PAGARE TUTTI MA SENZA TAGLI E’ INUTILE, di Davide Giacalone
Pubblicato il 29 febbraio, 2012 in Costume, Il territorio, Politica | Nessun commento »
L’onestà non è un optional, essere leali nelle dichiarazioni al fisco è un dovere. Ma lo è anche non raccontare favole ai cittadini, ed è in questa categoria che rientra l’idea che pagando tutti si pagherebbe meno. Fin qui si è dimostrato l’esatto contrario: più cresce la spesa più cresce la necessità di gettito, quindi di entrate, più cresce la pressione fiscale. In una perversa corsa al rialzo che ci rende tutti più poveri e rende la società nella quale viviamo non più equa, ma più ingiusta.
Ieri la favola ha trovato un narratore di prima grandezza, il presidente del Consiglio, il quale ha detto: «Se ognuno dichiara il dovuto il fisco potrà essere più leggero per tutti». Perché ciò sia vero non necessita un lieto fine, ma una lieta premessa: il taglio della spesa pubblica. Se non si turano le falle della spesa corrente non è che versando ciascuno il dovuto si potrà tutti versare meno, è che si butteranno liquidi vitali in un secchio senza fondo. Sono due le premesse dell’equità fiscale: una spesa che restituisca servizi, senza alimentare sprechi, e una pressione che non sottragga a ciascuno più del ragionevole. Da noi mancano entrambe. La pressione s’esercita solo su chi non può sfuggirla o si assoggetta per onestà e senso civico, il che non è giusto. Ma non è giusto neanche far credere che il problema consista solo nel costringere gli altri, non è giusto puntare sull’invidia e la rabbia sociale. È vero: i cittadini devono imparare l’onestà, tutti. Ma è anche vero che la macchina pubblica deve dimagrire in modo massiccio, altrimenti il risultato sarà solo più povertà.
Lo Stato, inoltre, è disonesto con i propri cittadini. È disonesto quando pretende subito e restituisce dopo anni quel che non gli era dovuto. Quando chiede soldi a chi chiede giustizia, quando prima pignora e poi ti mette a disposizione un giudice. Quando consegna a dei funzionari un potere insindacabile, se non dopo avere pagato. La distanza che c’è fra il pagare il non dovuto e il riavere, fra il diritto alla proprietà e il suo assoggettamento al burocrate, è la distanza che separa lo Stato di diritto dal dispotismo, il cittadino dal suddito. Tutto questo non giustifica l’evasione fiscale, per niente. Ma occorre dire che paghiamo troppo, il che favorisce la recessione. C’è un grande debito pubblico, ma pensare di colmarlo con le tasse è follia. Si deve aggredirlo con le dismissioni, rendendo lo Stato meno presente nel mercato e più forte nel far rispettare le regole. Un tempo c’era chi diceva: lavorare meno per lavorare tutti. Idea frutto d’etilismo ideologico, priva di senso del mercato e anche di buon senso. Dire che pagando tutti si pagherà meno non è meno dissennato, anche se la bottiglia, in questo caso, contiene non alcool ideologico, ma moralistico. Pagare tutti è giusto. Pagare tutto quel che oggi lo Stato chiede no, non lo è. Davide Giacalone, Il Tempo, 29 febbraio 2012
