PAGARE TUTTI MA SENZA TAGLI E’ INUTILE, di Davide Giacalone

Pubblicato il 29 febbraio, 2012 in Costume, Il territorio, Politica | Nessun commento »

L’onestà non è un optional, essere leali nelle dichiarazioni al fisco è un dovere. Ma lo è anche non raccontare favole ai cittadini, ed è in questa categoria che rientra l’idea che pagando tutti si pagherebbe meno. Fin qui si è dimostrato l’esatto contrario: più cresce la spesa più cresce la necessità di gettito, quindi di entrate, più cresce la pressione fiscale. In una perversa corsa al rialzo che ci rende tutti più poveri e rende la società nella quale viviamo non più equa, ma più ingiusta.

Ieri la favola ha trovato un narratore di prima grandezza, il presidente del Consiglio, il quale ha detto: «Se ognuno dichiara il dovuto il fisco potrà essere più leggero per tutti». Perché ciò sia vero non necessita un lieto fine, ma una lieta premessa: il taglio della spesa pubblica. Se non si turano le falle della spesa corrente non è che versando ciascuno il dovuto si potrà tutti versare meno, è che si butteranno liquidi vitali in un secchio senza fondo. Sono due le premesse dell’equità fiscale: una spesa che restituisca servizi, senza alimentare sprechi, e una pressione che non sottragga a ciascuno più del ragionevole. Da noi mancano entrambe. La pressione s’esercita solo su chi non può sfuggirla o si assoggetta per onestà e senso civico, il che non è giusto. Ma non è giusto neanche far credere che il problema consista solo nel costringere gli altri, non è giusto puntare sull’invidia e la rabbia sociale. È vero: i cittadini devono imparare l’onestà, tutti. Ma è anche vero che la macchina pubblica deve dimagrire in modo massiccio, altrimenti il risultato sarà solo più povertà.

Lo Stato, inoltre, è disonesto con i propri cittadini. È disonesto quando pretende subito e restituisce dopo anni quel che non gli era dovuto. Quando chiede soldi a chi chiede giustizia, quando prima pignora e poi ti mette a disposizione un giudice. Quando consegna a dei funzionari un potere insindacabile, se non dopo avere pagato. La distanza che c’è fra il pagare il non dovuto e il riavere, fra il diritto alla proprietà e il suo assoggettamento al burocrate, è la distanza che separa lo Stato di diritto dal dispotismo, il cittadino dal suddito. Tutto questo non giustifica l’evasione fiscale, per niente. Ma occorre dire che paghiamo troppo, il che favorisce la recessione. C’è un grande debito pubblico, ma pensare di colmarlo con le tasse è follia. Si deve aggredirlo con le dismissioni, rendendo lo Stato meno presente nel mercato e più forte nel far rispettare le regole. Un tempo c’era chi diceva: lavorare meno per lavorare tutti. Idea frutto d’etilismo ideologico, priva di senso del mercato e anche di buon senso. Dire che pagando tutti si pagherà meno non è meno dissennato, anche se la bottiglia, in questo caso, contiene non alcool ideologico, ma moralistico. Pagare tutti è giusto. Pagare tutto quel che oggi lo Stato chiede no, non lo è. Davide Giacalone, Il Tempo, 29 febbraio 2012

…………Chissà se il funereo presidente del consiglio in carica, Monti, troverà iltempo di leggere questo editoriale de Il Tempo, a firma di Davide Giacalone o se qualcuno dei suoi super pagati attendenti glielo metterà nella rassegna stampa che ogni mattina gli viene messa sotto gli occhi. Ci auguriamo di si, cosicchè eviterà di dire l’ennesima fregnaccia, come le altre di cui ci inonda da tre mesi a questa aprte, per cui saremmo passsati dall’orlo del baratro di tre mesi fa ad una improvvisa primavera economica, o come quella così drasticamente censurata da Giacalone, ossia che pagando tutti le tasse pagheremo tutti meno. Non è il caso di ribadire ciò che con estrema chiarezza scrive Giacalone al riguardo, nè è il caso dio sottolineare che a nessuno, proprio a nessuno, nemmeno a Monti è concesso di prendere per il naso la gente. Per ridurre la presisone fiscale, o per avere la concreta possibilità di farlo, bisogna ridurre le spese  elefantiache dello stato,  in tutte le sue articolazioni, ma bisogna farlo sul serio non come ha mostrato di fare anche Monti in questi tre mesi, nonostante egli non abbia sul collo (almeno così dice lui) lo spettro del giudizio elettorale, cioè con provvedimenti che neppure minimamente hanno intaccato la spesa statale, unica strada per consentire la riduzione della ormai insostenibile pressione fiscale, che si traduce, non dovremmo dirlo noi a Monti che passa per essere un illuminato economista, in blocco dei consumi, blocco della crescita e quindi recessione economica. Di esempi ne potremmo fare a iosa. Ci limitiamo a due. Apparentemente insignificanti, ma emblematici del fatto che gli annunci e le promesse di Monti sono per quanto riguarda gli annunci solo propaganda, e per quanto riguarda le promesse uguali a quelle del lupo. Vediamo. 1.  Nonostante sia stato alla fine confermato che il rilascio delle nuove licenze di taxi è competenza delle Regioni e dei Comuni, si è stabilito che gli stessi, per le nuove licenze,  debbono “acquisire il parere obbligatorio ma non vincolante dell’Autorità per i trasporti”, nuova di zecca che costerà alla stato dai due ai tre milioni di euro l’anno, solo per fornire “pareri obbligatori ma non vincolanti”: non c’è chi non constati la ridicolaggine di tale disposizione, alla luce della riconfermata competenza di regioni e di comuni sulla materia, acclarato che nessuna autorità centrale possa sostiuirsi alle autonomie locali su questioni che hanno diretta correlazione con il territorio. Ebbene nonostante la ridicolaggine di cui si copre il governo con questo “compromesso” sulla vicenda delle licenze dei tassisti, l’Autorità per i trasporti, che non servirà a nulla, la si fa ugualmente. Perchè? Delle due l’una: o Monti, pur di non fare completamente brutta figura, insedia comunque , ovviamente a spese dello Stato, questo nuovo carrozzone, oppure Mont, i o chi per lui,  ha già pronto chi dovrà sedere sulla nuova poltroncina con conseguente congruo appannaggio. Comuque sia, zuppa o pan bagnato, resta il fatto che a pagare sarà lo Stato, cioè i contribuenti, quelli onesti, per vocazione o per costrizione, sulle cui spalle peserà il costo della nuova e inutile Autorità. 2. Nei giorni scorsi una nuova polemica sui costi della politica ha infiammato i mass media. Questa volta i riflettori sono stati accesi sui vitalizi cui hanno diritto gli ex presidenti del Senato che continuano a fruire di uffici, personale,  auto blu, etc nonostante siano cessati dalla carica. E qualche ex presidente del senato i dipendenti pagati dallo Stato se li porta pure a Milano, a casa sua.   E’ di ieri, però,  la notizia che, a seguito della polemica e  per ridurre i costi,  il Senato ha deciso di ridurre questi vitalizi. Sapete come? Gli ex presidenti del Senato ne avranno diritto “solo” per due legislature successive alla cessazione dell’incarico. Anche qui il ridicolo la fa da padrone.   In nessun Paese al mondo chi cessa da qualsiasi carica conserva vitalizi che sono legati all’incarico ricoperto. In Italia sinora gli ex presidentio del Senato ne avevano diritto a vita, da ora in poi,bontà loro,  “solo” per dieci anni! g.

