DIMORA DI LUSSO A META’ PREZZO PER I PALADINI DEI SENZA TETTO

Pubblicato il 27 gennaio, 2012 in Costume, Politica | Nessun commento »

Sandro Medici, presidente del X Municipio di Roma Piazza Cavour, palazzo d’epoca, quarto piano sopra lo storico cinema Adriano, 150 metri quadrati, posto auto. La lussuosa dimora è stata aquistata nel 2010 al prezzo stracciato di 500mila euro. Poco più di 3.300 euro al metro quadro nel cuore di Prati, uno dei quartieri più chic della Capitale, dove i prezzi degli appartamenti al metro quadro partono minimo da 7.000 euro fino a superare, proprio in piazza Cavour, i 10.000. In questa casa signorile risiede dal 2005 il presidente del X Municipio Sandro Medici (Sel), paladino dei movimenti per la casa nella Capitale, l’uomo che nel 2007 requisì decine di appartamenti ai privati per evitare lo sfratto di altrettante famiglie opponendosi «all’avidità degli speculatori immobiliari che con arroganza vessano fino allo stremo famiglie povere e disagiate». Dal settembre del 2010, dopo 5 anni di affitto, Medici e la sua convivente possono risparmiare sul canone per dedicarsi al pagamento del mutuo di 350mila euro, ereditato dalla società venditrice, di proprietà di un noto impreditore romano particolarmente attivo nel campo immobiliare. Sandro Medici, giornalista e già direttore nei primi anni Novanta del quotidiano comunista Il Manifesto, a forza di combattere l’emergenza abitativa dilagante nella Capitale al fianco dell’amico e leader di Action, Tarzan – al secolo Andrea Alzetta – deve aver fatto tesoro di quelle esperienze «immobiliari». Deve invece aver preso un vero abbaglio l’amministratore della società che ha venduto l’appartamento per una cifra inferiore alla metà del suo reale valore di mercato, lasciando all’acquirente, per il prezzo di mezzo milione di euro, anche un posto per un’automobile nel cortile del palazzo. È più realistico credere che non si tratti di un affare – pur essendolo – ma semplicemente di un considerevole sconto. Per dovere di cronaca, è bene precisare che la compravendita è firmata davanti al notaio dalla signora L.S., con la quale il minisindaco convive come testimoniato anche dalla targhetta sulla cassetta della posta, a nome Sandro Medici.Matteo Vincenzoni, Il Tempo, 27/01/2012

…….Della serie: fai come dico e non fare come faccio. Protaginsita un esponente di SEL, il partito di Vendola, degno emulo del maestro che difende a spada tratta i suoi privilegi economici e di potere, affabulando solo la gente con i suoi discorsi inneggianti al bene comune ma facendo solo il suo. g

LO SCOPRE L’EURISPES: GLI ITALIANI NON HANNO FIDUCIA IN MONTI

Pubblicato il 26 gennaio, 2012 in Costume | Nessun commento »

L’istituto, ha reso noto  il Rapporto Italia 2012 e   fotografa un Paese stanco e disilluso: solo il 21,1 per cento degli italiani ha fiducia nel governo del Professore

Anche quest’anno l’Eurispes con il suo “Rapporto Italia 2012″ ci scatta un’istantanea e chiude un altro anno. E ritrae tutti noi italiani, con i nostri vizi, le nostre virtù, le nostre abitudini, il nostro benessere, le tendenze, le preferenze, la nostra idea di vita, e l’idea che ci siamo fatti dell’Italia di oggi, di come funziona e di come mal funziona.

Il Parlamento

Un popolo variegato, attivo, e imperfetto. Un popolo sempre e comunque disilluso e sfiduciato anche, e soprattutto, dal punto di vista politico. Se non convinceva il Cav non convince neppure il Prof. E i dati dell’istituto di studi politici lo conferma.

Ecco alcune delle categorie esaminate nel Rapporto Eurispes.

GOVERNO: Il passaggio dal Governo politico di Berlusconi al Governo tecnico di Monti non ha cambiato l’idea dei cittadini, che continuano a non aver fiducia nell’azione politica promossa da chi ci governa, politici o tecnici che siano. Nonostante il favore iniziale dell’opinione pubblica nei confronti del Governo tecnico, i primi provvedimenti in materia economica hanno riportato scontento, malumore e sfiducia negli animi scoraggiati degli italiani. Solo il 21,1% si dichiara fiducioso, il 76,4% dimostra poca o nessuna fiducia e il 2,5% non risponde. In sintesi, l’effetto Monti vale al momento solo il 6% in più nella fiducia degli italiani.

SIGARETTE: Fanno male, ormai lo dicono tutti, dalle mamme preoccupate ai più illustri scienziati, ma il 35,5% degli italiani ne fuma ancora. Il 10,4% ne gradisce una ogni tanto, invece i fumatori più accaniti consumano circa un pacchetto al giorno, ma c’è anche chi ne fa fuori di più. I non fumatori sono invece il 63,8%, in aumento, grazie alla maggior attenzione ai danni provocati dal fumo. C’è chi invece smette di fumare per una questione legata al portafoglio, stufandosi di spendere eccessivamente per un bene nocivo e soggetto a continui rincari. A fumare di più restano i giovani, dai 18 ai 34 anni.

DIETA: O mangiamo meglio o siamo all’ingrasso, ma il 65,1% degli italiani non segue una dieta, che sia dimagrante o purificante, e neanche prima dell’estate. Il 74,8% preferisce la pappa, e della prova costume, proprio, se ne infischia. Meglio dar sfoggio ai rotolini da buone forchette. Ma qualcuno che prima di andare al mare vuole asciugare un po’ la silhoutte c’è ancora, il 26,1%. Più attente, non c’erano dubbi, sono le donne, che si impegnao più degli uomini (65,4% vs 58,1%) a seguire un regime alimentare equilibrato.

