GLI ANTI BERLUSCONI SCHIAVI DEL PERBENISMO, di Giuliano Ferrara

Pubblicato il 12 febbraio, 2012 in Il territorio | Nessun commento »

Leggere Lolita a Teheran va bene, ma leggere Viroli a Roma è uno spasso, specie di questi tempi. Maurizio Viroli è quel che si dice un «intransigente », o almeno L’intransigente è il titolo del suo ultimo pamphlet pubblicato con Laterza.

Ingrandisci immagine

Viroli è uno studioso, un intellettuale schierato con il demi monde che legge Kant la sera e disprezza chi guarda la tv. Odia da sempre Berlusconi, giudica servi coloro che lo hanno sostenuto, e filosofeggia da anni con molta apparente convinzione

e poco brio su un’Italia dominata da un regime onnipotente, assoggettata a un’oppressione profonda, che entra come un morbo letale nelleviscere di uno sventurato bordello di paese e di popolo dai quali la virtù è esiliata nel cuore puro dei puri più puri. Scemenze, naturalmente, e ancora più risibili come scemenze in quanto ammantate di accademismo, sussiego, autoreferenzialità, sordido narcisismo delle élite (definizione che prendo in prestito da uno studioso serio di sinistra, il professor Franco Cassano autore de L’umiltà del male , sempre per Laterza).

A tre mesi dalle dimissioni di Berlusconi,nell’Italia in cui«il processo democratico è stato sospeso per consentire a un tecnocrate non eletto di perseguire politiche impossibili da varare per gli eletti del popolo» (Michael Schuman, Time Magazine ,Intervista a Mario Monti ), non è male dare uno sguardo al trattatello che ci rifila il mantra della millenaria oppressione italiana, la servitù volontaria pervasiva e diffusa che il regime di Berlusconi, onnipotente e non combattuto dalla sinistra istituzionale, ha fondato e fatto prosperare con la complicità dei cittadini e di tutti i transigenti della zona grigia. Prima il fascismo, poi il Cav. hanno costruito questa schiatta di servi, questa razza di ruffiani, questa orribile accozzaglia di immoralisti naturali insanguati da una genetica antica e dalle sue robuste, immarcescibili radici.

Berlusconi se ne è andato una sera di sabato, senza ancora avere avuto un voto contrario dalle Camere, decisione concordata con il capo dello Stato, l’ex comunista Giorgio Napolitano, un patto tra gentiluomini che prevedeva, giusto o sbagliato, la sospensione del potere elettorale dei cittadini e un programma e uomini di emergenzatirati fuori dal fior fiore dell’ establishment accademico, bancario e burocratico del Paese. Per essere un regime erede del modello fascista di irregimentazione delle masse e di lobotomizzazione delle coscienze, l’esito è un po’ diverso, e il manualetto del solipsismo etico risulta veramente buffo. Gli italiani si sono divisi, una parte di loro ha festeggiato, un’altra parte ha messo il lutto, e forse la maggioranza ha alla fine accettato o sta accettando una misura di moderazione formale compensata da una forte cura economica, fiscale e anche pedagogica al termine di quelli che sono sembrati e in parte sono stati anni di eccessiva baldoria. In poco più di novanta giorni l’anima putrida di questo popolo di inservienti e mendicanti parrebbe riscattata, sulla scena internazionale non meno che nella autocomprensione della migliore stampa nazionale, da una ordinaria staffetta parlamentare.

Ordinaria? No, straordinaria. La sospensione del processo democratico, evidente a Time Magazine e ad alcuni di noi, dovrebbe anzi essere il punto di partenza, per un politologo compos sui, di un ragionamento analitico che abbia almeno la presunzione di essere convincente sullo stato della democrazia nel Paese. Un sistema più efficiente o meno inefficace nel fronteggiare i guai della crisi finanziaria in cambio dell’autogoverno: questo il baratto spericolato. Un professore accettato a Princeton, come questo stimatissimo ricercatore, dovrebbe sapere quanto è caro agli americani, solo per fare un esempio, l’autogoverno dei cittadini. Se dopo Pear Harbor, e non è che la situazione fosse migliore di quella dello spread a 570 punti, qualcuno avesse proposto di sostituire il presidente Roosevelt con un tecnico della contraerea lo avrebbero direttamente ricoverato nel più vicino nosocomio.

Dai guitti agli editorialisti assoggettati alla servitù volontaria del perbenismo e del conformismo, Viroli non è solo. Il suo trattatello è particolarmente sfortunato perché è stato scritto prima della svolta. Le vanità che contiene, la sua supponenza, la sua fatuità grandiloquente fanno sorridere perché certificano, guai per lui e per i suoi sodali,l’incongruenza del pregiudizio politico, e la stupidità irrimediabile dell’analisi. Quello di Berlusconi non era un regime tirannico, era un governo eletto dal popolo al quale è succeduto un esecutivo di sospensione della democrazia, un cambio di passo volontario, un atto di libertà volontaria nel segno del più puro pragmatismo cinico all’italiana. Solo la sottomissione, anch’essa volontaria, alle stolide iperboli di una cultura dell’intolleranza può aver prodotto un libello tanto comico. Con la dissennatezza del poi. Giuliano Ferrara, Il Giornale, 12 febbraio 2012