ALTRO CHE EROE, E’ SOLO UN CRETINETTI, di Alessandro Sallusti

Pubblicato il 28 febbraio, 2012 in Cronaca, Politica | Nessun commento »

I no Tav hanno un nuovo eroe, Luca Abbà. Adesso si trova in coma, dopo essere caduto da un traliccio dell’alta tensione in val Susa. Si era arrampicato per protesta ed è rimasto folgorato.

Morale: fratture e ustioni in tutto il corpo più un coro di solidarietà dei novelli rivoluzionari al quale onestamente non ci sentiamo di aderire. Uno che sale su un traliccio non è un eroe, è uno che mette in pratica cose cretine ed illegali. Se l’è cercata e l’ha trovata, nel caso c’è pure l’aggravante dell’età, 37 anni, che rende il tutto oltre che tragico pure patetico. Abbà è vittima di se stesso ma non l’unico responsabile della sua autodistruzione. C’è il lungo elenco di cattivi maestri che soffia sul fuoco della protesta, intellettuali, ex comici, politici con e senza orecchino che giocano con le parole e, senza nulla rischiare, ora pure con la vita degli altri. E poi ci sono i suoi compagni scellerati, che non gli hanno impedito di salire e che ora da vigliacchi accusano la polizia di avercelo issato. Già, perché come noto, i poliziotti di solito obbligano i manifestanti a scalare i tralicci e a mettere poi le mani sui fili dell’alta tensione.

Ma non contenti di aver prodotto un piccolo Feltrinelli ( l’editore filo terrorista che voleva mettere una bomba su un traliccio ma che saltò in aria con esso), il popolo dei no Tav, infiltrato da no global e forse terroristi (lo sostiene una relazione del ministero degli Interni) sta cercando di esportare la rivolta fuori dalla val di Susa. Da Bologna a Roma, via Milano, ieri è stato tutto un bloccare stazioni, autostrade, lanciare fumogeni e petardoni. Spaventare, intimidire, questa è la loro tattica. Cercano l’incidente, e se non arriva per la capacità e la pazienza dei nostri poliziotti sono pure disposti ad autoprodurlo pur di innescare la scintilla della rivolta.

Pochi giorni fa i nostri eroi della val di Susa hanno preso a sassate l’ambulanza arrivata per soccorrere un poliziotto ferito. Ieri, gli stessi, hanno invocato soccorsi rapidi per il loro amico sofferente a terra. Ma di che razza di uomini stiamo parlando? Possibile che un consistente schieramento della sinistra dia loro ancora copertura e comprensione? Auguriamo a Luca Abbà di riprendersi, ma sul resto non bisogna mollare di un centimetro. Alessandro Sallusti, Il Giornale 28 febbraio 2012

IL PIENO DI CARBURANTE COSTA PIU’ CHE FARE LA SPESA. LA BENZINA VERDE TOCCA EURO 1,92! E MONTI DOV’E'?…AL MARE

Pubblicato il 27 febbraio, 2012 in Economia | Nessun commento »

Ormai fare il pieno costa più che fare la spesa. Avere un’automobile e spostarsi, magari per andare al lavoro, è diventato un lusso. Infatti ad oggi il costo del pieno per un’auto media (50 litri), ha superato i 90 euro, cioè più della media di quanto si spende per fare la spesa.

Pompe di benzina

Pompe di benzina
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È quanto emerge da un’indagine della Coldiretti, secondo la quale il prezzo della benzina è aumentato del 17,4% in un anno, e quello del diesel è cresciuto addirittura del 25,2%. Insomma, il prezzo di un litro di benzina ha superato abbondantemente quello di un chilo di pasta o di latte.

La Coldiretti fa sapere che “Il costo familiare per trasporti, combustibili ed energia elettrica ha superato quello per alimenti e bevande”. Per di più in un Paese in cui “L’88% dei trasporti commerciali avviene per strada, il record dei prezzi dei carburanti ha un effetto valanga sulla spesa, con un aumento dei costi di trasporto oltre che di quelli di produzione, trasformazione e conservazione”, afferma l’associazione.

Durante il fine settimana i prezzi dei carburanti hanno registrato un rialzo, in seguito al secondo aumento consecutivo deciso venerdì da Eni: la media nazionale dei prezzi, tra i diversi marchi in modalità servito, vede la benzina a 1,811 euro al litro e il gasolio a 1,754. Una media data dai prezzi registrati nelle varie zone del Paese, dato che al Sud il gasolio arriva a costare 1,79 al litro e la verde al Centro costa anche 1,92 euro al litro.