CRISI: Colpa della classe politica, non importa di che colore, su questo siamo tutti d’accordo. Per i cittadini la crisi è logica conseguenza all’incapacità della classe politica (52,9%) e della classe dirigente in generale (30,8%).

DIVORZIO: È favorevole l’82,2% degli italiani, almeno a quello breve, cioè alla possibilità di dire fine al “sì, lo voglio” entro un anno dalla fatidica data, ma solo se entrambi i coniugi sono d’accordo e se nel frattempo non sono nati dei figli.

PILLOLA ABORTIVA: Il 58% degli italiani è favorevole all’introduzione della pillola abortiva Ru-486.

GIOVANI ED ESTERO: Questo dato fa preoccupare ormai da tempo, ma ad oggi quasi il 60% dei giovani tra 18 e 24 anni si dichiara ben propenso a spostarsi all’estero, per studiare, per lavorare, per avere un’esperienza di vita più forte o per cercare fortuna.

INTERNET: Ormai fa lo sgambetto alla vecchia tv, e nel tempo libero è il mezzo di evasione più utilizzato. Il 52,6% dei ragazzi tra i 12 ed i 18 anni guarda meno la tv da quando utilizza internet. Solo per il 47,9% la televisione costituisce il principale canale di informazione.

ISTITUZIONI: ll Parlamento tocca il fondo, gli italiani lo “sfiduciano” e solo il 9,5% gli riserva un occhio di riguardo. Il consenso vira dalla parte dei carabinieri (75,8%), della polizia (71,7) e della guardia di finanza (63,3%).

RATE: Sono sinonimo di guai e di un Paese che arretra, ma negli ultimi dodici mesi il 25,8% degli italiani ha potuto fare acquisti proprio grazie ai pagamenti a rate. Soprattutto per elettrodomestici (49,2%), automobili (46,4%), pc e telefonini (25,6%), arredamenti (28,9%), moto e scooter (14,4%). Una modalità di pagamento scelta anche per sostenere le spese mediche.

VACANZE: Il 72,2% ha optato per il taglio delle spese per viaggi o vacanze nel 2011, il 2,2% in più rispetto al 2010.

CENE: Il 56,7% degli italiani rinuncia alla pizza del fine settimana e si mette ai fornelli di casa: gli amici si possono sempre inviatare e intanto si risparmia. Generalmente il 73,1% limita le uscite fuori casa, e quasi il 56% sostituisce il cinema con un dvd.

STIPENDI: Decisamente male: il 27,3% degli italiani non arriva a fine mese; più del 70% non riesce a risparmiare.

TELEVISORI: Il 43,9% degli italiani ne possiede due, c’è chi ne ha tre, il 22,8%, e l’8,6% ne ha quattro ma anche di più.

Il 21% ne ha uno soltanto, poi chi non lo vuole, non lo usa, e non ce l’ha: il 3,1%.

CELLULARI: Quasi la metà, il 47%, ha uno smartphone. Ma la maggior parte, l’81,4% ha un telefonino qualsiasi, con le funzioni base, cioè telefona e manda sms. Il benessere di un Paese si misura anche da queste cifre: il 35,4% ne ha uno, il 25,7% ne ha due, l’11,5% tre e l’8,8% quattro o più.

PALESTRA: IL 62,2% degli italiani non è iscritto. L’attività fisica viene meno alla pigrizia, e a non praticarla o a farlo raramente è il 61,6% dei maschi e il 63,6% delle femmine, senza distinzioni d’età.

ANIMALI: No alla vivisezione: lo dice l’86,3% degli italiani, anche se il 12,1% degli intervistati sostiene l’ammissibilità della vivisezione per fini di ricerca. Ma gli animali domestici sono amati dagli italiani, tanto che il 42% ne possiede uno, se poi li abbandonano come miserabili è un altro par di maniche. Purtroppo non c’è una percentuale che ci ragguagli. Intanto i vegetariani diminuiscono, lo sono il 3,1%. L’amore per gli animali si esprime infine anche nei giudizi sulla caccia, che vede un 76,4% di contrari.

VOTO: Diminuisce la percentuale di chi si astiene del tutto, l’84,1%.

Eccoci: descritti, esaminati, interrogati, siamo noi italiani.

Fonte: Il Giornale, 26 gennaio 2012

FLORIS E I SONDAGGI TRUCCATI

Pubblicato il 26 gennaio, 2012 in Costume, Politica | Nessun commento »

Chiunque saltabeccando con il telecomando da un canale all’altro ieri sera sia capitato su Ballarò- Rai Tre, mancando gli unici minuti da tv libera in libero paese (quelli di Maurizio Crozza), deve avere immaginato di trovarsi davanti a un cinegiornale del ventennio. Cerrto Mario Monti non ha il fisico da Benito Mussolini, e anche Corrado Passera è agli antipodi. Fosse stato però per Giovanni Floris glieli avrebbe disegnati di proprio pugno, pur di ritrarli pettorali in fuori a trebbiare il grano o impettiti in stazione a mostrare i treni che arrivavano in orario. Il culmine da nuovo regimetto tv Floris l’ha toccato però alla fine della trasmisisone, quando in coppia con uno stupefacente Nando Pagnoncelli, ha snocciolato quelli che venivano impudentemente definiti sondaggi. Il più clamoroso era fatto di tue tabelle. Prima domanda: “Che cosa le piace di più del governo Monti?”. Seconda domanda: “Che cosa le piace di meno del governo Monti?”. Li ho voluti vedere e rivedere, perchè non potevo credere che la Rai e uno dei suoi conduttori si abbassassero a operazioncine così da regimetto. Ma le domande erano proprio quelle. Non “che cosa le piace di Monti?”, contrapposto a “cosa non le piace di Monti?”, perchè è vietato anche solo immaginare che qualcosa di Monti possa non piacere a qualcuno. Al limite può piacere un po’ meno, ma per forza deve comunque piacere. Mai visto in trenta anni di giornalismo una cosa così. Incredibili anche tutti gli altri sondaggi, che valevano come il due di picche perchè solo alla fine si è compreso che ogni risultato aveva alla base il fatto che il 45%, quasi uno su due, non rispondeva. Siccome si è liberi di non rispondere a Pagnoncelli-Floris, e non è un reato, come si è liberi di votare come si vuole senza confessarlo ai gerarchi del nuovo regimetto, è chiaro che qualsiasi risultato monco di metà degli italiani va preso con le pinze. Non  da Floris, che invece di premettere a ogni sondaggio come era suo dovere che non aveva risposto il 45% degli intervistati, se l’è presa con loro, facendogli pure la ramanzina dalla tv di Stato: “chi non risponde e non decide alla fine non conta nulla. Quindi se si andasse a votare oggi il risultato sarebbe quello deciso dal 55%”. Viva il regimetto, e non preoccupatevi. Tramonterà anche quello…. Franco Bechis, Libero, 26 gennaio 2012

