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E ORA FINI SI DEVE DIMETTERE, di Giuliano Ferrara

Pubblicato il 21 dicembre, 2010 in Politica | No Comments »

Giuliano Ferrara, direttore e fondatore de IL FOGLIO, quotidiano indipendente e assai apprezzato dagli intellettuali della politica, già Ministro di Berlusconi nel suo primo governo, era stato uno dei pochi, tra gli amici di Berlusconi, a tifare per una riconciliazione tra Berlusconi e Fini. Ed era stato il suo quotidiano ad ospitare la richiesta di “rassettamento senza rancori” avanzata da Fini a Berlusconi dopo la violenta scentata di Fini alla Direzione del PDL,  rifiutata da Berlusconi che la giudicò non solo fuori tempo ma sopratutto inficiata dalla polemica scatenata da Fini contro Berlusconi. Dopo le vicende degli ultimi giorni, l’avventata fuga in avanti di Fini, la disfatta da questi subita in Parlamento e il rafforzamento di Berlusconi, che ha riottenutio la fiducia di Senato e Camera, Ferrara rivede i suoi giudizi e spiega su Panorama le ragioni per cui Fini deve dimettersi dalla carica di presidente della Camera.Ecco l’articolo di Ferrara.

Mentre gli sceneggiatori dell’establishment alla Barbara Spinelli delirano su Repubblica, ed eccitano al badoglismo militante la più brutta piazza mai vista a Roma, una piazza semiarmata, ultraminoritaria, che sfascia le carrozze all’insegna del qualunquismo antiparlamentare e dell’attacco ai simboli della democrazia, Gianfranco Fini si lecca le ferite dopo la battaglia di cui alla fine è risultato solo uno strumento, e per giunta disutile. Il bello è che ha perso, per i suoi avversari, ma se anche avesse vinto per uno o due voti, e questo è addirittura bellissimo per chi ama sul serio la democrazia del consenso e dei cittadini, e non quella delle lobby, saremmo da capo a dodici e non alla «fine del berlusconismo», perché le alternative a un governo si costruiscono con idee, leadership e programmi, non con chiacchiere velenose, finti scandali e aggressioni di strada.
Ezio Mauro, il direttore della tribuna neobadogliana, l’ha capito. Si è lasciato sfuggire un momento di consapevolezza che stride con il delirio ideologico dei suoi. E ha scritto a caldo che Fini deve dimettersi e preparare una alternativa politica nel Paese, non un golpicchio parlamentare, scegliendo una sua nuova identità, che non può essere, ma questo lo aggiungo io, quella di un presidente che non esercita il carisma della garanzia e che addirittura rappresenta una fazione aggressiva e d’assalto. Bisogna aggiungere, per la verità delle cose, che spetta al capo dello Stato esercitare la sua «moral suasion» nella direzione giusta. Giorgio Napolitano è giustamente interventista, cum grano salis perché ha esperienza politica, e prudenza. È ora che faccia capire quanto è anomala una situazione in cui l’esablishment delegittima in aula e in piazza il governo della maggioranza degli italiani e le istituzioni parlamentari, e la terza carica dello Stato si fa strumento ormai passivo di questa delegittimazione.
I miei due o tre lettori di Panorama sanno bene che non ho mai offeso Fini, non l’ho mai considerato altro che un fenomeno politico da maneggiare con cura e sensibilità, senza complessi ma senza rancori e spirito di rivalsa personale. Non è però umanamente possibile non chiedergli di prendere atto della situazione scabrosa in cui si è messo, aggregandosi con il suo gruppo, non proprio un nucleo d’acciaio, al carro degli sfiduciatori d’opposizione e centristi. Non c’è più un Fini solitario che si batte per una destra delle idee, non c’è più un Fini che cacciato dal suo partito manovra per una svolta politica nel rispetto della regola secondo cui governa chi ha vinto le elezioni: ora c’è un Fini che le signore e le commentatrici della buona società vogliono investire apertamente del ruolo di Pietro Badoglio, ma non contro un Duce che ha soppresso i partiti e le libertà, bensì contro un presidente del Consiglio liberamente eletto, che ha diritto di governare finché nuove elezioni non lo facciano cadere di sella. Questo Fini, se non ci saranno le sue dimissioni, rischia di diventare un pericoloso pretesto di antidemocrazia e di giochi lobbistici che dovrebbero essergli estranei, se non si sia del tutto bevuto il cervello, sperduta l’anima.

Giuliano Ferrara, Panorama, 21 dicembre 2010.

