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IL PATTO SCELLERATO FINI, RUTELLI, CASINI

Pubblicato il 14 novembre, 2010 in Politica | No Comments »

La crisi partorisce un mostro al giorno. Ieri ha visto la luce un improbabile nuovo centro sull’asse Casini-Fini-Rutelli. I tre, stando alle dichiarazioni, presenteranno insieme una mozione di sfiducia al governo Berlusconi. Secondo gli osservatori esperti, quelli che negli ultimi diciotto anni non ne hanno mai azzeccata una, diciamo alla Giuliano Ferrara, si tratta del primo passo di un nuovo polo, il terzo, che potrebbe prendere le redini del Paese. Noi un po’ rozzi, che di politica non capiamo un’acca, restiamo invece scettici. Non capiamo, sarà un nostro limite, come possa stare insieme un centro formato da questi tre signori. Il primo, Rutelli, è un ex radicale che, dopo aver tradito Pannella, si è candidato premier (sconfitto) di una coalizione cattocomunista (l’Ulivo), che ha successivamente tradito per mettersi in proprio, forte di uno 0,8 per cento di consensi. Il secondo, Fini, è un ex fascista che ha rinnegato i valori del Ventennio per diventare berlusconiano di ferro, che, al momento decisivo, la nascita del Pdl, ha tradito Casini, al quale aveva promesso che mai e poi mai si sarebbe fuso con Forza Italia e che, più di recente, è storia nota, ha tradito pure Berlusconi. Il terzo, Casini, è il leader del partito dei cattolici italiani e non ha mai fatto mistero di essere pronto ad allearsi con chiunque (laici, atei, mangiapreti) pur di vincere contro Berlusconi (in alcune Regioni e molti Comuni lo ha pure fatto).
Detto che tutti possono cambiare idea, è anche vero che alla fine ognuno resta quello che è. Quindi siamo di fronte a un trio formato da un fascista laicista, un radicale e un cattolico che si candidano a creare un partito di centro, quindi liberale e riformista. Quelli intelligenti, oggi diranno che la cosa è possibile. Noi sosteniamo invece che l’unico tratto che i tre hanno in comune è quello di non aver lavorato mai un giorno in vita loro. Politici di professione, cresciuti a una scuola, la Prima Repubblica, che ha saccheggiato le casse dello Stato, producendo i disastri economici e sociali che ben conosciamo e dei quali ancora paghiamo dazio.
Non c’è nulla in questo patto scellerato che potrebbe reggere una prova elettorale prima e di governo poi. Voglio vedere Casini battersi a favore delle coppie omosessuali come imporrebbero Fini e Rutelli. Rutelli fare una campagna per non tassare i beni ecclesiastici come chiederebbe Casini. Voglio vedere Fini rimangiarsi le sue posizioni sulla bioetica per non irritare Casini. E via dicendo. No, di credibile e di logico in questo patto scellerato c’è solo una sete di potere personale. Che arriva al punto, in Casini, di annunciare la sfiducia al governo proprio nei giorni in cui il governo stesso sta diventando matto per trovare i 245 milioni di euro necessari a finanziare le scuole cattoliche e i 100 per garantire il prelievo Irpef del 5 per mille a favore del volontariato.
Insomma, sotto il cielo della politica italiana non c’è nulla di nuovo nonostante grida, annunci e proclami. Una montagna di parole non è ancora riuscita a partorire neppure un topolino che possa costituire un’alternativa all’attuale maggioranza. Il laboratorio antiberlusconiano lavora ventiquattro ore al giorno, ma gira a vuoto. Questo governo potrà anche cadere per via parlamentare, ma un altro diverso, nella forma e nella sostanza, al momento non c’è.

FINI, BERSANI, CASINI, DI PIETRO, RUTELLI, TUTTI VOGLIONO MADNARE A CASA BERLUSCONI MA NESSUNO DI LORO VUOLE LE URNE. HANNO PAURA DEGLI ITALIANI DI CUI FANNO FINTA DI PREOCCUPARSI?

Pubblicato il 14 novembre, 2010 in Politica | No Comments »

