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TRE ANNI FA E IL NUOVO INIZIO

Pubblicato il 8 maggio, 2011 in Politica | No Comments »

DI MARIO SECHI

Berlusconi Esattamente tre anni fa il quarto governo Berlusconi giurava al Quirinale ed entrava in carica. Era l’8 maggio del 2008, il Cavaliere aveva a sua disposizione una maggioranza fortissima e un esecutivo di 61 elementi. Oggi quella maggioranza è cambiata e si è ridotta, un cofondatore del Pdl (Gianfranco Fini) ha provocato una scissione e insieme a un gruppo di parlamentari ha dato vita a un nuovo partito (Fli), altri soggetti sono entrati a far parte della maggioranza. Il quadro politico rispetto all’inizio è mutato, l’agenda del governo è stata condizionata in maniera pesante dalla globalizzazione sul fronte esterno e dall’azione della magistratura su quello interno. Mancano due anni alla fine della legislatura. Se consideriamo gli ultimi sei mesi come un periodo naturale di preparazione del voto nazionale, significa che in realtà tra 18 mesi ci troveremo già a fare i conti con un «nuovo inizio» dai molti significati. Berlusconi ha a disposizione tempo sufficiente per mettere in cantiere due o tre riforme (quella fiscale su tutte) e ragionare sulla possibilità di separare premiership e leadership nel 2013. Quello che non può permettersi è di non far niente, cioè di tirare avanti senza innovare. Le elezioni amministrative saranno un’interessante mappa per capire che cosa accadrà. Tutti guardano a Milano, io invece tengo d’occhio soprattutto Bologna. Se il candidato della Lega arriva al ballottaggio, significa che le radici sociali del nostro Paese stanno cambiando anche dove tutto si riteneva immutabile e granitico. Chiuse le urne e contati i voti delle grandi metropoli, inizia la fase due del governo. Non sarà l’ultima di Berlusconi.  Mario Sechi, Il Tempo, 8 maggio 2011

FLI E’ SOLO UNA FARSA, LA SINISTRA E’ AL COLLASSO…MORIREMIO DEMOCRISTIANI?

Pubblicato il 8 maggio, 2011 in Politica | No Comments »

Se proviamo per un istante ad aprire lo sguardo, sollevandolo dalla minutaglia politica per vol­gerlo all’orizzonte, l’Italia di oggi appare alla vigilia di una grande restaurazione neodemocristia­na. Dalla crisi del progetto berlu­sconiano – che è ben altro dalla crisi di governo, che non  ci sarà neanche questa volta – non uscirà né la destra europea né la sinistra riformista che i politologi e i politicanti vanno da anni invocando invano, bensì una nuova, antichissima marmellata centrista impastata di buone maniere istituzionali e di conservatorismo statalista, di poteri forti e di consociativismo politico, di assistenzialismo e di buon senso politicamente corretto. Silvio Berlusconi, nonostante racconti spesso con una punta di civetteria di essere sceso in campo la prima volta a 11 anni per attaccare i manifesti di De Gasperi, non è mai stato un democristiano: per temperamento e per biografia, prima ancora che per cultura o per scelta, è semmai un uomo del riformismo craxiano. L’idea di modernità che Berlusconi esprime, irrompendo sulle macerie della prima Repubblica, segna una cesura netta non soltanto rispetto al galateo, come non si manca mai di ricordare, ma anche e soprattutto rispetto all’agenda politica, alle priorità e alle modalità dell’azione di governo,alla forma-partito, e insomma alla politica così come l’avevamo conosciuta fino ad allora. Liberale, scapestrata, irriverente (e spesso, ahimé, inefficace), la «destra» berlusconiana sostituisce la Dc come casa comune dei moderati. È una piccola rivoluzione che oggi sembra aver esaurito la sua spinta propulsiva. L’Italia è un paese conservatore: ma lo è come in quel racconto di Flaiano, dove persino l’arrivo di un marziano a via Veneto, dopo un po’, diventa una semplice curiosità che increspa appena lo scorrere lento della vita di sempre.

