Manca poco più di un mese all’inizio del processo a Silvio Berlusconi per il caso Ruby. Nel frattempo il premier sta avvitando i bulloni parlamentari della sua maggioranza. Il suo cacciavitone funziona, l’operazione allargamento è un fatto concreto.
Vista così, la situazione ha prospettive eccellenti sul piano parlamentare, ma complicate sul piano giudiziario perché un processo costruito sui mezzi di comunicazione non ha bisogno di una sentenza in aula. Il tentativo di far andare in picchiata il governo ormai poggia solo sull’azione dei pm e sullo sforzo di creare una «piazza egiziana», minoritaria, rumorosa, ma abbastanza minacciosa da indurre qualche coniglio del Palazzo a cedere. Di fronte a tutto questo, il Pd sta a guardare. Una parte accarezza il sogno della caduta, ma in realtà la maggioranza prova orrore per le masse con la bava alla bocca e le manette in tasca. Sanno bene che il ritornello delle procure vocianti è «oggi a lui, domani a te».
Il Pd può ancora fermare questa sceneggiatura che prevede anche il suo declino. Berlusconi e Bersani sono sulla stessa barca. E lo sanno. Ho scritto più volte che è ora di trovare una soluzione politica a questo scempio. L’avventura di Berlusconi è cominciata nelle urne e deve finire nelle urne. Per il bene del Paese. Bisogna restituire al Parlamento l’ultima parola sulla soluzione politica di un conflitto che può sfasciare l’Italia. Si ritorni con coraggio, onestà e senso dello Stato all’immunità parlamentare prevista dai Padri Costituenti. Si isoli il Partito della Ghigliottina e si dia all’Italia non l’eutanasia, ma un nuovo inizio. Mario Sechi, Il Tempo, 21 febbraio 2011
Il Presidente del Consiglio on. Berlusconi ha rivolto un nuovo messaggio al Paese. Ecco il testo inregrale del nuovo messaggio.
Carissimi,
“Al di là dei danni arrecati dalle ennesime, insensate e imperdonabili iniziative giudiziarie messe in campo dai magistrati di Milano, il Presidente del Consiglio, il governo e la maggioranza hanno lavorato e stanno lavorando alacremente alla soluzione dei tanti problemi che ci affliggono.
Abbiamo affrontato bene la crisi economica internazionale, ma, dopo aver evitato le conseguenze più gravi, siamo ancora alle prese con la necessità di creare le condizioni per uno sviluppo che sia solido e che sia duraturo.
Avere garantito la tenuta dei conti pubblici e del bilancio dello Stato, avere mantenuto la pace sociale, avere avviato finalmente la riforma della pubblica amministrazione, realizzato la riforma della scuola e dell’università, sostenuto con molti provvedimenti le imprese, tutto questo ci consente oggi di mettere i primi mattoni della ripresa e del rilancio dell’economia.
Il nostro governo, lungi dall’essere paralizzato o bloccato, come va dicendo l’opposizione con argomentazioni assolutamente infondate, il nostro governo del fare non si è fermato mai neppure un momento. E ora vogliamo e possiamo andare avanti grazie a un passo che è reso ancora più spedito dall’uscita dalla nostra maggioranza di Fini e dei suoi, che avevano sempre da ridire su ogni nostra iniziativa e ritardavano di proposito le riforme, in particolare, come sapete, quella della giustizia e quella sulle intercettazioni.
Negli ultimi due mesi abbiamo lavorato sodo, sottoponendo all’approvazione definitiva del Parlamento una serie di provvedimenti importanti: la legge di stabilità per continuare a tenere il bilancio pubblico in sicurezza; la riforma dell’università; il decreto per la situazione dei rifiuti in Campania; la legge comunitaria, più i decreti attuativi della legge sul federalismo fiscale, che per giudizio di tutti rappresenta una riforma epocale per un corretto uso del denaro pubblico, in quanto consentirà ai Comuni di contrastare l’evasione fiscale e consentirà ai contribuenti di controllare se le imposte versate corrispondano alla qualità dei servizi pubblici ricevuti.
Anche nell’ultima settimana l’azione del governo è stata nella direzione della crescita: abbiamo stipulato un accordo con le banche che proroga sino a tre anni la moratoria per il pagamento dei debiti delle piccole e medie imprese, e questo è un provvedimento che ha già aiutato circa 200 mila aziende e che nei prossimi mesi ne aiuterà ancora tantissime per uscire dalla crisi, per tornare a livelli di produzione che generano utili e per garantire migliaia di posti di lavoro.