È la fine del berlusconismo, di Berlusconi, del Pdl? Benissimo, e allora perché non si va alle elezioni? Qual è il problema? Ci sono tante bellissime alternative, no? Per esempio basta guardare la televisione e vedere molti parlamentari con la scritta «deputato Fli». Ossia deputati di un partito che nessuno ha votato. Sarà votato, non c’è dubbio, ma al momento si sono autoeletti. In questo Paese tutto normale, per carità, lo garantisce la Costituzione, secondo la quale «i membri del Parlamento vengono eletti senza vincolo di mandato», e di conseguenza anche i partiti si formeranno senza vincolo di essere eletti.
In Italia viene naturale far nascere partiti in corso di legislatura, ci si è talmente abituati che non ci si fa più caso. Quando cadde il governo Prodi, nel 1998, anche Francesco Cossiga fondò l’Udr, prendendo voti dal Cdu di Buttiglione e Mastella e dagli scissionisti del Ccd, per portare Massimo D’Alema al governo senza passare per le elezioni, operazione che si rivelò un boomerang e venne percepita come un’usurpazione della volontà popolare, ma la tentazione di incassare subito è sempre forte e ci si dimentica presto. Idem per il tormentone sulle mozioni di sfiducia a cui assistiamo in queste settimane: quanti di voi si sono chiesti perché i finiani non abbiano mai proposto una mozione di sfiducia, e al contrario abbiano votato la fiducia meno di un mese fa? Con un paradosso solo apparente: chi denuncia la fine del governo Berlusconi, non lo sfiducia ma chiede al presidente del Consiglio di dimettersi. Sembra assurdo ma non lo è, piuttosto è la trappola studiata a tavolino di chi spera di farcela con i trucchi della vecchia partitocrazia. Se Berlusconi si dimettesse, si potrebbe chiedere a Napolitano un governo di transizione, un governo di unità nazionale, un governo tecnico, un governo di larghe intese, un governo dove entrassero tutti coloro che hanno perso le ultime elezioni e formato da un’altra maggioranza, come auspicano i deputati di Fli e dell’Udc, perché l’atto di dimissioni da parte di un presidente del Consiglio non sfiduciato implicherebbe il dichiararsi incapace a governare.
Se invece Berlusconi non ci pensasse proprio a dimettersi, e dovesse cadere per una mozione di sfiducia altrui, sarebbe difficile non pretendere l’immediato ricorso alle elezioni anticipate. Inoltre, altro problemino non da poco: i sondaggi danno Pdl e Lega in maggioranza, e gli attuali oppositori di Berlusconi – si sa – vincerebbero solo se si coalizzassero insieme. Ma un’ammucchiata con Pd, Idv, Fli, Udc e chi più ne ha più ne metta, quanto perderebbe, rispetto agli attuali sondaggi, una volta dichiaratasi tale? Infatti mentre coloro che si dichiarano a favore di Pdl e Lega esprimono una preferenza certa, anche restando solo all’ipotetico asse di centro, l’8,1% di Fini e il 5,8 di Casini indicano preferenze date ai singoli partiti, i quali infatti giocano ancora a carte coperte gli uni rispetto agli altri. Se però un partito come quello di Fini, difensore dei valori laici, si alleasse con un partito come quello di Casini, difensore dei valori cattolici, prima ancora di porsi il problema di quale programma comune possano concepire, manterrebbero invariate le loro percentuali?
Insomma, se il governo è in crisi, se la maggioranza non esiste più, se dobbiamo celebrare i funerali del berlusconismo, perché non si va alle elezioni? Solo perché è più forte il timore funebre che le urne elettorali diventino urne funerarie?  Alessandro Parente.

FAZIO E SAVIANO: OPPORTUNISMO IN SCENA PER CAVALCARE L’OCCASIONE

Pubblicato il 14 novembre, 2010 in Politica | No Comments »

di ALDO GRASSO – IL CORRIERE DELLA SERA 14 NOVEMBRE 2010

A proposito della polemica che infuoca intorno all’invito rivolto da Fazio e Saviano a Fini e Bersani perhè vadano al loro programma a leggere (sic!) l’elenco dei valori di destra e di quella della sinistra (non è chiaro chi dei due leggerà l’uno o l’altro elenco!), Aldo Grasso, corsivista del Corriere della Sera, definisce quello di Fazio e Saviano “un opportunismo di scena per cavalcare l’occasione”. Ecco il commento di Aldo Grasso.

Il ceto medio riflessivo ha il suo nuovo Michele Santoro. Si chiama Fabio Fazio. Confortato dal successo della prima puntata, rincuorato dalla reale difficoltà in cui si trova il premier, incoraggiato da Loris Mazzetti, capostruttura di Raitre responsabile del programma (è capace di pensare la tv solo in termini ideologici, esattamente come Antonio Marano e Mauro Masi), Fazio ha deciso di invitare Gianfranco Fini e Pier Luigi Bersani alla prossima puntata di Vieni via con me. Staremo a vedere, ma il rischio che il programma prenda una connotazione tutta politica, tale da stravolgerne la natura, almeno così come ci era stato presentata, è forte. In un’atmosfera da martirio mediatico, ricordiamo ancora le parole di Roberto Saviano a proposito del suo desiderio di sfidare il mezzo televisivo, di confrontarsi con una nuova scrittura dove gli ospiti avrebbero dovuto funzionare da punteggiatura e i movimenti di scena da predicati verbali. Tutto finito, tutto sacrificato sull’altare dell’audience e sull’opportunità di cavalcare l’occasione. Forse insperata. Basta confrontare i commenti del giorno dopo la messa in onda del programma: erano tutti di carattere squisitamente politico, a ben pochi interessava la riuscita del programma. Saviano è stato efficace, si è davvero confrontato con una nuova scrittura? Benigni ha dato il meglio di sé? Certi duetti erano già andati in onda? Ma a chi importano queste bazzecole? Gli interventi di Saviano e di Benigni sono stati giudicati da un solo punto di vista: straordinari per i militanti di sinistra, penosi per quelli di destra. Quell’idea che, a caldo, avevamo avuto sulla prefigurazione del primo programma tv di un possibile governo di unità nazionale (ripresa poi da altri) non era dunque del tutto peregrina. Adesso, per aggirare l’ipocrita legge della Rai che vieta la presenza dei politici in certi programmi si risponde con un’altra ipocrisia: Vieni via con me è un programma di approfondimento culturale e non un varietà, esattamente come Che tempo che fa. A parte il fatto che ci sarebbe molto da discutere tra la promozione culturale (ogni opera presentata da Fazio è un capolavoro, mai sentita una qualsiasi obiezione) e cultura, resta il fatto che è imbarazzante vedere Don Abbondio vestire i panni di Don Rodrigo.
Nessuno vuole censurare nessuno:
vadano Fini, Bersani e tutti quelli che
gli autori decideranno di invitare; del resto abbiamo una Rai così politicizzata
e così pesantemente squilibrata che è difficile scorgere le pagliuzze negli occhi degli altri. Un solo favore: risparmiateci la manfrina del programma culturale e ripensate alla promessa del «nuovo» che Roberto Saviano avrebbe dovuto mostrarci.