.………….L’abbiamo vista quella trasmissione  che faceva venire il voltastomaco anche a chi ha lo stomaco di ferro. Neppure una parola di critica da parte di Floris al nuovo governo, rappresentato in studio del ministro Passera che, in verità, più che per le parole piene di vuoto che ha pronunciato, incuriosiva per la scioccante bellezza bionda e occhi azzurrissimi  che gli stava alle spalle e che ha provocato una vera e propria caccia alla sua identità  e si è poi scoperto che era lì per conto di Rutelli (nemmeno di vuoto si può dire che fossero  riempite le parole di Rutelli, trite e ritrite, e pronunciate  con l’occhio di merluzzo saettante vero la telecamera) dopo essere stata da quache parte d’Italia candidata di Di Pietro. Ritornando a Floris, neppure una volta che abbia interrotto come era solito fare con i ministri del passato governo le esternazioni di Passera e neppure quelle di Rutelli che del governo in carica si considera e lo è un perfetto ascaro (con tutto il rispetto possibile per gli ascari abissini e somali e libici ed etiopi  che durante la esperienza coloniale italiana fuorno ottimi soldati e fedeli sudditi del Re e Imperatore – quello vero, mica quello arbitrariamente  incoronato recentemente seppure residente nella stesso palazzo dell’altro – e, infine neppure quelle dell’unico oppositore presente, cioè l’ex ministro Maroni anche perchè non se ne avvertiva il bisogno visto che le poche volte che è intervenuto Maroni ha biascicato qualche parola e al più sembrava un pesce lesso pronto per essere servito. Infine i sondaggi. Ha ragione Bechis, oltre che essere formulate male le domande, erano palesemente falsi, visto che il 45% degli italiani  non aveva voluto rispondere o perchè non intenzionato a votare o perchè non vuol dire per chi intende votare, quando e se riusciremo a tornare ad essere una democrazia reale e quindi a votare per eleggere il Parlamento che,a sua volta, dovrà eleggere  il governo, evitando per sempre di attingere alla peggiore burocrazia del mondo, quella italiana, ladra, arrogante, brutale e familistica per scegliere i ministri, i sottosegretari e sopratutto il premier. L’unica  sondaggio che a noi è sembrat se non  vero, almeno verosimile e quello relativo alla domanda: chi sceglieresti come premier del futuro, Monti o il leader del tuo partito? Il 70% degli elettori definitisi di centrodestra hanno risposto che sceglierebbero il leader del proprio partito. Il che vuo, dire che il 70% degli eletttori di centrodestra non digerisce Monti. Una ulteriore riprova che staccare la spina a questo govenro è la cosa che di più conviene al centrodestra, evitando di cullarsi sulle dichiarazioni latte, miele e convenienza che Monti ogni tanto, anche ieri, rilascia a comando: che il suo governo è in continuità con quello precedente. Cosa ovvia, che viene venduta come una prova di lealtà. Se qualcunmo ci crede, o è uno sciocco o è un candidato al riposizionamento che in altri tempi si sarebbe chiamato tradimento. g.

IL PDL HA I VOTI MA NEL GOVERNO NON PESANO, di Mario Sechi

Pubblicato il 25 gennaio, 2012 in Politica | Nessun commento »

Il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, in un'immagine di archivio Cosa sta succedendo tra il governo e i partiti che lo sostengono? Il quadretto è questo: il Pd di Bersani trova ascolto e fa valere i suoi voti, i centristi di Casini ne sono il faro e fanno pesare i seggi che non hanno, il Pdl viene consultato e preso in considerazione a intermittenza, oggi sì, domani non si sa, e i voti pesano meno di quanto valgano. C’è un grande problema di identità in tutte le formazioni politiche. Il partito di Berlusconi e quello di Bersani rischiano grosso e i centristi sono sovrastimati. In ogni caso, il problema degli assetti presenti influenza gli scenari futuri e la sempre più prossima corsa per le elezioni. Nessuno dei partiti che sostengono Monti sa quale sarà lo scenario del voto nel 2013 e questo elemento di incertezza pesa sull’iniziativa autonoma del Parlamento (ridotta a ben poca cosa e non da oggi) e sui destini dei gruppi politici che fin dal 1994 hanno dato un’impronta ai nostri ultimi diciotto anni di storia repubblicana. Non siamo di fronte a una semplice transizione, a una crisi passeggera, ma a una rivoluzione del quadro politico dentro e fuori dal Parlamento. La crisi italiana non è solo economica, ma morale. E siamo in buona compagnia, perchè i nostri destini sono legati a quelli dell’Europa e la nostra sorte si decide non a Roma ma a Berlino, ma al netto dei desideri teutonici, in Italia si gioca una mano di poker decisiva: quella dei partiti. Destra e sinistra vivono una fase di ristrutturazione impensabile fino a pochi mesi fa: l’asse del Nord tra Pdl e Lega è finito e ricostruirlo su basi credibili e non di semplice convenienza elettorale non sarà facile; il Pd deve fare i conti con la scelta di appoggiare Monti e il suo programma «brussellese» fatto di lacrime e sangue, mentre l’Idv di Di Pietro scalcia, la sinistra altermondista di Vendola morde e i centristi di Casini lanciano una scalata ostile contro i resti del prodismo e del berlusconismo. Il bipolarismo italiano è in fase di smontaggio. È vero che finchè non si cambia la legge elettorale e si fanno due o tre riforme istituzionali tutto può gattopardescamente restare come prima, ma l’Italia in questo momento è un laboratorio politico non felice, ma certamente molto interessante per chiunque voglia misurarsi con i problemi di un Occidente smarrito. Nonostante le incertezze nel far valere il proprio peso specifico nei confronti del governo Monti, quello del centrodestra resta il campo decisivo per il futuro. Berlusconi non ha deciso cosa fare dei prossimi mesi di legislatura, mentre il segretario Alfano non ha tracciato una road map che porti alla scadenza elettorale. Questo percorso non si può fare senza parlare con il Pd e chiarire il destino di Monti e dei suoi ministri. Serve un primo passo: il Pdl deve cominciare a far pesare i suoi voti.  Mario Sechi, Il Tempo, 25 gennaio 2012