Sta capitando più o meno la stessa cosa a Berlusconi, il marziano della politica: ma in una forma più subdola, e sfruttando l’estrema fragilità della coalizione. I segnali sono molti. Le cronache dipingono spesso Letta e Tremonti su sponde opposte (l’ultima volta a proposito di Geronzi), ma in realtà entrambi condividono, se non una cultura, certamente una prassi democristiana del potere, cioè sostanzialmente conservatrice e interessata alla redistribuzione ( assistenziale) più che alla modernizzazione ( liberale). Democristiano si può dire un governo che, al netto dei provvedimenti economici varati l’altro giorno e ancora da verificare, rinuncia alle riforme perché tutto concentrato sulla propria sopravvivenza. Democristiani, naturalmente, sono i Responsabili, che persino nell’estetica ricordano i peones che affollavano i convegni dorotei. E un pochino democristiano è diventato anche Bossi, con le sue crisi minacciate e poi rientrate al solo scopo, neppur inconfessato, di guadagnare visibilità, voti e potere. Democristiano, infine, è l’orizzonte. Un’alternativa di centrosinistra, dopo la sciagurata scelta del Pd di legarsi a Vendola e Di Pietro, è assai improbabile. La destra moderna di cui a un certo punto ha parlato Fini è diventata una parodia del dipietrismo. Il solo a godere di buona salute politica, come il guerriero che attende paziente sulla riva che il fiume gli porti il cadavere del nemico, è Pierferdinando Casini. Ha raddoppiato i parlamentari mangiandosi prima Rutelli e poi Fini. Civetta con Bersani ma non si alleerà con lui. Ha molti amici nel Pdl, nella Chiesa, in Confindustria. E soprattutto ha già detto che cosa vuol fare: andare da solo alle elezioni, impedire al centrodestra di conquistare la maggioranza in Senato, accordarsi con Berlusconi in cambio di palazzo Chigi. Più responsabile di così… Non è una questione di uomini (Casini sarebbe un ottimo presidente del Consiglio), ma di cultura politica, di metodo, persino di spirito. La risacca democristiana che si annuncia porterà forse un po’ di calma nei talk show, e ridurrà alla disoccupazione i professionisti dell’antiberlusconismo, ma non per questo salverà l’Italia o ne risolverà un solo problema. Aspettando il Godot riformista, c’è un solo leader oggi in grado di opporsi alla risacca: il liberale Berlusconi. Non si arrabbi con Napolitano, ma, al contrario, lo ringrazi per l’occasione che gli offre e vada in Parlamento. E, presa la fiducia, non la usi come una ciambella per galleggiare un altro paio di mesi, ma come una clava per fare le riforme liberali (tasse, liberalizzazioni, giustizia) per le quali è stato eletto. Senza aver paura della crisi, perché comunque alle elezioni prima o poi ci si andrà. E divincolarsi dalla palude è la premessa per riprovare a vincere. Fabrizio Rondolino, Il Giornale, 8 maggio 2011

E ADESSO IL QUIRINALE FA OPPOSIZIONE DA SOLO, di Alessandro Sallusti

Pubblicato il 7 maggio, 2011 in Politica | No Comments »

Il presidente della Repubblica pretende che le nomine dei sottosegretari passino dal Parlamento. Altro che arbitro: il Quirinale non sopporta che Berlusconi vada avanti

Ci eravamo sbagliati. Non è vero che la sini­stra è morta. Oddio, quella guidata da Bersani in effetti ormai è un fenomeno da baraccone che trova spazio e voce sol­tanto a Ballarò e ad Annoze­ro. Ma ce n’è un’altra che non demorde. Non è il Pd e neppure Di Pietro. Ha sede operativa al Quirinale, dove il comunista Giorgio Napo­litano sta portando da solo sulle sue spalle tutto il peso dell’opposizione. Il presi­dente non si dà pace che Berlusconi continui a gover­nare nonostante tutto quel­lo che gli è stato gettato addosso. E così ogni giorno se ne inventa una per minare, intralciare,boicottare l’azio­ne della maggioranza. L’ul­tima è di ieri. Napolitano pretende, fatto inusuale, che le Camere votino le no­mine dei nuovi sottosegre­tari scelti giovedì dal pre­mier per fare spazio nel go­verno al nuovo gruppo dei Responsabili (quei parla­mentari che, passando con la maggioranza, hanno sventato il blitz di Fini e Boc­chino).

Di fatto Napolitano pre­tende che l’esecutivo si sot­toponga a un nuovo voto di fiducia, sperando forse che il malumore dei deputati pi­dielli­ni per le nomine dei Re­sponsabili giochi un brutto scherzo al Cavaliere. Ormai ci provano in tutti i modi: le scissioni, i processi, le spia­te nella vita privata, la politi­ca internazionale (a propo­sito di Libia: sarà una coinci­denza, ma è stato proprio Napolitano a dare il via ai bombardamenti, ben sa­pendo che la Lega si sareb­be infuriata). Certo, dei de­putati hanno cambiato schieramento. E allora? Da quando è successo Camera e Senato hanno già dato, tra diretti e indiretti, ben dieci voti di fiducia al governo. Non bastano? Stia tranquil­lo il Quirinale, arriverà an­che l’undicesimo.

Ma quello che sorprende è che l’arbitro Napolitano fi­schia presunti falli contro la Costituzione solo quando crede e solo a senso unico. Prendiamo il caso Fini, elet­to presidente della Camera da una maggioranza che ha rinnegato, che combatte e osteggia dentro e fuori l’au­la. Vigliacco che il Quirinale abbia posto il problema a Fi­ni e alla Camera. No, quel salto della quaglia che mo­di­fica assetti politici e istitu­zionali, per lui è moralmen­te e formalmente corretto. E che dire degli abusi com­messi dai pm di Milano con­tro Berlusconi nell’inchiesta Ruby. Possibile che lui, capo supremo della magistratura, non abbia avuto nulla da dire sulle intercetta­zioni abusive e illegali fatte sul telefonino del primo mi­nistro?