ALDO GRASSO

IL “COMPAGNO” FINI FINALMENTE REO CONFESSA

Pubblicato il 14 novembre, 2010 in Politica | No Comments »

Cosicchè, lunedi sera, ospite della trasmissione messa su da Fazio e Saviano sulla terza rete, da sempre caposaldo della sinistra che più sinistra non ce n’è, il “compagno” Fini, anzi il compagno – senza virgolette – Fini terra una lection magistralis nel corso della quale svelerà urbi et orbi il grande mistero che da mesi ci affligge: la sua destra. Eh, si, perchè Fini è stato invitato appunto a elencare e illustrare i valori della destra, ma quale destra non si sa. Non certo quella dei comuni mortali, delle persone incolte,   o meglio poco acculturate rispetto ai suoi pasaradan – Bocchino, Della Vedova, Perina (che è una donna), Granata, Briguglio, etc, etc, quella  che si può riassumere nel trinomio “Dio, Patria, Famiglia”. No, per carità, quella non è Destra, almeno non lo è più per Fini,  semmai è conservatorismo e poco importa che quel trinomio sia quello cui si ispirano i conservatori americani che qualche giorno fa hanno mandato all’aria  i piani  dell’ex salvatore del mondo Obama. Per Fini, anzi per il compagno Fini,  la Destra è un’altra cosa. Cosa sia, in verità, ancora non lo sa nessuno, nemmeno lui.  Ad ogni piè sospinto, Fini recita la poesiola che ha imparato a memoria secondo la quale la sua è  una “Destra moderna, europea, diversa”. Peccato che ogni volta si dimentichi di spiegare cosa si celi dietro questi tre aggettivi, lasciando che ognuno li riempi dei significati che vuole. Anzi, che non li riempi per nulla, perchè da soli, forse,  fanno rumore. Ed è l’unica cosa che al compagno Fini interessi. Far rumore, per far sapere che c’è. Però forse una novità c’è rispetto ai tre aggettivi ripetuti sino alla noia negli ultimi mesi: è di stamattina la notizia che secondo il neo compagno  Fini “non si può definire tradimento  non rispettare il mandato elettorale”.  Ad uso e consumo personale. Perchè il compagno Fini, quello che anche qualche decina di giorni fa ha fatto finta di commuoversi ricordando il suo pigmalione politico, Almirante, che aveva scritto sulla sua bandiera “il nostro onore è fedeltà“,   dimenticato di fatto insieme alle centinaia e migliaia di ragazzi di ogni età, protagonisti di indimenticate e spesso  dolorose e talvolta sanguinose  battaglie di “destra”, è proprio quello che si appresta a fare: tradire il mandato elettorale, con il cinismo e la spudoratezza che appartengono, quelle si,  alla categoria sinistra della politica di ogni luogo e tempo e che invece non appartengono alla Destra, perchè la Destra, quella che non appartiene più a Fini, ha anche questo Valore nel suo DNA, il senso dell’onore e la fedeltà agli impegni, prima di tutto quelli morali. Cosicchè è assai improbabile che Fini sia in grado di elencare i Valori della Destra, che siano tali,  e universalmente noti,  sul palcoscenico del peggior strumento del regime di sinistra che impera da decenni nella Rai. Elencherà i suoi valori, se ne ha, salvo che non li confonda  con i valori degli immobili di Montecarlo,  ma quelli non hanno nulla a che vedere con la Destra. Piuttosto con la sinistra, non per niente egli è ormai il compagno Fini, aspirante comandante di un plotone di esecuzione incaricato di sparare alle spalle la Destra italiana. Ma stia attento che il plotone di esecuzione non gli si rivolti contro. Spesso i traditori  finiscono appesi allo loro stesso uncino. g.

IL PAESE ALLA ROVESCIA, l’editoriale di Mario Sechi

Pubblicato il 13 novembre, 2010 in Politica | No Comments »