.……………Per farlo bisogna volerlo, sopratutto bisogna volerlo tutti insieme, senza fughe in avanti o con l’occhio  fisso a tutelare il proprio futuro. Purtroppo nel PDL è invece esattamente il contrario, ciascuno gioca una propria partita, con conseguenze dolorose per il PDL,  e non è il caso neppure di fare esempi. Meno uno. La Dc del 1992-1994. Mentre imperversava la tempesta di Tangentopoli, la DC affrontò in ordine sparso la riforma elettorale a seguito del referendum promosso da Mario Segni. La scelta cadde sulla riforma che prese il nome del suo promotore, cioè l’on. Mattarella che prevedeva l’assegnazione del 75% dei seggi in collegi uninominali e il 25% in quota proporzionale  secondo un  meccanismo diabolico. Non furono molti quelli che nella DC si opposero a questa riforma che,come poi sarebbe accaduto, avrebbe determinato più di Tangentopoli la fine della balena bianca. Tra quelli che non si opposero ci furono quasi tutti i parlamentari dc del centrosud, tutti meno uno, cioè l’on. Pisicchio, onore al merito, allora e ancor oggi proporzionalista ad oltranza.  La scelta dei parlamentari del centrosud a favore del sistema uninominale fu influenzata dai risultati elettorali del 1992 che avevano assegnato alla DC, nel centro sud, ampi consensi, con punte altissime ancora in Puglia e in Sicilia, confermandole il ruolo di partito di maggioranza relativa. Ciò indusse i parlamentari del centrosud a schierarsi a favore dell’uninominale nella certezza, che risultò poi fallace, che il voto maggioritario  si sarebbe confermato nelle successive elezioni  politiche, per cui nel centrosud i parlamentari,  nei rispettivi collegi uninominali,  sarebbero risultati eletti, e poco importò (e importava!) a quei parlamentari che invece al nord i parlamentari uscenti della DC sarebbero stati falcidiati perchè al nord, ad eccezione del Veneto, la DC era ormai minoranza. Mai calcolo si rivelò  più errato, perchè si erano fatti i conti senza l’oste, che nella fattispecie si chiamò Berlusconi che mettendo su l’inedita e non calcolata alleanza al nord con la Lega e al Sud con l’allora MSI, vanificò le supoerficiali quanto  ottimistiche previsioni della DC meridionale che vide tutti  i suoi candidati nei collegi uninominali, eliminati, proprio come al nord,  come birilli, tra l’altro non ottenendo neanche un onorevole secondo posto  tra i candidati dell’uninominale e conquistando, con ben 6 milioni di voti,  appena 34 parlamnetari alla Camera, tutti eletti nella quota proporzionale. Una disfatta totale! Disfatta che ha tanti nomi, dallo scomparso Martinazzoli, allo stesso Segni, a Buttiglione, ma una sola fondamentale causa: l’aver ciascuno pensato solo a se stesso. E’ quello che ci pare stia accadendo nel PDL in queste ore, dove, per esempio, un ex ministro non perde occasione  per elogiare Monti e dichiararsi convinto sostenitore delle sue scelte, tra cui la violenta tassazione di quei ceti  ex medi, ed ora poveri, che pure sono i riferimenti elettorali del centrodestra. E’ questo che  induce a ritenere che anche adesso, nonostante i precedenti storici che or ora abbiamo ricordato,  c’è chi pensa a se stesso e pratica la politica dell’uovo oggi piuttosto che la gallina domani. Ecco perchè dubitiamo che l’appello di Sechi trovi molti ascoltatori a proposito dei voti da far pesare. Perchè sono in molti a pensare di far pesare i (propri!) voti nel futuro. Ammesso che ci possa essere un futuro e che quei voti ci siano ancora. g.

I PAPAVERI DELL’UE CI SONO O CI FANNO? di Alessandro Sallusti

Pubblicato il 25 gennaio, 2012 in Economia, Politica | Nessun commento »

Un alto esponente del Fondo monetario internazionale, per di più italiano, ieri pomeriggio ha detto che l’Italia, da sola, non ce la può fare a uscire dalla crisi.

Fmi

Apriti cielo. La Borsa ha rischiato di crollare, un brivido ha percorso i mercati e i centri nevralgici della diplomazia europea. E dire che era stata una buona giornata, con lo spread sceso per la prima volta, sia pure per poche ore, sotto i 400 punti. Poi, ovvia, è arrivata la smentita dell’incauto personaggio. Uno si chiede: ma ci sono o ci fanno questi alti papaveri della finanza internazionale?