ELEZIONI AMERICANE: IL REPUBBBLICANO ITALO AMERICANO SANTORUM IN TESTA NEI SONDAGGI FEDERALI

Pubblicato il 11 febbraio, 2012 in Il territorio, Politica estera | Nessun commento »

Rick Santorum

WASHINGTON – Continua il momento di grazia di Rick Santorum, l’ex senatore della Pennsylvania, dopo il trionfo nelle ultime tre primarie repubblicane in Colorado, Missouri e Minnesota. Il candidato cattolico ultraconservatore non solo sta incassando ingenti somme di denaro per la sua campagna elettorale, ma è passato in testa, staccando Mitt Romney, l’ex Governatore del Massachusetts, anche al livello nazionale tra i candidati del Grand Old Party (Gop) per la presidenza degli Stati Uniti. Secondo l’ultimo sondaggio di Public Policy Polling, per la prima volta dall’inizio della battaglia per la nomination repubblicana l’ex senatore della Pennsylvania è in pole position, con il 38% di popolarità calcolata a livello federale.

Secondo, ma a grande distanza, c’é Mitt Romney fermo con il 23%. Terzo Newt Gingrich, l’ex speaker della Camera, con il 17%.

Ultimo Ron Paul, il candidato libertario, con il 13%. In un eventuale scontro diretto, sempre secondo la stessa inchiesta, Santorum batterebbe seccamente Romney, 56% a 32%. Gli elettori del Gop ormai identificano Santorum come il vero conservatore. E facendo due conti, se i suoi voti venissero sommati a quelli di Gingrich dopo un suo eventuale abbandono l’ex senatore si troverebbe al 55%. Tanto che David Axelrod, il braccio destro di Obama ha commentato su Twitter: “Chi avrebbe immaginato, appena sei settimane fa, che Romney avrebbe sperato nel Caucus del Maine per cercare il rilancio. Assolutamente incredibile!”. In Maine le assemblee primarie, tradizionalmente considerate irrilevanti, sono in calendario il 26 febbraio. E dire che l’ex governatore del Massachusetts, impegnato in questi giorni a WAshington come tutti i leader repubblicani alla Conferenza annuale della destra americana del Cpac, ha fatto di tutto per far dimenticare il suo moderatismo. Un cronista della Abc s’é divertito a seguire il suo intervento di ieri a questo grande appuntamento politico, scoprendo che ha pronunciato la parola “conservatore” la bellezza di 29 volte in un discorso di 26 minuti, oltre una volta al minuto, una media da record. Brutte notizie per il miliardario mormone, anche sul fronte della rete. Tutti gli osservatori dicono che queste elezioni saranno ricordate per essere le prime in cui i social network hanno avuto un ruolo gigantesco. Fonte ANSA, 11 febbraio 2012

………………Alla faccia dei Monti, Fornero e Cancellieri, ecco un esempio della laboriosità  e dello spirito di avventura degli italiani. Santorum è figlio di un italiano emigrato con la valigia di cartone in America nel secolo scorso, quando in Italia c’era poco pane e nessun campanatico, per cui chi aveva avuto la sfortuna di nascere in famiglie poco abbienti e senza speranza di trovare un posto nella pubblica amministrazione, come è capitato ai suddetti personaggi e, come scrive Panorama,  anche ai loro figli e nipoti, doveva scegliere se morire di fame in Italia oppure emigrare. Il padsre di Santorum emigrò e  così fecero milioni di italiani e tanti di loro in America hanno trovato una seconda Patria che essi hanno onorato come fosse la loro, quella che si era mostrata, suo malgrado, matrigna. Non sappiamo se Santorum,  che è agli inizi della corsa per la nomination repubblicana per le presidenziali del prossimo novembre,  riuscirà a vincere la competizione e a risultare il  candidato repubblicano  contro il liberal Obama, ma non possiamo non tifare per lui. Per due ragioni. Primo,  perchè è conservatore  e i conservatori, come insegnava Giuseppe Prezzolini, sono i veri progressisti e da loro ci si può aspettare coraggio e creatività  nella continuità. Sec0ndo,  perchè è l’ italo americano che un bel giorno di una ventina di anni fa, inaspettato, si presentò a casa dei parenti italiani di suo padre, a Riva del Garda,  per rivendicare con orgoglio la sua italianità e le sue origini popolari. E sarebbe il primo italiano a correre come candidato presidente  per la Casa Bianca (Geraldine Ferraro nel 1988 era candidata alla VicePresidenza e Rudolfh Giuliani nel 2008 si ritirò dalla corsa prima della convention repubblicana)   e , chissà, anche a vincere. Di certo non gli mancheranno i voti di tutti gli italo americani d’America che in lui potrebbero ritrovare il mitico e indimenticato Fiorello La Guardia, anch’egli repubblicano, il primo italiano a ricoprire per ben 4 mandati  la prestigiosa carica di sindaco di New York. g.

ALTRO CHE DARCI PAGELLE: I VERI MAGLIARI SONO GLI USA, di Vittorio Feltri

Pubblicato il 11 febbraio, 2012 in Politica, Politica estera | Nessun commento »

Mario Monti sulla copertina di Time , grande settimanale statunitense (e internazionale), è motivo di soddisfazione. Il titolo poi che accompagna l’immagine suona come un complimento per il nostro Paese: «Può quest’uomo salvare l’Europa? ».