Mauro Masi Viviamo nel Paese alla rovescia. Il Dittatore che controlla la Rai non conta un fico secco e i suoi presunti martiri lo fanno a pezzi, dando il megafono ai suoi nemici. Ridono e godono urlando ai quattro venti che c’è un tiranno e la democrazia è in pericolo. Berlusconi, l’uomo che telecomanda gli italiani non riesce neppure a fare zapping sulla Rai, mentre Santoro, Fazio, Saviano tirano uova marce in faccia al direttore generale Mauro Masi e sghignazzano per il sottosopra che si realizza in diretta. Viviamo nel Paese alla rovescia. La stampa di sinistra asfalta Berlusconi, i suoi alleati e persino i giornalisti non allineati al pensiero unico. Ogni giorno la catapulta progressista lancia palle di fuoco e pece bollente. Io dico, fate pure, ma lasciate che a questo gioco da trincea partecipino anche i giornali che la pensano diversamente. Cosí, visto che vi piace tanto la rivoluzione, rendiamo la cosa più vivace. No, non è possibile. E allora a Vittorio Feltri, direttore del Giornale, viene negato il diritto di scrivere per tre mesi. Manca l’intervento della buoncostume, ma non disperiamo, prima o poi contesteranno a Feltri anche il colore delle mutande.
Viviamo nel Paese alla rovescia. Il presidente della Camera fonda un partito e si erge a novello moralizzatore. Applausi a scena aperta. E guai e minacce a chi racconta che la suocera aveva un appalto alla Rai, che il cognatino vive in una casa in affitto a Montecarlo che era di An, che la carica istituzionale non prevede l’immunità dalla critica. Ora sfascerà il governo nel pieno di una speculazione globale sul debito sovrano. E tutti applaudiranno lo Statista a prescindere.
Viviamo nel Paese alla rovescia. Da sedici anni Berlusconi è sulla scena politica, è stato spesso al governo ma se guardiamo il regime, l’establishment e chi conta davvero, il Cav è un dilettante colpevole di esserlo: ha lasciato crescere i suoi avversari, li ha premiati e coccolati. E chi ha sostenuto l’idea vincente e l’ha fatto usando l’arma dell’intelligenza e della libera circolazione della cultura è ancora là che aspetta Godot. Non s’è mai visto sulla terra un movimento più inetto, ingiusto e ignaro della meritocrazia nella selezione della classe dirigente e nello spoil system. Si sono fatti governare dai nemici e pugnalare dagli amici. Che bello, il Paese alla rovescia.

Il tempo 13 novembre 2010

LA CRISI SECONDO I GIORNALI

Pubblicato il 12 novembre, 2010 in Politica | No Comments »

Il Venerdì (Curzio Maltese) – … Da anni gli economisti del Pd ci raccontano che la legge Biagi è cosa buona e giusta e moderna. Ma se il risultato di queste meravigliose riforme del lavoro è il 24% di giovani disoccupati, non sarà il caso di farsi qualche domanda? Berlusconi non si manda a casa con la questione morale, che peraltro Di Pietro è assai più efficace nello sbandierare, ma con una visione alternativa dell’Italia. In tutto, nel lavoro e nelle tasse, nel ruolo della scuola e nella laicità dello Stato, nell’integrazione e nella giustizia. Il Pd ha pochissimo tempo per elaborare e comunicare agli elettori queste nuove idee di sinistra, e quel poco lo sta sprecando nelle solite astutissime trame di palazzo di D’Alema, che al pari delle precedenti e altrettanto astute trame, falliranno.

La Nazione (Stefano Cecchi) – … On. Di Pietro lei insomma dubita che un accordo tra Gianfranco e Silvio venga ritrovato? “Fini e i finiani a Mirabello e poi a Perugia sembravano militanti dell’Idv di lunga data …

Il Messaggero (Marco Fortis) – … Con il deflagrare della crisi finanziaria e della recessione, nel 2009 il Pil e il reddito disponibile delle famiglie in Irlanda sono letteralmente precipitati. Fatto ancor più importante, la ricchezza delle famiglie irlandesi è ripiombata nel 2009 ai livelli del 2003, mentre quella delle famiglie italiane ha “tenuto” assai bene durante la crisi ed è oggi su livelli già quasi simili a quelli pre-crisi … Per non affondare come altri Paesi, …, l’Italia, che ha un alto debito pubblico ma conti privati ancora molto buoni, può scegliere solo una strada. Quella del massimo rigore sui conti finanziari della nazione seguita dal ministro Giulio Tremonti. Stando ferma, mentre gli altri Paesi arretrano tutti come gamberi, l’Italia nel 2012 sarà finanziariamente il più solido tra i grandi Paesi dell’euroarea assieme alla Germania…

Il Tempo (Marlowe) – … Nella lettera al 24 Ore, Fini ripete il suo cavallo di battaglia di «guerra alla spesa» che andrebbe fatta con tagli verticali e non, alla Tremonti, orizzontali. «Tagli mirati, verticali e precisi e non orizzontali e generici», scrive il presidente della Camera. Ma che significa tagli mirati? … Nel 2009, in clima di austerity, la Camera da lui presieduta ha approvato un piano triennale che rivendica la «crescita zero» rispetto a quanto speso nell’esercizio precedente, anziché l’incremento previsto dell’1,5 per cento annuo. Insomma, la dotazione annuale di 0,992 miliardi – non proprio bruscolini – resta la stessa del 2008 e fino al 2011. Questo sarebbe un taglio? A noi pare piuttosto lasciare le cose come stanno … Poi, come è noto, nel luglio scorso Tremonti ha chiesto un taglio vero anche a deputati e senatori: e come ha provveduto la Camera forte della propria autonomia? Lasciando intatta l’indennità parlamentare, che grava sui contribuenti per 94,5 milioni l’anno, ed invece riducendo di 500 euro al mese la diaria di soggiorno nel collegio elettorale e di altri 500 la voce «rapporto eletto-elettore»: leggi portaborse … Insomma: … sarebbe un dovere e una responsabilità aprire gli occhi sulla situazione non solo italiana, ma mondiale. E magari, sempre sul Sole 24 Ore (di martedì), leggersi un’altra lettera scritta da uno che di sicuro non è un supporter di Berlusconi: Carlo De Benedetti. «La nave del governo – dice l’Ingegnere – affonda sotto i colpi di Fini e quei tecnici convocati al tavolo del fisco somigliano all’orchestrina che suona sul ponte del Titanic».

