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RC TROPPO ALTA, IL MINISTRO ROMANI VUOLE IL TAGLIO

Pubblicato il 5 gennaio, 2011 in Economia, Politica | No Comments »

Il ministro: riprenderemo una proposta di legge che giace in Parlamento. Lotta alle frodi.

Paolo Romani, viceministro alle Comunicazioni I prezzi della Rc Auto sono «inammissibili» e il governo intende agire in fretta per arrivare a una «sensibile riduzione». Parola del ministro dello Sviluppo economico, Paolo Romani, che dopo l’incontro con Ania e Isvap, individua in una proposta di legge che giace in Parlamento il veicolo giusto per centrare l’obiettivo, agendo sopratutto attraverso il contrasto delle frodi. L’incontro con l’associazione che riunisce le compagnie assicuratrici e con l’Autorità di settore era stato sollecitato dallo stesso Romani dopo che l’Isvap, la scorsa settimana, aveva scritto una lettera a Governo e Parlamento proponendo un pacchetto di misure messe a punto per arrivare a una riduzione delle tariffe del 15-18% nel medio periodo. Tra le proposte, il trattamento delle macro e micro lesioni e il contrasto alle frodi, ritenute una vera e propria piaga.
«Il governo – ha spiegato Romani al termine del tavolo – ritiene inammissibile che il costo medio della Rc Auto sia di 400 euro, contro i 200 del resto d’Europa», per questo «sono stati stabiliti alcuni punti su cui lavorare» per una riduzione sensibile che vada nella direzione descritta dall’Isvap. Lo strumento individuato per intervenire con rapidità è una proposta di legge, la 2699-ter, che è il risultato di una serie di accorpamenti di altri progetti di legge (che vedono tra i firmatari anche l’opposizione) e che prevede l’istituzione di un sistema di prevenzione delle frodi nel settore assicurativo. Il governo, ha annunciato Romani, potrebbe «avallarla come governo, in accordo con le opposizioni». Per questo il ministro incontrerà la prossima settimana i parlamentari che lavorano alla proposta. Se non fosse possibile percorrere questa strada, invece, l’esecutivo potrebbe «inserire alcune norme nel ddl concorrenza». Il ministro ha puntato il dito sul «problema gigantesco delle frodi.
«In Italia ci sono oltre 4 milioni di sinistri contro i 2,1 milioni della Francia. È una realtà tipica che dobbiamo affrontare». È stato il presidente dell’Ania, Fabio Cerchiai, a caldeggiare l’istituzione dell’Agenzia antifrode, osservando che «sono i costi dei sinistri a essere inammissibili, e non i prezzi». Il numero uno dell’Isvap Giancarlo Giannini ha comunque ribadito che il calo del 15-18% «è possibile», aggiungendo che è necessario il «potenziamento delle reti delle liquidazioni dei sinistri da parte delle compagnie». Il Tempo, 5 gennaiio 2011

……….Se il Ministro Romani non si rimangerà ciò che ha dichiarato e andrà avanti sulla strada di imporre alla lobby delle Assicurazioni l’obbligo di rivedere – abbassare e di molto -  non solo il costo della RC ma anche la politica di perseguire solo il profitto infischiandosene dei diritti degli automobilisti, fermo restando, ovviamente, la lotta alle frodi e ai malfattori che le praticano, siamo disponibili a perdonare al Ministro la recente decisione di aumentare il canone TV, balzello fra i più ignobili imposti agli italiani che possono scegliere il calzolaio ma non il medico e il canale TV da seguire. g.


IL BRASILE RIAPRE IL CASO BATTISTI

Pubblicato il 5 gennaio, 2011 in Cronaca, Politica, Politica estera | No Comments »

    La protesta contro Battisti Qualcosa si muove. Il presidente del Supremo Tribunal Federal, Cezar Peluso, ha ordinato ieri di riaprire il dossier relativo all’estradizione di Cesare Battisti presso l’Alta Corte brasiliana, a seguito della richiesta di scarcerazione dei legali dell’ex terrorista rosso e del ricorso presentato dagli avvocati dell’Italia per bloccare tale richiesta. Lo rende noto un comunicato dell’Stf, rilevando che Peluso ha ordinato di «disarchiviare» il procedimento e di allegare agli atti la richiesta «dell’immediato rilascio» di Battisti presentata ieri dopo il diniego all’estradizione deciso il 31 dicembre dall’ex presidente Lula.

    Sembra, dunque, pagare l’agreament scelto dal governo italiano che ieri si è schierato compatto in civili manifestazioni contro la decisione di Lula. E l’umana grandezza di Silvio Berlusconi era racchiusa ieri pomeriggio (prima delle notizie di altro fuso orario) nello sguardo di chi non ha digerito un’incomprensibile presa di posizione, una smorfia che nascondeva una commozione forte quando il premier si è avvicinato alla sedia a rotelle di Alberto Torregiani, occhi umidi e straordinaria compostezza, in piazza Navona, sotto l’ambasciata del Brasile.

    Fotogrammi di una civile quanto determinata protesta, una risposta di grande stile dinanzi a chi ancora una volta dai banchi sgangherati dell’opposizione, ha trovato modo di speculare persino su una storia così amara. Ma quale assenza del governo nella vicenda? Piuttosto, dove erano i «sinistri» fan dell’estradizione quando il signor Battisti si avvaleva della dottrina Mitterand? «È un vero criminale», ha detto di Cesare Battisti il premier. E il concetto è rimbalzato ieri in tutta Italia nelle manifestazioni organizzate davanti alle sedi diplomatiche brasiliane per protestare contro il «no» all’estradizione. La gente che vi ha partecipato pretende che il criminale Battisti non resti impunito e non esita a definire l’ex presidente brasiliano Lula «un vigliacco», un «complice dei terroristi».

    Una condanna consapevole che ha unito le principali città italiane, da Milano a Firenze, da Bari a Napoli, da Torino a Roma, dove però esponenti della maggioranza e dell’opposizione hanno manifestato da «separati in piazza». In campo, oltre ai politici, anche familiari delle vittime del terrorismo, studenti e persino brasiliani. A Roma, una Piazza Navona invasa dalle bancarelle delle festività natalizie ha ospitato il sit-in di protesta più ampio al quale hanno aderito, in varie fasi, un migliaio di persone. Un commosso Alberto Torregiani, figlio del gioielliere vittima dei Proletari armati per il comunismo e vittima a sua volta, si è detto soddisfatto da questo «sit-in popolare» senza bandiere di partito «uniti per una battaglia: ottenere l’estradizione dell’ex terrorista».

