L’ “ELIMINAZIONE” TECNICA DEL PDL, di Mario Sechi
Pubblicato il 9 maggio, 2012 in Politica | No Comments »
C’è qualcosa che non torna nel rapporto tra Monti e il Pdl. E va al di là della normale dialettica tra un partito che sostiene l’esecutivo e il presidente del consiglio. Anche al netto di una situazione certamente anomala e straordinaria come quella in cui si trova il governo Monti, non si può fare a meno di notare un atteggiamento che spesso è da due pesi e due misure rispetto a quello usato con il Pd. C’è sotto una questione culturale che non va sottovalutata: i tecnici si sentono antropologicamente superiori alla politica, in particolare al centrodestra italiano che, è vero, non si ispirava a Lord Brummel, ma ha pur sempre esercitato il potere attraverso la via democratica del voto. Monti difende il suo lavoro e fa bene, ma deve essere più cauto, rispettoso della storia politica di chi va in Parlamento e vota i provvedimenti del governo. Ho sostenuto il suo arrivo a Palazzo Chigi, lo ritengo senza alternative credibili (per ora) ma non condivido certi discorsi che provengono da Palazzo Chigi. I partiti avranno ancora una funzione, liquidarne la storia – sia essa di destra o di sinistra – significa non capire in quale campo da gioco si sta correndo. Il Pdl ha pagato a caro prezzo nelle urne la sua scelta di sostenere Monti e in queste ore tantissimi parlamentari si chiedono se sia il caso di continuare con il «suicidio tecnico». Il disagio di dover votare provvedimenti che massacrano l’elettorato di centrodestra è palese. Consiglio al premier: ci vada piano, non stuzzichi deputati e senatori, ritorni alla sobrietà e dica ai suoi ministri e consulenti «esternator» di parlare di provvedimenti specifici senza lasciarsi andare a giudizi politici. A meno che Monti non stia cercando l’incidente utile per innescare un progetto politico alternativo che punta alla liquidazione dell’esperienza berlusconiana tout court. In quel caso le elezioni anticipate sarebbero la via maestra non del Pdl ma del Pd della foto di Vasto con la stampella di Casini. Il risultato sarebbe quello di trarre d’impaccio Monti dalle difficoltà attuali e rilanciarlo come candidato non più di una larga intesa ma di un’armata «Normal» indecisa tra hollandisti, merkeliani e inciucioni. Bonne chanche. Mario Sechi, Il Tempo, 9 maggio 2012
.……………Forse Monti questa mattina avrà letto questo editoriale di Sechi se agli Stati generali europei che si stanno tenendo a Firenze ha colto l’occaisone per “elogiare” Berlusconi e il suo governo per le riforme varate prima dell’abbandono e, per non farsi mancare nulla, aggiungendo che prima di Berlusconi anche Prodi aveva camminato sulla stessa strada. Insomma una vera e propria marcia indietro rispetto a ieri quando, come sempre arrogante e privo di garbo, aveva detto, a proposito delle conseguenze della crisi – in primis i suicidi senza ovviamente citarli – , che dovevano riflettere quei govenri che la crisi l’avevano creata e non chi “dalla crisi sta lavorando per uscirne”. Orbene negli ultimi vent’anni, salvo qualche piccola perantesi, sono stati Prodi e Berlusconi a comandare la quadriglia, per cui non li si può prima “criminalizzare” e il giorno dop0 elogiarli cosicchè tentando di mettere riparo alla gratuita accusa di essere i responsabili della crisi. E’ evidente che Monti, tanto inconcludente e grottescamente ridicolo nell’affrontare il lavoro (incautamente) affidatogli dal super incauto Napolitano, è abbastanza furbo per cui volendo rimanere a Paalzzo Chigi, a riscaldare la sedia e nel contempo a godere i vantaggi e i non pochi e non poco indifferenti privilegi del ruolo, deve nascondere il disgusto che prova, dall’alto della sua non ancora provata superiorità morale oltre che di capacità, verso i “politici” che pure lo hanno issato sulla poltrona più alta senza verifica elettorale, e giocare ai quattro cantoni. Sopratutto nei confrotni del PDL, un giorno accarezzato e l’altro demoniazzato, forse, secondo Sechi, con l’obiettivo di provocarne la reazione, indurlo a togliere il sostegno al suo govenro e quindi aprirgli la strada al rulo di condottiero dell’armata bracaleone che sta a sinistra del sistema. Può essere….ma Monti, se questo ipotizza, non fa i conti con i dirigenti del PD, fra i più smaliziati dei politici di lungo corso della politica italiana, che di certo non si sentono e non sono i pretoriani di Monti. Ciò però non può in alcun modo giustificare la rinuncia del PDL, anzi di quella cosa ormai senza nome ma che ruota intorno al centro destra e al suo elettorato che se ne infischia delle tattiche e dei giochi del teatrino della politica,e che col voto di domenica scorsa ha lanciato un segnale inequivocabile, a intraprendere la strada obbligata, cioè staccare la spina a Monti, altrimenti quell’elettorato dovrà cercarsi, in fretta, e senza alcuna puzza al naso, un altro punto di riferimento. Piaccia o non piaccia al predicatore in s.p.e. Giorgio Napolitano. g.