……………..e Monti dov’è? A far finta di governare nell’interesse del Paese. Ma l’interesse del Paese è di non essere affamato. Invece siamo alla canna del gas della sopportazione. La benzina non è un lusso, è uno strumento di lavoro in senso lato. Tassare la benzina significa colpire le fasce popolari del nostro Paese, colpire, cioè, al cuore il sistema Paese, bloccarlo, bloccandone i consumi, e quindi la crescita. Ma Monti si diletta ad occuparsi di fatti marginali, di varare improbabili liberalizzazioni, salvo fare marcia indietro, come è accaduto anche con le due o tre che erano riuscite a passare il filo spinato dell’OK dei partiti della maggiorazna (sic!), Infatti marcia indietro sulle farmacie e marcia indietro pe ri tassisti, a prescindere che entrambe le strambalate liberalizzazioni proposte da Monti e compagni non producevano alcun vantagigo per i cittadini comuni, cioè per il popolo che paga le tasse senza neppure poter vantare il diritto al mugugno riconosciuto da Mussolini, in pieno regime fascista, ai portuali di Genova. Nè se ne rendono conto i partiti, specie quelli che sostengono Monti, tutti impeganti in una loro personale partita a scacchi proiettata al futuro, con obiettivo il potere dopo Monti. Non se ne rendono conto, ma sopratutto non si rendono conto che questo disinteresse alla tutela  delle attese dei cittadini elettori potranno essere chiamati a pagarlo, salatamente, in termini di consenso elettorale allorqando si tornerà alle urne, nelle quali non saranno nè Napolitano, ne le tante caste a deporre le schede,  ma i cittadini tartassati e stremati dalla pressione fiscale che colpisce solo le categorie che mai si sono sognate o si sognerebbero di ingrossare le file degli evasori, oltretutto perchè non potrebbero.g.

AL CORRIERE DEL GIORNO (di Taranto) IL PREMIO PER IL MIGLIOR TITOLO DELL’ANNO, di Franco Bechis

Pubblicato il 27 febbraio, 2012 in Costume | Nessun commento »

Accade a tutti prima o poi, pero Il Corrriere del Giorno, quotidiano di Puglia, nella sua edizione di ieri ha sfoderato un titolo formidabile, che passa in testa alla classifica e sicuramente conquista il premio del migliore titolo dell’anno. Altro non si può dire di “Porti cambia la strategia, buone scians per Taranto”. Una grande operazione dinazionalizzazione degli anglismi e francesismi imperanti nel linguaggio parlato e scritto che non è più italiano… E comunque un titolo da mettere in bacheca a fianco di quelle altre grandi prove fornite dalla stampa locale in Italia. Come quella ormai celebre della Provincia Pavese: “In 500 contro un albero: tutti morti”, o l’arcinoto titolo della Gazzetta dello Sport sull’attaccante dell’Ascoli, Stefano Pompini che in una partita segnò quattro goal: “Pompini a raffica!”. Ci fu anche il Corriere del Mezzogiorno nel 1997 ad aprire la cronaca nera con un titolo così: “TROMBA MARINA PER UN QUARTO D’ORA”. L’anno dopo Il Giornale di Sicilia si prese il premio che ora tocca al Corriere del Giorno con un meraviglioso “Si è spento l’uomo che si è dato fuoco”. E’ capitato anche a me, quando dirigevo Il Tempo. Una volta uscii con un titolo che nessuno osò correggere: “Prodi pazzo per la patatina”. Si trattava di vicende dell’alimentare italiano, ma patatina a Roma vuole dire altro e io non sono romano. Figuraccia. Il secondo scivolone almeno non fu in un titolo. Ma in un’intervista a Maurizio Gasparri sull’ultimo caso Rai: la celebre Monica Lewinsky invitata a Domenica In per un’intervista che non fece. Lei arrivò, ci furono polemiche e in diretta si alzò subito senza rispondere, scappando dalla trasmissione. Ricordo che era l’ultimo articolo che restava da scrivere e tutti noi della direzione stavamo intorno alla giornalista che stava facendo ritardare così la stampa del giornale. Il pressing fece il pasticcio. La prima domanda a Gasparri era “Cosa ne pensa della fuga della Lewinsky?”. Ma non fu scritta così. Perchè nella fretta in “fuga” non fu digitata la “u”, ma la “i” che è a fianco nella tastiera. E così uscì sul giornale. Nessuno di noi corresse e se ne accorse. Lo capii alle sette del mattino dopo, quando squillò il telefonino. Era Gasparri: “Senti, io alla domanda della tua giornalista ieri ho risposto che non sapevo, visto che non sono uno psicologo. Ora leggo la domanda sul giornale. Avessi saputo, avrei cambiato risposta: non so, non sono un ginecologo…” FRANCO BECHIS, LIBERO, 27 febbraio 2012

……………..Tra tante notizie che ci intristiscono, ecco un “pezzo” pubblicato sul blog del vicedirettore di Liobero, Franco Bechis, ottima penna e straordinario giornalista- segugio (sue le più micidiali inchieste di Libero)  che ci fa sorridere e di questi tempi non è poco. g.