Il Giornale (Laura Cesaretti) – … Il barometro più attendibile sullo sbocco della crisi lo davano ieri sera, nel cortile ormai semideserto di Montecitorio, alcuni deputati del Pd … Con una percentuale per il Pd attorno al 25%, l’esercito dei 217 deputati portati alla Camera nel 2008 nelle liste guidate da Walter Veltroni sarebbe destinato a perdere più o meno 80 seggi … Nelle riunioni con i suoi colonnelli … il leader del Carroccio è stato chiaro: “Io Berlusconi non lo tradirò mai. Quando sono stato male avrebbe potuto comprarsi in un secondo il mio partito, e non lo ha voluto fare. Anzi, mi ha aiutato. E una cosa così non si dimentica”. Più chiaro di così, lo stop a tentazioni divergenti non poteva essere …

La Nazione (Gabriele Canè) – … Aprire una crisi in questo momento è roba da incoscienti, dunque è bene esplorare fino in fondo ogni strada per uscirne. Se si può uscirne sul serio. Ma che non ci fosse uno spiraglio vero era assolutamente chiaro anche dopo le ultime bocciature del governo sul trattato Italia-Libia e sul nodo immigrati. Perché il problema è molto semplice: a Fini non va più bene nulla. Non gli va bene l’immigrazione, non gli vanno bene la politica economica e quella estera, la legge elettorale, la riforma della giustizia. Niente. Niente di quanto andava bene, o benino fino a ieri … La mediazione di Bossi resta un bel gesto tattico per sottolineare chi sono i buoni (Pdl e Lega) e i cattivi (i “futuristi”) …

DA FINI A CASINI, PASSANDO PER BERSANI, TUTTI A CHIEDERE LE DIMISISONI DI BERLUSCONI. MA PERCHE’ MAI DOVREBBE DIMETTERSI BERLUSCONI?

Pubblicato il 12 novembre, 2010 in Politica | No Comments »

Già,  perché dovrebbe dimettersi? Perché l’ha chiesto, ad AnnoZero, Italo Bocchino, con queste testuali parole: “Silvio Berlusconi ritiene di avere costruito lui Palazzo Chigi e vuol lasciarlo ai figli Marina e Piersilvio”? Perché domenica scorsa in un comizio a Bastia Umbra il presidente della Camera ha invocato (anzi, intimato) un percorso bizantino di crisi “pilotata”, con dimissioni del premier, allargamento della maggioranza all’Udc, reincarico allo stesso Berlusconi, nuovo governo con nuovo programma “da discutere”?

Se questa è la correttezza costituzionale e istituzionale di un partito appena fondato dalla terza carica dello Stato, stiamo freschi. Siamo fuori da ogni prassi della Costituzione, che prevede le dimissioni del capo del governo – e di conseguenza dell’intero esecutivo – in due casi: per il venir meno della fiducia in Parlamento, a seguito di un voto motivato di sfiducia; oppure volontarie da parte del presidente del Consiglio, e in questo caso è prassi che il Quirinale rinvii sempre alle Camere il governo perché lì, in Parlamento, sia sanzionata la sfiducia.

In altri termini, il governo non è – e la Costituzione lo impedisce – una sorta di albergo con le porte girevoli. Uno entra, l’altro esce. Chi occupa una carica di rilievo nelle istituzioni dovrebbe saperlo meglio di altri. Chi, a cominciare dalla sinistra, ha sempre agitato il vessillo della difesa della Costituzione, dovrebbe saperlo egualmente.

La realtà è che tutti, dalla sinistra a Fli, temono che una crisi di governo secondo Costituzione porti alle elezioni anticipate. Che tutti pensano di perdere. In altri termini che, una volta sfiduciato il governo in Parlamento, e verificato da parte del capo dello Stato che non esiste in questo momento una maggioranza diversa per guidare il Paese, si vada appunto al giudizio delle urne. Che potrebbe essere impietoso nei confronti di chi ha provocato una crisi in questa situazione economica mondiale.

Insomma, come è stato detto perfino in un talk show che ha fatto dell’antiberlusconismo la ragion d’essere, emerge che quella contro Berlusconi è “una fronda di palazzo”, e che i frondisti risultano per quello che sono, cioè degli irresponsabili.

Da qui si torna alla domanda iniziale. Perché Berlusconi dovrebbe dimettersi? Il 29 settembre, non un anno fa, ha ottenuto dal Parlamento una fiducia larghissima su un programma di riforme economiche e sociali. Qualcuno che l’ha votato ha cambiato idea? Lo dica. Per la verità Fini qualcosa ha accennato: “I cinque punticini di Berlusconi…”. Allora, se quei cinque punti erano solo punticini, i finiani possono andare in Parlamento e certificare che un mese e mezzo fa si erano sbagliati. Loro.

Se invece il motivo è diverso, cioè che nella maggioranza c’è chi vuol passare dall’altra parte, con la sinistra, certifichi questo suo ribaltone. Come ha dichiarato un esponente di Fli, Fabio Granata, “potremmo allearci con Nichi Vendola”. Dai futuristi a Rifondazione: gli arditi del popolo. Dovrebbero spiegarlo agli elettori della “nuova destra”.