Di fronte alle crisi politiche e sociali che hanno investito e che stanno investendo la Tunisia e l’Egitto e gli altri Paesi del Nord Africa e che hanno provocato l’afflusso di più di 5mila clandestini in pochissimi giorni, il governo si è riunito d’urgenza ed ha deliberato lo stato d’emergenza umanitaria, che consente l’immediata adozione, con una ordinanza di Protezione civile, delle misure necessarie per controllare il fenomeno e assistere i cittadini in fuga dalla Tunisia e dagli altri Paesi.
Poiché si tratta di un fenomeno che può assumere dimensioni molto rilevanti e che non riguarda soltanto noi e che non riguarda solo l’Italia, ma l’intera Europa, abbiamo chiesto un intervento adeguato dell’Unione europea, e io quanto prima porterò la questione all’attenzione del vertice dei capi di governo dell’Ue e dei partners europei affinchè tutti si facciano carico in modo concreto di questa emergenza.
Il Senato in questa settimana, su proposta del governo, ha approvato il cosiddetto decreto Milleproroghe, che introduce importanti misure di sostegno alle imprese e alle famiglie.
Fra le tante misure abbiamo introdotto: il ripristino della social card per consentire gli acquisti alimentari alle persone più indigenti, con un’innovazione importante che ne affida la gestione agli enti della carità. Abbiamo introdotto delle norme di sostegno all’autotrasporto, con un fondo di 30 milioni per la proroga dell’ecobonus. Abbiamo introdotto sgravi per le banche, che si riverbereranno positivamente sui risparmiatori; abbiamo introdotto acconti per i Comuni in vista dell’attuazione del federalismo fiscale; e sono così tante le cose che è difficile anche ricordarsele, abbiamo ripristinato il cinque per mille per le tantissime associazioni “no profit” che operano secondo il principio di sussidiarietà.
Quanto all’agenda futura, io convocherò il Consiglio dei Ministri per fargli varare entro pochi giorni e in seduta straordinaria la riforma costituzionale, questa importantissima della Giustizia, introducendo delle innovazioni di portata storica nell’ordinamento giudiziario, per fare in modo che anche l’Italia possa avere finalmente una giustizia giusta ed anche una giustizia degna di un Paese moderno, cioè senza quelle ingiustizie, quelle lentezze e quelle inefficienze che hanno scoraggiato per anni anche gli investitori stranieri a venire ad operare da noi. Sono ingiustizie, lentezze e inefficienze che hanno fatto precipitare al minimo la fiducia delle famiglie e delle imprese nella giustizia, che è divenuta sempre più un contropotere politico che esonda dai principi costituzionali e che è sempre meno un servizio pubblico efficiente e giusto, quale invece tutti vorrebbero che fosse.
Tra i provvedimenti che sottoporremo di qui in avanti al Parlamento, vi ricordo: la divisione dell’ordine requirente da quello giudicante, con la separazione degli ordini tra avvocati dell’accusa e giudici giudicanti e con un Consiglio Superiore della Magistratura, uno per i pm e uno per i giudici, accompagneremo queste novità da una riforma elettorale del Consiglio Superiore della Magistratura per ridurre quella che oggi è una politicizzazione che è eccessiva e che è inaccettabile. Introdurremo anche procedure più snelle per invocare la responsabilità civile dei magistrati e anche una normativa sulle intercettazioni telefoniche che ponga fine agli abusi e alle violazioni della nostra privacy che si verificano anche in danno di chi non è neppure indagato, con l’introduzione di nuove norme di garanzia che scoraggino la pratica di fornire ai giornali il risultato delle intercettazioni, così come avviene in tutti, tutti i Paesi civili, e tra l’altro come avviene negli Stati Uniti, dove chi passa le intercettazioni alla stampa va in galera, e ci resta per molti anni.
Continuiamo quindi, voglio ripeterlo, a lavorare con impegno. Perché come succede in ogni democrazia liberale, il governo è legittimato dal voto popolare ed ha il diritto-dovere, diritto-dovere di governare se ha il sostegno della maggioranza parlamentare.
