amministrazione di banche e grandi aziende sono pieni zeppi di nonni e bisnonni, in ogni settore sono i vecchi a menare il torrone (suscitando l’invidia e il risentimento dei giovani) ma chissà perché in farmacia – quand’anche sia tua – non hai il diritto di esercitare il mestiere se sei entrato nel sessantaseiesimo anno di vita.

Che obbrobrio di legge è mai questa? Cancellatela in fretta o saremo autorizzati a spernacchiarvi da qui all’eternità. Vittorio Feltri, Il Giornale, 26 marzo 2012

………….Pare che la ministro Fornero dopo aver letto l’articolo di Feltri abbia dichiarato che la norma  dei farmacisti 65enni fuori dai banconi deve restare così com’è perchè ne va di mezzo il prestigio dei professori che anche quando fanno cazzate devono avere   ragione. E poi dicono che quello che aveva sempre ragione era Mussolini. Mica vero. Ora ci sono loro, i professori (anche a farci rimpiangere il bel tempo andato, quando  si stava meglio anche se si stava peggio). g.

LA PROSSIMA STANGATA SUGLI STIPENDI E SULLE PENSIONI: LE ADDIZIONALI IRPEF REGIONALI E COMUNALI

Pubblicato il 26 marzo, 2012 in Economia, Politica | Nessun commento »

Non sarà un salasso, ma poco ci manca. I lavoratori e i pensionati italiani troveranno una brutta sorpresa nella prossima busta paga. L’assegno di marzo sarà più leggero. Fanno eccezione soltanto i redditi bassissimi, sotto i 7.700 euro di pensione o di 8.000 euro di redditi da lavoro.

Pagamento delle tasse

Pagamento delle tasse
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Per tutti gli altri il nuovo balzello oscillerà tra i 51 euro per chi guadagna 1.200 euro lordi al mese e i 137 per chi ha un reddito di 3.200 euro. Come se non bastassero i continui rincari sui prezzi dei beni comuni, guidati dall’impennata della benzina, che viaggia inesorabilmente verso i 2 euro al litro, adesso i cittadini dovranno infatti fare i conti anche con lo sblocco delle addizionali regionali e comunali.

Irpef regionale: stangatina per tutti

L’aumento del prelievo, che scatterà sulle addizionali regionali, sarà dello 0,33 per cento con un effetto che varierà dai 51 euro per un salario da 1.200 euro al mese ai 137 per uno stipendio da 3.200 euro per l’Irpef Regionale. Pagheranno, invece, 73 euro i contribuenti con 1.700 euro di stipendio e 94 euro quelli che con una busta paga mensile di 2.200 euro.

Irpef comunale (per chi ha deliberato)

Resta ancora aperta l’incognita dell’Irpef comunale. In questo caso l’aumento verrà deciso dalle singole amministrazioni comunali che, se non lo hanno ancora deliberato, farà scattare l’eventuale aumento solo dopo. Qualche Comune ha però già deciso di utilizzare questa leva per aumentare i propri introiti tanto che, in questo caso, l’impatto annuale sulle buste paga potrà salire – è il caso di Chieti – fino a a 193 euro.

Pochi i Comuni che hanno già deliberato

Fortunatamente i Comuni che hanno deliberato aumenti allo stato non sono molti. La manovra di Ferragosto firmata dall’ex ministro dell’Economia Giulio Tremonti ha riconosciuto ai Comuni la possibilità di deliberare, a partire dal 2012, aumenti dell’addizionale comunale fino a raggiungere un’aliquota massima complessiva pari allo 0,8%, possibilità che era stata “congelata” nel 2008 dallo stesso Tremonti. Ma nei casi in cui l’aumento sia già stato deliberato il conto arriverà martedì prossimo (altrimenti scatterà successivamente): si andrà, ad esempio, da un aumento (comunale) di 47 euro a Catanzaro (+51 euro per l’addizionale regionale, in tutto 98 euro in più) per un pensionato o lavoratore dipendente con 1.200 euro mensili (lordi) fino ad arrivare ai 193 euro di un pensionato o dipendente con 3.200 euro lordi mensili di Chieti (+137 euro di addizionale regionale e 56 euro per quella comunale). Insomma non un vero e proprio salasso ma una mini-stangata che si aggiungerà a tutte le altre in attesa del temuto arrivo dell’Imu a giugno e del “temutissimo” rincaro di due punti delle aliquota Iva da ottobre prossimo, anche se in quest’ultimo caso il Governo sembra stia cercando vie alternative.