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FINI, IL COMPAGNO TRINARICIUTO DI GUARESCHI

Pubblicato il 21 dicembre, 2010 in Politica | No Comments »

Ha cambiato idea. Un’altra volta.  Dopo aver constatato che Casini ha abbassato i toni della polemica e si è detto pronto a confrontarsi con il governo e Berlusconi, oggi Fini si è detto dell’idea che il governo può durare e che la legisaltura può andare avanti. Quante volte ha cambiato idea Fini nel corso degli ultimi mesi? Non se ne può tenere il conto, tante numerose  sono state. Tante, sino al punto che ormai Fini appare sempre più l’indimenticato personaggio di Giovanni Guareschi, quello della caricatura di un  compagno  trinariciuto che compariva nelle vignette  di Candido, il giornale fondato da Guareschi, al quale Guareschi faceva ripetere ad ogni mutamento di indirizzo di Botteghe Oscure (la sede storica del PCI) la frase: contrordine, compagni!. Ecco, il compagno Fini ha ricevuto l’imput – il contrordine – è ha mutato pensiero, ragion per cui dopo aver tentato di buttare all’aria il governo, si è convinto che il governo e la legislatura possono durare. Non per lui. Ma nonostante lui. Solo su una cosa il nostro compagno non cambia opinione: la poltrona di Montecitorio. Oggi ha ribadito che non lascia la poltrona perchè verrebbe meno al dovere verso chi lo ha eletto. Ma che dice Fini. Chi lo ha eletto sono solo  i deputati del PDL e della Lega i quali, depurati dai compagni di tradimento di Fini, ora non lo vogliono più. Per cui stia tranquillo che quelli che lo hanno eletto, ritenendolo allora degno della loro fiducia, sono proprio quelli che non lo rimpiangerebbero. Comunque, come ha ben detto oggi sul Giornale Alessandro Sallusti, si comprende perchè Fini non molla quella poltrona: è l’unica e, sopratutto, l’ultima che gli è rimasta. Dopo se la dovrà solo sognare. g.






L’INFILTRATO ARMATO DI CASCO? UN PIZZAIOLO PRECARIO

Pubblicato il 21 dicembre, 2010 in Politica | No Comments »