L’inquilino del Quirinale ormai è uomo di parte, que­sto è evidente. Del resto lo è sempre stato. Comunista convinto (votò a favore del­l’invasione dell’Ungheria dei carri armati russi che fe­cero strage degli opposito­ri), fu eletto presidente del­la Repubblica con un blitz, e con i soli voti della sinistra. Diciamo che è uno che ha il senso della gratitudine, e ora sta ricambiando l’inspe­rato regalo. Nei giorni scors­i ha spronato la sinistra a fa­re meglio e di più. Come di­re: compagni, datevi una mossa e non lasciatemi da solo perché a una certa età fare l’opposizione a tempo pieno stanca. Alessandro Sallusti, Il Giornale, 7 maggio 2011

………….Sallusti, con la consueta franchezza, ha dato corpo ai nostri dubbi circa le reali intenzioni di Napolitano  espressi a commento dell’editoriale di Sechi. A maggior ragione va usato il suggerimento di Sechi e pretendere che alla Camera la composizione delle Commissioni parlamentari sia in sintonia con la maggioranza che sostiene il Governo. Ad inziare dall’Ufficio di Presidenza dove grazie al tradimento e alla fellonia dei finiani la maggioranza espressa dal voto degli italiani a maggio del 2008  è stata ribaltata. Dica anche questo Napolitano e tornerenmo a dargli credito di buonafede. g.

OCCASIONE DA SFRUTTARE, di Mario Sechi

Pubblicato il 7 maggio, 2011 in Politica | No Comments »

Dopo la fiducia chiesta dal Quirinale sarà un diritto-dovere della maggioranza chiedere di rimescolare la composizione delle commissioni parlamentari dove oggi c’è una situazione paradossale nella quale i perdenti si trovano in immeritato vantaggio.

Giorgio Napolitano Di Mario Sechi

Mettiamola così: la richiesta di Napolitano è singolare rispetto ai meccanismi parlamentari. Ma al posto del centrodestra non me la prenderei perché lo stesso governo ha «innovato» la prassi costituzionale con qualche strappo, come scrive il nostro Perfetti nella pagina dei commenti. Di fronte alla richiesta del Colle, proverei a ragionare cercando di trarne il massimo vantaggio. Come? Il governo ha già affrontato dal 14 dicembre in poi (data della Waterloo di Fini) una serie di voti di fiducia, uno in più non cambia la situazione. Anzi, rafforza l’esecutivo e accende il semaforo verde per allargare la maggioranza senza rischiare lo «stop and go» con Napolitano. Dopo la fiducia chiesta dal Quirinale sarà un diritto-dovere della maggioranza chiedere di rimescolare la composizione delle commissioni parlamentari dove oggi c’è una situazione paradossale nella quale i perdenti si trovano in immeritato vantaggio.

Dopo lo strappo di Fli, il ritorno a casa di alcuni «scissionisti» e l’ingresso di deputati dell’opposizione, un voto di fiducia così motivato porta dritto al riequilibrio di tutti gli organismi parlamentari. Non si tratta infatti di una semplice e formale «presa d’atto» nei confronti dell’esecutivo, ma di un voto sulla «natura» stessa della nuova maggioranza. Si vota. E cambia tutto. Manovra in linea con quanto richiesto dalla prima carica dello Stato. Berlusconi avrà sempre la possibilità di cambiare squadra e anche di riscrivere la legge Bassanini. Niente è immodificabile. Il Quirinale ha posto dei paletti? Sì, ma a ben vedere sono un’occasione in più per rafforzarsi e lasciare la sinistra a lambiccarsi sul come giustificare un’altra dura sconfitta. Mario Sechi, Il Tempo, 7 maggio 2011

……………Ad essere maliziosi si potrebbe pensare che lo strano invito di Napolitano perchè alla nomina dei nuovi sottosegretari segua una verifica parlamentare per accertare che la “nuova”  maggioranza abbia il sostegno del Parlamento nonostante i tanti voti ottenuti nel frattempo dal 14 dicembre in poi, abbia come obiettivo proprio quello suggerito da Sechi, cioè la rivisitazione della composizione delle commissioni parlamentari (sopratutto alla Camera dei Deputati)  perchè essa, come è giusto, deve rispecchiare la composizione del Parlamento e assegnare la maggioranza dei componenti ai gruppi che sostengono il Governo per assicurarne il regolare e corretto funzionamento. Se tale retropensiero di Napolitano corrispondesse al vero ci troveremmo di fronte ad una rivoluzione copernicana di un presidente che per una volta usa le note quirinalizie a sostegno della maggioranza  che però non l’ha eletto. Purtroppo, però, al pensare bene si sovrappone l’esperienza che consiglia di non fidarsi troppo delle interpretazioni “pro domo propria”. Comunque il suggerimento di Sechi  non va tralasciato, usandolo anche per mettere al palo il  Fin Laden della Camera. g.