Ogni volta che si riesce ad alzare la testa, subito qualcuno o qualcosa ti respinge giù. Una volta è l’agenzia di rating,un’altra è una dichiarazione stramba della Merkel, ieri è stato il Fondo internazionale, agenzia per altro non completamente disinteressata alla sorte delle vicende italiane. Altro che cabina di regia anti crisi. Qui ormai ognuno fa gli affari suoi. È come una tela di Penelope. Di giorno si tesse, poi arriva un presunto amico e ti disfa il lavoro. E in mezzo a questo balletto dei potenti ci siamo noi e la vita reale. Che cominciamo a fare i conti con la manovra recessiva del governo Monti.

Nei primi venti giorni di gennaio, con l’aumento del prezzo dovuto alle tasse, il consumo della benzina è calato dell’undici per cento. Un record negativo che dice più di tante chiacchiere quanto la situazione sia difficile. Perché la benzina non è solo il carburante delle auto ma lo è anche della nostra vita. Se abbiamo cominciato a risparmiare sul pieno, vuole dire che ci spostiamo meno frequentemente, sia per lavoro che per diletto. Risultato: spendiamo di meno, un po’ per necessità un po’ per paura. Insomma, siamo entrati in riserva e se non arriva un pieno di fiducia e di prospettiva (meno tasse, meno vincoli) rischiamo davvero di rimanere a piedi, indipendentemente da quel che dice il Fondo monetario. Alessandro Sallusti, 25 gennaio 2012

IL GOVENRO DEI TECNICI STA DIVENENDO IL PROBLEMA DELL’ITALIA, di Mario Sechi

Pubblicato il 24 gennaio, 2012 in Il territorio | Nessun commento »

Mario Monti è stato chiamato a Palazzo Chigi per mettere al sicuro i conti pubblici, battere il partito dello spread e lasciare che la democrazia poi torni a fare il suo corso. Figlio di uno «stato d’eccezione», il governo «strano» (Monti dixit) ha allargato i suoi orizzonti occupandosi di tutto senza curarsi troppo del Parlamento. Scelta legittima, ma singolare per un esecutivo che si presenta come «di scopo», con una missione precisa e un limite che non deve dimenticare: non è stato eletto. Ho sostenuto la necessità del governo di transizione, l’ineluttabilità della scelta di Monti, il dovere di farlo governare fino alla fine della legislatura. Ma attenzione, non a qualsiasi condizione e soprattutto con lo sguardo rivolto al programma, alla sua utilità per il Paese. Quando Monti ha varato la prima parte della manovra «salva Italia» ho messo in evidenza la recessività di un’operazione tutta tasse e imposte, ma l’ho considerata inevitabile in quel contesto. Poi è arrivato il decreto sulle liberalizzazioni e, francamente, è una delusione. Hanno la possibilità di rifarsi. Ma la realtà è che la prospettiva del governo è di breve periodo (si vota nel 2013) e rischia di inchiodare un Paese alle corte vedute di Palazzo Chigi. Il fatto che Monti e i suoi ministri non abbiano una prospettiva politica – cosa che in realtà hanno e soprattutto cercano – non può mettere l’Italia nella condizione di uno Stato a potenzialità limitata. Un esempio per chiarire subito cosa intendo: Roma è candidata alle Olimpiadi del 2020. Una sfida globale e un obiettivo degno di una grande potenza qual è l’Italia. Bene, ieri abbiamo appreso che il governo avrebbe delle perplessità e punterebbe a far correre la Capitale per quelle del 2024. Mi chiedo: ma Monti davvero pensa questo? Realmente ragiona su un’Italia incapace di partecipare alla sfida? Immagina seriamente che la terza economia d’Europa possa gettare la spugna facendo finta di rilanciare? Se è così, mi dispiace, ma il governo dei tecnici comincia a essere non la soluzione, ma il problema.

L’Italia ha bisogno di una rigorosa manutenzione del bilancio – cosa già avviata dal governo Berlusconi con Tremonti – ma ancor di più ha una disperata necessità di credere in qualcosa, darsi una missione ed essere protagonista nel mondo. L’Italia deve crescere nel Pil e nello spirito. Se il governo riduce l’esistenza di una nazione alla lettera di Bruxelles, allora qualcosa non torna. Se la Capitale deve essere mortificata con un getto della spugna perché un esecutivo di professori non solleva gli occhi dal pallottoliere e dimentica di tenere alta la nostra bandiera, allora i professori non stanno sopra ma sotto la cattedra. I benpensanti dicono: ci sono altre priorità. Benissimo. Ma non siamo soli nell’universo. Londra, che quest’anno ospiterà i Giochi Olimpici, ha attraversato una crisi economica terribile, ha avuto il Paese messo a ferro e fuoco dalle proteste, ha visto un paio di crac bancari risolti con nazionalizzazioni mascherate, dal 2008 la City vive la drammatica trasformazione del capitalismo di cui è il centro finanziario mondiale. Ma Londra non ha mai esitato un minuto ed è pronta all’appuntamento con le Olimpiadi. Dio ha salvato la Regina, non so se avrà tempo per salvare i tecnici.  Mario Sechi,  Il  Tempo,4/01/2012

.………..Ci stupiva il fatto che  Sechi avesse sposato il govenro dei tecnici, sostenendolo senza condizioni. Ci stupiva e un pò ci preoccupava, nel senso che ci domandavamo cosa si nascondesse  sotto la repentina disponibilità di Sechi a sostenere un governo che quasi tutta la stampa di centrodestra, e tutti i variegati siti web dello stesso orientamento, apertamente osteggiavano, ovviamente insieme a tanta parte della classe dirigente del partito di riferimento che, lo sanno tutti, masticano amaro per la scelta voluta da Berlusconi e sposata da Alfano. Non nascondiamo che avevamo pensato cose non positive, secondo il vecchio ma sempre valido concetto andreottiano secondo il quale a pensar male si fa peccato ma talvolta, anzi spesso la si azzecca. Questa volta non è stato così, nel senso che a pensar male abbiamo fatto peccato, si,  ma non l’abbiamo, fotunatamente, azzeccata. Questo ediroriale di Sechi ne è la prova. Nel monento in cui Monti e il suo governo hanno mostrato tutti i loro limiti, Sechi non ci ha messo un secondo a denuciarlo e a dire che “il governo dei tecnici non è la soluzione, ma il problema”. Bentornato fra noi, Sechi. g.