Mario Monti e Barack Obama

Mario Monti e Barack Obama
Ingrandisci immagine

Ce lo auguriamo davvero. Ma ci accontenteremmo che riuscisse a salvare l’Italia, cosa niente affatto scontata, visto che la crisi dalle nostre parti è particolarmente grave. Vabbè, sperare non costa niente.

L’accoglienza riservata al premier negli Usa è stata ottima, fa bene al morale, ma non va sopravvalutata. Anche Silvio Berlusconi, d’altronde, quando alcuni anni fa parlò al Congresso venne applaudito a lungo, eppure la cosa non gli portò fortuna. Sappiamo come la sua ultima esperienza a Palazzo Chigi è andata a finire: bruscamente interrotta causa una serie di problemi, primo fra i quali le difficoltà italiane con lo spread, e sorvoliamo sul terremoto borsistico. Ma non è questo il punto.

Ciò che in questi giorni ci ha sorpresi è la sfacciataggine con cui l’America si arroga il diritto di dare le pagelle ad altre nazioni, inclusa la nostra. Come si permette di stare in cattedra, quando sono risapute e accertate le sue colpe nel disastro finanziario globale che ha ridotto a malpartito quasi tutte le economie? O ci siamo dimenticati di quanto accadde a New York nel 2008? Banche che saltavano per aria, titoli tossici che imperversavano suscitando scandalo e preoccupazione, società finanziarie che fallivano, migliaia di funzionari licenziati in tronco che abbandonavano l’ufficio con i loro scatoloni divenuti simbolo di fallimento e disoccupazione.

Il giudizio degli esperti fu unanime: la tragica bolla, provocata da eccessi speculativi e da un capitalismo corrotto e spregiudicato, si era gonfiata ed era esplosa proprio lì, negli Stati Uniti. Altro che finanza creativa. Eravamo di fronte a un fenomeno di cattiva gestione del denaro, a un vero imbroglio su vasta scala, a una specie di catena di Sant’Antonio che penalizzava gli ultimi acquirenti di prodotti avvelenati, pezzi di carta cui era attribuito un valore in realtà inesistente. Anche i nostri istituti di credito avevano abboccato alle lusinghe dei truffatori statunitensi, che promettevano lauti guadagni (interessi elevati) sul nulla, e comprato schifezze poi girate ai loro clienti come fossero pepite. Un disastro illimitato che ha travolto tutto il Vecchio continente, messo in ginocchio l’Inghilterra (con la sua boria di capitale europea della finanza) e via via tutta la Comunità europea, Italia inclusa.

È noto che la responsabilità del crac è degli States, dell’economia basata sul debito, sulle carte di credito usate come cambiali senza scadenza, sui mutui ipotecari concessi a chi non aveva mezzi per pagare le rate. Il peggio del peggio recava il marchio «made in Usa». Con che coraggio, a distanza di qualche anno, gli Stati Uniti si impancano a giudici e distribuiscono attestati di affidabilità a questo o a quel Paese?

Ieri, tra l’altro, il nostro presidente del Consiglio è stato posto sotto esame da Wall Street, come se fosse lui a doversi giustificare dei guai che rendono difficoltosa la ripresa nella Ue. Siamo all’assurdo. Al controsenso.

A rigor di logica sarebbe Monti autorizzato a processare gli americani per i pasticci che hanno combinato, anche a nostro danno, e non viceversa. Non accettiamo lezioni dai magliari. Rifiutiamo di salire sul banco degli imputati se a emettere le sentenze sono coloro che andrebbero condannati. Vittorio Feltri, il Giornale 11 febbraio 2012

……………E Monti, beatamente, ha accettato le promozioni, sue!, da parte del capo dei magliari, cioè Obama. E Monti dovrebbe salvare l’Italia e addirittura salvare l’Europa? Barzellette. g

ATENE BRUCIA, QUALCUNO SPEGNI L’INCENDIO

Pubblicato il 11 febbraio, 2012 in Politica | Nessun commento »