Non è uno studente. Non è un agente infiltrato. Non è un black bloc. È un pizzaiolo precario il responsabile del più grave atto di violenza dello scorso 14 dicembre a Roma: il brutale colpo di casco che ha messo ko il quindicenne Cristiano, ripreso da un manifestante in un video rimbalzato su siti e tv che appare a ogni visione più raccapricciante. Il minorenne si trova tuttora all’ospedale San Giovanni, dove oggi sarà operato per ridurre la frattura scomposta al naso. A procurargliela è stato, in quel delirante martedì, Manuel De Santis, 21 anni, che sabato scorso ha presentato alla Procura di Roma, a mezzo dei suoi avvocati, una dichiarazione nella quale si prendeva la responsabilità del gesto. Gesto peraltro probabilmente non isolato: ieri è spuntato un nuovo video in cui si vede una persona vestita come De Santis (cappello con visiera, giubbotto nero con cappuccio, jeans e la falda di un maglione scuro legato alla vita che spunta all’altezza del sedere) sferrare un altro colpo di casco a una persona probabilmente più fortunata di Cristiano.
Si tratta della dimostrazione che dal «Bloody Tuesday» non escono vincitori e vinti, ma solo sconfitti. E si tratta ancora dell’ennesima bufala smascherata a proposito delle ore in cui Roma è stata oltraggiata, in cui i poliziotti sono stati scambiati per sagome di un tirassegno, in cui il movimento studentesco ha visto annegare le sue idee in un mare di violenza. Assieme al pizzaiolo precario agiva infatti un altro teppista che era stato ripreso in un fermo immagine mentre faceva un gesto che poteva essere scambiato per un saluto romano. E questo aveva scatenato i soli romanzieri, a caccia di infiltrati e di provocatori fascisti. Perché la violenza non può che essere di destra. Invece De Santis è descritto come un uomo di sinistra, un «cane sciolto», dicono i suoi legali. Tesi, questa, che agevolerà lo scaricabarile tra le mille anime antagoniste. E già ieri su Indymedia, il sito di informazione alternativa, spuntavano «post» in cui il pizzaiolo veniva definito «infame». Tutto, pur di rifiutare «il becero tentativo di ricondurre la manifestazione a mera esplosione di violenza cieca e distruttiva, a cui far seguire l’approvazione di nuove norme repressive».
La verità è che il pizzaiolo si trovava in piazza come parte di quel magma di varia umanità antagonista che ha «sequestrato» la manifestazione, che ha legittimato la violenza contro poliziotti e manifestanti dissenzienti, che nella protesta studentesca ha visto l’occasione per sfogare la propria frustrazione e l’antiberlusconismo di maniera. Le immagini amatoriali dell’aggressione sono allucinanti, e non solo per il «tump» del casco che spacca il naso di Cristiano. Stupiscono perché nessuno ha fermato De Santis né prima dell’aggressione né – soprattutto – dopo. Le immagini lo inquadrano pochi secondi dopo l’aggressione indisturbato stringere ancora la sua arma impropria. Con tutta probabilità ore dopo vagava ancora, impunito, per le strade di Roma con la sua furia cieca, mina vagante tra mille altre mine vaganti.
Poi, molti giorni dopo, è arrivato il momento del rimorso e delle spiegazioni. Quello che De Santis dirà agli inquirenti, che lo ascolteranno nelle prossime ore, non lo sappiamo. Quello che ha fatto sapere ieri per bocca del suo legale è quanto meno sconcertante: avrebbe colpito con rabbia e di spalle Cristiano «per evitare che la manifestazione diventasse violenta». Per questo motivo «si è lanciato contro i manifestanti che attaccavano le camionette della polizia e che avrebbero voluto raggiungere il Senato». Quanto al rimorso, siamo in zona melodramma, con quel tocco familistico così tipicamente italiano. «Manuel è venuto da me con i suoi genitori – dice l’avvocato Mancini – erano tutti sconvolti e addolorati per quanto è successo. È un bravo ragazzo». Definizione, questa, che non si nega proprio a nessuno, evidentemente. L’aggressore e la sua famiglia hanno manifestato l’intenzione di risarcire i danni riportati da Cristiano e di poterlo incontrare. Una deriva perdonista che non incanta il papà di Cristiano: «Penso sia un momento ancora delicato e riflessioni su eventuali perdoni sono ancora premature». Anzi l’uomo, che è avvocato e che sul ferimento del figlio ha presentato una denuncia contro ignoti, senta puzza di stratagemma: «Da legale posso dire che si tratta di un atteggiamento strategico che può premiare». Comunque il papà di Cristiano da ieri ha ritrovato un po’ di serenità, se non altro per il sollievo di sapere «che una persona pericolosa e irresponsabile è stata tolta dalla strada».
.….La stampa di sinistra e le truppe armate del sinistrume italiano,  dopo aver fatto finta di esprimere solidarietà alla polizia aggredita martedì 14 dicembre dai violenti che hanno usato la riforma universitaria come grimaldello per scatenare una vera e propria guerriglia per le strade del centro storico della Capitale, hanno dato via libera al solito copione: tra i contestatori c’erano degli “infiltrati2, cioè dei provocatori il cui compito sarebbe stato quello di far degenerare la protesta pacifica per scatenare la reazione della polizia. E’, lo abbiamo detto, il copione di un film già visto nel passato, recente,m e anche in quello più lontano, durante gli anni di piombo e della protesta giovanile del 1968. Ma ora, come allora, nulla di cutto ciò è vero, anzi non v’è nulla di più falso. Ed infatti, anche questa volta la trama è stata svelata. Il teppista con un casco indicato dalla stampa di sinistra come l’infiltrato numero uno, è risultato essere un vero contestatore che di mestiere fa il piazzaiolo precario. E per questa volta, come per le precedenti, la stampa di sinistra è stata sputtanata. Come sempre. g.

ADDIO PDL, TORNA FORZA ITALIA, di Alessandro Sallusti

Pubblicato il 21 dicembre, 2010 in Il territorio, Politica | No Comments »

Napolitano ha fatto gli auguri a Berlusconi. Di Natale, ma non soltanto. L’auspicio è che questo governo vada avanti. È una sorta di via libera al premier a procedere con la sua maggioranza risicata alla Camera e un altolà a chi ancora trama per tentare improbabili e pasticciati ribaltoni. Governare con pochi voti di margine, quindi, oltre che legittimo è lecito. Del resto in molte democrazie europee già avviene, lo stesso Obama guida l’America con dalla sua un solo ramo parlamentare. Da ieri, quindi, l’ipotesi di elezioni anticipate perde ancora un po’ di quota e la maggioranza respira. Al punto che si ricomincia a guardare al futuro non sotto l’incalzare delle emergenze, ma con piani a lungo termine. Come quello – la notizia è trapelata da un incontro tra Berlusconi e alcuni europarlamentari – di cambiare nome al Pdl. E tra le ipotesi, la più accarezzata è quella di tornare alla vecchia Forza Italia. Se così sarà, non si tratta di banale operazione di facciata ma la presa d’atto che la fusione con An non ha dato i risultati sperati. E non soltanto per la scissione di Fini.