    Ma neppure il caso Battisti ha unito maggioranza e opposizione: infatti, gli esponenti del Pdl e quelli del Pd e dell’Idv hanno manifestato in momenti diversi e separatamente. Tra i più decisi il capogruppo del Pdl al Senato, Maurizio Gasparri: «In Parlamento ci saranno iniziative a sostegno dell’azione di governo per chiedere l’estradizione dal Brasile di Cesare Battisti e speriamo che su questo ci sia la condivisione di tutte le forze politiche». «Si tratta di una manifestazione serena – ha sottolineato Gasparri – vogliamo seguire la via del diritto per difendere le ragioni delle vittime». Dal canto suo, il capogruppo del Pdl Fabrizio Cicchitto, con al fianco il ministro della Gioventù Giorgia Meloni, non ha esitato a definire Battisti un «criminale» e a condannare «l’ambiguo» ruolo della Francia. Marino Collacciani, Il Tempo, 5 gennaio 2011

    DILAGA LA PROTESTA CONTRO IL BRASILE PER IL CASO BATTISTI

    Pubblicato il 4 gennaio, 2011 in Cronaca, Politica | No Comments »

    Stamattina, al’aeroporto di Milano, il premier Silvio Berlusconi ha incontrato il figlio del gioielliere milanese Vincenzo Torreggiani, una delle vittime del bandito Battisti, che l’ex comunista Lula ha deliberatamente e ignobilmente sottratto alle galere italiane, assicurandogli un comodo rifugio in Brasile. Il figlio del gioelliere è egli stesso una vittima perchè nell’assalto in cui morì il padre, egli fu colpito a sua volta e da allora è rimasto paralizzato e vive su una sedia a rotelle. E questo mentre l’assassino del padre e suo carnefice se la gode da 30 anni a questa parte, prima protetto in Francia dalla cosiddetta teoria Mitterand e poi in Brasile. Pare anzi che tra la Francia e Brasile ci sia stato un minuetto secondo il quale la moglie di Sarkozy, la ex modella e cantante Carla Bruni avrebbe tefonato personalmente all’allora presidente Lula per chiedergli il “favore personale” di non consegnare Battisti all’Italia. Lo ha rivelato oggi in una conferenza stampa il figlio del maresciallo Berardi, altra vittima dell’assassino e pluriomicida Battisti, assumendosi ogni responsabilità di questa rivelazione. Nell’incontro con Torreggiani, Berlusconi lo ha invitato a partecipare a Bruxelles alla riunione che il PPE dedicherà alla vicenda per chiedere all’Unione Europea di promuovere azione di pressing sul Brasile perchè riveda la sua decisione che suona insulto e offesa per la giustizia italiana, Nel frattempo si moltiplicano in Italia iniziative a sostegno della richiesta di estradizione di Battisti,da parte di tutte le forze politiche, ad eccezione di Rifondazione Comunista che ha chiesto di “rispettare” la decisione di Lula. E si moltiplicano la manifestazioni e i sit-ing dinanzi all’ambasciata brasiliana di Roma e ai consolati brasiliani in ongni parte d’Italia da parte dei militanti del Movimento per l’Italia dell’on. Santanchè e la raccolta di firme promosssa da moltissimi siti web contro il Brasile. Anche il nostro sito ha aderito a questa iniziativa ed ha espresso la solidarietà alle famiglie delle vittime che rischiano di essere assassinate di nuovo, moralmente, dalla decisione  di Lula del no alla estradizione di Battisti che confermiamo essere una decisione squallida, vergognosa e ignobile. g.

    IL FULGIDO ESEMPIO DEI DOPPIOPESISTI, editoriale di Mario Sechi

    Pubblicato il 4 gennaio, 2011 in Costume, Politica | No Comments »

    L’Aquila: la Caritas rivela: hanno detto no a 34 milioni per i terremotati. Palermo: inchiesta sull’appalto al marito della Finocchiaro, arcigna presidente dei senatori del PD.  Questi due casi sono emblematici perché si prestano ad esser rovesciati e a mostrare il doppiopesismo che ha distrutto la politica italiana.

    Il sindaco de L'Aquila Massimo Cialente Premessa: qui a Il Tempo non ci piace la magistratura d’assalto, ricordiamo sempre che il simbolo della legge è la bilancia, ci fanno orrore le sentenze preventive. Per queste semplici ragioni non mi bevo come nettare miracoloso i verbali delle procure e osservo che troppo spesso le inchieste iniziano con presunti colpevoli e finiscono con certissimi innocenti. E per questo credo che il signor Finocchiaro, il marito di Anna, capogruppo del Pd al Senato, sia al massimo un ingenuo. E sempre per queste ragioni penso che le accuse della Caritas alla giunta comunale dell’Aquila – e al suo sindaco Massimo Cialente – siano da pesare. In ogni caso, questi due casi sono emblematici perché si prestano ad esser rovesciati e a mostrare il doppiopesismo che ha distrutto la politica italiana e, in particolare, la sinistra nel suo complesso. Se al posto del marito della Finocchiaro ci fosse stato, che ne so, il marito di Maria Stella Gelmini e se al posto del sindaco Cialente ci fosse stato, così tanto per gradire, Gianni Alemanno, secondo voi, cari lettori, cosa sarebbe successo? Immagino la scena: dichiarazioni sdegnate della Finocchiaro in Parlamento che chiedeva le dimissioni del ministro; interrogazioni e interpellanze dei democratici contro il primo cittadino della Capitale; titoloni cubitali dei giornaloni, servizi televisivi dove venivano intervistati gli studenti universitari che esprimevano il loro sdegno per la ministra tagliabilanci; marce di intellettuali e Ong sotto il Campidoglio e articolesse grondanti di vibrante protesta e severa indignazione. Due pesi, due misure. Questo è il fulgido esempio che viene dai sinistrati del Belpaese.