LUCIA ANNUNZIATA PRENDE DUE STIPENDI PER FAR EUN SOLO LAVORO (IN RAI). E INSULTA GLI STUDENTI.

Pubblicato il 23 gennaio, 2012 in Costume | Nessun commento »

La giornalista ha ottenuto il programma in mezz’ora con una doppia paga: una per averlo creato, l’altra per averlo ideato come format originale

Annunziata Donna Lucia prende due stipendi per fare un solo lavoro. E insulta gli studenti

Che Lucia Annunziata non fosse imparziale lo sapevamo già. Ma che negasse la verità appurata da un tribunale lo scopriamo adesso. Il 19 gennaio la conduttrice di «In mezz’ora» incontra gli studenti di una scuola di giornalismo. Alla fine della relazione, il sottoscritto fa cenno alla superliquidazione che l’Annunziata avrebbe percepito dopo la sua esperienza come presidente Rai nel 2004. A quel punto, la giornalista perde le staffe. «Quella volta Libero prese una sòla. E lei ha fatto una figura di merda, si dovrebbe informare prima di fare domande». Fedele al suo monito, mi sono informato. Il 30 luglio 2004 mio zio, Marcello Veneziani, consigliere uscente della Rai, pubblica su “Libero” un articolo in cui accusa Lucia Annunziata, presidente uscente, di aver stretto un patto segreto con Rai Holding, che le avrebbe garantito dopo le dimissioni un’indennità e una liquidazione di 1 milione e duecento mila euro in due anni. La Annunziata querela l’ex consigliere Rai.

Poi, nella commissione Commissione parlamentare del 7 ottobre 2004, fornisce la sua versione. Il suo trattamento di fine rapporto, dice, è pari a “soli” 48 mila euro. In realtà però, «essendo tale impegno a non dimettersi se non per giusta causa previsto per la retribuzione come Presidente, a lei spetterebbe l’equivalente di 10/12esimi di tale retribuzione». Tradotto: la giornalista avrebbe percepito una liquidazione di almeno 600 mila euro in due anni (i 5/6 del suo stipendio di allora), purché il ministero del Tesoro avesse ritenuto le sue dimissioni motivate da giusta causa. Le cose non vanno così, solo perché «il Tesoro si rifiuta di riconoscere la giusta causa». In compenso Lucia ottiene il programma “In mezz’ora” con una doppia paga: una per averlo creato, l’altra per averlo ideato come format originale. Ma soprattutto la Annunziata non ricorda che il 26-03-2008 il tribunale civile di Roma ha dato ragione a Marcello Veneziani perché «esercitava legittimamente il suo doppio ruolo di giornalista e consigliere d’amministrazione» e «ha respinto la richiesta di risarcimento della Annunziata». Il giornalista, dunque, non si era inventato nulla, “Libero” non aveva preso una sòla e chi scrive non ha fatto una figura di merda.di Gianluca Veneziani, Libero, 23 gennaio 2012

.. ….Ieri la Annunziata ha ricevuto nel suo programma il premier Monti. Per carità, nessuna domanda imbarazzante, nessuna contestazione, nemmeno una risata quando Monti ha confermato l’aumento del PIL dell’11% grazie alle “sue” presunte liberalizzazioni. E ovviamente nessuna domanda sul mancato tagli dei costi delle caste, compresa quella dei giornalisti RAI, come la Annunziata che per un solo lavoro prende due stipendi. Ma forse il secondo lo prende per l’elegante e forbito linguaggio usato incontrando gli studenti  di una scuola di giornalismo ai quali ha lasciato un bel messaggio: chi non è d’accordo con lei fa una figura di “merda”. Anzi, è una “merda”. g.

LA RIFORMA DEI TAXI VISTA DA UN MARZIANO, di Davide Giacalone

Pubblicato il 23 gennaio, 2012 in Costume, Economia, Politica | Nessun commento »