La cancelliera tedesca Angela Merkel Quando la neve si sarà sciolta e il polverone sul grande gelo si sarà abbassato, lo sguardo dell’opinione pubblica dovrà posarsi su uno scenario ben più pericoloso per il nostro futuro: la rivolta in Grecia e il crac dell’Europa. La Germania ha imposto la sua linea all’Unione e il suo diktat ad Atene dando cinque giorni di tempo al governo per accettare un piano di risanamento che definire di lacrime e sangue è insufficiente. Secondo i piani tedeschi i greci devono impiccarsi con le loro mani. Ma nessuno è disposto ad offrire docilmente la testa al boia e Berlino questo sembra non averlo ancora realizzato. Alla cancelliera Merkel stanno a cuore i bilanci delle banche tedesche (che hanno in pancia debito pubblico greco) ma dimentica che poi esistono i popoli e le rivoluzioni. La situazione in Grecia è drammatica e stupisce come i parrucconi di Bruxelles non abbiano compreso che si va a grandi passi verso una rivolta sociale dagli esiti fasciocomunisti. Le dimissioni in massa dal governo di quattro ministri dell’estrema destra e di un socialista sono macigni. Il primo ministro Papademos dice che la Grecia non può permettersi il default. Vero. Ma non può neppure andare davanti al plotone d’esecuzione sorridendo e dicendo grazie all’Europa. Atene ha commesso errori colossali, truccato i bilanci, mostrato irresponsabilità. Ma poi esistono le persone. E quando hanno fame di solito bruciano la casa di chi le affama. Quel che sta accadendo riguarda molto da vicino tutti noi. La tentazione di mettere anche l’Italia sotto l’ombrello di un intervento del Fondo monetario internazionale esiste e se la crisi del debito continua e la Grecia piomba nel caos, anche il peggiore scenario diventa una possibilità. Monti è un interlocutore credibile per la business community, ha intercettato un interesse concreto degli Stati Uniti a mettere la Merkel di fronte alla realtà della crescita e non solo a quella del rigore, ha varato una prima manovra di tasse pesante, recessiva ma ineludibile, ora però deve stare attento a non cascare nel trappolone egemonico dei tedeschi. La Merkel non cederà di un millimetro sulla linea dell’austerità costi quel che costi, Sarkozy non potrà far altro che seguirla per ragioni di debolezza elettorale (in Francia si vota per le presidenziali) e il resto d’Europa ha ben poco da dire. Ma per uno di quei paradossi della Storia, c’è il grande malato di debito pubblico, c’è l’Italia, terza economia del Vecchio Continente, Paese fondatore dell’Ue, che in questa partita può avere un ruolo decisivo e positivo. Non assecondando la condotta suicida della Merkel, ma portandola verso posizioni più ragionevoli. I tedeschi hanno perso il contatto con la terra, qualcuno deve riportarli in fretta alla base. Atene brucia, Berlino ride, Roma spenga l’incendio. Mario Sechi, Il Tempo, 11/02/2012

.…..Tutto giusto quel che dice Sechi ma c’è un ma. Non è Monti l’uomo capace di fermare la Merkel, troppo moliccio e anche troppo vanesio e facile da prendere in giro. Del resto ad Obama è bastato poco per farlo. E’ bastato investire Monti dell’incarico di fermare la Merkel. Obama che non è bravo ma non è nemmemo fesso ha capito che Monti è l’uomo che si presta volentieri a fare  il lavoro sporco come quello che sta facendo in Italia per incarico dei partiti che non ne hanno avuto il coraggio ed il fegato. Ma una cosa è fare il lavoro sporco a danno degli italiani, un’altra è farlo contro la Merkel. Per cui c’è il rischio di perdere tempo e di ritrovarci nel bel mezzo di una esplosione difficile da dominare, con i greci che sono alla canna del gas e la Merkel che oggi nelle piazze della Grecia è stata accostata ad Hitler, un Hitler che non usa i carri armati e le camere a gas ma l’arma ancor più potente e letale: la fame. g.

E MONTI BOCCIA GLI ITALIANI, di Alessandro Sallusti

Pubblicato il 10 febbraio, 2012 in Politica | Nessun commento »

Mario Monti sbarca in America e Obama lo riceve con gli onori che spettano a un premier italiano. Per l’occasione il settimanale Time gli dedica la copertina con il titolo: «Può quest’uomo salvare l’Europa?».

Monti e Obama alla Casa Bianca

Monti e Obama alla Casa Bianca
Ingrandisci immagine

Nell’intervista all’interno lui, oltre a dare merito a Berlusconi di comportarsi come statista, risponde che ha come missione «cambiare il modo di vivere degli italiani». La prima domanda è impegnativa, anche se in queste ore, per la verità, il suo governo fatica a salvare gli italiani dalle nevicate, complice lo scellerato smantellamento della Protezione civile voluto dall’asse sinistra-magistrati.

Sul cambiare gli italiani sono scettico. La frase è ambigua. Cosa intende Monti? Entrare oltre che nelle nostre banche anche nelle nostre vite? Trasformare l’Italia in una grande scuola di etica a cielo aperto? Spero di no, ma sta di fatto che evidentemente noi italiani a Monti così non piacciamo, e da professore quale è ci dà una bella insufficienza, per di più su una pagella, Time , internazionale. Io non credo che i problemi di questo Paese siano gli italiani, i cui non pochi vizi sono per la maggior parte una legittima difesa da uno Stato, quello sì, arruffone, arrogante e inetto. Dalla violenza con cui Vittorio Emanuele II ha unito l’Italia in poi è stato tutto un braccio di ferro tra Stato e cittadini condito da un assistenzialismo buono solo a comperare consenso politico. È vero, non tutti pagano le tasse, ma per prima cosa si dovrebbe affrontare il problema di uno Stato ancora oggi ladro, per la quantità di soldi che ruba dalle nostre tasche con tasse esorbitanti. Va cambiato uno Stato che applica interessi da strozzino a chi non paga una multa ma che paga a tre anni i suoi cittadini fornitori. Va cambiato uno Stato che strapaga politici e burocrati ma che tratta da pezzenti gli insegnanti, vera classe dirigente di un Paese. L’elenco sarebbe infinito, e una cosa è certa. Se usciti sconfitti e con le pezze al sedere dalla Seconda guerra mondiale siamo diventati l’ottava potenza al mondo, il merito è solo degli italiani, non certo di chi li ha governati.

