I LAUDATORES DEL GOVERNO TECNICO SI FACCIANO UN PICOLO ESAME DI COSCIENZA
Pubblicato il 11 novembre, 2012 in Politica | Nessun commento »

Come le grida manzoniane. Ogni provvedimento del governo tecnico viene annunciato con gli stessi metodi degli antichi bandi pubblici e gridato per le strade dai banditori, che a volte sono i membri dell’esecutivo, a volte le testate giornalistiche amiche, spesso tutt’e due. E sono giorni che sentiamo parlare delle “rivoluzionarie” riforme attuate da Monti, della necessità di attuare la sua fantomatica agenda e dell’Italia che sarebbe stata «salvata» dai tecnici. Basterebbe qualche piccola riflessione per dimostrare il contrario, ricordare ad esempio che le riforme erano “rivoluzionarie” negli intenti e che invece, nella messa a punto, sono state raffazzonate e annacquate, a partire dal lavoro per finire con le pensioni, zeppe di errori madornali e di problemi giganteschi come il nodo degli esodati. Basterebbe anche ricordare che sul piano economico – proprio quello considerato più congeniale ai professori bocconiani del governo – ci sono stati provvedimenti che hanno incentivato la recessione invece di fare crescita. Lo dimostrano i fatti. Le ultime cifre ufficiali le ha date la Confcommercio: altro che agenda per lo sviluppo e luce in fondo al tunnel, ci troviamo in una galleria che rischia di essere senza uscita, in rapido peggioramento. Giovanni Galimberti, presidente dei giovani di Confcommercio, parla di «consumi che hanno fatto un passo indietro di 15 anni», una morìa di imprese che va avanti al ritmo di una al minuto e che, negli ultimi 18 mesi, ha portato 635mila aziende a chiudere i battenti. Colpa anche di un fisco esoso e sperequato. «È difficile mantenere un’impresa – ha spiegato Galimberti – quando l’imposizione vera ha ormai raggiunto il 55 per cento e quando ci sono imposte che le imprese debbono pagare anche quando sono in perdita, come l’Imu, che è una patrimoniale sui beni strumentali, e l’Irap che è la tassa sulla crescita». Siamo tornati indietro rispetto al lavoro fatto da Berlusconi, che invece aveva abolito l’Ici e messo sotto osservazione l’Irap per studiarne il contenimento. Chi festeggiò la caduta del governo di centrodestra dovrebbe fare un piccolo esame di coscienza. Come minimo. Francesco Signoretta, Il Secolo d’Italia, 11 novembre 2012
.……………..E mentre i fallimenti del governo dei professori sono orami dati acquisiti non certo alla storia ma di sicuro alla cronaca del nostro povero Paese, il capo dei tecnici, il professore per eccellenza, cioè Monti si dimsrra per quello che è, cioè un concentrato di egocentrismo asll’ennesima potenza, e si dà alla laudazione di se stesso, domentico che, come dice il poeta, chi si loda si imbroda. Ma oramai il nostro, dimentico di essere stato egli stesso il prodotto della partitocazia italiana, designastgo una volta da Berlusconi e la volta successiv da Prodi in seno alla Commisisone Europea, ruolo donde nessuna nuova, nè bella nè brutta, è mai giunta all’Italia, non solo non cessa di autoincensarsi (ho più consenso dei partiti che mi sostengono, la gente per la strada mi dice:vai avanti -non ha mai incontrato chi scrive queste note….-, faccio le battute perchè nel mondo anglosassone la ironia è di casa – siamo ai limiti della coglioneria! – , sto insegnando agli italiani quello che gli altri non hanno insegnato…e via con queste gradassate da bulletto di Trastevere) ma annuncia che dopo le elezioni se i partiti lo chiamano lui è pronto a continuare. Meno male che a volerlo sono solo due dinosauri della politica italiana, i peggiori volgabbana della storia recente del nostro Paese, cioè Fini e Casini, nonostante i quali è ben difficoile che Monti posa rimanere lì dove la dabbennaggine dei partiti, la ritirata spagnola di Berlusconi, la svolta autoritaria di Napolitano, lo hanno issato. Da Bersani ad Alfano, passando per la galassia di tuti i partiti, meno appunto l’UDC e la molecola finiana, tutti sono d’accordo su una sola cosa: l’esperienza di Monti non s’ha da ripetere. Da ultimo, anche per sbattere la porta in faccia a Fini, lo ha ripetuto poco fa su RAI 3 il segretario pdiellino Alfano per il quale l’ipotesi di un altro govenro di pasticcioni, ex seconde e terze file non della politica ma del sottobosco dei laudatores prodomo propria, non esiste per nulla. Concordando di fatto con Bersani: se nessuno vince, si torna alle urne. Cioè, si torna alla democrazia dopo la tragicomica parentesi dei professori che hanno confermato il proverbio per cui “chi sa fa, e chi non sa insegna” (ovviamentte, escluso gli insegnanti, quelli veri, a cui sono affidati i nostri figli). g.