LA GUERRA CONTRO BERLUSCONI NON E’ ANCORA FINITA, di Francesco Damato

Pubblicato il 26 febbraio, 2012 in Giustizia | Nessun commento »

Silvio Berlusconi L’ultima udienza del lungo processo penale di primo grado contro Silvio Berlusconi per il caso Mills, nell’aula della decima sezione del tribunale di Milano, doveva ancora cominciare e, ben prima quindi che se ne potesse conoscere l’esito di proscioglimento per prescrizione, già i cultori delle interminabili, ossessive cacce in toga al Cavaliere studiavano come prepararne altre. No. Non bastano i processi ancora in corso, persino per prostituzione minorile, o quelli in cantiere, tra la stessa Milano e Roma, o quelli che i suoi avversari sperano di vedere nascere prima o dopo da indagini sulla mafia tra Firenze, Palermo, Trapani e chissà dove altro. Come succede quando si ammazza il maiale, la regola è di non buttare nulla: nel caso del Cavaliere, neppure le occasioni, o i pretesti, ravvisabili nella memoria difensiva da lui predisposta per l’ultima udienza del processo Mills. O nella sintesi diffusa per la stampa. Dove l’ex presidente del Consiglio ha messo nell’elenco dei processi, delle indagini, dei magistrati che si sono occupati di lui, delle perquisizioni negli uffici delle sue aziende, delle udienze e di quant’altro gli è stato riservato in 14 anni e più di esperienza giudiziaria, anche gli oltre 400 milioni di euro che gli sono costate «le parcelle di avvocati e consulenti». Ebbene, di questa enorme cifra, per quanto inferiore a quella versata dal suo gruppo a Carlo De Benedetti, dietro sentenza peraltro non definitiva, per il contestato acquisto della Mondadori, sapete che cosa ha colpito di più il cronista giudiziario di un giornale come il Corriere della Sera, che pure non è quello più militarmente o sistematicamente schierato, diciamo così, nella flotta mediatica da tempo in azione contro Berlusconi? Che il dato sia «difficile da riscontrare nelle dichiarazioni dei redditi» degli avvocati e consulenti del Cavaliere. Nei panni dei quali, come in quelli del loro cliente, comincerei a preoccuparmi conoscendo l’ostinazione e la fantasia di cui sono stati capaci gli inquirenti nei riguardi dell’ex presidente del Consiglio e dei suoi amici o collaboratori. E, nonostante il verdetto di ieri, non farei troppo affidamento sulla prescrizione, vista la disinvoltura con la quale si è cercato di calcolarne i tempi con l’affare Mills, sino a stabilire, per esempio, come Berlusconi ha giustamente lamentato, commentando le condanne subite dall’avvocato inglese come corrotto da lui per mentire alla magistratura in alcuni procedimenti, che la presunta corruzione scatta non quando si riceve il danaro ma quando si comincia a spenderlo. «Una tesi stupefacente», è stata definita dal Cavaliere questa modalità di calcolo, senza la quale il reato contestato a Mills, e a lui, «sarebbe caduto in prescrizione già tre anni fa», pur non volendo credere alla confessione dello stesso Mills di avere per un bel po’ mentito sulla provenienza berlusconiana dei 600 mila dollari contestatigli. Una tesi stupefacente ma «sposata – gli rispondeva ieri il cronista giudiziario del Corriere nei panni un po’ improvvisati di difensore della Procura della Repubblica di Milano – dalle sezioni unite della Cassazione sul coimputato Mills nel 2010». Cioè due anni fa, quando la Cassazione però chiuse la lunga vicenda processuale dell’imputato britannico certificando proprio, e comunque, l’intervenuta prescrizione. Se confermata, avrebbe il sapore e l’aspetto di una provocazione la circostanza rivelata ieri dallo stesso Corriere, nello spazio però della cronaca politica, e non smentita sino al momento in cui scrivo, di una riunione all’Associazione Nazionale dei Magistrati, il sindacato cioè delle toghe, durante la quale il Pubblico Ministero in persona del processo Mills avrebbe confidato ai colleghi, raccogliendone «risate, applausi e vivi complimenti», come si sarebbe adoperato per «ritardare i tempi della prescrizione». Egli, fortunatamente per chi non ne condivide i metodi, ha mancato l’obbiettivo, come si è visto, ma per poco. A questo punto, lasciando perdere le dispute da legulei scatenatesi sulla sentenza appena emessa «di non doversi procedere», forse al cittadino comune preme di più capire perché mai nel nostro sistema giudiziario così malmesso, in cui molti uffici non hanno neppure i soldi per le fotocopie, questo processo al Cavaliere sia entrato e rimasto nelle priorità del tribunale di Milano, con tanto di calendarizzazione delle udienze. Si era ben consapevoli che esso non potesse comunque arrivare ad una sentenza definitiva, di terzo grado. In verità, più che un grande processo, a dispetto dei cinque anni della sua durata e dei dieci trascorsi dai fatti addebitatigli, quello che si è concluso ieri contro Berlusconi è stato l’ennesimo, grande pretesto. È stato un altro capitolo della guerra politica condotta con ogni mezzo, anche quelli giudiziari, contro un uomo colpevole, più che di reati, di avere scombinato nel 1994 il disegno di potere della sinistra. Che era sicura di vincere le elezioni anticipate di quell’anno dopo che i vecchi partiti di governo di centrosinistra – sì, di centrosinistra, quello vero, realizzato dalla Dc, dal Psi e dai loro alleati – erano stati sgominati dalle Procure della Repubblica con una gestione molto mirata delle indagini pur sacrosante sul finanziamento illegale della politica. E sulla corruzione che l’accompagnava spesso, non sempre, come fu dimostrato in molti processi. Nel ventesimo anniversario dell’inizio di quella tragica stagione, apertasi con l’arresto in flagranza di Mario Chiesa, gli avversari di Berlusconi, convinti o convertitisi all’idea che egli altro non sia stato che l’erede della Prima Repubblica delle tangenti, e non il realizzatore della Seconda Repubblica, per quanto incompiuta e anch’essa accidentata, si erano apprestati a festeggiarne la condanna, pur giudiziariamente nulla, in un processo finito invece con il suo proscioglimento per prescrizione già in primo grado. Un verdetto esplicito di responsabilità, senza la certificazione prescrittiva, sarebbe stato venduto nel mercato mediatico e politico, sia pure barando, come un risultato comunque acquisito. La guerra naturalmente continuerà, per quanto il Cavaliere si sia volontariamente tolto dalla prossima gara a Palazzo Chigi. Ed abbia ben scarse possibilità, per quante gliene vengano strumentalmente attribuite per generare nuove ostilità e alimentare le vecchie, di scalare il Quirinale. Il sistema d’elezione parlamentare del presidente della Repubblica privilegia notoriamente gli uomini meno esposti nella lotta politica. Giovanni Leone, per esempio, fu preferito nel 1971 ad Amintore Fanfani e Aldo Moro; Sandro Pertini nel 1978 a Ugo La Malfa e Benigno Zaccagnini; Francesco Cossiga nel 1985 ad Arnaldo Forlani; Oscar Luigi Scalfaro nel 1992 ancora a Forlani e a Giulio Andreotti; Giorgio Napolitano nel 2006 a Massimo D’Alema. La leadership politica di Berlusconi prescinde dalle sue cariche, e dagli espedienti dei processi. I suoi interlocutori si mettano il cuore, e la testa, in pace. Il Cavaliere continueranno a trovarselo davanti, anche senza invitarlo più o meno volentieri a pranzo. Francesco Damato, Il Tempo, 26 febbraio 2012