LA SINISTRA’ PRIMA LA LEGGI E POI….NON LA ELEGGI, di Marcello Veneziani

Pubblicato il 6 maggio, 2011 in Costume, Politica | No Comments »

La sinistra? Prima la leggi e poi non la eleggi

Ma perché la sinistra in Italia non è in grado di costruire un’alternativa politica credibile, come dice autorevol­mente il presidente della Repubblica Na­politano? Perché non è un partito politi­co, ma un cenacolo di letterati, poeti, ro­manzieri. È impressionante la mole di romanzi, poesie, diari e saggi firmati dai leader di sinistra. Il poeta Nichi Vendola sforna geremiadi librarie con ritmo me­struale; Franceschini,scappato dall’ora­torio, scrive romanzi sulle prostitute; il romanziere e dissidente sovietico Vel­troni an­nuncia commosso un suo enne­simo polpettone sulla tragedia di Alfredi­no a Vermicino in cui dice di essersi iden­tificato nel bambino caduto nel pozzo; il truce Violante addirittura scrive tenere poesie con versi languidi e liriche ispira­te. MarcelloVeneziani

E Renzi e Cofferati, E.Letta e la Bindi, Bersani e Fassino, e D’Alema e Bertinot­ti, sono tutti talenti letterari prestati alla politica. E giù giù, sindaci, presidenti, sindacalisti. Non puntano più al gover­no, ma allo Strega… Fanno politica per ripiego, sono scrittori repressi e frustra­ti. Hanno frainteso il senso dell’egemo­n­ia culturale teorizzata da Gramsci e pra­ticata da Togliatti e si sono messi a pro­durre opere, e non attraverso l’Intellet­tuale Collettivo ma singolarmente, da ro­manzieri tristi, narratori morbosi, poeti crepuscolari, letterati scapigliati. L’uli­vo o la quercia, per loro, non è il simbolo del partito ma è l’albero a cui tendevi la pargoletta mano. Il Pd non va più giudi­cato come un partito ma come una cor­rente letteraria.

I loro modelli di riferi­mento non sono Kennedy e Berlinguer ma Balzac ed Hemingway. Se il popolo non li capisce è perché sono passati dal verismo all’ermetismo. Anche dalla parte opposta non sono pochi con la fregola del libro; e, nel mez­zo, Fini scrive all’anno più libri di quanti ne legga, perfino Bocchino racconta le sue memorie… Ma se altrove piovono li­bri, a sinistra è un’alluvione. Si è genera­t­a una forma inedita di clientelismo lette­rario col relativo voto di scambio: tu mi dai il voto, io ti do il libro, con dedica. Prima mi eleggi, poi mi leggi. Da qui la loro inadeguatezza a governare: Pascoli non può andare alle Finanze.

NUOVI SOTTOSEGRETARI? E DOV’E’ LO SCANDALO?

Pubblicato il 6 maggio, 2011 in Politica | No Comments »

Il governo ha nove nuovi sottose­gretari. Ce n’era bisogno? Non lo so, ma sono certo che, dopo il tra­dimento di Fini e dei suoi, la mag­gioranza aveva la legittima necessità di rafforzarsi per andare avanti nella legislatura e mantenere il patto con gli elettori. I nove fanno parte dei Re­sponsabili, il neonato gruppo parla­mentare che ha sostituito di fatto i fuo­riusciti del Fli. Sono tutti transfughi da altri partiti dell’opposizione che so­no passati con la maggioranza.

Han­no la stessa dignità, diritti e pretese di qualsiasi altro parlamentare. Alcuni sono mossi da nobili intenti, altri da calcolo personale. Esattamente come il novantanove per cento di chi fa poli­tica. Quantomeno meriterebbero una medaglia, senza di loro oggi non avremmo da tempo questo governo e questa maggioranza. Non è poco. Se Fini è ridotto a uno straccio, se il suo golpe è fallito è perché il piano, condi­viso con Casini, Bersani e Di Pietro, non aveva messo in conto che uno Sci­lipoti qualsiasi potesse spuntare al­l’improvviso. Un errore di presunzione che i tradi­to­ri di Berlusconi hanno pagato caris­simo. Lunga vita dunque agli Scilipo­ti, che giustamente ora vanno ricom­pensati per aver impedito il ribaltone. Se Montanelli, pur di non fare vincere i comunisti, aveva invitato gli italiani a turarsi il naso e votare Dc, più mode­stamente e meno drammaticamente possiamo invitare quella parte del po­polo del Pdl perplessa per l’infornata a fare altrettanto.

Non abbiamo nep­pure bisogno di votare, ci ha pensato Silvio Berlusconi a firmare i decreti di nomina. Onorare un debito, essere ri­conoscenti, non è mai una vergogna, è un merito e soltanto gli stupidi e i disonesti non lo riconoscono. In quanto al numero dei sottosegre­­tari, la sinistra non faccia tanto la spi­ritosa. Per tenere insieme la sua ar­mata Brancaleone, Prodi battè il re­c­ord italiano che apparteneva ad An­dreotti e comprò tutti, ma proprio tut­ti: 102 persone (26 ministri e 76 sotto­segretari) e, beffa, neppure gli servì a stare in piedi. Capisco che essere fre­gati prima da un pugno di peones e poi dall’odiato Verdini (il coordinato­re del Pdl che ha orchestrato l’opera­zione allargamento) a Fini e a Di Pie­tro deve aver fatto girare i santissimi come non mai.