È evidente che un’operazione del genere implica non soltanto ribadire con forza la centralità assoluta e indiscutibile di Berlusconi, ma anche di tutta la classe dirigente proveniente da Forza Italia. Al centro come in periferia. Il che aprirebbe un nuovo, grande dibattito dentro l’attuale partito di maggioranza. Accetteranno gli ex colonnelli rimasti fedeli al premier di stare in una struttura di nome e di fatto diversa da quella del Pdl? Se sì, a che condizione? E se no, cosa potrebbe accadere? Non per forza le risposte a queste domande devono portare a una situazione traumatica simile a quella vissuta con Gianfranco Fini. Anzi, potrebbe essere il contrario. La chiarezza, in politica, aiuta sia nella gestione del potere che nella comprensione da parte degli elettori. Non dimentichiamo che la prima ipotesi sul partito unico del centrodestra non era la nascita del Pdl ma una federazione, che è più di una alleanza ma meno di una fusione.

Del resto, chiarire definitivamente i rapporti tra le due componenti del Pdl ormai è una necessità non più rinviabile. Che toglierebbe ulteriore terra da sotto i piedi di Gianfranco Fini e renderebbe più agevole il ritorno a casa di non pochi suoi deputati. Il più spaventato da una simile ipotesi è proprio il presidente della Camera, amico dei magistrati antiberlusconiani (coi quali avrebbe fatto un patto), che ieri ha annunciato di non voler abbandonare la poltrona sulla quale è seduto. Forse già sa che è l’unica e l’ultima che gli resta. Il Giornale, 21 dicembre 2010

……Secondo un primo risultato del sondaggio lanciato online dal Giornale, un buon 78% dei partecipanti  al sindaggio sino a poco fa, sarebbe d’accordoalla proposta di tornare  alla sigla  di Forza Italia, in luogo dell’attuale Popolo della Libertà, ridotto dai giornali alla sigla PDL.  Forse il sondaggio è destinato più in là a cambiare. In attesa di ulteriori approfondimenti,  pensiamo che, a prescindere delle minacce legali profferite dal vicario di Fini, Bocchino,  circa l’uso della sigla PDL in campagna elettorale,  il ritorno a Forza Italia potrrebbe risultare una azzeccata scelta propagandistica come pare ritenere lo stesso Berlusconi che in materia pubblicitaria non è mai stato secondo a nessuno. Certo sarebbe da verificare cosa ne pensino gli ex AN lealmente  rimasti nel PDL ma una soluzione che accontenti tutti la si può trovare. g.

DEMOCRATICI O NO, ADESSO BISOGNA DIRE AGLI SBIRRI: CI FIDIAMO DI VOI

Pubblicato il 21 dicembre, 2010 in Politica | No Comments »

Alla vigilia del voto finale al Senato sulla ricforma universitaria e delle manifestazioni annunciate dai contestatori della riforma, il Fioglio di Giuliano Ferrara pubblica un articolo-appello che condividiamo. Noi ci fidiamo dei poliziotti e vorremmo che l’ordine pubblico fosse tutelato da loro e da loro soltanto. Ci sembra una cosa giusta e opportuna, anzi del tutto ovvia. g.

E se lasciassero fare agli sbirri, una volta tanto? Se la piantassero di mettersi, pateticamente, a fare loro gli sbirri in sedicesimo? Può un celerino, diciamo, ragionare meglio di un senatore o di un sottosegretario? Eh, hai voglia, se può… E quasi sempre lo fa. Ci sono tanti bravi studenti, in piazza, e un po’ di stronzetti. Ci sono tantissimi bravi sbirri in piazza, e magari qualcuno di mano (o di piede, come si è visto) più pesante. I primi sono inevitabili, i secondi utili. Non è una bella situazione, ma non ce n’è una migliore. Nessuno ha intenzione di farsi troppo male, lì in piazza: lo sbirro costretto a far barriera, per mille e duecento miserabili euro al mese; lo studente che tiene alla sua testolina – fosse di genio, fosse di segatura gonfia, fosse da furore teppistico devastata – e paventa il rischio che un’eccessiva manganellata possa compromettere l’imminente settimana bianca. E’ tutta una teatralità, a volte un dramma ma sempre da una messa in scena preceduto, dove ognuno prende le misure all’altro, avendo ognuno le proprie perdite e le proprie convenienze.