……………..Questo articolo  di Francesco Damato, sicuramente non accusabile di essere nel libro paga di Berlusconi, descrive con lucida imparzialità sia le vicende connesse al processo Mills, sia le vicende giudiziarie di Berlusconi che prendono il via, guarda caso, subito dopo la sua discesa in campo e la strabiliante e inattesa vittoria del 1994 quando sconfisse la “gioiosa macchina da guerra” del PDS capeggiato da Occhetto. Da allora Berlusconi ha subito 25 processi, preceduti, accompagnati, spesso intrecciati con metodiche e defatiganti incursioni nella vita delle sue aziende. Per di più, nel caso di Berlusconi, è stato attivato da parte della Procura una specie di PM ad personam, quasi a far da contraltare alle cosiddette leggi ad personam di cui è accusato Berlusconi. Nello specifico è il PM De Pasquale, che da circa dieci impiega il suo tempo a “seguire” giudiziariamente Berlusconi, ovviamente contribuendo a tralasciare il diritto alla giustizia   dei tanti milanesi le cui richieste di giustizia restano in penosa attesa, come del resto capita in ogni parte di Italia. 2 milioni sono i processi civili che si coprono di polvere negli scaffali dei Tribunali italiani, centinia di migliaia i processi penali molti dei quali  si trascinano stancamente verso la prescrizione senza che nessuno se ne lamenti più di tanto,  centinaia di migliaia le denunce che non hanno alcun esito e finiscono nel cosiddetto Ufficio Stralci operante in  tutte le Procure d’Italia, neppure guardate,  e archiviate dopo essere rimaste in letargo e senza che chi fiducioso si è affidato alla legge abbia almeno il piacere di sapere che fine abbia fatto la sua domanda di giustizia.  Domanda di giustizia resa vana da un sistema giudiziario che retoricamente si fonda suklla obbligatorietà dell’azione penale, ma di fatto affida ai PM il diritto di stabilire a chi e a che cosa dare precedenza. E’ di questo “diritto” non scritto ma vastamente usato dai PM che è stato destinatario Berlusconi? No sappiamo. Sappiamo però che una giustizia celere e veloce  oltre che “giusta” eviterebbe, per rispetto di se stessa oltre che dei cittadini, che i processi finiscano con la prescrizione, si chiamino gli imputati Berlusconi o signor x, perchè la prescrizione è una vera e propria diserzione dello satto dal suo dovere di fare giustizia, punire i colpevoli e ass0lvere gli innocenti. Ecco perchè riteniamo che al di là delle polemiche che hanno accompagnato questo ennesimo processo a Berlusconi (che noi riteniamo innocente esercitando ilnostro diritto alla libera opinione), è tempo che si metta mano ad una seria e decisa riforma del sistema giudiziario italiano, dove tutti debbono poter dare il loro contribuoto, ma a nessuno deve poter essere ricnosciuto  il potere di veto. g.

DEPORRE LE ARMI E VOLTARE PAGINA

Pubblicato il 26 febbraio, 2012 in Politica | Nessun commento »

Parlamento Duello nel Pacifico è un film del 1968, racconta la storia di due soldati, un americano e un giapponese, interpretati da Lee Marvin e Toshiro Mifune che in un’isola deserta ingaggiano una battaglia all’ultimo sangue per la sopravvivenza. Si tratta di una straordinaria pellicola diretta da John Boorman dove la guerra tra eserciti non si vede mai, ma la tensione totale, la differenza culturale tra i due contendenti e la distruzione irrazionale del finale sono raffigurati all’ennesima potenza. L’epilogo del processo Mills mi fa venire in mente quel film. Siamo di fronte a un finale di partita lungo diciotto lunghi anni, una battaglia che si protrae nonostante là fuori sia successo qualcosa, una «pax parlamentare» sia stata siglata e un «nuovo inizio» sia in qualche maniera cominciato. Deporre le armi – tutti – dare al Paese un nuovo volto, diverso dalla nostra storia di guelfi e ghibellini, è l’unica cosa saggia da fare. Giorgio Napolitano l’ha capito per primo. Ma ci sono macchine infernali che continuano a viaggiare con il pilota automatico e non si fermano. Mesi e mesi fa, quando qualcuno pensava ancora di poter andare avanti così, scrissi che bisognava immaginare un «soft landing», un atterraggio morbido, per la storia berlusconiana, un’era segnata da una straordinaria intensità dello scontro politico. Non era la ricerca di una «exit strategy» per Berlusconi, ma un ragionamento sul sistema, dettato dalla consapevolezza dell’eccezionalità di quella storia e dei suoi protagonisti. È un discorso che non riguarda solo Berlusconi, ma gran parte della classe politica che in questi anni ha vissuto nei partiti pro o contro il Cavaliere. Se non si prende atto di questo scenario, se non si fa lo sforzo collettivo di fare un passo verso il futuro, avendo il coraggio di non voltarsi più indietro, anche il governo Monti rischia di essere un episodio in una storia crudele. Tra poco più di un anno il Paese sarà chiamato al voto. Non è possibile immaginare uno scenario di fazioni armate fino ai denti con la magistratura che seleziona la classe dirigente – di destra e di sinistra – a colpi di inchieste. È giunta l’ora di sotterrare l’ascia, accendere il calumet della pace e voltare pagina. Mario Sechi, Il Tempo, 26 febbraio 2012

