Silvio Berlusconi La crisi aperta da Gianfranco Fini nella maggioranza, il conflitto e la confusione ideologica tra i finiani, la contestazione al segretario della Cisl durante la festa del Pd, sono le facce della stessa medaglia: c’è chi sguazza nel caos e cerca di trarne vantaggio, c’è chi questo caos lo alimenta tutti i giorni con atti o omissioni gravi, c’è chi il caos lo interpreta come il semaforo verde per tornare a sentirsi rivoluzionari. Di cose brutte in passato ne abbiamo viste parecchie, alcune di quelle che si presentano davanti ai nostri occhi sono davvero imbarazzanti, ma se mettiamo insieme i cocci che stanno schizzando per terra, non possiamo non vedere che uno scenario di instabilità e contrapposizione radicale rischia di far piombare il Paese in un clima ancor più pericoloso. Il Palazzo ha riaperto i battenti in uno scenario da rompicapo. Il capo del governo sta cercando di capire se e come potrà mandare avanti l’esecutivo e salvare una legislatura preziosa per consentire al Paese di continuare sulla strada della ripresa.
I menagrami nonve lo diranno, ma il mercato immobiliare italiano si sta riprendendo: è un segnale di ottimismo delle famiglie che spazza via gran parte delle critiche lanciate in questi mesi sull’operato di Berlusconi e di Giulio Tremonti. S’è detto che eravamo con le ruote sgonfie, ma se le famiglie la pensassero così non si sognerebbero di investire, accendere mutui, far ripartire il mattone, indicatore principe della ricchezza degli italiani. Sarebbe un peccato terribile far naufragare la legislatura quando ci sono segnali di ripresa della fiducia e mentre il governo si appresta a emettere altri miliardi di debito, il polmone che finanzia l’attività dello Stato. L’Italia non ha bisogno di sfascisti. Si sono fatte un sacco di ipotesi bislacche sul come uscire dallo stallo nel governo. Credo che la via maestra sia una sola: agire dentro le istituzioni e misurare di volta in volta le forze e la reale volontà dell’avversario. Tutto il resto, le manifestazioni, gli appelli, le interviste televisive, sono importanti per la comunicazione e il rapporto con la base elettorale, ma non risolvono il problema della sopravvivenza dell’esecutivo e non sono la spiegazione di cui ha bisogno il cittadino per capire che cosa sta succedendo. Per fare questo, Berlusconi deve andare in Parlamento con un discorso molto netto, chiarissimo, molto severo. Deve raccontare ai parlamentari e agli italiani che cosa è accaduto da un anno a questa parte. A costo di essere ruvido, deve far emergere tutte le contraddizioni del caso Fini. Non per far cambiare idea al presidente della Camera, questo mi pare un obiettivo vano, quanto per dare ai membri della Camera e del Senato un quadro esauriente della situazione. Deve presentarsi in Parlamento come uno statista che ricorda agli eletti dal popolo che devono rispondere al popolo dei loro atti e devono assicurare al Paese stabilità e continuità di governo. In questa maniera Berlusconi farà un richiamo – l’ultimo – a quanti hanno davvero a cuore le sorti della legislatura. Serve responsabilità, non andare avanti alla cieca. La navigazione a vista è pericolosa.
Per questo il presidente del Consiglio non può limitarsi a incassare il voto dei finiani perché questo lo metterebbe subito nella difficile condizione dell’ostaggio politico di una minoranza che in testa ha una sola cosa: logorarlo. Berlusconi ha il dovere – e deve spendere tutte le sue energie per farlo – di dare una maggioranza autosufficiente al governo. Il presidente del Consiglio deve guidare il Paese senza andare ogni giorno con il cappello in mano a chiedere il voto dei finiani. Mi rendo conto della difficoltà del progetto, ma al di fuori di questa dimensione politica ci sono solo due scenari: 1. i finiani consumano il governo, ma lo tengono in vita per tarlarlo meglio, fino a farlo implodere al momento opportuno; 2. il governo cade subito e si tenterà di dar vita altrettanto rapidamente a un ribaltone e chissà quali altri inconfessabili papocchi. La terza via, quella del voto anticipato, quella che sembrerebbe più scontata, in realtà è la più difficile. E in ogni caso, per arrivarci in maniera limpida, cristallina, occorre appunto un discorso parlamentare di Berlusconi molto solido e politicamente denso. È la pietra sulla quale fondare un nuovo patto con gli elettori, quello che condurrà poi alla data del 2013, scadenza naturale della legislatura. Prima di tutto questo, è necessario misurare le legittime ambizioni della Lega. Bossi è un uomo dal fiuto politico eccezionale, il suo obiettivo primario dichiarato è il federalismo, ma la Lega è anche un partito particolare. Non è un movimento politico riducibile alla classica bipartizione destra-sinistra.
La Lega ha un programma che di volta in volta si modula sui bisogni dei suoi elettori e gli interessi del partito nel gioco delle alleanze. Agli albori del movimento Bossi amava dire che era fondato su «basi socio-economiche» e gli intellettuali – che niente hanno mai capito del Carroccio – storcevano il naso senza afferrare che il Senatur diceva sul serio e poteva permettersi in un certo senso di essere se non a-ideologico, certamente privo degli -ismi del Novecento e robustamente pragmatico, il tanto che basta per essere percepito come alternativo e in grado di passare dalla formula di partito di opposizione, alla dimensione simultanea «di lotta e di governo». La collocazione della Lega nel centrodestra non è un dato permanente.
Il Carroccio è il miglior alleato di Berlusconi perché non è ancora un partito che ha raggiunto la dimensione che gli consentirebbe di rendersi completamente autonomo. Ma un’altra tornata elettorale, magari causata da una rottura traumatica dell’esperienza di governo, darebbe al partito di Bossi il carburante per mettersi al centro di tutto il sistema politico, cioè diventare una formazione in grado di scegliere di volta in volta gli alleati più funzionali al raggiungimento degli obiettivi politici. Una SuperLega non conviene a nessuno, né a destra né a sinistra. E un governo in ostaggio dei finiani le darebbe ancora più forza. Anche per questo motivo Berlusconi deve pensare alle elezioni anticipate come seconda miglior scelta. Prima deve venire il tentativo di rendere il governo autosufficiente. Così salva non solo il suo governo, ma il Paese da una frattura politica e sociale certa di cui gli avventurieri di destra e di sinistra non si curano. Solo così nessuno potrà rimproverargli di non aver provato a fare il suo dovere di uomo di Stato. Perché chi rompe, alla fine paga.