Niente prelievo per i redditi bassissimi

Ad essere salvaguardati saranno solo i pensionati e i dipendenti con i redditi più bassi perché hanno salari talmente sottili da non dover pagare nemmeno l’Irpef principale. In particolare non dovranno alcuna addizionale i pensionati fino a 75 anni che guadagnano fino a 7.535 euro l’anno e quelli oltre 75 anni che guadagnano fino a 7.785 euro. I lavoratori, invece, saranno esenti fino a 8.030 euro.

Imu e Iva: stangate in arrivo

Il vero salasso per le tasche degli italiani arriverà a giugno con l’Imu. La nuova imposta municipale è una nuova Ici che si pagherà anche sulle prime case e che sarà ancora più alta sulle seconde. La chiamata alla cassa, per il debutto di questa nuova tassa, è per il 20 di giugno. Ad ottobre, poi, è in arrivo l’aumento dell’Iva dal 21 al 23 per cento. Introdotto come norma di “salvaguardia” per raggiungere il pareggio di bilancio potrà essere sostituito da altre fonti di entrata come la riduzione delle agevolazioni o il taglio delle spese con la spending review. Il Giornale, 26 marzo 2012

.………..Naturalmente il signor Monti, volato in Asia per dire ai presunti investitori di quelle parti che ora possono venire in Italia perchè è stato abolito l’art. 18, continua a sostenere che il suo governo è stato  “equo e rigoroso” e giusto che c’è anche solidale. Ma solo per se stesso e i suoi sodali.Come abbiamo già documentato le manovre del signor Monti le poteva fare un qualsiasi contabile, senza neppure l’ausilio di una calcolatrice a manovella d’altri tempi: si tratta solo di tasse e ancora tasse e solo tasse che incidono sulla vita della magigor aprte della gente, ma quella che vive del modesto reddito mensile ogni giorno di più ipotecato dagli esosi agenti del fisco e sottoposto ad ogni forma di pressione fiscale, diretta ed indiretta. Ma Monti, sfidando il ridicolo, si ostina a considerarsi un unto del Signore, mandato sulla  Terra per mettere a posto gli italiani la cui unica responsabilità è stata quella di aver affidato il Paese ad una calsse dirigeente inadeguata e spoesso criminale, la stessa che ora ha affidato a Monti il compito di “fare il cattivo” facendogli credere di essere il nuovo “uomo della Provvidenza”. g.

IL PIANO PER LIQUIDARE MONTI, di Mario Sechi

Pubblicato il 26 marzo, 2012 in Politica | Nessun commento »