    A Palermo, a Catania e all’Aquila, dove il Progresso perde sistematicamente le elezioni ma riempie le piazze di minoranze rumorose, si consuma una nemesi dell’opposizione. Quella che in Sicilia teorizza il Pdl come partito-mafia e in Abruzzo scarriola contro un governo che ce l’ha messa tutta per dare una casa ai terremotati e affrontare un’immane tragedia. Non mi interessano le contese giudiziarie, le lasciamo ai magistrati e speriamo vivamente che si chiudano nel migliore dei modi, ma siamo invece molto attenti al costume politico, ai suoi tic, alle sue ipocrisie e mancanze. Uno dei motivi per cui il sistema politico italiano è bloccato alla contesa tra berlusconiani e antiberlusconiani è proprio questa incapacità di fare autocritica da parte della sinistra, l’assoluta impermeabilità alla civiltà del dibattito e al rispetto dell’avversario. Forti della barzelletta della presunta superiorità morale, hanno raccontato al Paese per decenni di essere «diversi» e se qualcuno veniva beccato con le mani nella marmellata (o sulla pistola) erano solo e soltanto «compagni che sbagliano». Mi dispiace, ma non è così. Noi quella favoletta non ce la sorbiamo. La sinistra non ha niente di superiore, semmai ha un passato imbarazzante (ricordate il comunismo?) e un presente da raccontare nel bene e anche nel male. Non sto dicendo che i partiti sono tutti uguali, non cado nel qualunquismo del «magna magna» e sciocchezze simili. A destra e a sinistra ci sono fior di galantuomini. Ma nella gestione del potere emergono debolezze, fatti privati e pubblici, comportamenti disinvolti e arroganti che non sono esclusiva di un partito, sottoprodotto di un gruppo di persone. La rappresentazione che la sinistra ha voluto sciaguratamente dare del Paese e della sua storia contemporanea è un boomerang che a ondate si abbatte contro i postcomunisti.

    La loro ipocrisia ha dipinto una realtà che non esiste, un mondo spaccato in due, hanno fornito una versione manichea della vita sociale che gli si sta rivoltando contro. É dai tempi di Berlinguer che vanno avanti con il mito della «diversità» e della superiorità antropologica e culturale. Solo che Berlinguer era comunista, lo era fieramente e non ripudiò neppure per un minuto la sua ideologia. I suoi eredi invece, «i ragazzi di Berlinguer» hanno sciolto il Pci e si sono scoperti post-tutto, post-muro e post-qualcosa pretendendo di essere «diversi» e migliori. E a forza di ripeterselo ci hanno creduto. E il risultato di questo mantra è sotto gli occhi di tutti. Dal governo centrale a quello locale, i postcomunisti hanno deluso, lasciato macerie e mai fatto un passo avanti verso quell’Italia moderata, di centro-destra, che merita più attenzione e rispetto. Chi vota per il centrodestra non ha l’anello al naso, non è un lobotomizzato del Biscione, non parla solo del Milan e delle veline di Striscia la notizia. All’Aquila abbiamo assistito a una ignobile campagna di carriolanti che hanno strumentalizzato un evento come il terremoto a fini esclusivamente politici. Per mesi e mesi è stato narrato un mondo dove il governo Berlusconi se ne infischiava dei terremotati, degli aiuti, della zona rossa, della ricostruzione. Era come se a Palazzo Chigi ci fosse un’orda di barbari impegnati a banchettare sul tavolo mentre sotto le tende dell’Aquila si soffriva e pregava per il ritorno del Pd alla guida del Paese. Uno spettacolo misero che i terremotati per primi non avrebbero meritato. Poi leggiamo che la Caritas aveva milioni di euro di buoni progetti e al Comune hanno pensato bene di respingerli al mittente. Avranno avuto le loro ragioni, non ne dubito, ma in onore di quella trasparenza che hanno sempre invocato, per rispetto dei tanti italiani che hanno messo i soldini e spedito un aiuto, avrebbero potuto spiegare bene il per come e il perché di certe scelte.

    A Gianni Chiodi, governatore dell’Abruzzo, non si perdona niente e tutti sanno che disastro sta affrontando: ha ereditato un bilancio regionale a pezzi e in Abruzzo prima non governavano i marziani ma la sinistra illuminata e sindacalista. A Palermo e a Catania si è parlato a ogni piè sospinto di corruzione, collusione con la mafia, nepotismi e favoritismi a senso unico. E ora scopriamo che il signor Finocchiaro aveva un suo appaltino di cui a noi non importa un fico secco se non fosse che la moglie Anna tutti i giorni fa il predicozzo al governo e lo dipinge come un manipolo di conquistadores che stanno massacrando gli italiani a colpi d’ascia. La macelleria sociale di cui parlano con enfasi i signori e le signore dell’opposizione è quella che dimentica la realtà e la deforma, la porta verso un dibattito pubblico che è un pozzo avvelenato e poi quell’acqua putrida viene data da bere a tutti i cittadini. A giudicare dai risultati elettorali degli ultimi anni, non hanno grande successo, ma stendono un mantello plumbeo sul dibattito politico, quel minimo che era rimasto, e fanno suonare a morto le campane del Parlamento. Mario Sechi, Il Tempo,04/01/2011

    IL DISCORSO DI FINE ANNO: UN NAPOLITANO BUONO PER TUTTI

    Pubblicato il 2 gennaio, 2011 in Politica | No Comments »

    Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano Un Napolitano buono per tutti. Dai giovani ai politici. Di maggioranza o di opposizione. Il discorso del Capo dello Stato non scontenta nessuno: promuove gli investimenti, ma non dimentica il debito pubblico. Rilancia l’intervento dello Stato, pur sottolineando i dettami di rigore imposti dall’Unione Europea. Prima di tutto, in ogni caso, i giovani. Dopo aver ricevuto al Quirinale una delegazione di studenti e ricercatori in lotta contro la riforma dell’università, il presidente della Repubblica dedica quasi interamente a loro il suo discorso di fine anno. E dopo averne «deluso» alcuni per aver firmato il disegno di legge, tenta di riconquistarli. Il Capo dello Stato si dice «preoccupato» dal loro «malessere» e chiede alla politica e alla società civile di prendere in considerazione i problemi che i ragazzi manifestano perché sono i problemi di tutti. «Se non apriamo a questi ragazzi nuove possibilità di occupazione e di vita dignitosa, nuove opportunità di affermazione sociale – dice – la partita del futuro è persa non solo per loro, ma per tutti, per l’Italia: ed è in scacco la democrazia».