La sveglia ai partiti è suonata ieri quando i risultati delle elezioni sono apparsi chiari: il Pdl crolla, il Pd non sta tanto bene, il Terzo Polo è un ectoplasma e il vero vincitore delle amministrative è Beppe Grillo, un comico. Il Movimento 5 Stelle entra nel supermarket della politica e costituisce – piaccia o meno – un’offerta nuova in uno scaffale che agli elettori appare povero di idee. Chiamarla antipolitica, a questo punto, è un errore. Partecipa alle elezioni, elegge i suoi rappresentanti, si sta radicando e istituzionalizzando. Durerà? La storia italiana è piena di fenomeni effimeri – primo fra tutti L’Uomo Qualunque di Guglielmo Giannini – ma ho la sensazione che M5 sia qualcosa di diverso: parte dal basso, è pop, è web, è altamente distruttivo per tutto ciò che abita ora il Parlamento. Quello che hanno i grillini manca agli altri: il lanciafiamme. Sintesi: Grillo se la ride, i partiti piangono. Il Pdl è in una crisi profonda. Paga il dazio del passo indietro di Berlusconi, la rottura dell’alleanza con la Lega e l’appoggio al governo Monti che in maniera crescente i suoi elettori percepiscono come il «nemico» a Palazzo Chigi. Il Pd se la cava un po’ meglio, ma con il pericolo dei grillini in avanzata e un’alleanza con Di Pietro e Vendola dai toni surreali. Basterà a salvarlo dallo tsunami? Ne dubito. Siamo all’inizio della polverizzazione del quadro politico, con partiti destinati a diventare sempre più piccoli. Uno scenario in marcia verso quello di Atene, dove l’ingovernabilità è dietro l’angolo. Anche in Italia, come in Francia e in Grecia, ha votato la crisi. Ma mentre a Parigi il sistema presidenziale ha salvato la baracca e ad Atene è il caos, da noi è il limbo. Un’incertezza che ha fatto boccone anche del governo Monti. Mentre l’Europa «fasciocomunista» brucia, l’Italia è tragicomicamente a bagnomaria. Mario Sechi, Il Tempo, 8 maggio 2012
Uno spettro s’aggira per l’Europa e si chiama «Fasciocomunismo». Le elezioni in Francia, Grecia e Germania danno un esito che è incredibile solo per chi non si è ancora ripreso dalla sbronza euroentusiasta. Vent’anni dopo il trattato di Maastricht e dieci anni dopo il varo dell’Euro, si sta chiudendo un ciclo e si apre un’era di caos generata da una politica miope, dissennata, figlia di una classe dirigente sciagurata e di una Germania dominata dall’egoismo. In Grecia i due partiti pro Euro – Pasok e Nuova Democrazia – sono stati sconfitti, i neonazisti di Alba Dorata entrano in Parlamento dopo 40 anni e l’ultra sinistra e i comunisti avanzano a passo di carica. Astensione? Quaranta per cento. Il risultato è che formare un governo – in un Paese ridotto allo stremo dalla ricetta berlinese – è un’operazione difficile. Lo ripeto: alla fine il popolo brucia la casa di chi lo affama. In Francia Nicolas Sarkozy paga la sua alleanza cieca con la Germania, mentre Francois Hollande va all’Eliseo con un programma che prevede la revisione del Fiscal compact, l’abbassamento dell’età pensionabile e una politica di deficit spending. Il dato anche qui è il «no» radicale a Bruxelles e al dispotismo dell’establishment finanziario. La destra non esprime il presidente ma rappresenta la maggioranza degli elettori. Alle legislative madame Le Pen farà il pieno e i neogollisti rischiano di essere fagocitati dal lepenismo nel giro di pochi anni. In Germania Angela Merkel subisce uno stop serio nel land Schleswig-Holstein, il cui destino ora sembra quello di essere governato da una Grosse Koalition. La Cdu di Angela è al primo posto, ma la coalizione con la Fdp cola a picco, mentre il partito dei Piraten entra nel Parlamento regionale tedesco. Chiari segnali di crac. Siamo di fronte alla grande avanzata di un’armata che urla contro la politica economica europea, contro l’austerità che serve al capitale finanziario e non all’economia reale. È la devastazione di tutti gli equilibri, la rottura dell’asse Parigi-Berlino, l’abbattimento dei totem