………….Pur con qualche pizzico di malessere ci prioviamo ad essere d’accordo con Sechi. Si depongano le armi e si volti pagina, nell’interesse del Paese. Ma deporre le armi solo nella ormai ventennale guera atomica tra berlusconiani e antiberlusconiani non è sufficiente per voltare pagina. Voltare pagina significa riscrivere le regole, tutte, non solo quelle che consentano ai capi degli eserciti di rimodellarle a propria tutela e salvaguardia. Bisogna riscriverle in maniera tale che in questo Paese non ci sia più una percentuale, piccola, ma comuque consistente, di privilegiati  a danno della  stragrande maggioranza di cittadini, riscriverle perchè  questo Paese venga restituito ad un sistema di diritti e di doveri garantiti da pesi e contrappesi, in ogni campo, da quello istituzionale, a quello politico, a quello giudiziario, a quello fiscale, che garantiscono il cittadino comune, il sig, X, tutti i signor X d’Italia,  dalle prepotenze, dagli abusi, dai privilegi in uso per aluni a danno degli altri. Solo così vltare pagina avrà un senso e deporre le armi non significherà la resa dei cittadini difronte al potere, comque identificabile. g.

GLI STIPENDI IN ITALIA? LA META’ DI QUELLI TEDESCHI E PIU’ BASSI ANCHE DELLA GRECIA

Pubblicato il 26 febbraio, 2012 in Cronaca | Nessun commento »

Nel Vecchio Continente l’Italia è, senza alcun dubbio, tra i Paesi con le retribuzioni lorde annue più basse. Stando allo studio pubblicato oggi dall’Eurostat, che fa riferimento ai dati del 2009, il Belpaese si piazza addirittura in dodicesima posizione nell’Eurozona: fanno meglio di noi anche l’Irlanda, la Grecia, la Spagna e Cipro.

Giovane al lavoro

Il valore dello stipendio annuo per un lavoratore di una azienda dell’industria o dei servizi (con almeno dieci dipendenti) è pari a 23.406 euro. Una cifra che si raddoppia in Lussemburgo (48.914), Olanda (44.412) o Germania (41.100). Insomma, anche guardando ai cosiddetti Piigs, il Belpaese riesce a superare soltanto il Portogallo dove lo stipendio medio è di 17.129 euro. Nello studio dell’Eurostat viene, poi, riportato l’elenco delle paghe lorde medie annue dei Paesi dell’Unione europea, diffuse dall’ultimo rapporto Labour market statistics, anche per gli anni precedenti al 2009 in modo da poter osservare la crescita delle retribuzioni. E, anche in questo caso, l’avanzamento per l’Italia è tra i più ridotti: nel giro di quattro anni il rialzo è stato del 3,3%. Una crescita troppo distante rispetto al +29,4% della Spagna o al +22% del Portogallo.

Anche i Paesi dell’Unione europea che partivano da livelli già di per sé alti hanno messo a segno rialzi rilevanti: in Lussemburgo gli stipendi sono, infatti, cresciuti del 16,1%, in Olanda del 14,7%, in Belgio dell’11,0%, in Francia del 10% e in Germania del 6,2%.

Una buona notizia per il Belpaese arriva, tuttavia, dalle differenze di retribuzioni tra gli uomini e le donne, quello che l’Eurostat chiama “unadjusted gender pay gap”. Si tratta di un indice che viene utilizzato nel Vecchio Continente per rilevare le disuguaglianze tra le remunerazioni, ma che è, in realtà, soltanto una mera illusione. Con un gap che supera di poco il 5%, nel 2009 il Belpaese si è infatti collocato ampiamente sotto la media europea (17%): l’Italia è, infatti, il paese con la forbice più stretta alle spalle della sola Slovenia. Ma non è tutto oro quel che luccica. Perché a ridurre le differenze di stipendio in Italia contribuiscono a creare fenomeni di cui non si può andare fieri, come il basso tasso di occupazione femminile e lo scarso ricorso al part time. Non a caso tra i Paesi che vantano una minor divario ci sono anche la Polonia, la Romania, il Portogallo, la Bulgaria e Malta. Tutti Paesi con una bassa partecipazione delle donne al mercato del lavoro. Il Giornale, 26 febbraio 2012

………..In compenso, però, abbiamo i parlamentari meglio pagati del mondo e i burocrati con gli stipendi che sembrano bilanci di società assicuratrici. E nessun Monti al mondo si prenda la briga di raddrizzare il timone!

LE COSE NON DETTE SUI CENTO GIORNI DI MONTI & C., di Alessandro Sallusti

Pubblicato il 25 febbraio, 2012 in Politica | Nessun commento »

Le celebrazioni per i primi cento giorni del governo Monti hanno raggiunto l’apice. All’unisono, stampa e tv raccontano le meraviglie di un Paese cambiato.

Sappiamo che il premier ha il sostegno sincero e leale dell’ex premier Berlusconi che volontariamente gli ha lasciato il posto. E sappiamo che Monti gode anche di stima di una larga fetta di notabili ed elettori del Pdl ai quali non dispiacerebbe averlo come nuovo leader. Tutto questo ci è chiaro, ma non per questo dobbiamo nascondere sotto lo zerbino alcune verità. Per esempio. Durante i mirabolanti cento giorni l’Italia è entrata tecnicamente in recessione, la disoccupazione è cresciuta, quella giovanile ha superato la soglia del 30 per cento, le agenzie internazionali ci hanno declassato e spediti addirittura in serie B. Ancora. Le tasse sono aumentate raggiungendo un nuovo record di pressione fiscale, la benzina sfiora i due euro al litro, le liberalizzazioni, quelle vere, non ci sono e non ci saranno. La Rai è diventata un pollaio fuori controllo, la Protezione civile un buco nero. Lo spread è sceso ma resta a livelli che quattro mesi fa venivano giudicati insostenibili e pericolosi.