    Napolitano dice il vero. Ma le sue parole sono suscettibili delle interpretazioni più disparate. Il Capo dello Stato, oltre alla chiacchierata con gli studenti nei giorni della contestazione, negli ultimi tempi ha ricevuto numerose lettere di giovani e di genitori che si immedesimano nel malessere dei figli. Ne è rimasto colpito, e da qui è nato il taglio del suo discorso che contiene richiami crudi, realistici, un invito a guardare la realtà per trovare in essa la molla per reagire. Solo che quando si chiede ai giovani di reagire, di partecipare alla vita politica del Paese, il rischio è che loro tornino in piazza «a fare la rivoluzione», a urlare i soliti slogan senza tornare tra i banchi, e che – per di più – si sentano legittimati a farlo. Il presidente della Repubblica, poi, riserva un’altra «punzecchiata» alla riforma.

    «Una legge – spiega “cogliendo l’occasione per dirlo a coloro che l’hanno contestata” – il cui processo attuativo consentirà ulteriori confronti in vista di più condivise soluzioni specifiche». I ragazzi, insomma, possono ancora sperare. E non solo loro: «Si debbono o no, ad esempio, fare salve risorse adeguate, a partire dai prossimi anni, per la cultura, per la ricerca e la formazione, per l’università?», si domanda il Capo dello Stato, strizzando un occhio a tutto il mondo della cultura che per mesi ha protestato contro i tagli del ministro Tremonti. Il capo dello Stato non tralascia, alla fine, di parlare delle spine della politica quotidiana. Dopo aver acceso le speranze di tutti, ricorda al governo che bisogna «trovare la via per abbattere il debito pubblico accumulato nei decenni», che occorre individuare «priorità» della spesa pubblica, avere una strategia finalizzata ad una crescita economica e sociale «più sostenuta», senza la quale rischiamo «il declino» anche in seno all’Unione Europea. Poi rilancia la riforma fiscale e conclude il suo discorso dedicando un pensiero alla sua città: «Anche a Napoli ognuno faccia la sua parte, nello spirito di un impegno comune, senza cedere al fatalismo e senza tirarsi indietro». Nadia Pietrafitta, Il Tempo, 2 gennaio 2011


    .….Ha ragione la giornalista de Il Tempo, il discorso di Napolitano,  mentre il 2010 ci lasciava,  era buono per tutti i gusti e perciò è risultato per un verso barboso, per altro verso banale, e per altro verso ancora un pò lugubre. Voleva essere, forse, nelle intenzioni di Napolitano, innovativo, ma ha finito coll’apparire ed essere assolutamente ripetitivo. E, peggio ancora, retorico. Sopratutto la parte dedicata ai giovani.  Chi ha memoria storica di certo  ricorderà il “largo ai giovani” che  fu lo slogan meglio riuscito del fascismo mussoliniano che ai giovani dedicò attenzioni e preoccupazioni, risorse e istituzioni come i “littoriali” che avevano il compito di premiare i migliori in ogni attività, dalla cultura allo sport,  cosa che in effetti avvenne, tant’è che gran parte della classe dirigente del secondo dopoguerra aveva nel proprio curriculum la partecipazione, talvolta l’alloro, conquistato nelle grandi kermesse fasciste; e chi ha memoria storica, anche recente, sa che non v’è stato nessun capo di partito, dirigente politico, candidato alla più modesta carica pubblica che non abbia fatto del “largo ai giovani”  o, giusto per non ricalcare lo slogan di Mussolini, l’impegno per i giovani la principale delle sue promesse elettorali. Ed infatti, come si fa a non preoccuparsi dei giovani. E chi può dire che sbagli se dici che il futuro è nelle mani dei giovani (oltre che nel grembo di Giove)? E così, senza timore di sbagliare, ha fatto Napolitano che nel suo discorso ha citato una ventina di volte il problema generazionale, condivisibile, ci mancherebbe, ma che appunto per questo è apparso banale,  e teso, ci è sembrato, a cogliere il consenso dei giovani che però, secondo alcune TV, tra cui la7, non sarebbero stati in molti a seguire il messaggio di Napolitano, impegnati, come pure è giusto, a organizzare una notte magica che alla loro età è forse il massimo delle aspirazioni. Anche perchè la giovinezza è una,  e il tempo passa e se la porta via…..g.

    ALL’ALBA DEL 2011: GLI OTTIMISTI, I PESSIMISTI E GLI SCOMODI REALISTI, l’editoriale di Mario Sechi

    Pubblicato il 2 gennaio, 2011 in Politica | No Comments »

    La Camera dei deputati All’inizio di un nuovo anno tutti facciamo dei progetti e cerchiamo di capire quale sarà il tragitto dei prossimi dodici mesi e proviamo a vedere il futuro. In questa occasione gli italiani si dividono in due scuole di pensiero: gli ottimisti e i pessimisti. Manca al nostro popolo una terza corrente, quella che per me è la più importante, la vera bussola dell’esistenza, la scuola dei realisti. Ottimismo e pessimismo sono echeggiati in queste ore in due discorsi di una certa importanza: quello di fine anno del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e quello del cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Cei, nell’occasione del «Te Deum». Entrambi i discorsi sono stati salutati con approvazione generale di tutti o quasi. È il primo segnale che qualcosa non va. Dal Quirinale è giunto un invito all’Italia «a dirsi la verità» e cercare un futuro per i giovani, mentre dalla voce dei vescovi s’è levato l’invito a non cadere «nella tentazione della sfiducia» e non dar retta a chi vede lo sfascio ovunque. L’intervento di Napolitano era un «andiamoci piano con l’ottimismo». Quello di Bagnasco un «basta con il pessimismo». Tra Cesare e Dio la divisione c’è e non è di quelle che non si notano. Come vedete, cari lettori, siamo nel pieno della cronaca e del pubblico dibattito istituzionale. Cercherò in questo articolo di disegnare i tratti delle prime due scuole (ottimisti e pessimisti) e spiegare perché l’assenza della terza, quella dei realisti sia il vero problema dell’Italia. La mia modesta opinione è che né gli ottimisti né i realisti sono granché utili alle cause di un Paese che quest’anno celebra i 150 anni della sua unità. Cercherò in queste righe di fare una fotografia delle due scuole che dominano la politica italiana, di ricordare che cosa sono i realisti e perché la loro sostanziale assenza dalla scena è un problema non solo per lo Stato ma anche per la qualità del dibattito pubblico, la libera circolazione delle idee e la ricchezza intellettuale della classe dirigente di oggi e del futuro.