Se Monti vuole davvero cambiare il Paese, non provi a cambiare gli italiani, li lasci anzi liberi, non li costringa, per sfuggire a nuovi lacci e soprusi, a essere ancora più furbetti. Cambi invece, e velocemente, lo Stato, approfitti di una situazione politica unica e forse irripetibile. Su questa strada, e spero che questo in realtà intendesse dire, lo seguiremo e sosterremo senza riserve. Anzi, gli saremmo pure grati. Alessandro Sallusti, Il Giornale 10 febbraio 2012

….No, egregio Direttore Sallusti, mica è vero che lo Stato, questo Stato, paghi poco gli insegnanti, li paga anche troppo bene, naturalmente però mica tutti, non gli insegnanti che dagli asilo nido ai licei educano, preparano, formano i ragazzi, i futuri cittadini di questo Paese. Questi  li paga poco, anzi pochissimo, quanto nemmeno un ciabattino, con tutto il rispetto che si può nutrire per l’onorata e ormai scomparsa professione del ciabattino. Paga molto invece i fortunati, quelli alla Monti, i bococniani,  come lo sfigato viceministro dell’Istruzione, a 29 anni docente ordinario all’Università grazie ad un concorso iniziuato con 8 concorrenti e  finito, guarda caso,   con lui unico concorrente. A questi lo Stato paga bene e riserva ogni provvidenza e beneficio, garantendo ogni vantaggio possibile. Ma non  sono questi che  Monti, con un’altra squallida gaffe, vuol cambiare: lui vuole cambiare la massa, cioè tutti quelli che si alzano la mattina, vanno a lavorare, tirano la carretta familiare, educano i figli, insegnano loro i valori della lealtà e dell’onestà e credono fermamente che ciò è quello che bisogna fare. Sono questi che Monti, dall’alto della sua spocchia e della sua neppure velata quanto presunta superiorità, vuole cambiare, perchè si adattino al ruolo di servi, che siano  solo delle macchinette, non autorizzate pensare ma solo ad obbedire. E tanto per esser chiari professa questo suo malcelato programma dinanzi a mr. Obama cioè dinanzi a colui che è il primo responsabile della crisi finanziaria mondiale che ha investito il mondo occidentale. E’ partita dagli Stati Uniti la crisi, dalle nefandezze compiute dalle grandi banche americane, di cui lo stesso Monti è stato consulente strapagato, ed è stato Obama a non essere all’altezza della crisi, aggravandola con le misure probanche americane che ha adottato, totalmente incapace di intravedere quali sarebbero state le conseguenze sopratutto per l’euro che non avendo come il dollaro alle spalle un governo politico  e una banca centrale,  sarebbe stato facilemente preda degli speculatori, come poi è puntualmente accaduto. Sono suonate come sirene alle orecchie del presidente americano  le parole di Monti di di totale genuflessione agli interessi americani, compresa la promessa che cambierà gli italiani. Non si illuda Monti. Non solo non ne avrà il tempo, perchè  è il suo  che sta  per scadere, non appena avrà finito di fare il alvoro sporco che i partit gli hanno commissionato,  ma sopratutto gli italiani,  che,  come ricorda Sallusti,  sono riusciti, dalle macerie della guerra a trasformare questo Paese, privo tra l’altro di materie prime e senza che ci fosse nessun Monti del mondo a governarlo,  nella ottava potenza industriale del mondo, sapranno compiere l’ennesimo miracolo e riusciranno ad uscire dalla crisi, senza trasformarsi negli automi che vorrebbe fossero il signor Monti. E chissà che non riescano anche a libearsi della peggiore casta del mondo, quella dei politici della seconda repubblica. g

10 FEBBRAIO: GIORNO DEL RICORDO

Pubblicato il 9 febbraio, 2012 in Il territorio | Nessun commento »

Questo è il Monumento posto all’ingresso della Foiba di Basovizza, vicino a Trieste, la più grande delle tante nelle quali trovarono la morte migliaia di istriani, dalmati e fiumani, durante e dopo la fine della seconda guerra mondiale per mano dei sanguinari partigiani  comunisti agli ordini di Tito che ordinò il genocidio etnico degli italiani di quelle terre,  uomini, donne e  bambini. Per oltre  50 anni questa immane tragedia fu tenuta nascosta per ragioni politiche e solo negli ultimi anni è stato sollevato il velo dell’oblio e del silenzio che  era stato steso sui massacri titini. Nel 2004 il Parlamento italiano,  per rendere parziale giustizia alle vittime della ferocia comunista,  ha istituito il Giorno del Ricordo che si celebra tutti gli anni il 10 febbraio. Ricordiamo  con immenso rispetto gli Italiani che senza alcuna colpa se non quella di essere italiani residenti  al confine con la Iugoslavia furono trucidati e talvolta gettati vivi nelle foibe carsiche e ci inchiniamo reverenti alla Loro Memoria e ci uniamo commossi al mai sopito dolore e ricordo dei Loro familiari.

Sulle Foibe è intervenuto anche il presidente Napolitano che se l’è presa con le “derive nazionalistiche europee”. Non è così e gleilo scrive Marcello Veneziani sul Giornale di oggi. Ecco l’intervento di Veneziani.