Il premier Monti C’è un piano per liquidare il governo dei tecnici, ipotecare la casella della Presidenza della Repubblica, andare al voto e dar vita a un esecutivo di sinistra-centro che spegne il progetto di Partito della nazione di Pier Ferdinando Casini e qualsiasi tentativo di ricostruzione di un’alternativa moderata post-berlusconiana. Il progetto è sempre stato sottotraccia, fin dall’inizio della legislatura, ma finora gli eventi ne avevano impedito la realizzazione. Ora, con la miccia accesa della riforma del Lavoro, questo disegno ha la possibilità di compiersi e sta accelerando la sua parabola.
Sono le parole dei giorni scorsi di Pierluigi Bersani a segnalare l’escalation. Pressato dall’ala dura del Partito democratico e dalla Cgil, il segretario ha cominciato a tirare colpi di piccone sul presidente del Consiglio. Un fatto che ha colpito lo stesso Monti, per la ruvidezza del tono e il senso diretto della minaccia.
Facciamo un flashback cronologico sul Pd e il suo segretario, perché i suoi interventi sono una mappa precisa di quel che sta accadendo. Dopo aver trascorso alcuni giorni a convincere – senza risultato – Monti a commissariare la Rai (che fa parte integrante del piano), il segretario del Pd comincia ad ammonire Palazzo Chigi mentre sono in corso gli incontri con le parti sociali. Il 20 marzo dichiara: «Tocca al governo colmare le distanze sociali». Come dire, è Monti e non Camusso che deve fare il passo indietro. Bersani è a Genova a chiudere l’assemblea degli amministratori locali del Pd. Monti e Fornero spiegano ai sindacati che la riforma non può essere smantellata e «la vicenda è chiusa e si va in aula così». Il governo ha una posizione coerente, Fornero non cede di più. Napolitano è informato durante il faccia a faccia con il premier. Bersani riceve il feedback della Cgil, ma viene informato anche dalle «talpe» che ha nel governo. Tanto che il segretario del Pd interviene con una nota: «A questo punto tocca al Parlamento». Secondo avviso in 24 ore.
Il giorno dopo, all’ora di pranzo, sibila: «Articolo 18? Non si può parlare di accordo…». A sinistra è un crescendo. Camusso s’incazza e la Cgil decide un pacchetto di 16 ore di sciopero generale. Bersani deve andare in serata a Porta a Porta, prova a trattenersi, ma l’Ansa alle 16.08 lancia un suo sfogo in Transatlantico con Cesare Damiano: «Se devo concludere la vita dando il via libera alla monetizzazione del lavoro, io non la concludo così». Entra in campo l’area cattolica del Pd, Franceschini avverte: «Niente decreti».
Mentre Bersani si prepara a vestire i panni del falco nel salotto di Vespa, alle 20:55 l’agenzia di stampa TMNews materializza i fantasmi che agitano le notti del Pd: «L’insistenza e la regolarità con cui Monti e Elsa Fornerno hanno alzato l’asticella sull’articolo 18 ha alimentato quello che qualcuno in casa Pd chiama il “sospettaccio”, ovvero che si voglia proprio arrivare a mettere in difficoltà Bersani, costringendolo a rompere “a sinistra” e preparando così le condizioni per quella prosecuzione delle larghe intese che Pier Ferdinando Casini, forse non a caso, va predicando da tempo». È la voce dal sen fuggita che finisce sui terminali dei giornalisti. Pochi se ne accorgono, ma da qui, comincia un’altra partita della stagione dei tecnici. Quella decisiva.
Bersani è da Vespa, sono le 21:16 e l’Ansa lancia il siluro democratico contro Napolitano-Monti-Fornero: «Non condivido la modifica dell’articolo 18 perché è all’americana e non alla tedesca». Amerikana, con la kappa. Pochi minuti dopo altro siluro: «Monti non può dirci prendere o lasciare». Alle 23:10 Bersani sale in quota periscopica, mette la divisa delle grandi occasioni e fa capire che Monti è una parentesi da archiviare in fretta. Vespa gli chiede della foto “twittata” da Pier, quella del vertice con Alfano e Casini a Palazzo Chigi e lui risponde, serafico: «È una foto di transizione e di emergenza». E subito dopo confessa di lavorare allo sviluppo di un’altra foto, quella di Vasto, con Vendola e Di Pietro. Il Monti bis? Liquidatissimo, roba da saldi di fine stagione: «Io ho solo a cuore una cosa: il prossimo giro proviamo a essere un Paese a democrazia matura». È la sera del 21 marzo 2012, comincia da qui il progetto per archiviare i tecnici, mandare a carte quarantotto il governo voluto dal Presidente Napolitano e aprire la strada alle elezioni, meglio se anticipate, per non lasciare il tempo a Monti (e Corrado Passera) di trasformarsi in soggetto politico.