    Gli ottimisti Vedono un mondo in continua crescita ed evoluzione, un’Italia in ogni caso destinata a cavarsela sempre bene, grazie al genio innato, all’arte di arrangiarsi, al cosiddetto stellone e all’innegabile e singolare ricchezza delle famiglie italiane nel loro complesso. Vedono la realtà con lenti deformate. Gli ottimisti non scorgono alcun grave pericolo all’orizzonte. Quando lanciano un monito, lo fanno per mettere in guardia la fazione opposta, raramente fanno autocritica. Il progresso è sempre dietro l’angolo e per loro coglierlo è semplice. I sacrifici, che pure non negano, sono sempre marginali rispetto ai guadagni attesi. È una visione del mondo che accomuna sia la destra che la sinistra italiana. I primi pensano che non ci può essere governo migliore, i secondi vivono nella convinzione di essere più bravi a prescindere. L’ottimista non ha dubbi. Va sempre avanti. Non si volta mai indietro, non ascolta e se per caso ti dà udienza, un minuto dopo averti dato ragione prosegue dritto per la sua strada, anche e soprattutto quando è palese che è sbagliata. L’ottimista di destra ha fede in se stesso e basta. È un invididualista con il turbo. L’ottimista di sinistra crede nell’Idea. È un astrattista del collettivo. Ottimisti e pessimisti partono da premesse diverse, giungono a conclusioni opposte, ma gli esiti finali della loro azione sono comuni: un raccolto gigantesco di errori e omissioni.

    I pessimisti Non sono vestiti da jettatori, ma li riconosci comunque subito. Se l’ottimista ti racconta che tutto va bene, il pessimista non manca ogni cinque minuti di dirti che va tutto male. Sono i nuovi declinisti, quelli che per distruggere l’avversario costi quel che costi, demoliscono anche tutto quel che di buono c’è intorno. Il pessimista ha il potere enorme di annichilire chiunque abbia un’idea nuova, un sogno. La loro missione quando si alzano dal letto è quella di spegnere sul nascere ogni iniziativa effervescente. Se hai una buona idea e la spiattelli in faccia al pessimista, puoi star certo che dopo cinque minuti chiedi un tranquillante. I pessimisti sono un movimento trasversale che prospera a destra e a sinistra. Costruiscono la loro fortuna predicando sfortuna, miseria al posto della prosperità e punizione in luogo del perdono. Non hanno né paura né speranza perché per assolvere la funzione di cui si sentono investiti, devono obbedire ciecamente alla legge del «va tutto peggio e meglio non deve andare». I pessimisti hanno una rendita di pozione mostruosa: predicando sventura diventano catastrofisti a contratto. Scrivono libri. Non azzeccano mai una previsione, ma il loro reddito migliora e lo si vede perché gli abiti che portano in tv sono cuciti meglio dell’ultima volta.

    I realisti Sono una minoranza e sono circondati come Custer a Little Big Horn. Non osano neppure scambiarsi gli auguri al telefono per non incorrere in pericolose congetture dei pessimisti e degli ottimisti a loro danno. Partecipano al dibattito pubblico con interventi che cercano di riportare tutti sulla terra, ma non avendo l’audience riservata ai due correntoni, non riescono a influire sulle scelte finali. La scuola realista, rarità del Belpaese, si ispira a pensatori pericolosi, mai citati in un salotto à la page: Hobbes, Morgenthau, Carr e l’italianissimo Niccolò Machiavelli che all’estero viene studiato con devozione e ammirazione, ma nel Belpaese suscita la riprovazione dei boudoir ottimisti e salotti pessimisti. Il realista è un po’ come il mister Wolf di Pulp Fiction: risolve problemi. Pessimisti e ottimisti invece girano intorno ai problemi, ne discutono molto e spesso li complicano. Non a caso i realisti sono stati efficaci in politica estera ma ostracizzati quando si tratta di prendere decisioni che riguardano la politica interna. Se italiana, figuriamoci. Rende molto di più in termini di consenso elettorale iscriversi tra le fila dei pessimisti o degli ottimisti. L’assenza di realismo nella politica italiana provoca degli effetti collaterali molto interessanti durante le più varie celebrazioni in cui si esibiscono sempre gli stessi oratori. I discorsi di fine anno sono il lampo del cortocircuito. Tutti, invariabilmente, spiegano con tono grave che le riforme sono necessarie, poi vai a vedere la loro biografia e toh! scopri che avrebbero dovuto farle proprio loro, gli ottimisti e i pessimisti. Quelli capaci di dire di tutto e fare il contrario di tutto. Siamo realisti: l’anno è cominciato male. Mario Sechi,Il Tempo, 2 gennaio 2011

    Pubblicato il 31 dicembre, 2010 in Gossip, Politica | No Comments »

    Diamo i voti ai protagonisti dell’agenda politica del 2010. Silvio BERLUSCONI  si conferma “inaffondabile”. Fini bocciato.

    Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini

    Il migliore 10 Silvio Berlusconi. Sembrava la volta buona. Almeno per chi, nonostante 16 anni di onorata carriera, non ha ancora imparato a conoscerlo. Ma il Cavaliere non è il Titanic, non basta certo qualche iceberg messo qua e là per affondarlo definitivamente. E così il 2010 diventa indubbiamente l’anno di Silvio. Vittorioso alle Regionali (anche nel Lazio dove il Pdl non è riuscito a presentare la propria lista in provincia di Roma) e vittorioso anche in Parlamento dove il 14 dicembre, nonostante i pronostici dei suoi avversari, è riuscito a strappare il voto di fiducia (il secondo consecutivo dopo quello di settembre). Inaffondabile.