Le foibe? Presidente Napolitano, furono i comunisti!

Presidente Napolitano, mi dispiace, ma non ci stiamo. Ricordando ieri le foibe lei se l’è presa con «le derive nazionalistiche europee», attribuendo a esse l’eccidio di migliaia di istriani, dalmati e dei partigiani bianchi.

Ma le cose, lei lo sa bene, non stanno così. L’orrore delle foibe fu perpetrato dai partigiani comunisti di Tito con l’appoggio del comunismo mondiale e dei comunisti italiani. Lei non ha mai citato il comunismo a proposito delle foibe.

È come se nella giornata della Memoria, celebrata pochi giorni fa, non citassero mai il nazismo ma se la prendessero con il comunismo. Certo, il nazionalismo fu una delle causeche inasprì i rapporti sui confini orientali; così come è noto che l’Unione Sovietica dette una mano a Hitler nella caccia e nello sterminio degli ebrei. Ma in entrambi i casi non si può tacere il principale colpevole e va citato per nome: il nazismo per la shoah e il comunismo per le foibe o per i gulag.

Lo sterminio degli italiani e la loro espropriazione obbedì a una triplice guerra: la guerra del comunismo contro l’Italia fascista, poi la guerra dei proletari comunisti contro i benestanti borghesi, quindi la guerra etnica contro gli italiani. Non salti i due precedenti passaggi e abbia l’onesto coraggio di chiamare i sicari per nome: furono comunisti. Il nazionalismo in questo caso c’entra assai meno, tant’è vero che i collaborazionisti di Tito furono anche i comunisti italiani. Con tutto il rispetto che merita, e persino la simpatia, non ricada nel dimenticazionismo. Marcello Veneziani

NON RIAPRITE LA TERZA CAMERA, di Mario Sechi

Pubblicato il 9 febbraio, 2012 in Giustizia, Politica | Nessun commento »

Se un medico sbaglia, paga. Se un ingegnere dà i numeri e provoca il crollo di un palazzo, viene processato. Se un direttore di giornale pubblica una notizia diffamante, viene chiamato in giudizio insieme all’autore dell’articolo. Tutte le professioni fanno i conti con un sistema di norme che regolano la responsabilità e il risarcimento dell’eventuale danno arrecato. Tutti, tranne i magistrati. Nonostante un paio di sentenze affermino che le toghe italiane sono iperprotette rispetto agli standard del Vecchio Continente, la magistratura associata non accetta una riforma sacrosanta e in Parlamento assistiamo a un dibattito tra i partiti che ha le ragnatele.
Il governo ha fatto bene ad aprire un dialogo con l’Anm e l’Avvocatura, ma deve essere equilibrato e non commettere l’errore di arrendersi di fronte al diktat dei giudici. Se cede, allora si apre un problema di credibilità dell’esecutivo di fronte a uno dei poteri che negli ultimi vent’anni ha fatto (e soprattutto disfatto) politica in tutti i sensi. Le aule dei tribunali e il Consiglio superiore della magistratura hanno funzionato contro ogni regola costituzionale da «terza Camera» e le leggi sono state di volta in volta modificate o addirittura buttate nel cestino. Qualsiasi tentativo di riforma dell’ordinamento giudiziario è stato stravolto. Il problema ha riguardato tutti i governi che si sono succeduti nell’ultimo ventennio.

Non possiamo avere una «pax parlamentare» e poi lasciare che il settore della Giustizia sia uno Stato nello Stato, un protettorato che gode dell’extraterritorialità, applica la legge interpretandola come meglio crede, ma non accetta di esservi sottoposto. È una forzatura fuori dal tempo e dalla storia. È la cronaca a richiamare un intervento legislativo urgente. L’ultima di ieri: un broker di 32 anni condannato in primo grado a 26 anni per l’infanticidio del figlio della compagna di 8 mesi. Ieri è stato assolto in appello dalla Corte d’Assise di Genova per «non aver commesso il fatto». Giovanni Antonio Rasero era in carcere da un anno. E la Procura Generale aveva chiesto l’ergastolo. È un caso come tanti, lontano dal Palazzo e proprio per questo esemplare. Non bisogna pensare né alla casta politica né a quella togata, ma semplicemente ai cittadini e al buon nome della Giustizia. Mario Sechi, Il Tempo, 09/02/2012

.……………Il presidente dell’ANM ha detto che sottopporre i magistrati al rigore della legge in materia di responsabilità civile  e personale per gli erorri commessi, con dolo, nell’esercizio delle funzioni,  significa ricattarli e sulla scorta di questo che è davvero un ricatto ha preteso che il Senato, auspici il signor Monti e la signora ministro della giusitizia,  modifichi il voto della Camera sull’applicazione della direttiva europea in materia di responsabilità civile dei magistrati che devono pagare quando sbagliano, con dolo, come tutti, verso i cittadini, vittime, per dolo,  dei loro  errori. Rispetto a ciò le argomentazioni di Sechi che sono di buon senso come di buon senso è pretendere che i magistrati siano uguali a tutti gli altri cittadini di fronte alla legge conta poco. Conta molto invece che chi pontifica sulla equità e sul rigore equamente distribuiti fra tutti,  si schieri apertamente  a favore di chi pretende per sè un trattamento meno equo e meno rigoroso.   Ciò è non solo grave, ma immorale. Ma chi glielo dice a Monti e al suo ministro della giustizia? g.