eurocratici e l’inizio di un periodo di instabilità che potrebbe portare alla rottura dell’Eurozona. Queste cose a Il Tempo le scriviamo da almeno due anni. Ricordo qualche parruccone guardarmi con aria di sufficienza quando sostenevo nei dibattiti l’evidenza di questo scenario da battaglia fumante. Eccolo qua, davanti a voi. Ora contemplate il disastro che avete contribuito a creare non raccontando la verità e piegando i fatti alla logica della finanza per la finanza e non della politica. La storia è maestra: non si umiliano le nazioni. In questo quadro cupo dove volano ceneri e lapilli, l’Italia ha votato per un turno amministrativo che darà certamente una linea di tendenza. Attendo curioso l’apertura delle urne. Aspetto anche di vedere cosa faranno i «tecnici» italiani al cospetto del terremoto in corso nel Vecchio Continente. Un governo nato sotto gli auspici di Berlino, ancorato alla Germania, devoto al dogma del rigore e smarrito nella ricerca del Graal della crescita, dovrà prendere atto che la politica non la fa la finanza, ma il popolo. Mario Sechi, Il Tempo, 8 maggio 2012
La campagna elettorale per il 2013 è cominciata da un pezzo e non perché oggi si vota, ma perché il governo e i partiti si sono ritrovati su sponde opposte. L’esecutivo Monti da qualche mese gira a vuoto e sulla questione fiscale – pura nitroglicerina – nonostante i buoni consigli arrivati da fonti disinteressate (tra le quali c’è anche Il Tempo) non ha ritenuto di operare con l’apprezzabile sobrietà esibita dal premier all’inizio della sua avventura. Senza un intervento sulla materia incandescente delle tasse, frutto di un lavoro collegiale tra i partiti e Palazzo Chigi, il governo rischia di andare a casa. Avevo anticipato qualche settimana fa le tentazioni del Pd di far saltare il banco ed andare alle elezioni a ottobre. Ora s’aggiunge anche il Pdl che si è ritrovato tra l’incudine (il governo) e il martello (il suo elettorato). La sottovalutazione del mix tra recessione e alta tassazione è palese. Il premier continua ad avere una buona fiducia, ma il governo con l’arrivo della stangata Imu andrà in apnea. Sentirsi forti è giusto, presumere di essere imbattibili è un errore. Se il premier attacca il partito più importante della maggioranza che lo sorregge, il minimo che deve attendersi è la richiesta di una «seria riflessione» che tradotto significa «c’è il conto alla rovescia». La situazione si è complicata quando Casini ha messo in chiaro il suo progetto di partito aperto ai tecnici. Da quel momento nell’immaginario di Pdl e Pd il progetto casiniano di «smontaggio dei poli» è diventato anche quello di Monti che – per soprammercato – ha messo da parte il suo understatement e stretto nel pugno una clava che non è proprio da loden. Il voto di oggi è un test politico nazionale perché metterà in chiaro alcune linee di tendenza. Da domani, il gioco dei due principali partiti sarà il seguente: andiamo subito alle urne o proviamo a continuare con Monti fino alla scadenza naturale? Senza una nuova legge elettorale, il Pd vince, ma questo al Pdl oggi potrebbe perfino non importare più di tanto. Meglio perdere un po’ di sangue oggi e salvarsi la vita, piuttosto che suicidarsi domani, restando in un governo a sfiducia crescente nell’elettorato. Possibile? Solo a patto che si sappia cosa fare dopo aver aperto la crisi, altrimenti è solo un favore al Pd. La faccenda è tutta qui, il resto della storia lo racconteranno gli elettori ai seggi. Mario Sechi, Il Tempo, 6 maggio 2012