Andiamo avanti: perché Berlusconi dovrebbe dimettersi? La situazione economica italiana e mondiale, le cose fatte e da fare, sono tali da indurre un capo di governo e piantare a metà il proprio lavoro per consentire giri di valzer parlamentari? Berlusconi è a palazzo Chigi non perché “l’abbia costruito lui”, ma perché ce l’hanno mandato gli elettori e perché il Parlamento, appena un mese e mezzo fa, gli ha confermato la fiducia. Ora dovrebbe scansarsi, farsi da parte? Con quale senso di responsabilità, spiegando che cosa ai cittadini?

Vengono evocati i mercati e la situazione economica. Bene, in queste turbolenze dei mercati e in questa situazione economica non esiste in nessuna parte del mondo un governo che si dimetta per giochini di palazzo. A meno che non gli venga meno la sfiducia in Parlamento. I governi, tutti quelli del G 20 che ieri erano riuniti a Seul assieme a Berlusconi, non se ne vanno: governano e se ne assumono le responsabilità. Spesso a costo di provvedimenti impopolari, come quelli presi da Sarkozy o James Cameron. Neppure quando perdono la maggioranza in un ramo del congresso, come Barack Obama.

Berlusconi non ha detto che non si dimetterà a nessun costo, come sostengono taluni frondisti. Ha detto che lo farà se gli verrà meno la fiducia parlamentare, secondo prassi costituzionale. Ma nessuno, di quelli al lavoro su governi tecnici e ribaltonisti, ha il coraggio di mostrarsi per quello che è: uno che, anziché al Paese, pensa a ordire manovre. E poi dicono che lo fanno nell’interesse dell’Italia.

La storia si ripete. Ogni volta che ha legittimamente vinto le elezioni e ricevuto un mandato popolare, si cerca di “mandare a casa” Berlusconi. Non sconfiggerlo politicamente o sulle cose concrete: “mandarlo a casa”. E’ accaduto nel ’95, la storia si è ripetuta nei 15 anni successivi. Per “mandare a casa” Berlusconi si sono coalizzate tutte le forze di sinistra, con il contributo costante delle procure. Si è fatto appello a tutto, dai veleni personali alle alluvioni. I governi che lo hanno sostituito erano talmente forti e credibili che una volta ne sono caduti cinque in cinque anni, e l’altra volta due in due anni.

Solo così si è mandato a casa Berlusconi. Ora, a quanto pare, ha deciso di dare una mano anche il presidente della Camera, spostandosi dall’estrema destra all’estrema sinistra. Abbiamo già detto che è paradossale che una carica istituzionale, anziché fare da arbitro, si getti nella mischia, commetta falli e tiri pure il rigore. Dovrà pure spiegare, ai suoi elettori, perché la “nuova destra” non vede l’ora di allearsi con la sinistra.

Ma dovrà spiegarlo lui, non pretendere che un premier pienamente legittimato si faccia cortesemente da parte, per mere ragioni di potere altrui.

FELTRI: ENNESIMA INTIMIDAZIONE. GLI FANNO PAGARE LE VERITA’ SU FINI, di Vittorio Sgarbi

Pubblicato il 12 novembre, 2010 in Costume, Politica | No Comments »

Quali sono i peccati che la moderna inquisizione rimprovera a Feltri? Di avere fatto un’inchiesta parzialmente documentata su Dino Boffo, direttore dell’Avvenire, giornale della Cei, conferenza episcopale italiana. Il presidente della Cei è monsignor Bagnasco, uomo sensibile e intelligente, s’è distinto negli anni scorsi per la sua dichiarata avversione alle unioni gay e alle manifestazioni del gay pride. È stato, per quelle posizioni, insultato e maledetto, come Benedetto XVI chiamato Maledictus XVI, e minacciato fino ad essere tutelato da una scorta. Per coerenza nessuno discute che a dirigere Chi sia stato scelto Alfonso Signorini (dichiaratamente gay) ma sembrerebbe inopportuno che dirigesse l’Avvenire. Per coerenza, dico, non per inadeguatezza professionale. Si tratta di adeguare le funzioni ai principi. Potrebbe un musulmano dirigere Civiltà Cattolica? Potrebbe un cristiano dirigere la rivista degli atei? Tutto è possibile, ma soltanto la malignità del destino potrebbe consentire un così evidente ribaltamento. Se dunque la Cei avversa non l’omosessualità ma la sua legittimazione, può apparire incoerente che a dirigere l’Avvenire sia un omosessuale.
Cosa ha fatto dunque Feltri se non evidenziare una contraddizione? E, al di là delle imprecisioni, è vero o non è vero che Boffo è gay e che alcuni suoi comportamenti sono stati sanzionati da una condanna? E perché Boffo s’è dimesso dall’Avvenire? La contraddizione c’era o non c’era? Averla indicata, o anche sospettata, senza una denuncia per diffamazione può motivare una sospensione di tre mesi dall’attività di giornalista? Quale diritto ha l’Ordine di ostacolare, intimidire, impedire la ricerca della verità? Che informazione è quella che nasconde e impedisce di far conoscere la verità? Per ipocrisia, per opportunismo, per quieto vivere. Il cardinale Bagnasco si è poi redento davanti al mondo gay difendendo Boffo e la sua indiscussa professionalità.
Ma il tema è un altro. E Feltri lo ha evidenziato non con il pettegolezzo (che pure è una forma di giornalismo) ma con una serie di verifiche, accertamenti, fonti giudiziarie. La «velina» avvelenata non era un elemento essenziale rispetto alla verità dei fatti. Non so, poi, se nei tre mesi di condanna ci sia anche la colpa di avere detto la verità, confermata dai magistrati, sulla famiglia Tulliani e sulla evidente circonvenzione non di un uomo ingenuo ma del presidente della Camera. Un’inchiesta precisa, punto d’arrivo di una serie di intelligenti osservazioni sul mutamento genetico-politico di Fini da due anni a questa parte.
Solo Feltri e Il Giornale l’avevano segnalato. E infatti vediamo ciò che è avvenuto. Feltri andrebbe premiato per avere, rispetto a ogni altro giornalista, intuìto quello che Fini e i suoi hanno poi realizzato. Una formidabile intuizione storica che ha anticipato le vicende attuali della politica italiana. Dunque chi vede bene e vede meglio degli altri dev’essere punito, anche e soprattutto se la realtà conferma le sue interpretazioni, dando all’informazione non un ruolo passivo ma una capacità di avvertire lo spirito dei tempi.
Pannella da anni propone l’abolizione dell’Ordine dei giornalisti. L’attuale condanna di Feltri è un onore per il giornalista ed è una medaglia che premia la libertà di pensiero e la libertà di stampa. Dopo questa decisione l’Ordine dovrebbe estinguersi, sparire e le persone libere meditare all’infinità di pettegolezzi, di insinuazioni e di diffamazioni che la stampa libera si consente, senza punizioni, e che soltanto Feltri paga.