È un po’ come perde­re i mondiali di calcio a tempo scadu­to per un calcio di rigore. Sta di fatto che oggi ad alzare la coppa è il centro­destra e non loro. E se la necessità rea­le delle nomine è scarsa non mi scan­dalizzo: anche Fini fa il presidente della Camera senza motivo e utilità per nessuno. Alessandro Sallusti, Il Giornale, 6 maggio 2011

…….Basterebbe quest’ultima considerazione di Sallusti per dargli ragione. g.

A CHI GIOVA LA MACCHINA DEL FANGO?, di Giuliano Ferrara

Pubblicato il 5 maggio, 2011 in Costume, Politica | No Comments »

Il rovesciamento della frittata è una specializzazione notoria di certi ambienti editoriali che da un tempo infinito danno la caccia a Silvio Berlusconi con tutti i mezzi, coprendolo di fango e fanghiglia quotidianamente. Sequestrato da Repubblica per le sue campagne militarizzate, il famoso autore di best-seller Roberto Saviano non ha molto senso dell’umorismo quando dice che chi critica il governo finisce «delegittimato».

A chi critica e insolentisce tutti i giorni il governo più delegittimato del mondo succede quel che tutti vedono: vende molto i suoi prodotti sul mercato del disprezzo e del cosiddetto contropotere; ha a disposizione editori a bizzeffe, e perché no anche l’odiato editore-presidente che gli apparecchia la tavola con tovaglie di pizzo; dilaga sui giornali con premio grasso al suo narcisismo, fotografie sofferenti e cristologicamente ispirate, articolesse di e su l’eroe del momento; la costruzione di un alone di santità e di bellezza e di fascino per le masse lo porta in teatri e piazze e concerti sempre pienissimi di gente plaudente, e swinging; è conteso nei salotti del potere culturale e politico; diventa anchorman per la tv pubblica e per altre reti dove la psicologia della piazza distrugge letteralmente interlocutori e avversari sgraditi; gode di campagne di diffamazione dei suoi critici ordinariamente ammannite dai media carcerari e teppistici che sfruttano il rapporto a doppia mandata con i magistrati manettari e comizianti per distruggere gli avversari; ha modo di farsi nuovi titoli da piagnisteo invocando il pericolo della censura; se la censura arriva, naturalmente ben pagata e liquidata in grande spolvero, allora si fa un giretto nel Parlamento europeo; poi torna immancabilmente a concionare lieto nelle case degli italiani in trasmissioni ritmate sul calendario settimanale, senza un giorno di eccezione e di riposo, compresi il sabato e la domenica; gode di un accreditamento internazionale che gli procura la logica da beautiful people tipica degli ambienti liberal anglosassoni e francofoni; e quando vince le elezioni, ciò che accade nonostante la sempre denunciata dittatura televisiva dell’Arcinemico, si prende tutto e si fa una passeggiata nel palazzo del potere, ma senza subire gli strali del contropotere militante della destra, che non esiste o è infinitamente inferiore in perfidia e in efficacia.
Dimentico certamente altri particolari lubrichi e divertenti dell’amplesso con la folla osannante e delle soddisfazioni di mercato politico a cui va incontro chi «delegittima» il governo e finisce in questa valle di lacrime che è l’opposizione in Italia.
E questa sarebbe la macchina del fango di Berlusconi, l’uomo politico più spiato, processato, accusato, pedinato, statuettato sui denti, dileggiato, osteggiato in patria e all’estero che esista al mondo. Ora, capisco che nella logica fintamente ingenua, vittimistica e banale di queste marionette nelle mani del club dei miliardari, quelli che mandano i bambini a recitare le litanie dell’odio, ogni critica, ogni ironia, ogni assalto anche il più fragile e sconclusionato della destra e dei suoi giornali di minoranza è considerato lesa maestà degli intoccabili. Capisco che i caserecci show del premier davanti ai tribunali sono invece esibizione di svergognate claque orwelliane pagate con panini al salame. Ma un po’ di senso dell’umorismo, quando parlano di macchina del fango, non riesce a penetrare i cuoricini beati e le cape fresche degli eroi del mercato che ha in Berlusconi il suo core business? Giuliano Ferrara, Panorama

IL PARTITO DEI PM COME ANTISTATO

Pubblicato il 4 maggio, 2011 in Giustizia, Politica | No Comments »

Mauro Mellini, ex parlamentare dalla storica militanza radicale, non è sorpreso dalle rivelazioni con cui il pentito Giovanni Brusca, ieri, ha accusato di collusione con la mafia praticamente tutta la classe politica. Le denunce all’ingrosso dell’ex mafioso non hanno risparmiato quasi nessuno: “Nel ’92, Cosa nostra aveva rapporti con la sinistra, con politici locali, con Lima e a livello nazionale con Andreotti”, ha detto Brusca, secondo il quale “Marcello Dell’Utri e Vito Ciancimino volevano portare a Riina la Lega nord e un altro soggetto politico che non ricordo”.