ECCO COME IL VICEMINISTRO NON SFIGATO E’ DIVENTATO DOCENTE UNIVERSITARIO ORDINARIO A 29 ANNI

Pubblicato il 8 febbraio, 2012 in Costume | Nessun commento »

Nel numero in edicola da domani, giovedì 8 febbraio, il settimanale Panorama ricostruisce nei dettagli come si è svolto il concorso per professore ordinario bandito dall’Università di Siena e vinto oltre otto anni fa dal viceministro al Lavoro, Michel Martone (il nome francese è una chicca che non si possono permettere gli sfigati…)

Il concorso era iniziato l’11 gennaio 2002 e si era concluso il 9 luglio 2003: era durato pertanto più di un anno e mezzo, tanto da richiedere una proroga. Sono state proprio queste lungaggini a permettere ad altri sei docenti, i concorrenti di Martone per il posto a Siena, di diventare ordinario in altre sedi. E di ritirare così la loro candidatura a Siena, lasciando campo libero a Martone. Ecco la ricostruzione dei fatti e delle date, nell’articolo pubblicato da Panorama.

MICHEL MARTONE

Un concorso della Lum di Bari, cui prende parte uno dei concorrenti di Martone, si conclude il 22 ottobre 2002. Un altro dell’Università del Molise, con due posti, termina una settimana prima. Il 30 ottobre 2002 parte poi un concorso dell’Università di Modena, cui partecipa un’altra possibile contendente del viceministro: e anche quella cattedra viene assegnata molto velocemente, in tre mesi e mezzo, il 10 febbraio 2003. A quel punto quattro concorrenti sono usciti di scena.

Ma sulla strada di Martone restano due candidati. Marco Marazza decide di ritirarsi e poco dopo vincerà un posto a Teramo. L’ultimo ostacolo è Gianni Arrigo, ma anche lui rinuncia. Così, una defezione dopo l’altra, l’enfant prodige del governo Monti vince la cattedra il 9 luglio 2003: ordinario a 29 anni. da DAGOSPIA 8 febbraio 2012

“SIAMO MINUS QUAM MERDA”: LA RIVOLTA DEI PARLAMENTARI CONTRO IL GOVERNO DEI TECNICI

Pubblicato il 8 febbraio, 2012 in Giustizia, Politica | Nessun commento »

Urla, insulti, bagarre. Le barricate dei lumbard si sono fatte subito sentire non appena il governo ha posto alla Camera la fiducia sul decreto “svuota carceri”.

Carceri sovraffollate

Non appena il ministro per i Rapporti con il Parlamento Piero Giarda ha formalizzato in Aula la questione di fiducia chiesta dall’esecutivo per la conversione del decreto, dai banchi della Lega Nord è piovuta una salva di fischi. Il governo è stato ricoperto da grida di disapprovazione e cori “Vergogna, vergogna”. Tanto che Rocco Buttiglione, presidente di turno di Montecitorio, si è visto costretto a interrompere i lavori.

“La richiesta di fiducia posta dal governo  è vergognosa”, tuona il vicepresidente dei deputati del Carroccio, Maurizio Fugatti. Il pacchetto del ministro della Giustizia Paola Severino punta alla riforma e velocizzazione della giustizia civile. Tra le varie misure presentate lo scorso dicembre l’esecutivo ha previsto la possibilità di “un’uscita progressiva dal carcere per 3300 detenuti che potranno usufruire, negli ultimi diciotto mesi della pena da scontare, degli arresti domiciliari”. Una proposta che è stata subito ribattezzata “svuota carceri”. Oggi le proteste dei leghisti e dell’Italia dei Valori. Il capogruppo del Carroccio a Montecitorio, Paolo Dozzo, ha parlato di “scandalo” accusando il governo di esautorare il parlamento: “Noi siamo nettamente contrari perché siamo per la certezza della pena”. Anche Fugatti ha accusato “il governo dei tecnici” di “non rispettare la volontà popolare sia in Aula che nelle televisioni”. Durissimi anche alcuni esponenti del Pdl. Maurizio Bianconi ha denunciato: “Mettono la fiducia e se ne vanno, ci trattano come merda, siamo minus quam merdam”.