Noi abbiamo vinto tutte le tornate elettorali degli ultimi tre anni: abbiamo vinto le elezioni politiche, le elezioni europee, le amministrative e quelle regionali. Non solo. Negli ultimi tre mesi il Parlamento ci ha rinnovato per ben otto volte la fiducia al governo, con uno scarto crescente tra maggioranza e opposizione, a favore della maggioranza.
Noi non abbiamo mai alimentato tensioni o conflitti tra le istituzioni, ma abbiamo sempre operato con determinazione per fare esclusivamente l’interesse dell’Italia, e siamo riusciti a porre le famiglie e le imprese al riparo dai contraccolpi della crisi internazionale.
Amici cari, vi invito dopo aver detto forse troppe cose, a fare partecipi delle cose che ho detto di questo messaggio i vostri familiari, i vostri amici e i vostri colleghi di lavoro. Vi ringrazio per il vostro impegno, che si sta rivelando sempre più prezioso per contrastare le menzogne dei nostri avversari.
Vi abbraccio tutti e vi auguro di conservare sempre lo spirito di missionari della libertà, di missionari della democrazia, che vi ha animato e vi anima e che vi rende tanto preziosi per tutti noi.
Ancora grazie, davvero di cuore. Silvio BERLUSCONI
Niente sesso, sono inglesi. Sarà bene che i signori del Financial Times leggano le memorie di Tony Blair, già loro primo ministro, e le sue ultime dichiarazioni sulla vita politica italiana, senza limitarsi al buco della serratura del RubyLeaks. Non cambieranno idea, né glielo chiediamo, ma nel servire gli interessi di chi punta a fregare il nostro Paese si mostreranno un filino meno rozzi.
Quelli di loro che hanno la fortuna di fare i corrispondenti dall’Italia, inoltre, farebbero bene a leggere non solo i pettegolezzi e a frequentare non solo i salottini luogocomunisti, ma a prestare attenzione alla cultura e alla libertà di chi non solo non nasconde i problemi (profondi) del nostro mondo politico, ma, anzi, pesta su quelli con forza e costanza. Senza, però, cadere nella trappola per stupidi che s’atteggiano a puri, ovvero credere che tutto si riduce a togliere di mezzo Silvio Berlusconi. Nella Lex Column, autorevole rubrica del quotidiano inglese, ho letto cose che dovrebbero sollecitare la reazione di tutti, avversari del governo compresi. L’Italia, si dice, è divenuta un’autocrazia di stampo arabeggiante, un Paese la cui cultura è divorata dalla corruzione e dalla criminalità organizzata. La nostra è una democrazia, gentili signori, e il governo in carica, quale che sia il giudizio che ciascuno ha diritto d’esprimere, ha vinto le elezioni europee e quelle amministrative, dopo le politiche (mentre l’accordo con la mafia lo fece un governo che a voi piaceva moltissimo, e ancora ne piangete, assieme alla comunità degli affari, la scomparsa). Il vostro governo, per dirne una, le ha perse tutte, tanto che è cambiato. Né le sconfitte elettorali sono estranee al nostro costume, perché dal 1994 ad oggi il governo non ha mai vinto le elezioni politiche successive. Sostenete ancora lo sproposito che avete scritto? A dimostrazione del nostro decadere arabeggiante ci sarebbero le politiche condotte nei confronti di Gheddafi e Mubarak. Ora, a parte il fatto che nessuno dei due è arabo (suvvia, oh eredi di una tradizione imperiale e colonialista!), vorrei fare osservare che il governo inglese restituì, in pompa magna, a quello libico l’autore di un attentato aereo, in cambio di una piattaforma petrolifera alla BP (British Petroleum). E vorrei ricordare che Hosni Mubarak è stato a lungo uno dei garanti della sicurezza d’Israele, che si trova in quell’area in cui il colonialismo inglese combinò qualche guaio.