Che il disegno sia questo, è confermato dalle parole del peso Massimo del Pd: D’Alema. Il Gran Timoniere democratico con consumata esperienza l’altro ieri ha rassicurato Monti, ma reso visibile ai cecchini il target: «Non vogliamo fare la guerra a Monti né rovesciarlo, ma si è creato un problema. Il Governo ha commesso un errore e noi vogliamo aiutarlo a correggerlo». Altruista. Quale errore? Eccolo: «La trappola non è scattata, cioè quella di spaccare il Pd e isolare la Cgil». Una trappola. E chi la tendeva? Monti? Fornero? Napolitano? Questi sono i protagonisti della vicenda. Tutti fuori dal campo berlusconiano. «L’ennemi à gauche» allora, il nemico a sinistra. In realtà quello di D’Alema è un sublime gioco di dissimulazione che non riesce a nascondere l’esito finale. 24 marzo 2012, lancio Ansa delle ore 16:38, parla D’Alema: «Noi ci dobbiamo preparare per arrivare alla scadenza naturale della legislatura e conquistare la guida del Paese». Concetto ribadito ieri sera in tv da Fabio Fazio: «Dopo Monti, serve una svolta a sinistra».
Niente di eretico, ma il problema è che la strategia che si sta dispiegando rischia di mandare gambe all’aria il lavoro fatto da Monti, non costruire alcuna alternativa politica e far tornare gli zombi. Con queste premesse, la riforma del lavoro andrà a rilento, verrà annacquata e alla fine la montagna partorirà un topolino. A rimorchio ci sarà la legge elettorale. Non se ne farà nulla anche perché con questa legge il Pd è certo di vincere (si proiettano almeno cento deputati in più) e il centrodestra e la Lega più altri spezzoni della politica dovrebbero dividersi i resti. Le condizioni per il voto anticipato si stanno creando rapidamente: lo spread è calato e nel Palazzo si pensa che sia più effetto del lavoro della Bce di Mario Draghi che di SuperMario Monti. In ogni caso, chi lavora sullo scenario della scalata ora e subito – prima che i tecnici diventino un soggetto attivo, prima che Casini metta qualche mattoncino sul suo progetto neofusionista, prima che il Pdl ricostruisca il rapporto con la Lega – pensa che i tempi siano maturi perché il “lavoro sporco” su tasse e pensioni è già stato fatto, le liberalizzazioni sono all’acqua di rose e la riforma del lavoro verrà piazzata sul banco di sabbie mobili del Parlamento. «A questo punto – è il ragionamento – bisogna mettere in moto il meccanismo che conduce alla crisi entro l’estate, mandare Monti a abbronzarsi e preparare il voto in ottobre».
Il Prof ha un consenso stellare? L’opinione pubblica non capirebbe? «Arriverà il pagamento dell’Imu a chiudere la luna di miele degli elettori con Monti…» è l’epitaffio sulla tomba dei tecnici. Nessuno fa i conti con Napolitano. Come reagirà il Quirinale a un rallentamento della riforma del lavoro? Dimostrando, ancora una volta, di non aver capito niente dello scenario, la destra del Pdl sta mettendo sotto accusa Napolitano per non aver voluto il decreto. Non hanno colto che l’altro bersaglio grosso del piano di liquidazione è il Quirinale. Il Colle ha costretto il Pd a mangiare la minestra dei tecnici, ha fatto passare una riforma delle pensioni che Bersani e soci non volevano, ha chiesto (e ottenuto fino a ieri) ubbidienza sui decreti.
Napolitano è il nemico numero uno dell’ala dura del Pd, un riformista vero espresso da un partito dove il comando è ancora saldamente nelle mani dei postcomunisti retrò, gente che trova normale manifestare con Hollande contro il fiscal compact deciso dall’Europa e poi far finta di sostenere Monti in patria. Napolitano è considerato nella sua parabola finale, ha espresso il massimo sforzo, ma la sua casella è già oggetto di takeover. E in pole position non c’è per niente Mario Monti, ma il pacioso e inossidabile Romano Prodi. Apparve in piazza subito dopo il passo indietro di Berlusconi, brindò con Alessandro Profumo (oggi alla presidenza di un altro pezzo del potere della sinistra, il Monte dei Paschi di Siena) poi è tornato a pontificare di Cina, in attesa di uscire allo scoperto quando il gioco per il Colle entrerà nel vivo. E l’abile manovratore Pierferdy? Possibile che non si sia accorto che c’è puzza di bruciato in giro? Per la verità ieri ha cominciato ad annusare qualcosa, ma è lontano dal plot vero, non ha capito che nella tagliola finirà il suo progetto politico. «Se si continua così il Governo prima o poi entra in crisi sul serio e sarebbe un atto di irresponsabilità allo stato puro», ha detto ieri con tono grave. Casini quando dice queste cose pensa sempre che riguardino gli altri. In realtà stavolta riguardano lui. Perché il governo Monti è anche una sua idea, perché è l’unico investimento serio sul futuro che può fare, perché la sua idea di scomposizione del quadro politico e ricomposizione dei moderati in un altro partito fallisce se il Pd prepensiona Monti, perché se la coalizione che va al voto è quella tra Bersani, Di Pietro e Vendola. a lui, Pier dei miracoli, resta da trattare un appoggio residuale e forse ne ricava la presidenza del Senato, ma poi basta. Un po’ poco per un aspirante leader della nazione. Con il paradosso di aver consegnato al Pd, probabile vincitore delle elezioni in un quadro terremotato, la possibilità di avere la maggioranza nelle Camere e due forni dai quali comprare il pane, prima quello di Vendola e poi quello suo se Nichi dovesse fare il matto.