Il Guardasigilli ha provato a spegnere le polemiche assecondando le accuse dei leghisti, ma ha comunque ribadito che la fiducia resta una necessità. “I termini scadevano il 20 – ha ricordato la Severino – il problema è dunque esclusivamente legato ai tempi e i presupposti di necessità e di urgenza c’erano tutti”. il Guardasigilli ci ha tenuto, comunque, a ribadire con forza il fatto che “nessun delinquente pericoloso sarà lasciato libero di camminare sulle strade italiane”. Il dl “svuota carceri” contempera, infatti, le esigenze di difesa sociale con quelle di allentamento della situazione delle carceri sovraffollate. “Se un magistrato riterrà socialmente pericolosa una persona – ha spiegato il Guardasigilli – ne prevederà la detenzione in carcere”. Il voto si svolgerà domani a mezzogiorno. La capigruppo di Montecitorio ha anche già fissato a martedì della prossima settimana il voto definitivo sul ddl di conversione del decreto. Andrea Indini, Il Giornale, 8 febbraio 2012

.………….Noi siamo con la Lega e anche con l’IDV e anche con i parlamentari che si sono sentiti trattare come “merda” dal governo dei tecnici che da quando si è insediato ha governato solo e soltanto con decreti  d’urgenza trasformati in leggi ricorrendo alla fiducia  senza che il Parlamento sia stato posto nelle condizioni di esercitare il suo mandato. E’ accaduto per i provvedimenti riguardanti l’economia che ora, dice Monti, il veggente, pare sia uscita dalla crisi perchè glielo assicurano la Merkel e Sarkozy, i suoi padroni, provvedimenti sui quali, senza che nulla abbia avuto a ridire il re e imperatore Giorgio 1°, il govenro ha posto la fiducia costringendo il Parlamento ad accettare senza discutere o cambiare. Lo sta facendo anche su quesitoni che non riguardano l’economia ma la vita quotidiana della gente come per esempio la messa in libertà – gli arresti domiciliari sono una barzelletta – di migliaia di detenuti già condannati i quali potranno fare a casa, comodamanete, e magari ritornando a deliquere,  gli ultimi 18 anni della pena. Sul decreto in discusisone in Parlamento come rendiconta Indini il ministro Severino, d’intesa con il governo, ha posto la fiducia: prendere  o lasciare, senza discutere, approfondire, verificare, tener conto del danno in prospettiva che si può arrecare alla gente perbene vittima ogni giorno di violenze d’ogni genere da parte di delinquenti abituali che non scontano la pena e se la rideranno di uno Stato incapace di mantenere il più morale dei suoi impegni: i cittadini per bene devono essere difesi dai delinquenti. E fa ridere la assicurazione che fa il ministro secondo la quale i magistrati vaglieranno le singole posizioni e faranno rimanere in galera quelli socialmente pericolosi. Ma in galera ci sono proprio perchè socialmente pericolosi, perciò quella del ministro  è una toppa che invece di chiudere un buco apre una falla. g.

CON BERLUSCONI E’ CACCIA ALL’UOMO, di Alessandro Sallusti

Pubblicato il 8 febbraio, 2012 in Giustizia, Il territorio, Politica | Nessun commento »

Per una volta un pm aveva chiesto di non processare Berlusconi perché dopo lunghe indagini non aveva trovato prove né indizi a suo carico.

Silvio Berlusconi

Silvio Berlusconi

Ma niente, non è bastato. Il giudice ha deciso che l’ex premier deve finire sotto processo, il quarto che si celebra in contemporanea al tribunale di Milano. Il caso è quello della prima intercettazione telefonica della storia sulla quale i magistrati hanno indagato per capire come fosse sfuggita al segreto. Ovviamente riguarda un esponente della sinistra, precisamente Fassino, all’epoca dei fatti segretario del Pd. «Abbiamo una banca! », esultò al telefono con il suo amico Consorte appreso che Unipol (braccio finanziario del Pd) si stava prendendo la Banca nazionale del lavoro. La frase, intercettata nell’ambito di una inchiesta che coinvolgeva Consorte, non venne ritenuta importante, guarda caso, dai pm di Milano. Noi del Giornale ne entrammo in possesso e la pubblicammo. Fu uno scandalo, perché non è bello sapere che un partito compera una banca. L’operazione andò a rotoli, sinistra e pm si infuriarono con noi,misero sotto accusa l’editore del Giornale , Paolo Berlusconi, e il fratello Silvio per aver avuto un ruolo, sia pure passivo, nella vicenda della fuga di notizie.

Il premier ha sempre negato, le prove non ci sono come ammette lo stesso pm, ma il processo si deve comunque fare. Evidentemente la pace sociale è ancora lontana, nonostante le dimissioni da premier e la leale collaborazione con il nuovo governo.

E qui,oltre all’accanimento,c’è pure la beffa. Fa sorridere che l’uomo più illegalmente intercettato d’Italia, le cui conversazioni anche private sono finite sui giornali senza alcun filtro giudiziario, debba finire sotto processo per una intercettazione assolutamente vera che sbugiardava il leader della sinistra. E dire che Berlusconi voleva fare pure una legge per limitare le intercettazioni e vietarne la pubblicazione. Speriamo che qualcuno ne tenga conto. Alessandro Sallusti, Il Giornale 8 febbraio 2012

………………..La notizia l’avevamo già fatta oggetto di un nostro commento già ieri a proposito della ipotizzata mancata di gas proprio mentre imperversa il maltempo, ironizzando sulla probabile apertura di indagine su Berlusocni perchè amico di Putin da uci dipende l’azienda russa che fornisce il gas all’Italia, almeno una gran parte. Ma ci par eutle riproporre sul fatto la valutazione di Sallusti che ripropone l’amara rifelsisone sul fatto che in Italia non c’è segreto istruttorio che tenga in nessuna procura d’Italia ma l’unico a subire il rigore, diciamo così, delle Procur, e è Berlusconi. Come non possiamo essergli solidali? g.