Si desidera sapere: i Fratelli Mussulmani son forse migliori del rais? Domanda oziosa, come sapete, perché il potere resta ai militari. Ma, appunto, sfugge il senso di un accostamento che, per non pochi aspetti, dovrebbe essere letto come un complimento. In quanto a politica estera, mi sovviene che in Iraq e Afghanistan siamo andati assieme. Fu una giusta scelta, penso, sempre che a voi non sembri più a modino il fondamentalismo e il dispotismo antiisraeliano. La nostra sarebbe una «gerontocrazia». E qui concorderemmo se vi riferiste al fatto che il nostro sistema s’è bloccato, i giovani sono esclusi, gli ascensori sociali si sono fermati. Lo abbiamo scritto molte volte. Ma a voi interessa solo la data di nascita di Berlusconi, al qual proposito vi segnalo un dato terrificante: gli mancano ancora quattro anni prima di raggiungere l’età in cui Ronald Reagan lasciò la (potente) presidenza. Converrete che il «vecchio» fece un lavoro eccellente. Ma veniamo al dunque: viviamo tempi difficili e l’asse franco-tedesco toglie peso, in Europa, agli altri Paesi, inoltre gli inglesi vogliono contare molto nella scelta del nuovo vertice della Bce, facendo finta di dimenticare che quella è la banca dell’Euro, valuta che non è la loro. Inoltre è aperta una dura partita energetica: noi italiani, come i tedeschi, tendiamo a diminuire la dipendenza da una sola fonte o un solo fornitore, mentre i francesi producono molto con l’atomo, il che, fatalmente, disunisce il valore del petrolio inglese (che tanto è costato, lo abbiamo visto, in quattrini ed onore).
Le banche inglesi, si aggiunga, sono fra quelle la cui disciplina è stata meno virtuosa, quindi fra le più esposte ai rischi e le più costose per l’erario. Tutto questo è complicato, ma cercare di rimediare provando ad attaccare e demolire le istituzioni altrui, cercando di esportare i problemi e importare bottini, non è politica saggia e lungimirante. Lo scriviamo, se è concesso, da cultori e ammiratori della storia dell’impero britannico.Davide Giacalone, Il Tempo, 20 febbraio 2011
Fini non perde solo parlamentari, ma anche la testa. Non si è mai visto un presidente della Camera che sbraita in questo modo contro il capo del governo. Quelli che non mi seguono? Tutti venduti. E chi li compra naturalmente è Berlusconi. Due offese in un colpo solo: al premier e agli uomini che avevano scommesso su di lui. Davvero pensa che uno come Pontone si venda per una lusinga? Fini di super partes ormai non ha neppure l’ombra. Una volta disse: «Dimostratemi che non sono super partes e mi dimetto».
Dopo quello che ha scritto sul Secolo dovrebbe accorgersene da solo e agire di conseguenza. O almeno gli suggerisca qualcosa Napolitano. Ma il presidente della Camera non è un uomo che si mette in discussione. La frase «ho sbagliato» non esiste nel suo vocabolario. Non riconosce la sconfitta. Non capisce i dubbi e la delusione di chi lo ha seguito nella sua avventura. Non comprende l’amarezza di Urso, la rabbia di Viespoli, le ferite sul volto di Pontone. Fini non si fa domande. Non si chiede come mai gli intellettuali della svolta, Alessandro Campi e Sofia Ventura, lo vedono ora solo come un uomo ambizioso con una sola fissa in testa: prendere il posto del Cavaliere. Loro parlavano di politica, lui di congiura. Non si sono capiti. Una cosa è certa. I nemici di Berlusconi pensavano di avere la partita in mano. Bene.
Si stanno sucidando. Quelli che hanno già scritto il finale rischiano di restare delusi. Il romanzo di queste lunghe settimane racconta che la corsa del Cavaliere è al capolinea. È la versione dei suoi nemici e la ripetono ossessivi in ogni piazza, fisica o virtuale. È un modo per darsi ragione. Se lo gridiamo sempre più forte diventa vero. Non immaginano neppure che in questo modo mistificano la realtà. Più Berlusconi viene raccontato debole, più si rivela forte. Qualcosa di imprevedibile in effetti sta accadendo. Il Cavaliere sta subendo da tempo una batteria di attacchi finali. Il caso Ruby sembrava averlo messo alle corde. I suoi avversari già litigavano su chi dovesse essere il prossimo premier. Eppure i conti non tornano.
La maggioranza non è sfilacciata e in Parlamento si allarga, diventa più forte, costruisce colonne e pilastri. Quello che abbiamo davanti non è un governo in disarmo. I numeri sono in crescita. A Montecitorio la quota 330 che serve a tranquillizzare la Lega non è più un miraggio. L’imponderabile è che l’opposizione, soprattutto quella centrista, è colpita da uno smottamento che non riesce ad arrestare. Non è bastata la riunione psico-dramma di martedì a Palazzo Madama, con le dimissioni e la rielezione di Pasquale Viespoli nel giro di un quarto d’ora, per rassicurare i senatori sul futuro del Fli. Avevano giurato di non lasciare il partito a patto che Futuro e Libertà restasse nel centrodestra. La secca risposta di Fini non ha di certo rasserenato gli animi: «La linea politica è inequivocabile, trovino motivi meno pretestuosi».