L’Udc come ruota di scorta del dalemismo reloaded, edizione di un patto sinistra-centro che avrebbe la pallottola d’argento per far fuori vent’anni di centrodestra in un colpo solo. Andare al voto, prendere Palazzo Chigi con Bersani, dare a Prodi il Quirinale, consegnare a Casini un contentino e subito dopo scrivere da solo le riforme, mettendo tutta l’esperienza del berlusconismo dal 1994 a oggi nel cassetto del “meglio dimenticarli”. Monti? Un marziano. Napolitano? Grazie, si accomodi. Berlusconi? In esilio. Il Pdl? Un partito di reduci, egemonizzato dai “destri”ringhianti e non da riformisti intelligenti che pure non mancano, incapace di aprire al centro, marginalizzato. Vent’anni dopo, si riparte da qui. Non un’evoluzione della Repubblica, ma una restaurazione. Mario Sechi, Il Tempo, 26 marzo 2012

.……………C’è del vero e del fantasioso nella ricostruzione degli avvenimenti da parte di Sechi. Di certo c’è che se quanto delinea per il prossimo futuro Sechi dovesse tradursi in realtà per il centrodestra si avvicinano tempi duri e lo sfumare di un sogno che è durato non solo poco ma anche male. g.

IL GOVERNO DEL SUPERMONTI LO CONFESSA: MACCHE’ TAGLI, SOLO TASSE

Pubblicato il 25 marzo, 2012 in Economia, Politica | Nessun commento »

Il governo ora lo confessa: macchè tagli, solo tasse

Doveva essere un paracadute d’emergenza, è diventata la strada maestra. I mesi passano e la possibilità che l’aumento dell’Iva di due punti percentuali previsto per ottobre riesca ad essere neutralizzato si fa sempre più sottile. Praticamente inesistente. «Dobbiamo vedere, ad oggi l’incremento è previsto. È chiaro che se abbiamo risultanze molto positive, possiamo evitarlo», ha ribadito ieri il viceministro dell’Economia, Vittorio Grilli. «L’impegno per evitare che succeda riguarda tutti», ha aggiunto il ministro dello Sviluppo, Corrado Passera, «anche se è quasi automatico se non troviamo altre fonti». Di sicuro non potremo contare sulla tanto sbandierata spending review, il progetto intorno a cui ruota l’unica speranza di vedere qualche sforbiciata alla spesa dopo le valanghe di balzelli. «Non penso che possa dare decine di miliardi», ha tagliato corto Grilli.

Insomma, la buona volontà c’è. La stangata fiscale pure. Ieri Mario Monti, da Cernobbio, ha finalmente ammesso: «Abbiamo dovuto aumentare le tasse. Non potevamo fare diversamente». Il problema è che la mazzata più dura, dopo quelle sulla casa, sull’Irpef, sui conti correnti, e via dicendo, deve ancora arrivare. Dall’incremento dal 10 al 12% dell’Iva ridotta e dal 21 al 23% di quella ordinaria è previsto un gettito aggiuntivo rispettivamente di 3,2 e 13,1 miliardi di euro. Dall’ulteriore aumento dello 0,5% che scatterà dal primo gennaio 2014 arriveranno nelle casse dello Stato altri 16,4 miliardi. Complessivamente, il macigno di tasse che piomberà sul groppone degli italiani ammonta a 32,7 miliardi di euro. Le stime sull’impatto della super Iva sono abbastanza omogenee. Secondo Confesercenti la spesa aggiuntiva annua a famiglia sarà di 426 euro. Simili i calcoli effettuati dal Codacons, che ritengono quantificabile in 418 euro il peso delle nuove tasse. Mentre Coldiretti prevede che l’aumento dell’Iva costerà agli italiani oltre un miliardo di euro solo per le spese alimentari.

Cifre che non tengono conto degli effetti indiretti sull’inflazione. E quelli sull’economia, che, a cascata, si ripercuoteranno sulle tasche degli italiani.
Per quanto riguarda i prezzi, il cui aumento dovuto alla stangata sull’Iva è dato per scontato anche dalla Bce, le stime oscillano di un incremento tra l’1 e l’1,5%. Rischia di essere devastante anche l’effetto depressivo sui consumi. Secondo i calcoli diffusi ieri dal presidente di Confcommercio, Carlo Sangalli, i rincari dell’Iva «nel triennio 2011-2014 porteranno ad una perdita nei consumi di 38 miliardi di euro».

Esagerazioni? Forse, anche se l’invito al governo ad «attenuare l’aumento delle aliquote Iva, in particolare di quella del 10%, dagli effetti distributivi più regressivi», è arrivato forte e chiaro anche dal governatore di Bankitalia, Ignazio Visco. La stessa Corte dei Conti ha previsto che gli aumenti delle tasse indirette si «trasmetteranno, pur in un contesto di stagnazione della domanda, sulla dinamica dei prezzi al consumo, con un effetto di maggiore inflazione che  prudenzialmente può essere stimato di almeno un punto percentuale».