La gente si gioca persino la vita, a volte – anche se non tutti la giocano allo stesso modo: ci sono gli aggressori e gli aggrediti, e (quasi) sempre sono gli sbirri a prendere il primo colpo, il primo insulto, la prima rabbia. Perciò loro sanno benissimo cosa fare; così come benissimo cosa sono lo ha spiegato quel poliziotto che domenica scorsa ha scritto una lettera (anche scritta parecchio meglio di tanti articoli di giornalisti) al Corriere della Sera. Mi sembra molto più affidabile quello sbirro, “io sbaglio… sono un uomo come tanti… e faccio il poliziotto…” – pur con le sue paure e i suoi dubbi e i suoi giustificati rancori (c’è del sangue che molto si vede, c’è del sangue che poco si vede) – dei politici che gli urlano nelle orecchie, che mostrano il petto che mai dovranno mostrare in piazza, che fanno la voce grossa che non dovranno alzare per fronteggiare un sampietrino. C’è sempre qualcosa di retoricamente insopportabile, nelle dichiarazioni di certi politici di sinistra sul tema.

C’è lo stesso qualcosa di retoricamente insopportabile
nell’urlo di alcuni politici di destra sul tema. E’ come se “il ministro della Paura”, geniale e terrificante invenzione di Antonio Albanese, si fosse di colpo incarnato, reso vivo, presente. Come se quelle fiamme e quelle paure fossero davvero e solo una messa in scena. Ma qualcosa brucia davvero; davvero qualcuno, anche dentro la divisa, di paura trema; ma qualcuno sanguina davvero. Bisognerebbe fare un passo indietro – fatti, politicamente, i passi sbagliati che si potevano evitare. E dire agli sbirri: ci fidiamo di voi. Una volta, a un democratico, questo sarebbe apparso pericoloso; adesso, a un democratico, potrebbe apparire rassicurante. Ché forse davvero gli sbirri sanno cosa fare. Lì in piazza, di sicuro. O persino davanti ad Arcore. Stefano Di Michele, Il Foglio, 21 dicembre 2010

LA FACCIA TOSTA DI FINI

Pubblicato il 20 dicembre, 2010 in Politica | No Comments »

Tranquillizzo tutti: fino a quando dura la legislatura continueremo a vederci per gli auguri di Natale.Le istituzioni restano, gli uomini passano, sono tutti pro tempore. E tutti dovrebbero ricordarsi che le istituzioni restano e gli uomini passano”.

Indovinate chi è l’autore di cotanta, sfacciata faccia tosta. E’ l’on. Fini e queste parole le ha pronunciate questa mattina rivolgendosi ai dipendenti della Camera, la cui maggioranza, secondo i sondaggi, come tutti gli italiani,  non lo vogliono più come presidente della Camera, percentuale che diventa bulgara se a rispondere sono gli elettori di centro destra. Ma il povero Fini, sconfitto nella sua disperata aggressione al governo liberamente eletto dagli italiani, e oscurato dalle manovre di Casini, resta attaccato con l’attax alla poltrona che gli fu data dal centrodestra perchè di centrodestra. Ora che dal centro destra se ne è andato e le sue truppe si vanno assottigliando di giorno in giorno, se avesse un minimo di dignità politica dovrebbe lasciare una poltorna su cui siede abusivamente. E andarsene a Montecarlo ospite del cognato a cui ha regalalato a prezzo stracciato l’appartamento donato da una militante missina per la “buona causa” e non ci sembra proprio che il cognato di Fini sia una buona causa. A meno che, parafrasando l’indimenticato Ennio Flaiano, Fini non abbia scritto sulla bandiera della sua causa “tengo famiglia”. g.

LA PEGGIO GIOVENTU’

Pubblicato il 20 dicembre, 2010 in Politica | No Comments »

Mercoledì 22 dicembre è in calendario al Senato l’approvazione definitiva della riforma dell’Università.  La riforma voluta dal ministro Gelmini è stata  valutata favorevolmente dal mondo accademico e non solo, sinanche il politologo Giovanni SARTORI, storico antiberlusconiano, ha espresso parere positivo, giudicandola come strumento idoneo a cambiare in meglio l’Università italiana. Contro la riforma si è invece scatenata l’azione dei centri sociali  che nei giorni scorsi hanno messo a soqquadro le città italiane e in primo luogo Roma. Era in verità, come poi è stato ammesso da più parti, una protesta strumentale che aveva come obiettivo il Governo Berlusconi. Gli stessi terroristi che hanno messo a soqquadro Roma, si apprestano a farlo anche mercoledì. La scusa è la riforma univesitaria, l’obiettivo vero è tentare di sovvertire le decisioni del Parlamento che martedì 14 dicembre hanno ridato la fiducia al Governo di Berlusconi. E’ insorto il centrodestra, e ha provocato le reazioni scomposte della sinistra la proposta di Gasparri, capo dei senatori pdiellini, che ha chiesto l’arresto preventivo dei facinorosi di professione. L’accusa a Gasparri è stata quella di essere fascista. Come al solito chi difende le istituzioni e vuole preservarle dalla violenza dei terroristi viene accusato di…fascismo. Ecco cosa ne pensa Mario Sechi, direttore de Il Tempo, con l’editoriale di questa mattina.