…………Chissà se il funereo presidente del consiglio in carica, Monti, troverà iltempo di leggere questo editoriale de Il Tempo, a firma di Davide Giacalone o se qualcuno dei suoi super pagati attendenti glielo metterà nella rassegna stampa che ogni mattina gli viene messa sotto gli occhi. Ci auguriamo di si, cosicchè eviterà di dire l’ennesima fregnaccia, come le altre di cui ci inonda da tre mesi a questa aprte, per cui saremmo passsati dall’orlo del baratro di tre mesi fa ad una improvvisa primavera economica, o come quella così drasticamente censurata da Giacalone, ossia che pagando tutti le tasse pagheremo tutti meno. Non è il caso di ribadire ciò che con estrema chiarezza scrive Giacalone al riguardo, nè è il caso dio sottolineare che a nessuno, proprio a nessuno, nemmeno a Monti è concesso di prendere per il naso la gente. Per ridurre la presisone fiscale, o per avere la concreta possibilità di farlo, bisogna ridurre le spese elefantiache dello stato, in tutte le sue articolazioni, ma bisogna farlo sul serio non come ha mostrato di fare anche Monti in questi tre mesi, nonostante egli non abbia sul collo (almeno così dice lui) lo spettro del giudizio elettorale, cioè con provvedimenti che neppure minimamente hanno intaccato la spesa statale, unica strada per consentire la riduzione della ormai insostenibile pressione fiscale, che si traduce, non dovremmo dirlo noi a Monti che passa per essere un illuminato economista, in blocco dei consumi, blocco della crescita e quindi recessione economica. Di esempi ne potremmo fare a iosa. Ci limitiamo a due. Apparentemente insignificanti, ma emblematici del fatto che gli annunci e le promesse di Monti sono per quanto riguarda gli annunci solo propaganda, e per quanto riguarda le promesse uguali a quelle del lupo. Vediamo. 1. Nonostante sia stato alla fine confermato che il rilascio delle nuove licenze di taxi è competenza delle Regioni e dei Comuni, si è stabilito che gli stessi, per le nuove licenze, debbono “acquisire il parere obbligatorio ma non vincolante dell’Autorità per i trasporti”, nuova di zecca che costerà alla stato dai due ai tre milioni di euro l’anno, solo per fornire “pareri obbligatori ma non vincolanti”: non c’è chi non constati la ridicolaggine di tale disposizione, alla luce della riconfermata competenza di regioni e di comuni sulla materia, acclarato che nessuna autorità centrale possa sostiuirsi alle autonomie locali su questioni che hanno diretta correlazione con il territorio. Ebbene nonostante la ridicolaggine di cui si copre il governo con questo “compromesso” sulla vicenda delle licenze dei tassisti, l’Autorità per i trasporti, che non servirà a nulla, la si fa ugualmente. Perchè? Delle due l’una: o Monti, pur di non fare completamente brutta figura, insedia comunque , ovviamente a spese dello Stato, questo nuovo carrozzone, oppure Mont, i o chi per lui, ha già pronto chi dovrà sedere sulla nuova poltroncina con conseguente congruo appannaggio. Comuque sia, zuppa o pan bagnato, resta il fatto che a pagare sarà lo Stato, cioè i contribuenti, quelli onesti, per vocazione o per costrizione, sulle cui spalle peserà il costo della nuova e inutile Autorità. 2. Nei giorni scorsi una nuova polemica sui costi della politica ha infiammato i mass media. Questa volta i riflettori sono stati accesi sui vitalizi cui hanno diritto gli ex presidenti del Senato che continuano a fruire di uffici, personale, auto blu, etc nonostante siano cessati dalla carica. E qualche ex presidente del senato i dipendenti pagati dallo Stato se li porta pure a Milano, a casa sua. E’ di ieri, però, la notizia che, a seguito della polemica e per ridurre i costi, il Senato ha deciso di ridurre questi vitalizi. Sapete come? Gli ex presidenti del Senato ne avranno diritto “solo” per due legislature successive alla cessazione dell’incarico. Anche qui il ridicolo la fa da padrone. In nessun Paese al mondo chi cessa da qualsiasi carica conserva vitalizi che sono legati all’incarico ricoperto. In Italia sinora gli ex presidentio del Senato ne avevano diritto a vita, da ora in poi,bontà loro, “solo” per dieci anni! g.


