I giudici della Consulta i quali l’altro giorno hanno decretato che in pratica le Province possono essere abolite solo previa modifica della Costituzione, e non con un decreto legge del governo, quei giudici forse non lo sanno: ma essi hanno dato un contributo decisivo perché gli italiani si confermino ulteriormente in un giudizio ormai divenuto senso comune: «In Italia non è possibile cambiare nulla, non si può fare nulla. Siamo condannati alla paralisi».

Un giudizio che si ascolta sempre più spesso anche da chi fino a ieri non si stancava di sperare nella buona volontà e capacità dei ministri, del Parlamento, di qualcuno insomma, di riformare, di semplificare, abolire, qualcosa; di avviare il Paese su strade nuove. E invece no, in Italia non si può. Perché di fatto in Italia un vero potere di decisione non esiste. O meglio: sulla carta si può decidere qualunque cosa, dare vita a qualunque novità. Ma sulla carta: perché poi ogni decisione immancabilmente si arena, ogni novità si blocca, in attesa di un regolamento, di un parere, di una tabella tecnica, della riunione di un comitato, ma sopra ogni cosa in attesa del fatidico « esito del ricorso », suprema spada di Damocle perennemente agitata e perennemente sospesa su ogni atto della Repubblica.

In Italia il potere di chi governa sembra così risolversi, alla fine, quasi soltanto in un semplice potere di proposta. La quale diventa un comando effettivo ma solo se ottiene il placet successivo da parte del combinato disposto di alta burocrazia, codici, Costituzione e magistrature varie. Un insieme di forche caudine disposte ovviamente con le migliori intenzioni che però sortiscono pressoché regolarmente un solo risultato: in un modo o nell’altro quello di svuotare, attenuare, cancellare, il provvedimento di cui si tratta.

Conosco l’obiezione: «C’è poco da fare, è lo Stato di diritto. Nulla si può contro la legge. E se la legge prevede procedure, eccezioni, ricorsi, bisogna rassegnarsi». Certo. Ma è legittimo porsi almeno due domande: perché nessuno pensa – o, se ci pensa, riesce mai – a cambiare davvero le leggi e ancora oggi sembra che cambiare alcune parti della Costituzione equivalga alla fine del mondo? E ancora: perché nell’interpretazione di quelle esistenti sembra prevalere in così tanti casi il cavillo, la capziosità da leguleio, e quasi mai invece la sostanza delle cose e l’interesse collettivo? Il sospetto è facile ma inevitabile: perché è precisamente in questo modo che non solo possono sperare di avere la meglio tutti gli interessi particolari (lobby, corporazioni, potentati economici) abitualmente difesi da agguerritissimi studi legali o da influenti reti di relazioni, ma perché così difendono il loro ruolo e il loro decisivo potere d’interdizione coloro che occupano i gangli dell’alta burocrazia nonché della struttura giudiziaria (troppo spesso collegati anche per via di parentela o di assunzioni di familiari con gli interessi particolari di cui sopra).

La nostra democrazia è in una crisi profonda anche per questo: perché da troppo tempo al potere legittimo espresso dal Parlamento e dal governo – cui solo spetta di decidere in quanto espressione della volontà dei cittadini – si è sovrapposto di fatto un potere di veto, oligarchico e autoreferenziale, di natura castale. L’immobilismo di cui sta morendo l’Italia è il frutto avvelenato della scarsa funzionalità del potere democratico di decidere , cioè del potere della politica, e, viceversa, dell’eccessivo potere di veto delle oligarchie giuridico-amministrative. Ernesto Galli della Loggia, Il Corriere della Sera, 7 luglio 2013

…..Con tutto il rispetto per Galli della Loggia, che leggiamo sempre con piacere, ci sembra che abbia scpetrto l’acqua calda o, se si preferisce, abbia finito col dare ragione, tangta!, a Silvio Berlusconi che queste cose le dice da anni.