La foga inquisitoria di Brusca,
secondo Mellini, è figlia di una logica innescata dalle procure: “Il cosiddetto ‘pentitismo’ nasce dall’abuso dei magistrati, che assicurano ai mafiosi premi che la legge non prevede, in cambio delle loro rivelazioni. I magistrati dicono: ‘Trattiamo noi con i mafiosi arrestati’, e usano come prova anche quello che potrebbe essere al massimo un indirizzo per dare una direzione alle indagini”. Secondo Mellini, una delle assurdità del nostro codice di procedura penale è il principio in base al quale il pubblico ministero indaga non perché viene a sapere di un reato, ma alla ricerca di notizie di reato. “Così il pubblico ministero, che ormai è una sorta di ‘magistrato poliziotto’, a forza di indagare sulle ipotesi di reato e di usare i pentiti come mezzi di prova, li istiga a rendere le loro confessioni sempre più clamorose – dice Mellini – Brusca, che si è pentito dopo aver sciolto un ragazzino nell’acido, deve dimostrare di essere un superpentito ai pm che gli chiedono: ‘Ma come, non sai niente?’”. “Quando è scoppiato il caso Tortora non c’era la legge premiale – ricorda Mellini – però i magistrati trovavano comunque il modo di gratificare i pentiti: ‘Vieni qua, dicci qualcosa, al massimo se non possiamo assolvere te assolviamo tuo fratello…’”. Il pentito, che viene premiato in proporzione al materiale che offre a chi conduce le indagini, si ritrova nel mezzo di un vero e proprio corteggiamento: stuzzica, svela dei contorni quando serve, gioca di malizia, valuta se è meglio condurre o lasciarsi guidare. Per capire che qualcosa non va basterebbe sfogliare i verbali degli interrogatori dei pm Antonio Ingroia e Anonino Di Matteo a Ciancimino Jr.: “La lettura dei verbali è sconcertante – dice Mellini – Questo Massimo Ciancimino non dice mai niente, parla sempre per induzione da parte del pubblico ministero”.

Insomma, per Mellini,
che all’epoca della “trattativa” era alla Camera dei deputati, c’è qualcuno in Italia che ha trattato di sicuro con i mafiosi: i magistrati. Le grandi manovre che Ciancimino Jr. imputa allo stato sono state paradossalmente più goffe: “Se si fanno le trattative bisogna sapere qual è la situazione, dove si può arrivare e che cosa si intende ottenere – dice Mellini – Questi che vengono accusati di avere condotto trattative con la mafia, se le hanno fatte, le hanno fatte a vuoto, dando soltanto un’impressione di debolezza”.

Mellini però sottolinea: “Quello che ho dato è un giudizio politico sul loro operato. Lo stato ha comunque tutto il diritto di trattare con chi gli pare e piace, se è lo stato. Se poi invece erano il generale Mori o chi per lui ad agire per i cavoli loro allora è un altro discorso. Ma quando i magistrati dicono che era lo stato a trattare, significa che riconoscono che questi soggetti trattavano per lo stato nella sua globalità, che avevano il diritto di rappresentare lo stato”. Per i magistrati di Palermo e Caltanissetta, che indagano sui presunti mandanti delle stragi di mafia, se lo stato ha trattato con i mafiosi, va processato. La fattispecie non esiste, ma Mellini, con un’acrobazia giuridica, se l’è inventata: “Sarebbe ‘concorso esterno precontrattuale in associazione di stampo mafioso’, o, se preferiamo, ‘tentata amnistia’”. Mellini ricorda di aver visto prendere piede nelle procure degli anni Settanta – soprattutto in quelle calabresi, con cui aveva più familiarità – una cultura per cui “noi siamo gli avamposti della legalità” e “lo stato ci ha abbandonato, è un traditore”. E così, “nel tempo, lentamente, gli atti di elaborazione concettuale di Magistratura democratica sono passati nella magistratura corporativa e ora che la politica prova a tirare le briglie che ha lasciato a lungo sciolte, il cavallo della magistratura si imbizzarrisce”. E reagisce, “non ritenendosi più un pezzo dello stato, ma espressione ormai di un qualcosa che sta sopra al potere temporale, come gli ulema nello stato islamico. Sono un’aristocrazia dotata di un potere carismatico, che per definizione non è elettivo: si acquista col concorso di uditore giudiziario”. In questa logica, “la misura della validità di quello che dice Brusca non è più la ragionevolezza o il diritto, ma è l’etica golpista del partito della magistratura: abbiamo individuato i grandi signori del male, tra i quali c’è Berlusconi. Ora dobbiamo colpirli”. IL FOGLIO QUOTIDIANO, 4 maggio 2011