Monti dice che non si poteva evitare. Eppure, solo qualche mese  fa si parlava di un patrimonio immobiliare dello Stato che ammonta addirittura a 1.800 miliardi di cui 700 immediatamente fruttiferi e di 44 miliardi di partecipazioni pubbliche del Tesoro. Che fine hanno fatto i capitoli dismissioni e privatizzazioni? Monti nel suo discorso programmatico di novembre scorso aveva annunciato un «calendario puntuale». Ieri, però, Passera ha spiegato quali saranno le prossime mosse del governo. «Nei primi 4 mesi», ha detto il ministro dello Sviluppo, «abbiamo preso iniziative strutturali, su riforma lavoro e produttività; oggi dobbiamo impegnarci sui capitoli della crescita, spending review e recupero evasione perché è da lì che possono arrivare risorse». Di privatizzazione e dimissioni non c’è l’ombra. Se consideriamo, poi, che dalla spending review, come dice Grilli, arriveranno pochi spiccioli e che il tesoretto del recupero dell’evasione, come detto recentemente dallo stesso ministro dell’Economia, non potrà essere ancora usato per ridurre le tasse, lo scenario è chiaro. Preparate il portafoglio. di Sandro Iacometti, Libero, 25 marzo 2012

.…………Insomma il nuovo messia “chiamato a risolvere i problemi creati dagli altri” ha inventanto ciò che già c’era, cioè le tasse. E ci voleva Monti’? Bastava un qualsiasi contabile, e Monti lo si poteva lasciare lì dov’era, a fare il consuletne ben pagato delle Banche internazionali.  Di certo avremmo risparmiato i 25 mila euro al mese che percepisce da senatore a vita la cui  nomina ha preteso per accettare l’incarico di contabile.Complimenti a Napoliano e ai partiti,  complici di questo squallido e vergognoso inciucio. g.

L’ADDIO DI NAPOLITANO? DA FURBETTO, di Alessandro Sallusti

Pubblicato il 25 marzo, 2012 in Politica | Nessun commento »

Napolitano si fa da parte. Non si ricandida per un secondo settennato e vedrebbe bene una donna al suo posto. La notizia è stata fatta trapelare in modo inusuale e temporalmente sospetto: una chiacchierata con studenti in visita al Quirinale registrata dalla Rai i primi di gennaio e chissà perché mandata in onda solo ieri, direi proprio ieri, all’indomani del Consiglio dei ministri che ha varato il discusso disegno di legge sulla riforma del lavoro.

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Che segnale ha voluto lanciare il Quirinale, e a chi? Perché è fuori dubbio che sulla riforma del lavoro non ce la stanno raccontando giusta, o quantomeno tutta. Il sospetto è che tre ex comunisti, Napolitano, Bersani e Camusso, stiano facendo il gioco delle tre tavolette per rimbambire opinione pubblica e avversari politici. L’urgenza di mettere mano a quel settore appare e scompare in un gioco delle parti ben coordinato e alla fine lo spettatore non sa più dove sia. C’è ma non c’è, carta vince carta perde e intanto il tempo passa. Obiettivo: salvare la sinistra da sicura implosione e possibile estinzione, almeno negli assetti (e nelle persone) che oggi la rappresentano. Perché è ovvio che se Monti avesse fatto quello che aveva in testa (varare la riforma per decreto, cioè renderla immediatamente esecutiva) dalle parti di Bersani ci sarebbe stato un terremoto.

A fermare Monti, e a imporre un lento e farraginoso disegno di legge con la clausola del «salvo intese», è stato il Quirinale che non solo vuole una sinistra unita, ma la sta pure preservando da contraccolpi elettorali ( sia alle imminenti amministrative che, in prospettiva, alle politiche) inevitabili in caso di riforma dell’articolo 18. Attenzioni che certo il Colle non ha avuto col centrodestra quando si è trattato di dare il via libera a un decreto urgente per aumentare le tasse. Qualcuno è andato a piangere sul Colle ed è stato accontentato. La sensazione è che ci sia ancora una volta un arbitro imparziale che ora dice: ragazzi, tranquilli che tanto io tra poco me ne vado. E forse si vuole sottrarre al sospetto, in un momento così delicato, di barattare una sua ricandidatura con favori a destra o a manca. Vedremo, basta che la donna che Napolitano ha in mente per il suo posto non sia la Camusso. Alessandro Sallusti, Il Giornale, 25 marzo 2012

.………Alla tesi di Sechi sulle annunciate rinuncie (future)  di Napolitano,  ecco contrapporsi la tesi e l’interpretazione di Sallusti che pone interrogativi e svela retroscena che riducono l’annunzio della “rinucia” di Napolitano all’ennesimo pateracchio della politica che rimescola nel torbido per fare  gli interessi dei partiti. Chi vivrà vedrà se ha ragione Sechi e Salluasti. g.