    Il peggiore 0+ Gianfranco Fini. Fosse uno studente i suoi professori non avrebbero dubbi: il ragazzo si applica, anche parecchio, ma proprio non ce la fa. Per questo, nonostante il votaccio, si merita un “+”. E dire che c’ha provato in tutti i modi. Si è anche inventato un «nuovo» partito, ma niente da fare. Alla fine, nel braccio di ferro con Silvio Berlusconi, è uscito inesorabilmente sconfitto. Non solo, è riuscito nell’impresa impossibile di non indovinare nemmeno una mossa. E anche sulle sue previsioni ci sarebbe molto da dire. Insomma, nel 2011 può solamente migliorare. Nostradamus.

    6– Pierluigi Bersani Il segretario ci ha messo impegno e costanza ma il Pd fa acqua da tutte le parti. La prima volta che ha aperto al Centro, in Italia ha nevicato. Sfortunato

    7 Nichi Vendola Se Marx fosse ancora vivo forse cambierebbe l’incipit del suo Manifesto: «Lo spettro di Nichi si aggira per l’Italia». E agita i sonni del Pd. Spaventoso.

    2 Antonio Di Pietro Il leader dell’Italia dei Valori si merita un bel “due”. Proprio come i deputati che hanno lasciato il suo partito per votare la fiducia al governo. Babbo Natale.

    9 Domenico Scilipoti Ha trasformato Antonio Di Pietro nel «salvatore» del governo Berlusconi. Alzi la mano chi sarebbe riuscito a fare di meglio. Straordinario.

    5 Pier Ferdinando Casini Lui non vuole muoversi. Il suo posto è sempre e comunque il centro. E siccome in una scala da 0 a 10 il centro è il 5…. Mediano.

    n.c. Luca Montezemolo Mi si nota di più se vengo e mi metto in disparte o se non vengo affatto? Si agita, si agita, ma non scende mai in campo veramente. Mistero.

    7 Anna Finocchiaro I suoi commenti sugli scontri tra polizia e studenti sono un capolavoro di masochismo. Neanche il Pdl sarebbe riuscito a fare meglio. Infiltrata.

    8 Italo Bocchino Se qualcuno era affascinato dal leader di Fli Gianfranco Fini, lui è riuscito a fargli cambiare idea del tutto. Mister Simpatia.

    7 Paolo Bonaiuti Passa il 99% del suo tempo a smentire e rettificare le dichiarazioni del Cavaliere. Giobbe, in confronto, è un principiante. Paziente.

    5 Massimo D’Alema Sognava il lettone di Putin si è dovuto accontentare di una brandina a via del Nazareno. Ormai non lo ascoltano più neanche nel Pd. Disco rotto.

    8 Umberto Bossi Nonostante il suo S.P.Q.R. (Sono porci questi romani) ha il merito di aver difeso il governo. Fedelissimo.

    4 Roberto Calderoli Il ministro leghista ha chiesto a Gesù di trasferire i ministeri in Padania. Secessionista.

    8 Giulio Tremonti È l’uomo del secondo miracolo italiano: la crisi non ha distrutto il Paese. Unico neo: la voce. Rigoroso.

    8 Sandro Bondi Dopo il crollo di Pompei, la Sinistra lo incolperebbe anche per gli tsunami. Ma lui resiste. Kamikaze

    6 Franco Frattini Ha fatto il suo lavoro con competenza ma sconta l’inevitabile ombra di Berlusconi. A rimorchio.

    8,5 Mariastella Gelmini Con determinazione e tenacia è riuscita a vincere la sua battaglia sull’università. Riformatrice.

    7,5 Giorgia Meloni Sufficienza piena per il ministro che pur essendo stato molto legato a Fini ha deciso di non tradire il mandato elettorale e rimanere nel Pdl. Coerente.

    7 Mara Carfagna Ineccepibile nel suo ruolo di ministra, è stata determinata anche nel criticare le scelte del governo sulla gestione dei rifiuti a Napoli, pronta pure a dimettersi. Pugnace.

    4 Stefania Prestigiacomo «Resto o non resto. Questo è il dilemma». Il ministro dell’Ambiente ormai non si riconosce più nel Pdl ma quando il Cav la richiama lei ci ripensa. Obbediente

    10 Julian Assange Ha messo in crisi le cancellerie mondiali pubblicando i segreti della diplomazia Usa. Lo hanno fermato due ragazze svedesi. Priapo.

    8,5 Muhammar Gheddafi Senza di lui non esisterebbero la tenda, i cavalli berberi, le hostess che studiano il Corano, le amazzoni, il «bunga, bunga». Showman.

    10 Vladimir Putin In Italia il suo «lettone» è entrato nell’immaginario collettivo. Ma sotto il letto ecco spuntare gli affari. E tutti invidiano l’amico Silvio. Gasatissimo.

    6 Roberto Saviano Se sapesse fare televisione si meriterebbe un voto più alto. Ma quaranta minuti ad ascoltarlo parlare sono troppi per chiunque. Soporifero.

    10 Michele Santoro Meno male che Santoro c’è. Ecco l’inno coniato per il conduttore di Annozero. Grazie alle sue puntate antiCav, Silvio diventa sempre più forte. Stratega.

    8 Augusto Minzolini Sarà forse per la sua «pettinatura», fatto sta che Il direttore del Tg1 s’è trasformato in parafulmine. Fino a diventare un simbolo. Ma lui non molla. Tenace.