VISTO DA SECHI: S’E’ BRUCIATO IL BISCOTTONE

Pubblicato il 12 novembre, 2010 in Politica | No Comments »

Dimettersi? Neanche per sogno. Berlusconi bis? Non s’ha da fare. Il Cavaliere ha fatto volteggiare le uova in aria e la frittata è finita in faccia a chi pensava di bollirlo nel pentolone a fuoco lento. Niente Biscottone. Niente Pentolone.

Il premier Silvio Berlusconi Tutto da rifare. I cuochi di Palazzo hanno sbagliato ricetta e intensità della fiamma e il Biscottone per Silvio s’è bruciato. Il Nostro non ha abboccato alla pietanza da cambio di regime e ha tutta l’intenzione di esser lui a decidere il menù.
Ventiquattr’ore dopo siamo punto e a capo e stavolta lo chef più svelto con i colpi di padella è stato Berlusconi. Dimettersi? Neanche per sogno. Berlusconi bis? Non s’ha da fare. Il Cavaliere ha fatto volteggiare le uova in aria e la frittata è finita in faccia a chi pensava di bollirlo nel pentolone a fuoco lento. Niente Biscottone. Niente Pentolone. La dieta resta quella del cuoco Michele e i piattini preparati da Gianfranco Fini e l’establishment che lavora al disarcionamento del Cav restano nelle mani dei camerieri che volteggiano in sala senza sapere perché.
Fini dice che Berlusconi può accomodarsi in panchina e a Palazzo Chigi deve andarci un altro. Berlusconi risponde picche e lo sfida a votargli contro in aula. Il primo è impegnato nel giochetto di Palazzo, il secondo vuole che si voti prima in aula e poi anche nel Paese. Messa così, la crisi è da buio pesto e in effetti nessuno sembra vederci benissimo, ma se dovessi puntare una cifra al totalizzatore del Gran Premio Palazzo Chigi 2010 io scommetterei ancora su Berlusconi. Provo a spiegare perché. È vero che il Cav ne ha combinato una più di Bertoldo e spesso ci ha fatto disperare con delle uscite degne di Tafazzi, ma alla fine della fiera abbiamo scoperto dando un’occhiata ai sondaggi che dei suoi «fatti di mutande» agli italiani non gliene importa un fico secco. Saranno stilisticamente criticabili e a una quota di elettori certamente non piacciono, ma quando si va al voto non si decide in base all’ars amatoria di Silvione. Il viagra elettorale è un fiasco, non riempie le urne degli avversari e in tempi di crisi economica contano altre cose. Fini e la sinistra hanno cominciato a rendersene conto e per questo le elezioni sono un incubo.
Cerchiamo di riordinare le stoviglie e le pietanze che sono rimaste in giro per la cucina del Palazzo.

