LE COSE NON DETTE SUI CENTO GIORNI DI MONTI & C., di Alessandro Sallusti
Pubblicato il 25 febbraio, 2012 in Politica | No Comments »
Le celebrazioni per i primi cento giorni del governo Monti hanno raggiunto l’apice. All’unisono, stampa e tv raccontano le meraviglie di un Paese cambiato.

Sappiamo che il premier ha il sostegno sincero e leale dell’ex premier Berlusconi che volontariamente gli ha lasciato il posto. E sappiamo che Monti gode anche di stima di una larga fetta di notabili ed elettori del Pdl ai quali non dispiacerebbe averlo come nuovo leader. Tutto questo ci è chiaro, ma non per questo dobbiamo nascondere sotto lo zerbino alcune verità. Per esempio. Durante i mirabolanti cento giorni l’Italia è entrata tecnicamente in recessione, la disoccupazione è cresciuta, quella giovanile ha superato la soglia del 30 per cento, le agenzie internazionali ci hanno declassato e spediti addirittura in serie B. Ancora. Le tasse sono aumentate raggiungendo un nuovo record di pressione fiscale, la benzina sfiora i due euro al litro, le liberalizzazioni, quelle vere, non ci sono e non ci saranno. La Rai è diventata un pollaio fuori controllo, la Protezione civile un buco nero. Lo spread è sceso ma resta a livelli che quattro mesi fa venivano giudicati insostenibili e pericolosi.
Tutto questo è accaduto in presenza di una maggioranza politica innaturale e bulgara, di un Parlamento commissariato dal presidente della Repubblica, di un governo che va avanti a colpi di decreti-legge e voti di fiducia. Insomma, ci mancava soltanto che in una situazione di potere così unica e forse irripetibile non tornasse almeno un po’ difiducia, che peraltro è gratis, nell’esecutivo. Ma onestamente, non vediamo proprio che cosa ci sia da gioire o celebrare. Il miracolo, annunciato e atteso, non c’è stato e non poteva esserci. Perché con le regole blindate dalla nostra Costituzione neppure il governo dei migliori, o come in questo caso dei non eletti, della non casta, è in grado di liberare il Paese dalle incrostazioni. E per cambiare la Costituzione, che ci piaccia o no, c’è una sola strada: ridare parola e potere alla politica. I cento giorni sono quindi sì importanti ma nel senso che sono cento giorni in meno che mancano alle elezioni. Nel frattempo sono certo che il governo Monti farà cose apprezzabili e tutti gliene saremo grati. Se poi strada facendo ci portiamo avanti con qualche riforma che vada oltrel’allargamento della base di taxisti e farmacisti, be’, credo che la cosa non guasterebbe. Il Parlamento, se volesse, ne avrebbe facoltà. Alessandro Sallusti, Il Giornale, 25 febbraio 2012
.……………L’unica bugia che Sallusti scrive in questo suo editoriale è quella sulle “cose apprezzabili” che Monti farà in attesa del voto. Non è vero. Monti si sta solo godendo l’insperata poltrona più alta, dopo quella del Capo dello Stato, del nostro Paese. Prova ne è che ogni qual volta tenta di far qualcosa che non va bene ad uno dei suoi “innaturali” supporter fa precipitosa marcia indietro. O non fa nessun passo avanti. Per esempio sulle Banche o sulle Assicurazioni che stritolano i cittadini,o sui costi della politica e della burocrazia che sono rimasti esattamente com’erano cento giorni fa. O sulle cosiddette “liberalizzazioni”, che annunciate con i megafoni della propaganda, si sono rivelate una presa in giro, tra l’altro trasformatasi in farsa allorquando il pugno di ferro, tentanto solo nei confronti dei tassisti e dei farmacisti, si è trasformato in burro sciolto. Ieri, poi, sono stati pubblicati parte degli stipendi che percepiscono i cosiddetti manager di stato. Il più ricco è il signor Manganelli, capo della Polizia, che percepisce ogni anno un miliardo e trecento milioni di vecchie lire, pari a 650 mila euro attuali, cioè 50 mila euro al mese. E’ scandaloso, vergognoso e squallido che lo stato paghi ad un suo funzionario, che per quanto alto possa essere, ha a disposizione tra il giorno e la notte “solo” 24 ore, come tutti1, una cifra del genere ( a cui si aggiungono benefit di ogni genere) mentre costringe milioni di cittadini a vivere con 500 euro al mese di pensione. E tanto basta per iscrivere d’ufficio Monti fra i tanti che abbaiono ma non mordono. g.


Forza Monti? E perché no? L’incontro tra Silvio Berlusconi e il presidente del Consiglio conferma che è iniziato un altro film della storia politica del Paese e le letture «anti» o «pro» usate fino a ieri sono tramontate. C’è un nuovo schema di gioco. Nell’istante in cui il Cavaliere è salito al Quirinale e ha consegnato a Giorgio Napolitano il timone della crisi, in quel preciso momento Berlusconi ha cominciato a scrivere un’altra sceneggiatura: non tornerà a Palazzo Chigi, sa che il suo partito, il Pdl, è in fase di trasformazione e probabilmente patirà una sconfitta alle prossime elezioni amministrative, ma è da questa consapevolezza che una storia politica ritrova il filo del discorso, è così che dopo l’uscita di un leader carismatico si evita di finire in un angolo della storia, cosa che accadde ai conservatori inglesi dopo l’addio di Margaret Thatcher a Downing Street. Appoggiare Monti oggi e trovare una soluzione condivisa anche per il domani facilita la transizione più che mai necessaria per tutti i partiti. Lo stesso discorso vale anche per il Partito democratico di Pier Luigi Bersani. Non andrà da nessuna parte (o meglio, andrà contro un muro di titanio) se non affronterà e risolverà le sue contraddizioni. Il Pd deve decidere tra Essere e Avere. Essere un partito che ha una linea riformista, pronto a cogliere le sfide della contemporaneità; o Avere un volano con il sindacato della Cgil ma subirne i diktat, la visione di un mondo retrò che non corrisponde neppure alla realtà industriale. Bersani in questo scenario ora ha più difficoltà di Berlusconi. Il paradosso democratico è emerso fin dal primo momento in cui il Cav ha lasciato il governo. Proprio nella fase storica in cui il Pd poteva andare alle elezioni, vincere e tornare a Palazzo Chigi, un suo leader storico, Napolitano, si è incaricato di scrivere la parola «fine» sull’equivoco cominciato dopo la caduta del Muro. Il presidente della Repubblica ha chiare tre cose: il berlusconismo è nella fase finale, il Pd non ha la forza per governare e al sistema serve un atterraggio morbido e un salvataggio rapido. Per questo c’è Monti. Per questo Berlusconi lo appoggia e Bersani non può farlo cadere. È il traghettatore senza il quale i partiti restano in mezzo al fiume. E affogano. Mario Sechi, Il Tempo, 23 febbraio 2012