Un illustre e autorevole politologo – che una volta, tanti anni or sono, fu apprezzato teorico del liberalismo e sostenitore della liberal-democrazia di tradizione anglosassone – il professor Giovanni Sartori, ha delineato, sulle colonne del «Corriere della Sera», uno scenario, futuro o futuribile, destinato, a suo dire, a rafforzare il governo Monti. Un governo di tecnici o di emergenza, costretto, malgrado la buona volontà dalla quale è animato e malgrado il supporto del Capo dello Stato, a navigare perigliosamente nelle acque agitate e infide della politica italiana. Un governo, alla fin fine, costretto a governare male e poco, prigioniero di troppe e contrastanti pressioni ed esigenze dei partiti che, pur a denti serrati, sono costretti a sostenerlo. Un «governo anfibio» – così lo ha chiamato Sartori – che deve ricorrere continuamente alla fiducia per dribblare i veti incrociati o le trappole dei recalcitranti supporters parlamentari. La debolezza del governo – par di capire leggendo le considerazioni di Sartori – sarebbe dovuta, al di là della fisiologica litigiosità delle forze politiche, al fatto che nella nostra carta fondamentale non sarebbe previsto «lo stato di necessità, di emergenza o di assedio» contemplato dalle costituzioni ottocentesche, sotto questo profilo, «più previdenti delle nostre». Ricorda, Sartori, sia pure incidentalmente, che la mancata sottoscrizione da parte del Re del decreto di stato d’assedio predisposto da Facta nell’ottobre 1922 aprì la strada all’avvento del fascismo. Le cose sarebbero andate in modo diverso, sembra suggerire lo studioso, se Vittorio Emanuele III – malgrado (non dimentichiamolo!) il fatto che lo Statuto Albertino non lo prevedesse – avesse firmato lo stato d’assedio: se, cioè, in altre parole avesse decretato una provvisoria sospensione delle libertà e guarentigie costituzionali. Ma lasciamo da parte le fantasie della storia virtuale. E veniamo all’oggi. Il governo Monti, governo tecnico o dei tecnici, è in qualche misura, assimilabile a un governo da stato di necessità. O di assedio. È un governo – absit iniuria verbis – caratterizzato dalla sospensione della democrazia e dal commissariamento del potere legislativo da parte dell’esecutivo.
Fin dal principio dell’avventura del governo Monti ho scritto che sulla tassazione si giocava il presente e il futuro di questo esecutivo. Alcuni mesi dopo è giunta l’ora di fare un bilancio. 1. la pressione fiscale ha raggiunto livelli mai toccati prima; 2. è stata introdotta una patrimoniale progressiva sugli immobili chiamata Imu (gettito previsto di 21 miliardi), in cui di municipale c’è il nome perché solo 9 di questi andranno ai Comuni; 3. il sistema di riscossione italiano continua a utilizzare i soggetti privati come camerieri: le aziende pagano le tasse per se stesse e per lo Stato e in cambio non ricevono indietro i crediti che vantano nei confronti della pubblica amministrazione; 4. il sistema punitivo sugli evasori così non funziona. L’Agenzia delle Entrate e Equitalia sono istituzioni da difendere, ma il complesso di norme che ne alimenta il flusso di cassa e i poteri non sono da Stato liberale; 5. nel settore del credito -vitale per qualsiasi economia- non vi è stata nessuna liberalizzazione e in presenza di recessione galoppante questo significa non consentire alle imprese in difficoltà non solo la gestione caratteristica, ma persino il pagamento delle imposte. Il bilancio del governo Monti sulla questione fiscale è negativo. Ed è legato a quello della crescita. Lo stesso premio Nobel Stiglitz -buon amico del professor Monti- fa presente che le ricette Berlinocentriche uccidono la crescita economica. Anche il professor Giavazzi sostiene queste idee e speriamo non le cambi ora che è approdato a Palazzo Chigi. Siamo di fronte ad una questione puramente tecnica? No, questa è politica, la materia viva che tocca il cuore e la mente dell’elettorato. Passi per le idee «tassa e spendi» del Partito Democratico, ma vorrei capire perché mai il Pdl dovrebbe continuare ad appoggiare una ricetta che massacra il suo elettorato. Me lo chiedo perché alle elezioni manca un anno e i casi sono tre: 1. il Pdl incide sulla linea del governo e convince Monti a una correzione di rotta; 2. il Pdl non conta niente e si suicida; 3. il Pdl si sveglia dal torpore e lascia il governo. Tre carte, un soldo. Mario Sechi, Il Tempo, 4 maggio 2012