I senatori si sono visti arrivare il solito gelido schiaffo. Hanno capito che cosa sia il Fli: un partito nato per una vendetta personale. A questo punto sta partendo l’esodo. Si parla di sette senatori su dieci, oltre a Giuseppe Menardi che ha già fatto le valigie, pronti a traslocare. Movimenti anche alla Camera, un altro pezzetto di quasi ex finiani che viaggia in direzione ostinata e contraria. Strani movimenti si notano anche intorno a Casini. Il centro sembra una stazione balneare. Questo significa che stanno per cambiare anche i rapporti di forza nelle commissioni, sbilanciate a sinistra dal tradimento finiano. L’esodo ritara le percentuali e spinge la Lega a non fare passi affrettati. Non c’è bisogno di rottamare il governo. È il segnale che nei palazzi della politica nessuno è pronto a scommettere sulla caduta di Berlusconi. Anzi, sta avvenendo l’esatto contrario.
Fini liquida il tutto appellandosi «all’Italia diversa», quella che sta fuori dai palazzi. Peccato che i sondaggi lo smentiscano. Il Fli galleggia sul tre per cento. La destra che doveva colpire alle spalle il premier si sta sbriciolando. Fini è un bluff. Hanno scritto un romanzo in cui il Cavaliere è il male assoluto. Tutti a caccia del mostro. Non hanno il coraggio di battere l’uomo. Fonte: Il Giornale, 18 febbraio 2011
Gianfranco Fini aveva molti modi per costruire un centrodestra alternativo a Berlusconi. Ha scelto quello peggiore. E oggi il risultato è sotto gli occhi di tutti. Il suo progetto politico è un pasticcio clamoroso, sotto il profilo culturale e organizzativo. Un congresso fondativo si è trasformato in affondativo, il suo partito in Parlamento perde i pezzi, il gruppo al Senato non esiste più e il suo appeal nei confronti del mondo liberale, conservatore, di destra, è pari a zero. La verità che non vogliono vedere i pelosi corteggiatori di Fini è che Futuro e Libertà non attrae l’elettore conservatore, ma lo respinge. L’avventura politica dei finiani si è consumata sotto il segno del tradimento e per questo chi ha votato Berlusconi ieri e oggi non sceglierà mai i futuristi immaginari. Per quel popolo, i finiani e il loro leader sono unfit, inadatti a rappresentare le ragioni, i desideri e le aspirazioni di quella «forza tranquilla» che non riempie le piazze, non urla, ma osserva e decide nel silenzio delle urne chi deve governare. È la maggioranza silenziosa che determina le sorti dell’Italia. Fini con quel pezzo del Paese ha chiuso. Per sempre. Fini è in stato confusionale e la sua reazione al ritorno di alcuni senatori nel Pdl è disastrosa. Il presidente della Camera che solleva il «potere finanziario del premier» per giustificare il ritorno dei suoi senatori al Pdl è incredibile. Le parole di Fini sono gravi, perché per l’ennesima volta ha tradito il suo mandato di garante di Montecitorio e ignorato gli inviti del presidente della Repubblica ad abbassare i toni e ritrovare la via della politica. Sì, Fini non è mai stato fascista, ma di certo è uno sfascista. Mario Sechi, Il Tempo, 18 febbraio 2011
Se va avanti così, la prossima assemblea del FLI, Fini e i suoi la potranno indire in un sottoscala della casa di Montecarlo. La fuga dei parlamentari del FLI da Fini e dal suo partitito sembra assumere caratteri di valanga. Ieri se ne è andato Minardi, senatore, determinando lo scioglimento del gruppo parlamentare al Senato. Oggi hanno annunciato l’uscita Pontone e Saia, anch’essi senatori, mentre l’on. Roberto Rosso, coordinatore regionale del Piemonte, ha ufficializzato il ritorno nel PDL alla Camera. Altri seguiranno nei prossimi giorni. E’ lo stesso Fini ad ammetterlo con un comunicato che domani mattina comparirà sul Secolo d’Italia e che potrà essere letto dai 4 o 5 lettori di quel quotidiano, fondato da Franz Turchi, che un tempo era la bandiera della destra iataliana e che oggi è al più un semiclandestino giornaletto che leggono su RAI 3 a mezzanotte e dintorni. Nel comunicato Fini ammette sostanzialmente la