Che cosa si cela dietro quelle due paroline, crisi pilotata, di cui stamane, al termine del vertice con Fini, ha parlato  Umberto Bossi? Un semplice rimpasto, come vorrebbe il Senatur? Una trappola per indurre il Cavaliere a dimettersi facendogli credere che sarà ancora lui a guidare il nuovo esecutivo allargato all’Udc e gradito ai finiani per poi pugnalarlo alle spalle? Oppure, come sostengono gli uomini più vicini a Fini, l’unico modo per salvare una legislatura e una maggioranza che, altrimenti, avrebbe le ore o al massimo i mesi contati?

È chiaro che Berlusconi chiede garanzie. Salire al Colle e dimettersi, come gli ha chiesto il presidente della Camera, sarebbe un harakiri, se non avrà la certezza che Napolitano gli ridia l’incarico per formare un nuovo esecutivo. Il fatto è che il capo dello Stato, questa garanzia, non gliela può offrire. Gliela possono  offrire, al premier, i segretari di partito della sua nuova maggioranza (da Bossi a Fini a Casini). Domanda:  c’è da fidarsi di una garanzia firmata da quello stesso Fini che, dal palco di Bastia umbra, ha già dichiarato che il suo obiettivo è la morte politica del primo ministro?

C’è chi ipotizza che dietro quelle due paroline – crisi pilotata – si nasconda   Giulio Tremonti, l’unico possibile premier di una nuova maggioranza di centrodestra che offra qualche garanzia alla Lega e nello stesso tempo soddisfi Fini e Casini. Allo stato è un’ipotesi fantascientifica. Anche perché il Cavaliere non vuole mollare. Quali garanzie gli offrirebbe un Tremonti uno? E poi: siamo sicuri che Tremonti si presterebbe a una simile operazione, magari dopo che sarà fallito il tentativo del Berlusconi bis?

La fumata nera del vertice tra Fini e Bossi, a Montecitorio, era più che prevedibile. Era scontata. Quel «mi ha riferito le stesse cose che ha detto da Perugia» pronunciato dal segretario della Lega Nord al termine del vertice riporta indietro l’orologio. Alla crisi politica che non è ancora crisi parlamentare. Una crisi parlamentare che Fini, nella sua triplice veste di presidente della camera, garante della maggioranza e campione del più frusto degli antiberlusconismi,  avrebbe il dovere di aprire. Scegliendo la strada maestra: quella che gli indica quella Costituzione di cui lui stesso si è autonominato il campione. Perché non lo fa? Che cosa sta aspettando? Che Bersani riesca a convincere la Lega a smarcarsi da Berlusconi per votare un nuovo esecutivo di responsabilità nazionale (così lo definiscono) libero dal PdL, cioé dal partito che ha vinto le elezioni? Ci verrebbe da dire: campa cavallo. Alle elezioni anticipate a primavera, salvo  crisi pilotate, non sembrano esserci alternative. E non è detto che, dopo le elezioni, come risulta da tutti i sondaggi, non esca un parlamento spaccato a metà: la Camera al PdL+Lega, il Senato alle nuove e vecchie opposizioni. Con quali prospettive? Non si sa. La lunga transizione alla terza repubblica potrebbe essere appena iniziata.