Sono appena arrivato da Marte e mi serve un taxi. Non lo trovo, perché sono in sciopero. Siccome sono curioso degli usi e costumi in questa parte del pianeta Terra, cerco di capirne le ragioni. Ed è qui che scopro alcune cose interessantissime, utili a capire il modo in cui s’intende e vive la democrazia, il mercato e la legge in Italia. Il Paese in cui diventa eroe chi lascia passare quotidianamente le navi da crociera laddove d’estate vengono multati i gommoni. I primi cui chiedo sono i tassisti stessi, assiepati numerosi e arrabbiati laddove avrei voluto prendere l’auto pubblica: lavoriamo tutto il giorno, siamo oppressi dal fisco, siamo gli unici imprenditori che non solo non scaricano il costo, ma neanche l’iva dei beni strumentali (la vettura) e siamo arcistufi di essere additati manco fossimo monopolisti del petrolio o del pane. Pensare che la grande battaglia di modernizzazione sia aumentare il numero dei taxi non è fantasioso, ma demenziale. Hanno ragione, cribbio. Poi aggiungono: siamo contrari all’aumento delle licenze, perché, in alcune grandi città, le abbiamo comprate pagandole fino a 200 mila euro, facendo debiti, quindi consideriamo un esproprio sottrarre loro valore. Accipicchia, osservo, le amministrazioni locali di quelle città devono essere ricchissime, se riescono a vendere le licenze a quel prezzo. Ma che hai capito, marziano! Mica le paghiamo ai comuni, le compriamo da un collega. Quindi, ragiono, è proprio il numero chiuso delle licenze a far sì che alcuni s’indebitano e altri s’arricchiscono, senza contare che il commercio privato di licenze pubbliche dovrebbe essere considerato un reato, o, almeno, tale lo considerano in altre galassie. Quindi hanno torto, questi tassisti. Come se non bastasse non solo hanno fatto esplodere petardoni nei centri cittadini, ma hanno anche conciato male un loro collega, reo di lavorare. Il torto tende a farsi marcio. Trascino il bagaglio verso la metropolitana e mi fermo all’edicola. Leggo il titolone: il governo liberalizza le licenze taxi. Ecco un buon governo, penso, composto da gente seria. Poi scorro il testo del decreto e non ci capisco più nulla. Le licenze non verranno rilasciate dai comuni, c’è scritto, e capisco il sott’inteso: i tassisti sono una lobby potente, e anche prepotente, che pesa in ambito municipale, sicché è meglio evitare che siano i sindaci a decidere. Ma così procedendo questi italiani dimostrano di non sapere cos’è la democrazia, ovvero la consegna del potere (ai suoi vari livelli) nelle mani di chi ha maggiore consenso, salvo il fatto che l’operato dell’eletto sarà sottoposto al giudizio degli stessi elettori. Siccome si suppone che quanti cercano un taxi siano più numerosi di quanti lo guidano, ne discende che se la democrazia funziona il sindaco che si mette in combutta con la lobby, e priva i cittadini del trasporto, è destinato a essere cacciato. Funziona così, dove funziona. Qui, invece, ragionano in modo diverso: dato che i sindaci s’inciuciano, passiamo il potere a un organismo centrale. Ma, allora, cancellate anche i sindaci, così risparmiate sui costi e sui nastri da tagliare. E pensare che volevano fare il federalismo fiscale, poi manco le licenze gli affidano. A decidere sarà un’autorità nazionale. Mi viene da ridere: e che ne sanno quelli di quanti taxi ci vogliono in una determinata località? La risposta è nel decreto: lo chiedono ai sindaci. Sembra un sopraffino gioco degli specchi, invece è una superba cavolata che crea l’ennessima struttura burocratica inutile, istituisce una nuova procedura, allunga i tempi delle decisioni, deresponsabilizza tutti, non risolve i problemi (veri) dei tassisti e non sana il mercato nero delle licenze. Il mercato resterà opaco, il numero delle licenze crescerà in tempi lunghi e nessuno ne risponderà agli elettori. In un colpo solo fregano la democrazia, il mercato e la legge. Il tutto ribadendo l’idolatria statalista, secondo cui solo lo Stato sa quanti taxi ci vogliono, solo lo Stato è immune da corruzione. Ove la seconda cosa è più credibile della prima. Ci vuole umorismo, per chiamarla liberalizzazione. Nella metro vedo accanto a me un collega, arrivato da Venere. Anche lui appiedato. Provo a raccontargli quel che ho appena scoperto sui taxi, ma mi accorgo che quello piange. Ha dei lucciconi che gli scendono per le gote. Ti senti bene? Parla a fatica, gli manca il fiato. Digrigna i denti e stringe gli occhi. È in preda ad una ridarella devastante. Capisco a stento le sue parole: guarda qui, singhiozza indicando il giornale, il capo del loro governo, che fa il professore d’economia, sostiene che con quel tipo di decreto il pil crescerà dell’11% (i consumi e l’occupazione dell’8, gli investimenti del 18 e i salari del 12). Ma sono le ultime parole, poi s’accascia piegato in due a reggersi la panza. E pensare che eravamo venuti nella penisola attirati dall’idea che si facesse solo bunga-bunga. Mai avremmo immaginato un tale sollazzo. Gratis. Davide Giacalone, 23/01/2012, Il Tempo

..…………Ha dimenticato di sottlineare, Giacalone, che l’Autoritànazionale  che sarà costituita per rilasciare le licenze dei taxi  costerà alcuni milionmi di euro l’anno, tra indennità, locali, stipendi al personale  e auto blu,  che più ne riducono più ne mettono in circolazione. Per il resto la lucida analisi del marziano Giacalone sulla liberalizzizione dei taxi pensata come capace di far aumentare il PIL dell’11%  provoca tante risate da riuscire a seppellire anche un totem come Monti. g.

QUELLO CHE NESSUNO DICE SULLA CRISI TRA TEDESCHI E SPREAD, di Renato Brunetta

Pubblicato il 23 gennaio, 2012 in Economia, Politica | Nessun commento »

Le tempeste finanziarie provengono dagli Usa, ma fanno più danni nella Ue perché è divisa in Paesi penalizzati e pochi privilegiati. L’andamento dei Bot lo dimostra.

Ci sono molte cose dette sulla crisi economica che stiamo vivendo e ce ne sono molte altre che nessuno dice. La più importante è quella che sta all’origine del caos finanziario che si è generato: chiunque pensi che o chiunque voglia far credere che la colpa della crisi sia dell’Italia si sbaglia di grosso.