.……………Sono di ieri le esternazini al limite della follia rese dal criminale mafioso Giovanni Brusca che da  assassino di mestiere ora tenta di riscrivere la storia italiana, infangando personalità e uomini di cui potremmo contestare le scelte politiche, non certo la rettitudine di governo. Per esempio Nicola Mancino, già  Ministro dell’Interno,  presidente del Senato e poi vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura. Brusca lo ha accusato di essere stato il regista dell’accordo Stato-Mafia perchè glielo avrfebbe detto Riina, il quale Riina, non va dimenticato fu arrestato quando Mancino era minstro dell’Interno. E’ evidente che trattasi di rivelazioni che fanno a cazzotti con la verità. E poi lo stesso Brusca, pur dichiarando che Berlusconi e Dell’Utri nulla hanno a che farfe con le stragi del 1993, ha dichiarato che nell’estate del 1993, lui prese contatti con Berlusconi, tramite Dell’Utri, perchè Berlusconi era in procinto di diventare poresidente del Consiglio. Basterebbe tanto perchè i giudici lo prendano e lo rinchiudino, insieme a qualche pm troppo spregiudicatom in qualche cella, buttandone la chiava in mare, come il cormo di Osama Bin Laden. Nell’estyate del 1993 nessuno sapeva che si sarebbe votato nel 1994, nessuno sapeva, neppure l’interessato, cioè Berlusconi, che le circostanze lo avrebbero indotto a scendere in politica, nessuno poteva prevedere, neanche il mago Otelma, che a Berlusconi sarebbe riuscita l’operazione di mettere su in poche settimane un partito, stringere alleanze al nord con la Lega e al sud con il MSI e addirittura mettere insieme Lega e Msi, cioè il diavolo e l’acqua santa, e vincere le elezioni…solo Brusca nell’estate del 1993 “sapeva” che Berlusconi si “apprestava a diventare presidente del consiglio”. Si tratta di un pazzo, pluriomicida,  al quale si cnsente di esternare in pubblico farneticanti dichiarazioni che offendono la comune intelligenza. Un pò come è stato per l’altro rivelatore di smargiassae, quel Massimo Cincimino, trattato come un oracolo dal pm siciuliano Ingroia e che ora  si è scoperto essere uno squallido realizzatore dei più ignobili falsi mirati a distruggere seri e coraggiosi servitori dello Stato, sopratutto poliziotti e carabinieri, l’ex capo della Polizia e l’ex comandante dei Ros, per trarne vantaggi e immunità per sè e per i tesori accumulati dal padre, mafioso confesso. E’ finita con il suo arresto e la pubblica sconfessione di certe teorie parlemitane vendute per verità evangeliche. E’ davvero il caso di chiudere questa stagione di veleni che ha affidato al pentitismo interessato il compito di riscrivere la nostra storia recente attraverso la sistematica diffamazione dei servitori dello Stato. Ed anche  necessario ripristinare regole che impediscano a magistrati politicizzati di usare il pentitismo di spregiudicati delinquenti per alterare le regole della politica e della democrazie. g.

E NAPOLITANO ALLA FINE SBOFFA: SIETE DEGLI IPOCRITI

Pubblicato il 2 maggio, 2011 in Politica | No Comments »

Giorgio Napolitano Alla fine anche lui ha perso la pazienza. E al Quirinale nel bel mezzo delle celebrazioni ufficiali per il Primo maggio (una festa che per Giorgio Napolitano non è proprio una festa qualunque), il presidente della Repubblica si lascia scappare uno sfogo amaro: «I miei richiami sono accolti con ipocrisia istituzionale». Con chi ce l’ha? Con tutti, spiega chi frequenta spesso il Quirinale. Dice Napolitano: «È sufficientemente chiaro il bisogno – sono ancora le sue parole – che io avverto già da tempo, di un richiamo alla durezza delle sfide che ci attendono e già ci incalzano. Sembra quasi talvolta, che l’accogliere oppure no, il far propri sinceramente o no quei miei richiami, sia una questione di galateo istituzionale o un esercizio di ipocrisia istituzionale». Quindi la stilettata: «Ma è ai fatti e alle conseguenti responsabilità che sempre meno si potrà sfuggire – insiste il Capo dello Stato – senza mettere a repentaglio quel qualcosa di più grande che ci unisce, quel comune interesse nazionale, che non è un ingannevole simulacro, senza finire per pagare prezzi pesanti in termini di consenso». Poi Napolitano aggiunge: «Mi domando, ed è una domanda che può riferirsi anche alle relazioni tra le forze politiche: è inevitabile l’attuale grado di conflittualità, è impossibile l’individuazione di interessi e impegni comuni? Si teme davvero che possa prodursi un eccesso di consensualità, o un rischio di cancellazione dei rispettivi tratti identitari e ruoli essenziali?».