Eccolo qua, il nuovo nemico pubblico, Maurizio Gasparri. Il capogruppo del Pdl ha detto che al posto della pacca sulla spalla e delle scarcerazioni automatiche per i teppisti, ci vuole legge e ordine. Bisogna isolare i violenti e metterli in sicurezza prima delle manifestazioni. Al netto del modo un po’ ruspante con il quale Gasparri mette giù le sue proposte politiche, credo che il capogruppo del Pdl abbia ragione. Siamo circondati da un’aria torbida, cattiva e sinistra e i miei cronisti in questi giorni mi hanno riferito cose che spero non si realizzino. Il tam tam dell’antagonismo e dello sfascismo parla chiaro: mercoledì la Peggio Gioventù vuole mettere a soqquadro Roma e già da oggi promette un antipasto di quel che sarà. Agli studenti pacifici e in buona fede il diritto di manifestare deve essere garantito, ma più osservo i fatti e più sono convinto che sia arrivato il momento della linea dura. Guardate la foto che pubblichiamo qui a fianco. Per i redattori del mio giornale non ci sono dubbi: è un volantino distribuito in piazza nei giorni degli scontri e la giovinetta sorridente sotto l’ascella cela una pistola. Forse qui a Il Tempo ci vediamo tutti male, ma sfido i lettori a vedere qualcos’altro. Mi auguro che almeno sia caricata ad acqua e che sia una goliardata, ma in ogni caso, il segnale è inquietante.

Quando i cronisti Fabio di Chio e Augusto Parboni mi hanno mostrato il volantino e informato delle intenzioni dei descamisados fuori corso, ho realizzato che tutti i discorsi degli intelligentoni sono fuori tempo massimo. C’è un treno carico di materiale che scotta in corsa. Bisogna fermarlo. I disordini, gli incidenti, gli scontri drammatici di qualche giorno fa sono solo il primo piatto di un pranzo indigesto. Ho letto in questi giorni articoli pieni di comprensione per «i ragazzi», editoriali colmi di buonismo e sociologia da quattro soldi. Sono pericolosi. Innescano una reazione di solidarietà, danno ai violenti la giustificazione per colpire e sentirsi parte di un progetto per un radioso avvenire. Attenti, cari chierici in servizio permanente effettivo, questo non è il Sessantotto, siamo di fronte a qualcosa che non ha progetto politico e rispetto al passato ha a disposizione strumenti ancor più letali.

C’è la Rete, con la sua comunicazione in tempo reale, i suoi slogan, le sue parole d’ordine e la sua capacità di mobilitazione. Muovere masse di violenti, di ingenui pronti a immolarsi per una causa sbagliata, è facile. Non siamo nell’era della clandestinità, ma dello scambio di informazioni in chiaro, in real time, della sfida aperta, della violenza dichiarata, cercata e sbattuta in faccia al mondo, possibilmente in diretta. Quel che sta accadendo nelle università e nelle fabbriche dovrebbe preoccupare tutti e invece stiamo assistendo a una folle gara alla giustificazione del peggio e alla mistificazione della realtà contemporanea. Il fallimento del nostro sistema educativo è totale, è plasticamente rappresentato dalla piazza sbavante di giovani che imbracciano spranghe e tirano sanpietrini. Una parte di loro ha la testa completamente vuota, ma le mani sono armate. Sono là perché vogliono pestare lo sbirro, odiano lo Stato, desiderano lo scontro fisico. Questo fallimento è, prima di tutto, delle famiglie e poi della scuola che ha dimenticato una materia fondamentale: l’educazione civica. Invece di alzare il sopracciglio e impartire lezioni dal salotto, l’intellighentsia di questo Paese dovrebbe fare lo sforzo di ascoltare e leggere cosa si dice nelle università. Scoprirebbero un mondo intriso di fanatismo e una nuova ideologia che sogna il rovesciamento del governo con la piazza.

Sono «contro» tutto», perfino contro Roberto Saviano. Parte di questo movimento estremista viene da sinistra, ma si salda con il magma del mondo degli ultras da stadio, con gli sbandati delle aree metropolitane, con la pura delinquenza il cui unico fine è il caos. Gasparri è il nuovo nemico pubblico e una massa di sfascisti è l’emblema della democrazia. Questo è il risultato del dibattito politico italiano. Fa orrore. Dei fatti, quelli che Il Tempo pubblica da giorni non gliene importa niente a nessuno. Un ragazzo ha rischiato di essere ammazzato con un colpo di casco in faccia e sapete perché? Secondo le direttive dei compagni non doveva lanciare arance ma pietre contro i poliziotti. É stato «punito» da un suo compagno di lotta. Sono sballati che ballano la danza della morte. Mario Sechi, Il Tempo, 20 dicembre 2010

L’82 % DEGLI ITALIANI DI CENTRODESTRA VOGLIONO CHE FINI LASCI LA POLTRONA DELLA CAMERA. CHE ASPETTA?