RE GIORGIO? MEGLIO CHE RESTI, di Mario Sechi

Pubblicato il 25 marzo, 2012 in Politica | Nessun commento »

Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano Le agenzie di stampa non avevano neppure finito di battere la notizia, che già nel Palazzo il tam tam risuonava come i cannoni nella battaglia di Okinawa. «Napolitano non si ricandida….». Qualcuno si sfregava le mani all’idea del Risiko che si stava aprendo. Altri si grattavano il capo: «E adesso?». Già, perché tutti finora hanno ragionato sullo scenario con la casella del Quirinale ben occupata da Napolitano. Ma nel momento in cui il garante dell’attuale equilibrio dice «avanti un altro», ecco che s’apre un nuovo capitolo. Definirlo incerto non rende l’idea di quel che accade. Si narra di aspiranti al pallottoliere: «Questo ce l’ho, questo no, questo devo convincerlo, di questo conosco la moglie…». Nessuno ha i numeri. E non parlo di quelli aritmetici, che possono pure arrivare, ma del talento, dell’equilibrio e della consumata esperienza che servono per andare sul Colle in questo momento storico. So bene di dare un dispiacere a Napolitano, questo articolo lo farà arrabbiare, ma credo che per il bene della politica, in assenza di soluzioni serie, «Re Giorgio» debba concederci un altro giro di giostra. Siamo in piena emergenza, in una transizione dagli esiti incerti, non ci vedo nessuno al suo posto e qualsiasi sostituzione dell’attuale ticket Quirinale-Palazzo Chigi è nitroglicerina. Provo a spiegare perché. L’attuale maggioranza si regge grazie al fatto che Monti sta buono a Palazzo Chigi, Napolitano media e rimedia ai disastri dei partiti e agli infortuni occasionali del governo, mentre i partitanti fanno finta di aver fatto un passo indietro, fanno finta di litigare e continuano a sperare nel domani. Ma se il futuro arriva troppo presto, sono guai. Perché la transizione italiana non è compiuta. Facciamo il giochino: Napolitano lascia. Chi sale sul Colle? Candidato number one: Mario Monti. Si libera la casella di Palazzo Chigi. Cambia tutto. Senza SuperMario non ha alcun senso l’ABC (Alfano-Bersani-Casini) e la maggioranza evapora. Chi va a Palazzo Chigi? Corrado Passera con uno schieramento neomoderato? Panico nel Pd. Pier Ferdinando Casini con un centrosinistra cossighianamente con il trattino? Berlusconiani in trincea. Grandi manovre. Compravendita bipartisan. Sgambetti. Colpi bassi. Campagne di stampa. Bisanzio all’ennesima potenza. In breve, il casino più totale, mentre la recessione non è finita, il nostro bilancio comincia a tirare il fiato e gli italiani pensano di chiudere la stagione della rissa. No, vi prego, ancora no. Mario Sechi, Il Tempo, 25 marzo 2012

…..………La democrazia, diceva un nostro antico e stimato “maestro”, è bella perchè ciascuno può dire ciò che vuole, senza, ovviamente offendere il comune senso del pudore. Sechi quindi è libero di esprimere la opinione che è meglio per tutti che Napolitano, tra l’altro alla venerdanda età che si ritrova, rimanga al suo posto per evitare che la “liberazione” della “casella Qurinale” provochi una specie di tsunami politico-istituzionale dalla conseguenze imprevedibili. E’ una opinione e quindi va rispettata. Ma allora, visto che ci siamo,  tanto vale anche rinviare di un quinquennio le elezioni politiche previste per il 2013. Anche quelle possono provacare uno tsunami e anche per quelle vale la tesi che al momento del (democatico)  pronunciamento degli elettori la crisi non sarà ancora  finita. E allora? Allora ci sembra che la tesi di Sechi, se pur rispettabile, faccia acqua da tutte le parti e cozzi non tanto con le regole  ma anche con il buon senso. E siccome non dubitiamo che Sechi di buon senso ne abbia da vendere ci chiediamo cosa abbia spinto il pur attento analista della politica quale è Sechi a spingersi su una strada che, ove percorsa, apre la strada a soluzioni che nulla hanno a che vedere con il sistema della democrazia parlamentare che l’Italia si è data dopo la seconda  guerra mondiale. g.