Che cosa porta il presidente della Repubblica a un richiamo così duro? Per una volta non sembra che i fulmini siano scagliati contro Silvio Berlusconi: forse mai come in questa circostanza i due appaiono in linea, assieme sul fronte libico. Il primo bersaglio è il Pd. Napolitano, e questo non è un mistero, avrebbe voluto che non fosse stata presentata alcuna mozione sulla partecipazione italiana ai bombardamenti a Gheddafi. Proprio per mostrare un Paese, in evidente difficoltà sul piano internazionale, quanto mai compatto. Almeno in questa circostanza. E da Pierluigi Bersani aveva avuto rassicurazioni che il suo partito, il partito dalle cui file proviene, non avrebbe presentato mozioni. Ma nel Pd ormai è guerra più che a Misurata. Il capogruppo alla Camera Dario Franceschini ha presentato un testo, il capogruppo in commissione esteri Giorgio Tonini, veltroniano, segue una sua linea ancora più interventista, al Senato nessuna mozione. Massimo D’Alema, quello più in sintonia con il Colle, era più orientato a non presentare testi. Di Pietro, da fuori, soffia sul fuoco e sfida il Pd a vedere se voterà con il governo, cercando così di lucrare qualche voto. Forse al Colle si aspettavano anche tempi più diluiti, ma Fini ha fatto di tutto per calendarizzare la questione Libia con eventuale voto già la settimana prossima.

Del centrodestra non ne parliamo. La Lega, che pure era sembrata sulla linea del Quirinale, ha presentato addirittura un suo testo chiedendo una data di scadenza per i bombardamenti come se fossero yogurt. Fonti dell’intelligence hanno dipinto un quadro molto più chiaro. La missione della Nato in Libia non durerà tanto tempo. Esperti militari assicurano che tutto non supererà le due settimane. Innanzitutto perché l’operazione ha costi altissimi. Si parla di circa 300 milioni di euro al giorno. Che vanno sì ripartiti tra tutti i Paesi membri ma comunque alla lunga sono una spesa enorme che difficilmente può essere ancora sostenuta a lungo. Poi Gheddafi appare aver perso il controllo di larga parte del suo Paese e anche delle milizie. Ogni trattativa è naufragata quando i ribelli si sono mostrati disponibili ad accettare persino un successore indicato dal Colonnello a condizione che non portasse lo stesso cognome: insomma, tutti ma non un figlio. Ipotesi che Gheddafi ha rigettato e dunque chiudendo a qualunque ipotesi di mediazione.

Tra i suoi non si contano più le defezioni. Di fronte a tutto ciò, di fronte pure all’ennesima minaccia del Colonnello, l’Italia dovrebbe apparire unita. E invece la politica è alle prese con guerre tra partiti, dentro i partiti, attraverso le correnti. Tutti a cercare di lucrare qualche voto in più a Pontecurone piuttosto che a Ozegna, a Palazzago piuttosto che a Carugate, a Codogno piuttosto che a Ficarolo, a Pontremoli piuttosto che a San Severino Marche, a Roccasecca piuttosto che a Morlupo. Facile immaginare lo stato d’animo di Napolitano. Fabrizio Orefice, Il Tempo, 2 maggio 2011

BERLUSCONI E NAPOLITANO ALLEATI E PAZIENTI

Pubblicato il 30 aprile, 2011 in Politica | No Comments »

Silvio Berlusconi e Giorgio Napolitano A dispetto di un certo immaginario collettivo che li vuole distanti anni luce per formazione e temperamento, Giorgio Napolitano e Silvio Berlusconi stanno affrontando insieme, con encomiabile pazienza, le proteste della Lega contro l’aumentato impegno dell’Italia nelle operazioni militari in Libia. Sarà inedita, ma è indice di buona salute delle istituzioni questa specie di ombra di Giobbe che si è allungata contemporaneamente sul Quirinale e su Palazzo Chigi.
La febbre leghista per le elezioni amministrative di metà e fine maggio non può sovvertire il buon senso, né provocare una crisi di governo, come lo stesso Umberto Bossi ha del resto riconosciuto invitando le opposizioni a non farsi illusioni. Ma una crisi si evita solo tornando a ragionare, non certo reclamando impossibili marce indietro del Cavaliere. Il leader del Carroccio non può ignorarne le funzioni assegnate dall’articolo 95 della Costituzione. Che dice, testualmente: «Il presidente del Consiglio dirige la politica generale del Governo e ne è responsabile. Mantiene l’unità di indirizzo politico ed amministrativo, promuovendo e coordinando l’attività dei ministri».

Il capo dello Stato ha già certificato la coerenza dell’aumentato impegno militare in Libia con la linea decisa, dopo la risoluzione delle Nazioni Unite, in una riunione del Consiglio Supremo di Difesa da lui presieduta al Quirinale. Vi partecipò, fra gli altri, il ministro leghista dell’Interno Roberto Maroni. Che farebbe bene ora non ad attizzare il fuoco, ma a svolgere opera di moderazione nel partito.  Francesco Damato, Il Tempo, 30 aprile 2011