    IL QUALUNQUISMO (MIOPE) DEL CORRIERE DELLA SERA

    Pubblicato il 31 dicembre, 2010 in Politica | No Comments »

    Nel giorno in cui l’Italia, grazie alla firma del rivolu­zionario contrat­to salva Fiat, mette un pie­de nel nuovo mondo glo­­balizzato, il Corriere del­la Sera , presunto portavo­c­e della borghesia illumi­nata del Nord, celebra il funerale del Paese. Lo fa attraverso la penna di uno dei suoi commenta­tori di punta, Ernesto Gal­li della Loggia, che nel­l’editoriale di ieri disegna uno scenario apocalitti­co quanto ingeneroso. L’articolo si sarebbe potu­to titolare: «Piove, gover­no ladro». Ma trattandosi dello scritto di un intellet­tuale di chiara fama, in via Solferino hanno opta­to per un so­lenne: «Un disperato qualunqui­smo». Dopo aver elenca­t­o per due co­lonne di te­sto una serie di luoghi co­muni da di­b attito d’osteria (pa­e­saggio scon­volto da fra­ne e alluvioni, bibliote­che che versano in condi­zioni penose, tasse trop­po alte, burocrazia oppri­mente, un premier pateti­co e i suoi oppositori va­cui, sono tutti ladri ecce­tera eccetera), Galli della Loggia conclude che gli italiani sono condannati appunto a un «disperato qualunquismo». L’editorialista del Cor­riere ne ha per tutti: dai politici che ormai suscita­no solo disprezzo, ai gior­nali che «solcano quoti­dianamente l’oceano del nulla» (si riferisce al suo?). Salva, quanto me­no non cita, soltanto la sua casta, quella degli in­tellettuali da salotto e dei professori universitari che in teoria dovrebbero invece essere i primi re­sponsabili del presunto «nulla» che ci avvolge. A chi infatti doveva spetta­re il compito di forgiare e guidare la classe dirigen­te del Paese se non a loro? Qualunquiste, a mio mo­d­esto avviso, sono le paro­le scritte da Galli della Loggia, un ragionamen­to privo di qualsiasi spun­to di proposta e tensione politica. È come andare in chiesa e sentirsi dire dal pulpito: ragazzi, Dio non esiste e anche se esi­ste non conta niente. Mi verrebbe da dire: vabbè, caro Galli della Loggia, ma allora che cosa ti paga­no (e leggono) per fare? Accomunare nel disa­stro, come ha fatto lui, Berlusconi e Bersani, La Russa e Vendola, vuole di­re sfregiare quell’impe­gno ideologico senza il quale una democrazia è inevitabilmente destina­ta alla morte. Questo è il qualunqui­smo che il Corriere del­la Sera sta iniettando nel Paese a dosi massic­ce. Non è ve­ro che Berlu­sconi e Di Pietro, nel bene e nel male, sono sullo stesso piano. Quel­lo che Galli della Loggia non vede, o tace, è che da sedici anni si sta combat­tendo una battaglia epo­cale tra la componente li­berale del Paese (sicura­mente inesperta perché soffocata per cin­quant’anni dalla Dc) e quella ex comunista (an­siosa di potere e rivincita dopo cinquant’anni di forzata opposizione). Da che parte stare non è inin­fluente né inutile. E sareb­be appunto qualunqui­sta scegliere per mera va­lutazione di efficienza o onestà di chi in questo momento è sul campo. Sulle scelte che riguarda­no la politica economica, le riforme istituzionali, la legislazione su temi etici e le libertà individuali, le due strade ancora oggi di­vergono e decidere quale imboccare non è inin­fluente. Non è tra l’altro vero che chi sta guidando oggi non abbia fatto nulla di buono. Sostenerlo è falso nei fatti e disonesto intellettualmente. L’elenco lo lasciamo ai comizi di Berlusconi. Ma così, tanto per citare, se Marchionne l’altro ieri ha potuto firmare il nuovo patto che rivoluziona il lavoro è perché questo governo ha fatto una scelta precisa e liberale: non intervenire, lasciare che fosse il mercato e le parti a trovare il punto d’incontro. Se Giuseppe Recchi, presidente di General Electric Italia, sostiene (come raccontiamo oggi all’interno) che l’Italia resta un mercato interessante per gli investitori stranieri, è perché questo governo sta tenendo i conti in un certo modo. Se la gente ha problemi ma non è disperata è perché le tasse non sono state aumentate. Se da pochi mesi si va in treno da Milano a Roma in tre ore, se l’Alitalia c’è ancora, se l’università può guardare con più ottimismo al suo futuro, se la burocrazia è stata almeno scalfita è perché qualcuno ci avrà pur pensato e lavorato sopra. Oggi sappiamo che a Galli della Loggia tutto ciò non basta. Non basta neppure a noi. La differenza è che non essendo qualunquisti come lui, noi siamo convinti che soltanto dei veri liberali prima o poi sapranno accontentarci. E quindi li sosteniamo, a volte turandoci il naso, perché crediamo che siamo sulla strada giusta.

    VOTARE CON UN CLIK, ECCO LA DEMOCRAZIA DEL FUTURO

    Pubblicato il 31 dicembre, 2010 in Costume, Cultura, Politica | No Comments »

    Dall’Inghilterra, che è stata modelo di demcorazia,   arriva la proposta di far partecipare tutti i cittadini al procedimento legislativo

    E’ stato il Parlamento di Westminster a fare da modello alle democrazie rappresentative moderne. Proprio ora che è al governo una coalizione formata dal partito conservatore e da quello liberale, che attraverso i loro antenati tories e whigs hanno forgiato la democrazia, il premier Cameron ha una proposta che potrebbe costituire un precedente per le democrazie del futuro: l’iniziativa popolare via web.

    Alle elezioni di maggio era questo punto uno dei più innovativi nel programma del Partito Conservatore. “È assurdo che solo una piccola percentuale della popolazione possa mettere mano a una legislazione che si applicherà al 10 per cento della popolazione. Invece che tenere la gente fuori da questo processo, abbiamo bisogno di invitarceli”, aveva detto David Cameron. Già Tony Blair, a dir la verità, aveva istituito un sistema di petizioni collegato alla pagina Internet di Downing Street.