L’ultima udienza del lungo processo penale di primo grado contro Silvio Berlusconi per il caso Mills, nell’aula della decima sezione del tribunale di Milano, doveva ancora cominciare e, ben prima quindi che se ne potesse conoscere l’esito di proscioglimento per prescrizione, già i cultori delle interminabili, ossessive cacce in toga al Cavaliere studiavano come prepararne altre. No. Non bastano i processi ancora in corso, persino per prostituzione minorile, o quelli in cantiere, tra la stessa Milano e Roma, o quelli che i suoi avversari sperano di vedere nascere prima o dopo da indagini sulla mafia tra Firenze, Palermo, Trapani e chissà dove altro. Come succede quando si ammazza il maiale, la regola è di non buttare nulla: nel caso del Cavaliere, neppure le occasioni, o i pretesti, ravvisabili nella memoria difensiva da lui predisposta per l’ultima udienza del processo Mills. O nella sintesi diffusa per la stampa. Dove l’ex presidente del Consiglio ha messo nell’elenco dei processi, delle indagini, dei magistrati che si sono occupati di lui, delle perquisizioni negli uffici delle sue aziende, delle udienze e di quant’altro gli è stato riservato in 14 anni e più di esperienza giudiziaria, anche gli oltre 400 milioni di euro che gli sono costate «le parcelle di avvocati e consulenti». Ebbene, di questa enorme cifra, per quanto inferiore a quella versata dal suo gruppo a Carlo De Benedetti, dietro sentenza peraltro non definitiva, per il contestato acquisto della Mondadori, sapete che cosa ha colpito di più il cronista giudiziario di un giornale come il Corriere della Sera, che pure non è quello più militarmente o sistematicamente schierato, diciamo così, nella flotta mediatica da tempo in azione contro Berlusconi? Che il dato sia «difficile da riscontrare nelle dichiarazioni dei redditi» degli avvocati e consulenti del Cavaliere. Nei panni dei quali, come in quelli del loro cliente, comincerei a preoccuparmi conoscendo l’ostinazione e la fantasia di cui sono stati capaci gli inquirenti nei riguardi dell’ex presidente del Consiglio e dei suoi amici o collaboratori. E, nonostante il verdetto di ieri, non farei troppo affidamento sulla prescrizione, vista la disinvoltura con la quale si è cercato di calcolarne i tempi con l’affare Mills, sino a stabilire, per esempio, come Berlusconi ha giustamente lamentato, commentando le condanne subite dall’avvocato inglese come corrotto da lui per mentire alla magistratura in alcuni procedimenti, che la presunta corruzione scatta non quando si riceve il danaro ma quando si comincia a spenderlo. «Una tesi stupefacente», è stata definita dal Cavaliere questa modalità di calcolo, senza la quale il reato contestato a Mills, e a lui, «sarebbe caduto in prescrizione già tre anni fa», pur non volendo credere alla confessione dello stesso Mills di avere per un bel po’ mentito sulla provenienza berlusconiana dei 600 mila dollari contestatigli. Una tesi stupefacente ma «sposata – gli rispondeva ieri il cronista giudiziario del Corriere nei panni un po’ improvvisati di difensore della Procura della Repubblica di Milano – dalle sezioni unite della Cassazione sul coimputato Mills nel 2010». Cioè due anni fa, quando la Cassazione però chiuse la lunga vicenda processuale dell’imputato britannico certificando proprio, e comunque, l’intervenuta prescrizione. Se confermata, avrebbe il sapore e l’aspetto di una provocazione la circostanza rivelata ieri dallo stesso Corriere, nello spazio però della cronaca politica, e non smentita sino al momento in cui scrivo, di una riunione all’Associazione Nazionale dei Magistrati, il sindacato cioè delle toghe, durante la quale il Pubblico Ministero in persona del processo Mills avrebbe confidato ai colleghi, raccogliendone «risate, applausi e vivi complimenti», come si sarebbe adoperato per «ritardare i tempi della prescrizione». Egli, fortunatamente per chi non ne condivide i metodi, ha mancato l’obbiettivo, come si è visto, ma per poco. A questo punto, lasciando perdere le dispute da legulei scatenatesi sulla sentenza appena emessa «di non doversi procedere», forse al cittadino comune preme di più capire perché mai nel nostro sistema giudiziario così malmesso, in cui molti uffici non hanno neppure i soldi per le fotocopie, questo processo al Cavaliere sia entrato e rimasto nelle priorità del tribunale di Milano, con tanto di calendarizzazione delle udienze. Si era ben consapevoli che esso non potesse comunque arrivare ad una sentenza definitiva, di terzo grado. In verità, più che un grande processo, a dispetto dei cinque anni della sua durata e dei dieci trascorsi dai fatti addebitatigli, quello che si è concluso ieri contro Berlusconi è stato l’ennesimo, grande