Il Biscottone. Lo stavano cucinando da giorni Fini e i suoi potenziali alleati. La formula era semplice: la farina dello scandalo sessuale (Ruby), le uova del voto determinante dei ministri finiani, lo zucchero del governo tecnico per chi rischia la poltrona, la crema finale di una crisi pilotata con Berlusconi che mastica tutto e si lascia condurre ai giardinetti. Errore fatale: tutte le volte che il Cavaliere è alle corde, si risveglia in lui il leone di Arcore. E dal G20 Silvio risponde «niet» e resta al suo posto. Tutto questo mentre Umberto Bossi aveva educatamente lasciato a casa il dito medio alzato e in nome della Realpolitik s’era messo al tavolo con Fini per cercare una via d’uscita e salvare la riforma federalista. Dopo qualche minuto il Senatur ha capito che il problema non è politico, ma psicologico. Fini vuole vedere Silvio spiaccicato sul muro della politica, altro che Berlusconi bis. A quel punto pure la soluzione Tremonti è tramontata e buonanotte.
Il Pentolone. L’acqua sta bollendo da tempo, ma il Cavaliere ha deciso di saltar fuori e rovesciare tutto. Basta farsi logorare. Vuole parlamentarizzare la crisi e scendere in campagna elettorale. E nel pentolone ora ci sono i finiani. Si dimetteranno nel giro di poche ore ma tra loro aleggia una domanda: «E ora che si fa?». Fini ha garantito a Napolitano il voto del suo gruppo alla Finanziaria e questo apre una contraddizione mortale per chi si propone come il celodurista della situazione. Berlusconi nel frattempo avrà due opzioni: sostituire i ministri dimissionari, oppure lasciare tutto così com’è e procedere con gli interim fino a quando i finiani non saranno costretti a votargli contro in aula. Allora il cerino si spegnerà tra le dita di Fini.
La Frittata. A quel punto la frittata sarà fatta e Berlusconi potrà decidere di andare in aula e affrontare la prova del voto di fiducia. La crisi è certamente al buio, ma soluzioni alternative al governo di Berlusconi per ora non se ne vedono. Napolitano non metterà mai il sigillo del Quirinale su un governo degli sconfitti, mentre Berlusconi e Bossi avranno formidabili armi da giocare in una campagna elettorale nucleare. Dopo il voto dei finiani che ha ribaltato il trattato con la Libia sui respingimenti degli immigrati, nel Nord un manifesto con Fini sul barcone sarà più che sufficiente per lasciare il bastimento di Futuro e Libertà con le vele sbrindellate. Al Sud il partito antiberlusconiano di Gianfranco dovrà contendersi i voti con l’Udc di Casini, gli arrabbiati di Di Pietro, il Pd bersaniano in versione si salvi chi può e il decatleta Nichi Vendola in corsa per fare il salto in lungo nazionale. Sarà durissima. Il Pdl lascerà sul campo settentrionale molti voti alla Lega, qualche altro lo perderà nel Mezzogiorno, ma se uno legge i dati è chiaro un concetto che può sembrare paradossale: Berlusconi rischia di non vincere, ma certamente non può perdere.

Bruciato il Biscottone, rovesciato il Pentolone, fatta la Frittata, resta una sola pietanza possibile per stendere il Cav: l’insalatona mista dell’ammucchiatissima contro Berlusconi. Da oggi tutti si spostano nell’orto.

Mario Sechi, IL TEMPO, 12 NOVEMBRE 2010

12/11/2010

CRISI PILOTATA? ATTENZIONE ALLA TRAPPOLA

Pubblicato il 11 novembre, 2010 in Politica | No Comments »

Che cosa si cela dietro quelle due paroline, crisi pilotata, di cui stamane, al termine del vertice con Fini, ha parlato  Umberto Bossi? Un semplice rimpasto, come vorrebbe il Senatur? Una trappola per indurre il Cavaliere a dimettersi facendogli credere che sarà ancora lui a guidare il nuovo esecutivo allargato all’Udc e gradito ai finiani per poi pugnalarlo alle spalle? Oppure, come sostengono gli uomini più vicini a Fini, l’unico modo per salvare una legislatura e una maggioranza che, altrimenti, avrebbe le ore o al massimo i mesi contati?

È chiaro che Berlusconi chiede garanzie. Salire al Colle e dimettersi, come gli ha chiesto il presidente della Camera, sarebbe un harakiri, se non avrà la certezza che Napolitano gli ridia l’incarico per formare un nuovo esecutivo. Il fatto è che il capo dello Stato, questa garanzia, non gliela può offrire. Gliela possono  offrire, al premier, i segretari di partito della sua nuova maggioranza (da Bossi a Fini a Casini). Domanda:  c’è da fidarsi di una garanzia firmata da quello stesso Fini che, dal palco di Bastia umbra, ha già dichiarato che il suo obiettivo è la morte politica del primo ministro?

C’è chi ipotizza che dietro quelle due paroline – crisi pilotata – si nasconda   Giulio Tremonti, l’unico possibile premier di una nuova maggioranza di centrodestra che offra qualche garanzia alla Lega e nello stesso tempo soddisfi Fini e Casini. Allo stato è un’ipotesi fantascientifica. Anche perché il Cavaliere non vuole mollare. Quali garanzie gli offrirebbe un Tremonti uno? E poi: siamo sicuri che Tremonti si presterebbe a una simile operazione, magari dopo che sarà fallito il tentativo del Berlusconi bis?

La fumata nera del vertice tra Fini e Bossi, a Montecitorio, era più che prevedibile. Era scontata. Quel «mi ha riferito le stesse cose che ha detto da Perugia» pronunciato dal segretario della Lega Nord al termine del vertice riporta indietro l’orologio. Alla crisi politica che non è ancora crisi parlamentare. Una crisi parlamentare che Fini, nella sua triplice veste di presidente della camera, garante della maggioranza e campione del più frusto degli antiberlusconismi,  avrebbe il dovere di aprire. Scegliendo la strada maestra: quella che gli indica quella Costituzione di cui lui stesso si è autonominato il campione. Perché non lo fa? Che cosa sta aspettando? Che Bersani riesca a convincere la Lega a smarcarsi da Berlusconi per votare un nuovo esecutivo di responsabilità nazionale (così lo definiscono) libero dal PdL, cioé dal partito che ha vinto le elezioni? Ci verrebbe da dire: campa cavallo. Alle elezioni anticipate a primavera, salvo  crisi pilotate, non sembrano esserci alternative. E non è detto che, dopo le elezioni, come risulta da tutti i sondaggi, non esca un parlamento spaccato a metà: la Camera al PdL+Lega, il Senato alle nuove e vecchie opposizioni. Con quali prospettive? Non si sa. La lunga transizione alla terza repubblica potrebbe essere appena iniziata.