Pubblicato il 19 dicembre, 2010 in Politica | No Comments »

Se Gianfranco Fini non si dimette, lo «dimettono» gli italiani. Con un messaggio forte e chiaro, praticamente una lettera di licenziamento a mezzo stampa. Il 59 per cento dei nostri connazionali pensa infatti che il presidente della Camera dovrebbe mettere la parolina «ex» davanti alla sua carica, lasciando la Camera dei deputati. Lo dice un sondaggio condotto dall’istituto di ricerca Swg per Trendsetting, il sondaggio settimanale del sito affaritaliani.it. Quasi sei italiani su dieci, e quindi non solo gli elettori di centrodestra, sono stanchi di avere aggrappato alla terza poltrona dello Stato un uomo che negli ultimi mesi si è reso protagonista delle seguenti prodezze, non necessariamente in ordine di importanza: aver consentito la svendita del patrimonio devoluto da Anna Maria Colleoni ad An; aver permesso o quanto meno non impedito che nell’appartamento di Montecarlo, che di quell’eredità costituiva il pezzo pregiato, andasse a vivere il cognato Giancarlo Tulliani; aver lungamente taciuto sull’imbarazzante vicenda; aver tradito il suo elettorato uscendo dal Pdl e diventando opposizione di chi aveva portato lui a Montecitorio e molti suoi uomini al governo; aver cercato di far cadere il governo senza nemmeno riuscirci, clamorosa gaffe politica che entrerà tra vent’anni nei libri di testo di storia contemporanea. Tutto questo aggiunto al fatto che ormai Fini si trova a presiedere un’assemblea che lo ha eletto a maggioranza due anni e mezzo fa ma che oggi non lo rieleggerebbe. Una specie di sopravvissuto politico, un’anomalia.
Insomma, ce n’è abbastanza per una mozione di sfiducia coram populo. Che puntualmente arriva attraverso il sondaggio Swg, condotto su un campione di 2800 italiani i giorni 16 e 17 dicembre, stratificato per sesso, età e residenza. Interessante la scomposizione della risposta al quesito riguardante Fini per collocazione politica degli intervistati. Solo gli elettori di centrosinistra «salvano» Fini, con un 25 per cento di sì alle dimissioni e un 75 per cento di no. Gli elettori di centrodestra invece sfiorano il plebiscito: l’82 per cento vuole Fini lontano da Montecitorio e solo il 18 per cento ritiene giusto che resti al suo posto. Ma anche gli elettori che si definiscono di centro o non si definiscono proprio sono contro Fini: il 67 per cento è favorevole alle dimissioni, il 33 per cento no.
Non è questo il solo dato saliente del sondaggio Swg-affaritaliani.it: una seconda domanda evidenzia che la maggioranza degli italiani (il 54 per cento del campione) ritiene che, dopo la fiducia per tre voti strappata dal governo, sarebbe comunque meglio andare al voto: a caldeggiare il ritorno alle urne sono soprattutto gli elettori di centrosinistra (tra i quali il sì al voto anticipato tocca il 63 per cento), seguiti da quelli del centrodestra (53), mentre tra i centristi e i non etichettati prevale la voglia di lasciare tutto così com’è (57 per cento). Strano l’entusiasmo degli elettori di sinistra per un appuntamento elettorale che secondo gli stessi interpellati dalla Swg rischia di trasformarsi in un bagno di sangue per il Pd e per i suoi fratelli: secondo il 53 per cento del campione rivincerà il centrodestra (ma tra gli elettori del Pdl addirittura il dato tocca l’81 per cento), secondo il 20 per cento il centrosinistra (e anche tra gli elettori progressisti la fiducia è scarsa: solo il 51 per cento crede in una vittoria) e secondo il 15 per cento il presunto terzo polo, quel raggruppamento più o meno convinto di Fli, Udc, Api e Mpa. C’è un dodici per cento che non sa, quasi tutti di sinistra o centristi.