pretesto. È stato un altro capitolo della guerra politica condotta con ogni mezzo, anche quelli giudiziari, contro un uomo colpevole, più che di reati, di avere scombinato nel 1994 il disegno di potere della sinistra. Che era sicura di vincere le elezioni anticipate di quell’anno dopo che i vecchi partiti di governo di centrosinistra – sì, di centrosinistra, quello vero, realizzato dalla Dc, dal Psi e dai loro alleati – erano stati sgominati dalle Procure della Repubblica con una gestione molto mirata delle indagini pur sacrosante sul finanziamento illegale della politica. E sulla corruzione che l’accompagnava spesso, non sempre, come fu dimostrato in molti processi. Nel ventesimo anniversario dell’inizio di quella tragica stagione, apertasi con l’arresto in flagranza di Mario Chiesa, gli avversari di Berlusconi, convinti o convertitisi all’idea che egli altro non sia stato che l’erede della Prima Repubblica delle tangenti, e non il realizzatore della Seconda Repubblica, per quanto incompiuta e anch’essa accidentata, si erano apprestati a festeggiarne la condanna, pur giudiziariamente nulla, in un processo finito invece con il suo proscioglimento per prescrizione già in primo grado. Un verdetto esplicito di responsabilità, senza la certificazione prescrittiva, sarebbe stato venduto nel mercato mediatico e politico, sia pure barando, come un risultato comunque acquisito. La guerra naturalmente continuerà, per quanto il Cavaliere si sia volontariamente tolto dalla prossima gara a Palazzo Chigi. Ed abbia ben scarse possibilità, per quante gliene vengano strumentalmente attribuite per generare nuove ostilità e alimentare le vecchie, di scalare il Quirinale. Il sistema d’elezione parlamentare del presidente della Repubblica privilegia notoriamente gli uomini meno esposti nella lotta politica. Giovanni Leone, per esempio, fu preferito nel 1971 ad Amintore Fanfani e Aldo Moro; Sandro Pertini nel 1978 a Ugo La Malfa e Benigno Zaccagnini; Francesco Cossiga nel 1985 ad Arnaldo Forlani; Oscar Luigi Scalfaro nel 1992 ancora a Forlani e a Giulio Andreotti; Giorgio Napolitano nel 2006 a Massimo D’Alema. La leadership politica di Berlusconi prescinde dalle sue cariche, e dagli espedienti dei processi. I suoi interlocutori si mettano il cuore, e la testa, in pace. Il Cavaliere continueranno a trovarselo davanti, anche senza invitarlo più o meno volentieri a pranzo. Francesco Damato, Il Tempo, 26 febbraio 2012
Duello nel Pacifico è un film del 1968, racconta la storia di due soldati, un americano e un giapponese, interpretati da Lee Marvin e Toshiro Mifune che in un’isola deserta ingaggiano una battaglia all’ultimo sangue per la sopravvivenza. Si tratta di una straordinaria pellicola diretta da John Boorman dove la guerra tra eserciti non si vede mai, ma la tensione totale, la differenza culturale tra i due contendenti e la distruzione irrazionale del finale sono raffigurati all’ennesima potenza. L’epilogo del processo Mills mi fa venire in mente quel film. Siamo di fronte a un finale di partita lungo diciotto lunghi anni, una battaglia che si protrae nonostante là fuori sia successo qualcosa, una «pax parlamentare» sia stata siglata e un «nuovo inizio» sia in qualche maniera cominciato. Deporre le armi – tutti – dare al Paese un nuovo volto, diverso dalla nostra storia di guelfi e ghibellini, è l’unica cosa saggia da fare. Giorgio Napolitano l’ha capito per primo. Ma ci sono macchine infernali che continuano a viaggiare con il pilota automatico e non si fermano. Mesi e mesi fa, quando qualcuno pensava ancora di poter andare avanti così, scrissi che bisognava immaginare un «soft landing», un atterraggio morbido, per la storia berlusconiana, un’era segnata da una straordinaria intensità dello scontro politico. Non era la ricerca di una «exit strategy» per Berlusconi, ma un ragionamento sul sistema, dettato dalla consapevolezza dell’eccezionalità di quella storia e dei suoi protagonisti. È un discorso che non riguarda solo Berlusconi, ma gran parte della classe politica che in questi anni ha vissuto nei partiti pro o contro il Cavaliere. Se non si prende atto di questo scenario, se non si fa lo sforzo collettivo di fare un passo verso il futuro, avendo il coraggio di non voltarsi più indietro, anche il governo Monti rischia di essere un episodio in una storia crudele. Tra poco più di un anno il Paese sarà chiamato al voto. Non è possibile immaginare uno scenario di fazioni armate fino ai denti con la magistratura che seleziona la classe dirigente – di destra e di sinistra – a colpi di inchieste. È giunta l’ora di sotterrare l’ascia, accendere il calumet della pace e voltare pagina. Mario Sechi, Il Tempo, 26 febbraio 2012