IL DISASTRO DEI PARTITI

Pubblicato il 23 marzo, 2012 in Politica | Nessun commento »

I partiti politici, tutti indistintamente, continuano a dare di sé una immagine disastrosa. Si preoccupano non del bene del Paese ma dei propri interessi elettorali, della conservazione delle rendite di posizione, dei privilegi ai quali la gestione del potere (ma anche dell’opposizione) li ha ormai abituati. È questa la triste realtà denunciata dal loro comportamento di fronte alle misure – quali che siano – proposte dal governo. Di fronte, per esempio, alla prospettiva di una incisiva competitività, essi rivelano, con i loro comportamenti e con le dichiarazioni di capicorrente o di leader, la fragilità strutturale dell’intero sistema politico italiano.
La questione dell’articolo 18 mette in forte fibrillazione il Pd, ne rivela le contraddizioni, agita le acque del suo pozzo elettorale, vellica le tentazioni e le connivenze di certi suoi segmenti con gli ambienti più estremisti, intransigenti e barricadieri. È una questione, quella della riforma del lavoro, che può rivelarsi disastrosa, forse addirittura catastrofica, per il futuro del Pd, diviso tra i sostenitori dell’azione governativa e coloro che subiscono la fascinazione della sirena sindacale e della piazza. È una questione che può portare a una vera e propria resa dei conti in un partito la cui compattezza e la cui ragion d’essere erano, di fatto, legate a doppio filo all’antiberlusconismo piuttosto che a un programma politico propriamente detto. Bersani, Bindi, Veltroni, D’Alema, rottamatori e rottamati e chi più ne ha più ne metta, sono ormai i figuranti di una lotta intestina e senza quartiere il cui vero fine è la conservazione del potere.
Sul fronte opposto, d’altro canto, il Pdl non sta meglio. La difesa, giusta e sacrosanta della riforma del lavoro, con Alfano che difende il «buon punto d’equilibrio» raggiunto sull’articolo 18, sembra rispondere più alla soddisfazione per le difficoltà dell’avversario che non alla bontà del provvedimento. Dimentica il Pdl che, ora, plaude all’iniziativa del governo e alla sua decisione di andare avanti anche mettendo in soffitta la prassi nefasta della cosiddetta concertazione, che per tanti anni è stato al potere disponendo di una maggioranza in grado di consentire l’avvio di un reale processo riformatore senza concludere nulla. E non è un caso che il Pdl si prepari, a quanto si dice, a cercare o a chiedere contropartite sulla giustizia o sulla questione della Rai in cambio dell’appoggio al governo sul «pacchetto lavoro» secondo una procedura che – indipendentemente dalla bontà o meno delle richieste – tende a perpetuare una pratica di compromessi. I partiti, insomma, tutti – anche il Terzo Polo – continuano a muoversi seguendo la logica della ricerca della propria utilità, guardando, a breve, alle elezioni amministrative e, in una prospettiva più lunga, alla ricerca di consensi per le politiche. Non si rendono conto che ormai viaggiano in uno spazio siderale lontano anni luce dagli interessi, dai sentimenti, dalle idee del cittadino comune. Non si rendono conto che, per usare una vecchia e abusata ma sempre efficace espressione, il divario tra il Paese reale e il Paese legale ha raggiunto dimensioni enormi. Il calo di fiducia dei cittadini nei confronti dei politici e dei partiti e l’aumento della propensione per il non voto, registrati dai sondaggi di opinione, ne sono una dimostrazione.

Evidentemente, c’è qualcosa che non va nel sistema politico dell’Italia repubblicana. I partiti sono percepiti non tanto come cinghia di trasmissione della «richiesta politica» del Paese quanto piuttosto come tramiti di corruzione, centri di malaffare, strumenti di arricchimento personale e di ricerca di privilegi. Il fatto che scandali e casi di corruttela, veri o presunti, abbiano investito praticamente tutte le forze politiche suscita indignazione e sgomento. Non è possibile né giusto liquidare questi casi richiamandosi alla responsabilità individuale di chi ottiene una tangente, raccomanda un parente, intasca i soldi del finanziamento pubblico che sono, non dimentichiamolo, dei cittadini e via dicendo. La responsabilità è di chi – i partiti nel loro insieme e i politici di professione – ha voluto mantenere in piedi, inalterato, un sistema che facilita la corruzione. Il finanziamento pubblico dei partiti, per esempio, bocciato solennemente dagli italiani e reintrodotto dalla classe politica, è uno dei canali attraverso i quali la corruzione e il malaffare dilagano. C’è una battuta amara di Madre Courage nella celebre opera di Bertolt Brecht che recita: «La corruzione è la nostra unica speranza. Finché c’è quella, i giudici sono più miti, e in tribunale perfino un innocente può cavarsela». La corruzione, in tutte le forme e in tutti modi, ha accompagnato la storia della prima repubblica, ma anche quella della seconda repubblica. E ha determinato il distacco, sempre crescente, dei cittadini dai partiti. E quindi dalla politica. Francesco Perfetti, Il Tempo, 23/03/2012