SE LA NEVE E’ ROSSA, IL DISASTRO NON HA PADRI

Pubblicato il 19 dicembre, 2010 in Politica | No Comments »

Mezza Italia è rimasta paralizzata sotto pochi centimetri di neve. È incredibile come in questo Paese la maggior parte della gente creda a Babbo Natale, ai miracoli, alle cartomanti e alla leggenda Maya che fissa la fine nel mondo nel 2015 ma nessuno creda alle previsioni del tempo. Che sarebbe nevicato era noto da giorni, ma i più non si sono attrezzati neppure un minimo, contribuendo alla paralisi della viabilità che ovviamente ha responsabili ben precisi. Con una variante rispetto al solito. Quando, dopo settimane di pioggia, cade un muro di Pompei la colpa è dei politici (il ministro Bondi); se invece la neve blocca strade e autostrade della rossa Toscana, i cattivi sono solo i tecnici. A nessuno viene in mente di mettere sotto processo il sindaco di Firenze, Renzi, o il governatore della Regione, Rossi. Ovvio, sono del Pd e per questo bravi ed efficienti.
Gli automobilisti rimasti in coda per ora devono ringraziare anche quei magistrati e quei giornalisti che hanno distrutto la Protezione civile modello Bertolaso, spacciando alcuni fatti di presunto malaffare per un sistema criminale, e come tale da smantellare. Purtroppo ci sono riusciti e oggi noi cittadini ne paghiamo le conseguenze. Come diceva Benedetto Croce, i politici e gli amministratori non andrebbero giudicati dalla loro moralità privata, ma in base alla loro efficienza pubblica. È degno di governare chi sa risolvere i problemi del Paese. Quando siamo malati al chirurgo chiediamo di salvarci la vita, il fatto che paghi le tasse fino all’ultima lira o che sia marito fedele poco ci importa. È il moralismo più bigotto, per giunta applicato a senso unico, che sta rovinando il Paese. Non so se Vendola, nuovo astro della sinistra, abbia amanti o scheletri nell’armadio, certo è che la sua Puglia è tra le regioni peggio amministrate, con buchi nel bilancio da brivido. Dicono che non abbia ombre anche Rosa Russo Iervolino, ma da quando lei è sindaco Napoli è precipitata ancora di più nell’abisso dell’abbandono oltre che dell’immondizia. Ora tocca alla Toscana.
Il giovane sindaco Renzi passa ore in televisione a spiegare come sia giunto il momento di rottamare Bersani e D’Alema. Il successo mediatico lo ha distratto, è scivolato sul ghiaccio. Per molto meno, due anni fa Letizia Moratti fu messa in croce da giornali e sinistra. Lui se la caverà con qualche rimbrotto, non finirà certo nel tritacarne di Annozero o dell’Infedele. Se piove, insomma, il governo è ladro ma solo se è di centrodestra. E mai come questa volta la neve non ha colore.
ALESSANRO SALLUSTI, Il Giornale, 19 dicembre 2010

I SONDAGGI RILANCIANO IL PDL E LA LEGA, AFFONDA IL TERZO POLO

Pubblicato il 19 dicembre, 2010 in Politica | No Comments »

Berlusconi è rinfrancato dagli ultimi sondaggi che benedicono il bipolarismo, bocciando il Terzo polo. Ecco perché il messaggio berlusconiano è chiaro: o di qua o di là. Da una parte i moderati, dall’altra gli altri.
Concetti ribaditi ieri sera in un intervento telefonico alla festa del Pdl alla Fortezza da Basso di Firenze. Ai 5mila presenti il premier lancia messaggi ottimistici: «Abbiamo sconfitto il tentativo di ribaltone. Gli avversari si sono alleati con l’unico scopo di eliminarmi ma la grande prova della Camera e del Senato ha sconfitto questo progetto. La fiducia del 14 è stato uno spartiacque importante per la democrazia: se avessero vinto loro saremmo tornati alla Prima Repubblica. Voglio finire la legislatura e sono convinto che il senso di responsabilità e la coscienza di molti parlamentari eletti con il Pdl farà naufragare questo disegno». Le urne non fanno paura, anzi: «State sicuri che governeremo. Se non ci riuscissimo – dice il premier – si andrà alle elezioni e le vinceremo alla grandissima».
Poi, spazio alle battute: «Sapete perché sono sempre così carino con le signore? Deriva dall’anagramma del mio nome: l’unico boss virile». E a Monica Faenzi, portavoce toscana del partito che gli chiede conto dell’anagramma del nome di Casini, risponde sicuro: «Perdi se andrai con Fini». La platea ride e commenta anche gli ultimi sondaggi che circolano nel Pdl.
In effetti, secondo l’istituto Demopolis, se oggi si andasse al voto le sinistre avrebbero il 38%; il Terzo polo – in forte calo – il 14; l’asse Pdl-Lega il 42%. Un recupero di 3 punti percentuali in una sola settimana. Insomma, l’alchimia terzopolista è destinata a fallire perché mera operazione di Palazzo.