    Ed è attraverso questo canale che ad esempio il governo laburista rinunciò a introdurre un sistema di pedaggi che attraverso il satellite avrebbe dovuto estendersi a tutte le strade del Regno Unito, in quando 1.811.424 firme contro ne dimostrarono l’impopolarità. 531.400 firme raccolse invece la proposta di trasformare in giorno festivo quel Remembrance Day con cui l’11 novembre si ricordano i caduti della Prima Guerra Mondiale. In 502.625 firmarono contro un divieto di far volare la pattuglia acrobatica nazionale delle Red Arrowes alle Olimpiadi di Londra del 2012, che peraltro si rivelò poi essere una bufala.  In 304.461 firmarono per far ridurre la tassa sul carburante, 281.882 contro la costruzione di una mega-moschea, 128.622 contro l’imposta di successione, 113.979 per la creazione di un ospedale per militari e veterani, 93.626 per il mantenimento degli assegni familiari, 49.457 in favore della nomina a Primo Ministro di Jeremy Clarkson, noto giornalista esperto in temi automobilistici.

    Il valore di questo strumento, però, era poco più che un grande sondaggio di opinione: utile a indirizzare i governanti, ma non vincolante. D’altra parte, non c’erano particolari filtri per impedire che un internauta votasse anche più di una volta. Secondo il nuovo schema tutte le petizioni che via Internet raccoglieranno almeno 100.000 firme di cittadini iscritti nei registri elettorali dovranno essere per lo meno dibattute dalla Camera dei Comuni, entro il periodo tassativo di un anno. È vero che tra questi 100.000 ci dovrà essere per lo meno un deputato, ma in compenso, con un milione di firme la petizione potrebbe proporre direttamente una legge. Già quando la proposta era stata pubblicata lo United Kingdom Indipendence Party aveva promesso: “E allora presenteremo un milione di firme per uscire dall’Unione Europea”.

    Qualcuno pensa che i Comuni possano anche presto ritrovarsi a discutere sulla reintroduzione dell’impiccagione: nel febbraio del 2008 un sondaggio del Sun sul tema ebbe 95.000 risposte, e il 99 per cento a favore della pena di morte. Maurizio Stefanini, FOGLIO QUOTIDIANO, 31 GENNAIO 2010

    ….Sarebbe bello  poter con un semplice clik chiedere al Parlamento, per esempio,  di discutere su Fini  o, sempre per esempio, chiedere l’espulsione di Di Pietro. Sarebbe bello, ma tra la democrazia inglese e quella italiana c’è uno spazio siderale. Però sperare e sognare non è reato.g.

    QUESTIONE MORALE, E’ CAOS NELL’ITALIA DEI VALORI. OSSIA, CHI DI SPADA FERISCE, DI SPADA PERISCE.

    Pubblicato il 29 dicembre, 2010 in Cronaca, Politica | No Comments »

    Antonio Di Pietro

    L’Italia dei valori come il Partito democratico. Della serie prima di fare la morale agli altri, è sempre bene pensarci due volte. Aperto il vaso di Pandora della «questione morale», i dipietristi sono cascati, con tutti gli stivali, in una spirale di insulti e recriminazioni tra colleghi di partito, da fare invidia a Bersani e compagni.Lo scontro tra Antonio Di Pietro e il direttore di MicroMega Paolo Flores d’Arcais sul sondaggio «taroccato» non si è ancora placato, e se l’ex pm ha deciso di non portare avanti la querelle («Basta, non intendo più replicare», ha risposto a chi gli chiedeva un commento sulla vicenda), il filosofo ha affondato il colpo: «Si predica bene nella linea politica e si razzola male a livello locale, ma il responsabile di questo razzolar male è Di Pietro che questi gruppi dirigenti ha scelto», ha spiegato. Il direttore di MicroMega è poi tornato sul contestato sondaggio. «Al netto degli insulti, c’è nella tua replica una falsità e un ragionamento insostenibile. La falsità è che ad un certo punto avrei chiuso l’accesso al sondaggio, che è invece ancora in corso», ha spiegato rivolgendosi a Di Pietro sul sito della rivista. «Il ragionamento insostenibile – ha proseguito – è che inizialmente avrebbero votato solo i lettori di MicroMega, che condividevano l’opinione del direttore, poi passate le feste i navigatori in generale attraverso il passaparola, e le percentuali sarebbero diventate altre».

    Se il leader Idv sceglie di non intervenire più sull’argomento, un motivo c’è. A leggere il sondaggio ci si accorge del fatto che gli strali giustizialisti di De Magistris hanno colpito nel segno, visto che il 51 per cento dei lettori sostiene l’esigenza di un cambiamento della classe dirigente. Alle domande – si legge sul sito – hanno risposto oltre 34mila lettori e il risultato è una maggioranza che chiede a gran voce il rinnovamento. Il 20 per cento è favorevole a un ricambio dei vertici attraverso le primarie e il 31 per cento chiede a Di Pietro di affrontare con radicalità la questione morale. Al contrario, per il 32 per cento non esiste questione morale nell’Idv, mentre il 17 per cento ritiene che il tema riguardi un po’ tutti. Di Pietro tace e tace anche De Magistris. «Preferisco non parlare per adesso», ha spiegato. Nega invece l’esistenza di una questione morale Massimo Donadi, capogruppo Idv a Montecitorio: «Affermarlo – scrive – vuol dire che nel partito sguazzano indisturbati corrotti, disonesti e persone che usano la politica per interesse personale», tutto questo «è falso e insultante. Ribadisco – sottolinea – che il partito che conosco non solo è il partito dove non c’è nessuna questione morale ma, al contrario, è un partito bello e pulito».

    Sarà. I nodi, in realtà, restano e saranno affrontati nell’esecutivo nazionale convocato a Sorrento dal 14 al 16 gennaio. Perché dietro alla cortina della polemica di questi giorni – spiegano in ambienti Idv – c’è il vero scontro in atto, che è quello sulla leadership. Chi si gode lo spettacolo è Antonio Razzi che con la sua uscita dal partito alla vigilia della fiducia, in compagnia di Domenico Scilipoti, ha indirettamente dato fuoco alle polveri. E il suo attacco è di nuovo diretto al vertice dell’Idv: «Il problema è la guida del partito che è nelle mani del presidente al quale nessuno può dire nulla né proporre nulla». A guardare poi i commenti sulla vicenda sul sito di MicroMega, ci si rende conto che, mentre i leader della sinistra si fanno la guerra tra di loro, la base ha capito tutto: «Non vi sparate addosso, B. sta ridendo», si legge nell’ultimo – disperato – consiglio di un lettore.