Tutto questo è accaduto in presenza di una maggioranza politica innaturale e bulgara, di un Parlamento commissariato dal presidente della Repubblica, di un governo che va avanti a colpi di decreti-legge e voti di fiducia. Insomma, ci mancava soltanto che in una situazione di potere così unica e forse irripetibile non tornasse almeno un po’ difiducia, che peraltro è gratis, nell’esecutivo. Ma onestamente, non vediamo proprio che cosa ci sia da gioire o celebrare. Il miracolo, annunciato e atteso, non c’è stato e non poteva esserci. Perché con le regole blindate dalla nostra Costituzione neppure il governo dei migliori, o come in questo caso dei non eletti, della non casta, è in grado di liberare il Paese dalle incrostazioni. E per cambiare la Costituzione, che ci piaccia o no, c’è una sola strada: ridare parola e potere alla politica. I cento giorni sono quindi sì importanti ma nel senso che sono cento giorni in meno che mancano alle elezioni. Nel frattempo sono certo che il governo Monti farà cose apprezzabili e tutti gliene saremo grati. Se poi strada facendo ci portiamo avanti con qualche riforma che vada oltrel’allargamento della base di taxisti e farmacisti, be’, credo che la cosa non guasterebbe. Il Parlamento, se volesse, ne avrebbe facoltà. Alessandro Sallusti, Il Giornale, 25 febbraio 2012

.……………L’unica bugia che Sallusti scrive in questo suo editoriale è quella sulle “cose apprezzabili” che Monti farà in attesa del voto. Non è vero. Monti si sta solo godendo l’insperata poltrona più alta, dopo quella del Capo dello Stato, del nostro Paese. Prova ne è che ogni qual volta tenta di far qualcosa che non va bene ad uno dei suoi “innaturali” supporter fa precipitosa marcia indietro. O non fa nessun passo avanti. Per esempio sulle Banche o sulle Assicurazioni che stritolano i cittadini,o sui costi della politica e della burocrazia che sono rimasti esattamente com’erano cento giorni fa. O sulle cosiddette “liberalizzazioni”, che annunciate con i megafoni della propaganda, si sono rivelate una presa in giro, tra l’altro trasformatasi in farsa allorquando il pugno di ferro,  tentanto solo nei confronti dei tassisti e dei farmacisti, si è trasformato in burro sciolto.   Ieri, poi,  sono stati pubblicati parte degli stipendi che percepiscono i cosiddetti manager di stato. Il più ricco è il signor Manganelli, capo della Polizia, che percepisce ogni anno un  miliardo e trecento milioni di vecchie lire, pari a 650 mila euro attuali, cioè 50 mila euro al mese. E’ scandaloso, vergognoso e squallido che lo stato paghi ad un suo funzionario, che per quanto alto possa essere, ha a disposizione tra il giorno e la notte “solo” 24 ore, come tutti1,  una cifra del genere ( a cui si aggiungono benefit di ogni genere) mentre costringe milioni di cittadini a vivere con 500 euro al mese di pensione. E tanto basta per iscrivere d’ufficio Monti fra i tanti che abbaiono ma non mordono. g.

STIPENDI DEI MANAGER PUBBLICI: BEFERA PRENDE PIU’ DI OBAMA

Pubblicato il 24 febbraio, 2012 in Cronaca, Politica | Nessun commento »

Redditi pubblici sì, ma con un po’ di maquillage. Trasparenza pure, ma con qualche velatura. Sussurriamolo così, tra noi, senza che nessuno ci senta: questa ideuzza di andare a rovesciare le tasche di ministri, sottosegretari, politici, boiardi e manager di Stato perché gli italiani finalmente sappiano, non è vero che proprio sia piaciuta a tutti gli interessati.

Attilio Befera

Attilio Befera

E non è nemmeno vero che tutti gli interessati abbiano dato una mano a rovesciare tutte, ma proprio tutte, le loro tasche.

I cumuli, dove li mettiamo i cumuli, per esempio? Li vogliamo conteggiare o no? E gli stipendi? Non è che qualcuno, anzi, più d’uno, si sia sbagliato e abbia già dichiarato il suo più «modesto» e «riformato» stipendio, cioè quello del 2012, invece di andare un po’ più indietro nel tempo e rendere e noto e pubblico quanto guadagnava realmente fino a qualche mese fa?

Che i nostri manager pubblici siano strapagati in Italia lo conferma anche l’Ocse che, nel suo ultimo rapporto ha messo nero su bianco la realtà di un Paese dagli stipendi storicamente al di sotto della media ma con vertici societari strapagati. La media certificata dall’Ocse per l’Italia (dati 2009) è comunque di oltre 400mila dollari l’anno (circa 300mila euro), la più alta in assoluto che vede in secondo posizione solo la Nuova Zelanda con poco meno di 400mila e la Gran Bretagna con poco più di 350mila. «Poveri» i manager americani che guadagnano intorno ai 250mila dollari, povero il presidente Usa Barack Obama (300mila euro l’anno) che guadagna meno di Attilio Befera (304mila euro circa, e in sei mesi). Tornando ai dubbi e alle perplessità ieri, è stato lo stesso ministro della Funzione pubblica, Filippo Patroni Griffi (nella foto), ad ammettere l’incompletezza dei dati: «Abbiamo chiesto alle amministrazioni di appartenenza di fornirci l’elenco degli emolumenti degli alti dirigenti che sforano il tetto massimo, individuato dal governo nello stipendio del primo presidente della Corte di Cassazione, di circa 294 mila euro. Ma le informazioni ricevute sono al momento incomplete, perché non tutti gli enti hanno inviato i dati richiesti e perché, nell’elenco, mancano i cumuli e cioè gli eventuali stipendi aggiuntivi che i super-manager percepiscono dallo Stato per altri incarichi. E non ci sono neanche i benefit – ha precisato ancora Patroni Griffi – perché noi abbiamo chiesto la retribuzione da contratto».