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Viviamo da dieci anni nel pieno di una serie di bolle speculative che hanno destabilizzato il mercato: quella di internet, quella immobiliare, la sub-bolla delle materie prime, la speculazione sui debiti sovrani. Queste hanno generato un deterioramento complessivo del mercato che ha preso ogni volta forme diverse. Adesso è il turno dell’attacco alle casse dei Paesi. Le crisi partono sempre negli Stati Uniti poi arrivano da noi in Europa dove diventano più forti per una questione banale: è un’entità disomogenea, nella quale ci sono paesi penalizzati come l’Italia e Paesi come la Germania che arrivano a vendere i propri titoli a tassi di interesse addirittura negativi avvantaggiando se stessi e danneggiando tutti gli altri.
Ora, secondo le stime del Fondo monetario internazionale, nel 2012 i governi mondiali avranno bisogno di prendere a prestito dai mercati più di 11.000 miliardi di dollari. Di questi: 1.400 miliardi in Europa; 4.700 miliardi negli Stati Uniti, 3.000 miliardi il Giappone 3.000 miliardi. Significa che la crisi del debito pubblico europeo è quantitativamente marginale rispetto al resto del mondo, ma la mancanza di una politica economica comune e di una Banca Centrale prestatore di ultima istanza rendono vulnerabili i paesi dell’Ue. Va da sé che la l’andamento dello spread italiano come quello di altri Paesi non dipende dal governo Monti o da quello Berlusconi, ma dalla debolezza della governance europea. La dimostrazione? Lo spread medio degli ultimi giorni del governo Berlusconi è stato più basso di quello dei primi sessanta giorni del governo Monti. Proprio così: contrariamente a quello che in troppi sostengono la tenuta del debito pubblico italiano era più solida con l’esecutivo precedente che con quello in carica: il motivo è che contano poco i picchi dello spread, mentre conta molto di più la media in un periodo più lungo. Peraltro, anche la riduzione del differenziale tra il rendimento dei titoli di stato tedeschi e di quelli italiani, ultimamente è stata drogata dal massiccio intervento della Banca centrale europea. Renato Brunetta, Il Giornale 23 gennaio 2012

ECCO LA CRICCA DI CARTA CHE “PROTEGGE” NIKI VENDOLA, di Carlo Vupio

Pubblicato il 23 gennaio, 2012 in Costume, Il territorio | Nessun commento »

Caro direttore, il vostro articolo che denunciava la «cricca di Vendola», è solo uno dei tanti «incroci pericolosi» che vedono protagonista il governatore pugliese.

Nichi Vendola

Nichi Vendola
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A me è capitato diverse volte, mio malgrado, di finire al centro di questo incrocio. Due vicende esemplari aiuteranno a capire meglio.

La prima. Per il mio giornale, il Corriere della Sera , scrivo che la giunta Vendola incarica un consorzio guidato dal gruppo Marcegaglia di realizzare in Puglia alcune discariche, tra le quali una a ridosso di un sito neolitico. Non vengo querelato, né smentito. Ma quando sul litorale di Brindisi viene trovata una finta bomba con un messaggio di protesta per un depuratore non realizzato, Vendola coglie al balzo l’occasione e a reti (Rai) unificate pronuncia una «fatwa » gravissima: dice in sostanza che il mandante morale di quella bomba sono io. Lo querelo. Ma passano due anni e mezzo e non succede nulla. Presento un esposto alla procura generale di Bari, chiedendo che, come vuole la legge, il caso venga avocato dal procuratore generale a causa dell’inerzia nell’esercizio dell’azione penale da parte del pm a cui era stato assegnato.

Improvvisamente, quel pm si fa vivo, tira fuori dal cassetto la querela e dice che deve astenersi perché lei (è una signora) è molto amica di Vendola. Il pm è Romana Pirrelli in Carofiglio (pm anch’egli e senatore Pd). La vicenda finisce dunque sulla scrivania del procuratore capo, Emilio Marzano (ora in pensione, di area Ds), il quale chiede l’archiviazione (ma va?) con una motivazione a dir poco fantastica: «È vero che Vendola ha gravemente diffamato Vulpio dice il procuratore – ma Vulpio lo ha provocato». Sì, hai capito bene, pur non avendo ricevuto querele e smentite, il mio diritto di cronaca e di critica garantito dalla Costituzione è diventato «provocazione». La seconda vicenda si svolge nel pieno dell’inchiesta sui disastri della Sanità pugliese. A Vendola non erano piaciute le cose che avevo scritto sull’argomento.Ma poiché erano cose vere non ha potuto querelarmi, né smentirmi. E allora, interrogato dal pm Desireé Digeronimo, mi tira in ballo senza ragione e con un livore senza eguali, e nonostante sappia bene che sono incensurato, mi definisce «noto diffamatore professionale». L’atto giudiziario viene pubblicato da quasi tutti i giornali e finisce su tutti i siti web. Questa volta, oltre a querelarlo, poiché pure lui è un giornalista, lo deferisco anche all’Ordine dei giornalisti della Puglia.

Sì, lo stesso di cui parlate nel vostro articolo, proprio quello presieduto dalla moglie del capo di gabinetto di Vendola.L’Ordine,esaminati gli atti, archivia. Avrebbe fatto lo stesso a parti invertite, se fossi stato io a definire Vendola «noto diffamatore professionale »? Ah, saperlo… In ogni caso, c’è sempre la querela. Di cui si occupa il procuratore aggiunto di Bari, Annamaria Tosto. La quale chiede l’archiviazione con un’altra,meravigliosa motivazione: sostiene, la pm, che le parole di Vendola non possono considerarsi diffamatorie, poiché il sottoscritto ha subito molti procedimenti per diffamazione (che poi non sia mai stato condannato, è per la pm un dettaglio), dando così a Vendola «licenza di uccidere» con tutte le parole che vuole. Adesso, attendo la pronuncia della Camera di consiglio sulla mia opposizione all’archiviazione.

Intanto, tacciono tutti. Dai «paladini » della libertà di stampa e di espressione alle ronde anti-bavaglio, dall’Ordine dei giornalisti nazionale alla Federazione nazionale della stampa, il cui presidente, Roberto Natali, ha recentemente fatto passerella accanto a Vendola, elogiando i giornalisti che ne elogiano le gesta: l’ Istituto Luce , al confronto, è il New York Times . Carlo Vupio, Il Giornale 23 gennaio 2012