sconfitta ma dà la colpa…a Berlusconi. Accusa Berlusconi di usare il ptere mediatico e finanziario per comprare il passaggio dei parlamentari dal FLI al PDL. Siamo alle comiche finali! L’on. Fini invece di riconoscere che il suo progetto si avvia malinconicamente verso l’ignoto o meglio verso l’annunciato naufragio politico, tenta di addossarne la colpa a chi ne era il principale obiettivo, cioè Berlusconi, e per far ciò non esita a dare del prezzolato a quelli che, presi in giro dall’assicurazione loro fornita dallo stesso Fini che il progetto finiano voleva solo realizzare una “terza gamba” all’interno della maggioranza di centro destra mentre invece si sono trovati proiettati verso una ammucchiata contro natura comprendente da ultimo anche Vendola, si sono resi conto dell’imbroglio e coerentemente con le loro idee politiche, preferisconpo tornare sui propri passi e restare nel centro destra. E non basta. Fini, che accusa il PDL di essere (stata) una caserma e Berlusconi un sergente di giornata, ha trasformato il suo FLI, come già aveva fatto col MSI e con AN, in un campo di concentramento, amministrato da un manipolo di kapò il cui caporale è un certo Bocchino, ex autista di Tatarella e ex portaborse tuttofare. Kapò e caporali sono stati nominati in perfetta solitudine dallo stesso Fini, come al solito infischiandosene delle opinione e delle sensibilità di tutti, ritenendosi una specie di Attila del 21° secolo. E invece di fare mea culpa e riconoscersi la responsabilità del naufragio come sanno fare i capitani onesti e coraggiosi, da una parte si stupisce delle altrui defezioni e per altro verso non sa far di meglio che insultare volgarmente senatori e deputati la cui onorabilità nell’ambito delle scelte politiche, come è stato rilevato negli ambienti del PDL, egli, proprio per la carica che ancora, portoghesamente, ricopre di presidente della Camera aveva ed ha il dovere di tutelare. Ma questo è l’uomo: si considera una specie di profeta (laico) e invece alla prima tormenta perde la tramontana e va in tilt. Meno male che sia accaduto subito, prima che potesse fare altri danni. g.

Roma – Dopo Menardi saluta anche Pontone. E Saia ci sta pensando. La decisione di Gianfranco Fini di affidare la vicepresidenza del neonato movimento a Italo Bocchino sta creando non pochi mal di pancia dentro Fli. Il senatore Franco Pontone è in procinto di lasciare il gruppo di Futuro e libertà al Senato. La decisione, a quanto si apprende da fonti della maggioranza, è presa. L’ex amministratore di An, uomo decisivo nell’affaire Montecarlo, da tempo in “sofferenza” in Fli, non solo sta per formalizzare il suo addio al gruppo nel giro di poche ore, anche se gli è stato chiesto un rinvio di qualche giorno, ma avrebbe deciso di tornare al gruppo del Popolo della libertà.
Anche Saia verso l’addio “Fli, finché non si va al voto, non esiste. Esiste perché ci sono dei parlamentari che hanno messo in gioco la loro faccia e se vogliamo, chi ha lasciato il governo, anche le loro sedie. Finché non c’è questa prova sul territorio elettorale credo che la prima preoccupazione di chi governa il partito dovrebbe essere quella di tenere tutti i pezzi insieme”. Così Maurizio Saia, senatore di Futuro e Libertà ad Affaritaliani.it analizza lo stato in cui versa il partito a Palazzo Madama. Poi rivela: “Si sono sminuite le porzioni del partito più moderate: un chiaro segnale verso una nuova rotta non concordata. Poi, non nascondo, che sul piano dei rapporti umani il gruppo al Senato ha sofferto della sindrome dell’abbandono”. E su una sua possibile fuoriuscita dice: “Sto valutando la situazione”.
Baldassarri: ci sto pensando “Sono in profonda riflessione”. Così risponde al Velino il senatore Fli Mario Baldassarri in merito alla travagliata situazione che sta vivendo il gruppo futurista a Palazzo Madama dopo la fuoriuscita di Menardi e quella ventilata di Pontone nelle prossime ore. E su queste due defezioni Baldassarri taglia corto: “No comment”.