Detto questo possiamo ben affermare che sono una sessantina i nomi dei vertici della pubblica amministrazione che superano il tetto dei 294mila euro, considerata come soglia massima per gli stipendi dei manager pubblici. Guida la classifica il capo della Polizia, Antonio Manganelli con i suoi 621.253,75 euro ma sono ben piazzati il ragioniere generale dello Stato, Mario Canzio che ha una retribuzione di 562.331,86 euro, il capo dipartimento dell’amministrazione penitenziaria Franco Ionta a 543.954,42 euro, il capo Gabinetto del ministero dell’Economia Vincenzo Fortunato con 536.906,98 euro e il presidente dell’Agcom, Corrado Calabrò (475.643,38). Giusto per la cronaca da segnalare che i Capi di stato maggiore superano i presidenti di antitrust e autorità per l’energia le cui retribuzioni sono identiche: nell’ordine, Giovanni Pitruzzella prende 475.643 euro, Guido Bortoni 475.643 euro. Il presidente della Consob, Giuseppe Vegas, si «accontenta» di 387mila euro tondi, mentre il «suo» direttore generale Antonio Rosati, guadagna 395mila euro più la gratifica annuale. Il capo della polizia Antonio Manganelli, dunque, risulta avere lo stipendio più alto, ma non è affatto detto che sia il più «ricco» tra i dirigenti dello Stato, dato che alcuni colleghi potrebbero superarlo sommando le retribuzioni ricevute per i diversi incarichi.

Tanto che l’ex ministro per la Pubblica amministrazione, Renato Brunetta è stato piuttosto categorico: «È una presa in giro, un elenco vuoto. Vorrei invece che si fornissero dei dati omnicomprensivi. E così non è…». Le commissioni Affari costituzionali e Lavoro della Camera formuleranno il parere sullo schema di decreto del governo il prossimo 29 febbraio, perché l’intenzione del governo è che, non appena acquisiti i pareri parlamentari, il tetto agli stipendi sia immediatamente operativo. Il Giornale, 24 febbraio 2012

………..Domanda: perchè il presidente americano ha uno stipendio uguale alla metà del capo dell’agenzia italiana delle entrate?  Risposta: perchè in America tutti possono diventare presidenti, mentre in Italia solo Befera può diventare capo dell’agenzia delle entrate.

LA BARZELLETTA DELLA TERZA REPUBBLICA

Pubblicato il 23 febbraio, 2012 in Costume, Politica | Nessun commento »

Ci sono un post radicale, un ex missino e un sempiterno democristiano. Sembra una barzelletta, solo che non fa ridere essendo invece il progetto politico che, con severa serietà, sta mettendo (ha già messo) in ambasce tutto l’arco costituzionale. Tutti ad aspettare la Nuova Era della Terza Repubblica per poi scoprire che era Terza solo perché Terzo era il Polo che l’avrebbe fondata. E allora eccola qui, la barzelletta.  Ci sono un ex radicale che dice cose da Radicale. Un ex democristiano che fa di tutto per morire democristiano. Un ex missino che cerca la risurrezione dalle ceneri del Fli. Mica vanno d’accordo. Rutelli dice cose sulla cittadinanza agli immigrati che pare un Fini d’altri tempi, e fa infuriare Casini. Casini soffre di manie di protagonismo e fa soffrire Fini, che ne soffre appunto il protagonismo. Fini soffre pure di percentuali elettorali prossime allo zero virgola e fa sdegnare Casini, che lo considera ormai una palla al piede. Tutti poi si guardano in cagnesco su chi debba essere la Guida di questa moderata macchina da guerra: Casini per dire tifa per Monti, ma Fini non vuol sapere nulla dei tecnici, nemmeno fosse la solita questione di Passera.

Eppure così vanno avanti, a palle (al piede) incatenate, luminosi guerrieri del Tempo Nuovo, il Terzo Tempo ovviamente. E a suon di terzi incomodi. Eh sì, perché poi ci sono quelli che bussano alla porta. Dal Pdl e dal Pd pare facciano la fila, ex Dc chiama post Dc. Per non parlare dei battitori liberi. L’ultimo è stato Gianfranco Miccichè, quello che prima faceva il dissidente del Pdl, poi ha smesso di dissentire e s’è fatto un partito che si chiama Grande Sud, che in verità un po’ dissente ancora, ma solo da Raffaele Lombardo dell’MpA. Il quale Lombardo dell’MpA comunque è lui pure lì affacciato alla finestra del Terzo polo, visto che a Palermo sostiene il candidato di Api, Fli e Udc Massimo Costa. Del resto, Micciché vuol sì fare una grande forza di moderati con tutti gli altri. Ma ha pure mire espansionistiche al Nord, per il quale Nord vuol candidarsi a essere l’unico interlocutore con il Sud, tirando dentro, sai mai, uno come Giancarlo Galan, con il quale, perché no, si potrebbe metter su una lista civica che al Sud si chiamasse Grande Sud e al Nord si chiamasse Grande Nord, facile in fondo. E laggiù al Nord, la lista Grande Nord potrebbe appoggiare uno che più Nord di così solo Umberto Bossi: il sindaco leghista di Verona Flavio Tosi.

Sembra un’altra Repubblica (e un’altra barzelletta): c’erano i morotei, i dorotei e i popolari… Hanno governato per un Cinquantennio. Con legge elettorale proporzionale, ça va sans dire. Ci stiamo lavorando. Paola Setti,dal  blog l’insetticida, 23 febbraio 2012

.………..Non è una barzelletta, è la tragedia che si trasforma in farsa. g.